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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Disease e Illness nella riabilitazione. Intervista al dr. Rodolfo Brianti.

Innanzitutto grazie per aver accettato l’intervista su temi cui il nostro blog dedica attenzione da diversi mesi. Nella nostra rubrica “In salute e in malattia”, ad esempio, abbiamo sottolineato più volte (seppure da profani) l’importanza dei fattori culturali e sociali nell’approccio alla malattie e alla sua cura. Approfittiamo quindi della sua disponibilità per chiederle qualche coordinata in più in proposito.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Ringrazio voi per l’invito. A un tema così articolato posso rispondere in maniera specifica solo per quanto riguarda la mia esperienza, premettendo che, nel mio ambito professionale, queste sono questioni particolarmente complesse.

La mia attività clinica riguarda infatti (solitamente) situazioni estreme, in cui gli esiti di una malattia o di un incidente portano la persona sopravvissuta a dover forzatamente cambiare il proprio “modo di funzionare” in base a un quadro complessivo molto mutato rispetto alle proprie capacità e competenze precedenti.
Si tratta quindi di fare i conti con un’immagine di sé pregressa – magari conquistata nel tempo con impegno, fatica e sacrificio – a cui dover in ogni modo corrispondere, pena un senso di inadeguatezza difficilmente scardinabile.
Da questo punto di vista i fattori sociali e ambientali in cui il paziente affronta il proprio percorso di riabilitazione sono sicuramente fondamentali.
[bctt tweet=” I fattori ambientali in cui si affronta il proprio percorso di riabilitazione sono fondamentali.” username=”MapsGroup”]
Perdere infatti il proprio ruolo in famiglia, nella società e nel lavoro, dipendere dagli altri (anziché, magari, essere colui o colei che soddisfa bisogni e necessità altrui), rappresenta in sé un’enorme difficoltà.
E se le competenze cognitive dell’individuo non sono in grado di sostenere la consapevolezza di questa difficoltà – e magari lo stesso ambiente intorno a lui (famiglia, colleghi, contesto sociale) non riesce ad accogliere tale limite – può accadere non solo che non si riescano a riacquistare competenze residue in realtà accessibili, ma anche che si scivoli verso l’isolamento sociale e la disgregazione stessa del nucleo di appartenenza.
In tal senso, quindi, le variabili della famiglia, del contesto più o meno competitivo che circondano l’individuo, il suo status economico e sociale e la sua stessa visione del mondo possono influire in maniera decisiva con il processo di riabilitazione.
Questo, in un ambito in cui tra l’altro non sempre si riesce a distinguere nettamente aspetti cognitivi, organici, psicologici e funzionali.

 

È tutto molto chiaro. Non a caso si parla spesso di una dicotomia culturale nell’ambito della malattia, che distingue nettamente la cosiddetta disease, cioè l’esperienza della malattia sul piano fisico, e l’illness, ovvero la sua esperienza sul piano sociale. A suo parere esistono punti di sovrapposizione o convergenza tra i due approcci alla malattia?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Per ciascun riabilitatore questa dicotomia è l’orizzonte quotidiano in cui agire. E la cosa non è né semplice né lineare. Spesso, infatti, la malattia che porta a formulare un iter diagnostico e a ipotizzare un conseguente percorso di cura dimentica o sottovaluta l’effetto variabile della malattia sul “funzionamento” della persona colpita a seconda delle sue caratteristiche personali e sociali.
[bctt tweet=”La stessa patologia clinica determina effetti differenti per ogni individuo e situazione.” username=”MapsGroup”]
Suonare il pianoforte, ad esempio, piuttosto che studiare astrofisica, sono entrambe attività che richiedono l’utilizzo di competenze estremamente raffinate. E tuttavia la perdita del perfetto funzionamento di un dito della mano, anche se non dominante, avrà nell’uno o nell’altro caso conseguenza molto diverse sulla capacità di mantenere il proprio ruolo.
Questo è il tipico esempio in cui la stessa patologia clinica può riverberarsi con effetti estremamente diversi sugli individui in base al loro status quo, alla situazione familiare e sociale che li accompagna.
 

In effetti l’esempio che ci porta è emblematico. A partire da questa riflessione quanto incide l’ambiente umano circostante, ovvero quello relazionale, nella cura di una determinata malattia?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Direi molto. Non a caso quello che una volta si chiamava handicap viene oggi identificato come un limite alla partecipazione, cioè alla capacità di stare nel mondo e a relazionarsi con gli altri attraverso il proprio ruolo.
Si tratta innanzitutto di variabili personali che dipendono da molteplici fattori: dal tipo e gravità della malattia, innanzitutto, ma anche dalle difficoltà di funzionamento che comporta associate alle abilità residue, in grado di compensarne o meno gli effetti.
Allo stesso modo, l’ambiente fisico e sociale circostante incidono in maniera sostanziale. Provo di nuovo a semplificare i concetti con un esempio banale: avere gli stessi problemi fisici di movimento (e dunque di spostamento) in un ambiente rurale piuttosto che in uno metropolitano, può portare a conseguenze molto differenti nella quotidianità. Anche solo il fatto di poter attraversare un passaggio pedonale controllato da un semaforo a tempo può modificare la propria possibilità di interagire con il mondo circostante.

 

Addentrandoci mano a mano nella nostra intervista l’incidenza di fattori sociali e culturali sembra in effetti mettersi a fuoco. Alla luce di questo, quanto può essere importante un approccio, diciamo così, “narrativo”, alla malattie e alla sua cura, sia dal punto di vista strategico che concreto?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La cosa che va sempre ricordata in un iter diagnostico e di cura è che – dietro a una serie di segni e sintomi, abilità e disabilità, procedure diagnostiche, terapie e fisioterapie, valutazioni e rivalutazioni – c’è sempre una persona che, purtroppo, difficilmente potrà tornare come prima, e questo dato di realtà rappresenta in sé un ostacolo potenzialmente insormontabile, se non elaborato ed accettato.

In questa lotta difficile anche solo da mettere allo scoperto, un ruolo cruciale lo gioca non solo il malato in quanto individuo, ma anche la sua famiglia e il contesto che lo circondano.
[bctt tweet=”Conoscere la storia del paziente e coglierne le aspettative è fondamentale.” username=”MapsGroup”]
Ogni componente relazionale, infatti, farà facilmente la medesima fatica a staccarsi da quell’immagine iniziale, originaria, di pieno “funzionamento” che diventa un modello irraggiungibile di paragone.
In questo senso, conoscere la storia e il vissuto del paziente e della sua realtà, coglierne le aspettative e lavorare sul cambiamento è parte fondamentale del lavoro di un riabilitatore, o meglio della equipe di lavoro.
Il gruppo di cura, infatti, si confronta per tempi molto lunghi sia con il disabile che la sua famiglia, con cui vive relazioni empatiche complesse, nella frustrazione condivisa di non riuscire mai ad aver un successo pieno.
Dunque, anche dal punto di vista relazionale e ”narrativo” e non solo funzionale, l’obiettivo realistico non è la completa restituzione del malato alla situazione precedente, quanto l’approdo a una nuova realtà possibile, fatto che coincide con il miglior risultato raggiungibile.

 

Quanto, oggi, l’aumentata portata in termini di conoscenza diffusa delle patologie e delle sue conseguenze agevola o rende più difficoltosa a un medico poter “somministrare” la sua cura?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Anche qui parlo per l’esperienza vissuta in prima persona nel mio lavoro. Il tema è molto complesso e ha mille sfaccettature: mi soffermo solo ad alcune considerazioni.
L’aspettativa attualmente maggioritaria è quella della completa restituzione alla situazione di pre-malattia o trauma, a qualsiasi età e in qualsiasi situazione.
Il lavoro di chi propone un percorso di diagnosi e di cura, invece, è anche quello di ricondurre l’aspettativa alle possibilità realistiche e alle conseguenze da gestire, cosa che non è affatto facile e nemmeno quantificabili in maniera certa e precisa.
Molte volte, infatti, il confronto con i colleghi porta a valutazioni diverse, e altrettante volte alla riabilitazione è assegnato un ruolo quasi magico, al di là della consapevolezza razionale dei vari attori in campo.

 

Grazie mille dr. Brianti. È stato molto chiaro e incisivo. Prima di congedarci c’è qualche altro appunto che vorrebbe condividere con noi?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Sì, vorrei fare un’ultima considerazione. Dalla mia esperienza ho imparato che la consapevolezza dei limiti e un confronto con gli stessi che non sia “partigiano”, ma basato invece su elementi concreti e scientifici, sono fattori fondamentale nella mia professione, anche rispetto ai temi etici e riguardo al fine vita.
I risvolti individuali e sociali della malattia e delle sue conseguenze vanno infatti affrontati in maniera realistica. Rispettosa e fiduciosa, certo, ma non pietistica e tanto meno populista.
Per questo – anche se so bene di esercitare una professione stimolante, piena di significato e ricca di valori e di esperienze – sono consapevole che si tratta di un lavoro complesso, fatto di limiti e ostacoli, in cui serve una notevole dose di determinazione affiancata a uno sguardo concreto capace di spingersi un po’ più in là un passo dopo l’altro.
[bctt tweet=”I risvolti individuali e sociali della malattia vanno affrontati in maniera rispettosa e fiduciosa, ma realistica.” username=”MapsGroup”]

 


[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
NOTE BIOGRAFICHE
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Dr. Rodolfo BriantiIl dr. Rodolfo Brianti è attualmente direttore dell’Unità Operativa di Medicina Riabilitativa della Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. Classe ’61 e co-autore del libro “Storie di cura. Medicina narrativa e medicina delle evidenze: l’integrazione possibile”, sono due le sue specializzazioni: la prima in Neurologia e la seconda in Medicina Fisica e Riabilitazione.

Il suo interesse clinico riguarda prevalentemente la riabilitazione neurologica del “grave cerebroleso adulto acquisito” e le pratiche di diagnosi, cura e riabilitazione relative ai conseguenti danni di movimento, cognitivi e comportamentali. Sempre in questo ambito è Consigliere nazionale della SIMFER, Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa.

Cure And Recovery
 
 
Intervista a cura di Natalia Robusti.


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Innova – e sviluppa – la cosa giusta! Partendo dal basso…

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[sf_iconbox image=”ss-repeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Innovazione & Sviluppo: una parola eleva l’altra.

 
[dropcap3]Q[/dropcap3]uando si parla di innovazione – con la i più o meno maiuscola – si introduce un termine che sembra dire una cosa e invece ne sottintende un’altra.
Innovare non vuol dire infatti (solo) cambiare ciò che esiste apportandovi qualcosa di nuovo, ma anche (e a volte soprattutto) modificare lo status quo cancellandone intere parti, se non tutte.
La prima deduzione è che non tutti i cambiamenti sono necessariamente migliorativi, come invece la parola innovazione vorrebbe lasciare intendere. Forse è per questo che – a rinforzare il verso positivo che ogni sistema sociale complesso attribuisce al meme, in sé potenzialmente equivocabile – arriva spesso in soccorso un altro termine assai meno ambiguo: Sviluppo economico.

[bctt tweet=”Innovare non vuol dire solo cambiare ciò che esiste apportandovi novità…” username=”MapsGroup”]
Innovazione e sviluppo economico, spesso a braccetto, intraprendono così un processo che, partendo da un cambiamento anche radicale dello status quo, insegue, nel tempo, un’evoluzione giocoforza positiva, poichè generatrice di ricchezza.
Ma se le cose fossero così semplici, allora – a maggior ragione in un’epoca come l’attuale, in cui la tecnologia vola alla velocità della luce (e forse pure di più) – non si capirebbe come mai ogni tentativo di innovazione incontri spesso così tanti ostacoli.
Quella che in realtà scende in campo a opporsi alle istanze di cambiamento, infatti, è una percezione – singola e collettiva – fondante, forse la più importante a livello sociale: quella relativa alla stabilità.
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[sf_iconbox image=”fa-connectdevelop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Lasciar la strada vecchia per la nuova:
PA e digitalizzazione.

 [dropcap3]U[/dropcap3]n proverbio è tanto più forte quanto più estende le sue radici nell’orizzonte dei significati di una società: “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia non sa quel che trova” è senz’altro un proverbio che di chilometri ne ha macinati parecchio.

Questo, a volte, sembra purtroppo essere il leitmotiv della nostra Pubblica Amministrazione. Che, per non rinunciare a nulla, spesso non lascia, ma raddoppia, in un cortocircuito tra documenti e iter burocratici che se la contende tra cartaceo e digitale in una sorta di labirinto che di semplificato non ha nulla o quasi.
Di questo tema parla in maniera esaustiva Massimo Canducci, professore di Innovation Management Università di Torino e responsabile Innovazione di Engineering:

“La trasformazione digitale della PA è un meta-progetto di innovazione che deve concentrarsi sull’identificare, pianificare e governare tutti i sotto-progetti (…) e non, come purtroppo spesso accade, una conversione al digitale di processi antiquati e lontanissimi dalle esigenze della popolazione.”

Per non essere troppo critici, tuttavia, dobbiamo tenere conto che molto, in termini di resistenza al cambiamento, dipende dall’ecosistema in cui l’innovazione tenta di proporsi, e che quelli delle amministrazioni pubbliche sono senz’altro scenari molto complessi, il cui il timore di una destabilizzazione esiste.

L’effetto più o meno dirompente (disruptive, si dice oggi) di ogni innovazione dipende infatti dal contesto in cui agisce il cambiamento, soprattutto in termini di percezione, perché non è affatto detto che a uno status quo granitico corrisponda una situazione di reale stabilità.
[bctt tweet=”L’effetto dirompente di ogni innovazione dipende dal contesto in cui agisce.” username=”MapsGroup”]
La portata di tale punto di vista è sostanziale. Tant’è che mentre i cliché tipologici che dividono a livello planetario gli schieramenti politici in destra e sinistra sembrano destinati a lasciare il tempo che trovano, la coppia in antitesi conservatore-progressista e più che mai attuale e soprattutto trasversale.
Come per tutto ciò che riguarda i sistemi sociali, infatti, la resistenza è d’obbligo, e tuttavia è esattamente in questo incrocio ossimorico tra stabilità e cambiamento che sta il seme fecondo dell’evoluzione, rappresentato da un’idea di possibile miglioramento.
D’altra parte niente è immobile; nemmeno noi, che cambiamo a ogni istante con lo scorrere del tempo, e nemmeno il nostro pianeta e il sistema biologico in cui viviamo.
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[sf_iconbox image=”ss-eject” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Per niente immobile: la società che si muove.
Dal basso verso l’alto.

 
[dropcap3]C[/dropcap3]osa accade quando l’istanza dell’innovazione parte come si dice dal basso, e sono i singoli – intesi come individui, ma anche singole imprese, cooperative sociali o gruppi di lavoro – a portane avanti i valori? Le cose si fanno interessanti. E il fenomeno – seppure a macchia di leopardo – è comunque messo a sistema. Tanto che è stato coniato un nome recente: social innovation, anche se, come illustrato in un articolo di Anna Peron:

“il concetto che esso in sé esprime è piuttosto familiare: rimanda all’insieme delle nuove idee che intendono incontrare i bisogni insoddisfatti della società, modelli elaborati per risolvere le svariate sfide sociali e ambientali esistenti.”

Si tratta in pratica di un modello di innovazione che salta a più pari gli ostacoli di cui abbiamo parlato sin qui perché parte da situazioni di disagio, di non rispondenza.
Situazioni in cui la necessità aguzza l’ingegno – spesso dei singoli – e questo si riverbera in bene comune. E che, più di una volta, si traducono in un secondo tempo in veri e propri modelli di business. Il fenomeno è stato studiato a fondo, ed è stato determinato che le dinamiche principali in ogni innovazione sociale sono tre:

“Innanzitutto si tratta in genere della combinazione ibrida di elementi che già esistono (…) In secondo luogo, l’innovazione è trasversale rispetto ai confini organizzativi e alle pratiche gestionali tradizionali. Infine, appunto come detto in precedenza, essa favorisce la creazione di forti legami relazionali tra coloro che in qualche modo contribuiscono alla diffusione dell’innovazione.”

[bctt tweet=”Esiste un modello di innovazione che salta a più pari gli ostacoli…” username=”MapsGroup”]
In un interessante workshop sull’impresa sociale in Italia, ad esempio, si sottolinea come sia stata proprio la tecnologia a rivelarsi strumento sociale capace di generare valore secondo direttive ben precise:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la coproduzione, leva capace dimigliorare il rendimento delle imprese;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’equilibrio tra “apertura” e “chiusura” e le dimensioni virtuali e reali;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la capacità diintessere partnership e di valorizzare il ruolo degli intermediari;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la sperimentazione di nuovi approcci su piccola scala che poi possono essere scalati su larga scala;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la capacità di realizzare modelli di business ibridi tra profit e no-profit.
La finalità riconosciuta a tali processi innovativi è considerata una sfida per l’Europa, al fine di

“poter acquisire un vantaggio competitivo in innovazione sociale attraverso lo sviluppo di ecosistemi dell’innovazione distribuiti, piuttosto che favorire mercati i cui operatori dominanti stabiliscono i termini di innovazione e i meccanismi di concorrenza”.

… Esiste qualcosa, oggi, di più strategico di questo proposito?
[/boxed_content] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Un passo dopo l’altro: la strada nuova che non lascia indietro.

 
[dropcap3]I[/dropcap3]nnovare davvero, dunque, è impresa non da poco. Eppure non solo è possibile, ma appare sempre più indispensabile. Per non restare indietro e non perdere il passo.
Come fare per trasformare i timori (comprensibili) e gli ostracismi (a volte un po’ meno legittimi) che accompagna ogni trasformazione e cambiamento?
Allargare la platea dei protagonisti potrebbe essere una strada, e far conoscere le buone pratiche e le avventure a lieto fine potrebbe essere un bivio della strada principale.
[bctt tweet=”Innovare significa allargare la platea dei protagonisti e diffondere buone pratiche” username=”MapsGroup”]
Perché se è vero che a ogni azione corrisponde una reazione, allora è anche vero che ogni istanza di cambiamento attiva delle risposte, non necessariamente uguali e contrarie…
Ma, più di tutto, occorre  fare di se stessi soggetti attivi, portatori non solo di interessi, ma anche di proposte e progetti di cambiamento, senza aver paura di apparire troppo insoddisfatti del proprio status quo, perché, come ricorda Anna Peron:

“(..) l’innovazione sembra essere attivata dalla pressione sociale esercitata dalla presenza di bisogni disattesi la cui soddisfazione permette di migliorare le condizioni di vita delle persone. È dunque proprio l’insoddisfazione a essere un importante driver ma da sola non è sufficiente.”

In fondo – come ci racconta un altro celebre detto popolare, chi si ferma è perduto!
 

Approfondimenti.

Per chi volesse curiosare nel panorama italiano alcuni degli esempi di innovazione sociale, consigliamo la lettura di questo articolo: si va dall’incentivo alla gestione virtuosa del patrimoni demaniali alla riqualificazione dei territori, dal crowdfunding per il sociale al riuso degli abiti e degli accessori prodotti dal mondo della moda sino al microcredito.
 
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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società Information and communications technology

L’economia che si rinnova con la società e la tecnologia: dal concetto di Prodotto a quello di Servizio

Abbiamo visto nell’anno precedente come l’innovazione tecnologica e il trattamento (sicuro) dei dati siano divenuti ogni giorno di più concetti e funzioni strategiche, per le aziende, così come per le singole persone.
Partendo dal ruolo dell’ICT nella società di oggi – passando attraverso le sue figure professionali – abbiamo approfondito insieme i rischi della materia in termini di privacy e sicurezza dei dati per approdare a un’analisi approfondita sulla messa in atto del GDPR e il suo impatto su servizi esistenti e sulla progettazione di nuovi servizi IT.
In questa nuova serie di articoli apriremo innanzitutto con un focus sulla trasformazione in atto dal concetto di “prodotto” a quello di “servizio”, cambiamento reso possibile dalle attuali tecnologie che veicolano ogni “merce” e più in generale ogni informazione di valore attraverso veri propri flussi di dati.
Nel momento infatti in cui la scelta dell’acquisto di un prodotto “materiale”non dipende più solo dalle qualità del prodotto stesso, ma anche e soprattutto dalla qualità del servizio post-vendita, ecco che seguire questa trasformazione diventa indispensabile per le aziende.
Proseguiremo poi sull’economia dei servizi per parlare della sua integrazione con l’IoT (Internet delle Cose), con un caso applicato riguardante la cura della persona.
Esploreremo in seguito le figure più strategiche dell’IT che rendono possibili le trasformazioni in atto, quali il Business Analyst, il Developer e il Sistemista, e – prima di addentrarci nelle infrastrutture del settore – affronteremo il tema, importantissimo e troppo spesso sottovalutato, della comunicazione interpersonale in questo ambito.
Buona lettura.

Giulio Destri.

 
[dropcap3]”I[/dropcap3]n uno degli articoli precedenti è stato introdotto il concetto di servizio IT: una unità funzionale, composta di software, hardware e reti, che eroga un valore per i suoi utenti e, che spesso nasce come soluzione ad una specifica esigenza e poi si evolve nel tempo.
In questo articolo verrà  ampliato e generalizzato il concetto di servizio, inteso come “il risultato di attività svolte all’interfaccia tra fornitore e cliente e di attività proprie del fornitore, per soddisfare le esigenze del cliente”.
Un servizio, infatti, produce valore per il cliente, a fronte di un pagamento (ad esempio, di un canone periodico), senza che il cliente si debba preoccupare di dettagli realizzativi, di costi diretti e, almeno in linea teorica, dei rischi.
Esempi di servizi sono:
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] In ambito ICT, la connessione ad Internet.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]In ambito trasporti, il treno o l’autobus.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La fornitura di acqua, elettricità, gas.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La raccolta delle immondizie.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La consegna a domicilio di prodotti.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La banca e l’assicurazione.
In molti manuali di economia il servizio viene definito come “l’equivalente immateriale di una merce” e quindi un analogo immateriale del prodotto, distinguendo quindi da un lato prodotti, tangibili, e dall’altro servizi, che procurano valore ma intangibili.
Ma siamo sicuri che questa differenza sia ancora così netta?
 
[sf_iconbox image=”ss-downloadcloud” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”] [/sf_iconbox]

Dal prodotto al servizio

Per approfondire la questione, prendiamo ad esempio qualcosa che “dovrebbe” essere un prodotto: l’automobile.
Un’automobile è sicuramente un oggetto materiale, ha caratteristiche fisiche ben precise, un valore di mercato iniziale e che poi tende a decrescere nel tempo e con l’uso, come tanti altri prodotti. La sua scelta viene fatta per un insieme di motivi, sia razionali sia emotivi.
Ma, dal punto di vista del proprietario, al di là dei rari casi (es. automobili di lusso o storiche) in cui può essere un investimento, cosa è l’automobile? Essenzialmente è lo strumento principale attraverso cui si viaggia, ci si muove, per lavoro, per andare al lavoro, per diletto, per necessità.
[bctt tweet=”Siamo sicuri che esista ancora una differenza netta tra prodotto e servizio?” username=”MapsGroup”]
In molte parti del nostro paese disporre di un’automobile è una necessità, anche solo per poter svolgere le normali attività come recarsi al lavoro o fare la spesa. Per svolgere tale compito l’automobile deve essere in efficienza ogni volta che se ne ha bisogno. Quindi, accanto alle spese di acquisto, il proprietario deve prevedere le spese di carburante, olio e manutenzione periodica o straordinaria.
In caso di incidente l’auto deve essere riparata e si vorrebbe poter disporre di un’auto di cortesia in caso di non disponibilità prolungata a più giorni. Quindi in quest’ottica per il proprietario esiste un servizio auto che garantisce gli spostamenti, a fronte di un canone composto dalla somma delle spese di acquisto iniziale (o rateizzato), delle spese del carburante, olio, manutenzione, bollo e assicurazione ecc… suddivisa per il periodo di uso dell’automobile stessa.
E per l’azienda che produce l’automobile questa è un prodotto? Non solo, nel senso che accanto alla costruzione delle singole auto l’azienda deve predisporre servizi di manutenzione ed assistenza, sia rivolti direttamente ai clienti come, per esempio, il richiamo e la riparazione gratuita in caso di difetti di produzione in un lotto, sia rivolti alla propria rete di concessionari e autofficine autorizzate, come la distribuzione dei pezzi di ricambio “originali”, la formazione dei meccanici sui nuovi modelli ecc…
auto
Non solo: la qualità di tali servizi influenzerà enormemente la scelta del cliente di acquistare di nuovo un modello di quella particolare casa automobilistica.
A maggior ragione quando il cliente ha maggiori possibilità di spesa.
Inoltre le auto sono sempre più dotate di software, software che deve essere aggiornato periodicamente, come quello di altri dispositivi.
Quindi sia per l’azienda produttrice, sia per il cliente finale, il prodotto auto è, in realtà, la parte materiale del servizio auto sopra definito.
Negli ultimi anni si è così assistito ad una transizione verso la gestione completa dell’auto come servizio. Il cosiddetto noleggio di lungo termine, in cui si paga un canone nel tempo in cambio del disporre di un auto completa di servizi di assistenza, manutenzione ed assicurazione per un periodo di tempo o per un kilometraggio massimo è un esempio di servizio auto completo.
Un altro esempio sono i servizi di car sharing come Car2Go e EniJoy, disponibili in alcune città italiane, con cui si paga per il noleggio di un auto per un periodo di tempo limitato.
[bctt tweet=”Negli ultimi anni si è  assistito alla transizione verso l’uso dell’auto non come merce, bensì come servizio.” username=”MapsGroup”]
E’ stato stimato che la presenza di servizi di car sharing potrebbe disincentivare le famiglie che vivono nelle città dall’acquisto della seconda macchina. Questo ha impatto diretto sulle case automobilistiche, che stanno iniziando a prendere contromisure: il servizio Car2Go è di una società del gruppo Mercedes, che in tal modo estende il proprio business usando le auto di propria produzione.
Ora spostiamo l’attenzione verso un secondo prodotto, più “tecnologico”: lo smartphone.
E’ molto facile riconoscere qui i concetti già visti in precedenza. Consideriamo inoltre tutti i casi in cui lo smartphone viene acquistato insieme ad un contratto di servizio telefonico, pagando la rata di acquisto con il canone dello stesso fornitore, oppure ai casi in cui lo si acquista con rateizzazioni.
Ed ecco che il prodotto fisico smartphone (senza dimenticare che il suo software viene comunque aggiornato di frequente tramite un apposito servizio online…) diventa in realtà il servizio smartphone, terminale personale del servizio telefonia e connettività dati mobile fornito da un operatore telefonico.
E ora prendiamo in esame servizi nuovi, che hanno trasformato prodotti fisici, come un disco, un CD o un libro, in servizi che, in cambio di un canone mensile o annuale, consentono l’accesso a raccolte di brani musicali in formato digitale, o a biblioteche virtuali.
Anche il download a pagamento di singoli brani o di libri elettronici è da considerarsi un servizio e non una vendita di prodotti digitali: il file del brano o del libro rimangono, de iure o de facto, di proprietà del fornitore, che ne può revocare l’uso in qualsiasi momento…

[sf_iconbox image=”ss-sync” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

La trasformazione in atto

Gli esempi precedenti ci dimostrano che è in atto una trasformazione, resa possibile dai nuovi sistemi IT e, in prospettiva, dai Big Data.
Le aziende stanno progressivamente trasformando molti dei prodotti di valore (e prezzo) più elevati in servizi, servizi che continuano durante la vita operativa dell’oggetto materiale “prodotto”, e che tendono a fidelizzare il cliente e a fargli rinnovare il servizio con un nuovo prodotto al termine della vita operativa del primo esemplare.
Questo è esattamente il processo con cui una compagnia telefonica ci vende lo smartphone,oggetto terminale del servizio di telefonia mobile. E il servizio prevede l’analisi dei dati di uso dell’oggetto (e del servizio stesso) da parte del cliente.
[bctt tweet=”I dati ci dimostrano che è in atto una trasformazione, possibile grazie ai  sistemi IT e ai Big Data.” username=”MapsGroup”]
Se pensiamo ai sistemi di analisi per la previsione degli interventi di manutenzione, ormai in uso presso i modelli di auto di fascia alta della maggior parte dei produttori, l’evoluzione è proprio questa.
L’auto raccoglie dati sull’uso e sullo status dei propri componenti attraverso un sistema di sensori connesso con la centralina. La centralina comunica periodicamente i dati al costruttore tramite una scheda dati di telefonia mobile. E il costruttore usa questi dati sia per invitare il cliente ad una manutenzione poco prima che qualche componente si possa guastare, sia per offrirgli altri servizi, magari in partnership con altre aziende.
Le Google Car collegate in permanenza con Google Maps che segnalano all’automobilista in giro per turismo luoghi turistici, alberghi, ristoranti o altro in base alle preferenze da lui espresse sono ormai dietro l’angolo.
Tutto questo fa parte dell’ormai prossimo mondo dell’Internet delle Cose, che sarà il tema del prossimo articolo.
dati
 

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6MEMES TRENDS Big Data & C. Sharing Knowledge

6MEMES: sei “tag” in cerca d'autore tra leggerezza e molteplicità.

“Nei tempi sempre più congestionati che ci attendono, il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero.”

Italo Calvino.

 
[dropcap3]6MEMES,[/dropcap3] fin dal suo esordio, non è semplicemente il blog di Maps Group, ma è anche la ricerca di un luogo, o meglio, di un aggregatore di significati e significanti, in cui facilitare la condivisione della conoscenza su tematiche spesso difficili da rendere accessibili. L’input fondante è quello dei “six memes” di Italo Calvino e delle sue Lezioni Americano, che fanno da bussola i nostri autori prima ancora che ai nostri lettori.
In 6MEMES, infatti, ciascuno può seguire una delle vie tracciate dal genio italiano: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza.
[bctt tweet=”#Blog 6MEMES: un luogo in cui facilitare la #condivisione della #conoscenza. ” username=”MapsGroup”]
E proprio questi percorsi culturali, con i quali ci siamo dilettati a “taggare” ogni articolo, ci hanno ispirato in questi mesi una serie di valori e di urgenze che ci hanno guidato nel cercare di descrivere l’odierno universo culturale, con le sue suggestioni e contingenze.
Oggi, a distanza di circa due anni dall’esordio del blog, ci siamo chiesti: queste parole chiave sono ancora strumenti efficaci per definire una società e un mondo dove l’ipercomplessità tecnologica, sociale ed economica impongono di ripensare non solo il nostro sapere, ma anche i nostri stessi spazi fisici e relazionali?
Di seguito alcune delle risposte che abbiamo trovato…

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Leggerezza
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[dropcap3]I[/dropcap3]l tema della leggerezza, per Calvino, si associa sempre ai concetti di precisione e determinazione. Collegata in  maniera fondante al linguaggio stesso, infatti, la pratica della leggerezza lo tramuta in un elemento denso di sostanza – eppure senza peso – attraverso cui l’individuo è trasposto in un livello di percezione più elevato.
Il tutto finalizzato alla possibilità di poter agire e reagire – non solo simbolicamente – alla gravosità degli eventi che si accumulano nel nostro vivere quotidiano.

Ma il web e le tecnologie più massive di condivisione della conoscenza, così presenti  al nostro fianco, si possono davvero considerare leggere, al di là delle apparenze frivole che spesso le connotano?
A prima vista sì, in equilibrio come sono tra paesaggi di rara bellezza diffusi su ogni piattaforma sociale e “nuvole-cloud di caotici ipertesti, codici e tag proposti in maniera sempre più persistente, spesso anche in chiave culturale e non solo di business.
Tuttavia, in tale frequenza e quantità, sarebbe utile non solo una maggiore attenzione  alla precisione e alla veridicità di ciò che ci viene quotidianamente proposto dai vari sistemi informativi, ma anche una nostra maggior propensione alla diversità.
Ciò di cui certamente non necessitiamo, infatti, è il rischio sempre più  attuale di rinchiuderci in spazi all’apparenza aperti e leggeri – come sembrano essere le piattaforme social – dove il mondo viene in realtà selezionato e modellato solo in base ai nostri gusti e stili di vita, appesantendone nei fatti il contenuto.
Un consiglio in proposito? Seguire ciò che propone il verso di una canzone di Giorgio Gaber e il cui titolo è proprio “Leggerezza”: “Cerca di inventare la tua leggerezza, e volerai”.
Se risponderemo a questo invito potremmo imparare a esistere in modo più lieve tornando capaci di riconoscere e apprezzare il momento che viviamo, e non solo la timeline di Facebook o Twitter :).

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Rapidità
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[dropcap3]Ed[/dropcap3] è proprio la rapidità a nascondere (o viceversa a svelare) quel momento. Agli occhi e alla mente di Calvino, infatti, ciò che conta non è tanto la misura del tempo, quanto il fatto di misurarsi proporzionalmente con esso.
Parliamo, nei fatti, di Kairos, ovvero il momento opportuno. Ovvero quel momento esatto in cui il nostro disegno – o quello di ciò che in quell’istante stesso osserviamo o produciamo – irrompe nel disegno più ampio di ciò che esiste accanto a noi in contemporanea, nello scorrere inevitabile del tempo.

Come ci ha insegnato un altro genio italiano, Giacomo Leopardi,  ragionando intorno alla rapidità, in questo caso dedicata alla scrittura, accade infatti che:
La rapidità […] piace perché presenta all’anima una folla d’idee simultanee […] e fanno ondeggiar l’anima in abbondanza di pensieri, o’ immagini e sensazioni […].”
Quale antidoto potrebbe avere, dunque, la necessità di muoverci anche noi rapidamente rispetto al contesto inarrestabile di crescita ed evoluzione (soprattutto tecnologica) in cui viviamo costantemente, con il rischio di caedere, ignari, in qualche precipizio?
Forse un senso attuale potrebbe essere quello di resistere, almeno in parte, all’ebrezza della corsa fine a se stessa, e di concentrarci non solo sul viaggio, ma anche sulla sua meta finale. Occorrerebbe sì correre, dunque, ma con la bussola ben stretta nalla mano.
A costo, aggiungeremmo, di smettere di correre e fermarci, per poi ripartire al momento opportuno in cerca di una strada che sia precipua, e non soltanto rapida.
L’esigenza culturale odierna, dunque, potrebbe essere la ricerca di un giusto ritmo, un’equa misura alle nostre azioni, singole e collettive, seguendo una colonna sonora più armonica e feconda, capace di alternare azione e pausa, rapidità e lentezza…
[bctt tweet=”L’esigenza culturale odierna è trovare un giusto ritmo, un’equa misura alle nostre azioni. ” username=”MapsGroup”]
Il tutto per raggiungere i nostri obiettivi in maniera non tanto veloce, ma precisa, o meglio, esatta. Il che ci porta al prossimo tag 🙂

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Esattezza
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“Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile.

scriveva Calvino a proposito del tema dell’esattezza.
Il perché è presto detto: pretendere esattezza significa cercare una visione del mondo che rappresenti l’istinto e la ragione insieme, il che non è alla portata di tutti. Stiamo infatti parlando di Verità, che – lo sappiamo bene – non esiste per noi umani se non nei termini di approssimazione alla stessa.


Più nello specifico, quindi, e tornando ai tempi nostri, in che tipo esattezza possiamo confidare, immersi come siamo nell’attuale iper-complessità, spesso proposta dagli attuali sistemi culturali di ordine scientifico?
Per il filosofo e psichiatra tedesco Karl Jaspers anche l’esattezza rigorosa della scienza e della tecnologia non affatto la Verità, ma solo un vincolo particolare, un punto di vista anch’esso settoriale, rispetto a ciò che viene conosciuto e spiegato. L’unica via percorribile verso una Verità sotto ogni suo aspetto sembrerebbe esere invece proprio la Comunicazione, sebbene questa stessa pratica ci faccia sentire – nel medesimo istante – quanto la Verità sia infinitamente distante dalla nostra portata.
L’esattezza da ricercare attraverso la comunicazione – in un flusso virtuoso di informazioni che tendono all’inarrivabile verità – è tuttavia la lezione più difficoltosa da apprendere, e soprattutto da perseguire. Eppure, con ogni probabilità, è anche quella che si potrebbe inseguire con più energia e passione.
Come afferma Piero Dominici nel suo testo “La comunicazione nella società ipercomplessa“, infatti, la comunicazione costituisce il pre-requisito fondamentale per la riduzione della complessità, la mediazione dei conflitti e il governo delle imprevedibilità connaturate ai sistemi stessi.
Occorrerebbe dunque sviluppare una nuova cultura della comunicazione, orientata alla condivisione, in grado di rafforzare i meccanismi sociali di fiducia e cooperazione.
E, perché questo accada, è necessario un percorso formativo che raccolga e affronti le sfide poste dalla comunicazione nell’era digitale che ne sappia rendere in primo luogo visibile il lato non solo significativo, ma anche immaginifico.

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Visibilità
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[dropcap3]Q[/dropcap3]uello della visibilità, fra le lezioni americane, è un tema che l’autore pone in maniera davvero anticipatoria, legato come è ai concetti di immagine, immaginato e immaginazione.
Il topic, infatti, riguarda oggi chiunque si avvicini alla cultura in qualsiasi ambito e attraverso qualsiasi mezzo, sia esso logico e razionale piuttosto che visionario e creativo.
Il lato cosiddetto  visual delle cose, non a caso, si sta facendo sempre più contingente, in una successione di invenzioni che rendono Visibile, oggi, ciò di cui un tempo ignoravamo persino l’esistenza.

Gianni Rodari, nella suaGrammatica della Fantasia scrisse del resto:
Un giorno, nei Frammenti di Novalis (1772-1801) trovai quello che dice: Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare”.
La Visibilità, quindi – o capacità di vedere, e quindi di visione – è condizione sine qua per immaginare prima, e comprendere poi, la realtà che viviamo nel pieno della sua complessità, in quanto fonte iniziale per ogni inferenza successiva ed evoluzione di pensiero o ragionamento.
[bctt tweet=”Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare. Gianni Rodari.” username=”MapsGroup”]
Ciò che servirebbe mettere a punto, dunque, sembra essere una sorta di pedagogia dell’immaginazione che ci  aiuti a districare tra le migliaia di immagini che ogni istante ci vengono letteralmente somministrate, per riconoscerle, elaborare, selezionarle e, nel caso, scartarle. Nel pieno del loro molteplice esistere.

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Molteplicità
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“Quella che prende forma nei grandi romanzi del XX secolo è l’idea d’una enciclopedia aperta, aggettivo che […] contraddice il sostantivo enciclopedia, nato […] dalla pretesa di esaurire la conoscenza del mondo rinchiudendola in un circolo. Oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima.”

Ecco la ‘Molteplicità’ di Calvino. Un perfetto abito da cerimonia per il web, la tela di connessione per eccellenza tra fatti, persone e cose del mondo.

Un luogo dove ogni pagina, testo e parola possono aprirsi in mille direzioni diverse, allargarsi a comprendere orizzonti sempre più vasti o divenire sottile linea di coniugazione tra chi scrive e legge, produce e consuma.
Molteplicità di interazione sembra essere, dunque, il valore centrale e contemporaneo del web. Questo, sebbene molti utenti ne facciano in realtà uso spesso per risparmiare conflittualità (tramite mail, “messaggini”, tweet) ed evitare quegli incontri a faccia aperta che potrebbero risolvere i problemi in poco tempo. E nonostante molte istituzioni e brand lo usino invece per confezionare contenuti prefabbricati e predefiniti per niente open.
Come spiega Ermanno Guarneri, tuttavia: “Nel web, […] si possono sviluppare livelli di discussione non previsti. […]. Nonostante le potenzialità multimediali, rimane la scrittura il canale più importante. E la scrittura nel web genera e alimenta le comunità: lo stesso fenomeno del flaming – le litigate online – è dovuto proprio al trasporto emotivo, al senso di appartenenza che si crea nella Rete tra le persone.”
[bctt tweet=”Nonostante le potenzialità multimediali, rimane la scrittura il canale più importante. Ermanno Guarneri.” username=”MapsGroup”]
Per questo buona parte del web rimane di una molteplicità spesso inafferrabile, e dunque imprevedibile. Come un messaggio in bottiglia: solo uno lo raccoglierà o, magari, sarà letto da milioni di persone alle quali mai stringeremo la mano. Il che non è un male, anzi: alimenta il fato, il caso, e dunque un potenziale di libero arbitrio senza il quale ogni cosa sarebbe già stabilita a priori.
Certo, per evitare che questa attitudine fluida delle attuali tecnologie comunicative non sfoci in un caos di fatto inscalfibile e impenetrabile – poiché incomprensibile nel suo disegno complessivo – sarebbe necessario proprio quel valore che, per colpa dell’orologio della vita, Calvino non riuscì a includere nelle sue Lezioni Americane, ovvero la Coerenza.

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Coerenza
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[dropcap3]L[/dropcap3]a sesta conferenza, purtroppo, Calvino non fece in tempo a scriverla. Restano appunti dai quali si evince come lo scrittore si sarebbe riferito a un racconto di Melville, Bartleby lo scrivano.

Bartleby è la figura che si sottrae alla relazione sociale e alle convenzioni in nome di una perfetta coerenza alimentata, per assurdo, da una disincantata incoerenza.
Oltre alle interpretazioni esistenzialiste, e ai primi concetti di irrazionalismo contenuti in questo testo, non sappiamo a cosa Calvino volesse riferirsi con esattezza.
Da parte nostra, tornando al topic principale del nostro blog, possiamo senz’altro osservare come nell’epoca attuale, la Coerenza (intesa anche come consistenza e compattezza) ben si adatti al mondo dei Big Data, ovvero a quei numeri, codici, statistiche illeggibili e acronimi spesso incomprensibili che sono  destinati a incidere in modo strategico sulla società in cui viviamo.
Ed è forse proprio questa nuova forma di coerenza, capace di restituire una forma visibile e dunque conoscibile alla complessità, uno dei fini possibili dell’innovazione e delle varie scienze dei Dati.

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Questi, in sintesi, sono e saranno anche nel nuovo anno le mappe di senso che seguiremo, alla caccia di un tesoro di tag che – proprio come la pentola degli Elfi alla fine dell’arcobaleno – si sposta a ogni passo più in là di quanto all’inizio appare. Nel frattempo, anche il nostro Blog va in vacanza.
Un ultimo consiglio? La semplicità. Regalate affetto e armonia a chi vi piace. E preparatevi a un nuovo anno all’insegna della Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità e Coerenza.
Buone Feste!
 

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6MEMES TRENDS Information and communications technology White Paper

ICT, INNOVAZIONE E GDPR. Un punto di equilibrio tra evoluzione del mondo digitale e protezione dei dati. White Paper di Giulio Destri.

“Nei prossimi anni il business e la competitività delle aziende sarà sempre più legato alla capacità di creare prodotti, servizi ed esperienze digitally-enhanced. Un concetto che sottende implicazioni straordinarie per le organizzazioni di ogni ordine e grado, dal punto di vista tecnologico, dei modelli ICT, delle tecnologie digitali, dei processi organizzativi e della relazione con i clienti.”

 
[dropcap3]L[/dropcap3]a nascita e l’evoluzione del progetto di ogni servizio ICT, per erogare nuovi valori agli utenti, richiede la necessità di strutturare un piano di business in cui inserire il servizio ICT, dal concepimento alla realizzazione e dalle sue evoluzioni successive sino alla dismissione.
Ogni servizio IT avrà uno scopo o più di uno e potrà evolvere nel tempo per seguire il bisogno dell’utente o anche essere sostituito in base all’evoluzione dello scopo.
Dovranno essere le istituzioni accademiche e scolastiche a formare professionisti ICT abili e consapevoli, che possano poi crescere integrando lo studio e l’aggiornamento autonomo con l’esperienza sul campo. Solo acquisendo questa nuova generazione di professionisti e modernizzandosi con le apposite metodologie le aziende e le pubbliche amministrazioni (in particolare quelle italiane) potranno entrare in competizione sul mercato internazionale.
Occorre anche non dimenticare le problematiche di sicurezza, diretta ed indiretta, legate agli strumenti ICT. Sarà dunque necessario concentrare attenzione anche sulla privacy dei dati, connessa in modo molto stretto con la sicurezza, e sulla nuova norma europea che entrerà in vigore nel maggio 2018, il Regolamento UE 679/2016, meglio noto come General Data Protection Regulation o GDPR.
In questo White Paper, nuovo contributo sul mondo ICT realizzato per il blog 6MEMES, il prof. Giulio Destri si addentra con cognizione e leggerezza nel complicato universo della trasformazione digitale per esplorarne i processi e i fautori della sua evoluzione nonché le normative che andranno a regolarla. Perché, come afferma lo stesso Prof. Destri: ICT ed Automazione non sono soltanto la tecnologia che li rende possibile ma anche le persone che li costruiscono e quelle che li usano, le relazioni che fra esse intercorrono, le metodologie e le leggi che devono essere seguite. E cambiano continuamente, evolvendosi a velocità una volta impensabili.”
 
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
Introduzione.
01. Il ruolo dell’ICT oggi.
02. L’IT nel XXI secolo: il compromesso tra velocità di evoluzione ed equilibrio.
03. Le figure professionali dell’ICT: come riconoscerle.
04. La formazione accademica: come si diventa professionista ICT.
05. ICT ed effetti indiretti di sicurezza: la cybersecurity sulla scena politico-economica mondiale.
06. Come cambiano le normative: arriva il GDPR.
07. GDPR e requisiti nei progetti IT: il quadro della situazione.
08. GDPR e IT Service Management: la progettazione dei nuovi Servizi IT nel rispetto della normativa.
Conclusioni.
Sitografia.

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Il meglio di 6memes: Made in Italy, Corpo parlante, TELCO, Sostenibilità e Cybersecurity balzano in prima posizione!

Tutto il problema della vita è questo:
come rompere la propria solitudine,
come comunicare con gli altri.

Cesare Pavese

 
Quando le temperature si abbassano e il gelido occhio d’inverno posa lo sguardo su di noi, è importante tenere il corpo riscaldato e alte le nostre difese immunitarie, così come è essenziale evitare il letargo della mente o, viceversa, il precipitare a-critico nei ritmi frenetici e spesso bulimici delle festività.
A parte gli scherzi, è ormai diffusa la consapevolezza dell’importanza del “Cibo per la mente”, che concorre in maniera sostanziale al mantenimento della nostra buona salute psico fisica, grazie alla sua capacità di “nutrire” la comunicazione altamente specializzata tra le cellule del tessuto nervoso.
Anche noi di 6MEMES, dunque, vogliamo partecipare a questo processo virtuoso 🙂 proponendo i migliori contributi dei nostri autori saliti alla ribalta del podio nel corso di questi tre mesi autunnali: settembre, ottobre e dicembre.
Eccovi, dunque, il gradimento dei contenuti in base alla piattaforma social di condivisione degli stessi.
[bctt tweet=”#Comunicare correttamente è nutrimento, giudicare è affamare la comunicazione e la comprensione. #6MEMES #socialmedia” username=”MapsGroup”]

Facebook e il popolo curioso.

Il nostro canale Facebook riserva una sorpresa che, per sano orgoglio, teniamo subito a svelarvi: un meritato secondo gradino del podio lo conquista il precedente contributo su Il meglio di 6MEMES! Ecco il risultato, quando la curiosità sul tema della comunicazione crea interesse nello scoprire cose nuove e approfondimenti che stupiscono: ben 585 persone che lasciano un bottino virtuale di 36 tra reazioni, commenti e condivisioni!

Clicca sull’immagine per aprire l’articolo.

Sara Di Paolo, marketing manager di Words, agenzia che opera dal 1989 nel settore della comunicazione strategica, firma il pezzo vincitore assoluto, con una copertura di 956 persone raggiunte, dove racconta del monitoraggio eseguito tra web, social e press nel mondo anglosassone su come viene percepito il Made in Italy all’estero.
E, per completare il terzetto, come da qualche report a questa parte sempre presente in classifica, il nuovo articolo scritto da una punta di diamante della comunicazione su web: Natalia Robusti. La blogger, nel secondo appuntamento della rubrica ‘In salute e in malattia’, racconta “come la nostra corporeità disponga di un proprio linguaggio, più o meno ermetico, anche in termini di salute e benessere.” Contiamo di vedere Natalia salire sul podio anche la prossima volta per stupirci con le parole!
 
 
 

Linkedin, il social per professionisti sempre più… “professionale”!

Linkedin rimane un’ottima camera di risonanza per informazioni di attualità e approfondimento su argomenti tecnologici e rivoluzioni digitali.

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Anche se la piattaforma premia ancora una volta Sara Di Paolo e la sua avventura sul web anglossassone, in seconda e terza posizione compaiono infatti temi attuali affrontati con l’erudita semplicità dei cultori della materia.
Maurizio Pontremoli si sofferma su lo stato dell’arte di Big Data e Predictive analysis nel settore delle Telecomunicazioni (TELCO) mentre il Professor Giulio Destri, dopo aver esplorato alcune delle problematiche di sicurezza, diretta ed indiretta, legate agli strumenti IT, si concentra sulla privacy dei datisi concentra sulla privacy dei dati e sulla nuova norma europea meglio nota come General Data Protection Regulation o GDPR.
Gli utenti di Linkedin, insomma, dimostrano di avere voglia di conoscere sia come “gira il mondo” attorno a web e trasformazioni digitali, sia come “il mondo gira” grazie all’influenza di web, automazione e processi digitali!
 

Twitter “il buono”…

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Twitter è sempre più considerato come un canale di diffusione di buone notizie a contrasto delle fake news spesso protagoniste virali di web e social e capaci di influenzare opinioni pubbliche ed eventi politici o economici. Tv, giornali e radio quotidianamente accreditano Twitter come fonte autorevole d’informazioni. E giornalisti, studenti, attivisti comunicano e si seguono l’un l’altro principalmente su Twitter.

6MEMES, anche per questi mesi, ha contribuito, come fonte di informazione seria ed equilibrata, a comunicare nel modo più corretto con il pubblico che ha avuto il piacere di seguirlo. E proprio il pubblico ha premiato tre temi attuali e importanti: la CyberSecurity sulla scena politico-economica mondiale, di nuovo Natalia Robusti e come “la nostra corporeità disponga di un proprio linguaggio, più o meno ermetico, anche in termini di salute e benessere” e, per concludere, il contributo di Maria Bonifacio con il suo White Paper su la legislazione in materia ambientale e i modelli di sviluppo sostenibile.
Il fenomeno della fake news sta diventando un’emergenza, ma difendersi con 6MEMES è dunque possibile!
[bctt tweet=”“La strada che porta alla #conoscenza è una strada che passa per dei buoni #incontri. Baruch Spinoza. #6MEMES #comunicazione” username=”MapsGroup”]

Il Meglio di 6MEMES vi saluta e vi dà appuntamento tra tre mesi!

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6MEMES TRENDS Information and communications technology

GDPR e IT Service Management: la progettazione dei nuovi servizi IT nel rispetto della normativa. Di Giulio Destri.

Il quadro della situazione.

Nei precedenti articoli, dopo una visione delle problematiche di sicurezza, diretta ed indiretta, legate agli strumenti IT, abbiamo focalizzato l’attenzione sul regolamento europeo GDPR (General Data Protection Regulation), soprannominato anche “Gran Decreto Privacy”, e sulle sue conseguenze rispetto alla progettazione di nuovi servizi IT per il trattamento dati.
In questo articolo concentriamo l’attenzione su alcune delle richieste che il GDPR pone per i trattamenti dei dati in essere, specialmente per le persone che li svolgono usando gli appositi servizi IT:

[icon image=”ss-lock” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] la sicurezza dei dati;

[icon image=”fa-balance-scale” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il principio di responsabilità (accountability).

Sicurezza che non vale solo per i trattamenti nuovi, progettati dopo il maggio 2018, ma per tutti i trattamenti di dati personali in essere presso un’azienda od organizzazione.

L’obbligo della sicurezza.

In particolare partiamo dall’articolo 32 del GDPR, il cui paragrafo 1 afferma: Tenendo conto dello stato dell’arte e dei costi di attuazione, nonché della natura, dell’oggetto, del contesto e delle finalità del trattamento, come anche del rischio di varia probabilità e gravità per i diritti e le libertà delle persone fisiche, il titolare del trattamento e il responsabile del trattamento mettono in atto misure tecniche e organizzative adeguate per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio…
Cosa significa in pratica questo? Che:

  1. Occorre una adeguata analisi del rischio, che presuppone la conoscenza
    • dei trattamenti in essere,
    • delle loro finalità,
    • di chi li svolge (e con quale ruolo),
    • di quali strumenti e servizi IT sono usati per tali trattamenti.
  2. L’analisi del rischio deve portare a determinare probabilità e impatto dei rischi che incombono rispetto ai diritti e le libertà delle persone.
  3. Devono essere predisposte le adeguate contromisure e quindi, per ogni singolo trattamento, sempre dall’articolo 32:
    • “la capacità di assicurare su base permanente la riservatezza, l’integrità, la disponibilità e la resilienza dei sistemi e dei servizi di trattamento”;
    • “la capacità di ripristinare tempestivamente la disponibilità e l’accesso dei dati personali in caso di incidente fisico o tecnico”;
    • una procedura per testare, verificare e valutare regolarmente l’efficacia delle misure tecniche e organizzative al fine di garantire la sicurezza del trattamento”.

[bctt tweet=”Il #GDPR prevede misure tecniche e organizzative per garantire una sicurezza adeguata al rischio.” username=”MapsGroup”]
Inoltre, per le aziende con più di 250 dipendenti o in cui i trattamenti sono a rischio per i diritti degli interessati, come ad esempio commercialisti, studi di medicina del lavoro, assicurazioni e altri, vale anche l’obbligo di realizzare un registro dei trattamenti contenente informazioni come:

  1. il nome e i dati di contatto del titolare del trattamento e, ove applicabile, del contitolare del trattamento, del rappresentante del titolare del trattamento e del responsabile della protezione dei dati”;
  2. le finalità del trattamento”;
  3. “una descrizione delle categorie di interessati e delle categorie di dati personali”.

Una serie di informazioni, dunque, che completano quanto visto prima. L’articolo 30 del GDPR, che definisce tale registro, prosegue elencando altre informazioni, tra cui:

  1. “ove possibile, i termini ultimi previsti per la cancellazione delle diverse categorie di dati”;
  2. “ove possibile, una descrizione generale delle misure di sicurezza tecniche e organizzative di cui all’articolo 32, paragrafo 1” riallacciandosi, quindi, a quanto abbiamo visto sopra.

Le conseguenze.

Un’azienda deve:

[icon image=”ss-downloadfolder” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Conoscere obbligatoriamente i trattamenti dei dati al proprio interno.

[icon image=”ss-compose” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Poter fare un’analisi del rischio (descritta nell’articolo precedente) per ciascun trattamento e prendere le eventuali contromisure adeguate.

Ovvero l’azienda deve conoscere bene sè stessa ed i processi entro cui avvengono i trattamenti dei dati. Il lavoro per realizzare una base di conoscenza che consenta questo è ampio e non può essere visto semplicemente come un mero adempimento ad un obbligo di legge. Va visto come un investimento per migliorare la propria efficienza e la propria robustezza.
Infatti, combinando insieme il tutto, osserviamo che:

  1. Conoscere i processi (e le attività interne ad essi) in cui avvengono i trattamenti significa avere una mappa dei processi conforme alla ISO9001 e avere coincidenza fra quanto è scritto e quanto si fa;
  2. Conoscere i trattamenti e le loro finalità di business significa conoscere il valore che i trattamenti hanno per l’azienda;
  3. Conoscere la base giuridica significa avere consapevolezza delle leggi e avere i documenti legali (contratti, consensi informati) associati ai trattamenti;
  4. Conoscere le categorie di dati trattati e gli interessati e definire i termini di conservazione dei dati stessi significa conoscere in modo preciso l’uso operativo dei dati;
  5. Conoscere i referenti interni e chi tratta i dati significa avere stabilito una catena di responsabilità entro l’organigramma (come previsto dagli standard sui processi come ISO15504);
  6. Conoscere i referenti esterni significa avere un legame tra la mappa dei fornitori ed i servizi di trattamento che questi offrono (condizione obbligatoria nelle buone pratiche di ITIL e di altri framework per la gestione dell’IT);
  7. Conoscere le categorie di destinatari dei dati significa conoscere i flussi di dati che partono dall’azienda, sia interni, sia oltre i confini dell’Unione Europea;
  8. Conoscere le modalità di trattamento dei dati significa conoscere gli strumenti tecnici (applicativi, servizi IT, interni ed esterni all’azienda) che vengono utilizzati per trattare i dati stessi; in questo caso avviene quindi una integrazione con il catalogo dei servizi previsto dagli standard come ITIL;
  9. Conoscere le misure di sicurezza significa avere sotto controllo la sicurezza dell’azienda e poter dimostrare di avere preso le misure idonee a ridurre al minimo i rischi.

Appare evidente da tutto questo come il GDPR è conforme (o, per meglio dire, ispirato) alle buone pratiche di framework internazionali come ITIL, COBIT e PMBoK e agli standard di sicurezza (ISO27001), di gestione del rischio (ISO 31000) e della privacy (ISO 29000).
Un esperto di normative ha definito il GDPR come “una normativa ISO imposta per legge e che trasuda ISO da tutte le parti”.

Un esempio operativo.

Con riferimento all’esempio dello scorso articolo sull’archivio clienti, supponiamo che tale archivio esista già. Come possiamo applicare i punti sopra descritti?
Nella figura è descritto in modo molto semplificato l’uso del catalogo dei servizi ITIL, con una mappa ispirata alla architettura enterprise di TOGAF, applicato all’esempio corrente.

  1. Il cliente ha bisogno di un servizio di assistenza ed interpella l’ufficio clienti attraverso una mail, una telefonata o l’apertura di una richiesta (ticket) su un portale Web di assistenza.
  2. L’ufficio clienti a sua volta ha bisogno, per poter esaudire la richiesta del cliente, di agire sulla scheda cliente (insieme di dati personali ed altro), contenuta nel servizio IT CRM.
  3. Il Servizio CRM è composto dall’applicazione software (applicativo) CRM che, per funzionare, necessita della postazione di lavoro (tipicamente il PC) che l’impiegato dell’ufficio clienti usa e, a livello più tecnico, del database, ossia lo strumento IT che contiene i dati;
  4. Il database opera entro un server ed utilizza un sistema di storage, ossia memorizzazione permanente; senza tali componenti non potrebbe operare ed i dati non sarebbero disponibili (violazione dell’articolo 32 e dei diritti del cliente);
  5. Sia la postazione di lavoro, sia il server hanno bisogno della rete per comunicare fra loro; quindi entrambi dipendono dalla rete, come indicato dalle frecce;
  6. Il buon funzionamento di tutte le componenti è garantito dai servizi di assistenza e supporto.


Seguendo lo schema possiamo farci alcune domande relative alla sicurezza:

  1. L’impiegato è adeguatamente addestrato per compiere tutte le operazioni che il ruolo di assistenza cliente richiede?
  2. Come l’impiegato accede al servizio IT CRM? Che tipo di credenziali sono utilizzate? Sono mantenute al sicuro? Quanto frequentemente sono cambiate?
  3. Qualora l’impiegato sia in ferie o in malattia il sostituto può svolgere il suo compito senza conoscere le sue credenziali, ma con altre credenziali che lo identifichino univocamente?
  4. Qualora l’impiegato stampi una scheda cliente contenente dei dati personali, esiste una procedura per minimizzare il rischio di accesso non autorizzato a questa stampa? Ad esempio, viene tenuta sotto chiave o in bella vista sulla scrivania?
  5. L’impiegato può accedere solo ai dati che gli servono per il suo ruolo o anche ad altri? Riallacciandoci al principio della minimizzazione e rovesciando la questione: nel sistema sono presenti più dati personali di quelli che effettivamente servono?
  6. Che misure vengono prese per garantire il buon funzionamento dei componenti tecnici come il database o il server? In caso di guasto, in quanto tempo il servizio può essere ripristinato (RPO e RTO, si veda l’articolo precedente)?
  7. Che misure di protezione vengono prese rispetto ad attacchi deliberati ai sistemi e/o ai dati? Ad esempio, che antivirus sono in dotazione?
  8. Che contratto esiste con i servizi di supporto? I suoi termini sono conformi al GDPR? Che livelli di servizio sono garantiti? E che tipo di accesso ai dati del database possono avere i servizi di supporto?
  9. Tutti questi aspetti sono verificati periodicamente?

Queste sono solo alcuni esempi di domande che è necessario porsi come base per un’analisi del rischio, primo passo verso l’adozione di opportune misure di sicurezza, se necessarie, o verso la convalida di una situazione esistente, se “adeguatamente” sicura.

Passare al GDPR.

Non dobbiamo mai dimenticare che il GDPR chiede ai titolari ed ai responsabili del trattamento di essere in grado di dimostrare di avere messo in atto “misure tecniche ed organizzative adeguatee non minime!

Quindi, sicuramente, per giungere alla conformità prevista dal GDPR il primo passo è conoscere sé stessi, ovvero conoscere la propria azienda e sapere come funziona. Ed ecco perché il passaggio al GDPR comprende aspetti legali, organizzativi, tecnici e formativi delle risorse umane. L’approccio non può che essere multidisciplinare e i responsabili delle funzioni operative aziendali, che conoscono il funzionamento quotidiano dei processi, devono essere coinvolti nel processo di adeguamento. Ed è necessaria una “cabina di regia”, in grandi organizzazioni, guidata dall’ufficio qualità o compliance.
Presto saranno trattati aspetti legali per il GDPR mentre nel prossimo articolo tratteremo il concetto di servizio, dentro e fuori l’azienda, e il passaggio del mercato verso una logica “universale” del servizio.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 

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6MEMES TRENDS Information and communications technology

GDPR e requisiti nei progetti IT: il quadro della situazione. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]ei precedenti articoli abbiamo visto alcune delle problematiche di sicurezza, diretta ed indiretta, legate agli strumenti IT e introdotto il regolamento europeo GDPR (General Data Protection Regulation), soprannominato anche “Gran Decreto Privacy”.
In questo articolo concentriamo l’attenzione su alcune delle richieste che il GDPR pone per i nuovi trattamenti di dati successivi alla sua definitiva entrata in vigore: la privacy e la data protection by design e by default.
La privacy e la protezione dei dati diventano parte integrante di ogni trattamento sin dalla progettazione e per impostazione predefinita. E deve essere svolta una adeguata analisi dei rischi. Ciò è conforme pienamente ai principi espressi da normative internazionali come ISO27001 (la sicurezza informatica) e ISO31000 (la gestione del rischio) e, in generale, ai temi della qualità espressi dalla normativa ISO9001 nella nuova versione del 2015. E rientra nelle buone pratiche suggerite dai framework come ITIL e COBIT e dai principi degli standard di Project Management come PMBoK, Prince2, ISO21500 etc.
[bctt tweet=”GDPR: privacy e protezione come parte integrante di ogni trattamento dei dati.” username=”MapsGroup”]

Le conseguenze e i vincoli introdotti

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In un progetto di servizio IT che automatizza un trattamento di dati e considerando anche eventuali fasi manuali al suo interno occorre inserire fra i requisiti essenziali la data protection e la privacy.
Per capire meglio cosa questo significa partiamo dalle premesse: un progetto IT, in questo caso di nuovo trattamento dei dati, parte necessariamente da una serie di requisiti da soddisfare, legati alle ragioni di business aziendale cui è associato l’obiettivo del processo. Questi requisiti, integrando quanto il GDPR chiede negli standard di Business Analysis, possono essere suddivisi nelle seguenti categorie:
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Requisiti funzionali espliciti: sono le esigenze funzionali che il servizio IT deve soddisfare per generare valore per chi lo usa; un esempio, in un servizio web e-commerce, è descrizione della form di iscrizione al sito stesso.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Requisiti funzionali impliciti: sono esigenze funzionali che tendiamo spesso a dare per scontate, ma che sono comunque molto importanti; un esempio sono le regole di profilazione degli utenti che accedono ad un sistema, che definiscono i diritti di accesso alle varie categorie di dati per i singoli profili degli utenti.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Requisiti non-funzionali: sono caratteristiche tecniche ed organizzative che il servizio IT dovrà rispettare; un esempio sono le piattaforme su cui una app deve operare (iOS, Android, Windows Phone…).
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Requisiti di qualità, fra cui includere anche quelli di sicurezza: sono la parte che ITIL definisce come “garanzia” di un servizio e rappresentano la qualità del servizio stesso. Tra questi i più importanti sono:
la disponibilità (availability) di un servizio, ossia l’intervallo in cui il servizio è disponibile per gli utenti, che può essere, per esempio, orario di ufficio oppure 24x7x365 (tutto il tempo dell’anno);
la capacità (capacity) di un servizio, ad esempio il numero massimo di utenti che possono collegarsi simultaneamente, il numero massimo di documenti memorizzabili etc.;
l’affidabilità (reliability), ossia la capacità di un servizio di funzionare rispettando tutte le specifiche che lo definiscono in modo costante nel tempo (ad esempio, il tempo di esecuzione di una data funzione dovrebbe mantenersi ragionevolmente costante anche al crescere del numero di utenti collegati);
la sicurezza (security) del servizio, sia rispetto ad eventi accidentali (ad esempio, guasti di componenti hardware) ed attacchi deliberati (azione di pirati informatici, virus etc).
[bctt tweet=”Affidabilità e sicurezza sono in sostanza quanto richiesto di default dal privacy e data protection.” username=”MapsGroup”]
Affidabilità e sicurezza sono in sostanza quanto richiesto dal privacy e data protection by default. In particolare queste due caratteristiche si traducono nelle seguenti qualità da mantenere per i dati:
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]disponibilità del dato: il dato è fruibile per gli utenti attraverso il servizio IT che lo tratta, se questo non sta funzionando, il dato è inaccessibile; anche se il dato è salvato nel backup, occorre tempo per ripristinare il funzionamento del servizio IT e ri-immettervi il dato rendendolo nuovamente disponibile per gli utenti; si pensi, ad esempio, ad un contesto sanitario dove la cartella clinica di un paziente deve essere disponibile per tutti quanti sono coinvolti nella cura del paziente stesso;
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]riservatezza del dato: il dato deve essere accessibile solo alle persone il cui ruolo prevede l’accesso al dato stesso; ovviamente possono esistere ruoli abilitati ad accedere a una quantità maggiore di dati rispetto ad altri; ad esempio, in un archivio del personale l’ufficio HR ha accesso a tutti i dati delle persone memorizzate, mentre altre funzioni non possono vedere indirizzi e stipendi;
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]integrità del dato: il dato deve essere protetto rispetto a modifiche del contenuto, accidentali (involontarie) oppure effettuate volontariamente in modo non autorizzato (ad esempio, si pensi all’azione di virus, dai cripto-locker come WannaCry ai virus subdoli che scambiano tra loro in modo casuale le righe di testo dei documenti che attaccano, oppure all’azione di un pirata informatico che modifica i voti di un concorso pubblico);
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]esattezza del dato: il dato deve essere esatto (ossia contenere dati personali corretti) ed aggiornato; pensiamo per esempio a tutte le problematiche legate alle utenze di servizi come gas ed elettricità quando il nominativo del titolare non è riportato correttamente dentro i sistemi che elaborano i dati;
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]conformità del dato: il dato deve essere espresso in una forma conforme alle leggi ed ai regolamenti; ad esempio, nell’ambito di alcune transazioni finanziarie la precisione dei numeri con la virgola deve essere di almeno 6 cifre decimali.
A tali requisiti si aggiungono due ulteriori qualità per la salvaguardia dei dati:
RTO: tempo totale necessario per il ripristino della piena funzionalità di un servizio IT, comprensivo dei dati in esso contenuti, in caso di incidente; è composto da varie fasi, dall’individuazione dell’incidente o malfunzionamento a tutto quanto serve per ripristinare la piena funzionalità del servizio che tratta i dati e quindi la piena disponibilità di ogni dato in esso memorizzato.
RPO: tempo nel passato cui è possibile tornare con il ripristino dei dati, significa che in caso di incidente grave che comporta la distruzione di un archivio dati, il backup periodico deve garantire la possibilità di ritornare ad un dato momento nel passato.
Se, ad esempio, salviamo il contenuto di un disco di un PC a mezzanotte e poi un guasto cancella tutti i dati alle 10 del giorno dopo, sarà possibile ripristinare solo i dati come erano a mezzanotte; esistono sistemi (costosi) in cui l’RPO è meno di un minuto, il che significa praticamente che non si possono perdere dati.

Andiamo oltre: analisi del rischio.

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Le qualità definite nel paragrafo precedente sono ciò cui è necessario tendere. Questo significa che dobbiamo da un lato definire quali valori per ciascuna delle qualità sopra definite sono necessari per ogni trattamento dei dati e dall’altro valutare il rischio di uscire da valori, a causa di eventi accidentali come, ad esempio, i guasti software e hardware o di eventi deliberati come i virus o gli attacchi informatici.
Questo si può attuare con un processo standardizzato chiamato gestione del rischio (Risk Management), definito nello standard ISO 31000. Possiamo definire in breve l’analisi, gestione e prevenzione/riduzione del rischio (Risk Assessment, Management e Treatment) con un proverbio: “Prevedere il peggio per gioire del meglio”.
[bctt tweet=”Analisi, gestione e prevenzione o riduzione del rischioo: prevedere il peggio per gioire del meglio.” username=”MapsGroup”]
Infatti la gestione del rischio prevede di:
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]individuare, basandosi su esperienza, buone pratiche e altre metodologie codificate, tutti i rischi, ossia gli eventi (casuali e non) che possono alterare il risultato atteso;
quantificare l’impatto, ossia l’effetto dannoso di tali eventi sulle qualità del servizio sopra descritte;
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]quantificare la probabilità del verificarsi di tali eventi;
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]attribuire un peso al rischio combinando insieme probabilità ed impatto (esistono varie formule standard per questo);
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]individuare i rischi con peso più alto, definendo quindi quali sono i rischi “importanti” che richiedono contromisure e quali invece i rischi “accettabili”;
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]stabilire quali azioni possono ridurre la probabilità o l’impatto o entrambi per questi rischi, ed il loro costo;
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]applicare queste contromisure e stabilire il nuovo peso del rischio.
Il GDPR prevede che queste analisi del rischio debbano essere fatte prima di ogni progetto di nuovo trattamento. In realtà poi l’analisi del rischio viene ripetuta periodicamente, all’interno di un processo di miglioramento continuo.

Applichiamo ora il GDPR

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Technology security
Tutti i requisiti di sicurezza del dato, seguendo il GDPR, vanno affrontati in modo completo e organico fin dall’inizio. 
Vediamo ora insieme una possibile sequenza di passaggi con un esempio legato all’azione di un ufficio clienti presso un’azienda che si rivolge a clienti finali e che vende ad essi.
Supponiamo dunque che il trattamento da progettare ex novo sia l’archivio clienti di un particolare prodotto con una garanzia di assistenza gratuita di 24 mesi dopo l’acquisto, e focalizziamo l’attenzione sui requisiti richiesti dal GDPR, in particolare per security e privacy.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Anzitutto circoscriviamo il perimetro, partendo dallo scopo del trattamento che è legato ad un particolare contratto (“liceità”) e che prevede che i dati saranno conservati per 12 mesi dopo la cessazione del rapporto commerciale. I dati sono personali (relativi a persone fisiche), quindi soggetti a tutte le regole del GDPR.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]I dati devono essere raccolti all’atto della stipula del contratto, corredato del consenso informato con tutte le specificazioni richieste dal GDPR. La firma del contratto è completata con la firma specifica del consenso informato. La copia di contratto e consenso informato firmata dal cliente è raccolta, scansionata e poi depositata in archivio cartaceo a parte, mantenuto sotto chiave.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Le copie dei contratti raccolti devono essere tenute in contenitori chiusi durante il trasporto verso i sistemi dove avviene la scansione, onde evitare che persone non autorizzate vedano i dati personali in essi scritti.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]I dati vengono inseriti da persone autorizzate che ricevono la trasmissione della scansione. La copia della scansione ricevuta dagli addetti, ultimata l’operazione di inserimento, viene cancellata.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]A questo punto occorre applicare tutti i principi ai dati: l’archivio dei dati, costruito ad hoc, deve applicare i principi di pseudonimizzazione e minimizzazione dei dati stessi. Il servizio IT e le sue componenti devono essere protetti da guasti accidentali e da attacchi informatici.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Occorre ora un’analisi del rischio, tesa a stabilire le conseguenze rispetto ai principi del GDPR di eventi infausti:
a. una eventuale corruzione o perdita dei dati impedirebbe la godibilità della garanzia e quindi la violazione degli accordi contrattuali, violando anche il GDPR,
b. un eventuale trafugamento di dati violerebbe la privacy dei clienti e costringerebbe l’azienda alla comunicazione esplicita a tutti i propri clienti ed al garante di quanto avvenuto, con la conseguente perdita di reputazione.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Con i risultati del punto precedente diventa necessario inserire tra i vari requisiti tutti quelli funzionali, non funzionali e di qualità tesi ad applicare una sicurezza adeguata. Potremo quindi prevedere:
a. Firewall a protezione dei sistemi che contengono i dati.
b. Crittografia applicata sulle connessioni di accesso ai sistemi.
c. Eventuale crittografia applicata entro il database per evitare che accessi non autorizzati ad esso possano portare a trafugamento o modifiche di dati.
d. Regole di accesso ferree per l’applicativo: gli addetti al trattamento dati possono vedere solo i dati specifici necessari per svolgere la loro funzione aziendale.
e. Controlli di qualità sul sistema con vulnerability assessment da realizzare periodicamente e processi di aggiornamento e gestione delle non conformità riscontrate.
f. Politiche di backup e ripristino opportune, tese a minimizzare la probabilità di perdita di dati e, allo stesso tempo, a migliorare i valori di RPO e RTO.
g. Politiche opportune di scelta e gestione delle password.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Infine, i ruoli di accesso dovranno essere distribuiti opportunamente rispetto alla privacy.

Per concludere:

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L’esempio pratico appena esposto rende manifesto come – introducendo le buone pratiche di analisi del rischio, rispetto dei requisiti di sicurezza e privacy fin dall’inizio del progetto, ed applicandovi opportunamente le regole metodologiche e tecniche – si è in regola anche rispetto al GDPR, oltre a costruire servizi IT di trattamento dati di qualità e funzionamento migliore.
Tutto questo – concludiamo – ha un costo superiore rispetto alla disattesa di tali prassi? Sicuramente sì, ma è necessario considerare il rapporto costi/benefici non soltanto all’inizio, ma durante tutto il ciclo di vita del servizio IT.
NB: nel prossimo articolo tratteremo le conseguenze del GDPR sull’IT Service Management ossia sulla gestione dell’esercizio dei servizi IT.  Stay tuned!

– Sitografia –

Il testo del GDPR in Italiano
Il portale EUROPRIVACY
Il portale del Garante Italiano della Privacy

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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

"V" come Big Data. Dal Volume alla Velocità per estrarre informazioni di Valore dai dati.

Avevamo un po’ di nostalgia del nostro chiacchierare di Big Data & C… Vi proponiamo quindi un’infografica in cui celebriamo le loro “V”.

Il Volume dei dati, infatti – seppure il nome stesso “BIG” possa indurre in fraintendimenti – non basta a identificarli. Per interpretarli vanno considerati anche criteri di Velocità, Varietà, Variabilità, Veridicità.

Vediamo insieme come e perchè !

Le 5 V dei Big Data

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6MEMES TRENDS Predictive Analysis: asset digitali emergenti

Pronto, chi – dove, quando e come – parla? Stato dell'arte su Big Data e Predictive analysis nel settore TELCO. Di Maurizio Pontremoli.

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[dropcap3]D[/dropcap3]opo aver introdotto nell’articolo precedente il tema generale delle best practice nella Predictive analysis, e aver trattato più in particolare l’argomento dell’Informatizzazione clinica orientata all’analisi predittiva, procediamo nella nostra rubrica in una rapida, ma articolata incursione nel settore delle telecomunicazioni.
Analizzando questo mercato con i focus caratteristici della nostra rubrica, incentrati su Business Model, User experience e Operating process, già a un primo approccio possiamo confermare che sia la ricerca di una fidelizzazione del cliente che l’aspirazione all’individuazione di nuove fonti di ricavo, in questo settore di per sé amplissimo, sono rilevanti e significative.
[bctt tweet=”Il settore TELCO verso la fidelizzazione del cliente e nuove fonti di ricavo.” username=”MapsGroup”]
Se ne potrebbe dedurre che siamo di fronte a un mercato in cui la ricerca di casi d’uso sulla Predictive analysis si dovrebbe presentare come particolarmente fruttuosa…
Questo, da un lato perché la disponibilità dei dati è molto ampia, e dall’altro perché la competizione nel settore è decisamente elevata: non occorrono sofisticati algoritmi previsionali per stimare che almeno il 50% dei miei (pochi 😉 lettori avranno cambiato operatore almeno una volta negli ultimi due anni.
Eppure, come vedremo, non mancano le sorprese. Vediamo insieme quali.

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[/sf_iconbox]Oltre la quantità, di quali dati parliamo?

Anche se può essere facilmente intuibile, non possiamo non sottolineare come i dati in questione siano di diverso tipo, a partire da quelli a prima vista più insignificanti, come le informazioni riguardanti il traffico in sé (ad esempio data e ora della chiamata, la sua durata e il destinatario) e i luoghi frequentati da chi sta conversando (tracciati attraverso la geo-localizzazione), per arrivare ad altre tipologie di informazioni mano a mano più dense di valore rispetto ai comportamenti d’acquisto e agli stili di vita.
Essendo difficile immaginare una situazione in cui ciascuno di noi non è accompagnato dal proprio inseparabile compagno elettronico, se ne ricava che – volente o nolente – ognuno fornisce continuamente una gran mole di informazioni a chi sta dall’altra parte di tale, invisibile eppure perfettamente tracciabile cordone ombelicale, fatto da flussi incessanti di azioni e conversazioni.
[bctt tweet=”Ognuno fornisce continuamente una gran mole di informazioni a chi sta dall’altra parte del filo…” username=”MapsGroup”]
La mole delle informazioni che si muove complessivamente da un capo all’altro di tali interazioni è davvero rilevante: secondo la Weve, la quantità di dati raccolti è pari almeno a 100 eventi al giorno per ciascun utente. Si tratta di cifre impressionanti, se vi aggiungiamo il fatto che, tipicamente, ogni operatore del settore dispone di alcune decine di milioni di utenti.
Il tutto conduce inevitabilmente a un tipico approccio Big Data, in cui le tecniche di Predictive analysis sono in grado, almeno in potenza, di generare ulteriori informazioni preziose sia in forma aggregata e anonimizzata che in modalità più dettagliata e profilata su ogni singolo utente. Con buona pace della privacy di ciascuno, ma questa è un’altra storia…
A partire da queste premesse cerchiamo ora di comprendere insieme quali sono  innanzitutto gli impatti del settore relativi all’emergere di nuovi modelli di business, per poi passare – seguendo l’impianto tradizionale della nostra rubrica – a valutare le possibili esperienza d’uso riferite agli utenti e infine riflettere sulle diverse  ottimizzazioni dei processi operativi in capo alle aziende che utilizzano tali tecnologie.
Pronti? Bene, iniziamo!

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Business Model: da un capo all’altro delle telecomunicazioni

Il focus sui Business Model rappresenta forse uno degli aspetti più interessanti in un settore come questo, fortemente connotato come commodity.
La ricerca di come estrarre valore dalla miniera di dati di cui dispongono gli operatori telefonici è infatti una questione per certi aspetti non semplice, ma che consegna alla contingenza di mercato alcuni casi di successo particolarmente significativi. Andiamo ora sul concreto con alcuni esempi pratici.
Weve
Se è vero che le informazioni raccolte da questo mercato  possono servire a predire la disponibilità degli utenti all’acquisto di un determinato bene anziché un altro, ecco che –  unendo le rispettive forze, ma soprattutto i dati di ciascuna organizzazione – gli operatori Vodafone, O2 e EE hanno costituito la già citata joint venture Weve, un’impresa che opera nel Regno Unito e che ha come obiettivo quello di mettere a disposizione di vari Brands una piattaforma di Mobile Commerce particolarmente efficace nel proporre beni e servizi a un pubblico di potenziali utenti interessati. Con i conseguenti vantaggi competitivi che un tale approccio al business porta con sé.
AdWorks
Attraversando l’oceano troviamo la business unit AdWorks del famoso operatore AT&T, che ha come obiettivo quello di massimizzare i ritorni della pubblicità veicolata tramite varie piattaforme televisive (ad esempio attraverso i sistemi IPTV). Anche in questo caso i dati relativi all’utilizzo dei servizi di telecomunicazione vengono usati per prevedere l’attitudine all’acquisto di gruppi di utenti, agevolando sia le attività di generazione di lead che le relative conversioni.
Di esempi di questo tipo, ovvero quelli mirati a migliorare le performance nell’area dell’ecommerce o dell’advertising, ce ne sono moltissimi altri, ma – a voi e a me piacendo – tralascerei quest’area che, almeno dal punto di vista di noi utenti, è un poco fastidiosa, inutile negarlo. Posiamo quindi lo sguardo altrove alla ricerca di altri modelli di business.

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[/sf_iconbox]Quando i dati generano valore in forma di efficienza e conoscenza

Una diversa tipologia di utilizzo fruttuoso dei dati del settore – che mi affascina particolarmente e che, almeno in linea teorica, dovrebbe trovare ampi spazi di impiego nel Bel Paese – è ad esempio l’utilizzo applicato delle informazioni riguardanti i flussi delle persone sia nelle aree urbane che in quelle a vocazione turistica.
Quali sono le notizie che possono essere utilizzate per questa tipologia di analisi? Riguardano per lo più i dati relativi alle celle ai quali i vari dispositivi mobili si “agganciano” di volta in volta, che possono di conseguenza raccogliere informazioni su fattori di estrema rilevanza, come ad esempio il numero delle persone che transitano in una certa area, i flussi che si muovono da una cella a un’altra, i tempi di permanenza in ciascun luogo e così via.
Ed è qui che le tecniche di Predictive analysis – se applicate su intervalli di tempo sufficientemente estesi – possono studiare, inferire e modellare tali dati fornendo informazioni sulle percorrenze abituali, evidenziandone ad esempio le possibili criticità in termini di densità di popolazione, facendo emergere in maniera predittiva le problematiche inerenti i fenomeni di pendolarismo o, ancora, intercettando e anticipando i flussi turistici, di per sé estemporanei.
[bctt tweet=”Le tecniche di Predictive analysis possono studiare, inferire e modellare i dati  sulle percorrenze abituali. ” username=”MapsGroup”]
Si tratta quindi di una miniera di informazioni che, per chi si occupa di pianificazione urbana, può rivestire un enorme valore strategico e operativo, come illustrato in questo articolo. Lo stesso vale per chi si occupa dei fenomeni turistici, come ampiamente argomentato in quest’altro contributo.
Seguendo dunque il filo dell’utilità d’uso dei dati in ottica predittiva passiamo al tag successivo, quello inerente l’esperienza d’uso.

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User experience: quanto, quando e soprattutto come…

Lo dico subito: per quanto riguarda la user experience, in tutta franchezza, mi sarei aspettato qualcosa di più in termini di casi d’uso, visto il settore percepito ad alto livello di commodity. In realtà ho riscontrato una certa difficoltà nel trovare casi significativi che vadano oltre alle buone intenzioni.
Esistono tuttavia delle eccezioni, che sottopongo al vaglio dei miei (pazienti) lettori, sottolineandone soprattutto – come si dice – la capacità di visione di alcuni operatori più creativi e forse lungimiranti degli altri.

Nugu
Il primo esempio che voglio condividere è relativo all’esperienza dell’operatore sud coreano SK Telecom, che ha implementato un vero e proprio Digital Assistant. Sì: avete capito bene. Si tratta di un Siri made in corea o di un Alexa con esotici occhi a mandorla, se preferite.
Il suo nome è NUGU, ed è un concentrato di tecnologia studiato per offrire ai clienti di SK Telecom l’accesso a una miriade di servizi con l’utilizzo di comandi vocali. In questo ingegnoso caso le tecniche di predictive analysis sono utilizzate per identificare con maggiore precisione il servizio richiesto, soprattutto nei casi di maggior ambiguità di traduzione.
AdSpark
Il secondo caso d’uso che vi propongo è quello di AdSpark, una divisione dell’operatore telefonico delle Filippine GLOBE TELECOM, che – utilizzando i dati a sua disposizione –  individua mediante algoritmi di predictive analysis i momenti migliori in cui è preferibile segnalare i contenuti video ai propri clienti.
La soluzione viene integrata in alcuni servizi applicativi come quelli ad esempio presentati in questo sito. E già questi due esempi fanno intuire quanto spazio potrebbe ancora esserci per “immaginare” e mettere in opera ulteriori servizi utili e personalizzati…
Tuttavia ora, per concludere il nostro itinerario del mondo delle telecomunicazioni “predittive”, andiamo alla terza e ultima metrica d’analisi, quella dedicata ai processi operativi del settore.

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[/sf_iconbox]Operating process: dal dire al fare senza alcun mare di mezzo

I casi d’uso che vi segnalo sono quelli relativi all’utilizzo della predictive analysis in funzione dell’efficienza e dell’ottimizzazione dei processi, come di seguito raccolti. E in questo caso la raccolta si fa di nuovo ricca e interessante: vediamo insieme perché.
Churn prediction
La prima area che mi corre l’obbligo di sottoporvi, è quella relativa alla Churn prediction. Si tratta infatti di quella particolare forma di analisi che cerca di stabilire quali sono i clienti maggiormente a rischio di cambiare operatore a fronte di segnali più o meno latenti e deducibili provenienti dalle svariate fonti dei dati in possesso dell’azienda.
Su questa tematica è (ovviamente?) tale la quantità di casi d’uso che diventa difficile sceglierne qualcuna in particolare come esempio. A tal proposito vi segnalo questo articolo, particolarmente esaustivo, ma ve ne sono in realtà tantissimi altri, tanto da poter affermare, credo, che non esista un operatore telefonico uno che non abbia in tasca una soluzione pronta all’uso su questo tema.
Network capacity forecasting
Un’altra tematica, forse meno comune della precedente, è quella relativo all’utilizzo della Prediction analysis finalizzata alla stima della capacità della rete di supportare il proprio traffico, sia di dati che telefonico.
[bctt tweet=”Le capacità previsionali sono utilizzati per prevedere il malfunzionamento della rete con anticipo.” username=”MapsGroup”]
Si tratta della cosiddetta attività di network capacity forecasting, il cui obiettivo –  come ben descritto in questo articolo dell’azienda SAS – è quello di permettere agli operatori telefonici di predire l’utilizzo della rete a livello di singola cella in base alla tipologia di tecnologia utilizzata (2G, 3G, 4G o 5G). In questo altro articolo, ad esempio, si effettua la stessa tipologia di analisi basata sulle reti di tipo LTE (Long Term Evolution).
Le capacità previsionali di sofisticati algoritmi sono invece utilizzati per prevedere il malfunzionamento della rete con un anticipo che può arrivare anche ai due giorni, così come descritto nella presentazione di prodotto (Predictive Operations platform) della storica azienda Nokia.
I dati che servono per arrivare a questo servizio – equiparabile a un vero e proprio esercizio da Oracolo d’altri tempi – sono di varia natura, come ad esempio i dati sul traffico della rete, quelli sui livelli di erogazione e gradimento di un servizio piuttosto che sulla customer experience, oltre ai dati sulle previsioni del tempo e quelli relativi ai social media.

[sf_iconbox image=”ss-replay” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Per concludere? Non tutto è Predictive analysis quello che luccica…

La conclusione cui mi sento di giungere, dopo questa traversata nel settore TELCO, è che se da un lato, come prevedibile, le tecniche di predictive analysis in questo mercato sono in uso da diversi anni – e di conseguenza sono molteplici sia gli ambiti di applicazione che le tecniche utilizzate – mi sarei aspettato una maggiore capacità di innovazione soprattutto per quanto riguarda la User experience.
Si sono infatti sì perfezionati gli algoritmi e sono state implementate le architetture IT – con evoluzioni tali da poter dare un grande contributo in altri settori con problematiche simili – ma il potenziale insito nella mole inusitata di dati a disposizione e nelle sue caratteristiche è a mio parere ancora oggi poco messo in relazione con altri settori potenzialmente tangenziali o paralleli, in cui le tecniche di Predictive analysis potrebbero rivelarsi decisive.
Oltrepassato dunque questo tema, continueremo il nostro peregrinare tra i casi d’uso in altri mercati. Con questo, dunque passo e chiudo, dandovi appuntamento al prossimo articolo. Non mancate.
 

Maurizio Pontremoli

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[sf_iconbox image=”ss-target” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
ABOUT MAPS GROUP
[/sf_iconbox]

Il Gruppo Maps, dalla sua nascita ad oggi, opera nei settori business intelligence, data mining e machine learning, con lo scopo di passare dai Big data ai Relevant Data.
In questa prospettiva si realizza l’attività del gruppo, che persegue gli obiettivi strategici e operativi dei propri clienti attraverso la raccolta di dati che, analizzati e adeguatamente trattati e modellati, sono in grado di creare nuovi asset digitali creando prodotti e servizi innovativi o migliorando nettamente le performance delle attività già in essere.
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ABOUT MAURIZIO PONTREMOLI
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Imprenditore nel settore IT con avanzate competenze informatiche e lo sguardo di un Fisico, si occupa dello sviluppo di nuovi business nel settore dell’innovazione tecnologica.
Condivide con il Gruppo Maps, di cui è fondatore e AD, una missione specifica: trasformare in asset gli scenari sempre più complessi della Big Data Science con un sguardo attento alle pratiche più avanzate di condivisione, valore fondante della conoscenza e condizione sine qua non per l’evoluzione della stessa.
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