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Come cambiano le normative: arriva il GDPR. Di Giulio Destri.

GDPR: il “Gran Decreto Privacy”?

[dropcap3]N[/dropcap3]el precedente articolo abbiamo visto alcune delle problematiche di sicurezza, diretta ed indiretta, legate agli strumenti IT.
In questo articolo concentriamo invece l’attenzione sulla privacy dei dati, connessa in modo molto stretto con la sicurezza, e sulla nuova norma europea che entrerà in vigore nel maggio 2018, il Regolamento UE 679/2016, meglio noto come General Data Protection Regulation o GDPR.
In Italia esistono già norme sulla privacy: la Legge n. 675 del 31/12/1996, sostituita poi dal D.lvo 196/2003 noto anche come “Decreto Privacy”, che ha contribuito a fare crescere la consapevolezza della necessità di sicurezza dei dati, anche se i suoi obblighi, come il documento programmatico di sicurezza informatica sono stati spesso disattesi e alcuni hanno cessato di essere obbligatori nel 2012.
Il nuovo regolamento europeo viene a sostituire le normative precedenti in tutti i paesi della UE e, per come è stato strutturato, diviene legge nei vari paesi direttamente, senza alcun bisogno di ratifica da parte dei parlamenti nazionali. Per questo, essendo il successore del Decreto Privacy di cui amplia aspetti e regole, durante la riunione di un comitato tecnico di cui faccio parte il GDPR è stato soprannominato scherzosamente “Gran Decreto Privacy” :-).

[bctt tweet=”Il nuovo regolamento europeo sostituisce le normative precedenti in tutta la UE.” username=”MapsGroup”]

Ad un primo esame, il nuovo regolamento si presenta come estremamente rigoroso, intransigente e, soprattutto, sanzionatorio. Infatti introduce sanzioni molto pesanti per i trasgressori, che possono giungere a multe pari a milioni di euro o al 4% del fatturato globale di un’azienda. In realtà un esame più approfondito rileva gli indubbi aspetti positivi del nuovo regolamento, accompagnati comunque anche da caratteristiche negative.
Come molte norme europee il regolamento è suddiviso fra principi (173 elementi definiti “considerando”) e 99 articoli (che definiscono la norma effettiva) il cui ruolo, senza una precedente lettura dei considerando, non apparirebbe altrettanto chiaro.

Definiamo ora l’ambito di azione del GDPR.

Il GDPR stabilisce norme relative alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché norme relative alla libera circolazione di tali dati. Per “dato personale”, come specificato nell’articolo 4 dello stesso GDPR, si intende:

“(…) qualsiasi informazione riguardante una persona fisica identificata o identificabile”, definita subito dopo col termine “interessato”.

Inoltre:

“(…) si considera identificabile la persona fisica che può essere identificata, direttamente o indirettamente, con particolare riferimento a un identificativo come il nome, un numero di identificazione, dati relativi all’ubicazione, un identificativo online o a uno o più elementi caratteristici della sua identità fisica, fisiologica, genetica, psichica, economica, culturale o sociale”.

[bctt tweet=”Il GDPR norma la protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali.” username=”MapsGroup”]

Quindi il GDPR si preoccupa della protezione dei dati personali, immagazzinati con strumenti fisici (es. archivi cartacei) e/o elettronici e di regolamentare i trattamenti che essi possono subire. Per “trattamento”, sempre nell’articolo 4, il GDPR intende.

“(…) qualsiasi operazione o insieme di operazioni, compiute con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicate a dati personali o insiemi di dati personali, come la raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la strutturazione, la conservazione, l’adattamento o la modifica, l’estrazione, la consultazione, l’uso, la comunicazione mediante trasmissione, diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, la limitazione, la cancellazione o la distruzione”.

Ne consegue che il GDPR regolamenta anche i trattamenti di dati che sono alla base del web e social media marketing e, in generale, anche molti dei trattamenti che hanno luogo grazie ai Big Data (si veda questo articolo del 2015 relativo alla convergenza digitale). Potremmo dire che lo stesso potere delle più grandi aziende dei nostri tempi viene toccato, almeno sul territorio dell’Unione Europea!
Nello svolgere questo fondamentale compito, però, il GDPR introduce una serie di principi fondamentali e di direttive che vanno ad integrarsi profondamente con molteplici aspetti organizzativi, tecnologici e operativi della vita delle aziende e ha quindi un impatto ampio. Vediamo di seguito come.
Data protection

Aspetti fondamentali della norma sono:

[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il consenso informato (trasparenza) per gli interessati ai trattamenti, che devono ricevere in modo chiaro ed esaustivo tutte le informazioni relative ai trattamenti che i propri dati personali possono subire per qualsiasi motivo (ad esempio, analisi mediche, oppure la gestione della garanzia di un elettrodomestico); non sono più ammessi scenari di consenso “per default”: il consenso deve essere sempre espresso direttamente. Come dice il GDPR “i dati devono essere trattati in modo lecito, corretto e trasparente nei confronti dell’interessato («liceità, correttezza e trasparenza»);
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il diritto a ricevere informazioni se i trattamenti dei dati cambiano da parte degli interessati e il diritto dei medesimi ad opporsi al nuovo uso dei dati nei nuovi trattamenti. I dati “sono raccolti per finalità determinate, esplicite e legittime, e successivamente trattati in modo che non sia incompatibile con tali finalità”. Quindi non è più possibile, ad esempio, travasare i dati raccolti per una certa finalità in un nuovo archivio dove saranno usati per tutt’altro, senza l’esplicito ed informato consenso degli interessati.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  Minimizzazione dei dati: i dati devono essere adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali i dati sono trattati; quindi se in un certo processo di trattamento dei dati certe informazioni non sono necessarie, è bene che non siano nemmeno presenti.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  I dati devono essere esatti e, se necessario, aggiornati: devono essere adottate tutte le misure ragionevoli per cancellare o rettificare tempestivamente i dati inesatti rispetto alle finalità per le quali sono trattati; a questo proposito esistono purtroppo tantissimi casi, recenti e meno recenti, di persone che hanno subito danni per errori nei dati che li riguardavano.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] I dati devono essere conservati in una forma che consenta l’identificazione degli interessati per un arco di tempo non superiore al conseguimento delle finalità per le quali sono trattati; quindi non è più possibile conservare certi dati a tempo indefinito, solo a titolo di esempio, a molti di noi ancora capita di ricevere lettere pubblicitarie indirizzate a propri cari defunti da anni.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  I dati devono essere trattati in maniera da garantire un’adeguata sicurezza dei dati personali, compresa la protezione, mediante misure tecniche e organizzative adeguate, da trattamenti non autorizzati o illeciti e dalla perdita, dalla distruzione o dal danno accidentali («integrità e riservatezza»). In caso di danni o altro i titolari dei trattamenti sono tenuti a informare gli interessati. In altre parole i dati devono essere protetti da danni accidentali, da furti o danneggiamenti volontari, da abusi. E, in caso questi accadano, sia gli interessati, sia il Garante della Privacy ne devono essere informati (con rischi enormi sulla reputazione della organizzazione). Questo prosegue ed amplia principi e compiti già stabiliti nel DPR del 2003.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Principio di “responsabilizzazione”: i titolari del trattamento, ossia le aziende che gestiscono e trattano i dati, ovvero i loro rappresentanti legali, sono competenti per il rispetto di tutti gli obblighi suddetti e devono essere in grado di dimostrare tale rispetto.

[bctt tweet=”Non sono più ammessi scenari di consenso per default, ma deve essere espresso.” username=”MapsGroup”]

Il punto 7 rappresenta una rivoluzione rispetto a molte situazioni oggi esistenti, da cui discendono tutta una serie di conseguenze, non ultime le minacce delle sanzioni. Il dover essere in grado di dimostrare che si sta “lavorando in modo lecito, corretto, esatto, sicuro e responsabile” con i dati significa in sostanza:

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

  1. Dover conoscere tutti i trattamenti di dati in corso presso la propria organizzazione e quindi conoscere e poter dimostrare a richiesta:
    a. quali dati vengono trattati e in che modo sono rappresentati;
    b. per quale finalità sono trattati;
    c. entro quali processi aziendali sono trattati;
    d. con quali strumenti, informatici e non, sono trattati;
    e. chi (quali persone entro l’organizzazione) li trattano, con quale ruolo;
    f. quali strumenti di sicurezza sono posti a garantire la riservatezza, la esattezza e la disponibilità di tali dati.
  2. Mettere in atto (o avere in atto se si è già provveduto) tutte le misure necessarie per poter dimostrare tutte le informazioni del punto precedente e per poterle gestire ed aggiornare, mantenendole coerenti con i trattamenti esistenti man mano che essi si evolvono.
  3. Mettere in atto tutte le misure necessarie per fornire il consenso informato agli interessati e per raccogliere la loro autorizzazione esplicita.
  4. Impostare i processi necessari per tenere i dati aggiornati ed esatti o per integrarli o per cancellarli in base alla eventuale richiesta degli interessati.

Questi ed altri compiti vengono esplicitati nel GDPR, ad esempio, attraverso l’introduzione nell’articolo 30 del Registro del Trattamento. Questo è molto di più del documento programmatico di sicurezza del vecchio Decreto Privacy, in quanto:

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

  1. Deve tenere traccia in modo adeguato di tutte le operazioni di trattamento effettuate all’interno della singola organizzazione (come definito sopra).
  2. Deve costituire uno strumento operativo di lavoro, per censire le raccolte di dati esistenti in azienda e che deve tenersi sincronizzato con la evoluzione di queste.
  3. Rappresenta anche un documento probatorio con il quale il titolare dei dati può dimostrare, ad esempio, in caso di ispezione, di avere adempiuto alle prescrizioni del GDPR.

Inoltre, ad esempio nell’articolo 25, il GDPR regolamenta anche i nuovi trattamenti, successivi alla sua adozione in azienda, esprimendo alcuni principi come:

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

  1. La privacy sin dalla progettazione e per impostazione predefinita: in tutti i nuovi progetti di trattamenti di dati la privacy deve fare parte dei requisiti obbligatori e deve essere il caso di default; in pratica quindi tutto deve essere pensato partendo dalla privacy e sono eccezioni da giustificare i casi in cui la riservatezza dei dati è meno importante di altre caratteristiche.
  2. La protezione dei dati sin dalla progettazione e per impostazione predefinita: in tutti i nuovi progetti devono essere tenuti presente obbligatoriamente i principi di protezione e conservazione dei dati, complemento indispensabile della privacy.
  3. Deve essere svolta una adeguata analisi dei rischi.

Questi principi rappresentano una rivoluzione del modo di progettare i trattamenti dei dati, anche se sono conformi pienamente ai principi espressi da normative internazionali come ISO27001 (la sicurezza informatica) e ISO31000 (la gestione del rischio) e, in generale, ai temi della qualità espressi dalla normativa ISO9001 nella nuova versione del 2015.

[bctt tweet=”Il GDPR rappresentano una rivoluzione del modo di progettare i trattamenti dei dati.” username=”MapsGroup”]

In pratica quindi tutto questo significa che la piena conformità al GDPR non può essere svolta attraverso la mera scrittura di documenti fini a se stessi, ma richiede una serie di interventi di adattamento che agiscono a livello di processi (organizzazione aziendale), di risorse umane, di gestione dei rapporti con clienti e fornitori, oltre che di IT. Il progetto di adeguamento deve essere gestito con tutti i principi del buon Project Management (ad esempio la ISO21500).

A partire da tali presupposti, possiamo ignorare il GDPR?

Si, certo, possiamo farlo, ma correndo il rischio di multe salate e danni di immagine molto ampi, oltre che il fatto che fornitori o clienti di altri paesi europei, che si stanno già adeguando al GDPR, possano farci causa in caso di incidenti coi dati, o di usare la loro conformità come fattore competitivo.
In sostanza il GDPR deve essere visto più come una opportunità per migliorare il proprio modo di lavorare e per rendere più sicura la propria IT (si ricordi l’articolo precedente), più che non come l’ennesimo “male necessario”.
Alcuni aspetti citati del GDPR sono profondamente legati ad altre caratteristiche della Governance dei Sistemi e della Progettazione IT e saranno oggetto di approfondimento in successivi articoli.

Sitografia

– Testo del GDPR in Italiano
– Portale EUROPRIVACY
Portale del Garante Italiano della Privacy.

 

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6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia

Quando si dice corpo: tutti per uno, uno per tutti! Di Natalia Robusti.

Dire, fare, baciare… studiare, toccare, sezionare…

 
[dropcap3]A[/dropcap3]bbiamo parlato, nel primo articolo di questa rubrica, di come la forma esteriore del corpo racconti – anche culturalmente, ma non solo – le “storie” del corpo, chiamiamolo così, simbolico.
Vediamo invece ora come la nostra corporeità disponga di un proprio linguaggio, più o meno ermetico, anche in termini di salute e benessere.

Quando si parla del corpo, infatti, il linguaggio si arricchisce di una vasta gamma di significati, grazie al fatto che permette l’uso di molte figure retoriche, tra cui la metafora e, soprattutto, la sineddoche, in cui una parola che può avere un significato più o meno ampio di quello proprio. Alcuni esempi? Una parte per il tutto, il contenente per il contenuto, la materia per l’oggetto e via andando…
[bctt tweet=”Il corpo è, per eccellenza, un tutto composto da tante parti.” username=”MapsGroup”]
Il corpo, del resto, è – per eccellenza – un tutto composto da tante parti che contribuiscono quasi miracolosamente a tenerlo unito…
Non a caso il celebre  apologo del console romano Menenio Agrippa  paragonò la stessa società a un corpo, la cui sopravvivenza e il cui benessere dipendono dalla collaborazione di tutte le sue innumerevoli parti, da quelle più grandi alle più piccole (addirittura microscopiche). 
E che il corpo sia composto da tante parti ce lo ricorda innanzitutto l’anatomia, scienza un tempo proibita e praticata clandestinamente da Leonardo da Vinci. Già da allora – prima cioè di diventare una vera e propria materia necessaria allo studio scientifico del corpo e alla professione della medicina – l’anatomia ha dato all’Umanità inaspettate chiavi di accesso sia al corpo che alle sue diverse parti. Non per niente il termine Anatomia, che deriva dal greco, significa “sezionare” 🙂

Fortunatamente l’evoluzione medica e tecnologica ci consentono oggi di esplorare la nostra anatomia in maniera meno cruenta attraverso raggi, TAC, risonanze et così via che sezionano e mappano virtualmente il nostro corpo e lo raffigurano in rappresentazioni sempre più accurate.

Ma quali sono,  sono le parti che compongono il corpo umano?

Seziona e seziona, il tutto si riduce a una lista di “gruppi regionali” o apparati, che a loro volta contengono distretti e organi, suddivisi o per posizionamento o per sistemi di funzione.

Parliamo in sintesi (dal punto di vista dell’anatomia cosiddetta topografica) di: testa e collo, arti superiori, torace, addome, schiena, pelvi, perineo e arti inferiori.
A loro volta questa parti sono legate tra loro in apparati: apparato tegumentario (pelle, capelli e unghie), apparato scheletrico, apparato muscolare, sistema nervoso, sistema emolinfopoietico, apparato cardiovascolare, apparato respiratorio, apparato digerente, apparato urinario, apparato genitale.

E aggiungiamo alcune cifre interessanti:

“Prima che l’essere umano raggiunga l’età adulta, il corpo consiste in 100 trilioni di cellule. Ognuna è parte di un sistema di organi il cui scopo è consentire le funzioni vitali essenziali.”

Il corpo ai tempi di Google…

 
[dropcap3]O[/dropcap3]ra… basterebbero queste cifre per capire come la condizione di salute del nostro corpo sia in effetti un miracolo; eppure, quanto sin qui accennato, non è che la famosa punta dell’iceberg.
E che sia così lo dimostra qualsiasi analisi e serp sui motori di ricerca: siti e portali fanno a gara per riportarci la lista e i parametri dei valori normali cui dovrebbero riferirsi le nostre parti del corpo, assieme a un insieme di metodiche, apparecchi e iter diagnostici di prevenzione, individuazione e cura di malattie.
Il tutto in una quantità tale da solleticare pericolosamente l’ipocondiacro anche più latente di ciascuno di noi.
[bctt tweet=”Siti e portali fanno a gara per riportare la lista dei cosiddetti valori normali in materia di salute.” username=”MapsGroup”]
I marker della salute o della malattia, infatti, si riversano in innumerevoli liste di siti e link che Google e company ci propongono, spesso inseguendoci di pagina in pagina con pratiche di remarketing ricordandoci a ogni click della malattia o del valore ricercato in precedenza (sino a che non eliminiamo dalla nostra cronologia ‘sti benedetti cookies :-).
Ne consegue compresi rischi di una pratica dilettantesca della medicina con il diffondersi di cure fai-da-te dai dubbi esiti – che il livello di conoscenza (più o meno pertinente) riguardante il tema della salute e del benessere del corpo umano si è diffuso notevolmente.

La cultura della salute è infatti diventata un aspetto della cultura di massa. Nel male e nel bene. L’informazione e la consapevolezza sono infatti le prime e più potenti armi che il nostro corpo può adottare per difendersi dalle innumerevoli insidie che il mondo esterno mette in campo per danneggiarci, più o meno fatalmente.
E la prevenzione si attua con comportamenti virtuosi che nascono non solo da buone pratiche di vita, ma anche dalle conoscenze che ognuno di noi realizza sulla propria pelle. (Eccola qua: un’altra sineddoche!)
Per questo è importante saper interpretare i segnali che il corpo ci manda: quando è malato o sofferente, parla infatti una lingua particolare, che è bene conoscere.

[bctt tweet=”Le parole del linguaggio del corpo molto spesso sono espresse in numeri, o valori.” username=”MapsGroup”]

Dica trentatrè? No, anzi, dica 60 – 90 – 60.

[dropcap3]I[/dropcap3]l tema, vastissimo, e qui solo accennato, è di grande attualità. A proposito delle parole del corpo – molto spesso espresse in numeri – ve ne sono infatti alcune che, da sole, aprono scenari di possibili malesseri sottostanti.
Oggi, ad esempio, quando parliamo di stili di vita, sappiamo bene che a un corpo sovrappeso (o addirittura obeso) corrisponde non solo un aspetto appesantito, ma con tutta probabilità anche una serie di abitudini insalubri, alimentari e non.
Dall’altra parte, anche l’eccessiva magrezza può portare a forme di deperimento organico, e può essere il segnale di gravi disturbi alimentari, quali la bulimia o l’anoressia, che colpiscono fasce sempre pià ampie della popolazione giovanile, e non solo femminile.
Insomma: in entrambi i casi siamo lontani dalle mitiche, inarrivabil misure delle “maggiorate”, le celebri, un tempo idolatrate dalle masse, finte magre! 🙂

Anche in questo caso le parole da comprendere si esprimono in cifre, quelle del peso, che – se non rispettate in un determinato range (con limiti ben definiti di soglie minime e massime entro cui rimanere) – fanno scattare il famoso campanello d’allarme.
La scienza medica, secondo la medesima tassonomia dei valori minini e massimi entro cui posizionarsi, guarda anche ad altri innumerevoli numeri: frequenza cardiaca, pressione arteriosa, parametri vitali…
Per non parlare dei marker che riguardano la chimica del suo funzionamento: leucociti e linfociti, globuli bianchi e rossi, trigliceridi e tutte le altre sostanze che quotidianamente ci tengono in vita combattendo una lotta incessante.
Finito forse il tempo in cui l’unico vero numero magico della cura del corpo era il famoso 33 che il paziente seduto sul lettino doveva pronunciare, oggi dunque le cifre da osservare e confrontare sono davvero tante. Anzi, sono sempre di più, se vi aggiungiamo la materia del DNA.
Ed è proprio in questo incrocio – ovvero quello tra i dati apparenti e quelli silenti – che possiamo imparare ad autosorvegliarci, visto che a curarci debbono – per fortuna – pensarci altri.

Il colore e la forma della salute 😉


[dropcap3]C[/dropcap3]hi ha una certa età 😉 non può non ricordare “Esplorando il corpo umano”
in un cui, attraverso una serie di libri, cartoni animati e gadget, viene insegnato ai bambini il nostro corpo in tutte le sue parti, in un viaggio non meno immaginifico di quelli al centro della terra o tra le galassie dello spazio siderale.
[bctt tweet=”Il corpo è un vero e proprio universo dal cui funzionamento dipende la nostra esistenza.” username=”MapsGroup”]
E visto che quello che noi abitiamo, il nostro corpo, è un vero e proprio universo dal cui complesso funzionamento dipende la nostra stessa esistenza, non può stupire il nostro affanno nel tenerlo in salute, alla ricerca di una sorta di a-mortalità, se non proprio immortalità.
E fin qui tutto bene.
Ma se l’ascolto del linguaggio del nostro corpo oltrepassa alcuni confini – sollecitato da modelli salutistici ed estetici iper-accessoriati somministrati quotidianamente da tutti i media – ecco che un eccesso di informazioni spalanca le porte non solo a nuove aspettative, ma, a volte, a vere e proprie utopie.


Accade così sempre più spesso che gli uomini rincorrono il sogno di un corpo atletico, muscoloso, scattante, potente, simbolo di una efficienza professionale che garantisce un ruolo di preminenza nella società, e  le donne inseguono il sogno di un corpo magro, flessuoso, sempre vestibile, simbolo di una desiderabilità permanente.
Entrambi anelando a una dimensione di eterna giovinezza, in cui sia bandita la cellulite, appianate le rughe, eliminati i difetti fisici, i capelli bianchi, le macchie della pelle ecc.

[bctt tweet=”#Salute: un eccesso di informazioni spalanca le porte a nuove utopie. ” username=”MapsGroup”]

Questo spiega il crescente consumo di prodotti di bellezza e cosmetici, sia da parte delle donne, ma anche da parte degli uomini, e il dilagare delle diete più o meno fai-da-te.
Spiega anche l’aumento di pazienti/clienti che ricorrono all’intervento del chirurgo plastico, e la spaventosa crescita di disturbi legati alla alimentazione nei giovani e non solo, dall’anoressia alla bulimia, dalla denutrizione all’obesità. Il tutto in un legame tra estetica, cultura, salute e medicina quanto mai forte e intrecciato.
Il corpo dunque –  iper-consultato, iper-ascoltato, iper-sollecitato – rischia di diventare terreno di battaglia di differenti tensioni, strumento di affermazione o causa di fallimento, fonte quindi di gioia e disperazione a seconda che risponda o meno ai modelli cui conformarsi, e non solo a quelli realmente necessari e utili per il suo benessere.
Non che sia, questa, una novità…
 

L’Arte del corpo e la sua storia..

[dropcap3]A[/dropcap3] dirla tutta, probabilmente è sempre stato così, come non solo la scienza medica insegna, ma anche la storia della sua rappresentazione, soprattutto se indagata dal punto di vista della Storia dell’Arte.
Se il corpo, tutto e in ogni sua parte,  è il luogo stesso in cui si spende la nostra vita, è infatti inevitabile che sia lo snodo tra noi, il mondo esterno e il tempo che tutti ci attraversa. Ed è ineluttabile che, nel farlo, cerchi di sopravvivere in ogni sua forma, non solo etica, ma anche estetica.
Diceva – in maniera oltremodo predittiva –  il filosofo Merleau-Ponty:

“Per noi il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo; è la nostra espressione nel mondo, la forma visibile delle nostre intenzioni… Non è all’oggetto fisico che il corpo può essere paragonato, quanto piuttosto all’opera d’arte”.

Come per ogni linguaggio che si rispetti, dunque, anche quello del corpo tende alla durata, all’espansione, all’evoluzione. Nel male e nel bene. In Salute e in Malattia, appunto.
[bctt tweet=”Il corpo è molto più di uno strumento o di un mezzo: è la nostra espressione nel mondo” username=”MapsGroup”]
Ed è con queste parole che introduciamo il prossimo articolo, l’ultimo dedicato al corpo, tutto incentrato sulla sua rappresentazione nella Storia dell’Arte.  Un assaggio? Il celebre poeta Paul Valery, nel 1934, scriveva che

“Soltanto pochi anni fa il medico, il pittore e il frequentatore di case chiuse erano i soli mortali che conoscessero il nudo, secondo il suo caso”.

Parleremo quindi, tra le altre cose, di nudo. Di corpo maschile e femminile, di corpo santo e peccatore… Non so perché, ma prevedo un vasto pubblico… 😉

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6MEMES TRENDS Information and communications technology

ICT ed effetti indiretti di sicurezza: la CyberSecurity sulla scena politico-economica mondiale. Di Giulio Destri.

IT Security e CyberSecurity.

[dropcap3]N[/dropcap3]el primo articolo della serie è stato spiegato il ruolo centrale che l’Information e Communication Technology (ICT), o semplicemente IT, ha oggi nella nostra vita di tutti i giorni, sia professionale, sia personale.
Partendo ora dal ruolo dell’ICT nel nostro mondo, spieghiamo il concetto di sicurezza diretta ed indiretta dei sistemi ICT.

  1. Per sicurezza diretta intendiamo tutto ciò che riguarda la prevenzione di attacchi diretti ai sistemi ICT, come ad esempio l’effetto di virus informatici sul nostro PC di casa o sul server aziendale contenente i dati della contabilità. E questo è ciò che viene chiamato IT Security o ICT Security.
  2. Per sicurezza indiretta intendiamo:

– la prevenzione dell’uso di sistemi ICT come strumento ponte per condurre un attacco verso altri apparati che sono connessi a tali sistemi e anche (almeno in parte),

– la prevenzione che problemi nei sistemi ICT, dovuti magari ad eventi casuali, possano estendersi agli altri apparati connessi. E questo è ciò che viene chiamato CyberSecurity.

Quindi IT Security e CyberSecurity, pur strettamente connesse tra loro, non sono sinonimi.
La CyberSecurity è estremamente più vasta della IT Security, perché ormai l’IT pervade quasi ogni aspetto della nostra vita. E, siccome tendiamo a dimenticare questa pervasività, spesso siamo consapevoli della IT Security elementare (ad esempio, sappiamo o dovremmo sapere che è rischioso aprire un allegato di una mail proveniente da sconosciuti), mentre siamo molto meno consapevoli degli innumerevoli aspetti della CyberSecurity, destinati ad aumentare ulteriormente nei prossimi anni, per l’avvento di sempre nuove tecnologie.

Lo scenario della CyberSecurity.

Per spiegare meglio il concetto è utile un esempio tratto dalla storia: nel 2014 la grande banca americana J.P. Morgan ammise che dei pirati informatici erano penetrati nei suoi sistemi ed avevano rubato i dati di circa 80 milioni di clienti. Il punto interessante è come erano riusciti questi pirati a penetrare.

Furono necessari molti mesi di indagine per scoprire che i pirati informatici non avevano attaccato direttamente i sistemi informatici della banca, ma avevano percorso un’altra strada, aggirando le protezioni. In pratica, il sistema di climatizzazione dell’enorme edificio in cui il quartier generale della banca si trova, insieme ai sistemi informatici centrali, era governato da un computer, accessibile dall’esterno, per consentire all’azienda che gestiva l’impianto di climatizzazione di controllare l’impianto stesso. Questo computer non avrebbe dovuto essere collegato nella stessa rete degli altri (esistono infatti protocolli precisi per situazioni del genere), ma lo era stato. I pirati lo avevano usato quindi come ponte, per attaccare i sistemi informatici della banca con molta maggiore facilità rispetto ad un attacco diretto.
Proviamo ad espandere lo scenario, considerando le grandi infrastrutture come gli elettrodotti e gli acquedotti. Nei sistemi odierni, praticamente ogni centrale elettrica, così come ogni stazione di pompaggio, contiene uno o più computer, collegati ai sistemi di controllo degli apparati con opportune interfacce. In molti casi le centrali e le stazioni non sono presidiati da personale umano ed i computer sono connessi a reti per permettere il telecontrollo attraverso l’accesso remoto. Un attacco a questi computer potrebbe provocare il blocco degli apparati lasciando, ad esempio, un’area geografica più o meno vasta senza acqua o senza energia elettrica.
Lo stesso principio vale per altre infrastrutture, come i gasdotti o come le reti di trasporto. Nel mese di giugno 2017 un guasto informatico ha praticamente bloccato i voli di British Airways per molte ore, con le devastanti conseguenze sul traffico aereo. In base alle indagini sembra che la causa non sia stata un attacco deliberato, ma semplicemente un errore di un tecnico.
Considerando le infrastrutture critiche di una nazione, diventa possibile pensare ad una serie di attacchi informatici generalizzati rivolti a tali strutture come arma di guerra? La risposta è sì e questo approccio si chiama CyberWar o CyberWarfare (talvolta tradotto in italiano come guerra cibernetica o guerra informatica). Nel 2007 si registrò in Estonia il primo scenario di attacchi generalizzati alle infrastrutture, dalla rete gorvernativa alla Borsa che, per diverse settimane, furono sottoposti ad assalti massicci e coordinati, provenienti soprattutto dalla Russia e, molto probabilmente comandati dal governo russo, dato il clima di tensione politica fra i due Paesi in quell’anno.
Il coinvolgimento del governo russo non fu mai dimostrato, almeno ufficialmente, e i danni economici furono ingentissimi. L’episodio, considerato il primo caso riconosciuto di guerra cibernetica, dimostrò l’estrema vulnerabilità delle infrastrutture delle nazioni. Da allora la NATO ha organizzato una divisione di guerra cibernetica. Tutte le grandi potenze sono oggi impegnate attivamente nella difesa da CyberWar (e anche nella offesa, come diversi fatti hanno dimostrato, non ultimo il caso, non ancora chiarito completamente, della interferenza russa nelle ultime elezioni presidenziali americane).
[bctt tweet=”La #cybersecurity è ormai una protagonista chiave della scena politico-economica mondiale.” username=”MapsGroup”]
Restringendo lo scenario ad una casa, possiamo pensare al ruolo di dispositivi “smart” come elettrodomestici allacciati alla rete, SmartTV e sistemi domotici. Questi dispositivi consentono il controllo remoto della casa e, se attaccati, potrebbero consentire violazioni della privacy o anche l’ingresso non autorizzato nella casa stessa.

Computer e smart device non sono “semplici” elettrodomestici.

Uno dei fattori che sta incrementando i possibili attacchi cibernetici è la considerazione che, mediamente, le persone hanno dei nuovi dispositivi presenti da pochi anni sul mercato. Nella accezione comune un computer è considerato qualcosa di diverso da uno smartphone, da una smart TV, da una interfaccia di sistema di informazione ed intrattenimento (infotainment) presente nel cruscotto di un’automobile o da un frigorifero intelligente. Dopo anni di problematiche legate a virus informatici ed attacchi diretti le persone hanno iniziato a considerare il PC come qualcosa “da usarsi con una certa attenzione” (comunque spesso insufficiente, come dimostrano i tantissimi casi di attacchi informatici diretti causati da imprudenze di operatori umani). Mentre lo stesso discorso non vale per smartphone ed altri device, che nell’accezione comune sono equivalenti agli elettrodomestici delle generazioni precedenti. Non è così.
Oggi uno smartphone è a tutti gli effetti un computer, spesso con potenza di calcolo superiore a quella di PC di pochi anni fa. Ha la complessità di un computer e le vulnerabilità di un computer. E’ dunque soggetto al furto di informazioni ed alla azione di virus e software malevoli, come un computer.
Il discorso è, in alcuni casi, ancora peggiore per gli smart devices. Un frigorifero intelligente o una smartTV ospita di solito un sistema operativo completo, privato di alcune parti non necessarie, ma con tutta la connettività di rete presente. Connettività che può essere usata da pirati informatici per entrare nel sistema del dispositivo ed usarlo per scopi malevoli vari, come dimostrato nel celebre caso di invio di mail indesiderata da parte di smart device di pochi anni fa. Spesso, il problema è nella configurazione dell’ingresso via rete, impostata in fabbrica a valori di default e non personalizzabili dall’utente, ma sfruttabili da pirati informatici.
[bctt tweet=”#smartphone e #smartdevices hanno la vulnerabilità di un PC: attenzione ai #virus!” username=”MapsGroup”]
Cosa significa questo? Che sia da parte dei produttori, sia da parte degli utenti, devono essere applicate apposite procedure di sicurezza:

  • I produttori devono realizzare dispositivi più sicuri,
  • gli utenti devono essere informati su quali precauzioni prendere per ridurre al minimo i rischi.

L’Internet delle Cose e le auto sempre connesse.

Lo scenario è in continuo sviluppo: l’Internet delle Cose è un mercato enorme. Una ricerca IDC stima che nel 2020 ci saranno centinaia di miliardi di oggetti connessi alla rete, per un mercato di circa 1.300 miliardi di dollari. Quindi bisogna affrontare le cose in modo tale che tutto questo rimanga opportunità di business, sviluppo e miglioramento e non conduca a rischi giganteschi.
Prendiamo, ad esempio, le nuove funzionalità offerte da una smart car. La smart car:

  • analizza i propri sistemi fornendo una diagnostica preventiva che segnala le riparazioni da fare prima ancora che i guasti si manifestino;
  • i dispositivi hardware come lo sterzo ed i freni sono controllati dalla centralina che è, a tutti gli effetti, un piccolo computer consentendo, ad esempio, la frenata di emergenza in rischio di collisione, tanto pubblicizzata in vari spot;
  • comunicando con altre auto o interagendo con sistemi come Google Maps l’auto può segnalare ingorghi e suggerire strade alternative al pilota;
  • raccoglie le abitudini di guida che comunica al costruttore, consentendo di personalizzare sempre più le caratteristiche dei futuri modelli.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia. In un articolo su Wired del 2015 veniva dimostrato come fosse possibile prendere il controllo completo di una smart car entrando nel sistema attraverso la connessione di rete, sfruttando una vulnerabilità del software. Di qui al furto d’auto c’è poca strada: negli USA ormai si contano moltissimi casi di furti d’auto perpetrati attraverso attacchi informatici ai sistemi di bordo.
In sostanza quindi occorre tenere presente che un dato sistema informatico, quando diviene parte di un contesto più ampio, come un frigorifero intelligente o il controllo di un impianto industriale, deve essere adatto al nuovo ambiente in cui si trova. Sistemi sviluppati per funzionare in modo non connesso in rete e, quindi, non progettati o non adeguatamente testati per operare in rete, non possono essere semplicemente collegati senza rischi per la sicurezza.

Da Insecurity by Design a Security from Inception.

Nel corso della cena di un evento ufficiale del 2015, insieme ad un amico che lavora all’ENISA, coniammo (o meglio riscoprimmo) il termine “Insecurity by Design”, intendendo con questo che in moltissimi sistemi informatici o di smart device di oggi la sicurezza è talmente poco considerata da far quasi pensare che siano progettati apposta per essere insicuri.

I casi sopra presentati ci inducono a pensare che l’insicurezza rende anche possibili scenari inquietanti, in cui, per esempio, un attacco al sistema informatico di un impianto di riciclaggio rifiuti può portare all’alterazione dei livelli di inquinanti rilasciati nell’ambiente e al conseguente blocco dell’impianto stesso, mandando in crisi la nettezza urbana di una grande città.
E’ necessaria prevenzione di tutto questo. E la prevenzione parte dalla consapevolezza. La consapevolezza che la sicurezza è qualcosa da prevedere fin dagli inizi di un servizio IT, diretto o parte di un sistema industriale, domotico o di internet delle cose. La sicurezza deve quindi essere spostata da un rimedio apposto dopo i primi incidenti a una prevenzione applicata a livello di progetto, in una visione di insieme. Questo è anche quello che standard internazionali riconosciuti come ITIL, COBIT, ISO27001… raccomandano o impongono.
La sicurezza non può essere solo basata sui componenti tecnici, ma deve essere progettata come processo, dal momento in cui il servizio viene ideato (inception), passando per la progettazione, sino al momento in cui il servizio deve funzionare in modo sicuro.
E’ necessario quindi:

  • che il legislatore intervenga, a tutti i livelli, per imporre ai produttori la sicurezza in sede di progettazione e per imporre alle aziende utilizzatrici l’uso della sicurezza entro i propri processi;
  • educare il grande pubblico per evitare che comportamenti imprudenti o imperizia possano portare a rischi di sicurezza, nel mondo aziendale (come nel caso del blocco dei sistemi di British Airways sopra citato), nel mondo della pubblica amministrazione e nella nostra vita di tutti i giorni.

Il GDPR (General Data Privacy Regulation), regolamento europeo della privacy che entrerà in vigore nel 2018, è una legge che va in questa direzione e sarà oggetto del prossimo articolo.

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Big Data & C. Sharing Knowledge

Il meglio di 6memes: Big Data, Ambiente e Domotica, gli argomenti premiati dall’interesse del pubblico.

La strada che porta alla conoscenza
è una strada che passa per dei buoni incontri.

Baruch Spinoza

 
[dropcap3]D[/dropcap3]opo una lunga pausa, che ha attraversato la fine della stagione primaverile e tutto il periodo estivo, siamo finalmente giunti al secondo appuntamento con la rassegna “Il meglio di 6MEMES”.
Un blog è un canale di comunicazione diretta con i propri utenti e/o clienti. Risulta quindi fondamentale pubblicare articoli informativi e originali, creati seguendo una precisa strategia editoriale.
Nel caso di 6MEMES, la scelta di parlare di numeri, codici, sofisticate tecnologie e letteratura, argomenti all’apparenza astrusi o colti, ma sempre trattatati nell’ottica di superare le barriere tra diverse aree della conoscenza, non ha mai allontanato l’attenzione sui principali obiettivi del blog: il coinvolgimento del lettore e l’orizzonte attuale degli eventi, con i suoi cambiamenti dettati dalla contemporaneità.
[bctt tweet=”Blog 6MEMES: coinvolgimento del lettore con un occhio puntato su l’orizzonte attuale degli eventi.” username=”MapsGroup”]
Siamo dunque riusciti, anche in questi mesi, a solleticare l’interesse dei “naviganti” del web nei confronti delle tematiche trattate? Accertiamolo, come la volta scorsa, confrontando il gradimento dei contenuti in base alla piattaforma social di condivisione degli stessi.

La curiosità di Facebook per i Big Data…

I Big Data sono il tema centrale del successo riscontrato per due dei tre contenuti che hanno ottenuto apprezzamento e condivisione da parte del pubblico sul social network più frequentato.
Grazie ai contributi di cultori della materia, il nostro canale Facebook è riuscito a ospitare un argomento di complesso sviluppo quale il significato e l’utilizzo dei Big Data nel quotidiano, elaborato e presentato in modo semplice ma coinvolgente. Paola Chiesa e Anna Pompilio firmano due articoli in cui mostrano come il rilevamento e l’elaborazione di Big Data costituiscono la risposta ad un fabbisogno informativo in grado di incidere tanto sulle scelte (politiche ed economiche) di un’amministrazione comunale quanto sullo sviluppo di una nuova definizione di indicatore sociale, utile a valutare dove noi stiamo e dove stiamo andando.

Clicca sull’immagine per andare all’articolo.

Sul primo gradino del podio si posiziona invece il contributo Natalia Robusti: con il suo primo intervento scritto per la nuova rubrica In Salute e Malattia, la blogger e scrittrice ci introduce il corpo umano, approfondito attraverso gli schemi della bellezza (e i suoi canoni), della giovinezza e delle sue capacità d’espressione.
E per una società ancora fondata in parte sull’estetica ma con pochi esteti, la lettura di questo articolo avrà senza dubbio rappresentato un prezioso tempo di conoscenza, si auspica anche condivisa.

Linkedin e la questione ambientale.

Le norme di controllo vigenti in campo giuridico e le buone pratiche per limitare l’inquinamento atmosferico. Social media e Pubbliche Amministrazioni. E, infine, diagnosi e cure migliori grazie all’avvento della telemedicina. Il pubblico di Linkedin, e i follower che hanno scelto di seguire le qualità professionali della pagina aziendale di Maps, si sono dunque interessati ad aggiornamenti e articoli pertinenti lo sviluppo di strumenti per elaborare il concetto di Big Data a quello di Relevant Data, e ottenere soluzioni innovative a supporto dei processi decisionali nei più svariati ambiti.

Clicca sull’immagine per andare all’articolo

Sebbene, a onor di cronaca, con più di 2.200 visualizzazioni e 64 tra clic e interazioni, il podio lo conquista il post sul pezzo scritto da Maria Bonifacio riguardo la normativa di controllo delle emissioni inquinanti a sostegno del fatto che non esiste un’indifferenza al tema ecologico e il modesto, ma prezioso, apporto di 6MEMES possa aver contribuito al risveglio di una coscienza ambientale.

Twitter premia la comunicazione efficace.

Giungiamo infine a Twitter, dove la pluralità di argomenti si rinnova, seguendo le orme di linkedin, e il pubblico del social “cinguettante” dimostra di gradire news e aggiornamenti che lo riguardano da vicino.

Clicca sull’immagine per andare all’articolo

Ulteriore merito va a chi è stato in grado di gestire i contenuti e il modo di comunicarli, intuendo con accuratezza i bisogni e curiosità degli utenti: così, Natalia Robusti compare nella classifica in prima e terza posizione rispettivamente con un approfondimento su come la domotica cambierà il volto delle abitazioni, facendoci risparmiare tempo, e, come per Linkedin, con il breve focus su l’avvento della telemedicina, una delle risposte attuali più efficienti per cambiare, migliorandolo, il volto della sanità.
Il secondo gradino del podio spetta invece a un nuovo contributo di Maria Bonifacio che, stavolta, ci introduce alla scoperta di dove affonda le radici la circular economy, uno dei motori di spinta in ambito economico, nonché di business, legato alla green economy.

Per concludere…

L’attività di monitoraggio del blog proseguirà nei prossimi mesi e l’obiettivo di detta analisi rimarrà il medesimo: cogliere il gusto e l’attenzione del pubblico, fornendo informazioni su come l’impiego di Big e Relevant Data sono destinati a incidere in modo strategico sulla società in cui viviamo.
[bctt tweet=”Esiste un solo bene, la #conoscenza, ed un solo #male, l’#ignoranza. (#Socrate).” username=”MapsGroup”]
Il Meglio di 6MEMES vi saluta e vi dà appuntamento tra tre mesi!

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Maps News News

Global City Teams Challenge 2017: Maps Group presenta il prototipo ROSE.

 
Anche quest’anno Maps Group partecipa al Global City Teams Challenge che si tiene a Washington il 28 e 29 Agosto 2017.
Si tratta di un evento annuale di rilevanza mondiale organizzato dal NIST (National Institute of Standard and Technology), l’ente governativo statunitense che si occupa di creare standard virtuosi in ambito applicativo/tecnologico.
Diversi i settori interessati dagli appuntamenti previsti: dai trasporti alla sicurezza, dall’energia all’ambiente alla connettività e condivisione della conoscenza.
Maps Group sarà presente insieme al “‎Global Program Manager Energy Efficiency Solutions” di Enel ed al responsabile della “Pianificazione informatica e Progetti sovranazionali” del Comune di Genova. Nello specifico, il gruppo parteciperà all’Action Cluster Energia tramite il Comune di Genova (solo le Municipalità possono intervenire direttamente alla manifestazione), e porterà ROSE (Real time Operational Smartgrid for Europe), un progetto presentato dal Comune di Genova e realizzato in collaborazione con l’Università di Genova, il campus universitario di Savona ed Enel.
Si tratta del prototipo di un progetto presentato l’anno scorso come concept e che si occupa della gestione intelligente di una smart grid che produce e distribuisce energia da fonti rinnovabili, in ottica di ottimizzazione della produzione in base alla domanda e del conseguente risparmio in termini economici e riduzione di emissioni.
Quest’anno sono questi i SUPERCLUSTER (che uniscono omogeneamente i singoli cluster di ogni città e che vengono aggregati in macro cluster tematici) che saranno presenti all’evento:

  • Transportation SuperCluster (TSC);
  • City Platform/Dashboard SuperCluster (CPSC);
  • Public Safety SuperCluster (PSSC);
  • Energy/Water/Waste Management SuperCluster (EWSC), dove sarà presente lo stand MAPS-ENEL-Comune di Genova nell’ambito dell’area dedicata al Supercluster EWSC, insieme ad altre città americane;
  • Public WiFi SuperCluster (PWSC).

L’agenda dell’evento (in fase di aggiornamento continuo) è reperibile al seguente link.
Vi aspettiamo oltre mare!
Maps Group

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Il Blog 6MEMES: la distrazione di una vacanza per volare in nuovi mondi…

“Le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede;
avevamo molta strada da fare.
Ma non importava, la strada è la vita.”

Jack Kerouac

 

Il viaggio, qualunque esso sia, è vita.

 
[dropcap3]O[/dropcap3]gni intelligenza emotiva ha bisogno di un momento in cui, stanca degli affari, gli impegni sociali e il lavoro ridiventa bambina, fuggendo dalle necessarie costrizioni in cui si trova per la maggior parte del suo tempo per abbandonarsi ad ogni possibile distrazione e svago dell’animo.
Ebbene, persino l’intelligenza “digitale” del blog 6MEMES non è da meno e vi comunica il suo imprescindibile periodo di pausa vacanziera dal giorno 14 al giorno 28 agosti compresi.
Dopo aver viaggiato, durante questa prima metà dell’anno, su binari di stringhe di numeri per distanze di migliaia di Zettabyte, sostando alle stazioni dove Numeri, Parole e Scienza hanno dialogato insieme per dare corpo e respiro a concreti progetti di buone pratiche sanitarie, futuristiche smart city, politiche energetiche sostenibili e pubbliche amministrazioni a misura del cittadino, 6MEMES ringrazia i suoi lettori e, dal 14 agosto, li saluta. Lo attendono due settimane da vivere come “fanciullino” per ricaricare le proprie batterie digitali e tornare, a fine agosto, con germogli freschi e fecondi di nuove notizie, idee e progetti.
Se sentirete la nostra mancanza, rinfrancate l’animo e (ri)guardate i consigli dati a questo link su alcune, possibili, letture da intraprendere nei luoghi di vacanza estiva. Ricordando come leggere e comunicare sia essenziale per condividere la conoscenza e contaminare i saperi!

Saluti e…

E, per concludere, vi vogliamo proporre anche una selezione di itinerari turistici innovativi, pensati per un trascorrere un fine settimana (o anche un periodo più prolungato) all’insegna della cultura letteraria e scientifica. Frugate tra la toscana di Leonardo Da Vinci e Galileo Galilei, la Sicilia letteraria di Quasimodo o la via dei poeti a Merano… e fateci sapere come è andata!
Buone vacanze dal Blog 6MEMES!

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Sharing Knowledge Un Big Data al giorno White Paper

L'innovazione culturale e tecnologica ai tempi del digitale. White Paper di Anna Pompilio.

[dropcap3]N[/dropcap3]el nuovo mondo digitale, aperto a confini smisurati, essere vincenti significa creare innovazione che apporti reali forme di cambiamento ad ogni livello, tra le aziende e i consumatori, gli utenti e le istituzioni, i professionisti e il mercato. Tuttavia, tale innovazione non deve essere concepita e realizzata come il prodotto compartimentalizzato di un’unità operativa distinta, bensì come il risultato che viene a crearsi quando discipline diverse lavorano bene e insieme.
Ci si riferisce, in pratica, ad attività sperimentali che si basano su forme di collaborazione e networking, finalizzate a innescare cambiamenti nel sistema di condivisione e organizzazione socio-economico e dei contenuti culturali, il tutto accelerato dalla rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo.
La dottoressa Anna Pompilio, assieme a 6MEMES, ha realizzato un White Paper con il quale vuole proporre un’ampia visione sul tema. Passando per l’effetto dei Big data sulla ricerca semantica nel mondo del lavoro e nello sviluppo sociale e politico odierno, fino ad arrivare alle modalità di apprendimento delle macchine, la dottoressa Anna Pompilio suggerisce come governare l’universo Big Data sia ormai una priorità non più prorogabile.
Saper cogliere e reinterpretare il passato, alla luce dei cambiamenti del presente, è la sfida dei nuovi progettisti digitali-culturali. Perché il mutamento innescato dalla digital transformation, che riguarda da vicino cittadinanza, politica ed economia, deve coinvolgere non solo competenze tecniche ma anche il mondo del sapere e della cultura, affinché questo ridiventi uno dei protagonisti principali del cambiamento.
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
 
Introduzione.
0.1   Come cambia il mondo del lavoro: ricerca semantica ed effetto Big Data.
0.2   La buona gestione delle informazioni tra Scienza, Presidenti e Imprenditori dei dati.
0.3   Come apprendono le macchine? L’umanità degli algoritmi e della visione artificiale.
0.4   Lo sviluppo umano e il cambiamento: dove siamo e dove stiamo andando. Da Bauer ai Big Data.
Conclusioni.
Sitografia.
 

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6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia Sharing Knowledge

Le forme di un corpo in forma, ovvero il corpo percepito, immaginato e vissuto. Parte prima. Di Natalia Robusti.

La coscienza acuta di avere un corpo:
ecco cos’è l’assenza di salute.

Emil Cioran

Le forme del corpo

[dropcap3]I[/dropcap3]niziamo questo itinerario a tappe sulla rappresentazione culturale della salute e della malattia parlando di quello che ci contiene e – insieme – ci circonda: il nostro corpo.
Il mito della sua cura, infatti, al pari di quello della bellezza e della giovinezza, è un vero e proprio archetipo. Tanto che a ogni latitudine e in ogni tempo il corpo è raffigurato in variabilissime forme espressive che ne rappresentano – ma anche mimetizzano, contrastano, esaltano o censurano – la fragile e sofisticata natura.
Le forme del corpo umano, più o meno “belle”, più o meno in salute, sono non a caso celebrate da sempre dall’arte, nei secoli dei secoli, con alcune eccezioni storico-geografico-culturali che, ancora oggi, lo imbrigliano in una serie di censure e tabù spesso brutali. Dimostrando – loro malgrado – il ruolo cruciale che esso, il corpo, riveste nella cultura di ciascuno.
[bctt tweet=”Il corpo: dalla celebrazione nell’#arte al mito della sua #cura. ” username=”MapsGroup”]
E siccome là, dove si celebra una forma, non possono né debbono mancare adeguate unità di misura, proseguo le mie riflessioni parlando di “canoni”.

Le cifre del corpo

[dropcap3]P[/dropcap3]er canone, in questo ambito, si intendono gli schemi ripetibili e le formule matematiche (o, più in generale, le regole) che le varie parti del corpo debbono rispettare affinché questo risulti “bello” e armonioso.
Già nel 3000 a.C., in Egitto, è individuato ad esempio uno schema canonico particolarmente rigoroso rispetto alle sculture: le statue sono realizzate dividendo l’immagine (di solito rappresentante il Faraone) in ventuno parti.
In tale proporzione il giro-vita corrisponde all’undicesima parte e, così andando, il canone detta i vari numeri da seguire per ogni parte del corpo.

La stessa riflessione sul tema del bello, d’altro canto – che estende le sue ramificazioni verso opposti confini concettuali (tra cui da un lato quello dei sensi, e, dall’altro, quello della verità) – ha origini antiche: l’”Estetica” (cioè la disciplina che studia la bellezza in senso ampio) è argomento principe della filosofia greca, tanto che Aristotele le ha dedicato una delle sue opere più celebri.
Per questo, ancora oggi, si parla di canoni “classici” della bellezza, cui contrapporre – quasi fossero in antitesi – tutti gli altri.
Ma se il tema del bello è collegato al mondo dell’arte in una sorta di simbiosi simbolica (la stessa produzione artistica è spesso motivata dal desiderio di rappresentare la bellezza), il suo valore artistico non coincide con quello, chiamiamolo così, naturale. Non è infatti detto che il ritratto di un bel paesaggio sia necessariamente un bel quadro.
Accade così che il sistema sociale deputato per antonomasia alla valutazione della bellezza, ovvero quello dell’arte e la cultura, ha a sua volta altri canoni di riferimento, in una sorta di rappresentazione in forma di scatole cinesi in cui è impossibile trovare “la più bella del reame”.
Non bastasse questo, il senso del bello – quello che solitamente chiamiamo Gusto – si modifica nel tempo: esiste quindi un bello legato all’attualità, dunque all’estetica di un certo periodo, che in un’altra epoca si può ribaltare completamente.
E non parliamo di ere geologiche: pensiamo al sistema della moda, ad esempio, e a come appaiono ridicoli accessori e mise che solo pochi anni prima erano considerati top di gamma.
Non è bello ciò che è bello, insomma, ma è bello ciò che piace. E così facciamo contenti tutti.
Ma cosa c’entra tutto questo questo con il benessere? C’entra, e parecchio.
Non a caso sono moltissimi i detti popolari che ne declamano l’intreccio, legando l’estetica del corpo al suo stato di salute, tanto da dire che “non ha un bell’aspetto” di chi manifesta uno stato visibile di deperimento fisico.
[bctt tweet=”I detti popolari lo ricordano: l’#estetica del #corpo è legata al suo stato di #salute. ” username=”MapsGroup”]
E qui facciamo un giro di boa attorno a un altro concetto legato alla corporeità e alla sua immagine: quello del “corpo percepito”, avvicinandoci in un battibaleno al legame indissolubile che vincola la sua forma alla sua salute.

Il corpo percepito

[dropcap3]A[/dropcap3]bbiamo presentato l’articolo, non a caso, con una citazione di Cioran, che mette in piena luce un concetto all’apparenza banale eppure denso di significati molto spesso contrapposti, come accade per tutti i concetti complessi ben mimetizzati… Il nostro corpo, nel pieno delle sue funzioni, è per lo più silente, e dà segni di sé solo in occasioni – diciamo così – fuori scala.
Ciò che diamo quasi sempre per scontato, ovvero la nostra stessa percezione del corpo, non lo è affatto.
Potremmo anzi esordire con una sorta di gioco di parole: per sapere di avere un corpo, occorre prima di tutto avere un cervello. Perché – un po’ come per l’uovo e la gallina – anche in questo caso siamo in presenza di un’incerta filogenesi della questione.

Dicevamo del “cervello”, intendendo metaforicamente con questo termine tutte quelle attività di ricezione, elaborazione e condivisione delle informazioni di ogni natura (anche o forse soprattutto fisico-chimiche) che, in quanto esseri viventi, processiamo in ogni istante senza esserne consapevoli attraverso il nostro corpo.
Nel pieno delle sue frenetiche funzioni, infatti, il corpo scompare alla nostra percezione, per poi ricomparire – spesso in maniera dirompente – quando qualcosa non funziona dentro di noi (il corpo che ci contiene, con i suoi organi, i suoi apparati, i suoi meccanismi vitali) o fuori di noi (il corpo che ci circonda, e che attraverso gli organi di senso ci dà conto dell’ambiente in cui siamo immersi).
In questi casi la nostra percezione del corpo si fa più “viva”, attraverso meccanismi che potremmo sintetizzare in due parole: piacere o dolore. Bene o male, insomma. Concetti che, anche in questo caso, non sono necessariamente trasparenti come può sembrare.
[bctt tweet=”Quando non funziona qualcosa dentro o fuori di noi il #corpo riappare nella nostra #percezione.” username=”MapsGroup”]
Un esempio per tutti? Le sostanze stupefacenti, che ci fanno sentire bene anche se ci procurano danni, o le dipendenze in genere, che ci fanno sentire liberi nello stesso istante in cui ci legano a catene invisibili.
Ma c’è un’altra evenienza in cui il corpo si mostra, ed è anch’essa estetica (torniamo alle prime considerazioni), almeno nella sua manifestazione più evidente. La definizione esatta della questione passa attraverso un altro tag, quello dell’immagine corporea.

L’immagine corporea

L’immagine corporea è l’immagine e l’apparenza del corpo umano che ci formiamo nella mente,
e cioè il modo in cui il nostro corpo ci appare.

Paul Schilder – 1935

[dropcap3]E[/dropcap3] qui gli anche gli specchi giocano brutti scherzi, dimostrandoci in primo luogo che la stessa rappresentazione del nostro corpo muta nel tempo, in una metamorfosi percettiva che spesso non porta con sé alcun cambiamento di forma, ma piuttosto una modifica del nostro sguardo.
È custodita nel vissuto di ciascuno, credo, la sensazione di starci più o meno bene, nel proprio corpo, in base a fattori spesso irrazionali, come il fatto di essere di volta in volta troppo alti o troppo bassi, troppo grassi piuttosto che magri…
Assai comune – soprattutto nel passaggio adolescenziale – questo sentiment valeva un tempo di più per le donne (cultura impera), ma, ultimamente, la questione è cambiata anche per gli uomini.

In uno sviluppo evolutivo che segmenta la rappresentazione del corpo in un continuum che parte dall’età infantile, attraversa l’adolescenza e raggiunge l’età adulta, la sensazione di “stare bene con sé stessi” è quindi minata fin dalle sue basi e più o meno consapevolmente dal nostro cervello, o, in questo caso, dalla sua estensione più inattingibile, ovvero la nostra “mente”.
Questa, sulla nostra immagine corporea, ci mette il suo carico da novanta aprendo le porte dall’interno a quella sorta di auto-profezia che si avvera che è la somatizzazione: da malessere interiore il problema si incarna come una stimmate, fino a raggiungere lo stadio di malattia vera e propria.
A complicare la questione c’è il concetto di schema corporeo, la cui primissima rappresentazione si “può far risalire alla seconda metà del XIX secolo nella ricerca fisiologica e neurologica dell’epoca.”
Tale schema, sinteticamente, affianca la nostra immagine corporea alla sua messa in azione, attraverso processi di consapevolezza attivati ad esempio da:

[icon image=”fa-cogs” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la percezione della posizione del corpo (in special modo degli arti) nello spazio;

[icon image=”fa-cogs” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la localizzazione dei vari stimoli cutanei avvertiti come piacevoli o meno;

[icon image=”fa-cogs” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la programmazione di movimenti di stasi, azione o difesa in base all’esterno.

Tale schema, attraverso l’ennesimo “set” di canoni culturali che ci portiamo appresso – ci guida nell’occupare, attraverso il nostro corpo, i luoghi fisici e culturali in cui ci muoviamo.
Ed è interessante notare come, anche in questo caso, lo stesso uso del corpo sia normato in maniera completamente diversa a seconda delle epoche e delle culture in cui è chiamato ad agire.
Pensiamo al fatto di gesticolare, ad esempio, più o meno consentito in base alle circostanze e ai luoghi sociali in cui abitiamo, ma anche alla postura, alla prossemica, a tutte le norme insomma della cosiddetta educazione.
Si tratta in questo caso dunque non di semplici “canoni”, ma di veri e propri script comportamentali che si debbono attivare o meno in base ai “frame” culturali di riferimento e che vincolano la nostra libertà di movimento tanto quanto le vere e proprie Leggi, arrivando a condizionare in maniera soprendentemente stringente il ben-essere o il mal-essere (reale o percepito) del nostro stesso Corpo.
E così, passo dopo passo, ci avviciniamo al tema del prossimo articolo, ovvero: “Quando si dice corpo: uno per tutti, tutti per uno”.

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6MEMES TRENDS Ambiente, Uomo e Regole del gioco Sharing Knowledge

La saggezza dei Padri: l'economia circolare prima che si chiamasse così. Di Maria Bonifacio.

[dropcap3]L[/dropcap3]’Elogio della Legge non poteva trovare un epilogo diverso: l’Economia Circolare, intesa non come una rivoluzione culturale, figlia della società moderna, bensì come una necessità che affonda le sue radici nella saggezza dei nostri padri.

Giambattista Vico, corsi e ricorsi…

Giambattista Vico, noto filosofo napoletano vissuto a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo, elaborò una teoria sulla storia umana assai singolare.
Secondo il pensiero vichiano, la storia era caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti:

[icon image=”ss-sync” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’età primitiva e divina,

[icon image=”ss-sync” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’età poetica ed eroica,

[icon image=”ss-sync” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’età civile e veramente umana.

Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso, ma era predeterminato e regolamentato dalla provvidenza. Filosofia di pensiero nota come teoria dei corsi e dei ricorsi storici.
In altre parole e per non essere troppo ermetici, Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo, non per puro caso, ma in base ad un preciso disegno della divina provvidenza.

La storia si ripete e un ciclo si conclude.

Nel corso della storia abbiamo assistito a situazioni che ci hanno ricordato precedenti periodi storici, seppur in forme diverse, che ci evidenziavano come un ciclo si stesse per concludere facendo largo al nuovo.
Attualmente stiamo vivendo un periodo che ha letteralmente “tirato troppo la corda”: la mancanza di ciò che è da considerarsi basilare per il semplice vivere dell’essere umano, la carenza e il calpestio dei valori fondanti, quali il rispetto dell’altro, il bisogno del non percepire più il vivere come un sopravvivere, i diritti umani, la libertà d’espressione, la ricerca della verità, la tutela dell’ambiente.
Credo che se volessimo attingere alla nominata teoria vichiana, il ciclo che si sta concludendo è quello dell’età poetica ed eroica. Mentre, il terzo stadio, quello Umano, era considerato da Giambattista Vico il più evoluto, ovvero quello in cui la società sarebbe stata dominata dalla ragione con conseguente uguaglianza tra gli uomini.
Ebbene, dando uno sguardo alle informazioni che viaggiano in rete e alla velocità ivi presente, siamo indotti a sperare che uno di questi giorni si possa improvvisamente assistere all’evoluzione vera e propria.
[bctt tweet=”Oggi manca ciò che è basilare per il semplice #vivere: i #valori fondanti.” username=”MapsGroup”]

E l’economia Circolare?

E da questa premessa passerei a parlare dell’economia circolare che rappresenta, in questo dato momento storico, uno dei principali motori di spinta in ambito economico e di approvvigionamento, nonché di business legato alla green economy. Evocando sempre Vico e andando indietro nel tempo, o meglio di una o due generazioni, la società era basata sul concetto del “non si butta niente, ma si recupera”. I nostri nonni in povertà recuperavano il cibo, il vestiario, le relazioni umane e le bici rotte. Nei fatti sono stati i precursori della teoria dell’Economia Circolare. Dovremmo, dunque, ritornare ai principi di quel tempo in una visione moderna e articolata, tipica delle grandi conquiste fatte da allora ad oggi.
Volendo soffermarsi nello specifico sul problema dei rifiuti in Italia è pacifico che esso richieda un indirizzo legislativo, che vadano, altresì, divulgate e condivise le buone pratiche mediante lo strumento della comunicazione, nonché le soluzioni innovative per la loro gestione e tutto questo, chiaramente, presuppone una revisione organica della normativa.
A tal proposito, gli orientamenti politici della Commissione Europea fanno dell’economia circolare uno dei punti cardini dell’agenda politica UE. Difatti, il 2 dicembre 2015 è stato pubblicato un pacchetto ad hoc – a cui per brevità si fa espresso rinvio – che promuove proprio tale transizione e indica alcune azioni che premono sulla realizzazione di progetti innovativi di riutilizzo e valorizzazione delle risorse. Per dare un’idea, in sintesi, il primo vicepresidente Frans Timmermans, responsabile per lo sviluppo sostenibile ha dichiarato:

“La creazione di un’economia circolare in Europa costituisce una priorità fondamentale per questa Commissione. Oltre ai progressi già messi a segno stiamo elaborando nuove iniziative per il 2017. Siamo in procinto di chiudere il cerchio di progettazione, produzione, consumo e gestione dei rifiuti per creare un’Europa verde, circolare e competitiva“.

Qualche flash.

Secondo la Commissione Europea,

una buona gestione dei rifiuti, la progettazione ecocompatibile e il riutilizzo, possono portare risparmi netti per le imprese europee pari a 600 miliardi di euro, ossia l’8% del fatturato annuo, riducendo l’emissione di gas a effetto serra del 2-4%. I settori del riutilizzo e della rigenerazione sono considerati una fonte di risparmio: se il 95% dei telefoni cellulari fosse raccolto si potrebbero generare risparmi sui costi dei materiali di fabbricazione pari a oltre 1 miliardo di euro”.

La Commissione ha stabilito di fissare tali obiettivi comuni:

[icon image=”ss-trash” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]riciclare il 65% dei rifiuti urbani entro il 2030,

[icon image=”ss-uploadbox” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]riciclare il 75% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030,

[icon image=”fa-expeditedssl” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]fissare un vincolo di collocamento in discarica per ridurre tale pratica al massimo al 10% di tutti i rifiuti entro il 2030.

Sull’efficacia dell’economia circolare sono, inoltre, sbocciate iniziative volte a diffondere e indirizzare, come la Ellen MacArthur Foundation, la WRAP, il Circular Europe Network.
Premesso che in Italia il problema rifiuti è davvero un serio problema, orientarsi verso un modello di economia circolare presuppone il superamento di due ostacoli:

  1. Il primo è l’essere legati alla vecchia economia lineare, che ha portato al problema smaltimento, il cui risultato è che i rifiuti urbani spesso sono gestiti e smaltiti da discariche – con tutte le relative conseguenze negative – e che soprattutto nel sud, ma anche al centro, scarseggiano ancora gli impianti per trattare e avviare a riciclo i rifiuti.
  2. Il secondo blocco è rappresentato dai costi: la Gran Bretagna ha stimato che la creazione di un sistema efficiente per il riutilizzo e il riciclo delle risorse verrebbe a costare nel proprio territorio circa 14 miliardi di euro. Per citare un esempio.

A ciò aggiungasi lo stop delle politiche governative che stentano a muoversi nella direzione dell’economia circolare in modo deciso così che la valorizzazione del rifiuto non è efficacemente supportata.
[bctt tweet=”Le #politiche #governative stentano a muoversi nella direzione della #circulareconomy.” username=”MapsGroup”]
Al contrario le imprese leader hanno recepito le ricadute che l’economia circolare potrà avere sulla loro competitività e a livello locale spesso si registra la volontà di muoversi su questa strada, con la raccolta differenziata, le isole ecologiche, i consorzi pubblici e privati, le aziende virtuose, nonché gli ecodistretti.
In tal senso bisognerebbe fornire alle autorità locali un indirizzo normativo, facilitare la condivisione delle buone pratiche e delle soluzioni innovative per sviluppare sistemi sostenibili di gestione dei rifiuti e riduzione degli sprechi. D’altra parte esiste un’altra necessità non trascurabile ossia la revisione organica delle norme, con principi diversi, per superare i limiti dei rischi amministrativi legati al riciclo e avviare la tutela di chi decide di iniziare attività di riciclo: recuperare ad esempio le bottiglie di vetro è un valido progetto, ma per l’imprenditore non è davvero così semplice il recupero e riutilizzo poiché va incontro a responsabilità di natura sanitaria, burocratica e quant’altro.
[bctt tweet=”Revisionare la normativa e condividere buone pratiche per gestire i rifiuti e ridurre gli sprechi.” username=”MapsGroup”]
Aiutare gli imprenditori interessati a superare tali criticità convertendole in opportunità è uno degli elementi su cui la Pubblica Amministrazione centrale e locale può giocare un importante ruolo costruttivo.
E’ intuitivo che si tratti di un dovere etico e sociale. L’economia circolare, come detto, rappresenta uno dei principale motori di business legato alla green economy, e non possiamo più pensare di farne a meno.
Tale sviluppo potrebbe senz’altro individuare l’approdo nel terzo ciclo di Vico, quello Umano dominato dalla ragione.

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La formazione accademica: come si diventa professionista ICT. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]egli ultimi anni le aziende spesso lamentano carenze nella preparazione che scuole ed università danno ai nuovi professionisti del settore ICT. E, talvolta, le stesse lamentele giungono anche dagli allievi. Ciò comunque non impedisce ai neolaureati in Informatica ed Ingegneria Informatica di trovare rapidamente lavoro, almeno in molte zone d’Italia. E le stime di agenzie internazionali come Modis, confermate dall’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale), indicano in alcune decine di migliaia i posti di lavoro nel settore ICT destinati a non essere coperti per mancanza di figure professionali adeguate, da qui al 2020.

Quale è l’obiettivo della formazione accademica “tecnica”?

Una domanda che sorge spontanea è questa: quale è l’obiettivo della formazione accademica “tecnica”? O, in altri termini, quale deve essere la preparazione di un laureato in informatica/ingegneria informatica? Per rispondere devo fare riferimento sia alle mie esperienze accademiche come professore a contratto dal 2003 presso il corso di Laurea in Informatica e, per alcuni periodi, anche presso quello di Ingegneria Informatica a Parma, sia alle mie esperienze come formatore aziendale nel comparto ICT.
Nell’articolo precedente ho trattato il tema dei profili professionali dell’ICT definiti nella normativa UNI11506-11621 e riconosciuti a livello di Unione Europea. Alcuni di tali profili richiedono, oltre alla preparazione teorica, un certo livello di esperienza sul campo e quindi non possono essere rivestiti subito da neolaureati. Ma possono ovviamente esserlo dopo alcuni anni di esperienza lavorativa.
[bctt tweet=”Molti profili #ICT richiedono preparazione teorica ed #esperienza sul campo. ” username=”MapsGroup”]

Cosa significa questo?

Chi affronta lo studio di un corso di laurea orientato verso il settore ICT, come Informatica o Ingegneria Informatica, deve essere consapevole che dovrà dedicare una parte del proprio tempo lavorativo (o anche del proprio tempo libero) al continuo aggiornamento, ovvero che lo studio non termina con l’Università, ma prosegue per sempre.
D’altronde l’Università non deve solo formare per i primi ruoli che le persone incontreranno nel mondo del lavoro, ma deve invece formare professionisti, abili e consapevoli, che possano poi crescere gradualmente, integrando lo studio e l’aggiornamento autonomo con l’esperienza sul campo.
Per questo possiamo riassumere le competenze che l’Università deve trasmettere in alcune grandi aree:

[sf_iconbox image=”ss-desktop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]AREA TECNICA – per la quale occorrono competenze tecniche di programmazione, sistemiche e metodologie sistemiche. In pratica il neolaureato:

  • deve essere in grado di disegnare e realizzare programmi secondo i paradigmi moderni di programmazione e, soprattutto, deve essere in grado di apprendere rapidamente anche nuovi linguaggi di programmazione; non c’è spazio nel mercato futuro per persone solo abituate al copia e incolla di codice;
  • deve conoscere bene almeno un sistema operativo come Windows o Linux;
  • deve essere consapevole dell’”ecosistema digitale” in cui si troverà ad operare e dei pericoli che si corrono al suo interno e, soprattutto, deve essere consapevole che il software o i sistemi su cui lavorerà sono parte di un enorme intrico di sistemi connessi fra loro in rete.

[/sf_iconbox]

[sf_iconbox image=”fa-book” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]AREA CULTURALE – per la quale occorrono competenze di cultura scientifica generale e competenze linguistiche. Normalmente sottostimate:

  • una cultura scientifica generale è invece importante, in primis per tutti coloro che operano in settori collaterali all’ICT, come l’automazione industriale e la robotica (ovvero le Operation Technologies o OT) mentre;
  • le competenze linguistiche sono di fondamentale importanza per la comunicazione, sia nella stesura di documenti tecnici, sia nella creazione di presentazioni a clienti e testi commerciali chiari. Non sono tollerabili errori grossolani di italiano in una tesi di laurea o in un report, meno che mai durante un colloquio con un cliente; ovviamente è necessaria anche la buona conoscenza della lingua inglese.

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[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]AREA LAVORATIVA – per la quale occorrono competenze econometriche e competenze relazionali e di lavoro in team. In pratica, il neolaureato:

  • deve essere consapevole di come è organizzato normalmente il lavoro entro le aziende in cui entrerà a lavorare e di come inserirsi proficuamente in un team;
  • deve essere consapevole sia dello scopo ultimo dell’ICT (uno strumento di supporto al business e per fare business) sia, soprattutto, degli aspetti economici di un progetto ICT; questo aspetto diventerà fondamentale qualora il neolaureato divenga poi capo progetto o voglia intraprendere una carriera da libero professionista o imprenditore.

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Sono sempre necessarie tutte queste competenze? Alcune possono essere create, a fatica, durante il lavoro. Ma in ogni caso se già in possesso del neolaureato, esse sono un plus.

Un altro aspetto che il neolaureato deve ricordare è: essere orgoglioso delle proprie conoscenze e delle proprie potenzialità, ma allo stesso tempo essere consapevole delle proprie carenze e disposto all’apprendimento sul campo. Infatti in alcuni casi i neolaureati si comportano da primedonne, arrivando in aziende e gruppi di lavoro con anni (o decenni) di esperienza alle spalle, e generando un rifiuto da parte degli altri membri del gruppo e la conseguente progressiva emarginazione dall’organizzazione, di solito seguita dalle loro dimissioni o dalla non conferma dopo il periodo di prova.
Ovviamente il neolaureato inserito bene potrebbe, dopo un po’ di tempo, preferire un’altra azienda a quella in cui si trova, per svariati motivi. Così come esistono aziende in cui il lavoro è particolarmente impegnativo e di conseguenza il turn-over è molto alto, con un basso tempo di permanenza delle persone.

In sostanza quale è il punto?

Le aziende italiane del mondo ICT, nonostante molte non usino le metodologie tecniche ed organizzative di ultima generazione, hanno un patrimonio umano di esperienze molto vasto e ricco. Se adeguatamente integrate da una nuova generazione di professionisti e modernizzate con le apposite metodologie (come, per esempio, la organizzazione agile) le aziende italiane si possono proporre sul mercato internazionale. Le aziende italiane possono entrare in competizione con le aziende indiane, meno flessibili, e quelle dell’Europa orientale, i cui costi stanno rapidamente crescendo.
L’Italia può e deve approfittare di questa opportunità di portare lavoro tecnologico in casa nostra. Ma, per sfruttare questa opportunità, è necessario che ci sia presto sul mercato una nuova generazione di professionisti ICT ben preparati. Non ha senso che per aumentare il numero si abbassi la qualità della preparazione. Ciò significa quindi che i giovani che intraprendono la carriera nel settore ICT devono essere disposti all’investimento in uno studio molto intenso durante il periodo accademico. E che le aziende devono essere disposte a modernizzarsi per fare rendere il nuovo capitale umano, anche con retribuzioni adeguate.
[bctt tweet=”Il mondo #ICT deve integrare nuovi professionisti e modernizzarsi con apposite #metodologie.” username=”MapsGroup”]
Nel prossimo articolo porremo attenzione su una delle questioni più rilevanti del mondo ICT, ovvero la sicurezza dei dati.