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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge Trasparenza e Partecipazione nella PA

Impara la semplificazione e mettila da parte. Per le Pubbliche Amministrazioni e non solo.

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Semplicità? Niente di meno facile…

 

“Scusami se ti ho scritto una lettera lunga.
Non ho avuto il tempo per scriverla più corta.”

Blaise Pascal

[dropcap3]C[/dropcap3]he la semplicità sia un traguardo particolarmente complesso da raggiungere, è un dato di fatto facilmente visibile in tutti gli aspetti della nostra vita.
Più cerchiamo di semplificarcela, infatti – magari con l’ausilio di artefatti vari e nuove tecnologie – più la complichiamo nostro malgrado, trovandoci a doverne poi gestire gli aspetti manutentivi.
Questa stessa considerazione, se applicata al tema della tanto vituperata burocrazia, ci potrebbe forse portare a valutazioni più mitigate e clementi di quelle che, puntualmente, ciascuno di noi fa ogni volta che si incontra-scontra con i suoi cosiddetti “lacci e lacciuoli”.
[bctt tweet=”La complessità di molte delle procedure di semplificazione è difficile da sintetizzare.” username=”MapsGroup”]
La complessità insita in molte delle procedure di “semplificazione” in cui ci imbattiamo quotidianamente, infatti, è difficile da sintetizzare, necessitando a sua volta di cambiamenti di status, innovazioni e aggiornamenti vari.
Accade così che gli strumenti o le pratiche che ci dovrebbero consentire di attraversare indenni (o quasi) gli iter normativi e burocratici, che dobbiamo nostro malgrado adempiere, si aggrovigliano invece nel tempo, anziché sbrogliarsi. È il caso del processo (interminabile) di digitalizzazione che stiamo attraversando.
Ma, al di là dell’attualità, cercando esempi virtuosi cui fare riferimento, sembra che ci sia poco da fare, perché – incredibile ma vero – questo non è un problema solo attuale e contingente, ma si perde nella memoria dai tempi dell’uomo cosiddetto “moderno”, e prima ancora.
 

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Burocrazia: da dove viene, dove conduce.

L’origine della parola, “burocrazia”, ci riporta essa stessa alla fusione di lingue e culture differenti: l’origine francese del termine, bureaucratie, formato (sul modello di aristocrazia) con l’astratto cratie – dal greco antico krátos “forza, potere”), preceduto da bureau (“ufficio pubblico”) risale al XVIII secolo.
Continuando a essere clementi, possiamo osservare come la burocrazia, seppure ostica, sia finalizzata a rendere accessibili, attraverso iter e procedure, beni o risorse (materiali o immateriali che siano) che in altri contesti politici e sociali sono, nella migliore delle ipotesi, affidate al singolo che è in grado di attingervi (pensiamo all’istruzione) e nella peggiore sono del tutto indisponibili, come ancora oggi accade nelle teocrazie e nelle dittature (pensiamo alla libertà stessa).
[bctt tweet=”La burocrazia, seppure ostica, è finalizzata a rendere accessibili beni o risorse  in altri contesti inattingibili.” username=”MapsGroup”]
La burocrazia, quindi, con tutti i suoi limiti, è la concretizzazione di un potere amministrativo che cerca di rendere standard e disponibili (in teoria) procedure di accesso ai beni e alle risorse. Il tutto (ancora in teoria) secondo regole pubbliche e trasparenti.
Regolamenta dunque iter e percorsi che, in una società stratificata, sarebbero impossibili da gestire tramite semplici passaggi di consegne o interazioni anche di gruppo. Attinge dunque fin dal suo esordio a materie “complesse”, e tenta di normarne e favorirne (sempre in teoria) l’accesso.
Dicevamo che non sono solo “matasse” dei giorni nostri, queste, da sbrogliare. Uscendo dalla nostra lente contingente di osservazione, ad esempio, ricordiamo che uno degli istituti burocratici più antichi e utili – e che si è evoluto di recente – è ad esempio la posta.

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Va dove ti porta il postino.

Come sarebbe stato mai possibile, per un singolo, far avere un messaggio al di là dell’oceano a chiunque?
E come sarebbe stato possibile organizzare una tale “filiera” – deputata alla distribuzione delle comunicazioni e delle informazioni, anche vitali – tanto estesa geograficamente e duratura nel tempo – senza un’idonea organizzazione di tipo burocratico?
La burocrazia, seppure tanto bistrattata, può anche fare la fortuna di una nazione – pensiamo ai modelli di welfare del nord Europa – così come può sprofondarla in un labirinto kafkiano senza sbocchi –e qui i modelli da citare sarebbero fin troppi…

Per fare un esempio che non sia dei giorni nostri, ad esempio, citiamo un epoca non sospetta, ovvero i primi decenni del secondo Ottocento, in cui fu l’impero asburgico a soccombere sotto il peso di un apparato burocratico sovradimensionato rispetto alle possibilità economiche e organizzative dell’epoca.
Oggi il “pallino” – per così dire – è nel campo di gioco del famigerato passaggio dall’analogico al digitale. Che, in questo momento, fatica a decollare.
[bctt tweet=”Anche in epoche non sospette le organizzazioni dello stato hanno arrancato sotto il peso dell’apparato burocratico,” username=”MapsGroup”]

E tuttavia noi –
né apocalittici né integrati, ma inguaribilmente ottimisti – consigliamo innanzitutto la lettura un articolo che riporta una serie di casi in cui il bene comune è ben organizzato, condiviso e applicato… Si va dalla “differenziata a fastidio zero” all’Intelligenza Artificiale che risponde ai quesiti dei cittadini nei Social Network della Pubblica Amministrazione.

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Infine una notizia di cui andiamo fieri!

La nostra autrice Paola Chiesa, vice-sindaco di Baldissero, è la coordinatrice del MaB’s Ambassador, che è stato tra i vincitori del premio “Piemonte Innovazione” indetto da ANCI Piemonte e Forum PA. Si tratta di un progetto che è il primo esempio in Italia di Riserva di Biosfera in ambito urbano di cui il Comune, insieme ad altri 84, fa parte dal mese di marzo 2016.
Il progetto ha coinvolto gli studenti residenti che frequentano il Liceo Monti e l’Istituto Tecnico Vittone di Chieri, e ha potuto contare sulla collaborazione attiva dell’Ente di gestione delle Aree Protette del Po Torinese, dell’Associazione italiana Giovani per l’UNESCO – Dipartimento Piemonte, del Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, dell’Associazione culturale Albacherium.
Il tutto così, come piace a noi: quotidianamente e… semplicemente!
 
PA

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6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia

Il testamento biologico: tutela della persona e responsabilità del professionista. Intervista all'avvocato Fabrizio Torre.

[dropcap3]I[/dropcap3]l 31 gennaio appena trascorso è entrata in vigore la legge n. 219, approvata in via definitiva dal Senato il 14 dicembre 2017, recante: “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”.
La disposizione normativa è stata considerata la prima concreta espressione dell’esigenza di disciplinare la delicatissima materia dei rapporti tra il paziente e il suo medico, al fine soprattutto di esaltare del primo il principio di autodeterminazione, regolamentandone in maniera più minuziosa gli aspetti, e di estenderlo sino al momento in cui il paziente stesso non è più in grado personalmente di esercitarlo.
La legge, infatti, dedica il primo degli otto articoli di cui si compone all’individuazione degli elementi fondamentali del c.d. “consenso informato”, nel quale “si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza,l’autonomia professionale e la responsabilità del medico”, e che si esprime attraverso il diritto” di ogni persona di:

“conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo, aggiornato e a lei comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi.”

L’esposizione oggettiva dei richiamati principi si realizza dinamicamente attraverso una “pianificazione condivisa delle cure”, che il Legislatore disciplina all’articolo 5, e che esalta la relazione tra il paziente e il suo medico al fine di addivenire ad una vera e propria pianificazione dell’iter di cura, che dovrà tener conto dell’evoluzione della malattia in caso di malaugurata prognosi infausta, dando concreta realizzazione alle terapie precedentemente concordate.
Tale eventualità introduce quella che potrebbe considerarsi una vera novità, ovvero la facoltà concessa ad ogni persona di redigere proprie “disposizioni anticipate di trattamento”.
Nel rispetto delle modalità previste dall’articolo 4 della Legge, ognuno può redigere infatti il proprio testamento biologico, ovvero rendere palesi i propri intendimenti qualora, non disponendo più della capacità di autodeterminarsi e quindi di decidere, si rendesse necessario prendere in considerazione l’eventualità di applicare trattamenti sanitari particolari, dar luogo ad accertamenti diagnostici, e/o porre in essere scelte terapeutiche e/o singoli trattamenti sanitari.
Nel proprio testamento – e questa è la novità più dirompente introdotta dalla Legge – la persona disponente indica un proprio fiduciario, ovvero una persona di sua fiducia “che ne faccia le veci e la rappresenti nelle relazioni con il medico con le strutture sanitarie”.
Le novità, le problematiche e le numerose e delicatissime implicazioni che sono conseguite e certamente conseguiranno all’applicazione della legge, sono state evidenziate e discusse in un importante convegno interdisciplinare di livello nazionale, organizzato dall’A.G.IT. Assogiuridica italiana, e celebratosi lo scorso 18 maggio a Salerno sul tema: “Il testamento biologico: Dalla tutela della persona alla responsabilità del professionista”.
In considerazione del particolare interesse che suscita la materia e delle difficili problematiche che si prefigge di disciplinare, abbiamo colto l’occasione di tale evento per discuterne insieme al presidente dell’A.G.IT., l’avvocato Fabrizio Torre, proponendo all’avvocato Maria Bonifacio, già autrice del nostro blog, di intervistarlo e di parlarci non solo del Convegno appena conclusosi e delle novità scientifiche, anche de iure condendo, ma anche dell’attuale “stato dell’arte” della complessa materia.
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Grazie avvocato Fabrizio Torre per aver accettato il nostro invito. Può già fornirci qualche cenno sulle principali novità della legge?

Sono io che ringrazio voi per aver mostrato il Vostro interesse su di un tema così impegnativo, difficile, e denso di numerose implicazioni di ordine pratico.
Proprio a tale proposito, ovvero per sgombrare il campo dal pericolo che chi ci legge possa considerare la nuova disciplina come un insieme di principi noiosi, frutto di elucubrazioni giuridiche fuori dalla realtà, vorrei iniziare questo nostro dialogo facendo riferimento ad un caso pratico.
Nel non lontanissimo 2006 il Tribunale di Roma venne chiamato a decidere su una richiesta avanzata al fine di ottenere un provvedimento d’urgenza, attraverso il quale il Giudice adito avrebbe dovuto disporre d’imperio l’interruzione dell’alimentazione forzata ad un malato terminale, e mettere così fine alle sue sofferenze.
Ebbene, il Tribunale rifiutò – sottolineo suo malgrado – il provvedimento, sostenendo (a ragione) di non poter emetterlo “in assenza della previsione normativa degli elementi concreti, di natura fattuale e scientifica, di una delimitazione giuridica di ciò che va considerato accanimento terapeutico”.

Il Tribunale romano – riporto il testo del suo provvedimento – poneva infatti in evidenza che:
“solo la determinazione politica e legislativa, facendosi carico d’interpretare l’accresciuta sensibilità sociale e culturale verso le problematiche relative alla cura dei malati terminali, di dare risposte alla solitudine e alla disperazione dei malati di fronte alle richieste disattese, ai disagi degli operatori sanitari e alle istanze di fare chiarezza nel definire concetti e comportamenti”.
Quel particolare “vuoto di disciplina” – così concludeva l’estensore del provvedimento – non poteva essere colmato neppure “sulla base di solidi e condivisi presupposti scientifici che consentano di prevenire abusi e discriminazioni”.
Ebbene, anche la Legge n. 219/2017 non ha certamente risolto tutti i problemi, né ha fornito soluzioni che riescano ad evitare dubbi e perplessità che comunque permangono, ma nessuno potrà negare che se all’epoca del richiamato giudizio fossero state in vigore le nuove norme sul consenso informato che la Legge ha introdotto, quel provvedimento d’urgenza richiesto non sarebbe stato negato.

La Sua affermazione è davvero interessante. Che cosa avrebbe potuto comportare l’applicazione della legge?

Anche nel rispondere a questa domanda, voglio riferirmi ad un altro caso concreto, che rappresenta una delle primissime applicazioni delle novità introdotte dalla legge. Prima, però, occorre fare una premessa di ordine sistematico.
La 219 del 2017 prevede, infatti, al comma terzo del suo primo articolo, il diritto di ogni paziente di autodeterminarsi, ovvero di decidere se e quali provvedimenti adottare per la cura della sua malattia.
Al paziente è addirittura riconosciuto il diritto di non voler ricevere notizie al riguardo, ma di delegare i suoi familiari o “una persona di sua fiducia” affinché si rapportino direttamente con il medico curante e con l’équipe sanitaria per pianificare in maniera condivisa, come dispone l’articolo 8 della legge, le eventuali cure, ed esprimano “il consenso in sua vece”.
Il precedente articolo 4 – ed è questa la novità che più ha fatto notizia sui media – prevede che:
“ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere” possa esprimere proprie “disposizioni anticipate di trattamento” attraverso le quali, “dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte”, intenda “esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari”.

Il paziente, in pratica, potrà esprimersi direttamente, chiarendo, ad esempio, di rifiutare cure palliative o accadimenti terapeutici, o desiderarne invece l’applicazione, anche a tutti i costi.
Quel che però la legge sottolinea – e ciò mi dà il destro per far riferimento al caso concreto cui facevo cenno – è che questa disposizione possa essere applicata anche retroattivamente alla sua entrata in vigore ai casi in cui il potenziale disponente sia un minore, un incapace, un interdetto, o un inabilitato.

Tranne che per quest’ultimo caso, il Legislatore, all’articolo 3, ha previsto la nomina di un tutore da parte del giudice, che, facendo le veci del rappresentato ma tenendo comunque conto della sua volontà, esprima il proprio consenso o il rifiuto a cure e/o ad eventuali trattamenti.
In presenza, invece, di un inabilitato, così come di un soggetto che a causa dell’insorgente malattia non disponga della capacità di decidere, il richiamato articolo prevede la nomina di un amministratore di sostegno, cui è comunque demandato il potere di scelta in ordine a materia relativa all’ambito sanitario.
In applicazione di questo specifico articolo della Legge, il Tribunale di Modena, in una recentissima sentenza resa nei primi giorni di maggio, ha nominato amministratore di sostegno il padre ottantenne di una ragazza in coma da tre mesi, alimentata artificialmente ed incapace di manifestare la propria volontà. Il giudice, nel confermare la nomina del richiedente, gli ha imposto di decidere nel migliore interesse della figliola, nonché di impegnarsi a ricostruirne la volontà in tema di cure sanitarie e patrimoniali.
Anche qui possiamo tranquillamente affermare che, se questa legge avesse avuto rapida applicazione, non vi sarebbe stato alcun caso Welby o Englaro.

Ma allora anche il caso Cappato non avrebbe avuto ragion d’essere? Ricordiamo che Marco Cappato è stato incriminato ai sensi dell’art. 580 del codice penale, per istigazione o aiuto al suicidio di Fabiano Antoniani, noto come D.J. Fabo.

No, il caso che Lei mi prospetta è diverso, e non è direttamente preso in considerazione dalla 219 del 2017.
Lo è, però, indirettamente, in quanto la Legge non muta il consolidato ed assoluto divieto alla pratica dell’eutanasia, ovvero alla morte procurata da altri su richiesta dello stesso interessato.
In ogni caso, la Corte di Assise di Milano, chiamata a giudicare al riguardo, ha sollevato questione di incostituzionalità della richiamata norma, depositando un’ordinanza che, nel riferirsi ad un “diritto a morire” di ogni cittadino del tutto assente nel nostro ordinamento giuridico, ha suscitato non poche polemiche e perplessità.

Tornando alla Legge 219 del 2017, può darci qualche ragguaglio su come si redigono le disposizioni anticipate di trattamento, meglio note come DAT?

Diciamo innanzitutto che altro è il consenso informato, ribadito ed ancor meglio disciplinato dalla legge; altro sono invece le DAT. Potremmo anzi dire che queste ultime sono quasi figlie del primo, nel senso che sarà molto più semplice redigere le DAT se il loro contenuto rappresenti l’espressione delle informazioni dettagliate che il medico è tenuto a fornire sulla malattia, sulla sua prognosi, sulle cure da approntare e sulle conseguenze che potrebbero derivarne.
Informazioni – sarà bene ribadire – che devono necessariamente rappresentare il frutto della “relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico”, basata, come ribadisce l’articolo 1 della legge, “sul consenso informato nel quale si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico.”
L’articolo 4 dispone che le DAT, peraltro sempre modificabili, debbano essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata, ovvero anche attraverso una scrittura privata che il disponente deve consegnare personalmente presso l’ufficio dello stato civile del comune di residenza. L’ufficiale che dovesse raccogliere l’atto dovrà poi annotarlo in un apposito registro, ove istituito, o presso le strutture sanitarie, in ordine alle quali si auspica l’adozione di modalità telematiche di gestione della cartella clinica, del fascicolo sanitario elettronico, o di altre modalità informatiche.
Con le DAT, il disponente nomina un proprio “fiduciario”, chiamato a rappresentarlo dinanzi al medico qualora egli non sia più in grado di manifestare la propria volontà sul consenso o sull’eventuale rifiuto alle cure da somministrarsi. Qualora, poi, manchi nelle DAT questa indicazione, sarà il giudice tutelare a nominare un amministratore di sostegno al disponente conformemente alla disciplina all’uopo già prevista dal codice civile, confermando l’efficacia delle disposizioni a suo tempo redatte.
E’ proprio facendo applicazione di tale previsione che il giudice del Tribunale di Modena ha reso il provvedimento cui poco fa mi riferivo.
Inoltre, le DAT vanno esenti dalla corresponsione di qualsiasi tributo e/o imposta, e possono essere rese anche attraverso videoregistrazioni o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. Con le stesse modalità, le DAT possono essere revocate in qualsiasi momento dal disponente o addirittura, qualora per ragioni di urgenza ciò sia impossibile con le forme previste dalla norma, attraverso apposita dichiarazione verbale raccolta o videoregistrata da un medico, con l’assistenza di due testimoni.

Lei ha accennato a problematiche che nemmeno questa stessa Legge è stata in grado di regolamentare. A cosa si riferisce in particolare?

La ringrazio di questa domanda perché mi consente di evidenziare la rilevante portata dei lavori che hanno interessato il convegno sul testamento biologico organizzato dall’A.G.IT. Assogiuridica italiana, che ho l’onore di presiedere e rappresentare, tenutosi a Salerno il 18 maggio scorso.
Tenendo fede alle linee guide dell’attività associativa, in applicazione delle quali intendiamo approfondire con afflato interdisciplinare lo studio e la ricerca su tematiche giuridiche e sociali di interesse nazionale, abbiamo inteso affrontare le problematiche che scaturiscono dalla lettura dell’articolato normativo coinvolgendo esponenti di grande rilievo del mondo forense, universitario, medico, notarile ed ecclesiastico.
Ognuno, quindi, è stato chiamato a dire la sua sulla Legge, evidenziandone gli aspetti positivi e quelli che possono eventualmente ritenersi negativi, al fine di fornire un fattivo contributo per il suo auspicabile miglioramento.
Si è, così, discusso della Legge esaminandola sotto diversi angoli di visuale, e sottoponendola anche al vaglio dei principi etico-morali maggiormente sentiti nell’attuale contesto sociale.
Ne è derivato un dibattito stimolante ed estremamente costruttivo, nel corso del quale, pur evidenziata l’importanza della normativa, da ritenersi come primo orientamento alle complesse ed assai liquide problematiche oggetto delle sue previsioni, se ne sono evidenziati i limiti e proposti correttivi.
Solo per fare qualche rapido esempio, si è discusso sugli eventuali limiti applicativi del diritto di autodeterminazione del paziente, e fino a che punto esso sia potenzialmente in grado di ledere l’autonomia professionale e decisionale del medico; così come sull’interpretazione – peraltro assai difficoltosa anche per gli addetti ai lavori – che occorre adottare per distinguere tra rimedi di mero “accanimento terapeutico” ed interventi terapeutici potenzialmente utili e razionali; od ancora sui conflitti deontologici tra la volontà del paziente e la sua applicabilità da parte del medico, in caso soprattutto di disposizioni che – così statuisce il comma quinto dell’articolo 4 – “appaiano palesemente incongrue”; nonché sulla condotta che il notaio dovrebbe assumere al riguardo.
Si è anche evidenziata la mancanza di linee-guida della legge, necessarie per rendere uniformi su tutto il territorio nazionale l’applicazione della nuova regolamentazione normativa; sugli eventuali percorsi normativi necessari per la loro enucleazione ed approvazione; nonché sulla auspicabile unità di vedute in ordine alle modalità in ottemperanza delle quali le DAT dovrebbero essere redatte da ciascun disponente.
I lavori, conclusisi con una stimolante tavola rotonda – alla quale sono stati chiamati ad intervenire i rappresentanti degli ordini professionali interessati dalla Legge insieme ad esponenti di spicco del modo universitario ed ecclesiale – hanno favorito un fecondo scambio di idee ed una serie di ulteriori proposte normative, che ci si augura di sviluppare in future occasioni culturali e di realizzare poi concretamente nelle sedi legislative a ciò deputate.

Grazie avvocato Torre per le sue osservazioni, che ci chiariscono meglio la portata di questo nuovo strumento normativo.

Sono io a ringraziare Voi per il Vostro interessamento. Ritengo che una buona comunicazione e idonee attività di divulgazione debbano essere necessaria per la buona applicazione di questa legge così importante e innovativa, così come per l’adeguata conoscenza dei suoi elementi e delle sue modalità applicative.
E’ infatti compito di ciascuno di noi, ed in particolare di tutti gli addetti ai lavori, fare tutto ciò che è in nostro potere per evitare che l’ignoranza non solo sull’effettiva portata dei diritti introdotti dalla Legge, ma anche sui suoi limiti, induca chi è chiamato ad applicarne le regole ad optare per una comoda – quanto asociale – via del disinteresse e dell’immobilismo.

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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società Information and communications technology

Comunicazione interpersonale nei settori tecnici e specialistici. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]ei precedenti articoli abbiamo visto i nuovi scenari di servizio resi possibili dalle nuove tecnologie, il ruolo delle persone entro i settori tecnici e specialistici, in primis l’ICT., e analizzato con precisione la figura del Business Analyst, che deve essere dotato di grandissime doti comunicative.
Vediamo ora più nel dettaglio questo focus, ovvero analizziamo il ruolo del professionista tecnico-specialistico nei suoi aspetti di vero e proprio “comunicatore”.
Oggi, infatti, sia nel lavoro che nella vita quotidiana, operiamo in un mondo sempre più complesso e interdipendente. Le aziende e le organizzazioni tendono ad essere divise in compartimenti funzionali (ufficio vendite, ufficio acquisti, controllo qualità…) dotati a loro volta di interfacce di comunicazione attraverso cui interagiscono.
L’iper-specializzazione degli individui, inoltre, tende a rendere la comunicazione più difficoltosa: se un esperto di marketing deve comunicare con un esperto di infrastrutture informatiche, ad esempio, ciascuno dei due si cimenterà (quasi) con un’altra “lingua”.
[bctt tweet=” Il ruolo del professionista tecnico-specialistico si avvicina sempre più a quello di un vero e proprio comunicatore.” username=”MapsGroup”]
E tuttavia, mai come oggi, è necessario comunicare con tutti gli interlocutori coinvolti nei processi aziendali, per fare sì che l’impresa stessa svolga per intero il suo ruolo nel mercato.
Chi si trova a gestire ruoli di analisi e/o coordinamento (come ad esempio vale per i Manager, i Project Manager, i Business Analyst o i Direttori di Cantiere nel contesto di Ingegneria Civile e Industriale), diventa molto spesso l’interfaccia privilegiata di comunicazione fra entità organizzative differenti, a loro volta composte da individui che hanno cononoscenze, storia professionale e linguaggi specialistici diversi, come viene schematizzato nella figura seguente:
 

 
Gli stessi team di lavoro – in molti casi – sono eterogenei in partenza, e riuniscono al proprio interno professionalità diverse. Un gruppo di lavoro sulla sicurezza delle informazioni e/o sulla privacy, per esempio, potrebbe comprendere informatici, avvocati e ingegneri gestionali, oltre che Etical Hacker.
In una prima approssimazione si può pensare che, per realizzare questa comunicazione in modo efficace, sia sufficiente uno dei metodi classici di Business Analysis degli anni ’80 e ’90, che presuppone che basti imparare il lessico dei vari settori e usarlo con precisione nella comunicazione.
In fin dei conti – si ritiene il più delle volte – si tratta di comunicazione lavorativa, e dunque per sua definizione puramente razionale, a basso contenuto emotivo e destinata alla mente logico-razionale dei destinatari. Comunicazione intrinsecamente diversa, quindi, da quella orientata alla vendita e/o al marketing, a maggior ragione in un settore all’apparenza puramente logico come l’ICT…
Ma è veramente così? Non proprio, come vedremo tra poco.
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Le norme stesse lo dicono: bisogna saper comunicare

Nella scheda del profilo del Business Analyst definita dalle norme UNI 11506, UNI 11621-2 e EAN 16348 (normativa dell’Unione Europea che estende a tutta Europa le due precedenti) si individuano come competenze assolutamente necessarie le seguenti, definite a loro volte nell’European E-Competence Framework:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Allineamento strategie tra Sistemi Informativi e Business.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Sviluppo del Business Plan.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Miglioramento di Processo.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Identificazione dei fabbisogni.
E nella definizione di queste competenze, a sua volta l’E-Competence Framework definisce come basilari, tra le altre competenze e skill, le:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] tecniche di comunicazione;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]tecniche di narrazione (“Story telling”);
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]capacità di proporre i cambiamenti di processo (che richiede enormi capacità comunicative e di convincimento).
Analogamente, nella normativa ISO/IEC 27021, che definisce il ruolo del professionista dei sistemi di gestione della sicurezza delle informazioni, sono nominate esplicitamente come conoscenze fondamentali:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Leadership.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Teoria e metodi di comunicazione.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Tecniche di comunicazione.
Quindi, già a livello normativo, viene riconosciuta la necessità di saper comunicare anche per figure in apparenza tecniche o di congiunzione fra il settore tecnico e il business. I migliori manager sanno già che saper comunicare è fondamentale in qualsiasi ambito, anche “tecnico puro”.
Se analizziamo i dettagli delle richieste delle norme sopra elencate troviamo che saper comunicare significa:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Apparire come leader – e quindi essere ascoltati.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Guidare nel cambiamento – e quindi motivare e convincere.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Usare tecniche complesse con contenuto emotivo come lo storytelling.
La comunicazione tecnica, pertanto, non è soltanto una traduzione di contenuti, ma ha anche un forte impatto emotivo. Ecco quindi che, per realizzare una comunicazione tecnica efficace, presupposto fondamentale per il successo di progetti ed aziende, bisogna costruire una metodologia molto più ampia.

[sf_iconbox image=”ss-sync” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
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Un modello per la comunicazione tecnico-specialistica efficace

Nei miei anni di esperienza sul campo – esercitata in vari ruoli nei settori sia organizzativi che e tecnologici – ho potuto vedere, sentire e toccare con mano quanto, durante una comunicazione tecnica, sia importante l’aspetto emotivo e la vicinanza al “modello mentale” dell’interlocutore.
Allo stesso modo – studiando Coaching, PNL per la comunicazione, intelligenza emotiva e neuro-marketing – ho potuto apprendere e comprendere le basi culturali, psicologiche e percettive che stanno alla base di tali punti di vista.
[bctt tweet=”La comunicazione tecnica non è solo traduzione di contenuti, ma ha un forte impatto emotivo. ” username=”MapsGroup”]
Infine, dopo avere insegnato questo tipo di comunicazione in molte edizioni di corsi per Business Analyst e Project Manager, mi sono reso conto della necessità di applicare tali metodologie in tanti altri contesti lavorativi, sia professionali che aziendali, ricavandone infine un corso specifico che ho erogato con successo in contesti complessi quali ad esempio gli ordini professionali e gli istituti di ricerca. A riprova ulteriore di come il tema sia assolutamente sensibile.
Per comprenderne i “fondamentali” di tale approccio, partiamo dunque da un presupposto di base, ovvero:

[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Cosa è la comunicazione?

Tradizionalmente, essa si definisce attraverso gli scopi che persegue nonché gli attori che investe (e il loro contesto) e infine la tecnologia che utilizza per dispiegarsi. Il filo “narrante” del processo comunicativo è così riassumibile:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]lo scopo della comunicazione è trasmettere informazione da un mittente ad un destinatario;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]ricevere informazione aumenta la conoscenza del destinatario;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il destinatario, di solito, attiva una re-azione all’informazione ricevuta.
Il modello base per la comunicazione è mostrato nella figura sottostante:
 
Grafico
A questo punto, è importante soffermarci su alcuni concetti specifici.
Nel caso della comunicazione interpersonale, infatti, la sorgente è la mente del mittente, che contiene le “idee” che a loro volta vengono convertite in parole attraverso la conoscenza del mondo del mittente (ossia il suo “modello mentale”) e le relative associazioni idee-parole (tramite il processo di codifica delle idee in parole).
Nel caso di linguaggio parlato, inoltre, è bene ricordare che, accanto alle parole, tante informazioni vengono trasmesse anche dal modo con cui le pronunciamo (linguaggio paraverbale) e dalle espressioni del viso e del corpo con cui le accompagniamo (linguaggio non verbale).
Occorre anche avere presente che – come dimostrato già negli anni ’60 da Albert Merhabian – in caso di non coerenza fra il contenuto verbale, paraverbale e non verbale di un messaggio, l’ultima e la seconda prevalgono sulla prima. E di questo ci accorgiamo in tutti quei casi in cui, pur essendo il contenuto verbale impeccabile, “qualcosa” ci ha trasmesso non coerenza, creando in noi un senso di sospetto e diffidenza.
[bctt tweet=” in caso di non coerenza fra il contenuto verbale, paraverbale e non verbale di un messaggio, la parte verbale ha la peggio.” username=”MapsGroup”]
Nel caso del linguaggio scritto, infine, la punteggiatura, il corsivo e il grassetto possono corrispondere alla componente paraverbale, mentre l’uso dei font e la formattazione possono ricondurre alla componente non verbale.
In generale, comunque, accade che il messaggio, sotto forma di onde sonore (per le componenti verbali e paraverbali) e di luce (per le componenti non verbali) viaggia nell’aria e giunge ai ricevitori del destinatario (ossia gli organi di senso), che compiono la prima parte della decodifica.
Ma non tutto fila sempre così liscio, anzi: durante il tragitto il messaggio può subire alterazioni (per esempio, in una telefonata con qualità dell’audio pessima) o essere offuscato da una serie di disturbi (si pensi, ad esempio, a una conversazione in ambiente rumoroso). Facilmente, quindi, potrà giungere al destinatario in modo imperfetto.
Come se non bastasse, una volta raggiunto il destinatario, il messaggio, per essere compreso, necessiterà di un ulteriore e complesso processo di elaborazione da parte del ricevente.
Se ne deduce che ciascun mittente – se vuole conseguire il suo scopo ed essere efficace nella sua esposizione, riducendo a priori i possibili rischi di fraintendimento o non comprensione – deve conoscere e comprendere a priori tutte queste caratteristiche della comunicazione, in maniera da garantire il più possibile il suo approdo efficace alla destinazione finale. Destinazione che – nel caso la comunicazione sia di tipo tecnico – è definibile come la componente logico-razionale della mente del destinatario.
Essere consapevoli di ciascuno di questi meccanismi, inoltre, non serve solo per acquisire leadership o vendere bene, ma anche e soprattutto per lavorare meglio ogni giorno.
E’ dunque importante che questo tipo di competenza – conforme tra l’altro a quanto richiesto dalle normative – diventi progressivamente sempre più patrimonio di base dei professionisti dei settori tecnici ed organizzativi.
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Approfondimenti:

Robert Dilts – Creare Modelli con la PNL – Ed. Astrolabio, 2003.
Shelle Rose Charvet – Le parole della Mente: eccellere nel linguaggio di Influenza – Ed. FrancoAngeli, 2013.
Oren Klaff – Pitch Anything: la presentazione perfetta – Ed. ROI Edizioni, 2017.
Daniel Goleman – Lavorare con Intelligenza Emotiva – Ed. BUR, 1998.
Paolo Borzacchiello – PNL per la vendita – Ed. Alessio Roberti Editore, 2015.
Giulio Destri – Manuale di PNL per la pratica nella Vita Professionale – Ed. Amazon, 2016.

 

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

La “mediazione” come pratica sociale essenziale per lo sviluppo (pacifico) dell'Uomo. Intervista al dott. Vincenzo Antonio Orefice.

[dropcap3]P[/dropcap3]robabilmente nessuno di noi, anche soltanto pochi anni fa, immaginava un’estensione delle potenziali “aree di conflitto” come è purtroppo quella attuale, intendendo con tali aree non tanto (o non solo) quelle geografiche, ma anche e soprattutto quelle sociali e culturali, con la recrudescenza di temi dirompenti in materia ad esempio di diritti e doveri, solidarietà e sovranità, accoglienza e diritto all’autodifesa, solo per citarne alcuni.
L’immanente trasformazione degli scenari e degli equilibri socio-economici, politici e ambientali, infatti, a livello non solo globale, ma anche locale, è accelerata (non per questo semplificata, ma, anzi complicata) dalle attuali enormi possibilità comunicative, in-formative o de-formative che siano.
[bctt tweet=”Nuove contingenze rendono gli attori dei potenziali conflitti g-locali pericolosamente vicini.” username=”MapsGroup”]
Queste contingenze rendono gli attori dei potenziali conflitti pericolosamente “vicini” dal punto di vista della possibilità di incontro-scontro, mantenendoli però su versanti irrimediabilmente opposti (e contrapposti) se non adeguatamente indirizzati e contenuti in contesti dialettici piuttosto che conflittuali.
Risulta quindi evidente quanto sia di primo interesse la capacità dialogante di chi – per professione o per vocazione – si pone come argine mediativo e compositivo in qualsivoglia contesto capace di innescare pericoli, a volte irreversibili, di frattura al dialogo e quindi alla convivenza pacifica.
E questo riguarda tutti i sistemi sociali: dalla scuola alla politica, dalle questioni di genere a quelle lavorative.
Per affrontare in maniera approfondita la questione, noi di 6MEMES abbiamo proposto all’avvocato Maria Bonifacio, già autrice del nostro blog, di intervistare sul tema il dott. Vincenzo Antonio Orefice, Giudice Onorario emerito presso la Corte di Appello di Napoli (sezione Minorenni), figura oltremodo esperta nel campo delle Scienze sociali e laureato in Scienze dell’Educazione, Teologia e Pedagogia.

Il topic scelto è, evidentemente, quello della Mediazione nella sua eccezione più estesa, intesa come luogo terzo e neutrale per accogliere tutte le istanze, anche diametralmente opposte tra loro, e ricondurle in una possibilità dialettica di relazione “pacifica” e soprattutto costruttiva.

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Grazie dott. Vincenzo Antonio Orefice per aver accettato il nostro invito. Iniziamo con una domanda introduttiva: come esperto in Mediazione, di cosa si occupa in particolare?

Grazie a voi per avermi dato la possibilità di condividere il mio pensiero e la mia esperienza nell’ambito della mediazione. In quanto mediatore, mi considero innanzitutto un facilitatore del dialogo tra le parti che non consiglia né giudica, ma resta neutrale, equi-vicino ed equi-prossimo.

La pratica della mediazione, a tal proposito, può rappresentare – in sé – un vero e proprio modus operandi nella gestione dei conflitti?

Certamente. La mediazione rappresenta in concreto la modalità attualmente considerata come maggiormente in grado di produrre cambiamenti positivi nelle relazioni e nelle situazioni conflittuali di raggiungere obiettivi sorprendenti.

Nel corso dell’ultimo trentennio sono emersi nuovi ambiti d’intervento e nuove strategie che hanno portato ad elaborare modelli operativi e schemi teorici.

La mediazione del conflitto è una disciplina innovativa che aiuta a dialogare facendo scoprire alle parti la bellezza della collaborazione e la creatività nella ricerca di soluzioni soddisfacenti per entrambe le parti.

La mediazione fa passare dalla convinzione del “vicolo cieco” alla scoperta di “autostrade”. Essa si differenzia dai più tradizionali e noti interventi nei campi della psicoterapia, del counseling, della consulenza, dell’intervento educativo o giuridico.

G.V. Pisapia definisce non a caso la mediazione come una “terra di mezzo” che si caratterizza come luogo di ri-costruzione della connessione, attraverso l’individuazione di uno spazio sociale al cui interno possano svilupparsi gli in-contri “ricostitutivi” tra le parti in conflitto.

Nel contesto sociale in cui viviamo, il conflitto è esasperato e improntato ai massimi sistemi su tutti i fronti: sociali, ideali, economici. A suo parere, quanto incide la componente mass mediale nell’aumentare i toni e, dunque, il conflitto stesso?

I conflitti in famiglia, nella scuola, negli ambiti comunitari, nella strada e sui territori informali sono alla base dell’assalto mediatico.

Tuttavia, sebbene esistano in molte città, centri e servizi per la “mediazione” dei conflitti che stanno producendo risultati di notevole interesse, in particolare sui modelli di convivenza territoriale dei cittadini, l’attenzione dei media rimane tutta rivolta alle tragedie.

L’etica e i valori pedagogici sono sacrificati all’audience. Sarebbe opportuno che i media, invece, divulgassero maggiormente la cultura della mediazione, ad esempio la mediazione sociale, che può rispondere ai conflitti di seconda generazione, quelli cioè di vicinato, di quartiere, familiari, interculturali, di ambiente e sul posto di lavoro.

Tutto ciò, laddove si possono vivere una serie di incomprensioni, offese e violenze, più o meno palesi, che necessitano di una riparazione da parte della vittima possibilmente non vendicativa – anche se legittimata da una legge dello Stato – ma che vada nel senso di una giustizia riparativa e che porti a una evoluzione del reo, ridonando, al contempo, fiducia e soddisfazione alla vittima. Stante il fenomeno emulativo, direi che i media potrebbero fare davvero la differenza.

Quello che la formazione delle parti in causa deve trasmettere è quindi la consapevolezza che, nel rispetto dell’autonomia delle parti, il mediatore è l’ingrediente necessario per modificare orizzonti e prospettive e deve giocare quel ruolo fino in fondo?

Le decisioni che le parti raggiungono sono prese esclusivamente da loro e non influenzate o indirizzate dal mediatore.

Senza una chiara differenziazione nella sua pratica, la mediazione può perdere il suo valore unico e le persone possono non cogliere nessuna diversità fra tale attività e le altre forme di intervento di terze parti.

Inoltre, non c’è nessun’altra occasione di intervento sul conflitto come la Mediazione che consenta alle parti di migliorare la loro interazione affrontando nel contempo il conflitto stesso.

Se la mediazione perde di vista questo obiettivo, niente altro potrà sostituirla nei suoi risultati e l’opportunità per le parti di crescere individualmente e il riconoscimento andrà perduta.

Si può affermare, dunque, che vi sia bisogno di una vera e propria rivoluzione culturale?

Assolutamente sì. Tenuto conto che con il ventesimo secolo si è affermata definitivamente l’idea che l’uomo meriti una uguaglianza e un pari trattamento di fronte a quel dolore che egli decide di non vivere in silenzio, e per il quale egli reclama una condivisione di senso.

È indubitabile che, nel corso del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle, la forma primaria di responsabilizzazione e di riparazione con il risarcimento del danno ha rappresentato l’unica modalità di dialogo e l’unico modo di dare un valore, un prezzo ed una qualità alla sofferenza.

A mio avviso, la modalità risarcitoria, se non si accompagna ad altre forme di riparazione, corre il rischio di finire semplicisticamente col sovrapporsi alla perdita irreparabile sofferta, all’offesa subita: il denaro diverrebbe così il doppio equivoco della sofferenza. Lo sviluppo della cultura e dell’intervento della mediazione, sottolineano l’importanza di adottare una logica allargata dove anche l’intervento sulla cultura della comunità risulta centrale.

Considerato che il conflitto si riverbera nei vari ambiti, sia privati intra-familiari che professionali e aziendali, a suo avviso si potrebbe strutturare un modello di mediazione aziendale? Se sì, in che modo?

Certamente.
Questo, muovendo dall’assunto che fare mediazione significa, prima di tutto, prendersi cura (seppure con modalità inedite sul piano socio istituzionale) di comportamenti cosiddetti antisociali e/o antigiuridici che compulsivamente, im-mediatamente producono in noi stessi e negli altri sentimenti molto potenti di rivolta e risentimento, tradimento e rabbia, desiderio di vendetta e disonore, umiliazione e senso di colpa… tutte emozioni non solo difficilmente contenibili, ma capaci anzi di auto-alimentarsi.

Per fare mediazione, dunque, occorre anzitutto reggere la paura dei potenziali effetti distruttivi di questi sentimenti sociali.

E’ da tale non-luogo che il mediatore cerca di incontrare la fonte di quei conflitti che creano un vuoto, un isolamento dei singoli configgenti nel proprio vissuto, nella propria versione dei fatti, nella propria solitudine e separazione dall’altro.

Le parti possono raggiungere una diversa percezione l’una dell’altra, scoprire un nuovo linguaggio per parlare, provare a (ri)costruire la loro relazione elaborando nuove regole che saranno utili per affrontare concretamente gli effetti del conflitto e del disagio che stanno vivendo.

Mediare, come forma verbale che connota l’attività di mediazione, vuol dire ricollegare quello che è adesso sconnesso perché la relazione e il circuito si sono interrotti, ma il circuito e la relazione erano e potranno essere in funzione.

In altre parole, la mutua responsabilità da far emergere in un contesto aziendale. Bisognerebbe lavorare sulla capacità e possibilità delle risorse/contendenti di trovare da soli una soluzione alla propria controversia aumentando il processo di crescita di ciascuno e il riconoscimento reciproco.

Questo, consentirebbe di trasformare gradualmente la qualità delle interazioni da oppositive e conflittuali a costruttive e collaborative, portando  a cambiamenti fruttuosi sia nelle relazioni che nella qualità del contesto ambientale dell’Azienda.

Quando si parla di necessità di ricerca e di innovazione nelle Aziende, ci si deve riferire principalmente a quella legata alla principale risorsa dell’Impresa e cioè le persone che fanno la differenza e possono dare alla Società il valore aggiunto che tante altre non hanno.

Grazie dott. Orefice. È stato davvero incisivo e innovativo nelle sue considerazioni: ne faremo tesoro.

Maria Bonifacio


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In conclusione, per i nostri lettori, potremmo dire che il discorso sulla mediazione apra nuovi orizzonti di senso. Nel panorama sociale attuale, in cui l’identità è in continua ridefinizione, non vi è bisogno di giudizi né di “cure” prescrittive, ma di decifrazioni pazienti.

Pensare alla mediazione non come ad una modalità capace di attivare “speranze di cambiamento e redenzione”, e tanto meno come a una (o, peggio, LA) soluzione, ma piuttosto come a una modalità cognitivamente più aperta e disponibile a passare dal momento distruttivo a quello curativo, per accogliere il disordine che le società odierne esprimono e convogliarlo in un flusso costruttivo.


 

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6MEMES TRENDS Trasparenza e Partecipazione nella PA

La città della trasparenza. Di Michele Vianello.

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Il diritto di partecipare alla vita della Pubblica Amministrazione

 
[dropcap3]N[/dropcap3]el mio precedente articolo ho argomentato su come una forte e incisiva riforma della Pubblica Amministrazione possa avvenire a condizione che i cittadini siano consapevoli della possibilità di esercizio di una serie di diritti che la nuova legislazione, CAD (Codice dell’amministrazione digitale) e FOIA (Freedom of Information Act) in primis, mette a loro disposizione.
La legislazione più recente, infatti, si limita – ed è un eufemismo, ovviamente – a sancire i diritti per il cittadino, affidando poi all’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) o all’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) il compito di indicare le forme regolamentari che rendono esercitabili tali diritti.
Viene così sancito, per il cittadino, il diritto di partecipare a ogni procedimento che lo riguarda attraverso strumenti digitali, con l’attestazione ad esempio del diritto di avere una propria e univoca identità digitale, di poter eleggere un domicilio digitale, di effettuare i pagamenti alla P.A. attraverso strumenti digitali e così via.
SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) e PAGO PA (il sistema nazionale per i pagamenti a favore della Pubblica Amministrazione) sono due esempi specifici attraverso i quali il cittadino esercita propri diritti. A ogni diritto, infatti, deve corrispondere un servizio di cui usufruire attraverso specifiche piattaforme web e grazie a una “buona digitalizzazione” dell’Ente inreressato.
Tutto ciò premesso, tuttavia, fino a quando l’AgID  non varerà le norme e i regolamenti applicativi, queste innovazioni rimarranno teoria anziché divenire pratica, e tali aspettative resteranno, in larga parte, inespresse.
Di più ancora: non essendo a tuttoggi il cittadino a conoscenza dei propri nuovi diritti, non li eserciterà, ritardando così a sua volta – e suo malgrado – il processo di innovazione della Pubblica Amministrazione.
[bctt tweet=”Anche la velocità dei processi di cambiamento si basa sui principi della domanda e dell’offerta.” username=”MapsGroup”]
D’altronde, al di là delle previsioni legislative, la velocità dei processi di cambiamento si basa sui principi della domanda e dell’offerta, e accelerarne il processo non è semplice. Quanto più i cittadini (ovvero la domanda) chiederanno di fruire dei servizi utilizzando strumenti digitali, tanto più la Pubblica Amministrazione (ovvero l’offerta) sarà tenuta ad adeguarsi.
Questo vale anche per la legislazione in materia di trasparenza.
Mi riferisco in larga parte a ciò che è previsto – ormai da tempo – dal D.Lgs. n. 33 del 2013. A causa della storia recente del nostro Paese, infatti, il principio di trasparenza, sul piano normativo, è legato indissolubilmente alla lotta alla corruzione.
Non è un caso che ogni anno le Pubbliche Amministrazioni debbano varare un unico Piano sia per le azioni anticorruzione che per la trasparenza. Così non dovrebbe essere, perché la trasparenza costituisce in sé il valore fondante su cui si consolida l’attività della Pubblica Amministrazione.
I modelli organizzativi, ad esempio, dovrebbero essere pensati, realizzati, finalizzati e traguardati alla trasparenza sia nell’azione amministrativa che nell’accesso alla produzione di dati, atti, documenti etc. di una P.A..
Alcuni esempi concreti: un sito Istituzionale costruito “correttamente” è una condizione sine qua non per esercitare il diritto all’accesso e alla trasparenza. Allo stesso modo, un ciclo documentale interamente digitalizzato è la condizione ottimale sia per reperire le relative informazioni che per poterne fruire. Anche in questi casi, è utile ricordarlo, il cittadino – così come le imprese, i professionisti e le organizzazioni in genere – potranno esercitare un ruolo decisivo.
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Cittadini consapevoli e informati

 
È opportuno, a questo punto, ricordare a tutti noi quanto previsto all’art. 1 (comma 1) del D.Lgs. n. 33/2013:

“La trasparenza è intesa come accessibilità totale dei dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, allo scopo di tutelare i diritti dei cittadini, promuovere la partecipazione degli interessati all’attività amministrativa e favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.”

Ancora, all’art 3 (comma 1), la legge recita:

“Tutti i documenti, le informazioni e i dati oggetto di accesso civico, ivi compresi quelli oggetto di pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente sono pubblici e chiunque ha diritto di conoscerli, di fruirne gratuitamente, e di utilizzarli e riutilizzarli ai sensi dell’articolo 7.”.

Come si capisce, anche in questo caso, il legislatore ha messo nelle mani dei cittadini importanti opportunità.
I dati e i documenti detenuti dalla P.A. sono resi accessibili al cittadino nella loro totalità (con un unico limite posto negli “interessi giuridicamente tutelabili”, come ad esempio vale per i dati sensibili, giudiziari, a tutela della proprietà intellettuale ecc.), affinché quest’ ultimo possa partecipare in maniera “consapevole” e “informata” alla vita pubblica.
[bctt tweet=”I dati e i documenti detenuti dalla Pubblica Amministrazione sono resi accessibili al cittadino nella loro totalità.” username=”MapsGroup”]
Il cittadino, con tali informazioni, sarà infatti messo in condizioni di vigilare sulle finalità di una P.A. a partire da conoscenze reali e dettagliate.
A tutto questo si deve aggiungere l’obbligo per una P.A. di mettere a disposizione della collettività anche per fini commerciali (Art. 1, comma ter del CAD) dati e documenti per poter essere trasformati e riutilizzati. L’articolo 6, inoltre, verte sulla “Qualità delle informazioni”, riportando che

Le pubbliche amministrazioni garantiscono la qualità delle informazioni riportate nei sitiistituzionali nel rispetto degli obblighi di pubblicazione previsti dalla legge, assicurandone l’integrità, il costante aggiornamento, la completezza, la tempestività, la semplicità di consultazione, la comprensibilità, l’omogeneità, la facile accessibilità, nonché la conformità ai documenti originali in possesso dell’amministrazione, l’indicazione della loro provenienza e la riutilizzabilità secondo quanto previsto dall’articolo 7.”

A questo punto la sfida é davvero rilevante, perché può cambiare il rapporto stesso tra la Pubblica Amministrazione e il cittadino.
Se la P.A. deve essere trasparente come regola generale, e inoltre ha l’obbligo dimettere a disposizione dati e documenti, il cittadino, dal canto suo, ha il dovere (e la convenienza) di partecipare alla vita pubblica in modo informato riutilizzando a sua volta, anche per fini commerciali, tali dati e documenti, partecipando così alla loro ulteriore valorizzazione.
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Conoscenza diffusa per esercitare meglio
i diritti di cittadinanza attiva

 
Se potessi utilizzare una definizione “importante”, direi che il D.Lgs. n. 33 crea le condizioni per l’esercizio di una cittadinanza attiva. Quello che non deve sfuggirci, infatti, é che l’ambito applicativo di queste disposizioni non riguarda solo la P.A. in quanto tale, ma anche tutto il mondo di chi gestisce servizi pubblici, compresi i soggetti imprenditoriali di diritto privato.
Ma anche il mondo dei servizi pubblici locali e della sanità é pienamente interessato da queste disposizioni, e dunque la gestione dell’acqua, della salute, dell’aria, dei rifiuti e del trasporto pubblico locale sono servizi anch’essi soggetti a obblighi di trasparenza nei confronti del cittadino.
Ne deriva che il perimetro delle conoscenze potenzialmente a disposizione dei cittadini e delle imprese, così come il confine dell’esercizio del controllo e della partecipazione in questi stessi ambiti, si possono estendere di gran lunga. Anzi: se ci pensiamo bene, a questo punto, é l’intero ambito urbano a poter essere indagato e “partecipato”.
Potremmo ad esempio avvalerci di tali diritti – nel caso venissero esercitati dai cittadini in modo organizzato – non solo individualmente, ma anche attraverso corpi intermedi, cambiando così le basi della convivenza e dell’esercizio della partecipazione democratica anche in ambito urbano.
Grazie a queste normative – di fattto – la stessa idea di smart city potrebbe essere rivista e resa maggiormente attuale. Si potrebbe ad esempio passare dall’idea di smartness (basata sull’uso intensivo delle tecnologie digitali) alla rivisitazione del concetto di egovernment (non più ridotto alla diffusione dell’uso di servizi on line).
[bctt tweet=”Si potrebbe ad esempio passare dall’idea di smartness alla rivisitazione del concetto di egovernment. ” username=”MapsGroup”]
I principi di partecipazione e inclusione avrebbero basi più solide in quanto fondati su conoscenze reali; lo stesso varrebbe per la tutela dell’ambiente e così via.
Eppure, la partecipazione fondata sulla conoscenza e il civismo consapevole non paiono essere “di moda”, tanto che a volte penso che queste mie riflessioni si riducano a mera utopia. Il digitale sembra essere diventato una ideologia e i social network un’arena dove disputare al di fuori della conoscenza dei fatti (e spesso contro la stessa) in maniera meramente ideologica, così che il mondo della condivisione digitale sembra essere diventato lo scenario privilegiato di una disputa tra “tribù confliggenti”.
In questo contesto è ovvio che le Pubbliche Amministrazioni che non vogliono innovare possono arroccarsi agevolnente sull’esistente e difendere gli “antichi mondi”.  E tuttavia, una volta tanto, il quadro normativo e di principio sono chiari, e quella della trasparenza é una opportunità che non possiamo lasciarci sfuggire.
È di fatto iniziata – e di questo sono convinto – una lunga traversata in “terrae incognite”. L’esito non sarà certo, ma questa é un’altra battaglia che vale la pena di combattere.

Michele Vianello

Smart city

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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società

Business Analyst: sinergia tra IT e Business per guidare l’azienda in un mondo che cambia. Donna è meglio?

Le soluzioni IT per il business

[dropcap3]N[/dropcap3]ei precedenti articoli è stata presentato quanto l’IT sia diventata e stia tuttora diventando sempre più pervasiva nella nostra vita e nel nostro lavoro, sottolineando anche come questo possa rivelarsi utile per la nostra salute.

Per tutti questi motivi occorre un allineamento ed una integrazione sempre maggiore fra l’IT con le sue potenziali soluzioni ed il Business. L’IT è infatti ormai il fattore abilitante principale per qualsiasi business. Ad esempio, se una azienda di moda vuole aprire nuovi negozi in una parte del mondo, deve provvedere risorse ed azioni per far si che questi negozi siano correttamente connessi con la sua rete aziendale.

Quindi l’IT deve poter provvedere proprio a quello che le viene chiesto e, dall’altra parte, le richieste devono essere estremamente chiare e precise. Cosa non sempre facile.

Questo significa, di conseguenza:

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Definire con precisione i bisogni per il business in funzione delle attività strategiche, tattiche e/o operative che l’azienda sta per intraprendere.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Valutare la situazione di partenza (il cosiddetto AS-IS).

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Definire l’obiettivo, in cui una soluzione tecnica ed organizzativa risolve i bisogni, da realizzarsi entro un tempo accettabile (il cosiddetto TO-BE).
Chi ha in azienda tale ruolo, deve dunque poter parlare con persone diverse (dalla direzione al personale operativo), deve poter raccogliere le informazioni da tutti e trasformarle (con una visione integrata di insieme) nelle specifiche precise per costruire una soluzione, e – come in parte abbiamo spoilerato nl titolo:) – deve avere una pluralità non comune di competenze, sia personali che professionali.

Ma chi è la figura quasi “magica” in grado di  essere – e dunque fare – tutto questo questo?

In realtà non c’è niente né di magico né di impossibile da raggiungersi: l’inquadramento di tale figura si basa su di una scienza e una metodologia ormai ampiamente codificata chiamata Business Analysis (in italiano tradotto spesso come analisi business o analisi aziendale) e il mago (o la maga) in questione è un professionista normato e codificato a livello di Unione Europea, ovvero il Business Analyst.

In questo articolo prenderemo quindi in esame l’Azienda e il ruolo del Business Analyst al suo interno, per mettere a fuoco le capacità di cui deve disporre questa figura essenziale per il successo del business, il cui ruolo e la cui influenza vanno ormai ben oltre l’IT.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Come funziona l’azienda?

Ogni azienda opera per fornire prodotti e servizi ai propri clienti e da questo trae il proprio guadagno. Per ottenere questo entro l’azienda vengono compiute dai dipendenti successioni di attività collegate logicamente, i cosiddetti processi aziendali o processi business (in inglese Business Process).

Ogni processo partendo da un input realizza un output, che ha valore per il cliente. E il cliente può essere esterno all’azienda – nel qual caso il valore è monetizzabile e costituisce un ricavo per l’azienda – oppure interno, come ad esempio avviene nei processi amministrativi o di gestione del personale, che hanno come clienti altre parti dell’azienda.

I processi possono essere produttivi e costruire materialmente prodotti, come nel caso delle aziende manifatturiere. O gestionali, come i processi di gestione delle fatture, del personale ecc… e trattare informazioni.

I processi, inoltre, possono essere espliciti e codificati in procedure documentate, come avviene, ad esempio, nelle aziende certificate ISO9001, oppure impliciti ed esistere nella mente dei dipendenti, che sanno quale è il loro compito e cosa devono fare per fare sì che l’azienda nel suo insieme realizzi il proprio obiettivo. In taluni casi manca la visione di insieme e magari l’azienda non è dappertutto efficace ed efficiente.

Cosa rappresenta la conoscenza dei processi? Semplicemente il modo con cui l’azienda funziona ed opera e comprende in se il know-how delle specifiche operazioni. Addestrare un neoassunto a svolgere le sequenze di azioni che un veterano compie in modo quasi automatico richiede tempo. Se alcuni processi non sono codificati e documentati, all’uscita di una persona occorre effettuare un passaggio di consegne, trasferendo la conoscenza tacita che forma i processi taciti ad altre persone, altrimenti l’azienda perde una parte del suo funzionamento. Ecco perché i processi sono così importanti economicamente.

La analisi, formalizzazione e documentazione dei processi, che viene compiuta ad esempio durante le certificazioni ISO9001, rende quindi i processi patrimonio aziendale, trasferibile da una persona all’altra attraverso la lettura della documentazione, “estraendoli” dalla mente delle persone dove si trovano quando sono ancora taciti. La codifica di procedure ed istruzioni di lavoro o work instruction in modo semplice consente anche di ottimizzare i processi stessi, diminuendone tempi e/o costi e anche di addestrare rapidamente i neoassunti a svolgere le operazioni.

Questo è uno dei compiti svolti da un Business Analyst.

[sf_iconbox image=”ss-repeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Congiungere IT e Business

L’analisi dei processi è il primo passo per la loro ottimizzazione. Tale ottimizzazione può avvenire progressivamente, con il miglioramento di tutte o di alcune delle attività la cui successione forma il processo stesso (procedimento chiamato Business Process Improvement).

Oppure con la ridefinizione del processo, con la sostituzione o la modifica di alcune o tutte le attività che lo formano in modo molto più “invasivo” (procedimento chiamato Business Process Reengineering).

Oggi si tende ad usare un approccio evoluzione del primo, ma che combina le caratteristiche positive di entrambi, chiamato Continuous Process Improvement (miglioramento continuo dei processi), recepito anche nelle normative della qualità. Anche le nuove leggi, come il GDPR, richiedono in alcuni casi l’organizzazione di processi espliciti, come è stato spiegato in questo articolo.

E oggi, per i processi amministrativi e gestionali l’IT, in qualsiasi azienda, interviene massivamente, automatizzando insiemi di operazioni sull’informazione trattata entro i processi. E anche nei processi produttivi l’OT (Operation Technology), introdotta in questo articolo, è ormai fondamentale.

Quindi il compito complessivo del Business Analyst è studiare i processi e come funziona l’azienda, individuare i punti di miglioramento (ad esempio, riduzione di tempi e/o costi nello svolgere le attività) e risolvere problemi riscontrati o definire le risposte possibili ad opportunità che si presentano sul mercato, come la nascita di nuovi mercati o settori di business. Questo rende l’azienda agile e veloce nel cambiare, adattandosi ad un ambiente che ormai può mutare con velocità semplicemente impensabili fino a pochi anni or sono.

Il cambiamento può avvenire con l’introduzione di mutamenti organizzativi (nuovi processi, nuove suddivisioni di reparti…), di nuove soluzioni tecnologiche (nuovi applicativi, nuovi strumenti…), o, nella maggior parte dei casi, con una combinazione di entrambi, che porta al risultato migliore. Il semplice inserimento di un nuovo strumento tecnico, senza che i processi si adattino alla sua presenza, per poterne sfruttare al meglio le potenzialità, non riesce ad ottenere tutti i vantaggi possibili dall’investimento economico necessario.

Il Business Analyst quindi deve:

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Rilevare i bisogni, espliciti o latenti, del cambiamento.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Definire la situazione attuale con precisione.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Definire l’obiettivo per il cambiamento.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Definire i passi da compiere, compatibili con le risorse esistenti, per ottenere gli effetti positivi del cambiamento.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Documentare tali passaggi ed, eventualmente, verificare il loro andamento per l’ottenimento del successo.

Spesso, inoltre, il Business Analyst fa anche il progetto di dettaglio della soluzione IT, definendo con precisione cosa essa dovrà fare entro il contesto dell’azienda (la cosiddetta analisi funzionale di un prodotto IT) e magari procede anche, dopo la realizzazione, all’addestramento delle persone. Quindi il Business Analyst interviene dal momento in cui il bisogno (risoluzione di problema o sfruttamento di opportunità) inizia ad esistere, lungo tutta la costruzione di una soluzione al bisogno, fino alla sua entrata in servizio, curando spesso l’addestramento necessario per le persone.

[sf_iconbox image=”ss-tag” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Processi, dati ed informazioni

I processi hanno dei flussi di informazioni al loro interno, attraverso le quali si coordinano le attività collegate logicamente e/o cronologicamente che li formano. Ed esistono flussi di informazioni anche fra i vari processi che operano entro l’azienda.

I flussi possono essere legati alle attività operative come la vendita, la produzione, la gestione magazzino, oppure collegare le attività produttive con quelle tattiche e strategiche svolte al livello della dirigenza aziendale. E possono infine contribuire ad estrarre dalla mole di dati grezzi l’insieme delle informazioni utili ad aumentare la conoscenza sullo stato dell’azienda e dei mercati, il che rende possibile alla direzione aziendale il prendere con saggezza le decisioni vitali per il futuro dell’azienda stessa.

Compito del Business Analyst è anche definire come trattare questi dati, attraverso l’uso di quella branca dell’IT chiamata Business Intelligence, che oggi, attraverso i Big Data e l’intelligenza artificiale, sta evolvendo in qualcosa di completamente nuovo, in grado quasi di prendere decisioni in modo autonomo.

In questo compito, il Business Analyst è affiancato da due figure specialistiche che in qualche modo ne sono una evoluzione: il Business Information Manager, che possiamo definire anche il gestore aziendale della conoscenza, e il Data Scientist, che “disegna” i trattamenti automatici per passare dai dati alla conoscenza.

L’analisi dati per estrarne conoscenza è una necessità per ogni azienda, in quanto da ad essa una consapevolezza con cui agire con forza e rapidità nel mercato in continuo mutamento, agendo anche d’anticipo rispetto ai mutamenti. Dalle grandi aziende, via via, il suo uso sta espandendosi a cascata anche verso le aziende più piccole.

[sf_iconbox image=”ss-female” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il profilo codificato del Business Analyst?
Donna è meglio!

Esistono diverse certificazioni professionali per il Business Analyst. In particolare le normative UNI 11506:2017 e UNI 11621-2, recepite a livello di tutta l’Unione Europea, definiscono con precisione il profilo professionale “Business Analyst” come colui/colei che:

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Identifica aree dove sono necessari cambiamenti del sistema informativo per supportare i piani di business e ne controlla l’impatto in termini di gestione del cambiamento.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Contribuisce ai requisiti funzionali generali dell’azienda per quanto riguarda l’area delle soluzioni basate sull’IT.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Analizza le esigenze di mercato e le traduce in soluzioni IT.

Per fare questo il Business Analyst deve comprendere come funziona l’azienda (o almeno una sua parte), i suoi processi, il mercato. Deve interagire proficuamente con le persone, ai livelli manageriali e a quelli operativi. Dovendo guidare anche il cambiamento, il ruolo del Business Analyst è, in taluni casi, quello di interagire con le persone coinvolte, motivandole nell’accettare ed anzi avvantaggiarsi del cambiamento, svolgendo quasi un’azione di Business Coaching.

Deve quindi avere grandi capacità di analisi, conoscere il business, identificare modelli e situazioni note in cui poter applicare, ad esempio, soluzioni dimostrate di comprovata efficacia (come avviene, ad esempio, per i framework organizzativi legati alle certificazioni ISO, ITIL, COBIT ecc…).

E deve conoscere, almeno ad alto livello, la tecnologia e le soluzioni. E, soprattutto, deve avere grandi doti di comunicazione interpersonale, deve saper parlare diversi linguaggi, entrando quasi in empatia con le persone con cui interagisce.

Per questo, in genere – e come suggerito dal titolo dell’approfondimento – si tratta di uno di quei ruoli in cui, a parità di altre capacità e conoscenze, una donna può riuscire mediamente meglio di un uomo, essendo in genere sia più empatica che dotata di maggiore pazienza.

Nel prossimo articolo estenderemo il concetto di comunicazione fra professionalità diverse, dotate di diversi linguaggi specialistici, diversi modi di pensare e diversi approcci ai problemi nel cotesto lavorativo. Necessità fondamentale per creare quei team interdisciplinari necessari, ad esempio, per svolgere funzioni di trasformazione che, come ad esempio nel caso dell’adozione del GDPR,  richiede interventi legali, organizzativi e tecnologici. A presto.

Giulio Destri

Business Consulting

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

I “goal” di #6MEMES: breve rassegna dei "primi della classe" del nostro blog…

Rete!

[dropcap3]È[/dropcap3] arrivato il momento, come accade circa ogni tre mesi, di fare il punto sui contributi di 6MEMES che, in questo lasso di tempo, hanno avuto più seguito sulle varie piattaforme social su cui sono stati condivisi.
Una breve premessa.
Ogni rassegna e ciascun report seguono un filo – a volte impercettibile, a volte esplicito – con cui si raccolgono dati. Questo è il caso in cui i dati sono sì numerici – rappresentando i “primi della classe” 🙂 – ma sono anche capaci di raccontare qualcosa in più.
Il filo che li lega nel momento del loro rilascio è infatti (gioco forza) tematico e sociale, cambiando le metriche per ciascuna piattaforma, a seconda del pubblico e del risvolto dei vari temi selezionati più o meno “social”.
Capita infatti spesso che i medesimi contenuti abbiano performance differenti in base al contenitore mediatico su cui hanno giocato la propria partita di visibilità, nel nostro caso Facebook, Linkedin e Twitter.
E allora la lettura, o meglio, il filo della rassegna, si svolge e riavvolge su se stesso a volte tornando sui suoi passi perché le metriche sono davvero molto differenti tra loro, con vere e proprie capriole di gradimento: il primo su una piattaforma può essere l’ultimo su di un’altra e così via… Vediamolo insieme.
[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
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Abilità o ri-abilità?

 

[dropcap3]U[/dropcap3]n dato interessante per tutti ce lo fornisce ad esempio Twitter, di solito vocato al gossip e alle new emergenti, e che invece nel nostro caso ha premiato un tema impegnativo e focale, quello della salute in merito alla disabilità, con l’intervista al dr. Rodolfo Brianti dal titolo “Disease e Illness nella riabilitazione.” Con circa 2500 visualizzazioni ha avuto la meglio su topic come l’innovazione, la trasparenza, la cultura… Non male!

Cure And RecoveryL’intervista, del resto, tocca temi sì generalisti sul senso della cura in senso sociale, ma si addentra anche in specifiche realtà soggettive e individuali. In termini di disabilità acquisita, ad esempio, il dr. Brianti sottolinea come:

“Si tratta di fare i conti con un’immagine di sé pregressa – magari conquistata nel tempo con impegno, fatica e sacrificio – a cui dover in ogni modo corrispondere, pena un senso di inadeguatezza difficilmente scardinabile.
Da questo punto di vista i fattori sociali e ambientali in cui il paziente affronta il proprio percorso di riabilitazione sono sicuramente fondamentali.”

E se Twitter ha premiato un contenuto così stringente dal punto di vista dei contenuti, Linkedin ha invece deviato dalle aspettative, premiando temi culturali con un post dell’autrice Natalia Robusti.

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Leggerezza o gravita?

 

[dropcap3]A[/dropcap3]ll’ombra degli algoritmi, ai piedi della poesia: leggerezza e gravità della comunicazione, ha ricevuto oltre 2700 visualizzazioni, parlando di attualità nello scambio delle informazioni sui vari media digitali e convergenti.

“Parlando ora di comunicazione non possiamo rinunciare a un’ovvietà: i media con cui comunichiamo oggi non hanno più, se non con rare eccezioni, alcuna figura di intermediazione al loro interno. Digital Binary Code
Con una leggerezza inaudita – perfino sospetta – fanno tutto da sé, almeno all’apparenza.
Mai come in questi ultimi tempi, infatti, la comunicazione umana si è fatta densa, quasi convulsa, spesso tanto scoordinata quanto massiccia da assomigliare sempre più a veri e propri “versi”, e non certo quelli poetici.
In una sorta di anarchia e autoregolamentazione (più o meno efficace) – e senza tanti letterati né professori di mezzo – le informazioni vanno e vengono. Ma non passano.”

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Primo: la trasparenza!

 

[dropcap3]E[/dropcap3]d è stato invece Facebook, in questi giorni sull’onda di polemiche sacrosante sull’in-trasparenza della gestione dei nostri dati – a premiare, in una sorta di gioco autorifllessivo, la trasparenza, il tema del White Paper di Maria Bonifacio:

Codice Antimafia

“Fonte della cultura della legalità, il concetto di trasparenza ha cambiato radicalmente il rapporto tra cittadino e Stato: è diventato un diritto di tutti e una pratica da seguire, e, spesso – come accade per ogni cambiamento culturale – non si tratta di un’operazione facile.

Esiste tuttavia un legame inscindibile tra la disciplina della trasparenza nella pubblica amministrazione e la lotta alla corruzione.

La trasparenza è, in assoluto, il mezzo attraverso il quale si possono individuare e quindi prevenire situazioni illecite e di conflitto di interessi. Solo partendo da un’azione sinergica tra istituzioni pubbliche, associazioni di cittadini, imprese e rappresentanze economiche sul territorio si può delineare un percorso comune per l’affermazione di una cultura della legalità e della trasparenza.”

[sf_iconbox image=”ss-compass” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”] [/sf_iconbox]

Quello che possiamo dunque concludere al termine della rassegna – è che sì, i numeri, nella condivisione della conoscenza, contano, perché le proporzioni hanno il loro peso: fanno inclinare le bilance, di qua e di là, spostando consenso.

È proprio la conoscenza, più di ogni altra cosa, ci può condurre più vicino a ciò che desideriamo e più lontano d a ciò che temiamo.
E nel nostro blog cercheremo di tenerne conto rendendone conto nello stesso momento ai nostri lettori. Per quel che ci riesce di fare.

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6MEMES TRENDS Trasparenza e Partecipazione nella PA

Amministrazione Pubblica e Innovazione: digitalizzare (o duplicare?) l'esistente. Di Michele Vianello.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il Codice dell’Amministrazione Digitale sancisce un diritto fondamentale per il cittadino

 
[dropcap3]Q[/dropcap3]uando un qualsiasi ente pubblico – un Comune in particolare – si pone il problema di applicare le norme previste dal Codice dell’Amministrazione Digitale, deve prima di tutto predisporsi a concepire la propria riorganizzazione.
Software, digitale, informatici preposti all’attività: tutto ciò va considerato dopo. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, infatti, gli Enti Pubblici sono già abbondantemente digitalizzati. Forse anche troppo.
La realtà è che in questi anni tutte le contraddizioni e le storture burocratiche che angustiano il mondo pubblico italiano sono state codificate dai sistemi informativi. Per utilizzare un esempio che uso di frequente, possiamo dire che in questi anni si è digitalizzato l’esistente.
Avete presente la storiella – tanto vera quanto esemplare – secondo la quale assieme ad una mail si inoltra anche un fax? Ecco: questo è il tipico esempio di “digitalizzazione dell’esistente”.
Per carità: fenomeni come quello descritto si verificano anche nel privato, che non è certo scevro da esempi di cattiva digitalizzazione. Ma gli assetti organizzativi di tali attività, normalmente, sono molto meno codificati e burocratizzati di quelli della Pubblica Amministrazione. Di conseguenza, gli effetti di ridondanza sono meno impattanti.
Affermiamo ora un principio: il Codice dell’Amministrazione Digitale non è un complesso di norme relative al digitale all’informatica. Il Codice dell’Amministrazione Digitale è invece una legge sui procedimenti, che stabilisce come ci si organizza, come si lavora e come ci si relaziona con i cittadini nella Pubblica Amministrazione.
Il Codice dell’Amministrazione Digitale è dunque e soprattutto una legge che sancisce un diritto fondamentale per il cittadino: quello di poter utilizzare le piattaforme digitali nelle relazioni con la Pubblica Amministrazione.
Badate bene: quello che è un diritto per il cittadino è un vero e proprio obbligo per la Pubblica Amministrazione. Un diritto che pone fine ad ogni forma di autoreferenzialità della Pubblica Amministrazione nella sua forma organizzativa e gestionale.
[bctt tweet=”Le leggi che vincolano la Pubblica Amministrazione sono innanzitutto diritti per i cittadini.” username=”MapsGroup”]
La PA, sino ad ora, ha spesso improntato il proprio modello organizzativo senza pensare alla qualità e alla forma del servizio erogato, seguendo inoltre un principio base della produzione dei propri atti, dati e notizie: quello improntato al principio della riservatezza.
La nuova produzione normativa invece – a partire dall’introduzione del FOIA (Freedom of Information Act) – considera la trasparenza come il principio base su cui si fonda il rapporto tra i cittadini e l’Amministrazione pubblica, e stabilisce la necessità di riservatezza solo come una eccezione.
Si tratta di un cambio di paradigma non da poco, e per questo il tema della trasparenza sarà l’oggetto di un prossimo articolo.
Quello che mi preme sottolineare ora è che tutta la produzione normativa in materia organizzativa e gestionale è stata sino ad oggi sostanzialmente improntata sulla priorità del procedimento e del rispetto della norma.
Tradotto in un linguaggio informatico, possiamo dire che:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]le architetture dei software sono state pensate come verticali,
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]le banche dati sono state concepite per essere consultate all’interno e non per essere condivise.
Cerchiamo di capirne di più…
 

[sf_iconbox image=”ss-globe” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

Interoperabilità e aggiunta di valore dei dati digitalizzati

 
[dropcap3]I[/dropcap3]n sintesi, i software gestionali (ad esempio della scuola, del bilancio, dei lavori pubblici, dell’edilizia etc.) non sono stati concepiti per dialogare tra di loro. Anzi: la verticalità di ogni procedimento è stata “pietrificata” e codificata in un software.
Discorso analogo vale per le banche dati. I dati non si metticciano tra di loro, non si ibridano – generando così informazioni di valore – ma sono semplicemente raccolti e custoditi in silos verticali non interoperabili.
La nuova legislazione, invece – soprattutto il nuovo CAD, DL 217 dicembre 2017 – nel sancire il diritto del cittadino all’utilizzo del digitale in nome della cosiddetta cittadinanza digitale, afferma che i servizi debbono venire offerti attraverso processi di dialogo tra ambienti diversi, in larga parte residenti su piattaforme web.
[bctt tweet=”La nuova parola d’ordine è interoperabilità: dei formati, delle banche dati, dei software.” username=”MapsGroup”]
Aiutiamoci con un esempio.
Quando acquistiamo un bene su Amazon ci “logghiamo” ed entriamo in un ambiente orizzontale dove tra la fase di scelta del prodotto, il suo pagamento e la sua tracciabilità non esiste alcuna discontinuità. Non importa come è organizzato il back office di Amazon, non importa la verticalità dei suoi settori: parlano tutti tra di loro. E, ai nostri occhi, Amazon è un unicum.
citta-digitale-pa
La nuova legislazione chiede alla Pubblica Amministrazione di fare esattamente questo salto organizzativo e culturale. Ne deriva che i software dovranno adeguarsi di conseguenza. E questo non vale soltanto per ogni singolo ente: le banche dati delle diverse Pubbliche Amministrazioni devono tutte dialogare tra di loro.
La stessa cosa vale anche per i soggetti che erogano i servizi pubblici (acqua, rifiuti, trasporto pubblico locale), anche se sono organismi privati.
La nuova parola d’ordine è interoperabilità: dei formati, delle banche dati, dei software.
Lo SPID, ovvero il sistema unico di identificazione del cittadino, si basa esattamente su questo principio. Che un utente si logghi al sito del proprio Comune, dell’INPS, dei Vigili del Fuoco e via così, la user e la password dovranno essere le stesse. Un discorso analogo vale anche per le piattaforme di pagamento.
 

[sf_iconbox image=”ss-stopwatch” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
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La PA è pronta a questo salto culturale e operativo?

 
[dropcap3]I[/dropcap3]l processo è in corso, senza dubbio. Sarà un percorso difficile e non privo di ostacoli, ma la strada è ormai tracciata.
È già un nostro diritto, dal 1 gennaio del 2018, loggarci al sito del nostro Comune (in ambiente web), trovare un form di iscrizione all’asilo nido (in ambiente web), inviarlo all’ufficio scuola (in ambiente gestionale interno) e, se accolta la domanda, pagare, di nuovo in ambiente web.
Non importa come è organizzato il Comune e quali software gestionali ha acquistato: tutto questo a noi non deve interessare… Non importa dove siamo né che ora è. Ciò che ci deve interessare è poter esercitare il nostro diritto a fruire di servizi interamente on line.
È facile da intuire come la realizzazione di quanto previsto dalla legge comporterà – nel tempo – evidenti risparmi per la Pubblica Amministrazione e un miglior servizio per il cittadino.
Prevengo a questo punto una domanda: le Pubbliche Amministrazioni sono pronte a realizzare quanto previsto dalla legge? In verità il processo si sta cominciando a prefigurare, pur tra mille difficoltà, in molte Amministrazioni.
[bctt tweet=”Il processo di compiuta digitalizzazione della PA è ancora in corso, ma la strada è tracciata.” username=”MapsGroup”]
Quando parlo di Pubbliche Amministrazioni non parlo infatti solo dei Comuni, ma penso alla galassia sterminata del pubblico. Per fare un esempio, le banche dati dell’INPS e quelle dell’Agenzia delle Entrate non sono sempre perfettamente allineate.
Nel caso di una istanza avanzata da un cittadino, che preveda il parere di più Pubbliche Amministrazioni, attualmente non esiste – generalmente – una forma di interoperabilità tra i diversi software gestionali.
Le Pubbliche Amministrazioni comunicano tra di loro utilizzando la PEC. L’utilizzo del fax e dei supporti cartacei è vietato, e tuttavia qualche Amministrazione lo utilizza ancora.
La rivoluzione è dunque codificata dalla Legge e molte Amministrazioni stanno provvedendo ad adeguarsi, ma c’è ancora molto da lavorare. Un tassello decisivo per realizzare questa rivoluzione prevista in primo luogo dalla Legge è innanzitutto l’esercizio del diritto proprio da parte di noi cittadini.
Il pallino sta solo nelle nostre mani. Andiamo in un Ente Pubblico e cominciamo a chiedere di comunicare esclusivamente utilizzando una mail. Rechiamoci in Comune e chiediamo come poter partecipare al procedimento che ci riguarda accedendo via web al fascicolo che, come previsto dalla legge, non può che avere un formato digitale.
Questi diritti sono già codificati: pretendiamoli. Se il loro esercizio venisse praticato da tutti noi, ecco che la rivoluzione avrebbe trovato il suo attore principale: il Cittadino.

Michele Vianello

Michele Vianello
 

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6MEMES TRENDS So Social: traduzione e tradimento nella comunicazione digitale.

Rapidità versus Velocità: meta o viaggio? Tra intensità e densità del progresso.

[sf_iconbox image=”ss-stopwatch” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Rapidità docet!

“La vita si misura dalla rapidità del cambiamento, dalla successione delle influenze che modificano l’essere.”

[dropcap3]C[/dropcap3]osì scrive Mary Anne (Marian), una delle scrittrici britanniche di maggior rilievo dell’epoca vittoriana, sotto le mentite spoglie di George Eliot. E l’accento sulla parola rapidità, anziché velocità, non è causale, ma emblematico.
Erano anni, anche quelli, densi di innovazioni scientifiche e tecnologiche che non riuscirono, nemmeno allora, a calmierare i divari socio-economici che segnavano in profondità la società di quei tempi. Forse anche a causa della velocità con cui si imposero.
L’incipit sul tema della Rapidità secondo Calvino, attualizzato ai tempi nostri, si annuncia in questo modo da solo: la differenza tra velocità e rapidità esiste, e porta con sé conseguenze, anzitutto di senso.
Ma andiamo per gradi.
Non è una parola solitaria, rapidità: presuppone anzi la compagnia di almeno altri due concetti: quello di un punto di partenza (o perlomeno di transito) e quello di un punto di arrivo.
[bctt tweet=” La Rapidità sa dove vuole andare, in quanto tempo e seguendo quali itinerari.” username=”MapsGroup”]
Parente stretta della Velocità – che è però più sbrigativa e approssimativa nell’avanzare, perché completamente tesa a raggiungere il bersaglio nel minor tempo possibile – la Rapidità elude sia l’urgenza che la contingenza e si pone oltre, alla ricerca di un tragitto dotato non soltanto di una direzione, ma anche di un senso.
Non si limita infatti alla sola missione di avanzare velocemente, ma coincide con una fondata istanza di precisione nel seguire un percorso ottimizzato per lo scopo.
In poche parole la Rapidità sa dove vuole andare, in quanto tempo e seguendo quali itinerari. E cerca di arrivarci sì velocemente, ma non a tutti i costi.
Se lo merita, d’altronde. In fisica nucleare, la Rapidità è infatti una:

“grandezza definita da una relazione in cui compaiono l’energia totale di una particella, emessa in un’interazione, e la componente della quantità di moto della particella medesima nella direzione della particella incidente che dà luogo all’emissione; è utilizzata per lo studio delle modalità dell’interazione.”

Come se questo non bastasse, il sostantivo, rigorosamente femminile (dotato quindi di una certa e notoria complessità strutturale 🙂 è riconducibile secondo la Treccani al concetto di

“prontezza: nel decidere, di giudizio, di intuizione…”

Rapidità docet, dunque. Con buona pace non solo della tartaruga latente in ciascuno di noi, ma anche del Leopardo che sonnecchia tra gli sterpi del nostro pensiero.

[sf_iconbox image=”ss-retweet” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Velocità versus Flessibilità…


[dropcap3]N[/dropcap3]e deduciamo, ahinoi, che anche l’evoluzione della nostra epoca – similmente a quella vittoriana – è molto più veloce che rapida.

Le attuali tecnologie, infatti, non hanno ancora migliorato in profondità la nostra società (almeno per ora), e nemmeno hanno innalzato i termini della nostra responsività e produttività, nonostante l’impiego di innovazioni così straordinarie.
Anzi, come sostiene una ricerca condotta da Microsoft sui 20.000 lavoratori europei che ha preso in esame le opinioni in 21 nazioni europee,

“I lavoratori moderni hanno a disposizione una grande quantità di tecnologia, ma questa disponibilità non si traduce necessariamente in produttività (…). Solo l’11,4% dei lavoratori europei ha dichiarato di sentirsi molto produttivo.”

Il tutto, forse, in un nome di un errore già commesso più volte in molte occasioni, soprattutto nel primo millennio, come ci ricorda Saba, che parla di un’epoca che:

“pare abbia un solo desiderio: arrivare prima possibile al Duemila”.

Ma arrivare primi a tutti i costi, in maniera velocissima, fa davvero arrivare primi, e, soprattutto, prima? Direi di no, a questo punto.
Come abbiamo già notato nel nostro blog, la questione è in effetti strategica: la velocità del cambiamento, se non diretta, governata e opportunamente condivisa, è esponenzialmente correlata alla difficoltà di centrare davvero la meta.
Su un piatto della bilancia abbiamo l’intensità del cambiamento e la sua portata di rivoluzione – se non di evoluzione. Nell’altro piatto abbiamo la sua densità, ovvero la sua capacità di dirsporsi in maniera omogenea e coerente lungo il continuum dello spazio-tempo che incontra. Spazio-tempo, ricordiamolo, che noi abitiamo tutti i giorni nei secoli dei secoli.
[bctt tweet=”Arrivare primi a tutti i costi, fa davvero arrivare primi, e, soprattutto, prima?” username=”MapsGroup”]
Alla velocità occorre quindi affiancare qualcos’altro, per metterne a sistema l’evoluzione. E si tratta di un ingrediente del tutto umano. Anzi, più di uno, a sentire Calvino in proposito della rapidità:

“agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte.”

Calvino parla di letteratura, certo. Ma a sentire termini come agilità, mobilità, disinvoltura, uno come minimo pensa a un altro termine: flessibilità.
Essere rapidi, dunque, sembrerebbe avvicinarsi al concetto di essere flessibili velocemente? Ancora non ci siamo. Manca qualcosa.

[sf_iconbox image=”ss-loading” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La rapidità dello spirito… in real time!


[dropcap3]C[/dropcap3]anetti dedica alla “Rapidità dello spirito” la sua raccolta di appunti
vergati nella casa di Hampstead, in Inghilterra, negli anni che precedono e seguono la pubblicazione di Massa e potere.

“La rapidità dello spirito – tutto il resto che si dice dello spirito sono scappatoie che vogliono mascherare la sua assenza. Si vive per questi istanti di rapidità che zampillano come pozzi artesiani dalla desolazione dell’indolenza”.

Qui si parla di zampilli, addirittura. Altro che elogio dell’ozio. E il grande Giacomo Leopardi, ragionando intorno alla rapidità, rilancia:

“La rapidità (…) piace perché presenta all’anima una folla d’idee simultanee (..) e fa ondeggiar l’anima in abbondanza di pensieri, o’ immagini e sensazioni.”

Rapidità si muove dunque in gruppo. Non bastano più il punto di arrivo e di partenza, e nemmeno l’avanzare agili e flessibili: qui si parla di simultaneità, di abbondanza.
Ci avviciniamo al punto sostanziale: la velocità si muove Verso, la rapidità Attraverso. Ma attraverso cosa?
Potremmo dire che si muove attraverso la molteplicità, e, dunque, la complessità.
E il suo tragitto non è lineare. Non parte da un punto e attraverso una retta, uno schiocco veloce di freccia, ne raggiunge un altro.

Prende invece un suo ritmo, dilata e restringe il tempo. Con prontezza e flessibilità, interagisce. O agisce-intra.
[bctt tweet=” La velocità si muove Verso, la rapidità Attraverso. Ma attraverso cosa?” username=”MapsGroup”]
Il percorso che segue è per la maggior parte invisibile e imprevedibile. Perché se qui, a far da padrone è il tempo, dobbiamo ricordarci che lo stesso suo scorrere è diverso a seconda del punto di vista.
E non si tratta di un’intuizione filosofica. Ma di dati misurabili, come ci spiega David Melcher, principal investigator del progetto ERC e professore del CIMeC dell’Università di Trento, in un articolo dove dà conto dei recentissimi risultati sperimentali emersi in cinque anni di studio sulla coesistenza di più ritmi nell’attività cerebrale.
La ricerca è legata al progetto ERC CoPeST (“Costruzione dello spazio-tempo percettivo”), e analizza non solo l’esistenza di differenze individuali nella velocità del cervello, ma anche la capacità delle persone di aumentare o diminuire la velocità di questa attività cerebrale, con un impatto sul comportamento:

“La nostra esperienza soggettiva dell’ambiente circostante è data da oggetti ed eventi legati a un particolare momento (‘adesso’) e a uno specifico spazio tridimensionale (‘qui’). Nel processo attraverso il quale il cervello costruisce la percezione dello spazio e del tempo i singoli neuroni rispondono a specifici dettagli locali, nell’ambito di sistemi di coordinate spaziali e con intervalli di tempo diversi.(…) Il progetto ha studiato i meccanismi che sottostanno alle nostre esperienze soggettive di spazio e tempo continui per scoprire in che modo le risposte ‘frammentate’ danno luogo all’esperienza multi-sensoriale di spazio-tempo ‘unificata’.”

In sostanza la nostra rapidità di elaborazione degli stimoli – ovvero il nostro Spirito – è governato da una sorta di pattern a ritmo variabile che riconduce il real-time degli eventi a entità da noi percepibili, e dunque decifrabili.
Ed è impossibile non pensare agli attuali strumenti di analisi dei dati, nella nostra incessante ricerca di comprensione della realtà istante per istante.

[sf_iconbox image=”fa-fighter-jet” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Velocità e Rapidità: onore al merito.


[dropcap3]I[/dropcap3]l concetto stesso di Rapidità,
attualizzato secondo i risvolti più recenti sia in termini di scoperte scientifiche che speculazioni di pensiero, potrebbe essere oggi dunque valorizzato proprio nei suoi aspetti più complessi e articolati. Ed è forse uno dei tag a cui i nostri tempi dovrebbero più dedicarsi…
Se infatti in ogni epoca l’evoluzione tecnologica avanza veloce come un treno, a noi – come individui e come società – tocca l’arduo compito di essere invece rapidi.
Non solo immediati, responsivi e repentini nella nostra capacità di reazione, ma anche abili, tattici e strategici nella nostra propensione all’azione ella capacità di previsione degli effetti e delle conseguenze che il cambiamento porterà con sé.
Lo scopo? Cercare di prendere in mano l’evolvere degli scenari per lo meno dal punto di vista della consapevolezza, per cercare di governarne, almeno in parte, gli effetti.
Perché la velocità del cambiamento, per sua natura, somiglia a una pratica intensiva, a tratti speculativa, che segue spesso le cosìddette leggi del mercato, inseguendo i maggior numero di risultati nel minor tempo possibile.
[bctt tweet=”La velocità del cambiamento, per sua natura, somiglia a una pratica intensiva, a tratti speculativa…” username=”MapsGroup”]
A sua differenza, la nostra rapidità di azione e reazione, ci potrebbe consegnare una prontezza di risposta capace di mettere a frutto in maniera estensiva piuttosto che intensiva i traguardi raggiunti, se di traguardi si tratta.
Difficile sia a dirsi che a farsi. Ma doveroso, almeno, da dirsi!

***

Detto questo, vorrei spezzare una lancia (figurata) in onore della velocità, ricordando il debutto nello spazio del razzo pesante di SpaceX, partito la sera del 6 febbraio da Cape Canaveral. Si tratta del razzo più potente mai costruito che, partito dalla Terra, potrebbe un giorno portarci su Marte.
Le condizioni meteo locali sono state favorevoli al lancio 🙂
Buon viaggio!!!

 

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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

La conoscenza come strategia per superare il timore del cambiamento.

C’è chi guarda alle cose come sono e si chiede “perché”.
Io penso a come potrebbero essere e mi chiedo “perché no?”
Robert Kennedy

Inutile negarlo: abbiamo tutti – chi più e chi meno – timore del cambiamento. Di cambiare casa, amici, città. Ma anche collaboratori, fornitori, metodo di lavoro, strumenti d’uso… e chi più ne ha più ne metta.
Paura del nuovo, o al contrario del vecchio, paura di perdere qualcuno o qualcosa,  paura di dover rinunciare ai propri privilegi, paura delle strade inesplorate, paura di abbandonare vecchi paradigmi, paura dei social, paura dell’innovazione o dell’involuzione, paura dello straniero, paura della concorrenza, paura dell’informazione e della disinformazione, paura dell’algoritmo. Paura delle parole.
Si chiama – parlando difficile – neofobia. E non necessariamente è un disvalore.
Possono esserlo ad esempio a ragion veduta i bimbi perché il mondo intero, per loro, è sconosciuto, gigantesco e fuori misura. Una dose di neofobia appartiene anche agli anziani: l’attitudine esplorativa che, da giovani, è comune sia agli esseri umani sia a molti animali superiori, tende a ridursi con il crescere dell’età.
Eppure, con tutte le dovute premesse, la paura del cambiamento può essere deleteria. Un esempio per tutti e molto concreto in ambito business. La famosa questione del “price” e la paura nell’aumentare i prezzi. Come se – per inciso – mantenerli bassi garatisse davvero una buona salute in termini di rendiconto…
In questa nuova serie di articoli cercheremo così i pro e i contro (tanti) di questa nuova parolina un po’ inquietante. Con un consiglio: “Se volete continuare non a sentirvi, ma a essere giovani, non smettete mai di esplorare”. (Cit. NeU)
Da parte nostra non smettiamo certo ora, sul più bello. Parleremo quindi del cambiamento nella selezione del personale, nella gestione e selezione dei fornitori, nell’avvicinarci alle criptomonete e nel relazionarci con le interfacce vocali.
Buona lettura, Anna Pompilio

La conoscenza come strategia per superare il timore del cambiamento: selezione (non) naturale.

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[dropcap3]E'[/dropcap3] ormai certo che ci sarà – nemmeno tanto in là nel tempo – un momento in cui i robot saranno in grado di fare del tutto in autonomia lavori che oggi sono appannaggio esclusivo degli esseri umani. Non solo: lo faranno sperabilmente (per chi li sta progettando) meglio, più velocemente e in modo più economico.
Quale sarà dunque l’impatto della presenza dei nostri prossimi fratelli di latta sul mercato del lavoro? Si potrà parlare in tal caso di concorrenza, più o meno sleale? 🙂

In questo futuro prossimo è già  da ora ipotizzabile un periodo in cui conviveranno due tipologie di lavoratori, l’una umana e l’altra artificiale… Come si strutturerà tale bizzarra convivenza?
Si creerà una sorta di terra di mezzo in cui si potranno trovare professionalità simili in “razze” così diverse? Ci sarà  un momento in cui chi avrà bisogno di acquisire una determinata competenza, potrà rivolgersi ad un mercato misto, tra umano e non umano?
[bctt tweet=” Conviveranno due tipologie di lavoratori: l’una umana e l’altra artificiale.” username=”MapsGroup”]
L’ipotesi è suggestiva, niente da dire. Ma le ipotesi di realtà più probabili, quali sono? Come stanno cambiando le attuali funzioni di Human Resources dinnanzi al prossimo e certo cambiamento di paradigma? Come si stanno preparando i responsabili HR a tali trasformazioni?
E, nel caso si attui una selezione del “personale”, questa si spingerà fino al prodotto-robot, magari personalizzato, o si limiterà a selezionare a monte il fornitore e  l’azienda che quel prodotto lo realizzano? O ancora, vista la trasformazione in atto da merce a servizio – di cui ci ha parlato in maniera esaustiva Giulio Destri in questo articolo –  verrà valutato l’ìisieme del prodotto-servizio?
Proviamo per un attimo a riavvolgere il nastro…

L’acquisizione di risorse in settori tradizionali

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Se ci soffermiamo a osservare l’attuale acquisizione di risorse in un paio dei principali settori della nostra economia – nella pletora di piccole e piccolissime realtà che costituiscono oggi il tessuto economico di questo paese e la Pubblica Amministrazione – quanto fin qui ipotizzato sembrerebbe ben poco applicabile. Lontanissima fantascienza, direi.
Per prima cosa, infatti, notiamo che nel contesto delle Piccole e Medie Imprese una funzione specificatamente HR non solo spesso non esiste, ma nemmeno  vengono domandati all’esterno i compiti di quest’ultima.
Il motivo? All’apparenza si adducono questioni dimensioni aziendali e di costi troppo elevati.  La faccenda tuttavia ha ben poco a che fare con i numeri: il fulcro non sta tanto nella dimensione aziendale, quanto nella scarsa lungimiranza di chi ne fa unicamente un problema di costi.
Certo: un’accurata ricerca, selezione e acquisizione di candidature di valore costa e si può arrivare a spendere cifre importanti. Il costo, tuttavia, è in sé giustificato da un mercato del lavoro che richiede competenze sempre più distintive.
Cambiano infatti non solo le figure professionali richieste, ma gli stessi processi paradigmatici in atto (intelligenza collaborativa, telelavoro, smart working, cultura convergente e partecipativa, social organization, mass collaboration, Humanistic Management, etc.) e la tecnologia di riferimento (Big data, mobile, social recruiting, digital reputation, etc.).
[bctt tweet=”Cambiano le persone che cercano o offrono lavoro, cambia l’approccio alla conoscenza. ” username=”MapsGroup”]
D’altro canto, quelle stesse aziende che ritengono di poter competere nel loro settore di riferimento senza porre attenzione al modo con cui si dotano dei profili necessari al perseguimento dei loro obiettivi di business, non di rado sono le stesse che forniscono prodotti e servizi alla Pubblica Amministrazione. Il tutto in un ambito in cui vincere o perdere dipende da lievissime oscillazioni di prezzo e la minimizzazione dei costi finisce per essere la priorità massima.
La Pubblica Amministrazione, dal canto suo – che dovrebbe essere uno dei maggiori volani della crescita economica – utilizza come modalità di selezione quasi esclusivamente il criterio del prezzo più basso: il fornitore porta a casa un lavoro solo se è disposto a sottoscrivere offerte ridotte all’osso e dove, al momento dell’erogazione, l’unica possibilità di sopravvivenza è fornire il servizio al minor costo.
Non è più dunque (solo) una questione tra candidato ed esaminatore, non è più competizione ristretta all’interno di una cerchia di contendenti. È arena pubblica.
Si innesca così quella spirale non virtuosa che brucia ancora una volta risorse economiche (che poi si cerca di recuperare attraverso meccanismi ancora più perversi) e finisce per dar vita a eserciti di “automi” – seppure umani – che contano i giorni che mancano alla fine della fornitura, che smettono pian piano di combattere contro un sistema malato e, al più, scrivono di notte nei loro Blog. 🙂
 

Visioni limitate al possibile

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In uno scenario così stringente quasi nessuno sembra preoccuparsi dell’onere di un’opzione errata: nell’acquisizione di risorse inadeguate si pagano senza battere ciglio molti prezzi per una scelta sbagliata, quasi che non ci si possa permettere di fare la scelta giusta.
Come si fa dunque a immaginare un futuro prossimo in cui i responsabili HR possano addirittura individuare la migliore alternativa possibile tra umano e artificiale, se in molte aziende nemmeno è contemplata una competenza HR (interna o esterna poco importa) per selezionare noi umani e, nel caso ci sia,  è spesso deputata al recruitment di un esercito di cloni, magari in sedicenti factory mascherate da Competence Center?
[bctt tweet=”Restare ancorati allo status-quo e rinunciare a immaginare non può essere la risposta.” username=”MapsGroup”]
Come si fa a costruire un futuro prossimo in cui l’innovazione tecnologica cambierà per sempre il lavoro, se non c’è più posto nemmeno ora per le caratteristiche squisitamente umane?
Da questo punto di vista, dunque, non c’è bisogno di temere il cambiamento: quello che occorre, infatti, prima di fare disquisizioni tra lavoratori in carne e ossa piuttosto che sintetici, è restituire un giusto valore allo steso valore umano.
Lo sforzo, in questo senso, deve essere di competenza, conoscenza e immaginazione. Perché la verità è che in questi tempi confusi nulla è scritto sulla pietra, ma restare ancorati allo status-quo e rinunciare a immaginare altri mondi possibili non può essere la risposta.
L’unica strada è imparare a conoscere il “nemico” – il robot, l’IA, la macchina – per provare a trasformarlo in alleato: lavorare insieme, e non in antitesi. 
Un esempio di robot che con una mano toglie, vero, ma con l’altro dà, è quella proposta dall’indagine “Jobs of the future”, svolta dal gruppo Hays – uno dei leader globali nel recruitment specializzato – su un campione di 300 professionisti italiani, chiamati ad esprimere la propria opinione su quale sarà l’evoluzione del settore dell’Information Technology entro il 2025. Se infatti:

“diversi lavori verranno svolti dai robot o dalle ‘intelligenze artificiali’, nei prossimi anni l’innovazione tecnologica creerà comunque interessanti opportunità e nuovi posti di lavoro.”

E quando quel momento sarà giunto, se non si sarà arrivati a immaginare una convivenza felice, la scelta di chi opera unicamente sulla base di criteri di costo sarà ancora più facile. E altrettanto deleteria. Tutto, infatti, si gioca sul filo della conoscenza, citando ancora la ricerca:

“Lavori che un tempo non avevano nulla a che vedere con la tecnologia saranno inevitabilmente investiti dalla digitalizzazione, portando i lavoratori di qualsiasi settore a dover acquisire competenze informatiche per potersi mantenere competitivi e indispensabili sul mercato. Sarà necessario rivedere l’attuale concezione di figure come, ad esempio, il fabbro che, in futuro, potrebbe diventare un informatico con approfondite competenze in tecnologia e domotica.”

Post Scriptum

Qualche giorno fa, a seguito della segnalazione di una posizione lavorativa in linea con il mio profilo, ho provato a candidarmi direttamente dalla pagina LinkedIn dell’azienda (grande azienda nel settore pubblico).
Dopo aver riempito, con una sensazione via via più straniante, un paio di pagine di dati per lo più anagrafici, alla fine ho rinunciato.
L’esperienza – po’come lo stupore che si prova durante la visione di scene girate nella profonda provincia americana, dove solo quando compaiono i telefonini ci si rende conto che quelli che scorrevano fino a un attimo prima sullo schermo non erano gli anni ’60 – mi ha semplicemente impedito di immaginare il seguito. 🙂
 
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