All’Università degli studi di Parma debutta il nuovo Corso di Laurea Triennale in Ingegneria dei Sistemi Informativi (ICT).

Sarà attivo al via dell’anno accademico 2017/2018. Nato dalla sinergia fra l’Ateneo e l’Unione Parmense degli Industriali, è stato progettato pensando alle esigenze delle aziende del territorio.
Iscrizioni aperte dal 17 luglio.
Tag: Molteplicità
La complessità è difficilmente governabile, ma la molteplicità di sguardo e di azione sono tra i pochi strumenti con cui valga la pena tentare di farlo.
I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi,
i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna;
la libreria era il mondo chiuso in uno specchio;
di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà,
l’imprevedibilità.Jean-Paul Sartre
[dropcap3]C[/dropcap3]onsigliare letture per l’estate è meno facile di ciò appare. Anche per questo compito, infatti – esattamente come quando si scrive – bisogna innanzitutto avere in mente il proprio lettore modello, che nel nostro caso sarà uno stormo di lettori (speriamo numeroso) i quali, a vario titolo – approderanno sul nostro blog o nei suoi profili social.
E siccome è a loro (e a voi) che sono rivolte le nostre attenzioni, dichiriamo fin da subito – in nome di una Captatio benevolentiae mal celata – le nostre intenzioni: il focus, come sempre, è sulla condivisione della conoscenza, e soprattutto sulla contaminazione dei saperi.
Ben sapendo che, alla fine, ciascuno di voi-noi connoterà col proprio unico, intimo e silenzioso timbro di voce interna la lettura delle pagine, anche tecniche, che consigliamo.
Perché leggere – a differenza di altre forme di condivisione del sapere – battezza con voce, ritmo e inflessione unici (individuo per individuo, parola per parola momento per momento) ciò che qualcun altro chissà dove ha scritto chissà quando. (Più diacronico di così…).
Buona estate e buona lettura, allora. E – ci raccomandiamo: non leggete (troppo) ad alta voce. 🙂
[bctt tweet=”#Leggere e #comunicare per condividere la #conoscenza e contaminare i saperi!” username=”MapsGroup”]
ELENCO DEI LIBRI CONSIGLIATI
Fisica sociale. Come si propagano le buone idee. Di Alex Pentland. Università Bocconi Editore. Si tratta di un’opera di Alex Pentland, considerato uno dei più importanti data scientist al mondo e oggi a capo del MIT Connection Science and Human Dynamics Lab. Il libro è un’interessante lettura per capire come i big data possono migliorare la società in cui viviamo.
Il Cerchio. Di Dave Eggers. Mondadori Editore. Già consigliato in precedenza, riproponiamo questo libro attualissimo, un “romanzo-saggio che assume i toni di una disarmante indagine sulle questioni della memoria, della privacy, della democrazia e dei limiti posti alla conoscenza umana”.
Intelligenza artificiale. Un approccio moderno. Di Stuart J. Russell e Peter Norvig. L’opera in questione – un classico nell’ambito della letteratura sull’intelligenza artificiale – si presenta in un’edizione rinnovata e aggiornata riguardo i progressi scientifici e tecnologici emersi in questi ultimi decenni quali domotica, self-driving e tecnologie di traduzione e riconoscimento vocale nonché gli algoritmi di apprendimento, elaborati appositamente creati per raccogliere, interpretare e strutturare i dati complessi in nuovi strumenti di governance o business. Gli argomenti, per volontà degli autori, sono presentati in un contesto comune, allo scopo di trasmettere con una scrittura semplice e mirata le idee emerse negli ultimi sessant’anni di ricerca nel campo dell’IA e nei due precedenti millenni di pensiero.
Atlante delle smart city. Comunità intelligenti europee ed asiatiche. Di Eleonara e Raffaella RIva Sanseverino e Valentina Vaccaro. Franco Angeli Editore. Chi non vorrebbe vivere in una città che rispecchi e metta in atto tali ideali? E’ l’utopia della Smart City, la città “intelligente” e amica del cittadino, della quale si riporta nel volume, costantemente aggiornato, un nutrito gruppo di case history. Le tre autrici descrivono esempi nazionali ed esteri di governance partecipativa, utilizzo di tecnologie a sostegno della pianificazione e gestione urbana intelligente, e Internet of Things. Il volume, corredato da un allegato multimediale, si conclude con un’interessante proposta di pianificazione energetico-territoriale smart sull’isola di Pantelleria.
Nativi Digitali. Di Paolo Ferri. Bruno Mondadori. Fu Marc Prensky, scrittore statunitense, a coniare il termine “Nativi Digitali”, intendendo con esso le giovani generazioni nate dopo il 1980 che utilizzavano come lingua-madre la lingua della rete web. Paolo Ferri, professore ordinario di Teoria e tecniche dei nuovi media nonché autore di numerose pubblicazioni sul rapporto tra media e società, in questo saggio del 2011, cerca di ricostruire la storia della nuova forma evolutiva di Homo Sapiens Sapiens legata all’affermarsi della cultura digitale. Chi sono i nativi digitali? Simbionti con le innovazioni tecnologiche, ibridi tra carne, anima e mobile devices, strumenti ormai assimilabili a protesi che i Nativi utilizzano fin dall’infanzia e sono parte integrante della loro identità individuale e sociale. Nuovi mostri di Frankenstein o creature da mitologia? No, semplicemente umani con intelligenze meta-artificiali cresciute in modo senziente all’ombra degli schermi interattivi.
Web Content che converte. Infine, per chi cerca una guida nei meandri del web e del social in cerca di riscontri reali, concreti e misurabili, consigliamo il nuovo libro di Valentina Turchetti, Web Content che converte – Guida pratica per creare contenuti che incrementano il tuo business, un libro che “vuole essere una guida pratica, focalizzata su case history reali, per capire concretamente come applicare strategie e metodi di Web Content sui diversi canali online e per le differenti attività di Web Marketing, con l’obiettivo di far crescere il proprio business.”
Buone vacanze, dunque, anche per la mente!

Niente al mondo è così potente quanto
un’idea della quale sia giunto il tempo.Victor Hugo
Dove siamo e dove stiamo andando…
[dropcap3]Q[/dropcap3]ualche tempo fa ho ascoltato Manuel Muniz parlare di geopolitica, di governance regionale e globale, e di indice di sviluppo sociale.
Manuel Muniz, per chi se lo stesse chiedendo, è Preside della Facoltà di Relazioni Internazionali presso la IE (Instituo de Empresa) University e fondatore del centro per la Governance del Cambiamento, un istituto dedicato allo studio delle sfide poste dall’acceleramento dei mutamenti sociali e tecnologici nei settori pubblici e privati. È direttore del Programma sulle relazioni transatlantiche al Weatherhead Center di Harvard, detiene un JD (giurisprudenza) presso l’Università Complutense di Madrid, un Master in Finanza dallo IEB, un Master in Public Administration presso la Kennedy School of Government, e un DPhil (PhD) in Relazioni Internazionali presso l’Università di Oxford , oltre ad aver vinto numerosi premi… Sembrerebbe insomma uno che ne capisce 🙂
Per quanto mi riguarda non mi posso sfortunatamente annoverare tra quelli che leggono 4/5 quotidiani stranieri al giorno e che sanno esattamente la differenza che passa tra Kinnock e Corbyn o tra Gordon Brown e Pisapia, ma su alcuni “tag” si è acceso il famigerato punto interrogativo e prima di correre il rischio di lanciarmi in una qualche serissima discussione social sul programma dei DUP – e trovarmi in una lista compilata da un algoritmo sotto la voce sicumera – mi sono detta che forse vale la pena di approfondire qualcuno di questi tag qui, in questo luogo. Vado con ordine.
Indice di sviluppo umano: cos’è e perché il PIL non basta.
La nozione di indicatore sociale è stata introdotta nel 1966 da Raymond Augustine Bauer, professore ad Harvard e al MIT e sta ad indicare “statistiche, serie statistiche e ogni altra forma utile a valutare dove noi stiamo e dove stiamo andando, relativamente ai nostri valori e ai nostri scopi”. Una decina di anni dopo, nel 1977, Bauer muore poco più che sessantenne, un’età che per gli standard attuali si può considerare “giovane” e mi chiedo come sarebbe andata a finire se fosse vissuto abbastanza da vedere l’avvento dei Big Data.
[bctt tweet=”Le politiche orientate esclusivamente verso la crescita del PIL potrebbero non essere le migliori.” username=”MapsGroup”]
A partire dunque dagli anni ’60 la letteratura macroeconomica ha concepito una lunga lista di indici e indicatori sociali ed economici, i più rilevanti dei quali possiamo qui sotto elencare:
[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il GROSS NATIONAL HAPPINESS (GNH) ideato dal quarto re del Bhutan, il quale riteneva che lo sviluppo sociale dovesse massimizzare la felicità e non limitarsi ad un maggior consumo e all’accumulazione di ricchezza. Il GNH comprende infatti tre indicatori:
- conservazione ambientale,
- promozione della cultura tradizionale,
- buon governo.
[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] L’INDEX OF SOCIAL HEALTH (ISH) di Marc Miringoff, professore di politica sociale presso l’Università di Fordham che di indicatori sociali ne racchiude addirittura sedici, rappresentativi dei settori che incidono sul benessere come salute, occupazione, reddito, istruzione e sicurezza.
[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] L’indice recepito come misuratore della qualità della vita dei vari paesi dall’ONU – INDICE DI SVILUPPO UMANO (ISU) o Human Development Index (HDI) – è stato invece elaborato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq e si fonda sulla sintesi di tre fattori:
- il PIL pro capite,
- l’alfabetizzazione,
- la speranza di vita.
anche se non è esente da critiche soprattutto per quanto riguarda la variabile PIL che non permette considerazioni sulle disuguaglianze di reddito o sulla dimensione sociale (istruzione, salute, etc.) e ambientale.
“Già dagli anni Settanta diverse ricerche hanno dimostrato che la crescita del PIL è generata anche da attività che danneggiano gli individui, la società e l’ambiente. Le politiche orientate esclusivamente verso la crescita del PIL potrebbero non essere le migliori per trovare soluzioni politiche e sociali che mirino al benessere e a una crescita sostenibile. I limiti del PIL sono ampiamente riconosciuti ma se benessere, sviluppo e progresso sostenibili sono gli obbiettivi da raggiungere, allora devono essere supportati da un cambiamento degli indicatori utilizzati”
D’Orio, 2013
Ma se già dagli anni settanta diverse ricerche hanno dimostrato che la crescita del PIL è generata anche da attività che danneggiano gli individui, la società e l’ambiente, cosa spinge ancora oggi alcuni governi a portare sconsideratamente avanti politiche che prevedono una crescita non sostenibile?
Mia nonna, che ha quasi novant’anni e considera mettersi lo smalto rosso sulle unghie il massimo dell’emancipazione, liquiderebbe la questione con un categorico “invece di andare avanti andiamo indietro” ma la verità è che per spiegare l’indifferenza colpevole di alcuni ci vorrebbe Thomas Mann più che mia nonna, che pure somiglia un po’ a una nobildonna russa che parla solo francese.

Gestire il cambiamento, da Bauer ai Big Data: Beyond GDP.
Era il 18 marzo 1968 quando Bob Kennedy pronunciò forse il più famoso dei suoi discorsi:
“Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.
Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere.
Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.”
Lo sviluppo umano deve rappresentare dunque una nuova accezione dello sviluppo, che serve prima di tutto a ridefinire le priorità di intervento delle politiche economiche e sociali.
Qualche decennio più tardi, nel 2009, una comunicazione della Commissione Europea al Consiglio e al Parlamento Europeo conteneva ancora una volta una riflessione e “l’invito ad elaborare indicatori più completi” – Beyond GDP (Al di là del PIL) – “in grado di fornire una base di conoscenze più affidabile per una migliore definizione delle politiche e dei dibattiti pubblici.”
Il lavoro della commissione poneva l’accento su “fattori quali la globalizzazione e i cambiamenti climatici che stanno trasformando sempre più velocemente l’economia, la società e l’ambiente e che rendono necessaria l’elaborazione di politiche capaci di reagire tempestivamente ai nuovi cambiamenti.” Per fare questo, “occorrono informazioni su tutti questi aspetti che siano altrettanto veloci, anche a scapito della loro accuratezza.”

Al di là delle legittime raccomandazioni della Commissione c’è un ulteriore importante elemento da considerare nel quadro delineato poc’anzi: il ruolo della tecnologia che, se da un lato è la chiave di volta del cambiamento in essere (disruptive technologies), dall’altra permette il rilevamento e l’elaborazione di dati, anzi di Big data, che costituiscono in se la risposta al fabbisogno informativo finalizzato a meglio informare i responsabili politici.
[bctt tweet=”Beyond GDP: l’indicatore più affidabile per una migliore definizione delle politiche.” username=”MapsGroup”]
Torniamo per un momento alla definizione di Bauer: statistiche, serie statistiche e ogni altra forma utile per capire chi siamo e dove stiamo andando. Beh, siamo andati decisamente oltre le serie statistiche perchè possiamo:
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]osservare l’ambiente in tempo reale (stazioni di rilevamento, droni, satelliti, immagini postate dagli utenti sui social),
[icon image=”ss-inbox” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]raccogliere ed elaborare dati eterogenei,
[icon image=”fa-bar-chart” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]monitorare il risultato delle scelte pubbliche,
[icon image=”ss-write” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]partecipare alla (ri)definizione di queste ultime.
Ma il viaggio è ancora lungo.
Il Caso Italia.
Nel quadro Europeo, l’Italia è il primo Paese a collegare gli indicatori di benessere equo e sostenibile alla programmazione economica e di bilancio, attribuendogli un ruolo nell’attuazione e nel monitoraggio delle politiche pubbliche.
Nel Documento Programmatico di Bilancio 2017 (DEF) si ribadisce infatti che “la crisi e prima ancora la globalizzazione hanno reso evidenti i limiti di politiche economiche volte esclusivamente alla crescita del PIL. L’aumento delle diseguaglianze negli ultimi decenni in Italia e in gran parte dei Paesi avanzati, la perdurante insufficiente attenzione alla sostenibilità ambientale richiedono un arricchimento del dibattito pubblico e delle strategie di politica economica. In questa prospettiva il Parlamento ha inserito nella riforma della legge di contabilità e finanza pubblica il benessere equo e sostenibile tra gli obiettivi della politica economica del Governo.”
Se tuttavia solo alcuni governi, e solo in tempi recenti, stanno prendendo i primi seri provvedimenti per questioni così importanti nate quasi mezzo secolo fa non c’è da stare allegri, ma voglio augurarmi che la strada ormai sia avviata e che sia finalmente giunto il tempo.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
report.hdr.undp.org/
www.aapor.org
www.oasis.lib.harvard.edu
www.ravellolab.org/
www.europarl.europa.eu/
en.wikipedia.org
ec.europa.eu/
[/boxed_content]
Non muovere mai l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima,
affinché difendendosi l’uno con l’altra, queste due parti mantengano
il loro equilibrio e la loro salute.Platone
L’Uomo: salute e malattia in prospettiva.
[dropcap3]T[/dropcap3]empio sublime dell’anima ed entità palpabile e tentatrice, orizzonte inarrivabile di utopie amorose e carne da macello da seppellire in anonime fosse comuni: il corpo di ogni essere vivente è teatro sia immaginato che dannatamente concreto di battaglie e sogni, desideri inconfessabili e aneliti all’eternità.
In sottofondo, sempre presente, l’assillo dei bisogni stringenti, quotidiani e contingenti della corporeità: cibo, acqua, sonno, amore, azione… All’orizzonte, visibili quanto irraggiungibili, gli scenari dell’infinito cui aspirano da sempre l’anima, il cuore e il cervello dell’Uomo.
[bctt tweet=”Medicina e narrazione: la salute vista come un continuum di significati e valenze possibili.” username=”MapsGroup”]
In tale campo di battaglia di eterne, opposte istanze, si gioca sul filo dell’etimologia anche la schermaglia tra benessere e malessere. La lotta sempiterna del Bene e del Male, insomma, in senso sia concreto che simbolico.
Da qui – a partire dal corpo dell’Uomo, dunque – prendono vita una serie di riflessioni (squisitamente culturali, certo, ma non per questo meno pertinenti) dedicate al tema della cosiddetta “salute”, vista come un continuum di significati e valenze possibili, le cui coordinate cambiano non solo dal punto di vista spaziale e storico, ma anche socio-culturale.
Il tutto in una panoramica che mette in relazione i sistemi sociali deputati alla sanità con i dati (anche di profilazione) che li riguardano…
INDICE DEGLI ARTICOLI (in ordine di pubblicazione)
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Le forme di un corpo in forma, ovvero il corpo percepito, immaginato e vissuto.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Quando si dice corpo: tutti per uno, uno per tutti!
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]In salute e in malattia: dove, quando, come e perché cambiano le regole del gioco.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Stili di vita DOP e resilienza anche in caso di eventi drammatici: meglio un monitoraggio oggi che una cura domani. A patto che…
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Monitoraggio dei dati, stili di vita, ambiente e partecipazione. Un percorso complesso alla ricerca del benessere.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Dalla raccolta dei dati sensibili alla biometria comportamentale: il nostro futuro lo decidiamo noi!

Così, con un gesto devoto, bere l’acqua nel cavo delle mani
o direttamente alla sorgente, fa sì che penetri in noi
il sale più segreto della terra e la pioggia del cielo.Marguerite Yourcenar
L’oro blu, una preziosa e sempre più rara risorsa…
[dropcap3]L[/dropcap3]a vita nel nostro pianeta si è sviluppata nell’acqua e grazie a questo importantissimo, fondamentale e necessario elemento, la vita si è evoluta. Senza l’acqua nulla sarebbe stato possibile. L’acqua ricopre ben il 70% della superficie della terra tanto che il nostro Pianeta, visto dallo spazio, appare come il “pianeta azzurro” per la vastità di oceani e mari. Anche se la superficie terrestre è coperta di acqua, questa è costituita per il 97,5% da acqua salata. L’acqua dolce è per il 68,9% contenuta in ghiacciai e nevi perenni, per il 29,9% nel sottosuolo e solo lo 0,3% è localizzata in fiumi e laghi, e quindi potenzialmente disponibile. Tale quantità corrisponde allo 0,008% dell’acqua totale del pianeta. Si tratta di un quantitativo irrisorio distribuito in modo ineguale sulla superficie terrestre.
Oggi, però, questa preziosissima risorsa è seriamente a rischio a causa dell’alterazione degli equilibri ambientali di cui sono responsabili gli uomini nelle loro attività, dall’agricoltura all’industria e oggi, proprio a causa dell’intensificarsi di queste, la situazione sembra aggravarsi, tanto da allarmare gli esperti per un rischio di carenza di questa fondamentale risorsa. Infatti, gli scarichi industriali e i rifiuti di ogni genere avvelenano le acque di mari, fiumi e laghi; i pesticidi, antiparassitari ed erbicidi in agricoltura contaminano le falde acquifere del sottosuolo e, in più, in molti paesi l’agricoltura intensiva richiede sempre maggiori quantità d’acqua per sostenere la crescita dei consumi, tanto da dover utilizzare più acqua del previsto che però non può rigenerarsi velocemente, così come l’economia attuale richiede. Da tutto questo deriva una progressiva riduzione di acqua potabile e pulita a disposizione dell’umanità, soprattutto dei popoli che vivono nei paesi più poveri. L’acqua diventa, quindi, anche un elemento di disuguaglianza tra paesi ricchi e paesi poveri: per esempio, nell’Africa nera sono disponibili appena 10 litri a testa al giorno, ma la disponibilità idrica indicata dalle Nazioni Unite è di 40 litri.
Negli ultimi cinquant’anni la disponibilità d’acqua è diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi in Asia. La FAO prevede che nei prossimi anni saranno almeno 30 i paesi che dovranno far fronte a crisi idriche croniche. Il rischio è così grande che nell’anno 2025, quando la popolazione supererà gli 8 miliardi di esseri umani, il numero delle persone senza accesso all’acqua potabile potrebbe arrivare a più di 3 miliardi.
L’acqua, condizione necessaria e indispensabile.
L’acqua è un diritto di base per tutti gli uomini:
senza acqua non c’è futuro, non c’è nemmeno democrazia.Nelson Mandela
E’ quanto sosteneva il Presidente della Repubblica Sudafricana durante la Conferenza internazionale di Johannesburg del 2002 sul clima e sull’ambiente. Va da sé che l’acqua sia condizione indispensabile di ogni progresso civile, sociale ed economico.
Già nel 1994, alla Giornata Mondiale per l’Alimentazione, Papa Giovanni Paolo II sottolineava la necessità di:
“… considerare l’importanza dell’acqua per la vita e la sussistenza degli individui e delle comunità. Giacché ognuno deve avere la possibilità di accesso a rifornimenti d’acqua incontaminata, la comunità internazionale è chiamata a cooperare per proteggere questa preziosa risorsa da forme di utilizzazione non adeguate e dal suo spreco irrazionale. Senza l’ispirazione che deriva dai principi morali profondamente radicati nei cuori e nella coscienze degli uomini, gli accordi e l’armonia che dovrebbe esistere a livello internazionale per la preservazione e l’uso di questa risorsa essenziale saranno difficili da mantenere e portare avanti”.
Un uomo su quattro nel mondo, però, non dispone di acqua potabile: questo l’allarmante dato emerso dal Forum Mondiale sull’Acqua, tenutosi a Kyoto, in Giappone, nel 2003 su iniziativa dell’ONU. La disponibilità di acqua potabile è destinata a diminuire per tutti, in un futuro non lontano, se non si modificherà l’attuale sviluppo economico che ha finito per saccheggiare tutte le risorse del Pianeta. La crisi però sembra abbastanza preoccupante: siccità, effetto serra, distruzione delle foreste pluviali, abbassamento delle falde acquifere, temperature impazzite fuori stagione, permettono di visualizzare tutti i parametri della carenza delle risorse idriche che l’umanità non può e non deve sottovalutare. Se non c’è acqua non c’è vita, ma v’è di più: in alcune regioni del mondo, la scarsità di acqua potrebbe diventare quello che la crisi dei prezzi del petrolio è stato negli anni Settanta: una fonte importante di instabilità economica e politica.
[bctt tweet=”L’acqua, condizione indispensabile sia per la vita umana sia per quella economica e politica.” username=”MapsGroup”]
Tuttavia, a noi sembra davvero lontana la possibilità di non avere più acqua, ma già in alcune parti del mondo questa è un’evidenza che non solo discrimina quelle popolazioni dal resto del mondo, ma è una situazione cronica: carenza di acqua significa agricoltura insufficiente, quindi minore disponibilità di grano e riso, dunque meno cibo e povertà! Bisogna agire consapevolmente ora pensando in grande e a tutti – anche a coloro che sembrano distanti anni luce – e non al proprio orticello. Solo in questo modo, con la collaborazione tra tutti si potrà trovare un rimedio a questo gravissimo problema, che potrebbe causare la fine della nostra umanità così come la conosciamo!

L’elogio alla legge e alle buone pratiche.
L’Italia è uno dei pochi paesi che dispone di una legge di riferimento che riguarda i sistemi di trattamento delle acque potabili.
[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
Il DM 25/2012 stabilisce prescrizioni tecniche relative alle apparecchiature per il trattamento dell’acqua destinata al consumo umano e prevede una serie di norme a tutela del consumatore indicando, per i diversi sistemi di trattamento, le linee guida. Per ogni impianto:
- debbono escludersi generiche definizioni di ”purificatori d’acqua”;
- occorre presentarlo per le sue caratteristiche effettive, e accompagnarlo da un manuale d’uso e di manutenzione;
- è necessaria la dotazione di valvole di non ritorno e di un contalitri o di un sistema che assicuri la regolare manutenzione in funzione del tempo e dei litri erogati.
Le caratteristiche del trattamento, la loro efficacia e la loro durata nel tempo devono essere validate da un protocollo sperimentale che dimostri che quanto asserito non sia frutto di “entusiasmo commerciale”, ma abbia un riscontro oggettivo.
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[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
Il DL 31 del 2001 (e successive modifice DL 27 del 2002) stabilisce a priori i parametri di potabilità dell’acqua. E’ l’applicazione della direttiva europea 98/83 CE. Tutti i sistemi di trattamento non possono peggiorare in alcun modo i parametri dell’acqua in ingresso, fornita dall’ente di distribuzione.
L’installazione di questi impianti, quando non fatta in proprio, deve essere affidata ad installatori capaci di rispettare le diverse norme e di rilasciare una dichiarazione di conformità, il tutto secondo la Legge 37/08. Le norme UNI sono di guida al tecnico installatore. Questi apparecchi installati in ambiente domestico e negli uffici sono a tutti gli effetti degli elettrodomestici e devono seguire la direttiva CE.
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[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
Non bisogna dimenticare che la normativa a difesa del consumatore DL 24/2002 (privato cittadino, non soggetto con partita iva) in fatto di garanzia prevede un periodo di 24 mesi di totale copertura per i costi di manodopera che di parti di ricambio (sono escluse le parti di consumo). E’ bene precisare che se l’impianto viene venduto con l’installazione compresa, il cliente ha diritto all’assistenza totalmente gratuita in loco. Nel campo pubblico, (ristoranti, alberghi, bar, mense, uffici) gli obblighi principali di legge sono il rispetto del DL 155 del 1997 che definisce la prassi per una corretta prevenzione igenico-sanitaria (HACCP).
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[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
Con il DL 181 del 2003 si rende obbligatoria la comunicazione al cliente sull’origine dell’acqua servita con la precisa frase ”acqua potabile trattata/e gasata”.
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L’economia circolare salverà il pianeta?
Fatti gli opportuni cenni alla normativa, va da sé che la parola passi inevitabilmente all’economia circolare: la vera rivoluzione culturale che salverà il Pianeta.
A tal proposito, in relazione al tema dell’approvvigionamento di risorse con riferimento all’acqua, e in considerazione della carenza che si sta sperimentando in alcune zone del pianeta anche per i cambiamenti climatici in atto, il riutilizzo delle acque reflue trattate in condizioni sicure ed efficienti rispetto ai costi è individuato come un utile strumento per aumentare l’approvvigionamento idrico e alleviare la pressione sulle risorse naturali, in quanto contribuisce anche al riutilizzo dei nutrienti in sostituzione dei concimi solidi. L’uso appropriato di acqua reflua depurata:
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Dipende dalla sua qualità e, di conseguenza, dal trattamento a cui è stato sottoposto.
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Può incontrare resistenza da parte del consumatore, per cui a tale pratica va affiancato un adeguato impegno pubblico e una adeguata campagna di comunicazione.
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Va adeguatamente incentivato lo sviluppo di innovazione, tecnologie e tecniche per il riutilizzo dell’acqua, fornendo opportunità di business per il settore industria dell’acqua per arrivare a poter avere dei costi sostenibili. La stimolazione di nuove tecnologie è anche incoraggiata da iniziative quali il Partenariato europeo per l’innovazione sull’acqua.
E’ evidente che il riutilizzo irriguo dei reflui depurati può contribuire a raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite (o MDG)
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]promuovendo una maggiore disponibilità di acqua e la riduzione della povertà attraverso l’utilizzo di soluzioni tecnologiche appropriate;
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]incentivando la sicurezza alimentare, un aumento della qualità della vita e un miglioramento della salute;
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]favorendo il benessere dei cittadini e il miglioramento dell’ambiente urbano (si veda l’utilizzo di fontane) anche attraverso attraenti paesaggi irrigati, parchi urbani e gli impianti sportivi nelle comunità.
[bctt tweet=”Il riutilizzo dei reflui depurati può alleviare la pressione sulle risorse naturali.” username=”MapsGroup”]
Da questa disamina emerge chiaramente, a livello generale, l’importanza che sempre più assumono la ricerca e l’innovazione per lo sviluppo della bioeconomia ed il passaggio ad un’economia circolare. Nello specifico, per il tema delle risorse idriche nel contesto dell’economia circolare, si evidenzia chiaramente il ruolo che possono svolgere i Consorzi di bonifica, sia in relazione al contributo nell’individuazione e certificazione di etichette verdi riferite a processi produttivi sostenibili in termini di uso delle risorse naturali, sia con riferimento al riutilizzo irriguo dei reflui depurati.
Infatti, sono proprio i Consorzi che, in quanto enti pubblici con una presenza capillare sul territorio e dotati delle adeguate professionalità tecniche e gestionali, possono avviare un percorso di adozione di tale pratica utilizzando i fondi pubblici comunitari per la realizzazione dei necessari investimenti e l’adeguata valutazione dei costi connessi, individuando una tariffa non penalizzante per l’utente e avviando il processo di partecipazione e condivisione con il pubblico.
[dropcap3]C[/dropcap3]apita spesso che chi lavora nel settore IT o ICT abbia qualche difficoltà a spiegare in poche parole il proprio lavoro a chi non conosce bene il settore. Questo è anche dovuto all’enorme evoluzione che c’è stata nel corso degli anni. Vediamo di fare chiarezza ed esplorare le competenze di queste figure professionali.
Breve biografia istituzionale dell’ICT
L’ICT che, come visto nell’articolo precedente, “è oggi un pilastro fondamentale per la nostra società e per la nostra vita” ha ormai decenni di attività alle spalle e ha subito una evoluzione non comparabile con quella di altri settori tecnologici umani.
In particolare, negli ultimi 15 anni si sono verificati tanti cambiamenti per i profili professionali operanti nel campo ICT, con una moltiplicazione enorme di titoli e job description, che ha portato contestualmente a un grande disordine e alla non effettiva comprensione di chi fa che cosa all’interno della definizione di l’ICT. Situazione, questa, in comune comunque con diversi altri settori professionali, all’interno dei quali sono nate nel corso degli anni professioni del tutto nuove.
In questo quadro, il 14 gennaio 2013 in Italia è stata emanata la Legge n. 4 recante “Disposizioni in materia di professioni non organizzate”, norma di particolare interesse per chi svolge professioni appunto non organizzate in ordini o collegi, a esclusione delle attività artigianali, commerciali e in generale di tutto ciò che è già normato o disciplinato.
Sulla base di questo mandato UNINFO, la sezione dedicata alla regolamentazione ICT di UNI, l’Ente Italiano di Normazione, ha emanato la norma UNI 11506:2013 dal titolo “Attività professionali non regolamentate – Figure professionali operanti nel settore ICT – Definizione dei requisiti di conoscenza, abilità e competenze”, in vigore dal 26 settembre 2013.
[bctt tweet=”La norma UNI 11506:2013 definisce i criteri per le figure professionali nel settore ICT.” username=”MapsGroup”]
Questa norma definisce i criteri generali delle figure professionali operanti nel settore ICT stabilendo i requisiti fondamentali per l’insieme di conoscenze, abilità e competenze che le contraddistinguono, e si applica alle figure professionali indipendentemente dalle modalità lavorative e dalla tipologia del rapporto di lavoro (dipendente, freelance o libero professionista iscritto a un Ordine professionale).
La norma UNI 11506 è stata redatta a partire dal quadro europeo di riferimento delle competenze e dei relativi skill “eCompetence Framework (e-CF)”, trasferendolo al contesto italiano. L’Italia, con la norma UNI 11506, è stata la prima nazione a livello europeo a dotarsi di uno standard per le competenze ICT, diventando per la prima volta anche propositore e anticipando altre nazioni: l’organo di normazione della Unione Europea, il CEN, ha rilasciato nella primavera 2016 la nuova norma EN 16458-1, basata sulla nostra UNI11506, con tanto di traduzione italiana già pronta.
La continua crescita e la necessità di costruire un sistema evolvibile ha infine portato alla normativa completa attualmente in essere dal 2016, la UNI 11506-11621, norma “multi-parte” che definisce:
[icon image=”ss-layergroup” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Livello 1: le 6 famiglie fondamentali di profili, legate alle specifiche funzioni necessarie per tutto il ciclo di vita di un servizio ICT, e le regole per costruire un profilo professionale ad esse legato.
[icon image=”ss-layergroup” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Livello 2: entro una (o più) di queste funzioni i 23 profili professionali fondamentali dell’ICT, detti anche profili di “seconda generazione”.
[icon image=”ss-layergroup” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Livello 3 e successivi: profili di “terza generazione”, definiti seguendo le regole del livello 1 e collegati con i profili di seconda generazione.
I fornitori del servizio ICT: famiglie e profili

Vediamo ora le “famiglie” fondamentali in cui sono suddivisi i profili, tenendo presente che viene riconosciuta la necessità di strutturare un piano di business in cui inserire il progetto di un servizio ICT, dal suo concepimento alla sua entrata in servizio, sino alla sua dismissione. Ricordiamo inoltre che per servizio ICT si intende una unità funzionale, composta di software, hardware e reti, che eroga un valore per i suoi utenti. Esempi di servizi ICT possono essere un social media come Facebook, un servzio mail come GMail, un software ERP come SAP, un software come la suite Office di Microsoft o una app come quella per pagare un parcheggio.
Diventano quindi necessari gli ambiti:
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Business Management: gestione dal punto di vista business ed economico, deve garantire un ROI per il servizio.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Technical Management: gestione metodologica e tecnica, presuppone l’uso delle tecniche di Project Management applicate al contesto ICT.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Design e Plan: progettazione tecnica ed architetturale, dove è compresa la raccolta dei requisiti e la definizione delle esigenze funzionali cui il progetto pone una risposta.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Build: costruzione tecnica del servizio obiettivo del progetto, quindi sviluppo, integrazione e collaudi.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Run: parte di esercizio, in cui il servizio deve svolgere il compito per cui è stato creato rispettando i parametri di funzionamento stabiliti durante le fasi precedenti.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Enable: tutto l’insieme delle attività di supporto che abilitano il funzionamento del servizio, che comprendono anche le relazioni commerciali tra entità giuridiche diverse (ad esempio clienti-fornitori).

Il quadro va pensato in termini temporali: tutti i servizi sopra citati non sono entità statiche, che una volta realizzate rimangono costanti, ma strumenti che evolvono nel tempo, seguendo le mutevoli esigenze funzionali di chi le usa. Pensiamo, ad esempio, a come nel tempo si sono evoluti Facebook o GMail. Ne deriva che, in realtà, il ciclo plan-build-run si ripete continuamente nel tempo, con l’aggiunta di funzionalità sempre nuove e la correzione di errori e imprecisioni.
Altri profili e prossime sfide
Nel diagramma sottostante sono invece rappresentati, inquadrandoli nei 6 ambiti fondamentali, i ruoli di seconda generazione, che devono svolgere le funzioni degli ambiti fondamentali. Tra di essi sono riconoscibili alcuni ruoli “storici” come il developer o sviluppatore, il CIO – evoluzione dell’ EDP/IT Manager, l’IT Project Manager, il Business Analyst o analista funzionale, il Sysadmin o sistemista [2].

Alcuni ruoli sono di collocazione “varia”, come l’ICT Consultant, che è a cavallo fra diversi ambiti. O il Service Manager, che si colloca fra la gestione tecnica ed il run. Altri ruoli sono nati con le nuove tecnologie, come il Business Information Manager, responsabile, fra l’altro, delle informazioni e della conoscenza in un’azienda e figura funzionale che dovrà un domani dirigere chi si occupa materialmente di Big Data.
In ogni caso è stabilita una nomenclatura standard, che identifica ruoli precisi e gli associati compiti e definisce ordine nel mare magnum dell’ICT, finora molto anarchico. Il quadro sicuramente si evolverà nel tempo al procedere della evoluzione dell’ICT e nuovi profili dovranno essere creati.
La certificazione professionale [3], disponibile per profili come il Security Specialist, l’IT Project Manager ed il Business Analyst, aggiunge valore alla figura del professionista che la possiede, in quanto riconosciuta da Accredia, l’Ente Italiano di Accreditamento.
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Inquadrato il discorso in ambito generale, proviamo ora a entrare più nello specifico.
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[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un’azienda di informatica italiana, come ad esempio il Gruppo Maps, di che profili ha bisogno?
Senz’altro di molti Developer, Test Specialist e Digital Media Specialist, di alcuni sysadmin, DBA, network specialist e technical specialist, di diversi Business Analyst, System Analyst e Systems Architect, di diversi Project Manager e Account Manager, di almeno un Quality Assurance Manager. Il tutto tenendo conto del fatto che più ruoli possono essere ricoperti dalla stessa persona, magari in diversi progetti, purché essa abbia gli skill necessari e il tempo uomo sufficiente a disposizione.
[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un’azienda non di informatica, invece, di che profili ha la necessità?
Sicuramente di un CIO, di un Security Manager, di diversi sysadmin, network specialist e DBA, di service desk agent. Inoltre di ICT Consultant e Technical Specialist, questi ultimi tipicamente esterni. Se è presente un settore di sviluppo interno saranno necessari anche diversi developer.
[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un’ultima questione: chi si affaccia per la prima volta al mondo dell’ICT può, da subito, aspirare a ricoprire uno qualsiasi di questi profili?
Nella maggior parte dei casi no, perché i ruoli più manageriali richiedono sicuramente anche esperienza operativa sul campo.
Nel prossimo articolo vedremo come l’Università prepara le persone che diventeranno i professionisti ICT di domani.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
[1] www.wikipedia.org
[2] Giulio Destri, “Sistemi Informativi. Il pilastro digitale di servizi ed organizzazioni”, Ed. FrancoAngeli, 2013
[3] www.certificazioneprofessioni.org
[/boxed_content]
[dropcap3]S[/dropcap3]cuola, piattaforme social, mondo delle imprese e media, tutti abbiamo una responsabilità di fronte alla diffusione di false notizie, e tutti possiamo fare qualcosa, perché la falsa notizia non solo distorce la realtà, ma indebolisce le nostre democrazie.

Questo condivisibile invito è stato rivolto dalla Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini il 21 aprile 2017 in occasione della giornata di lavori #bastabufale a Montecitorio.
La responsabilità di cui dobbiamo sentirci investiti, riguarda le varie fasi attraverso cui una notizia, quindi un contenuto, viene alla luce, dalla sua creazione, al corretto utilizzo della lingua, alla divulgazione nei canali informativi, offline ed online.
Chiamiamola pure “responsabilità morale” del cittadino di fronte alla società, che comporta doveri di iniziativa e di partecipazione consapevole estesi a tutti, compresi i giovani e i giovanissimi, come ci ha insegnato il giurista Alessandro Galante Garrone, quando ancora si studiava Educazione Civica a scuola. Perché la società nella quale viviamo può e deve essere da noi continuamente migliorata.
[bctt tweet=”La creazione e la divulgazione di una notizia debbono sottostare ad una responsabilità morale.” username=”MapsGroup”]
A ben vedere, però, già il tema della diffusione in sé delle notizie, prima ancora di analizzare la loro veridicità o meno, si presta a valutazioni interessanti, soprattutto se estendiamo il campo di indagine ad un particolare destinatario: l’ente pubblico, cioé quel soggetto deputato all’esercizio della funzione amministrativa per conseguire l’interesse pubblico. In questo caso infatti, il problema che spesso si riscontra è legato:
- alla carenza stessa di informazioni approfondite,
- alla loro difficoltà di reperimento,
il tutto frutto di una cultura consolidata nell’ente pubblico che considera la comunicazione come un servizio opzionale, quasi “on demand”, anziché esso stesso un servizio per portare le attività svolte a conoscenza dei cittadini.
Mentre invece, il tema della trasparenza amministrativa e dell’anticorruzione trova tutto sommato un’adeguata disciplina e diffusione nell’ente pubblico, grazie al “decreto trasparenza” (d.lgs n. 33/2012), così come modificato d.lgs. n. 97/2016, per citare i provvedimenti legislativi più recenti che incentivano la cultura della legalità e promuovono il potere di controllo dei cittadini, contribuendo di fatto ad alimentare il rapporto di fiducia tra cittadino e pubblica amministrazione (vedi il nostro white paper “Open Data e Valore Pubblico“).
Cosa e come comunica un ente pubblico? L’esempio di un ente pubblico: il Comune.
L’attività di un Comune è espressione di linee guida di natura politica, individuate dagli amministratori e tradotte in azioni dagli uffici. Nello specifico, gli amministratori gestiscono risorse e producono servizi, in applicazione delle politiche cui i cittadini hanno attribuito fiducia attraverso il loro voto.
I risultati dell’attività di gestione sono quindi portati a conoscenza dei cittadini attraverso l’attività di comunicazione.
Il Piano di Comunicazione è lo strumento strategico che permette il coordinamento di tutte le attività di comunicazione, siano esse rivolte all’esterno, o rivolte all’interno dell’ente. L’aggiornamento di tale documento, permette inoltre di misurare i risultati che la comunicazione ha prodotto.
[bctt tweet=”Il Piano di Comunicazione è uno degli strumenti strategici di un Ente.” username=”MapsGroup”]
Quali sono i risultati attesi?
Se l’attività di un Comune è finalizzata a conseguire gli obiettivi che sono stati affidati all’Amministrazione scelta dagli elettori, è normale che il punto di partenza sia costituito dal programma elettorale, che per l’occasione viene adeguatamente suddiviso in una sezione strategica ed in una operativa. Il tutto confluisce nel cosiddetto documento unico di programmazione – DUP – che unisce in sé la capacità politica di prefigurare finalità di ampio respiro con la necessità di dimensionare gli obiettivi alle reali risorse disponibili.
Per questo motivo, pur essendo un documento di durata triennale, le linee programmatiche di mandato e gli indirizzi strategici vengono aggiornati con cadenza annuale, in base alle mutate esigenze; allo stesso modo le decisioni strategiche vengono adeguatamente calibrate con un taglio realistico ed operativo, individuando le risorse finanziarie, umane e strumentali. Di pari passo, quindi, anche la comunicazione non può che essere considerata come un processo in continuo divenire, in quanto al cambiamento di obiettivi e contenuti, mutano necessariamente modalità e strumenti con i quali si comunica.

La comunicazione al tempo dei social media
Se in un Comune l’attività comunicativa esterna tradizionale, fatta di riunioni, assemblee pubbliche, comunicati stampa, gestione dei rapporti con i media, con le associazioni e gli operatori del territorio, è tutto sommato ancora rappresentativa di un modello di comunicazione “verso” il cittadino, l’avvento dei social media ha generato delle conseguenze importanti nel modo di comunicare, relativamente ai tempi di gestione – divenuti molto più rapidi – all’interazione con il cittadino, all’organizzazione interna del lavoro, al coordinamento degli uffici, alla necessità di promuovere la formazione e le competenze digitali tra il personale.
Questa nuovo paradigma della comunicazione “con” il cittadino, se da un lato evidenzia un percorso democratico di avvicinamento delle istituzioni agli interlocutori, dall’altro mette sul piatto importanti questioni da affrontare e risolvere da parte di un ente pubblico, e di un Comune in particolare che, per sua natura, rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo:
[icon image=”ss-highvolume” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]capacità di ascoltare,
[icon image=”fa-comments-o” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]capacità di distinguere la conversazione dall’informazione,
[icon image=”fa-users” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]capacità di considerare il cittadino non solo come portatore di un bisogno, ma anche di competenze e soluzioni.
Questioni, anzi vere e proprie sfide che, se gestite al meglio, possono attribuire al Comune, più che ad ogni altro ente, il ruolo privilegiato di ricostruire quel rapporto di fiducia che si è incrinato tra l’amministratore pubblico ed il cittadino.
Perché allora non provare anche noi, nel nostro piccolo, a gettare qualche seme per consentire la ricostruzione di quel rapporto di fiducia, applicando a noi stessi il cambiamento che vorremmo vedere negli altri, come diceva Gandhi, e sentendoci investiti in prima persona di quella responsabilità morale da cui siamo partiti? Cercando i dati, “ascoltandoli”, analizzandoli, estraendone informazioni utili a comprendere quali sono i bisogni della collettività, mettendoli anche a confronto su area vasta. Con metodo scientifico, per arrivare ad individuare i temi di maggior interesse per i cittadini, lo stadio di conoscenza diffusa, le politiche più adatte per potervi positivamente incidere.
Lo faremo grazie a Webdistilled, un potente software di Social Media Monitoring e Analisi della Reputazione Semantica Online, conducendo un’analisi sui Comuni “social” capoluogo di provincia del Piemonte, ovvero: Torino, Cuneo, Novara, Vercelli, Biella, Alessandria.
Provando ad immaginare, partendo dai dati, un modello di comunicazione sui social che possa incidere positivamente sulla strategia politica e sulla pianificazione operativa di un Comune. Restituendo, infine, ancora dati, risultati, e una Pubblica Amministrazione efficace.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.lastampa.it
www.harvardmagazine.com
www.futura.news
www.newsandcoffee.it
[/boxed_content]
[dropcap3]T[/dropcap3]ommaso Maria è il nome di mio figlio. Oggi, all’uscita da scuola, siamo entrati in auto ed io, presa come sempre dai ritmi quotidiani, ho acceso il motore per portarmi all’altro capo della città e recuperare la collega di studio che in bici era stata colta dalla pioggia.
Ad un tratto il piccolo mi ha detto:
“Sai mamma, la composizione dell’aria è rimasta immutata per milioni di anni, ma con lo sviluppo industriale e l’urbanizzazione è cominciato il suo progressivo inquinamento, ovvero la presenza di sostanze che modificano la sua composizione e il suo equilibrio dinamico”.
Ho fermato l’auto e spento il motore. Tommaso ha proseguito leggendomi la ricerca che avevano fatto a scuola.
E tu cosa fai (per prevenire e ridurre l’inquinamento dell’aria?).
“Queste sostanze causano, nel breve o nel lungo periodo, su scala locale o su scala globale, effetti dannosi per l’uomo e per il mondo animale e vegetale. Gli inquinanti vengono classificati in:
- inquinanti di origine “antropica”, in quanto derivano dall’attività dell’uomo;
- inquinanti di origine naturale, derivanti, ad esempio, dalle eruzioni vulcaniche.
L’inquinamento di origine antropica è generato da:
- grandi sorgenti fisse come le industrie;
- sorgenti fisse di piccole dimensioni, come gli impianti di riscaldamento;
- sorgenti mobili quali il traffico dei veicoli.
Tuttavia, dopo un periodo più o meno lungo di permanenza nell’atmosfera, la natura riesce a rimuoverne una determinata quantità. Per citare un esempio, l’anidride carbonica, prodotta dalla combustione di combustibili fossili e dalla respirazione degli organismi viventi animali e vegetali, viene in parte assorbita dalla vegetazione con la fotosintesi, e anche neutralizzata in grande quantità dalle acque del mare, che sono in grado di fissarla attraverso il fitoplacton e di stabilizzarla sotto forma di rocce sedimentarie carbonatiche. Parliamo di equilibrio dinamico, la cui stabilità dipende dalla capacità di questi processi di “autodepurazione” di neutralizzare, o almeno limitare, gli effetti negativi delle attività umane. Il problema nasce quando le quantità di inquinanti emessi nell’atmosfera superano la sua capacità di “autodepurazione”, aumentano la loro concentrazione nell’aria e raggiungono limiti dannosi per l’uomo e per la natura. In questo caso il modello di sviluppo dell’uomo e di un paese può divenire non più “sostenibile” nel lungo periodo.
Preoccupata per l’assottigliamento della fascia di ozono stratosferico e per i cambiamenti climatici che ostacolano lo sviluppo di vaste regioni della Terra, la comunità internazionale ha adottato, nel corso degli anni, una serie di provvedimenti per la tutela dell’atmosfera:
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Il Protocollo di Montreal, adottato nel 1987, ha avviato una strategia globale per la protezione della fascia di ozono: ai Paesi industrializzati, e dal 2004 anche ai Paesi in via di sviluppo, è vietata la produzione e il consumo delle sostanze ritenute responsabili della distruzione dell’ozono stratosferico.
Un passaggio indubbiamente significativo nella risposta ai cambiamenti climatici fu l’adozione dell’ormai noto Protocollo di Kyoto, adottato formalmente nel 1997, ed entrato in vigore nel 2005, anche se mai ratificato dagli Stati Uniti, il principale emettitore fra i paesi industrializzati. Il Protocollo di Kyoto impegna legalmente i paesi sviluppati a specifici obiettivi di riduzione delle emissioni dei gas ritenuti responsabili dell’effetto serra.
La maggior parte delle nostre città è interessata dal problema dell’inquinamento dell’aria. Lo confermano le centraline che misurano le concentrazioni degli inquinanti ma, anche se le stazioni di monitoraggio non sono presenti, a volte qualche fastidio o difficoltà nel respirare ci fa pensare che la qualità dell’aria non sia buona. Il traffico urbano è oggi la principale fonte di inquinamento atmosferico di tutte le città. A questo si aggiungono le emissioni degli impianti di riscaldamento durante l’inverno. Le sostanze inquinanti sono causate dalla combustione che avviene nei motori degli autoveicoli e negli impianti termici. Tra tutti gli inquinanti prodotti, le polveri sottili rappresentano il maggior problema per le nostre città. Infatti, in molte città italiane, il particolato sospeso con diametro inferiore a 10 micron, detto PM10, supera sempre più spesso le soglie di concentrazione indicate dalla normativa.
Per cercare di ridurre la concentrazione di PM10, le amministrazioni pubbliche prendono provvedimenti quali:
- la circolazione a targhe alterne,
- i blocchi del traffico,
- la creazione di zone chiuse al traffico dei veicoli più inquinanti.
Questi provvedimenti, però, non bastano ad abbattere l’inquinamento urbano, perché spesso si tratta di misure solo temporanee, come le domeniche senza auto. Per ridurre sensibilmente l’inquinamento urbano sono necessari cambiamenti nei comportamenti di ognuno di noi. Esistono le cosiddette buone pratiche per ridurre l’inquinamento delle nostre città:
- limitare il più possibile l’uso dell’auto privata privilegiando altri mezzi di trasporto.
- Guidare a velocità moderata così producendo meno sostanze inquinanti e risparmiando.
- Non parcheggiare in modo da intralciare il traffico.
- Ove possibile, non sostare con il motore acceso e spegnere il motore quando si è fermi in coda per lungo tempo.
- Controllare periodicamente il motore e lo scarico delle proprie vetture.
Utilizzare i mezzi pubblici, la bicicletta e i piedi. - Se proprio bisogna usare l’auto, cerca di viaggiare con più passeggeri e organizzarsi per fare car pooling.
Acquistare casomai un’automobile ecologica. - Insieme ad altri cittadini chiedere alle amministrazioni locali di realizzare piste ciclabili, pedonali o zone pedonali e a traffico limitato.
Le organizzazioni internazionali, i governi nazionali e le imprese possono impegnarsi nella riduzione delle emissioni inquinanti e di “gas serra” adottando politiche ambientali specifiche. In molti paesi si sono già ottenuti dei buoni risultati e le imprese prestano particolare attenzione nel ridurre sempre più le emissioni in aria di inquinanti.
Anche ciascuno di noi, singolarmente, può dare il proprio contributo adottando quotidianamente alcune buone pratiche! La qualità dell’aria che respiriamo dipende da tutti noi: con piccole attenzioni quotidiane, ognuno di noi può contribuire a ridurre le emissioni di inquinanti nell’aria, e non solo: anche il nostro portafoglio ne trarrà beneficio.
Uno spot recitava:” Più fresco tu, più fresca la Terra”. In inverno, se si abbassasse la temperatura media delle aule di un solo grado centigrado, si potrebbe risparmiare il 7% delle emissioni di CO2 della scuola. Inoltre, l’utilizzo di materiali isolanti per le finestre, tetti e muri permette di ridurre i consumi per il riscaldamento e quindi di risparmiare energia. La manutenzione ordinaria delle caldaie e degli impianti di riscaldamento e il controllo dei fumi sono periodicamente necessari per ridurre le emissioni degli impianti termici. Infine, la metanizzazione degli impianti, l’utilizzo di pannelli solari e fotovoltaici ed il risparmio energetico in genere contribuiscono a limitare le emissioni da impianti termici. E così via…La carta poi è sempre giovane! Anche riciclando la carta possiamo diminuire l’emissione di gas pericolosi. Per produrre la carta occorre energia, si abbattono gli alberi e vengono utilizzati prodotti chimici, come leganti, sbiancanti e solventi, che producono inquinamento atmosferico.
Tu cosa puoi fare per prevenire e ridurre l’inquinamento dell’aria e contrastare l’effetto serra antropico? Parola d’ordine: scegliere, differenziare e riciclare. Lo smaltimento dei rifiuti emette in atmosfera una grande quantità di gas pericolosi. Per esempio, per ogni chilogrammo di rifiuto organico si producono 0,31 kg di metano, un pericoloso gas serra. Scegliamo i prodotti confezionati con imballaggi riciclabili.”
[bctt tweet=”Differenziare e riciclare i rifiuti significa produrre meno gas nocivi per l’ambiente.” username=”MapsGroup”]
L’elogio della legge – 1. Norme in materia di controllo dell’inquinamento atmosferico.
Solo per dare un seguito tecnico all’elogio della legge: la norma quadro in materia di controllo dell’inquinamento atmosferico è rappresentata dal Decreto Legislativo n. 155/2010 che contiene le definizioni di valore limite, valore obiettivo, soglia di informazione e di allarme, livelli critici, obiettivi a lungo termine e valori obiettivo. Il Decreto individua l’elenco degli inquinanti per i quali è obbligatorio il monitoraggio e stabilisce le modalità della trasmissione e i contenuti delle informazioni sullo stato della qualità dell’aria, da inviare al Ministero dell’Ambiente.
Il provvedimento individua nelle Regioni le autorità competenti per effettuare la valutazione della qualità dell’aria e per la redazione dei Piani di Risanamento della qualità dell’aria nelle aree nelle quali sono stati superati i valori limite. Sono stabilite anche le modalità per la realizzazione o l’adeguamento delle reti di monitoraggio della qualità dell’aria.
[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Di recente sono stati emanati:
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il DM Ambiente 29 novembre 2012, che, in attuazione del Decreto Legislativo n.155/2010, individua le stazioni speciali di misurazione della qualità dell’aria,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il Decreto Legislativo n.250/2012, che modifica ed integra il Decreto Legislativo n.155/2010, definendo anche il metodo di riferimento per la misurazione dei composti organici volatili,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM Ambiente 22 febbraio 2013, che stabilisce il formato per la trasmissione del progetto di adeguamento della rete di monitoraggio,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM Ambiente 13 marzo 2013, che individua le stazioni per le quali deve essere calcolato l’indice di esposizione media per il PM2,5.
[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Inoltre:
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il DM 5 maggio 2015 stabilisce i metodi di valutazione delle stazioni di misurazione della qualità dell’aria di cui all’articolo 6 del Decreto Legislativo n.155/2010;
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM 26 gennaio 2017 modifica ulteriormente il Decreto Legislativo n.155/2010, recependo i contenuti della Direttiva 1480/2015 in materia di metodi di riferimento per la determinazione degli inquinanti, procedure per la garanzia di qualità per le reti e la comunicazione dei dati rilevati e in materia di scelta e documentazione dei siti di monitoraggio.
L’elogio della Legge – 2. Norme in materia di prevenzione e limitazione delle emissioni in atmosfera.
La norma quadro in materia di prevenzione e limitazione delle emissioni in atmosfera è costituita dal Decreto Legislativo 3 aprile 2006 n. 152, parte V, che si applica a tutti gli impianti (compresi quelli civili) ed alle attività che producono emissioni in atmosfera stabilendo valori di emissione, prescrizioni, metodi di campionamento e analisi delle emissioni oltre che i criteri per la valutazione della conformità dei valori misurati ai limiti di legge.
Il Decreto è stato aggiornato dal D.Lgs. n.128/2010. Di recente il D.Lgs. n.152/2006 ha subito ulteriori modifiche a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs 4 marzo 2014, n. 46 , che oltre a modificarne le Parti II, III, IV e V, ha assorbito ed integrato i contenuti del D.Lgs. 11 maggio 2005, n. 33 sull’incenerimento e coincenerimento dei rifiuti. Quest’ultimo decreto sarà abrogato a partire dal 1° gennaio 2016.
Per gli impianti sottoposti ad autorizzazione integrata ambientale (AIA) vale quanto previsto dal D.Lgs. 152/2006 (parte II) che ha ripreso, in toto, i contenuti del D.Lgs. 18 febbraio 2005, n. 59 (già abrogato dal D.Lgs. 128/2010).
[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Inoltre:
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il 13 marzo 2013 è stato emanato il DPR n. 59/2013 che, oltre a regolamentare e semplificare gli adempimenti in materia di autorizzazione unica ambientale per gli impianti non soggetti ad autorizzazione integrata ambientale, obbliga gli stabilimenti, in cui sono presenti attività ad emissioni scarsamente rilevanti, all’adozione delle autorizzazioni di carattere generale riportate in Allegato I al DPR n. 59/2013 stesso.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il 16 aprile 2013 è stato emanato anche il DPR n.74/2013, ovvero il Regolamento recante definizione dei criteri generali in materia di esercizio, conduzione, controllo, manutenzione e ispezione degli impianti termici per la climatizzazione invernale ed estiva degli edifici e per la preparazione dell’acqua calda per usi igienici sanitari.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Per quanto attiene il contenimento delle emissioni e dei gas ad effetto serra, il D. Lgs n. 171 del 21 maggio 2004 (attuazione della Direttiva 2001/81/CE), stabilisce i limiti nazionali di emissione di SO2, NOX, COV, NH3, che dovevano essere raggiunti entro il 2010.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La Direttiva 2001/81/CE sarà in vigore fino al 1° luglio 2018, data entro la quale il Governo Italiano dovrà recepire la nuova Direttiva n. 2284 del 14 dicembre 2016 concernente la riduzione delle emissioni nazionali di determinati inquinanti atmosferici. Quest’ultima stabilisce i nuovi impegni nazionali di riduzione delle emissioni di biossido di zolfo (SO2), ossidi di azoto (NOx), composti organici volatili non metanici (COVNM), ammoniaca (NH3) e particolato fine (PM2,5).
Bene, ora andiamo a prendere la collega all’altro capo della città perché sta piovendo. E poi, da domani, tutti in bici sulle piste ciclabili parmigiane a prendere una boccata di aria fresca.
[dropcap3]C[/dropcap3]ome anticipato nell’articolo sul gradimento dei diversi post di 6MEMES tra le varie piattaforme social, siamo giunti al primo appuntamento con la rassegna trimestrale “Il meglio di 6MEMES”.
La finalità è quella di creare una sorta di rassegna stampa interna sui contenuti che il pubblico ha dimostrato di apprezzare maggiormente; la differenziazione che proponiamo è in base alla piattaforma social di condivisione degli stessi, così da ricavarne informazioni utili anche in base ai diversi codici comunicativi.
La multi valenza di Facebook
Iniziamo con Facebook, il social network con il maggior numero di utenti e il più frequentato, in grado ancora di esprimere l’evoluzione delle tendenze nell’uso della rete e la curiosità del pubblico verso le novità.
Non a caso si confermano sul podio due post che approfondiscono l’evoluzione in atto del nostro blog “6MEMES”.
I contenuti con il più alto valore di gradimento sono stati infatti il report sul valore comunicativo delle varie piattaforme social di MAPS nell’anno appena concluso, e l’articolo sul restyling del blog “6memes”, che ne presenta la nuova ed elegante “forma” e la consistente “sostanza”, che cercano di interpretare “a tutto tondo il valore della condivisione della conoscenza”.
Sul terzo gradino del podio si colloca un argomento più settoriale, il percorso della sanità verso la predictiveanalysis, esposto da Maurizio Pontremoli con una scrittura semplice, breve e mirata a ciò che si vuole comunicare, e che racconta dal “di dentro” un ambito tecnico di grande attualità: la predictive analysis in ambito sanitario.
[bctt tweet=”Il pubblico dei social non apprezza solo la leggerezza, ma anche il valore della conoscenza.” username=”MapsGroup”]
Come ci parla invece Linkedin?
Continuiamo la nostra navigazione nel mare-web di Linkedin, il social orientato allo sviluppo di contatti professionali. E proprio il pubblico di professionisti, senza dubbio competente ed interessato agli sviluppi in campo tecnologico, premia con ben 2.299 visualizzazioni il post con il quale si inaugura la nuova rubrica “Information and communications technology” curata dal Prof. Giulio Destri, ingegnere elettronico ed ICT project manager, il quale ci conduce attraverso la tecnologia sulla quale si basa ormai il nostro quotidiano e l’operatività delle aziende.
Segue con uno scarto di poche decine di visualizzazioni – confermandosi vincente anche in questo contesto social – il post che ci illustra come il blog 6memes ha acquistato “maturità e un pizzico di saggezza in più”. La cultura trionfa anche sul terzo gradino del podio dove, nel post in questione, Raffaele Gaito ci racconta del progetto Hetor e di come, grazie a social ed Open Data, la Regione Campania ha intrapreso un percorso digitale per mostrare le sue ricchezze turistiche ed eno-gastronomiche.
Le conferme di Twitter
Per quanto riguarda infine Twitter, la classifica dei tweet più apprezzati sia dal punto di vista delle visualizzazioni che delle condivisioni conferma e valorizza al primo posto l’approfondimento sul progetto HETOR, con ben 1.668 visualizzazioni e 24 interazioni del pubblico (tra clic, mi piace e retweet), seguito da due nostre “conoscenze”: l’articolo di Maurizio Pontremoli sulla Predictive Analysis e la notizia del “trucco e parrucco” di arricchimento, soprattutto contenutistico, del nostro blog.
Eccoli dunque in bella mostra i contenuti che, sulle varie pagine social, hanno riscosso l’apprezzamento maggiore.

Per concludere…
Continueremo a monitorare il blog nei prossimi mesi, fornendo al pubblico dei nostri lettori un’analisi puntuale su cosa piace e stimola attenzione, con l’obiettivo di utilizzare questi riscontri in un’ottica di continuo miglioramento perché:
Ogni qualvolta cerchiamo di essere migliori di quello che siamo, anche tutto quanto ci circonda diventa migliore.
Paulo Coelho
[dropcap3]P[/dropcap3]arlare di domotica – forse anche a causa di una certa assonanza linguistica – fa pensare perlopiù ad ambiti tecnologici, robotici, e comunque complessi se non tipicamente industriali.
In realtà – come la cronaca ha dimostrato anche di recente – la domotica può rivelarsi più che mai utile nella vita di tutti giorni anche grazie ai sistemi che hanno, tutto sommato, un impatto davvero relativo, personalizzabile e alla portata di tutti.
Il caso di cui parlavamo, infatti, è quello in cui una donna vittima di un incendio domestico che è stata tratta in salvo grazie al sistema di allerta automatizzato della sua abitazione, che ha chiamato i soccorsi in tempo al posto suo mentre lei, priva di sensi, non era in grado di farlo.
[bctt tweet=”La casa intelligente salva l’ambiente, le tasche e pure la vita!” username=”MapsGroup”]
Ma per comprendere tutti i benefici della robotica – tranquilli 😉 – non occorre riferirci a evenienze così drammatiche.
L’universo della robotica domestica… e non solo.
Come illustra infatti in maniera compiuta quest’articolo del sole 24 ore molto spesso abbiamo accessori “domotici” nelle nostre case senza nemmeno rendercene conto:
“Internet delle cose, algoritmi e strumenti di analytics, interfacce tattili e ad attivazione vocale, sensori, persino il cognitive computing: dentro la casa, ormai, c’è un universo di tecnologie in grado di aprire una frontiera che la domotica, anni fa, aveva solo iniziato ad esplorare. La casa, insomma, è veramente avviata a diventare smart”.
E se quello che sembra mancare a livello strategico nella nostra società è un progetto complessivo di agevolazione e diffusione della conoscenza di questi sistemi, alcune case produttrici che fanno del settore il loro business (ad esempio quello degli elettrodomestici) hanno da tempo superato il problema avviando la produzione nuovi prodotti ampiamente dotati di intelligenza domotica.
Mettendo di fatto il piede, anzi tutti e due, in un progetto – che poi coincide con uno stile di vita – che è conosciuto dall’opinione pubblica come Smart Home.
Harriet Green, Global Head di Ibm Watson IoT, ha non a caso di recente sostenuto che:
“Milioni di sensori forniscono oggi occhi e orecchie ad apparecchiature e dispositivi, aumentando la loro intelligenza integrata e consentendo loro di interagire con noi in modo più efficace”.
Si parla di sensori che – attraverso dispositivi come apparecchi medicali ed elettrodomestici – raccolgono dati non solo per utilizzarli nello svolgimento del proprio compito, ma per rendere quegli stessi sistemi sempre più sofisticati e, magari, produrne di nuovi.
Da qui a pensare che il nostro vivere quotidiano in quanto individui e quello dell’organizzazione in cui lavoriamo potranno essere presto influenzate in maniera decisiva dalla domotica (e forse in parte lo sono già), il passo è molto breve.
E i vantaggi in termini di performance e ottimizzazione delle nostre risorse sono indubitabili.
[bctt tweet=”Domotica e vita di tuttti i giorni: i vantaggi sono indubitabili.” username=”MapsGroup”]
Un notevole risparmio (di tempo e libertà).
Immaginiamo infatti di affidare in automatico alla nostra casa (o al nostro ufficio) tutte quelle incombenze quotidiane che ci portano via tempo, come accendere la lavatrice, chiudere le tapparelle, avviare ilo riscaldamento e così via… il risparmio di tempo (e di conseguenza la maggiore libertà d’azione) è palese per chiunque. Soprattutto quando tali pratiche, anziché essere come oggi a disposizione di pochi illuminati, saranno ampiamente diffuse e integrate tra loro.
Non a caso un colosso come Amazon ha già una sezione apposita nel suo sterminato supermercato online:

Una grande vetrina online in cui chiunque (o quasi) può applicare il fai-da-te non solo ai lavoretti di falegnameria, ma alla messa a punto, tanto per fare un esempio, dell’impianto di allarme di casa in pochissimo tempo… Non male vero?
A proposito di tempo: come utilizzeremo poi noi quello libero e residuo?
Noi ci auguriamo che possa essere dedicato ad attività niente affatto automatiche: stare in compagnia con gli amici, leggere un libro, fare una passeggiata. Intanto che la nostra Smart Home provvede a tutto!