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Mille e un viaggio – e una storia – sotto l'ombrellone.

[dropcap3]I[/dropcap3]ndifferenti al luogo comune che relega l’esperienza della lettura alla pratica diffusa dell’evasione dalla realtà, crediamo invece che parole e testi siano capaci letteralmente di invaderla, infiltrandosi concretamente nel pensiero e nei sensi che ci governano.
Apriamo quindi la nostra valigia – o zainetto, o anche kindle, come preferite – ed estraiamo un breve elenco di letture consigliate per l’estate, vademecum universale per le vacanze cui non potevamo sottrarci.
Pensiamo infatti che le radici nomadi insite nella specie umana si incarnino anche all’ombra di un ombrellone in una spiaggia affollatissima, come sotto al cielo terso di una montagna appena scalata o ancora sul comodino della camera d’albergo in una città da esplorare.
Il mezzo di trasporto ideale per questi viaggi (poi non così tanto virtuali) è un oggetto in sé banale – ma un vero e proprio feticcio – che ha preso nel tempo le forme più sorprendenti, dalle tavole incise nella pietra sino a piattaforme ancor più inconsuete: parliamo del “libro”, naturalmente!
Cosa di meglio infatti, in questi tempi così sovra-stimolati, ottimizzati, iper-accessoriati, di un viaggio nel viaggio, o, meglio ancora, di una vacanza nella vacanza, da prendersi tra le pagine, cartacee o meno, di un testo?
Perché la lettura stessa è un viaggio, con una partenza ben precisa, l’incipit (ancora prima, il titolo), uno svolgimento (la trama o l’argomentazione) e una meta finale: l’eco di quello che abbiamo letto (anzi, vissuto) dopo aver richiuso il libro.
Non sarebbe divertente, ad esempio, assaporare la brezza delle Alpi per trovare ristoro dal sole battente di una spiaggia infuocata della Sardegna? O lasciarsi trascinare dal ritmo incalzante di una storia d’azione nel mezzo di un altipiano verde e silenzioso?
La lista di letture possibili che vi proponiamo non è tuttavia così avventurosa. Anzi, lo è, ma in un modo differente.
Quelli che consigliamo sono libri che parlano di alcuni dei temi trasversali che abbiamo trattato – o che presto affronteremo – nel nostro blog, raccontati dal punto di vista sociale, antropologico, economico, scientifico e letterario. Libri insomma che parlano di scienza e di tecnica, ma attraverso un approccio comunicativo trasversale e multidisciplinare, che ne mette in luce le diverse anime nascoste.
Un’ultima avvertenza per l’uso di questa breve lista: ciascuno dei titoli proposti non solo non è di evasione, ma potremmo anzi definirlo di immersione, perché esplora aree e temi con un discreto peso specifico.
Sono adatti insomma a chi sa affrontare anche i viaggi all’inizio in salita, per poi godersi la discesa alla fine. Un’ultima cosa: non dimenticate – se non lo avete mai letto – Italo Calvino e le sue “Lezioni americane”. Non è mai troppo tardi per conoscerlo.
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[highlight]Libri consigliati per l’estate[/highlight]
 
“Dataclisma”, di Christian Rudder. Mondadori editore.
Chi siamo davvero quando pensiamo che nessuno ci stia guardando? Lo sguardo sull’umanità ai tempi dei Big Data a cura di Christian Rudder, matematico laureato ad Harvard, cofondatore e presidente di OkCupid, che afferma: “La cosa che sorprende dell’umanità? Che stereotipi e luoghi comuni sono veri”.
“Da animali a dèi”, di Yuval Harari. Bompiani editore.
Oggi sulla Terra c’è una sola specie di umani: noi, l’Homo sapiens, signori del pianeta. Il segreto del nostro successo è l’immaginazione, ed è per questo che dominiamo il mondo. In un’intensa e sorprendente storia dell’umanità, il resoconto di una civiltà di “schiavi alla ricerca della felicità” che da animali sono divenuti Dei.
“La Società a Costo Marginale Zero”, di Jeremy Rifkin. Mondadori editore.
In questo provocatorio saggio, Jeremy Rifkin spiega come “l’internet delle cose” stia dando luce a un inedito sistema economico, basato sulla condivisione collaborativa e destinato a mutare radicalmente il nostro modo di vivere. Uno sguardo illuminato verso il futuro.
“Retorica e scienze neurocognitive”, di Stefano Calabrese. Carocci editore.
Che cosa accade nel nostro cervello quando formuliamo una metafora? Che cosa comporta in termini di mappature neuronali l’esposizione agli stimoli esterni? Il mind reading – cioè il modo in cui distinguiamo la realtà dalla sua rappresentazione cognitiva – sembra assumere oggi la letteratura come una palestra privilegiata.
“Il cerchio, di Eggers Dave. Mondadori editore
“Mio Dio, questo è un paradiso” pensa Mae Holland un assolato lunedì di giugno quando fa il suo ingresso al Cerchio. Mai avrebbe pensato di lavorare in un posto simile: la più influente azienda al mondo nella gestione di informazioni web. Pur di far parte della comunità di eletti non esita ad acconsentire alla richiesta di rinunciare alla propria privacy per un regime di trasparenza assoluta. (E qui il cerchio si chiude!).
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Data Driven

Diario italiano in real time dei blackout di luce!

[dropcap3]A[/dropcap3] volte diamo per consolidato il funzionamento di sistemi complessi che non sono affatto scontati, ma invece – proprio in quanto articolati, e quindi complessi anche da gestire e tenere sotto controllo – possono andare incontro a veri e propri “blocchi” improvvisi, tanto inattesi quanto pericolosi, soprattutto se ne siamo fortemente dipendenti.
È il caso della corrente – quella elettrica, per intenderci – la cui scomparsa anche per un breve lasso tempo è in grado di mettere in grosse difficoltà ciascuno di noi, visto l’uso che ne facciamo in pressoché tutte le attività quotidiane.
E se allarghiamo appena lo scenario, riflettendo sugli effetti più a larga scala di una mancanza improvvisa di corrente, ecco che le conseguenze di un tale malfunzionamento possono farsi infauste. Basti pensare all’industria, i cui cicli produttivi dipendono completamente dall’erogazione di elettricità, o ai settori più sensibili e delicati della nostra società, riguardanti ad esempio la salute, la sicurezza, la viabilità… Un esempio, in questa estate torrida, viene dai nostri vicini di casa francesi, come raccontato in  questo articolo.
Si tratta di una dipendenza tanto strutturale quanto silente, nel caso che tutto vada nel verso giusto, e a cui dovrebbe invece corrispondere la necessaria consapevolezza per essere pronti in caso di “guai”.
Non a caso quello dell’energia in genere e della fornitura di elettricità in particolare è un tema cruciale e strategico sotto ogni punto di vista, oggetto di studi, verifiche e proiezioni meticolose e stringenti, il tutto proporzionale all’entità della questione.
In uno studio particolarmente accurato e pubblicato il 31 dicembre 2014 dal Gruppo Terna (operatore di reti per la trasmissione dell’energia che gestisce sia la Rete di Trasmissione Nazionale che le nuove opportunità di business in questo settore anche all’estero) vengono infatti illustrate per l’Italia le nuove previsioni di medio-lungo termine sia della domanda elettrica che del fabbisogno di potenza necessario.
Da questi dati, articolati e strutturati a trecentosessanta gradi, si possono estrapolare alcune considerazioni. Innanzitutto le cifre del fabbisogno, che prevedono “una evoluzione della domanda di energia elettrica per il prossimo decennio compresa tra uno scenario di sviluppo, che prevede una crescita ad un tasso medio annuo del +1,0% (cagr), e uno scenario base – con il quale si intende valorizzato al massimo grado il potenziale di risparmio energetico – che conduce ad un cagr -0,5%”. Queste, affiancate alle cifre relative allo scenario di sviluppo, che disegna “una evoluzione della punta di carico ad un tasso medio tra +1,8% p.a. [estate torrida] e +1,2% p.a. [inverno medio]”. Viene infine valutata “in 78-85 GW la capacità di generazione disponibile per la copertura del carico massimo nel 2024, alle condizioni specificate”.
Nella stessa relazione, che prevede tra le altre cose un aumento del risparmio energetico dovuto alle politiche di riduzione degli sprechi e un possibile incremento dell’uso dell’energia per attività future (ad esempio per i veicoli elettrici), si inferisce che nel 2024 la domanda di energia elettrica in Italia raggiungerà i 357 miliardi di kWh nello scenario di sviluppo e i 302 miliardi di kWh in quello di base.
A questi dati, allo stesso anno obbiettivo, si affiancano le relative ipotesi di previsione della domanda di potenza alla punta, con “valori compresi tra i 66 GW nella condizione di estate torrida, rappresentativa della punta massima, e i 61 GW nella condizione di inverno medio”. Il quadro della previsione viene completato con le stime relative all’anno intermedio 2020, in cui “la domanda elettrica raggiungerà i 334 miliardi di kWh circa nello scenario di sviluppo, mentre nello scenario base sarà contenuta in circa 305 TWh. In corrispondenza dello scenario di sviluppo, il carico atteso sarà compreso tra 57 e 59 GW, a seconda delle citate condizioni climatiche convenzionalmente definite.”
Si tratta di numeri da pelle d’oca (sia per il caldo che per il freddo) e che mostrano da soli l’entità del problema in caso di qualsiasi evento che inceppi le rotelle di questo meccanismo così complesso quanto delicato.
Per capire quanto di tutto ciò si riverberi concretamente nel nostro quotidiano – al di là di tali sterminati scenari – abbiamo avviato da febbraio e per i prossimi mesi, in real time, un’analisi lato social di quanto e come il problema della mancanza di elettricità viene registrato e con quale frequenza e intensità, il tutto differenziato per aree geografiche italiane.
Ne risulta il “film” dell’Italia che, in assenza di questo bene così prezioso, cerca di porvi rimedio. Come? Prima di tutto informandosi: “Qui manca la luce. Sta succedendo anche a voi?” Poi preoccupandosi: ”Qualcuno ha già avvisato?” E infine attrezzandosi di conseguenza: “Quanto durerà?… Oddio, così tanto?” E via così, sino a che qualcuno, provvidenzialmente, riaccenderà la luce.
La mappa mostra i segnali che provengono dai social che evidenziano una problematica nella fornitura di energia elettrica. All’aumentare del numero delle segnalazioni aumenta l’intensità del colore, dal blu verso il rosso.
È interessante notare come vengono riportati sia eventi significativi avvenuti nel mese di febbraio che riguardano la nevicata che ha colpito l’Emilia così come altri che hanno avuto minor eco mediatica, come il blackout al S. Raffaele del 26 Aprile, o le ultime, estive, assenze di energia elettrica. L’altro dato che si può già ricavare, analizzando più in dettaglio i numeri, è il fatto che la tempestività di queste segnalazioni è alta, a dimostrazione della priorità attribuita dagli utenti al servizio erogato. (In ogni caso, un paio di candele pronte, nel cassetto, non guastano mai!)
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Questo studio sarà oggetto di ulteriori analisi alla fine dell’estate, momento in cui potremo vedere direttamente come – in caso di elevato utilizzo dell’elettricità (ad esempio per l’accensione dei condizionatori) – il nostro sistema agisce e reagisce. Rigorosamente in diretta! [boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
approfondimenti
[highlight]Monitoraggio realizzato da:[/highlight]
Webdistilled, Gruppo Maps
Lingue: solo italiano.
Periodo: dal 1 Febbario 2015 ad oggi (tuttora attivo).
Fonti: Social network.
Temi monitorati: mancanza energia elettrica, mancanza luce, mancanza energia, mancanza corrente, blackout.
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Il Cavalier Kickstarter espande anche in Italia il proprio "Regno del Crowdfunding".

[dropcap3]G[/dropcap3]ioventù svogliata, un po’ narcisista e dedita solo all’ozio? Incapace di sfidare il mondo del lavoro con piglio deciso in nome delle proprie idee e dei propri progetti?
Si potrebbe sostenere il contrario, considerando l’ingegno e l’iniziativa di chi si affida al crowdfounding, una pratica di microfinanziamento erogato “dal basso” in cui chiunque può utilizzare il proprio denaro per sponsorizzare progetti proposti da altri.
Proprio per andare incontro a tale intraprendenza, nel 2009, è nata la piattaforma Kickstarter, che ha la sua base nel Lower East Side di Manhattan ed è stata lanciata dagli ormai celebri Perry Chen, Yancey Strickler e Charles Adler.
Solo dopo un anno dal suo avvio fu nominata dalla rivista TIME una delle “Migliori invenzioni del 2010” e, in seguito, “Miglior sito web del 2011”.
logo KickstarterLa piattaforma è specializzata nella raccolta di fondi attraverso il web, e funziona attraverso l’incontro tra la domanda di sovvenzioni da parte di giovani imprenditori (con un sogno nel cassetto) e l’offerta di finanziamento da parte di chi, seppure estraneo, è interessato a partecipare economicamente alla startup del progetto o dell’idea proposti.
Un esempio? Ce ne sono in realtà tanti, alcuni leggendari. Come lo smartwatch Pebble o il frigorifero Coolest Cooler, o ancora le carte da gioco Exploding Kittens… tutte “storie” a lieto fine che, nel loro complesso, hanno racimolato più di 43 milioni di dollari, e che hanno narrato, in questi anni, le potenzialità del crowdfunding, tutte accomunate dalla presenza di un comune Eroe: la piattaforma Kickstarter.
La compagnia, infatti, in poco meno di sei anni, ha accompagnato e dato il via alla produzione di oltre 86.000 fra progetti artistici, giochi, iniziative giornalistiche, dischi, abiti, fumetti, alimenti, prodotti di design originali e innovativi, consentendo loro di raggiungere – e a volte superare – l’obiettivo previsto. Questo, grazie agli 8,8 milioni di persone che, in tutto il pianeta, hanno raccolto finanziamenti pari a 1,6 miliardi di dollari.
Non tutti i paesi hanno però potuto disporre in questi anni di tale grande opportunità: l’Italia era purtroppo uno di quelli esclusi. Si poteva cioè partecipare al decollo dei progetti altrui, ma non proporli per la propria raccolta di fondi.
Ora, dopo una lunga attesa, Kickstarter ha finalmente esteso il proprio benefico dominio anche al nostro paese, che è diventato il tredicesimo nel mondo in cui inventori, visionari e creativi sono autorizzati a lanciare una campagna di finanziamento.
Visti gli ottimi risultati ottenuti in altri stati europei come Francia, Germania, Spagna e Regno Unito (divenuto il secondo mercato per entità di investimenti), Chen, Strickler e Adler attendono buoni riscontri anche in Italia, visto che gli italiani stessi, nel corso del 2014, hanno sostenuto progetti affidati alla piattaforma da tutto il mondo per un totale di 3 milioni di dollari.
È utile sottolinare che non verrà aperto un sito a parte: i progetti proposti dagli imprenditori italiani entreranno a far parte della community mondiale. Questa infatti è considerata la strategia migliore, se si pensa che il 40% dei fondi è versato da finanziatori che non abitano negli Stati Uniti.
I contenuti proposti potranno essere inseriti e promossi nel portale sia in italiano che inglese o in entrambe le lingue, e allo stesso modo sarà per i video, cui sarà possibile abbinare sottotitoli in lingue diverse.
Che altro aggiungere? C’è bisogno di sogni, in questo mondo, soprattutto di quelli che si possono realizzare, e Kickstarter sa come farlo.
Ora sta a noi, partecipare. Sia per proporre le nostre idee che per sostenere quelle degli altri. La sfida è aperta!
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approfondimenti
– Wired.it
– Hwupgrade.it
– Hansa.it
– Corriere.it
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EduOpen: l'Open Learning Network tutto italiano.

[dropcap3]A[/dropcap3] volte un contrattempo o un ritardo aprono possibilità insperate, e il tempo di una vacanza si trasforma in un’impresa tanto complessa e ambiziosa quanto vitale ed entusiasmante.
E’ quanto avvenuto alla fine del 2014, tra Reggio Emilia e il Salento, passando per Bari, Parma, Genova e poi Modena, Foggia, Ferrara e il Piemonte.
Di cosa si tratta? Di EduOpen, un grande balzo in avanti nel settore della formazione avanzata a distanza che in un sol colpo colma anni di ritardo, mettendo finalmente l’Italia in pari con gli altri pesi europei.
Ma facciamo un passo indietro, alle sorgenti di questa storia esemplare, dal sound tipicamente italiano, in cui la creatività e l’ingegno sono capaci di sorgere – e risorgere – nei modi e nei tempi più imprevedibili.
Sono i giorni di Natale 2014, e il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca proroga al 28 dicembre il bando annuale per il finanziamento di progetti innovativi, anziché rispettare la tradizionale scadenza di ottobre.
Alcuni professori universitari degli Atenei di Ferrara, Foggia, Genova, Modena e Reggio Emilia, Parma, del Piemonte Orientale e del Salento, del Politecnico e dell’Aldo Moro di Bari, decidono – a Università chiuse, e alcuni di loro già in vacanza in varie parti dell’Italia – decidono tra Natale e Santo Stefano di approfittare di questa dilazione per presentare in “volata” un progetto che sta loro a cuore da tempo: una piattaforma italiana federata per l’erogazione di corsi in modalità OpenLearning, sul modello dei MOOCs.
Nei pochi giorni a disposizione, e chiaramente a distanza, chi al telefono, chi alla scrivania e chi al pc, il progetto si materializza in tutta la sua semplice complessità.
Più difficile è raccogliere le firme di tutti, indispensabili per la validità della richiesta.
Il tempo stringe, i giorni passano, ma il patto è siglato, e il progetto – che già era ben impresso nelle loro menti da tempo – è nero su bianco, con tanto di firme e controfirme.
Per la prima volta in Italia nove Atenei si raccolgono attorno un progetto comune, partecipano al bando e…
Vincono, è chiaro. Tutti noi, anche adesso, nel leggere la loro impresa dietro le quinte, ce lo aspettavamo. Ma il risultato non era per niente scontato.
La competizione era agguerrita, la burocrazia temibile come sempre, l’imprevisto dietro a ogni angolo. Vincono. Anche se il fondo economico ottenuto – a differenza di quanto richiesto dal gruppo di Atenei – è risicato: 100.000 euro una tantum, che bastano giusto per le spese.
Ma i nove Cavalieri e Cavaliere della formazione digitale non si fanno certamente fermare sul più bello. Anzi, sono già partiti, lancia in resta.
In aprile, a Modena e alla presenza dei Rettori degli atenei coinvolti o dei loro delegati, i nostri Eroi hanno proceduto alla sigla del protocollo d’intesa triennale, ufficializzando così il progetto. Tra questi, ne abbiamo intercettato uno al volo e lo abbiamo intervistato, rigorosamente via Skype.
E’ il professor Tommaso Minerva (un nome, un destino, vista l’etimologia del suo cognome), Professore Ordinario e Direttore del Centro e-Learning di Ateneo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia nonché Presidente della Società italiana di e-Learning (Sle – L).
Ha risposto alle nostre domande, e il suo racconto ci ha emozionato. E la parte più bella di questa storia, proprio perché concreta e reale, è il resoconto di cosa propone e cosa proporrà EduOpen, come ci ha spiegato punto per punto nell’intervista che segue.


La prima domanda, professor Minerva: cosa sono i MOOCs?
Sono dei corsi brevi offerti in modalità telematica, inscritti nella tradizione più ampia delle cosiddette OER (Open Educational Resources). Consentono di seguire percorsi formativi di alta qualità a distanza e di acquisire, se richiesto, attestati di frequenza o crediti formativi universitari.
Dal punto di vista economico, se la necessità dell’utente è solo quella di frequenza e apprendimento, non dovrà sostenere alcun costo. Se invece gli occorrerà una certificazione di acquisizione di questa competenza, magari per motivi professionali, dopo aver sostenuto l’esame potrà chiederne l’attestazione, dietro il versamento di poche decine di euro per le spese di segreteria.
Se infine tale studio sarà finalizzato al conseguimento di una vera e propria laurea, allora ogni esame sostenuto prevederà un costo di “ufficializzazione”, che comunque non supererà le poche centinaia di euro ciascuno.
Esisteva già qualcosa di simile in Italia, prima del vostro progetto?
Diversi atenei italiani in questi anni si sono già cimentati nella realizzazione di corsi aperti completamente gratuiti o che prevedono il pagamento di piccole somme finalizzate unicamente alla certificazione finale degli apprendimenti.
Non esisteva tuttavia ancora una piattaforma che aggregasse diverse università, né si è mai dato vita a un modello di progettazione ed erogazione strutturato, organizzato e condiviso.
Ci sono altri esempi di network simili in Europa?

Sì, in moltissimi dei Paesi europei, tra cui la Francia, la Spagna, l’Inghilterra, la Germania. Nati da istanze molto differenti a seconda della nazione interessata, a volte a seguito di un incentivo statale altre volte in base a richieste “dal basso”, i MOOCs sono attivi in Europa (e oltreoceano) già da tempo, ed hanno ampiamente dimostrato la propria efficacia, realizzando modelli di fatto a cui attingere e da seguire anche nella nostra “impresa”.
In base a quali requisiti o sentiment comuni si sono riuniti i nove Atenei interessati dal progetto di OpenLearning?
Come ho già raccontato il progetto è nato quasi per caso, e si è potuto concretizzare a partire da due fattori principali.
Innanzitutto la conoscenza personale tra i vari referenti di Ateneo, che ci ha consentito una partenza informale e veloce basata sull’entusiasmo di condividere una idea comune. In secondo luogo le caratteristiche strutturali dei nove atenei coinvolti. Si tratta di realtà di piccole-medie dimensioni in cui esistono legami e pratiche di reciprocità e collaborazione interne ampiamente condivise, che ci hanno consentito una maggiore flessibilità di azione e un minore impatto della cosiddetta burocrazia procedurale. Come ogni progetto innovativo, anche il nostro è partito dunque da singoli individui che si sono messi insieme per perseguire un destino comune.
Si può dire che in questo modo si infrangono molti degli stereotipi legati al tema dello studio, della ricerca e della formazione?
Sicuramente. Gli stereotipi che in questo progetto saltano sono molteplici, e la portata innovativa del progetto, nel panorama italiano, è notevole a mio parere.
Il modello del progetto si basa innanzitutto su una possibilità di personalizzazione del proprio percorso di studi o comunque formativo: ciascun ateneo infatti si specializzerà in un proprio ambito di “eccellenza”, e lo studente potrà scegliere in piena autonomia quali corsi frequentare.
Credito dopo credito, esame dopo esame, alla fine del percorso di studi lo studente potrà scegliere la disciplina più attinente al proprio ciclo di studi e, dopo aver concordato eventuali esami integrativi con l’ateneo prescelto per la propria laurea, potrà formalizzarla secondo il regolamento previsto normalmente.
È evidente che in questo modo rendiamo fruibile, da qualunque postazione fisica, l’accesso a conoscenze di cui chiunque può disporre on demand, sulla base dei propri interessi o necessità, anche personali.
Si tratta in effetti di una vera e propria rivoluzione, soprattutto per gli standard italiani! Quali sono quindi i prossimi step previsti del progetto?
Come si può vedere dal nostro sito abbiamo tracciato una serie di tappe ben precise.
Entro fine anno partiamo ufficialmente con l’erogazione dei corsi: ogni ateneo si è impegnato per allora a produrre in questa modalità 9 crediti formativi, suddivisi in più corsi. La finalità è quella di creare nel tempo altrettanti percorsi di studi, specializzando ciascun Ateneo in un proprio settore di eccellenza.
Siamo già tutti all’opera a pieno regime, e senz’altro speriamo di raggiungere il traguardo nei tempi previsti. Sempre sul sito, chi vorrà, potrà iscriversi per avere gli aggiornamenti in diretta sia sul nostro percorso che sui corsi di mano in mano attivati.
E’ molto chiaro il range di vantaggi per lo studente di una modalità di formazione di questo tipo. Ma qual è il valore aggiunto per un docente e, su più larga scala, per un ateneo che vi partecipa?
Intanto posso dire che, a livello personale, il primo valore aggiunto che mi viene in mente è semplice: mi piace il mio lavoro, e mi diverto tantissimo nel farlo. Lo stesso vale per i miei compagni di avventura. Innegabilmente, poi, è una questione di “orizzonte” che si allarga, con tutte le smisurate – ma misurabili – possibilità che una rete di questo tipo può dispiegare. Infine stiamo parlando di un tema che mi sta molto a cuore: la ricerca e l’innovazione.
Unendo le forze e ottimizzando procedure e pratiche, le risorse investite si possono mettere a regime, consentendoci così di investire di più ma soprattutto meglio nella ricerca, avanzando passo dopo passo, o almeno provando a farlo.
La nostra speranza, in questo caso, è che il progetto abbia una sua forza e valore tali da riuscire ad avanzare presto sulle proprie gambe, grazie ai tanti bisogni che può andare a coprire. Pensiamo ad esempio alla questione dell’aggiornamento permanente, che riguarda ormai ciascuno di noi. O anche agli interessi personali, che possono riguardare materie altrimenti inaccessibili dal punto di vista logistico o contingente. O ancora alle necessità cui ci vincola la vita quotidiana… Basti pensare al settore della salute. Che valore si può dare alla possibilità di documentarsi direttamente e con basi scientifiche solide, da un esperto di una determinata patologia, su quali sono le due caratteristiche, gli approcci diagnostici e terapeutici? Certamente non per curarsi da soli (è sempre necessario affidarsi a un esperto qualificato!), ma per essere consapevoli e informati, questo sì. In ognuno di questi esempi, gratuitamente e da casa propria, si potrà dunque attingere a un sapere altamente qualificato in un rapporto quasi di uno a uno, cosa un tempo inimmaginabile. Ecco: essere attore di questo processo penso non abbia prezzo.
Siamo pienamente d’accordo! E a proposito di attori e spettatori: come possiamo noi, dall’esterno di questo processo, renderci utili al progetto?
Uscendo dal ruolo di semplici osservatori e facendone parte concretamente.
Attraverso la semplice divulgazione o la partecipazione indiretta. O anche soltanto facendo il tifo per noi. Perché la forza di questo progetto è rappresentato dal suo nome: EduOpen. Ovvero apertura ed educazione. Reciproca, continua e auto-generativa.
Grazie professor Minerva. Senz’altro parteciperemo attivamente a questa avventura appena iniziata che mostra fin da ora tutto il suo potenziale innovativo.


Eccoci qui, allora, alla fine dell’intervista. Da parte nostra, vi terremo costantemente aggiornati sugli sviluppi di questa impresa memorabile, che nel frattempo ha proseguito il suo corso. Ai primi di giugno, infatti, anche l’Università degli Studi di Milano Bicocca ha aderito al Network del Progetto EduOpen, e, sempre a metà del mese, si è tenuto a Reggio Emilia un incontro tecnico molto importante tra gli Instructional Designer, CINECA e Consorzio GARR, per definire le linee guida di progettazione e creazione dei corsi e dei percorsi formativi. In qualità di osservatori interessati c’erano anche gli atenei di Venezia Ca’ Foscari, di Urbino, di Trieste e del Politecnica delle Marche.
La “rete” sta insomma crescendo, e diventa giorno dopo giorno sempre più attiva.
Perché la “gratuità” – ben lontana dall’essere buonista o semplicemente volontaristica – ha un’ambizione altrettanto utile e pressoché sterminata: guardare al futuro anziché al presente, nell’idea di una reciprocità capace di passare ogni confine.
Così che quanto seminato oggi si possa raccogliere non solo domani, ma dopodomani, e dopo dopodomani. Qui e altrove. Esiste forse ambizione più grande della universalità? A presto dunque, su questi schermi. Anzi, sui vostri!
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approfondimenti

Contatti EduOpen

[highlight]Web[/highlight]
www.eduopen.it
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Data Mining

Il treno della predizione corre sulle nuvole, o meglio, sui CLOUDS.

[dropcap3]C[/dropcap3]osa, più di una nuvola, riporta al comune sentire in termini di leggerezza?
Alte, soffici e impalpabili, le nuvole rappresentano la sostanza e la forma di un concetto che, ai giorni nostri, assume un valore in più, del tutto inedito, che esploreremo insieme: quello dell’efficienza.
Alla leggerezza del resto – intesa come valore culturale, ancora prima che come keyword con cui marcare l’attualità – è dedicato il primo “memo” analizzata da Calvino nel suo capolavoro Lezioni americane. Leggerezza intesa innanzitutto come superamento del concetto di “peso”, senza nulla concedere alla superficialità, che è ben altra cosa.
La differenza tra le due possibili varianti del termine, come ricorda Calvino, sta infatti nella grazia con cui si riesce a gestire una faticosa incombenza, piuttosto che nel restare in una dimensione di superficie dell’essere. La leggerezza così intesa è intrecciata all’apparente naturalezza di un risultato frutto in verità di un sapere disposto ad arte, piuttosto che nella facilità del suo raggiungimento.
Come dire: se anche nel tagliare un determinato traguardo non c’è alcuna traccia dello sforzo occorso per arrivarvi, lo sforzo c’è stato, eccome. Solo che è stato capace di non appesantire il risultato finale, liberandolo anzi da ogni contingenza. E se esiste oggi, nel nostro orizzonte culturale e tecnologico, una metafora adatta per rappresentare questo stato delle cose, cosa, meglio di un Cloud?
Se tale accostamento può sembrare a un primo approccio quasi eretico, così non è. Non lo è se pensiamo innanzitutto allo sforzo – sia in termini di risorse che di energie – che accompagna ogni impresa tecnologica alla cui base c’è un’intuizione capace di elevarsi a strumento di azione e condivisione. Non lo è se ci confrontiamo poi con il risultato finale: l’interfaccia immediato con pressoché qualsiasi sistema o programma attraverso una semplice connessione internet.
La “filosofia” del Cloud – perché di questo, si tratta, ovvero di un approccio diverso al lavoro, e non soltanto di uno strumento d’uso comune – opera in un ambiente di assoluta leggerezza, rapidità e soprattutto, come anticipato, di efficienza.
Il Cloud, infatti, consente anche alle realtà economiche più piccole di farsi supportare da tecnologie innovative, permette l’utilizzo e la distribuzione di beni immateriali a distanza ed è in grado di generare lavoro anche in ambienti di mobilità, accelerando in potenza molti processi sia progettuali che operativi.
Un insieme di valori capaci dunque di tradursi, sotto la giusta guida, in un eccezionale motore di business che, in un momento di difficoltà economica e produttiva come l’attuale, non può non rivestire un carattere di assoluta preminenza.
Non a caso grandi colossi come Google, Microsoft e Amazon si stanno sempre più spostando su sistemi di Cloud Computing che, attraverso algoritmi dedicati, garantiscono alle aziende di elaborare strategie predittive per i business futuri.
Tali sistemi si intrecciano a doppio filo con i Big Data, arrivando ad elaborare modelli statistici che, in base ai dati già disponibili, sono in grado di anticipare possibili esiti futuri con un buon grado di probabilità.
È l’esempio di Amazon Machine Learning, lanciato da poco da Amazon, realizzato in modo tale che gli sviluppatori possano generare modelli predittivi su cloud basati sui propri dati, riuscendo così ad organizzare meglio le proprie strategie di azione.
O quello di Microsoft Azure, la piattaforma cloud di Microsoft: “una raccolta in continua crescita di servizi integrati per calcolo, archiviazione, dati, rete e app, che ti permettono di essere più veloce, più efficiente e di risparmiare denaro.”
In entrambi i casi – così come per quanto riguarda altri prodotti simili, seppure ognuno con le proprie caratteristiche – si tratta di strumenti che fanno della “leggerezza” il loro primo comandamento, rendendo semplice e immediato ciò che in realtà è frutto di una mole considerevole di competenze, invenzioni e saperi messi in campo e fatti interagire tra loro da una moltitudine di persone, ciascuno esperto nel proprio settore e con incarichi diversi.
In nome di un’efficienza un tempo non lontano davvero inimmaginabile. O meglio: impalpabile.

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Lupus in Fabula. Quando Cappuccetto Rosso è amica del lupo!

[dropcap3]L[/dropcap3]a storia del legame unico e particolare esistente tra cane lupo ed essere umano si perde nella notte dei tempi, ben prima di quel giorno in cui Cappuccetto Rosso si inoltrò imprudentemente nel bosco lasciando con il fiato sospeso generazioni di bambine e di bambini.
I primi casi di addomesticamento del cane a partire dal suo antenato lupo risalirebbero infatti a un periodo compreso tra i 18.800 e i 32.100 anni fa, da parte di popolazioni nomadi europee di cacciatori-raccoglitori. La prima testimonianza di un legame affettivo tra uomo e cane, tuttavia, si è riscontrata in un più recente periodo: circa 12.000 anni fa. E sarebbe limitante circoscrivere tale legame alla semplice e reciproca necessità di convivenza: nel sito archeologico di Ein Mallaha, in Israele, è stata portata alla luce una tomba di circa 12.000 anni che custodisce i resti di un uomo coricato su un fianco con un braccio proteso verso i resti di un cucciolo di cane.
L’esempio della tomba porta con sé la prova di quanto la domesticazione sia l’esito di un percorso biunivoco di legami affettivi particolarmente intensi, composti prima di tutto da uno scambio significativo di “sguardi”.
Padroni entrambi di un linguaggio non verbale che consente loro di comunicare, uomini e cani hanno saputo utilizzare proprio lo sguardo come canale universale per cogliere sia le intenzioni reciproche che le azioni conseguenti.
È il Messerli Research Institute di Vienna, con una recente ricerca pubblicata su Current Biology, che testimonia scientificamente come i cani siano in grado di “leggere” i volti umani, intuendone e memorizzandone le emozioni per poi essere pronti a reagire di volta in volta.
La forza intrinseca di un tale riconoscimento è deflagrante già a livello biologico: lo studio riportato dalla rivista Science e condotto dell’Azabu University di Sagamihara (Giappone) conferma che più si prolunga il contatto visivo fra cane e uomo, più aumenta il livello dell’ormone ossitocina, noto come “ormone dell’affetto”. Il fenomeno, non a caso, si scatena in entrambi, suggellando chimicamente lo stesso tipo di attaccamento che si produce tra una madre ed il figlio neonato, stavolta però travalicando i distinguo tra specie differenti, in un legame reso sempre più indissolubile nel tempo. Tutto si compie naturalmente e nel reciproco riconoscimento, necessario a due nature biologicamente diverse per comunicare pienamente tra loro, senza nulla togliere alle regole della domesticazione.
Accettarsi prima di tutto con lo sguardo, dunque, è ciò che consente e realizza il legame. E chissà che, una volta che Cappuccetto Rosso abbia cononosciuto meglio il lupo, non possano inoltrarsi insieme nel bosco, alla ricerca del Cacciatore. Con il benestare della nonna, chiaramente!
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approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
L’amicizia tra il cane  e l’uomo
Se sei felice il cane lo sa
Il cane lupo
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Il “diverso” è naturale: come Natura crea, ricrea.

[dropcap3]I[/dropcap3]l tema della diversità è oggetto di interesse che suscita reazioni opposte: dall’implacabile rifiuto alla curiosità intellettuale sino alla piena disponibilità all’inclusione.
La paura del diverso, in generale, è spesso conseguenza di un sé fragile, attento oltre misura a restare aderente al proprio simulacro per non perdere la propria identità. E quando ciò che risulta differente si avvicina troppo, il timore di una contaminazione, o – peggio ancora – di perdere il controllo sulla rassicurante consuetudine, può scatenare risposte imprevedibili.
Chi riconosce invece a se stesso un’identità definita e sicura di sé, si avvicina volentieri a ciò che non gli somiglia, e lo fa senza riserve. Il diverso è infatti intrinseco all’esistenza stessa ed è in primo luogo la Natura a testimoniarlo, nell’incessante processo di trasformazione di cui è capace.
Facciamo un esempio all’apparenza semplice, ma che in realtà non lo è, prendendo come riferimento una patata, più precisamente l’Ipomoea batatas, conosciuta come “patata dolce americana” o “batata”.
Questa radice tuberosa, originaria del Centro-Sud America e coltivata anche in Italia, già dall’aspetto è differente dalle altre, e custodisce questa sua peculiarità non come un problema, bensì come un segreto in grado di avvantaggiarla rispetto ad altre specie.
Un team di ricerca internazionale, infatti, ha individuato al suo interno alcune sequenze omologhe al DNA di Agrobacterium, un batterio normalmente patogeno per i vegetali in genere, ma non per lei. I dati raccolti sembrano confermare che – proprio grazie a uno scambio di geni avvenuto in natura migliaia di anni fa tra la Batata e il Batterio – le siano state conferite caratteristiche molto favorevoli dal punto di vista agricolo. Peculiarità che, nel corso della sua evoluzione, sono state selezionate e mantenute, facendo della patata dolce un vero e proprio OGM naturale.
Il processo di acquisizione di geni di altre specie, noto come “trasferimento orizzontale”, è del resto conosciuto da tempo ai ricercatori, ed è esemplare di quanto la capPatate & patateacità di trasformarsi in diverso da sé – grazie anche a contaminazioni genetiche – possa offrire più di un vantaggio in termini evolutivi.
Tra le specie “donatrici” di geni – anche nei confronti del regno animale –  compaiono sia batteri, che i virus e i funghi.
È il caso di un gruppo di geni caratteristici dei vertebrati (tra cui l’uomo), “donato” agli animali con molta probabilità da un fungo, e il cui prodotto è un enzima in grado di guidare la costruzione dell’acido ialuronico, componente principale della matrice extracellulare del derma a cui fornisce sostegno e volume, come ben sanno gli uomini e le donne alla ricerca dell’eterna giovinezza.
Anche in questo caso la selezione naturale ha scelto di modificare geni già esistenti adattandoli a un uso inedito piuttosto che creare qualcosa di nuovo dal nulla.
Perché il cambiamento – e dunque il passaggio attraverso livelli successivi di “diversità” – fa parte del concetto stesso di evoluzione di una specie, e accettare le differenze (di genere, di razza, di DNA…) rappresenta la pre-condizione di qualsiasi progresso. Naturale: né più, né meno, ma solo diverso.
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approfondimenti
[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
– Crisp A et al. Expression of multiple horizontally acquired genes is a hallmark of both vertebrate and invertebrate genomes. Genome Biol. 2015 Mar 13;16(1):50.
Pikaia
Il potere del sé

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Performance da 10 e lode!

Diamoci una mano. Quando un record garantisce un diritto.

[dropcap3]È[/dropcap3] pronta la prima mano robotica italiana, stampata in 3D. A progettarla è stato l’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) in collaborazione con l’Inail. La sua sperimentazione è già in atto, presso il Centro protesi dell’Inail a Budrio (Bologna).
Cos’altro aggiungere? La mano è così familiare, assodata e naturale da oscurare la sua stessa eccezionalità. Attraverso la presa, l’esplorazione sensoriale e la comunicazione non verbale è possibile dare attuazione a tutte le nostre intenzioni che, grazie alla straordinaria anatomia della mano, si sintetizzano e si compiono come per “magia”.
Parzialmente condiviso con altre specie, è il traguardo evolutivo raggiunto in particolare dalla mano dell’uomo che consente l’esecuzione di movimenti di notevole precisione: senza le mani, la nostra unicità di essere viventi si ridurrebbe soltanto a un proposito irrealizzato.
La mano porge e toglie, racconta, si allaccia ad altre mani o respinge con forza, sente, legge: da un punto di vista ingegneristico, un sistema tanto sofisticato e complesso eppure così sensibile rappresenta senza dubbio una sfida irresistibile, che è stata prontamente raccolta.
L’Italia vanta dunque un prototipo di mano robotica assolutamente innovativa: una protesi unica nel suo genere, tecnologicamente avanzata e in grado di riprodurre l’85% dell’attività di una mano naturale, che è stata realizzata in materiale plastico con alcune componenti metalliche attraverso tecnologie di costruzione additive tramite 3D-printing, risultando resistente e semplice da utilizzare anche grazie a un peso che non raggiunge il mezzo chilo.
Non a caso il professor Antonio Bicchi, direttore del centro ricerche “Piaggio” dell’Università di Pisa, che ha contribuito al progetto e alla sua realizzazione, sintetizza la definizione del prototipo della mano ottenuta con una serie di aggettivi illuminanti: robusta, leggera, flessibile.
Lo sforzo evidente di aderire il più possibile all’esempio umano si ritrova infatti nei dettagli: il modello robotico è privo di ingranaggi e costituito da falangi che ruotano una sull’altra, come accade nelle nostre articolazioni, connesse da un sistema di tendini e legamenti artificiali controllati da un unico motore. Una volta innestata come protesi, l’attività elettrica di superficie dei muscoli naturali residui dell’avambraccio viene registrata da elettrodi e trasmessa tramite un segnale, a sua volta analizzato da un’interfaccia elettronica, che comunica al motore della mano artificiale con risultati eccellenti.
La tecnologia messa a punto consente non solo l’esecuzione dei movimenti delle dita robotiche – come prendere o lasciare un oggetto – ma anche di regolare l’intensità della presa, più o meno energica in relazione alla pesantezza degli oggetti stessi. Il tutto a un costo assolutamente sostenibile: la mano, infatti, avrà il prezzo di uno scooter.
Al di là comunque di tutto, resta il valore assoluto veicolato da questo specifico prototipo: restituire il diritto a un primato evolutivo conquistato. E nella condivisione di tale valore la ricerca non si ferma, puntando a riprodurre le sensazioni tattili per la mano robotica, restituite grazie ad accelerometri sulla punta delle dita in grado di inviare vibrazioni diverse in base alla consistenza della superficie toccata.
Possibile riappropriarsi, per chi ne sia stato privato, della sensazione unica di accarezzare qualcuno? Risponderà il futuro, mentre il presente ci obbliga a provarci.
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Ansa

Festival della Scienza
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– Corriere.it

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