[dropcap3]V[/dropcap3]edo, dunque sono. I Big Data alla prova della visibilità.
Cosa intendiamo, innanzitutto, per visibilità? Si tratta di un termine la cui origine rimanda immediatamente a ciò che è visibile, e che dunque in qualche modo si manifesta.
Nei nostri due articoli precedenti sul tema della visualizzazione, “Big Data Vision: Ultra, Extra, Large, Medium, Small… Invisible!” e “Se la bellezza è negli occhi di chi guarda… anche i Big Data raccontano l’Arte”, abbiamo parlato di visualizzazione dei dati, pur sotto aspetti differenti, iniziando a mettere a fuoco come, attraverso simboli, icone e metafore, concetti o informazioni all’apparenza impalpabili (se non del tutto incomprensibili) possano essere invece visti, o meglio mostrati, in tutto il loro significato, seppure complesso.
Il tema della visibilità – lo abbiamo sperimentato direttamente – è stato del resto anche il leitmotiv sotto traccia del blog 6memes: nel nostro report annuale “Visibilità, originalità e semplicità: ecco i numeri di “6memes”, il nuovo blog del divenire”, infatti, è stato proprio questo, tra i sei tag “calviniani” proposti, a trovarsi in pole position, seguito non a caso dal concetto di “coerenza”.
Vediamo ora insieme come la necessità di rendere visibile ciò che in prima istanza non lo è – sia che si tratti di dati, numeri o concetti – è più che mai attuale, innanzitutto per conoscere meglio denotazioni e connnotazioni della realtà, in secondo luogo per diffonderne le implicazioni e infine per fare di tali dati finalmente “visibili” il punto di partenza per nuove inferenze.
L’attualità del topic nasce dalla contingenza e dallo stato dell’arte dell’innovazione, come bene illustrato nell’articolo riportato da Luca De Biase “Ci possiamo capire qualcosa? Dirk Helbing: la crescita esponenziale di tutto aumenta la complessità” in cui si sottolinea come “la dinamica della conoscenza umana è meno veloce dell’innovazione tecnologica e delle sue conseguenze sul conoscibile.”
Da qui la necessità di rendere più accessibili, e quindi visibili, argomenti, scoperte, coincidenze e modelli che altrimenti sarebbero offuscati dall’opacità in cui sono immersi.
E se oltreoceano tale evidenza è già non solo operativa, ma in fase di diffusione e utilizzo di massa secondo standard e linee guida già messe a fuoco, come illustrato in questo articolo e in questo post, che individua una lista che raccoglie i migliori dieci tools per la visualizzazione dei dati, anche in Italia si muovono passi decisivi in questa direzione.
Citiamo ad esempio il corso formativo “L’estetica dei flussi: Open e Big Data Visualization”, che “affronta la complessa tematica degli open e big data e i processi necessari per renderli fruibili attraverso la loro visualizzazione” perché “la visualizzazione’ dei dati e delle informazioni è la nuova frontiera per il design della comunicazione visiva e le attività artistico-creative” e che, come approfondimento al suo programma, invita a seguire i link:
– armsglobe.chromeexperiments.com
– drones.pitchinteractive.com
– maulik-kamdar.com
e i numerosi articoli che piattaforme specializzate – e non solo – iniziano a diffondere sul tema.
[bctt tweet=”Complessità e visibilità: la visualizzazione dei dati come nuova forma di conoscenza.” username=”MapsGroup”]
Data la materia, così articolata e composita alla partenza, è tuttavia evidente che non tutti gli strumenti di visualizzazione sono in grado di mettere in forma d’immagine argomenti e informazioni così complessi o criptici.
Quello che occorre fare, infatti, è un’opera di traduzione vera e proprio, così da far “parlare i dati”, ovvero renderli immediatamente percepibili e comprensibili, seppure trasformati nella loro materia espressiva.
E questo non può avvenire senza utilizzare vere e proprie tecnologie comunicative, ovvero strumenti del linguaggio capaci di creare scorciatoie di pensiero tra aree divergenti, sovrapposte o intersecate. Parliamo infatti di icone, simboli, diagrammi e metafore.
Nel ricordare la celebre citazione di Deleuze: “Il diagramma è una macchina per pensare“, ci avviciniamo quindi alle varie forme che possono prendere tali dati opportunamente elaborati, con un breve, non certo esaustivo, elenco.
Quelli che più si prestano a tale opera di traduzione sembrano essere – almeno sino ad oggi – innanzitutto diagrammi e grafici in varie forme, ma anche mappe mentali e infografiche, e infine slide e video.
Ogni strumento possiede infatti alcune tipiche caratteristiche d’uso, ed è capace di connotare i dati rappresentati secondo precise convenzioni e metafore espressive. Se ad esempio un diagramma circolare (a torta, per intenderci) ha una funzione di evidenza che possiamo definire meramente comparativa, mettendo in relazione e a confronto più dati tra loro, riferiti a un “tutto” di cui fanno parte, gli istogrammi hanno un approccio più, diciamo così, competitivo, disponendosi in verticale e quindi raggiungendo, o meno, performance di estensione.
In diverso modo operano le mappe mentali o le infografiche, collocando i dati in uno scenario consecutivo, creando costruzioni rappresentative più articolate da un lato, ma anche più agevolanti per il lettore da un altro, realizzando vere e proprie narrazioni che lo accompagnano nel decifrare il “testo” illustrato.
I grafi così rappresentati, se resi applicativi, possono a loro volta interagire più o meno attivamente coi propri interlocutori, essere interpellati, modificati dal’interno, e rilasciare altri “risultati in forma di immagine” in pratica on demand, in modo da rendere sempre più specifica la visualizzazione in una sorta di mise en abyme potenzialmente illimitata.
Perché – e con questo chiudiamo il cerchio del nostro articolo – ogni messa in evidenza di realtà (e ogni dato è senza dubbio un punto di vista sull’esistente, seppur particolare) non è solo il punto di arrivo di un’opera di traduzione, ascolto, vista o lettura, ma è soprattutto l’inizio di una successiva interpretazione. Una soglia, insomma, che solo la “visibilità” è in grado di far percepire come tale, per essere, per l’appunto, oltrepassata.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.etimo.it
blog.debiase.com
www.sas.com
www.informationweek.com
www.millepiani.eu
armsglobe.chromeexperiments.com
drones.pitchianteractive.com
maulik-kamdar.com
support.google.com
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Autore: Cabiria
[dropcap3]L[/dropcap3]a scolarizzazione e la formazione sono fattori sociali di cruciale importanza per lo sviluppo di un Paese. Quando l’Italia fu finalmente una sola nazione, non a caso, uno dei primi problemi da porsi fu quello dell’unificazione culturale e linguistica, su cui pesava un drammatico livello di analfabetismo e che fu affrontata anche sui banchi di scuola.
Oggi siamo di fronte a nuove esigenze di alfabetizzazione. Non si tratta più di diffondere l’italiano lingua nazionale, ma il tema è di nuovo di importanza storica. Affrontiamo così un nuovo capitolo della nostra rubrica su innovazione e società, occupandoci di alfabetizzazione digitale diffusa, come chiave per concretizzare le opportunità di un’innovazione che “viaggia” attraverso Big Data e Open Data, sulla Rete e i Social Media.
Acquisire competenze digitali a diverso livello e con obiettivi molteplici (in uno scenario, quello italiano, sia detto per inciso, in cui molta strada resta da percorrere), è questione che interessa tutte le generazioni e coinvolge tanto la cosiddetta formazione continua degli adulti, che la scolarizzazione primaria e secondaria, fino ai percorsi accademici e specialistici.
E la crucialità dell’argomento sta anche nella sua duplice facciata. C’è un primo obiettivo che uno Stato sempre si pone di fronte alle proprie politiche scolastiche e formative: quello di agevolare il raggiungimento di standard produttivi ed economici che lo rendano competitivo sullo scenario mondiale. Ma, a fianco di questo fattore per così dire utilitaristico, ce n’è un altro che dovrebbe stare a cuore a ognuno. Come leggere e scrivere sono storicamente stati un passaporto di libertà, quanto meno morale, così oggigiorno saper almeno gestire la propria ineluttabile vita digitale significa essere consapevoli dei meccanismi in cui ci si trova immersi. Ad esempio in qualità di consumatori, tanto per dirne una.
[bctt tweet=”Sapere, saper fare e condividere…” username=”MapsGroup”]
Ecco allora che la questione non è limitata all’acquisizione di competenze tecniche, ma diventa più latamente culturale. Tanto che lo stesso Ministro dell’Istruzione Giannini, nel presentare il rapporto del gruppo di lavoro del Miur sui Big Data, ha parlato di “specializzazione e diffusione della cultura dei big data” e di “cultura del dato” (su cui si veda anche questo interessante spunto).
Una cultura del dato da promuovere in ogni ordine scolastico, dall’insegnamento di data science nelle Università, fino al coding insegnato a scuola.
Anche ai più piccoli, per una precoce familiarità con il pensiero computazionale, come suggerisce ad esempio un’iniziativa dello stesso MIUR in collaborazione con CINI Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica: Programma il Futuro è una piattaforma che offre, a insegnanti e scuole, strumenti e percorsi per la diffusione del coding, partendo dall’assunto che “per essere culturalmente preparato a qualunque lavoro uno studente di adesso vorrà fare da grande è indispensabile […] una comprensione dei concetti di base dell’informatica” e sottolineando “la necessità di avviare un’azione fondamentale per la crescita culturale e lo sviluppo della società italiana”.
Sempre nel quadro della promozione di una scuola digitale, si colloca anche la neonata figura dell’animatore digitale, una sorta di promotore dell’innovazione nell’apprendimento scolastico, di cui in questo articolo si racconta un’esperienza individuale controversa, ma interessante per comprendere la complessità dello scenario, tra slanci e ostacoli di un sistema a macchie di leopardo, in cui occorre liberarsi dei vecchi preconcetti per aprirsi al nuovo, all’insegna di condivisione e mentalità open, dove il concetto di apertura si può intendere in modi diversi. Non solo promuovendo la cultura degli open data a scuola e nel sistema scolastico, ma anche attraverso esperienze di una scuola diffusa e aperta, anche al di fuori dei circuiti istituzionali. È questo il caso recente della Scuola Open Source avviata a Bari che programmaticamente si ispira alla scuola Bauhaus e al movimento Roycroft, per una nuova alleanza tra cultura e tecnologia al servizio di tutti, e quello delle reti dei Makers e dei FabLab.
Sapere, saper fare e condividere, insomma, perché bambini e giovani di oggi siano protagonisti attivi della società di domani.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
ischool.startupitalia.eu
next.insem.it
www.ilfattoquotidiano.it
www.chefuturo.it
[/boxed_content]
[dropcap3]P[/dropcap3]rima di inoltrarci tra i meandri – o meglio, tra gli scaffali – di quel giacimento di saperi, significati e significanti catalogati e pronti all’uso rappresentato dal concetto di “biblioteca”, ci piace ricordare le parole di Sir James Matthew Barrie, l’immaginifico autore di Peter Pan: “C’è un’Isola-che-non-c’è per ogni bambino, e sono tutte differenti”.
Tale poetico punto di vista sulla singolarità di ciascuno rispetto alla capacità di immaginazione, vale infatti in maniera più prosaica, ma non per questo meno incisiva, per ogni altra attività che coinvolga gli aspetti percettivi e conoscitivi di ognuno di noi, ovunque siamo e a qualunque età, rispetto a ogni fonte (o frutto) della coscienza, della conoscenza e del sapere.
Non c’è infatti alcun “significante” che rimandi a un unico “significato”, ma ogni lettore, ascoltatore o spettatore cambia radicalmente, interpretandolo a proprio modo, ciascuno scritto, suono, immagine o fantasia.
Ogni testo, infatti – soprattutto nella sua accezione semiotica, ma non solo – una volta assimilato, assume un significato, un senso e un’eco diversi e irripetibili in base a chi lo ha avuto “tra le mani” o al centro dei propri pensieri.
Lo stesso accade ogni volta in cui tale atto di fruizione si ripete, anche da parte dello stesso soggetto nei confronti del medesimo oggetto. E qui la riflessione si fa “vertiginosa”: a chi non è mai capitato, ad esempio, di rileggere un libro o rivedere un film dopo un certo periodo di tempo e ricavarne impressioni non solo differenti, ma addirittura diametralmente opposte, in base al diverso vissuto maturato nel frattempo o alle differenti esperienze attraversate?
E se dunque non è possibile, nemmeno in linea astratta, rimandare a precise e univoche unità di senso date una volta per tutte, figuriamoci se è possibile anche solo immaginare nella concretezza una “biblioteca delle biblioteche” – ovvero una biblioteca universale, identificando in tale costruzione linguistica un luogo custode e depositario del sapere. Nemmeno facendo uso di sistemi complessi e tecnologie convergenti.
Tale discorso non è del resto nuovo: lo stesso Umberto Eco – che ha dato l’incipit a questa serie di articoli sul tema “apocalittici o integrati”, rispetto alla cultura in generale e all’editoria in particolare – ha affrontato in maniera esaustiva il problema della catalogazione del sapere, individuando nella “Vertigine della lista” la natura intrinsecamente illimitata, dal punto di vista rappresentativo, di ogni forma di catalogazione, che, in sé, “suggerisce quasi fisicamente l’infinito, perché di fatto esso non finisce, non si conclude in forma”. Da ciò deriva il fatto che ogni tentativo di lista o catalogo universale della conoscenza possa produrre – e indurre – vertigine.
Fu del resto un altro genio del pensiero, Jorge Luis Borges, a ricordarci che “c’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, il cui limitato impero è l’Etica; parlo dell’Infinito”.
[bctt tweet=”Come non esiste una sola “isola che non c’è” così non esiste una sola biblioteca universale.” username=”MapsGroup”]
Rispondiamo così in maniera netta e definitiva alla domanda iniziale e all’apparenza retorica del nostro articolo. No: così come non esiste nessuna isola-che-non-c’è che sia uguale a un’altra, così il sapere – o almeno i medium comunicativi che lo contengono e ne dispiegano il senso – è per sua natura talmente complesso e mutevole che, almeno per ora, non c’è una “gabbia” sufficientemente ampia e strutturata capace di contenerlo e rappresentarlo in maniera univoca e definitiva, proprio per la sua natura mutevole, camaleontica e sfuggente.
Non che la tentazione di edificare il perimetro di un tale luogo non sia mai esistita: anzi, sono tantissimi, nei millenni, i tentativi in questo senso. A partire dalla favolosa Biblioteca di Alessandria, depredata e distrutta in più occasioni.
Di certo da almeno due decenni, e forse più, anche le nuove tecnologie – forti di una capacità di assimilazione e strutturazione di quantità smisurate di dati mai vista prima – hanno dunque prodotto e riprodotto tale tentativo.
E se l’universo bibliografico del libro a stampa veniva interrogato già dagli anni ’60 tramite “il migliore strumento di intermediazione fino ad allora inventato: il catalogo, ovvero un linguaggio di interrogazione ormai evoluto e dotato di vocabolario, semantica e sintassi proprie.”, lo stesso è accaduto per il digitale, come illustrato in maniera davvero completa in questo articolo di Fabio Di Giammarco dal titolo “Dal MARC a BIBFRAME: la lunga marcia delle biblioteche per integrarsi nel Web”.
Secondo tale studio il processo di digitalizzazione e organizzazione del sapere in formato digitale inizia dai primi anni del 2000, in “una storia con quattro protagonisti: il catalogo delle biblioteche, i formati MARC e BIBFRAME, il Web. Possiamo farla iniziare nel 2002, quando il bibliotecario-tecnologo Roy Tennant pubblica il famoso articolo: ‘Marc Must Die’. Da quel momento, per il mondo delle biblioteche è chiaro che qualcosa sta davvero cambiando: con l’inizio del XXI secolo la rivoluzione del nuovo sistema dell’informazione globale lambisce ormai anche il piccolo periferico spazio chiuso del catalogo bibliografico.”
E nemmeno un gigante come quello partorito da Google, il quasi omonimo Google Books, che si auto definisce “il più grande indice di testi integrali mai esistito“, vi è a tutt’oggi riuscito, ma ha anzi dovuto almeno per ora rettificare il suo obiettivo iniziale (anche per motivi pragmatici e contingenti) spostando il suo target “dalla “biblioteca universale” alla computabilità dei libri digitalizzati – che hanno (comunque) superato i 25 milioni – per lo sviluppo di applicazioni di searchable inside e intelligenza artificiale.”
Il tentativo di conquista di una possibile “Biblioteca delle biblioteche”, comunque, è soltanto iniziato. E prosegue con una virata verso l’aspetto “semantico” del linguaggio, l’unico che, anche per noi uomini, sembra possedere almeno alcune chiavi di interpellazione e comprensione del sapere.
Ora, infatti, “Si tratta anche per le biblioteche – con l’aiuto di BIBFRAME – di percorrere la strada indicata da Tim Berners-Lee, ovvero: ‘a web of things in the world, described by data on the web’. Vale a dire, entrare ‘in una rete di cose presenti nel mondo, descritta nel web tramite dati’. ‘Cose del mondo’ collegate ad altre ‘cose del mondo’, nella fattispecie descrizioni bibliografiche collegate ad altre entità così da arricchire reciprocamente le informazioni ottenute.”
E se la digitalizzazione del sapere procede a gran velocità in tutti fronti della conoscenza (come già affrontato da 6memes in questo articolo), questo – dal punto di vista della “concentrazione” – non fa che aumentare e accrescere la necessità di reti e relazioni che interfaccino le varie biblioteche, o meglio cataloghi, proseguendo nella “vertiginosa” realizzazione di costruzioni in abisso e strutture a rizoma in cui, a ciascuna nuova connessione, relazione, scorciatoia e strada panoramica, si amplierà fatalmente il divario tra conosciuto e conoscibile.
Perché nessuna Biblioteca, nemmeno futuribile, con tutta probabilità, sarà mai in grado di contenere e semplificare il sapere, così come non esiste una sola isola-che-non-c’è, ma ci sono di certo arcipelaghi interi di sapere e immaginazione di cui cercare, e descrivere, le coordinate.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.culturadigitale.it
archivio.panorama.it
www.liceoberchet.it
[/boxed_content]
[dropcap3]U[/dropcap3]n viaggio nel mondo delle cure mediche. È quello che abbiamo compiuto con la rubrica su malattia e medicina viste attraverso le lenti del tempo, della variabilità culturale, oltre che della distanza geografica.
Abbiamo esplorato il concetto di male e di dolore, cercando di mettere a fuoco la relatività del concetto stesso di malattia a seconda del punto di vista. E abbiamo affrontato la malattia nei suoi aspetti sociali, quando ha coinvolto, nella storia e anche oggi, intere comunità, investendone i valori e provocando talvolta anche profondi sconvolgimenti demografici, economici ed etici.
Poiché la cura della malattia è profondamente legata a fattori culturali, ci siamo soffermati a considerare una panoramica delle cosiddette medicine alternative e complementari. E abbiamo affrontato, con la cautela del caso, anche la sofferenza della mente e gli approcci alla sua cura.
Da ultimo abbiamo considerato come l’uomo appartenga a un complesso sistema naturale di cui sono parte anche gli animali, che talvolta condividono il destino dell’uomo o vi interferiscono inconsapevolmente, quando si verificano casi di zoonosi all’origine di temibili malattie infettive, di portata epidemica e pandemica.
Ne abbiamo ricavato un quadro complessivo che conferma l’articolazione del tema di malattia e cura, appunto per la molteplicità dei piani che investe, da quello individuale, attraverso quello sociale e culturale, per approdare alle scelte di indirizzo politico e legislativo.
Per concludere questo nostro approfondimento su malattia e cura, e sulla loro portata storica, oltre che culturale e sociale, rivolgiamo ora la nostra attenzione non più al passato e all’altrove, ma gettiamo uno sguardo al di là dell’orizzonte, per vedere cosa ci riserva il futuro della medicina occidentale.
A inizio anno 2016, la rivista PharmaVoice ha enucleato le principali tendenze della medicina per l’anno in corso, che si candidano anche a essere più in generale linee di sviluppo di un prossimo futuro.
Tra queste, il concetto di new health economy, ovvero di un nuovo sistema di domanda e offerta sanitaria, in cui l’elemento radicalmente nuovo è il ruolo attivo del paziente. Come consumatore si informa e prende parte alle decisioni che lo riguardano; è coinvolto in una gestione tecnologica della salute ed è disponibile a impiegare le sue risorse economiche per benessere e cure.
[bctt tweet=”Il malato assume un ruolo consapevole e informato, cruciale e centrale nel processo di cura. ” username=”MapsGroup”]
Tale tendenza generale è coerente con altri trend enunciati, come la medicina di precisione: attraverso i big data e le branche di studio e ricerca afferenti alla genomica, l’obiettivo è quello di dar forma a protocolli di cura sempre più sicuri e affidabili, incentrati sul singolo paziente e sulla manifestazione “relativa” della malattia.
Il nuovo protagonismo del paziente di cui abbiamo parlato, definito patient empowerment, si rivela anche in questo ambito: il malato assume un ruolo consapevole e informato, cruciale e centrale nel processo di cura.
E questo è possibile anche grazie alla tecnologia: il paziente esplora la Rete per ricavarne informazioni di natura medica e sanitaria, partecipa alla gestione della sua storia clinica attraverso la cosiddetta sanità digitale, usufruendo anche di soluzioni di mobile health per monitorare il suo stato di salute e per gestire le attività connesse al suo benessere.
Dal canto loro, le strutture sanitarie e i decisori politici possono usufruire di una mole mai avuta prima di dati, e – come nel caso di Clinika di Maps Group, il motore di ricerca semantico dei dati clinici – possono dotarsi di nuovi strumenti analitici e predittivi in grado di analizzarli e utilizzarli. Grazie a tali strumenti, infatti, i dati raccolti possono trasformarsi in informazioni strutturate con cui pianificare l’offerta sanitaria, razionalizzarne la gestione, contribuire alla ricerca scientifica e favorirne la condivisione tra tutti i soggetti coinvolti.
L’opportunità è reale, la sfida lo è altrettanto perché chiama in causa – proprio per la complessità di cui abbiamo detto – una decisa e programmatica scelta di campo, non scevra da problemi e nodi di ordine etico da sciogliere.
[dropcap3]Q[/dropcap3]uando siamo partiti per questo articolo eravamo dubbiosi: “troveremo fonti, materiali, ispirazioni che legano arte, bellezza, cultura e Big Data?” La sorpresa è stata grande, e la vogliamo trasmettere ai nostri lettori.
Sembra proprio che l’arte, quella con la A maiuscola, si stia iniziando a interessare dell’argomento Big Data, mettendo il naso anche in questo settore all’apparenza asettico e privo di fantasia. Le iniziative che ibridano creatività e dati sono difatti innumerevoli e davvero sorprendenti. Ve ne raccontiamo qualcuna.
La prima riguarda la Data Visualization – a cui dedicheremo un prossimo articolo e che abbiamo già introdotto con il concetto di Visione – che viene identificata come “una nuova disciplina a cavallo tra l’arte e la statistica che semplifica la comunicazione di informazioni complesse”.
Riportiamo alcuni link ulteriori dell’articolo perché possiate farvi un’idea diretta di questa forma impegnata di arte, in cui si mostrano e dimostrano flussi di popolazione, statistiche sulle vittime di guerra dei droni sino ai luoghi dove sono caduti meteoriti (suddivise addirittura per tipologie) dal 1800 a oggi.
[bctt tweet=”L’arte con la A maiuscola si stia iniziando a interessare dell’argomento Big Data.” username=”MapsGroup”]Un’altra opera che vogliamo citare è un’installazione, “Persona Non Data”, che promette di rendere visibile proprio la questione significativa dei Dati, visti come: “non il semplice assunto delle nostre tracce digitali, ma la loro varietà e la capacità che queste informazioni hanno di coesistere tra loro (…)”.
Per non parlare di loro, i MUSEI, i luoghi principi deputati a conservarle e mostrarle al mondo, le opere d’arte. Ebbene: anch’essi utilizzano i dati per organizzare mostre, visite, servizi, come raccontato qui seppure in tono parzialmente polemico.
Ed è recentissima (aprile 2016), la pubblicazione dell’Atlante degli archivi fotografici e audiovisivi italiani digitalizzati, che “scheda per la prima volta il patrimonio mediale storico italiano già digitalizzato o in corso di digitalizzazione sino al dicembre 2014.”
Ma uno dei primi a parlare in qualche modo di questo fenomeno fu proprio Lev Manovich, ne Il Linguaggio dei Nuovi Media, in cui traccia le origini comuni di ogni forma di comunicazione, dai suoi albori all’avvento del digitale.
Già dalle sue prime pubblicazioni, infatti, si intravede un minimo comun denominatore tra tecnica e creatività.
Qual è dunque la massima che possiamo trarre da queste considerazioni? Che se l’arte è ciò che dà un nome a quello che prima non lo aveva, mettendone in luce forma e sostanza, allora anche i Dati sono in grado di farlo. Perché, come cita il celebre proverbio la “bellezza è negli occhi di chi guarda”, appunto. E nelle domande che uno si pone, aggiungiamo noi.
[dropcap3]L'[/dropcap3]estate è l’occasione per ritrovare un contatto più diretto con la natura dopo i lunghi mesi invernali. Ma, come abbiamo visto in un precedente articolo, lo spostamento di tante persone e la loro concentrazione in determinate località, può rappresentare un carico insostenibile per l’ambiente, ed essere all’origine di gravi problemi di inquinamento. Allora è forse proprio questa in cui ci troviamo, la stagione per dedicare un po’ più di tempo a valutare i nostri comportamenti e il loro effetto sulla natura che ci circonda.
Così hanno pensato proprio a questo i promotori della campagna “La raccolta differenziata non va in vacanza”, voluta da Comieco, il Consorzio Nazionale Recupero e Riciclo degli Imballaggi a base Cellulosica. Siete in vacanza o siete appena tornati? Avete tempo fino al 31 agosto per segnalare a Comieco una località che si è rivelata particolarmente ben organizzata nella raccolta differenziata. Al concorso si accompagnano tanti consigli per buone pratiche di riciclo della carta: da cosa non si può riciclare, come scontrini e carte oleose, a cosa effettivamente gettare nel contenitore della carta (no, le puntine, gli adesivi e il cellophane delle riviste, proprio non ci vanno! ☺). Ma anche come riutilizzare la carta, magari per farne dei ventagli nelle calde serate di agosto e settembre, o per abbellire balconi e giardini fino a che non sopraggiunga l’autunno.
E forse si potrebbe prendere ad esempio proprio una delle tante mete vacanziere italiane, l’Alto Adige che si candida a modello nella gestione dei rifiuti, con località che hanno raggiunto fino all’80% di raccolta differenziata. Ma dove si punta prima di tutto a evitare i rifiuti, ad esempio sensibilizzando i cittadini a privilegiare prodotti dove l’imballaggio sia minimo oppure riutilizzabile, come ci illustra questo articolo.
[bctt tweet=”La Natura non va mai in vacanza, e quando si è via da casa, come al ritorno, occorre ricordarlo! ” username=”MapsGroup”]
Se invece siete già a casa e le vacanze sono un ricordo lontano, allora per voi è tempo di buoni propositi per ripartire con il piede giusto anche in ambito green, all’insegna delle 4 R dei rifiuti: riduci (meno rifiuti, per contenere il problema alla fonte), riutilizza (ovvero non sprecare), ricicla (applica correttamente la raccolta differenziata) e recupera (per “allungare” la vita degli oggetti).
Potreste anche approfittarne per riorganizzare gli spazi della vostra casa per una raccolta differenziata più agevole ed efficace. Consigli e idee creative per gestire spazi e contenitori si sprecano sul web. Molti sono i contenitori utilizzabili e i consigli per fare la raccolta differenziata senza sacrificare la bellezza dei nostri spazi domestici. E se avete dei dubbi su come riciclare, questo video di Altroconsumo spiega come non commettere gli errori più frequenti.
Ci sarà però qualche fortunato che ancora non ha vissuto appieno la sua estate e non si è concesso le meritate vacanze. Per loro chiudiamo il nostro articolo affrontando una forma indiretta di riciclo, che non riguarda direttamente i rifiuti, ma che ha effetti benefici sull’ambiente perché riduce gli sprechi e limita le cause di inquinamento. Si tratta dei vari modi in cui fare sharing in vacanza. In questo articolo di Wired si immagina un ipotetico turista italiano che ha fatto tutta, ma proprio tutta, la sua vacanza semplicemente dividendo con gli altri: auto, posti parcheggio, cura degli animali domestici, barca a vela, e chi più ne ha più ne metta. Oggi infatti il concetto di riuso e la filosofia di vita, oltre che economica, che lo sottende, si applicano anche a tutte quelle forme di condivisione che vedono moltiplicare sul web piattaforme e app per utilizzare razionalmente le risorse e non sprecare.
Allora, che siate in vacanza, che dobbiate ancora andarci o che – ahimè – siate già tornati, non dimenticate le buone pratiche ambientali e anti-spreco!
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.today.it
www.corrieredellosport.it
[/boxed_content]
[dropcap3]P[/dropcap3]arlare di OTA (Online Travel Agencies) e Big Data vuol dire entrare in un argomento per certi versi positivo e per altri critico che riguarda il settore del turismo, come accade per quelle medaglie a due facce che, pur essendo l’una specchio dell’altra, raffigurano al rovescio elementi tra loro conflittuali.
Se infatti da un lato queste agenzie online consentono al turista di scegliere tra tantissime strutture, confrontandole tra loro, dall’altro ne “cancellano” di fatto altrettante, ovvero quelle che – per motivi diversi – non sono presenti nelle pagine dei loro siti.
Questo, in nome di una grande capacità di penetrazione nel mercato online, spesso grazie a ingenti investimenti cross-mediatici, e con il rischio di un vero e proprio monopolio comunicativo a scapito di molti stakeholder del settore.
In ambito turistico, un primo epocale passaggio nel rapporto tra il viaggiatore e la sua meta di destinazione è stato quello della “disintermediazione”, ottenuta grazie a internet. Le agenzie di viaggio ne hanno a suo tempo fatto le spese, ma per un certo periodo gli utenti, semplicemente navigando su internet, hanno “incontrato” siti web che promuovevano la propria struttura ricettiva con foto ammiccanti e pagine vetrina in grado di attirare direttamente l’attenzione.
Tali “contatti” facevano capo a una telefonata o una mail inviata direttamente al gestore per chiedere la disponibilità di una o più stanze, facilitando così il rapporto uno a uno tra fornitore di servizi e consumatore, altrimenti detto “B2C”.
Interazione privilegiata, questa, che è durata poco tempo.
[bctt tweet=”La presunta disintermediazione tra turisti e strutture ricettive si è già eclissata da molto.” username=”MapsGroup”]
Quasi da subito infatti sono nati portali e portalini che si sono messi in mezzo tra i due attori protagonisti, seppure in maniera discreta. A questi si aggiungevano i siti di recensioni – tra tutti Tripadvisor e Trivago – in grado di fornire ai naviganti anche le valutazioni degli ospiti (vere o presunte vere che fossero).
Nello stesso tempo, iniziarono a fiorire altri siti ancor più strutturati che consentivano la prenotazione diretta online delle strutture: Venere.com, Booking.com, Expedia e via così.
Tutto ciò per dire che la presunta disintermediazione tra turisti e strutture ricettive si è già eclissata da molto, spostandone a prima vista gli oneri tutti a carico dei gestori (che pagano una salata commissione sulle prenotazioni). Oneri che però, una volta usciti dalla porta, rientrano dalla finestra dei turisti, con un inevitabile rincaro dei prezzi.
Oggi gli scenari stanno per cambiare ancora una volta grazie ai Big Data.
Come descritto in questo articolo e in quest’altro, i dati raccolti dalle OTA – e non solo – si stanno sedimentando, filtrando e confrontando in maniera da creare modelli predittivi in grado di “consigliarci” sui nostri comportamenti d’acquisto anche in questo settore, come già accade in altri campi, ad esempio l’editoria e la musica, solo per citarne un paio.
Una domanda allora, come si diceva un tempo, sorge spontanea: Chi beneficerà alla fine di tutto ciò? I big dell’industria del turismo, senza dubbio, come illustrato in questo interessante rapporto pubblicato sul sito di Amadeus.
Non certo i titolari di piccole strutture ricettive, ai quali non resterà probabilmente altro che raggrupparsi e consorziarsi, pena il rischio di chiusura, così come è già accaduto nel settore del commercio.
Una (non piccola) isola attuale in questo panorama, che non possiamo non citare, è tuttavia rappresentata da AirBnB che, non a caso, sta diventando sempre più conosciuto e utilizzato.
Ma, a parte le eccezioni esistenti, come fare, per recuperare un rapporto diretto e reale, caldo e personalizzato, tra noi e la nostra agognata meta? Ad oggi sembrano i social, gestiti a volte ancora dai titolari delle strutture, a consentire una reale disintermediazione tra turista e struttura ricettiva, ma è probabile che i Data Lake invadano prima o poi in maniera definitiva anche quest’orizzonte, grazie alla capacità – a monte – degli algoritmi delle stesse piattaforme di filtrare “domanda” e “offerta” del mercato turistico in base al cosiddetto stile di vita attraverso lo studio, l’analisi e il trattamento delle scelte precedenti degli utenti.
Così che tutti ovunque ci “diranno” dove andare, quando, come e magari con chi.
Come potremo fare, per mantenere un po’ di imprevedibilità e accontentare il nostro sacrosanto desiderio di avventura? In un modo solo, come una volta: prendendo un mappamondo, facendolo girare e poi, col dito puntato e gli occhi chiusi, fermarlo e scegliere la meta. Ecco, così la nostra scelta sarà di sicuro libera. Magari un po’ azzardata???
PS: per gli interessati direttamente al settore del turismo, consigliamo la lettura di questo articolo di Francesco Russo sul Blog www.briowe.eu che propone un’interessante panoramica sulle strategie di marketing possibili per le strutture ricettive, alternative o complementari agli investimenti nelle cosiddette OTA. Da non perdere!
[dropcap3]A[/dropcap3]ll’interno della nostra indagine sugli effetti dell’innovazione sulla società – dopo aver parlato di “Reti e infrastrutture” e “Agenzie di socializzazione” – ci occupiamo ora dell’area “Benessere e salute”.
Un tema che si presenta quanto mai vasto. Nella definizione di benessere che ci propone Wikipedia, troviamo in particolare quella dell’OMS, che recita: “lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società”.
È chiaro che il benessere delle persone, inteso in senso sociale, dipende da molti fattori, che potremmo anche generalizzare con un’altra espressione molto utilizzata, “qualità della vita”, su cui convergono temi come lo stato dell’ambiente, dei servizi, le opportunità di lavoro, le disponibilità economiche, l’offerta culturale, il tempo di cui si dispone per dedicarsi a sé e agli altri.
Ma c’è un elemento senza il quale nessun altro avrebbe il medesimo valore, come ricordano i vecchi adagi “Basta la salute”, “Quando c’è la salute c’è tutto” e così via… Saranno, questi, anche repertori retorici ma, come tali, sono portatori di verità pure e semplici.
Una recente ricerca di Deloitte, il network di aziende che si occupa di servizi, conferma questo dato, proprio in relazione al concetto di innovazione, percepito – secondo tale ricerca – come un fattore di miglioramento del benessere. Riguardo alla salute in specifico si rileva infatti che: “…1 cittadino su 4 a livello europeo crede che la salute sia l’ambito dove l’innovazione può portare un contributo maggiore: per 1 cittadino su 3 l’innovazione aiuta a tenere più spesso sotto controllo la propria salute; abbiamo un buon livello di conoscenza dell’innovazione in ambito sanitario (3 cittadini su 4 conoscono i dispositivi wearables e 9 su 10 le app per il monitoraggio dello stile di vita).”
Val la pena allora puntare la nostra osservazione sul tema della salute, come cartina di tornasole del benessere collettivo, e valutare su di essa l’impatto dell’innovazione.
Prima di inoltrarci in argomento, facciamo una doverosa premessa, propedeutica al non venire tacciati di apologia di Big Data pur nel tono conversevole che si confà a un blog di condivisione di conoscenza qual è 6memes. La questione della salute solleva molti dubbi e precauzioni dialogiche, in quanto tocca argomenti sensibili, prime fra tutte la privacy e la sicurezza delle persone, la trasparenza nel trattamento e nell’interoperabilità dei dati stessi. Non si tratta dunque di disegnare uno scenario senz’altro idilliaco, ma di valutare quali opportunità si mostrano all’orizzonte.
Detto questo, a giudicare dalla quantità di risultati ottenuti dalle ricerche online sull’argomento, pare proprio che la tecnologia digitale e le applicazioni Big Data promettano grandi cambiamenti per la salute delle persone. Sia che impostiamo la questione dal punto di vista dei singoli, sia che consideriamo il punto di vista degli operatori di settore come i medici, oltre che quello delle piccole e grandi strutture che si occupano di salute pubblica, come gli ospedali. Si usa etichettare questo ampio ambito con i termini di sanità digitale che – sia detto per inciso – non sono in tutto sovrapponibili all’inglese e-health, in cui si fa riferimento appunto al concetto di salute più che a quello di sanità.
In questo senso anche l’utilizzo dei Social Media può essere un efficace mezzo di comunicazione tra popolazione e autorità sanitarie, per divulgare informazioni di pubblica utilità e per tenere sotto controllo i fenomeni, monitorarli attraverso le conversazioni (“una sorta di sorveglianza partecipata” è stata definita in questo articolo sui Big Data in sanità).
Infine, uno sguardo al paziente: in un futuro prossimo potrà avvalersi di cure in remoto attraverso app, IoT e wearables, ovvero a un sistema di costante monitoraggio in Rete dei suoi parametri vitali e sanitari, che gli conferirà una nuova consapevolezza del suo stato di salute (è stata definita patient digital empowerment), e che cambierà anche il suo rapporto con il medico.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.corrierecomunicazioni.it
www.agenziafarmaco.gov.it
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[dropcap3]L'[/dropcap3]ozio ha avuto da sempre – nella storia dell’uomo, della cultura e delle società – ben più di un estimatore.
Da Steven Robertson e Bertrand Russel, entrambi con un’opera dal medesimo titolo, “L’elogio dell’ozio”, al libro che naviga su un’onda affine, “L’utilità dell’inutile”, di Nuccio Ordine, fino al celebre “Elogio della lentezza” di Lamberti Maffei, per non parlare poi del rallentato stile di vita promulgato dalla filosofia “Slow Food”…
E nonostante Calvino celebrasse la velocità – almeno all’apparenza 😉 – la domanda che molti si fanno in proposito, seguendo proprio il ragionamento di Lamberti Maffei, è la seguente: “Siamo davvero programmati per la velocità?” Perché se è vero che “Viviamo in un mondo veloce, dove il tempo sembra via via contrarsi: continuamente connessi, chiamati a rispondere in tempi brevi a e-mail, tweet e sms, iper-sollecitati dalle immagini, in una frenesia visiva e cognitiva dai tratti patologici”, in molti invitano a “scoprire i vantaggi di una civiltà dedita alla riflessività e al pensiero lento”.
I celebri Flâneur dei tempi andati – e pure quelli contemporanei – il cosiddetto tempo libero, non a caso, lo frequentavano con una certa assiduità e il fatto stesso che si chiami libero avrà bene un suo perché!
Eppure è inutile negarlo: a molti di noi non piace “perdere tempo” e, quando ne abbiamo un po’ in eccesso, diventa un tempo che di più occupato non ce ne è, come succede spesso in vacanza, in cui l’occasione di svago e ozio diventa una vera e propria gara a vivere più esperienze, tanto che spesso si torna a casa più affaticati che alla partenza.
[bctt tweet=”I Flâneur, il cosiddetto tempo libero, lo frequentano con una certa assiduità…” username=”MapsGroup”]
Un altro subdolo attentatore alla lentezza, per tornare al topic del nostro articolo, lo è – e lo sarà sempre più spesso – il giochino degli “stili di vita” consentito dall’utilizzo ad hoc dei Big Data anche in questo campo. Per chi utilizza questi dati, infatti, il tempo libero rappresenta un target ben preciso per campagne di marketing e re-marketing che hanno un unico scopo: riempire il nostro carrello-tempo di attività, eventi, proposte, spettacoli e chi più ne ha più ne metta.
Non è semplice sfuggire a tali sirene ammaliatrici, perché ci conoscono bene. Come spiega questo articolo, ad esempio, ogni nostro passo online è tracciato, filtrato, segmentato e decifrato… Al fine di realizzare i nostri desideri, si dice. O di soddisfare tante necessità di business, aggiungiamo noi per amor di chiarezza.
Eppure tale pratica, seppure da molti contestata, non è necessariamente un male. In effetti, “qualcuno” che ci orienti nel mare sterminato di offerte indifferenziate è davvero utile e – bada bene – può farci davvero risparmiare tempo nella nostra ricerca di qualcosa che corrisponda ai nostri desideri.
Questo accade ormai in tutti i settori. Da quello della musica, in cui “Le società specializzate nei big data nel settore musicale lavorano ormai intensamente sulle affinità di generi e stili, sulle affinità tra gli artisti, sulla varietà di stili e generi suddivisi per segmentazione social”, a quello dell’editoria, ça va sans dire, in cui le principali case editrici utilizzano i Big Data per trarre massimo profitto dalle proprie scelte editoriali. Addirittura la casa editrice Tor Books sta “per pubblicare il primo libro scelto attraverso i big data.”
Non è immune da tali pratiche nemmeno il settore della formazione. Il tempo libero è infatti spesso dedicato allo studio, per necessità o virtù, grazie anche alla diffusione del Digital Learning: “Non si tratta semplicemente di una diffusione di contenuti online: case editrici, scuole e università stanno modificando le loro strategie di investimento per rivoluzionare non solo il modo e i tempi in cui gli studenti apprendono, ma anche come gli insegnanti interagiscono con loro nel seguirne i progressi nel tempo.”
Per non parlare dei viaggi veri e propri, in cui portali come Tripadvisor, Booking, Venere etc… irrompono nelle nostre ricerche online con seduttive offerte di pernottamenti vantaggiosi in posti irresistibili.
Come fare, allora, per non riempire – anzi farcire – il nostro tempo libero difendendolo con le unghie e i denti?
Un’alternativa c’è, la solita di sempre: chiudere le finestre. Staccare con tutto e tutti, non pensare a niente e chiudere gli occhi. Quello che apparirà sarà, finalmente, il vero tempo libero: quello dell’esistere fine a se stesso!
[dropcap3]L[/dropcap3]e recensioni, si sa, hanno origini “nobili”. Un tempo severamente limitate ai veri – inarrivabili e temibili – esperti del settore, erano in grado con poche parole di stroncare un’opera, un’attività o una carriera sul nascere. Esempi ne erano l’editoria e la ristorazione, ma anche la moda, l’arte o i vini…
In una battaglia a colpi di connotazioni positive, negative o, peggio ancora, neutre, ai poveri “produttori” d’opere, beni o servizi – a volte, o forse spesso dei veri e propri artisti – non restava che attendere con ansia le recensioni, di frequente impietose, dei cosiddetti “maestri” del settore, spesso capricciosi, benché sapienti. Ricordate “Il diavolo veste Prada”?
Tutto ciò ben sapendo che, in caso di una critica o una recensione negativa, nessun oggetto-soggetto di recensione avrebbe avuto alternative se non il chinare il capo in segno di umiltà e reverenza.
Da tempo, tuttavia – per lo meno in ampissime aree di business e informazione – non è più così, anche se tale pratica d’impronta a tratti “feudale” si mantiene ancora viva nei così detti salotti buoni.
Oggi, quasi per una sorta di contrappasso, le regole delle recensioni si sono ribaltate, e il rapporto è uno a uno, addirittura, il che porta con sé un vagone di conseguenze, anch’esse positive o negative.
Ad esempio il fatto che attribuire il giusto valore a un commento o a una critica non è più così tanto semplice. In mancanza della marcatura di autorevolezza, infatti, come capire se una recensione è stata fatta da una persona competente o magari solo indispettita da qualche particolare personalmente sgradito?
[bctt tweet=”Big data e recensioni: questione di numeri, stelle e stellette…” username=”MapsGroup”]
A dirimere la questione ci pensano i Big Data, innanzitutto facendone una questione di … numeri, oltre che di stellette.
Come? Lo spiega questo articolo.
Ad esempio: “Grazie allo smartphone e alla connessione mobile, la nostra presenza sui social media è perfettamente parallela alle nostre attività quotidiane. In altre parole, le piattaforme sociali accumulano una notevole quantità di conoscenze degli utenti riguardanti il loro comportamento (…) tanto che (…) ci sono sempre più applicazioni che analizzano tutti questi dati per proporre nuove funzionalità, in particolare nel settore delle attività e recensioni turistiche.”
Eppure, come riportato qui, non è tutto oro – è il caso di dirlo – quello che luccica: “Ma davvero i social media big data sanno essere più esaustivi e obiettivi dell’opinione degli utenti? A un viaggiatore o a un forestiero cosa davvero interessa sapere: qual è il locale più di moda o quello dove si mangia bene, magari piccolo intimo e alla buona?”
Il dubbio è legittimo. Ma lo era anche quello sul parere dei cosiddetti esperti di un tempo, che più di una volta – al pari degli editori – hanno preso sonori abbagli in fatto di capacità di giudizio.
Un settore invece in cui le recensioni sono sicuramente molto utili – lato utente, ma non solo – è quello del turismo. Tant’è che i titolari delle strutture ricettive si danno (giustamente) un gran daffare per ottenerne di buone. Qui un articolo molto esaustivo su come, dove e perché farne e ottenerne, in cui si parla anche di Brand reputation e di recensioni “false”.
Il tema è quindi, come ben si vede – tuttora – aperto. Ai dati futuri, dunque, l’ardua sentenza: recensire sì o recensire no?