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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Big data e sicurezza: come proteggere un tesoro di dati.

[dropcap3]L'[/dropcap3] accumulo e la conservazione di dati interessa numeri per cui tocca scomodare unità di misura superiori allo zettabyte, come abbiamo visto nell’articolo Dalla ricerca all’innovazione: i Big Data e le magnifiche sorti e progressive.
L’aumento del volume, della velocità e della varietà dei dati apre numerosi scenari di gestione, fra i quali una posizione non secondaria occupa l’individuazione di una consapevole procedura finalizzata alla sicurezza di quello che potrebbe essere definito un tesoro. Dove la parola “tesoro” ha una valenza duplice: i dati come giacimento grezzo di informazioni da sfruttare a fini strategici, se opportunamente elaborati, strutturati e analizzati. Ma i dati anche come custodi di informazioni potenzialmente sensibili e quindi profondamente delicate.
Ecco perché abbiamo deciso di dedicare una rubrica all’argomento sicurezza e privacy dei dati, per passare in rassegna le possibili e varie implicazioni che comportano lo stoccaggio e l’utilizzo di Big Data.
Tali moli ingenti di dati infatti, se non adeguatamente classificate e protette, possono essere un ostacolo anziché una risorsa. O meglio, possono comportare considerevoli rischi, in termini di perdita e divulgazione di informazioni, con il conseguente corollario di danni economici e problemi legali.
Mettere in sicurezza i dati è un’operazione necessaria, dunque, ma particolarmente delicata e niente affatto ovvia. Richiede un approccio strategico, supportato da un’adeguata tecnologia che garantisca una protezione reale e continua.
Ecco allora che il primo passo da compiere è, ancora una volta, analitico. Effettuare una classificazione dei Big Data permette di determinarne il valore, stabilire eventuali implicazioni giuridiche, quotarne il livello di sensibilità e applicare diversi livelli di sicurezza in base alla tipologia delle informazioni da proteggere.
Se determinare il valore dei dati da mettere in sicurezza è un aspetto fondamentale, non sempre si tratta di un’operazione possibile nel caso dei Big Data. Anche dati non sensibili infatti possono svelare informazioni che invece lo sono, se messi in relazione con altri dati.
[bctt tweet=”Da una tutela responsabile dei Big Data passa la messa a frutto del loro potenziale tesoro…” username=”MapsGroup”]
Esistono allora delle best practice utili a limitare i rischi e ad attivare un’efficace politica di “difesa”.
Una prima azione suggerita è effettuare una razionale selezione dei dati: scegliere quali sono rilevanti e quali, invece, è possibile eliminare. In questo contesto è utile e necessario mettere sul piatto della bilancia le informazioni che possiamo trarre dai dati e il livello di rischio che portano con sé. A seconda che il piatto della bilancia penda da una parte o dall’altra si attueranno azioni diverse.
Il secondo step è creare un’efficiente policy d’accesso ai dati, custodendo ove possibile i dati offline, limitando l’accessibilità a utenti certificati e applicare, allo spazio di archiviazione, tecniche crittografiche. Queste soluzioni consentono di proteggere i dati sensibili archiviati, in transito o per il loro intero ciclo di vita. Anche le diverse fasi di trattamento dei dati, infatti, meritano una puntuale attenzione sotto l’aspetto della sicurezza, in particolare in alcuni passaggi cruciali, come la loro eliminazione o la migrazione da un sistema di archiviazione a un altro.
Con il prevedibile capillare diffondersi dell’Internet of Things, nell’interconnessione quotidiana delle nostre vite tra smart device e Rete, la privacy e la sicurezza dei dati conseguenti dovranno ricoprire un ruolo di primaria importanza. Perché da una tutela responsabile dei Big Data passa anche l’avveramento del loro potenziale “tesoro”, della loro promessa di contributo allo sviluppo e all’efficienza dei nostri sistemi sociali ed economici.

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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Futuro, ambiente e produttività: come fare dell'uso delle risorse un circolo virtuoso per chi verrà dopo di noi.

[dropcap3]L[/dropcap3]a preminenza della tutela dell’ambiente sulle attività produttive e sociali dell’Uomo è – almeno così sembra – un dato di fatto condiviso da molti degli Stati del nostro pianeta, oltre che dall’opinione pubblica.
E tuttavia le difficoltà, soprattutto economiche e a maggior ragione nelle parti del mondo ancora in via di sviluppo o in fase di crescita, non ne fanno un percorso agile da seguire e tanto meno rapido.
Se infatti il mondo occidentale, che – ignaro o meno che ne fosse a suo tempo – ha attinto abbondantemente alle risorse naturali del nostro pianeta, con un larghissimo e spesso avventato impiego delle risorse, oggi sembra tentare di ricondurre i propri comportamenti sulla retta via, lo sforzo principale è chiesto oggi proprio alle zone del mondo in cui uno sviluppo eco-compatibile cozza inesorabilmente contro la possibilità (o le volontà) di sostenerne i relativi costi a livello micro e macro economico.
Non è certamente questo il luogo in cui analizzare compiutamente un processo così streategico e complesso per il nostro futuro.
Ma siccome a ogni azione consegue una reazione (possibilmente non pericolosa) ci piace portare all’attenzione del nostro pubblico una serie di buone pratiche in tema ambientale che abbiamo trovato nelle nostre “attività serendipitiche” online.
Perchè ciascuno di noi, nel suo piccolo, può, anzi DEVE, farsi carico di questa attenzione per il nostro pianeta.
[bctt tweet=”La preminenza della tutela dell’ambiente sulle attività dell’Uomo è oggi fondamentale.” username=”MapsGroup”]
Iniziamo con il link al sito di LifeGate che ha una sezione “interamente dedicata a case history e azioni messe in pratica da aziende e imprese a livello nazionale e internazionale” con una serie davvero sorprendente di “eccezioni” virtuose che mostrano concretamente come sia “possibile fare business riducendo le emissioni di CO2 e degli altri gas serra che influiscono sul clima.”
Un altro spunto eccezionale, tutto Made in Italy, è quello che ci offre Ecosistema Urbano di Legambiente che “misura la qualità ambientale dei centri urbani e, insieme, le performance delle pubbliche amministrazioni” e che riporta nello studio “buone pratiche che hanno il pregio di introdurre significativi cambiamenti in un determinato settore e che potrebbero essere riprodotte o utilizzate come spunto per interventi analoghi anche in altre realtà locali.”
Un’ultima considerazione, prima di congedarci.
Anche noi di Maps Group abbiamo dato, nel nostro piccolo, un contributo concreto per le aziende nel settore della sicurezza ambientale. Si tratta di Greennebula, il cloud System Software e Gestionale per la gestione delle autorizzazioni ambientali pensato per le aziende che si trovano a dover smaltire i propri rifiuti gestendone e controllandone le varie autorizzazioni ambientali.

Il software, infatti, permette di invitare la rete dei fornitori a caricare sul sistema dati e autorizzazioni ambientali, evitando di dedicare risorse interne a tale compito, come spiegano queste brevi slide che mostrano il funzionamento di Greennebula step by step.

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Non ci sono più scuse, dunque, per nessuno. Ognuno deve “mettersi in moto” e fare il suo piccolo pezzo di eco-strada. Buon cammino a tutti!

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Dalla ricerca all’innovazione: i Big Data e le "magnifiche sorti e progressive".

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’ambito della nostra rubrica sugli impatti concreti dell’innovazione sulla società, abbiamo preso in considerazione vari settori, come le infrastrutture, la scuola, la salute.
C’è un ambito però che si annoda all’innovazione, nel senso che la precede e la segue: la ricerca – ovvero l’indagare e lo studiare con criteri scientifici per scoprire e approfondire fatti, fenomeni e processi – produce innovazione e insieme ne è condizionata.
L’innovazione tecnologica, ad esempio, permette di compiere ricerche in campi anche lontani tra loro, che producono a loro volta innovazione, contribuendo a nutrire quelle che un celebre italiano (Giacomo Leopardi, con intento ben diverso, ci sia scusata la forzatura!) chiamava le “magnifiche sorti e progressive”.
È il caso dei Big Data: ogni giorno ne vengono prodotti flussi che hanno superato l’ordine degli Zettabyte: per trattarli e analizzarli è necessario un approccio scientifico integrato, che ha bisogno di adeguati strumenti tecnologici, infrastrutture e figure di specialisti come il data scientist capaci di riversarne il potenziale nel reale.
Abbiamo parlato in un articolo precedente del modello Emilia-Romagna, che si candida a polo europeo dei Big Data grazie a un tessuto fitto di enti, università e imprese che hanno investito risorse e ricerca.
La ricerca e la sua applicazione reale dialogano proficuamente anche in un progetto recentemente annunciato che vede protagonista la Fondazione trentina Bruno Kessler: grazie a un accordo di collaborazione con il Mit (Massachussets Institute of Technology), si punta a “sviluppare innovazioni applicabili alle aziende e al settore pubblico”.
[bctt tweet=”La ricerca produce innovazione e insieme ne è condizionata…” username=”MapsGroup”]
E pare che nel nostro paese sia stata colta almeno l’opportunità di questa sinergia tra ricerca e innovazione: secondo l’indagine effettuata dell’ente di certificazione Dnv Gl – Business Assurance e dall’istituto di ricerca Gfk Eurisko un’azienda su due in Italia ha investito sui Big Data.
Il capitale della ricerca tecnologica (come il cloud e l’Internet of Things) e quello umano di chi la studia, possono dunque incidere profondamente su numerosi settori del reale, che a loro volta diventano altrettante palestre di ricerca.
Ecco alcuni esempi di come la ricerca inneschi innovazione a effetto domino.
È il caso della cosiddetta Industry 4.0 con la digitalizzazione della produzione manifatturiera. Grazie all’Internet of Things ad esempio, è possibile mettere in contatto la fabbrica produttrice con il suo prodotto finito. Da questo incontro nascono masse enormi di informazioni che l’azienda può utilizzare per creare nuovi modelli di business, intervenire sui problemi tecnici e migliorare le prestazioni (pensiamo ad esempio al settore automobilistico).
La smart agricolture è la coltivazione abbinata a sistemi informatici e tecnologici.
Grazie all’analisi dei Big Data è possibile monitorare i parametri ambientali, avere informazioni sulle colture e sulle condizioni climatiche, migliorare la qualità del raccolto, raggiungere nuovi livelli di produttività e redditività, ma anche procedere in direzione di uno sviluppo più sostenibile.
C’è un tema infine sul quale la ricerca sui Big Data sta muovendo i primi passi, l’ambito assicurativo. Utilizzando le grandi moli di dati online le assicurazioni potrebbero godere di informazioni sui comportamenti degli assicurati e creare servizi ad personam.
Questo esempio lascia trapelare non solo le opportunità, ma le criticità che possono comportare gli effetti dell’innovazione sulla società, con riferimento a temi come la privacy e la sicurezza, che saranno oggetto di un prossimo articolo di 6memes.
E torniamo così al nostro Giacomo Leopardi, cui rubiamo ancora le parole, per chiudere dicendo che solo una ricerca scientifica seria – intesa in senso lato – porta con sé la consapevolezza della responsabilità necessaria per un’applicazione efficace e insieme valoriale dell’innovazione, perché le sorti siano – almeno un po’ più – magnifiche e progressive.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

www.lastampa.it

www.corrierecomunicazioni.it/assicurazioni-auto-il-futuro-e-nei-big-data
www.corrierecomunicazioni.it/agricoltura-iot-e-big-data-i-nuovi-alleati-in-campo
www.industriaitaliana.it
www.corrierecomunicazioni.it/come-cambiano-le-assicurazioni-ai-tempi-dei-big-data
[/boxed_content]

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Big Data & C.

All’emiliana è meglio. L’Emilia-Romagna, una regione per i Big Data.

[dropcap3]L[/dropcap3]’Emilia-Romagna, come è noto, primeggia in diversi settori, dalla cucina, al settore automobilistico, fino alla musica. Oggi può vantare un altro primato: l’incontro “Emilia–Romagna Big data Community, una piattaforma per l’innovazione, lo sviluppo e la competitività regionale” ha messo in luce come la Regione sia punto di riferimento per il calcolo e l’analisi dei Big Data, dal momento che “Il 70% della capacità nazionale di super calcolo è in Emilia–Romagna”.
Un dato cui si devono aggiungere altre cifre importanti che mostrano come la Regione sia interessata da un sistema diffuso di ricerca in questo ambito: 1.800 ricercatori (dei quali 230 stranieri), 60 corsi di alta formazione, a cui vanno aggiunti numerosi eventi internazionali, lauree magistrali e master.
[bctt tweet=”Big Data, l’Emilia-Romagna una Regione all’avanguardia…” username=”MapsGroup”]
Numeri significativi, soprattutto se letti in un’ottica economica, per il portato di sviluppo produttivo e di progresso sociale che sono in grado di rappresentare: lo scopo di questa Emilia-Romagna Big Data Community è quello di essere un punto di riferimento non solo per il mercato nazionale, ma anche per il contesto europeo, attraverso la realizzazione di un polo di ricerca in linea con i precetti di Horizon 2020.
Horizon infatti è il programma dell’Unione Europea per il finanziamento della ricerca e dell’innovazione nel periodo 2014 – 2020: un piano strategico che mira a creare nuove opportunità lavorative, uno sviluppo economico sostenibile e di crescita a lungo termine, per mettere in condizione l’Europa di affrontare le sfide del futuro.
In questo ampio e complesso contesto si inseriscono anche i Big Data, elemento cardine dello sviluppo, poiché dalla loro gestione e analisi può derivare una generale evoluzione di tutti i campi del sapere, oltre a quelli scientifici e tecnologici. E, come per le precedenti, anche questa quarta rivoluzione industriale ha il suo fattore cruciale: le infrastrutture indispensabili ai processi di estrazione di informazioni, conoscenza e saperi sedimentati nei Big Data.
Si evince allora come sia importante per lo sviluppo economico nazionale questo primato conquistato dall’Emilia-Romagna, che ha avviato anche il Piano Alte Competenze rivolto a giovani e imprese, puntando sulla formazione di profili specializzati, capaci di guidare la sfida all’innovazione.
Ma come mai sul primo gradino del podio c’è proprio l’Emilia-Romagna? La Regione deve questo primato alla presenza sul suo territorio di importanti enti nazionali, integrati da un lato con il mondo universitario (nello specifico con le Università di Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma e Ferrara) e dell’altro con il mondo industriale locale.
Per fare qualche esempio sono presenti in Emilia-Romagna, Cineca, il maggiore centro di supercalcolo d’Italia e d’Europa, Aster (Agenzia Innovazione Emilia Romagna), CMCC (Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici), ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie), e il Cnr (Consiglio Nazionale Ricerche). E numerose realtà private – tra cui siamo anche noi di Maps Group 🙂 che costituiscono un tessuto capillare di ricerca e applicazione dei Big Data, e che contribuiscono a fare dell’Emilia-Romagna una Regione all’avanguardia. Ecco perché i Big Data all’emiliana sono meglio!

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

I numeri dei social: tra iperconnessione e solitudine.

[dropcap3]D[/dropcap3]ire che il mondo è piccolo è una consuetudine retorica, un’iperbole per sottolineare come gli intrecci relazionali fra le persone siano tante volte più “diretti” di quanto ci si aspetti. Oggi però il mondo sembra davvero molto piccolo: mettersi in contatto quotidiano con persone anche molto lontane è diventato semplice quasi quanto comunicare con il proprio dirimpettaio.
La nostra è infatti una società sempre più connessa grazie ai fili invisibili che Internet e i social media stanno tessendo fittamente tutto intorno a noi. A questo proposito il report di We Are Social fornisce un’interessante panoramica numerica sull’uso dei social network e su tutto ciò che ruota attorno all’universo digital. La ricerca restituisce statistiche e trend di 240 paesi con un focus approfondito su 30 tra le nazioni più influenti a livello economico.
Il primo, prevedibile, dato relativo all’anno scorso è un sostanziale aumento delle persone che accedono ad internet (3,4 miliardi di oggi contro i 3 miliardi del report precedente), con più di 2 miliardi di utenti attivi sui social network.
Lo studio mostra come sono sempre più numerosi gli utenti che navigano tramite dispositivi mobili (+4%), un dato che mette in luce un maggior uso dello smartphone a discapito del computer.
Fra le piattaforme social, Facebook è il canale più utilizzato al mondo con 1,5 miliardi di utenti, al secondo posto troviamo WhatsApp, seguito da QQ (il social network cinese).
Il report ospita anche un focus sull’Italia e anche il bel paese non si discosta dai trend mondiali: si contano oltre 37 milioni di utenti attivi su internet (con un aumento del 6% rispetto al 2015). Sono 28 milioni le persone attive sui social media e più di 24 milioni vi accedono tramite smartphone (mentre l’anno precedente erano 22 milioni).
Per quanto riguarda le piattaforme social, Facebook è lo strumento più utilizzato in Italia (33%), al secondo posto WhatsApp e al terzo Facebook Messanger. Anche il social fotografico per eccellenza, Instagram, ha registrato un sostanziale aumento, passando da una penetrazione del 6% a una del 12%.
I Social, così come internet, stanno acquistando un’importanza sempre maggiore nella vita di ciascuno, dato testimoniato dal 79% degli italiani che ha dichiarato di accedere alle piattaforme ogni giorno. Internet è molto usato anche per gli acquisti: il 48% degli italiani compra prodotti o servizi online e il 56% si informa online sui prodotti prima di procedere con l’acquisto.
[bctt tweet=”È indubbio che l’uso dei social media possa portare con sé inevitabili effetti collaterali…” username=”MapsGroup”]
Ma cosa c’è dietro ai dati e ai numeri? Quali conseguenze ha sulle nostre vite questa costante immersione nel virtuale? Da un lato infatti, sono certi e innumerevoli gli aspetti positivi di questa rivoluzione. D’altro canto però, come per ogni “mutazione” socio-antropologica, è indubbio che l’uso dei social media possa portare con sé inevitabili effetti collaterali, sin dagli aspetti apparentemente più banali o, se vogliamo, curiosi.
La docente americana Amy Cuddy dell’università di Harvard ad esempio, in un’intervista al New York Times, ha affermato che gli smartphone stanno modificando la nostra postura, facendo addirittura emergere quella che è stata definita “iGobba” (iHunch) dal fisioterapista neozelandese Steve August, dovuta alla posizione innaturale che ogni giorno assumiamo, mentre guardiamo il telefono o il tablet. Questo potrebbe avere ripercussioni anche sul nostro umore, perché la postura è in grado di amplificare uno stato emotivo: stare curvi può farci sentire depressi, impassibili, senza energie.
Anche il sociologo Zygmunt Bauman ha parlato delle possibili ripercussioni negative sulla nostra vita sociale dell’uso così pervasivo dei social media.
In un’intervista al quotidiano El Pais definisce i social network “una trappola”, perché in realtà non sono semplici aggregatori, ma costruzioni effimere che danno agli utenti l’illusione di essere parte di un gruppo: “le comunità non sono un’invenzione, o appartieni loro o ne sei fuori. Ciò che i social network possono creare è solo un surrogato.
La differenza tra una comunità e una rete è che a una comunità si appartiene, mentre una rete appartiene a voi.”
Per Bauman i social network non solo non creano relazioni, ma finiscono per operare un’azione “distruttiva”: “è così facile aggiungere o rimuovere gli amici sui social media che le persone dimenticano le regole del comportamento sociale, necessarie quando si va per strada, al lavoro, o quando ci si trova costretti ad instaurare una relazione empatica con le persone che ci stanno attorno”.
Ciò che ne deriva dunque è l’incapacità di rapportarsi agli altri, facendo scaturire quella che potremmo definire una “solitudine 2.0”: una sempre maggiore connessione digitale e una sempre più carente interazione fisica.
Sherry Turkle, docente di sociologia della scienza al Mit di Boston e definita l’”antropologa del cyber-spazio”, si interroga proprio su questo inaridimento della nostra vita di relazione. Nel libro di recente uscita “La conversazione necessaria” riafferma il valore dei legami vissuti nella realtà, “faccia a faccia”, e non perduti in un altrove digitale che rischia di dissociarci perfino da noi stessi.
Il tema “web e le sue controindicazioni” non interessa solo studiosi e filosofi, ma anche artisti. Citiamo ad esempio il reportage “Lonely Windows” della fotografa francese Julien Mauve: nei suoi scatti emergono la solitudine e il ripiegamento su se stesse delle persone intente nella comunicazione virtuale.
Condivisibili o meno nello specifico, questi punti di vista possono essere l’occasione per riflettere. Perché i social media non siano portatori di una nuova solitudine, occorre farne un uso sapiente e consapevole: sfruttarli per condividere emozioni e saperi, in modo che aggiungano (e non sottraggano) valore alla nostra socialità, quella esercitata “dal vero”.

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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Pillole di pillole: curiosità e bizzarrie dell’origine dei farmaci.

[dropcap3]Q[/dropcap3]uel che non uccide fortifica, è un modo di dire entrato da tempo nel linguaggio comune. Se questa affermazione è vera per le alterne vicende cui è sottoposta la vita di ciascuno, potrebbe essere coerentemente applicata anche alla materia di cui ci siamo occupati nella rubrica “Pillole di pillole. Storie non ordinarie della scoperta di farmaci e principi attivi”.
Pubblicata sui profili Social di Maps Group e Clinika, la rubrica prendeva le mosse dalla curiosità per la natura e l’origine dei farmaci. Farmaci che – inutile dirlo – hanno da sempre una specie di fascino magico.
Semplice sollievo da piccoli mali o salvavita per patologie gravi, a preparati, pozioni, medicamenti nella storia ci si è sempre rivolti, non solo per porre rimedio a dolori e sofferenze, ma anche inseguendo, attraverso di essi, una sorta di elisir di lunga vita.
Sarà per questo che la farmacia è un luogo speciale e misterioso, che ha un suo profumo e colore particolare, che si tratti di banconi liberty dietro cui si nasconde l’antro del farmacista o moderni e asettici scaffali, porto sicuro cui approdare quando siamo afflitti da mille e più mali.
E del resto, chi di noi non ha la sua personale farmacia domestica, come un piccolo scrigno apotropaico?
Ma torniamo al nostro incipit. Scorrendo l’elenco di nomi di farmaci e relative curiose storie di scoperte e vicende farmacologiche, abbiamo notato come spesso uno stesso principio attivo a diverso dosaggio possa essere benefico o dannoso. E come, in altre circostanze, un veleno o una tossina sono diventati veri farmaci.
È pur vero che il bugiardino di qualsiasi medicinale riserva liste interminabili di effetti collaterali (di fronte ai quali di volta in volta abbiamo la tentazione di non assumere il farmaco, oppure inspiegabilmente iniziamo ad avvertire proprio i sintomi descritti). Se dunque può sembrare banale la considerazione paradossale che un farmaco possa anche far male, in realtà del binomio veleno-cura abbiamo trovato conferma, in certo qual modo storica: è infatti nell’etimologia stessa della parola farmaco, poiché il greco phàrmakon significava appunto sia medicina che veleno.
Ecco allora comparire nella nostra lista di farmaci l’atropina, un alcaloide estratto da piante come la Belladonna il cui nome “Atropa Belladonna” appunto deriva da quella delle tre Parche che recideva il filo della vita. Pare infatti che nell’antichità l’estratto fosse utilizzato come veleno. Oggi invece l’atropina è d’uso in oculistica per la sua proprietà di dilatare la pupilla, ragione per cui la pianta porta anche il nome “Belladonna”, in quanto capace di conferire allo sguardo quella caratteristica di vaghezza che si attribuiva al fascino femminile. Insomma una storia che è un concentrato di mito e costume.
Anche il taxolo, estratto vegetale da una specie di tasso e utilizzato oggi nella cura di alcune forme di tumore, pare fosse usato in antichità per rendere velenose frecce e lance. La tossina proTx-II invece è una scoperta recente, estratta dal veleno della tarantola peruviana, potrà essere impiegata per contrastare il dolore neuropatico.
Come dimostrano questi stessi esempi, un “filone” molto produttivo della nostra rubrica riguarda l’origine vegetale, animale o minerale di principi attivi e sostanze medicamentose. È il caso, fra i tanti, del chinino estratto dall’albero della China e dei polifenoli dalle proprietà antiossidanti che si trovano nel tè verde (come saggezza orientale insegna). Il resveratrolo, antiossidante e antinfiammatorio, viene ricavato invece dalla pianta chiamata Polygonum Cuspidatum, e si trova anche nell’uva e nel vino rosso. L’allicina infine si ricava dall’aglio e ha proprietà antipertensive, antiossidanti e antibiotiche.
[bctt tweet=”Spesso il caso ha giocato un ruolo da primo attore nella scoperta dei farmaci.” username=”MapsGroup”]
Andando alla ricerca di storie non ordinarie, abbiamo visto che spesso il caso ha giocato un ruolo da primo attore nella scoperta dei farmaci. La prima individuazione delle proprietà di quello che poi sarà il paracetamolo è avvenuta grazie a uno scambio di flaconi. Mentre l’eparina, che ha funzione anticoagulante, è stata scoperta da uno studente mentre cercava sostanze coagulanti nei tessuti (il nome viene dal greco hêpar ‘fegato’ dove si trova in quantità). Così anche la penicillina fu scoperta quasi per caso da Fleming nel 1929 (ma c’è un precedente italiano, lo studio del medico Vincenzo Tiberio nell’Ottocento) che notò l’eliminazione dei batteri in una coltura dove si era sviluppata muffa.
Infine, come si conviene a ogni relazione, diamo conto degli esiti, ovvero delle preferenze dei nostri follower sui Social. Quali farmaci hanno interessato di più su Facebook? Verrebbe da dire “o tempora o mores!” osservando le sostanze che hanno ottenuto più visualizzazioni, azzardandone un’interpretazione sociologica, come fossero un riflesso delle nostre moderne ansie e dei nostri tic. Si tratta infatti di principi attivi che contrastano ansia, depressione e invecchiamento, come la valeriana, nota fin dall’antichità per le sue proprietà calmanti. Curiosa anche la storia della tossina botulinica: scoperta grazie a una tossinfezione alimentare causata da salsicce, è stata impiegata prima come antispastico, poi in medicina estetica.
Anche per questa rubrica – come già per la rubrica “Viaggio attraverso il significato delle parole” – dobbiamo rilevare però la diversità di gusti del pubblico di Linkedin che invece ha mostrato curiosità per metformina (un antidiabetico che, sperimentato sui topi, ne ha ritardato l’invecchiamento), allicina e per il più comune acido acetilsalicilico.
Per concludere, abbiamo visto come molti dei principi attivi usati oggi siano in realtà provenienti dal passato. Ma il futuro? Quali scenari si prospettano per la farmacologia? Sembrerebbe che i Big Data sanitari, i progressi tecnologici e l’IoT, anche in questo ambito, promettano una nuova generazione di farmaci digitali: avremo ancora storie curiose di farmaci da raccontare? Noi scommettiamo di sì!
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
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www.treccani.it
www.agenziafarmaco.gov.it
www.agenziafarmaco.gov.it/pdf
[/boxed_content]

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Lo Sport cambia passo: Big Data e Device Wearable sul podio?

[dropcap3]N[/dropcap3]el mentre che infuria la tempesta su “Olimpiadi a Roma sì” e “Olimpiadi a Roma no”, spostiamo lo sguardo di lato – com’è uso del nostro blog – e diamo conto di un’importante sviluppo nel mondo dello sport che ha ormai preso piede (e corpo) in tantissimi ambiti, e che ha di conseguenza connotato anche le Olimpiadi appena concluse.
Parliamo di un team recente, e tuttavia già affiatato, tra i Big Data e la cosiddetta device wearable, ovvero quella serie di dispositivi indossabili che, integrati con sensori, software etc., connettono il corpo umano con le sue funzioni, consentendo di monitorarle e misurarle in real time sia durante l’allenamento, allo scopo di migliorarne la performance, sia durante la gara vera e propria, così da ottenere informazioni utili per quelle successive.
Con tale approccio innovativo nel rapporto tra il corpo umano, i suoi limiti e le nuove tecnologie – come anche le paralimpiadi ci hanno ben mostrato – si possono raggiungere risultati sorprendenti, e questo vale non solo per il futuro, ma per il nostro presente.
Come riportato infatti in questo articolo, sono stati diversi gli sport che ne hanno già beneficiato durante le olimpiadi del Brasile, anche se il vero e proprio debutto dei Big Data è stato a Londra nel 2012, come ricorda Sky Christopherson, ex primatista nel ciclismo: «Sperimentammo sensori sul corpo e sulla bici di ogni atleta, per studiarne biomedica e fisica. (…) Abbiamo così tarato nutrizione, allenamenti, galleria del vento per ciascuna, eliminando la routine e vincendo un argento che nessuno sognava».
Le Olimpiadi 2016 di Rio, infatti, saranno di certo ricordate per l’utilizzo massiccio di soluzioni tecnologiche in tantissimi ambiti, non da ultima anche la preparazione degli atleti, i quali si sono affidati a device wearable e alla potenza dei big data per “monitorare aspetti quali la potenza resa dagli atleti nell’esercizio”.
Ad essere utilizzati, in questo caso, sono stati ad esempio occhiali speciali, gli smart glass, in grado di seguire le le corse dei ciclisti da ogni punto di vista (atleta, mezzo e utilizzo del circuito) e istante per istante, la soluzione iBoxer, che ha fornito ai giocatori di Boxe report dettagliati sulle caratteristiche degli atleti, e ancora le squadre di velisti che hanno potuto “allenarsi utilizzando modelli virtuali basati su dati e analisi di condizioni ambientali e atmosferiche (correnti, vento…)”.
[bctt tweet=”Le Olimpiadi 2016 sono state il consolidamento di una nuova intesa tra l’Uomo e le Macchine.” username=”MapsGroup”]
Ma quali sono i temi di studio qualificanti di questa nuova “intesa” tra l’Uomo e le Macchine in ambito sportivo?
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Innanzitutto il corpo stesso, che, durante gli sforzi cui viene sottoposto (pensiamo alla corsa, alla boxe o al nuoto) viene monitorato istante per istante nelle sue funzioni vitali, ma anche appunto nei suoi risultati agonistici, consentendo di scoprirne punti forza e Talloni d’Achille.
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  In secondo luogo i circuiti di gara, per mettere meglio a punto le strategie di approccio agli ostacoli e ai percorsi previsti. È il caso della vela, della canoa, o del ciclismo, in cui gli itinerari possno essere studiati un millimetro alla volta.
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  Per non dimenticare schemi e strategie di gioco, facilmente studiabili e interpretabili alla luce dei nuovi strumenti di analisi. Pensiamo ad esempio al calcio, all’hockey e al rugby, che possono essere rivisti “col senno di poi” in ogni loro anche più piccola mossa.
Il tutto finalizzato da un lato ad “aggredire” gli ostacoli agonistici e gli avversari, grazie a una conoscenza più dettagliata deelle loro carattersitiche, e dall’altra migliorare le performance degli atleti con una nuova frontiera del “doping”: quello tecnologico che, almeno sembra per ora, ha certo meno effetti collaterali.
Per non dimenticare, infine, le possibilità terapeutiche di tali conoscenze approfondite dei vari atleti in caso di infortunio, e le relative possibilità di intervenire dal punto di vista terapeutico in maniera più mirata e a ragion veduta.
E tuttavia l’imprimatur tecnologico di queste Olimpiadi non si ferma all’azione, ma corre velocemente verso la condivisione globale della stessa. Secondo questo studio, infatti, le Olimpiadi di Rio 2016 lo hanno confermato che “il digital è imprescindibile” nel caso di evenyti sportivi globali. Lo attestano cifre di tutto rispetto, ovvero i 187 milioni di tweet postati sulla manifestazione, che hanno generato a loro volta  75 miliardi di impression.
Se la contemporaneità si gioca sui numeri, dunque, questi sono tali da farci facili profeti: l’Uomo, che ha già toccato i propri limiti fisici contingenti con uno sforzo “naturale”, seppure per certi versi sovrumano, ha davanti a sé traguardi prima inimmaginabili, da porsi oggi e superare domani.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
approfondimenti
[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
 
www.pcprofessionale.it
www.engage.it
www.lastampa.it
[/boxed_content]
 

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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

I cicli del riciclo: rifiuti e smaltimento responsabile.

[dropcap3]E[/dropcap3]sistono situazioni in cui il raggiungimento di un obiettivo implica il superamento di un punto di vista strettamente individuale, a vantaggio di uno collettivo. Anzi, il personale e il privato sono il luogo in cui esercitare un “io” che è prima di tutto parte di un “noi”, dove l’azione del singolo deve unirsi all’azione di un altro singolo perché si ottenga il risultato finale perseguito.
È il caso dei comportamenti responsabili in tema di ambiente: come tessere di un mosaico, se ne apprezza il valore solo se li si osserva da una prospettiva superiore e – per così dire – da una certa distanza.
Questo concetto di individualità al servizio della collettività è alla base della cosiddetta responsabilità condivisa. Se la normativa prevede infatti precise responsabilità per imprese e società nella gestione del ciclo dei rifiuti, di fatto ogni singolo cittadino è chiamato a contribuire al corretto smaltimento per quanto gli compete.
Tale responsabilità condivisa ha la sua radice in quelle che vengono definite le “4 R” dei rifiuti: Riduzione, Riutilizzo, Riciclo e Recupero – di cui abbiamo parlato nell’articolo “Buone pratiche di riciclo… anche in estate!” – e a cui si aggiunge la quinta R di Raccolta, passaggio imprescindibile per un’organizzazione efficiente del ciclo dei rifiuti.
Ma a cosa ci riferiamo di preciso quando parliamo di rifiuti? Dal sito del Ministero dell’Ambiente si ricava la seguente definizione: “Le sostanze o gli oggetti che derivano da attività umane o da cicli naturali, di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi, sono definiti rifiuti”, distinguendo tra rifiuti urbani e speciali (quelli prodotti da industrie e imprese), pericolosi e non pericolosi.
Ma soprattutto il rifiuto può diventare risorsa, ed è qui che entra in campo la responsabilità di ognuno in merito a raccolta e riciclo.
[bctt tweet=”Il rifiuto può diventare risorsa, ed è qui che entra in campo la responsabilità di ognuno.” username=”MapsGroup”]
La situazione in Italia, secondo gli ultimi rapporti di Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) riferiti all’anno 2014, vede il nostro paese a quota 75% dei rifiuti speciali riciclati, al secondo posto in Europa dove la media è del 46%.
Mentre per i rifiuti solidi urbani  la percentuale di riciclaggio è del 42%, con un 31% di rifiuti ancora destinati alla discarica. Riguardo al dato della raccolta differenziata poi, i rifiuti urbani si attestano al 45,2% (il raggiungimento di un obiettivo che era stato fissato dalla normativa all’anno 2008).
E sempre per quanto riguarda la particolare categoria degli imballaggi, l’Italia vanta un modello virtuoso per il loro riciclo: si tratta di CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi. Con un efficiente ciclo dei rifiuti, l’esempio di CONAI dimostra come si possano coniugare il rispetto dell’ambiente con un vantaggio sociale ed economico, visto che sono stati generati anche 37.000 posti di lavoro e un giro d’affari di 9,5 miliardi d’euro.
Tanto più se si considera la mole di rifiuti che ogni anno produciamo: nel 2014, in Italia sono stati 130,6 milioni le tonnellate di rifiuti speciali e 30 milioni di tonnellate i rifiuti urbani.
Per questo diventa importante puntare proprio sul concetto di responsabilità condivisa per valorizzare i rifiuti, recuperando materie prime, e trasformando così lo scarto in risorsa.
Come detto, le aziende hanno precisi obblighi in merito allo smaltimento dei rifiuti e alla loro tracciabilità, con il rischio di sanzioni nel caso di procedure non puntuali. Anche in questo ambito la tecnologia digitale è una risorsa significativa perché può fornire sicuri strumenti di gestione, come il cloud di Greennebula, sviluppato da Memelabs di Maps Group, proprio per gestire le autorizzazioni ambientali.
Ma anche i privati cittadini sono tenuti ad applicare un corretto smaltimento. E se è vero che chi si informa (e informa) è già a metà dell’opera, allora anche noi di 6memes faremo la nostra parte, avviando con questo articolo una rubrica che approfondirà i “cicli del riciclo”, tanto prezioso per la salvaguardia dell’ambiente, affrontando di volta in volta i vari materiali destinabili a seconda vita, come carta, vetro, acciaio, alluminio, legno e plastica.
 
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]

www.greenme.it

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Data Driven

Raccogli il Dato e mettilo da parte. Dalla digitalizzazione alla datizzazione.

[dropcap3]I[/dropcap3]n uno dei nostri articoli precedenti, Big data e Shahrazàd: mille e un dato”, abbiamo parlato della possibilità di raccogliere, analizzare e utilizzare i dati come della fine di un percorso che fatalmente ne apre un altro, richiamando concetti quali ciclicità, replicabilità e serialità.
E con una similitudine delle nostre – rievocando il Sultano delle “Mille e una Notte”– abbiamo messo l’accento su un dato di fatto: “Nel mondo dei Dati (…) il passaggio tra la fine di una cosa e l’inizio di un’altra è assai meno cruento: qui davvero niente si distrugge ma tutto – potremmo dire in parafrasi – si moltiplica, trasformandosi.
I dati, proprio come varianti di una storia, mattoncini di un’infrastruttura o molecole di atomi differenti, possono dare vita, grazie ai diversi legami che si possono intrecciare tra loro o con qualcos’altro, a un numero pressoché inesauribile di altri tracciati informativi.”

Per proseguire ora il discorso e cercare di capire cosa avviene prima e dopo tale limina, facciamo riferimento alla tassonomia proposta dall’indice del libro “Big data. Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere, di Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth N., che illustra procedimenti di raccolta, analisi e riuso dei Dati che attraversano più limine, più soglie.
Come in tutti i processi successivi, infatti, tali dati – ancor prima di essere analizzati, filtrati e riorganizzati – seguono percorsi di trattamento differenti, ma tutti con la medesima finalità: trasformare dati disomogenei e di varia natura, assieme ai loro contenuti, in dati comparabili tra loro, certo, ma solo per andare oltre, in un’attività affatto nuova.
Sottolineiamo infatti come l’inizio del processo di “registrazione”, raccolta ed elaborazioni delle informazioni da parte degli esseri umani, corrisponde di fatto al superamento della linea di demarcazione tra società primitive e società avanzate.
Tutta la nostra evoluzione, in fondo, non è altro che questo, pur con drammatiche cadute ed errori anche d’interpretazione: cercare di decifrare la realtà in cui siamo immersi, non solo per garantire la nostra sopravvivenza, ma anche per dare una risposta alla nostra innata necessità di conoscenza.
Oggi, tale processo di estrapolazione, allocazione e riuso delle informazioni, avviene su larghissima scala attraverso quello che viene definito processo di Datizzazione, volto, per citare Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth, N., aquantificare il mondo”.
In tale processo – che, ricordiamolo, è altra cosa rispetto alla digitalizzazione, attività con cui le informazioni si convertono in codici binari affinché possano essere processati dai computer – sono innumerevoli le fonti da cui attingere, in pressoché illimitate forme, trasformando tutto – anche le parole, le immagini, le geo-localizzazioni e le interazioni – in Dati.
[bctt tweet=”Dalla digitalizzazione alla datizzazione, informazioni per quantificare il mondo.” username=”MapsGroup”]
Più in specifico, tornando al tema dei Big Data, tale processo di conoscenza, catalogazione, analisi e ri-aggregazione delle informazioni, si può effettuare a partire da due macro-tipologie di Dati, quelli diciamo così “sedimentati” – Data Mining, e quelli invece “in azione” – Data Driven.
Ed è importante mettere a fuoco come, da una materia prima all’apparenza così differente – in una serie successiva di attività cicliche, replicabili e serializzabili – si possano estrarre da entrambe le tipologie di dati informazioni da un lato “pulsanti” e per niente cristallizzate (nel loro potenziale significato) e dall’altro “stabili” e attendibili nella loro capacità in potenza di rappresentare o predire ulteriori evenienze.
Una caratteristica dei dati sedimentati, infatti, è sì quella di essersi stratificati nel tempo, e tuttavia la loro natura si presta all’azione, là dove la scintilla di una domanda, una ricerca o un’analisi può accendere tali dati, movimentandoli e infine estrapolandoli in informazioni complesse capaci di raccontarci ben di più della loro semplice storia.
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[highlight]Alcuni esempi di dataset in cui rintracciare tali dati (DATA MINING):[/highlight]
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] database con i nostri dati personali;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] cataloghi di prodotto;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] librerie online;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati bancari e finanziari;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati produttivi;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati clinici;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati di vendita;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati su review.
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Allo stesso modo i dati raccolti nei flussi in cui sono immersi, se guardati attraverso la lente in real time di un Grande Fratello appositamente istruito, catturano, rappresentano e rilasciano modelli e dati aggregati, che si muovono nell’insieme in cui dispiegano i loro (potenziali) significati, e attraverso tali informazioni si può arrivare a conclusioni e informazioni capaci di durare nel tempo e costituire base solida di partenza per altre esplorazioni.
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[highlight]Alcuni esempi di flussi di dati (DATA DRIVEN) in cui agire in real time:[/highlight]
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] tutte le comunicazioni che avvengono sui Social;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] informazioni sui consumi in tempo reale di materie prime (energia, acqua, gas…);
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi ai trasporti e alla movimentazioni di persone e merci;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi alle telecomunicazioni;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi al clima e alle condizioni dell’ambiente;
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Basta insomma “grattare” appena sotto la superficie all’apparenza fredda e opaca di questa materia per trovarsi immersi in un oceano – o meglio in un Data Lake – nelle cui acque possiamo raccogliere e convertire ogni sostanza in “essenza”. Alla ricerca mai compiuta di risposte concrete anche alle nostre domande all’apparenza più immateriali.

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Vertigine dell’etimologia. Viaggio attraverso il significato delle parole.

[dropcap3]A[/dropcap3]prire un vocabolario e leggere, in un susseguirsi incessante, il significato e l’origine delle parole, equivale a compiere un viaggio vorticoso. Se le parole sono infatti i nervi della lingua viva di un determinato popolo in un determinato momento, sono anche i semi della sua storia. In esse è depositato e sedimentato – come negli strati di una roccia dolomitica le ere geologiche – il cammino degli uomini che le hanno usate attraverso le generazioni. Oltre il tempo e lo spazio, dall’origine in lingue antiche fino alla nostra, attraverso chissà quanti e quali scarti e salti di senso.
È la vertigine dell’etimologia (ricordando un celebre titolo di Umberto Eco, di cui abbiamo parlato nell’articolo di 6memes L’isola che non c’è e la digitalizzazione: storia di una non-biblioteca universale): l’affacciarsi su un pozzo oscuro da cui trarre in superficie – grazie a ricerche, raffronti, confronti, e a suon di ipotesi, da parte degli studiosi – l’acqua cristallina dell’origine del senso.
E un avventuroso viaggio etimologico è quello che abbiamo compiuto in una piccola rubrica, dedicata proprio alla storia delle parole, sulle pagine social di Mapsgroup e Webdistilled. Lo spunto è stato proprio Webdistilled, il software di analisi semantica del Web di Maps Group. Nell’ipertesto globale, infatti, il significato delle miriadi di parole che lo attraversano, costruisce rotte di senso, a beneficio (quando usate al meglio) di motori di ricerca e naviganti, come ben sanno gli esperti SEO, che si arrovellano su parole chiave e algoritmi capaci o meno di catturare il senso delle parole nel contesto.
[bctt tweet=”Non può forse essere ogni singola parola un racconto in sé?” username=”MapsGroup”]
Così, settimana dopo settimana, abbiamo costruito la nostra lista di parole, immergendoci nelle loro arzigogolate storie. Si è trattato di andare a caccia di termini curiosi in sé, di cui era interessante scoprire l’etimo, oppure di lasciarsi catturare proprio dall’origine particolare di una parola comune: da “ciao” a “donna”, da “precipitevolissimevolmente” a “mugugno”, da “enigma” a “sciarada”, si è generato un “catalogo” di più di ottanta parole di varia origine.
Cosa abbiamo notato attraverso questo seppur piccolissimo campione? Naturalmente è banale dire che ci siamo imbattuti di frequente nell’etimologia latina e greca delle parole scelte. Molte affondano le radici nella storia e nel mito, come nemesi dal nome di una dea greca, o ermetico da Ermete Trismegisto. Così anche cariatide ed epico: la prima, dalle donne di Caria fatte schiave e immortalate in un tempio dell’acropoli; la seconda, da quell’epos che raccoglieva le gesta degli eroi.
Sono parole che ci permettono di notare come un significato specifico e circostanziato spesso si è, per così dire, “generalizzato” nel tempo.
Esempi ne sono anche quei termini che, a partire da un nome proprio, hanno dato vita a un aggettivo. Lapalissiano ad esempio viene dal nome di un capitano francese: il verso di una canzone ne celebrava la tenacia, con l’argomento che fosse ancora in vita un quarto d’ora prima di morire; la disarmante ovvietà dell’affermazione ha generato l’aggettivo che qualifica ciò che è palese e scontato. Mentore, pur essendo in origine il nome del maestro di Telemaco, si è diffuso nel XVII secolo grazie a un libro di Fénelon, assumendo il senso attuale di ‘guida, consigliere’. Gradasso invece, il personaggio dei poemi ”Orlando Innamorato” e “Orlando Furioso”, è diventato il fanfarone per antonomasia. Mentre Paparazzo, dal film “La dolce vita di Fellini”, è ora nome comune per quei fotografi che inseguono le celebrità.
Il peso della storia si avverte in quei termini che hanno la loro origine nelle antiche tradizioni e nelle credenze religiose. È il caso di entusiasmo (‘pieno di un dio’); carnevale (‘togliere la carne’ forse incrociato con ‘carne addio’, in riferimento al periodo della Quaresima); tabù: parola importata dalla Polinesia dall’esploratore James Cook, connotava tutto ciò che era investito da un’aura sacra e dunque intoccabile; sabbatico, l’anno ogni sette in cui, nella tradizione ebraica, non si lavorano i campi, si liberavano gli schiavi e si rimettevano i crediti. Alla storia medievale si ricorre invece per spiegare certosino: una persona precisa e puntuale come erano minuziosi i monaci certosini nel cesellare i loro manoscritti.
Relitti di un mondo antico sono anche parole come ingolfare e mugugno: entrambi dal linguaggio marinaresco, il primo indicava la manovra, a rischio di stallo, per entrare in un porto; il secondo riguardava i marinai di Camogli che godevano di paga “con mugugno”, ovvero del diritto di… lamentarsi! Manfrina invece (un discorso lungo e talvolta anche tendenzioso) era una danza piemontese.
L’origine e i passaggi attraverso altre lingue mostrano invece come il patrimonio lessicale italiano sia nato da un intreccio complesso fra popoli e lingue che hanno “attraversato” il nostro paese e la sua cultura. Esempi ne sono alcol e azzardo (‘dado’) dall’arabo, dall’inglese snob (‘ciabattino’, poi chi affetta costumi raffinati) e slogan (in origine dal gaelico ‘grido di guerra’), e forfait dal francese con etimo incerto.
Alcol ci è utile anche per esemplificare i tortuosi percorsi delle parole, dal concreto all’astratto, spesso attraverso processi metaforici. In origine la parola indicava una polvere per tingere, quindi una polvere volatile e poi ‘essenza’, da cui alcohol vini e infine alcol.
Stile, dal concreto gesto dello scrivere (era la “bacchetta” con cui si incidevano le tavolette ricoperte di cera), ha preso a indicare la forma dei testi, la cifra creativa di uno scrittore, i tratti distintivi del comportamento di una persona. Altri esempi sono delirare, letteralmente ‘uscire dal solco tracciato dall’aratro’, e affibbiare ‘chiudere con un fermaglio’.
Se poi analizziamo le parole che hanno riscosso maggiore interesse nel nostro pubblico, di Facebook ad esempio, troviamo, di gran lunga al primo posto, sciarada. Poi dispotico, caleidoscopio ed enigma. Cosa hanno in comune? Forse una natura più oscura di altre. Certo sono parole affascinanti, nel suono e nel significato. Val la pena ricordarle. Sciarada ad esempio viene dal provenzale charrado ‘conversazione’: è un complicato gioco enigmistico, e si utilizza nel senso di ‘rompicapo’, ‘fatto misterioso e incomprensibile’. Dispotico invece viene da despota, il sovrano orientale. Greche anche le componenti di caleidoscopio, un oggetto relativamente recente, il cui nome ora indica anche una varietà di cose ed elementi. Curiosamente infine enigma ci riporta all’oscuro e al misterioso, sia in senso proprio che figurato.
Se poi cambiamo piattaforma, i gusti dei follower non sono gli stessi. E su Linkedin troviamo fra le parole che hanno interessato di più: giostra, paradosso, alcol, carnevale
E per concludere, le nostre preferenze: tra le tante parole, ne scegliamo due. Disastro, perché ha il suo etimo nelle lontane stelle, da cui come i popoli antichi ancora ci sentiamo spaventati e attratti, come dimostra l’eco della recente notizia di un pianeta “vicino” simile al nostro.
Poi narrare, la cui radice etimologica rimanda al far conoscere raccontando, e ci ricorda la natura del blog 6memes: il racconto, e la condivisione del racconto, come risorsa di conoscenza. E in fondo non può forse essere ogni singola parola un racconto in sé?