[dropcap3]I[/dropcap3]nizia un altro capitolo del nostro viaggio narrativo nella storia della medicina e delle malattie, a varie latitudini e longitudini storico-culturali. Abbiamo già affrontato il tema dell’impatto della malattia sulla società parlando soprattutto di epidemie e pandemie. Ci riallacciamo ora a quell’argomento, approfondendone un aspetto specifico.
Partiamo, come sempre facciamo, dal significato dei termini pertinenti. Spillover è un termine inglese che letteralmente significa “traboccamento”. Tra le accezioni, è usato anche in ambito “sanitario” per indicare il salto di un agente patogeno da un animale all’uomo. Si tratta dunque di un momento puntuale nell’evoluzione della malattia che, faticosamente e al prezzo di lunghe ricerche, talvolta gli scienziati riescono a ipotizzare con una certa precisione.
“Spillover” è anche il titolo di un fortunato libro (che qui usiamo come principale fonte) scritto dal giornalista americano David Quammen e pubblicato in Italia da Adelphi.
In questo corposo volume il giornalista compie un intrigante – e per certi versi spaventoso – viaggio attraverso quei particolari tipi di malattia che possono essere incasellati fra le zoonosi, ovvero morbi di origine animale che, per varie ragioni e con complesse modalità, dall’animale passano all’uomo, e dall’uomo ad altri uomini, spesso anche attraverso passaggi animali intermedi.
Il “fascino” dell’articolata ricerca di Quammen sta nel suo delinearla come una sorta di avventuroso romanzo, dai contorni quasi di giallo o spy story, mentre segue le vicende umane delle comunità esposte ai morbi, le sconfitte e le vittorie nella ricerca degli studiosi che a vario titolo si sono occupati di malattie come Ebola, Sars, AIDS.
Abbiamo citato casi eclatanti, tutte malattie che hanno avuto diffusione epidemica e pandemica. Questo perché è un dato di fatto che molte epidemie e pandemie sono causate (nel passato e oggi) da malattie infettive di origine zoonotica.
La peste bubbonica che ha scatenato cicliche epidemie da milioni di morti, ad esempio, non è stata compresa nei suoi meccanismi di diffusione fino ad epoca relativamente recente. Solo a partire dal XIX secolo infatti se ne è cominciato a scoprire l’iter, dai ratti all’uomo, attraverso le pulci. Anche l’AIDS rientra nel novero di queste malattie. Lo spillover dell’AIDS pare infatti essere stato individuato nel passaggio da uno scimpanzé all’uomo, addirittura nel lontano 1908 nel Camerun sudorientale, da cui poi avrebbe impiegato diverse decine di anni e compiuto tortuosi percorsi per manifestarsi con tutta la sua virulenza – quando se ne sono presentate le condizioni – negli Stati Uniti degli anni ’80 del secolo scorso.
I come, quando e perché avviene uno spillover – e le ragioni di un’espansione epidemica di una determinata zoonosi – non sono certo facili da rintracciare, ma sembrano risiedere negli articolati rapporti tra l’uomo e la natura. Hanno a che fare dunque anche con aspetti ecologici ed evoluzionistici.
Non è un caso che queste malattie sembrano destinate a proporsi nella nostra epoca in un modo sempre più violento, a dispetto delle nostre conoscenze scientifiche e mediche, e delle migliorate condizioni di vita in tanta parte del globo. In questo articolo da nature.com si legge come le zoonosi, sebbene siano il 15% della totalità degli agenti patogeni umani, costituiscano il 65% di quelli scoperti dagli anni ’80 del Novecento. Al punto che la comunità scientifica si attende un Big One proprio come si fa con i terremoti: la prossima imprevedibile e temuta manifestazione di un’emergenza pandemica.
I fattori di pericolosità e rischio in campo sono molti, tra cui il fatto che si tratta spesso di malattie di origine virale (contro cui nulla possono farmaci come antibiotici e penicilline) e imprevedibili, perché capaci di rimanere silenti in un ospite animale a lungo per poi manifestarsi secondo percorsi ogni volta differenti, quando appunto i “tempi” sono maturi.
Insomma lo sfruttamento di territori naturali come le foreste, il nostro modo di trattare e commerciare animali selvatici, le nostre abitudini alimentari e i conseguenti allevamenti intensivi di animali, la densità di popolazione, hanno un ruolo determinante nell’insorgere di queste malattie. Alla loro diffusione contribuisce poi la dimensione globale dei commerci e dei traffici, lo spostamento delle persone, perfino il cambiamento climatico con il distribuirsi in aree geografiche inconsuete di talune specie, come le zanzare tropicali.
Come in passato – quando furono studiate le modalità di diffusione delle malattie con modelli matematici – così oggi la risposta pare sia da affidare al rigore e alla perseveranza della ricerca, cui sono preposti molti organismi ed enti globali e nazionali in materia di sanità pubblica. È un lavoro lungo, fatto di inciampi e mille tessere da combinare, quello di questi studiosi: lo scopo è cercare di prevedere almeno in parte i fenomeni o comunque farsi trovare preparati, dotati degli strumenti giusti per affrontarli e gestirli. Ad esempio, come nel caso di questa mappatura dei vari tipi di specie animali ospite, in rapporto alla popolazione umana, che potrebbe aiutare a evidenziare i luoghi a rischio di sviluppo di una zoonosi.
Anche la tecnologia può svolgere un suo ruolo fondamentale. Non solo dati dunque, ma Big Data. Nell’emergenza in corso del virus Zika ad esempio, Google, oltre a un più ovvio supporto informativo, ha messo a disposizione i suoi algoritmi per “combinare” dati utili a individuare l’evoluzione del fenomeno, come già fatto con successo in passato con altre emergenze sanitarie negli Stati Uniti.
Ma è soprattutto ricordandoci che la Natura opera attraverso le sue leggi, che possiamo solo sperare di comprendere, ma non di cambiare o governare a nostro vantaggio, che forse impareremo a evitare o minimizzare tali fatale emergenze, evitando un’Arca di Noè a rovescio.
Autore: Cabiria
[dropcap3]S[/dropcap3]i inseguono sul web, e non solo, gli interventi che elogiano la creatività come modus operandi in grado di portare con sé – udite udite! – nuovi metodi e regole di lavoro e interazione, con una finalità inaspettata per un termine tanto connotato in termini di trasgressione: l’efficienza affiancata all’innovazione.
Come se il famoso detto “genio e sregolatezza” si potesse liquidare a suon di statistiche e studi psico-sociologici.
Eppure è proprio così. In un esaustivo – e come sempre sorprendente – articolo del suo Blog Nuovo e Utile, Annamaria Testa cita addirittura “nove regole per innovare”. Tra queste, fattori di spazio, tempo e coincidenze, ma anche modelli, pratiche e combinazioni da seguire e inseguire alla faccia dell’improvvisazione creativa.
[bctt tweet=”C’è chi ha studiato i creativi e i loro bizzarri comportamenti per tenerli in azienda…” username=”MapsGroup”]
Molti gli studi che avanzano – finalmente, potremmo aggiungere – su questa linea. Oltreoceano, addirittura, c’è chi ha studiato i “creativi” e i loro bizzarri comportamenti al fine di riuscire a tenerli in azienda, o chi teorizza come gestire un team in cui è inserita una o più di queste strane creature umane, i cosiddetti creativi, appunto.
O chi, nel paese in cui la creatività e la fantasia sono veri e propri miti, inizia a metterne in dubbio la portata reale riportando il discorso a una serie di metriche e parametri che, la creatività, la stanno a misurare e classificare.
Senza dubbio è così: tutti gli studi lo dimostrano, e fin il buon senso lo dice… la creatività è solo un metodo invisibile e intellegibile di organizzare il caos, capace di generare – non a caso – realtà visibili per tutti. E, come tutto ciò che è umano, e non divino, segue strade, vicoli, magari anche brevi voli e balzi, ma sempre – sempre – da un luogo si parte e ad un altro si approda.
E tuttavia da parte nostra – in piena controtendenza – vogliamo per un breve istante riportare invece la creatività, o meglio, la fantasia, al centro del “caos” ancora per un po’, a crogiolarci in una visione romantica, forse un po’ decadente, della stessa. Perché, come scrisse Italo Calvino: “La fantasia è un posto dove ci piove dentro.”
Mi raccomando l’ombrello!
Pronta la nuova sede di Maps Group: le persone al centro. Un luogo di lavoro tutto da vivere. A misura di complessità!
[dropcap3]L[/dropcap3]a nuova “casa” di maps group è finalmente pronta. Ogni particolare è al suo posto, ogni tassello nella sua giusta collocazione. Abbiamo chiesto a Marco Ciscato, Managing Director del gruppo, di parlarci di questa scelta, e di come sia nata prima e si sia sviluppata poi l’intenzione di fare della nuova sede un luogo sì di lavoro e condivisione, ma anche rappresentativo della visione aziendale e dei suoi valori.
Innanzitutto un commento. Così, a prima vista, possiamo dire che la nuova sede di Maps Group è davvero bella. E, almeno all’apparenza, molto confortevole. È stata una scelta, questa, o una felice coincidenza?
Nel cercare la nostra nuova “casa” – impegno che ha richiesto un certo tempo per individuare un luogo con tutti i requisiti richiesti – abbiamo pensato fin da subito ad alcuni fattori chiave.
Innanzitutto che fosse un posto in cui le persone che lavorano nel nostro gruppo potessero sentirsi a proprio agio sempre, sia nelle fasi produttive che in quelle dedicate alla pausa e al relax.
Poi abbiamo pensato alla logistica. Volevamo un luogo accessibile da tutti i punti di vista: dalla vicinanza alle principali arterie stradali alla disponibilità di parcheggi e di servizi di trasporto pubblico.
Ma il fattore estetico non è stato trascurato, anzi. Al di là infatti dei tanti studi che dimostrano come i luoghi e gli ambienti in cui ci troviamo influenzano il nostro stato e il nostro benessere, lavorare in posto gradevole – o meglio viverci, perché il tempo dedicato al lavoro coincide con quello della nostra vita – rende indubbiamente tutti più creativi e, insieme, produttivi. Insomma, abbiamo cercato di conciliare il famoso utile al dilettevole.
[bctt tweet=”Pronta la nuova sede di Maps Group a Parma: valori e persone al centro del progetto.” username=”MapsGroup”]
Parla spesso di valori e fattori di benessere ed emancipazione. Qual’è il contesto valoriale in cui – dalla sua fondazione ad oggi – opera il gruppo? E in che modo la nuova sede lo vive e interpreta?
Abbiamo cercato di crescere affrontando sia il mercato che la gestione del personale senza mai derogare dai principi etici che stanno alla base dei nostro vivere insieme. Questo, nell’intento di consolidare e condividere i valori fondanti della nostra identità, che rappresentano non solo la nostra visione come gruppo, ma anche il nostro modo di agire e di affrontare le sfide di ogni giorno.
Siamo consapevoli che le persone che collaborano con Maps sono il nostro principale asset e abbiamo quindi deciso di metterle al centro delle nostre scelte, anche perché sappiamo di chiedere loro tantissimo. Abbiamo quindi coltivato con cura un contesto condiviso basato sulla fiducia, che ci ha permesso di dare a chi lavora con il gruppo benefit e servizi che stanno sempre più prendendo piede e che noi abbiamo iniziato a erogare “da pionieri”, in particolare il telelavoro e la flessibilità nella gestione degli orari.
È in questo discorso più ampio che si è inserita la nostra idea di cambiare sede, alla ricerca di un contesto capace di rappresentare la nostra identità e di un luogo che renda piacevole la nostra vita e quella delle persone con lui lavoriamo.
Non dimentichiamo poi che la complessità – come si dice – è il nostro pane quotidiano, e che per poter lavorare in questo ambito occorrono molte competenze e contingenze che operino in contemporanea tra loro: autonomia, condivisione, responsabilità, organizzazione… questi valori sono anche le linee guida che tracciano la rotta del nostro lavoro. In questo senso la nostra nuova “casa” è un’ottima base, di arrivo e di partenza insieme.
[bctt tweet=”La nostra mission è non solo accettare nuove sfide, ma ricercarle in ambiti inesplorati.” username=”MapsGroup”]
Questo peculiare e innovativo – almeno per il nostro paese – modus operandi, si traduce anche in qualità, sicurezza e affidabilità dei prodotti e servizi che offrite?
Questo è ciò che speriamo e quello in cui crediamo. La nostra mission, del resto, è non solo accettare le nuove sfide, ma andarle a ricercare in territori di conoscenza e business ancora inesplorati. Per fare questo con serenità e coscienza dobbiamo avere la certezza di avere al nostro interno capacità di invenzione, controllo, reazione e resilienza, a maggior ragione in un settore in evoluzione perenne come è il nostro.
Rendere così piacevole un ambiente di lavoro, mettere ciascuno di noi nelle migliori condizioni per farlo, offrire ai nostri dipendenti, partner e collaboratori un luogo in cui accrescere la propria professionalità e aumentare le attitudini interne all’emancipazione e all’intraprendenza, ci sembra un buon modo per tenere il passo con il nostro desiderio di essere precursori – a volte pionieri – di nuove frontiere di business e conoscenza.
Maps Group’s new headquarters are ready to go: putting people at the center. An all-new work experience. Designed for complexity!
[dropcap3]M[/dropcap3]aps Group’s new “home” is finally ready. Everything in its place, down to the last detail. We asked Marco Ciscato, the group’s managing director, to talk to us about the company’s decision and how the idea to make the new headquarters a place to work and share, as well as the expression of its corporate vision and values, was born and developed.
First a comment. The initial impression is that the new Maps Group offices are truly lovely. And, at least, by all appearances, very comfortable. Was this a conscious choice or just a fortuitous coincidence?
In looking for our new “home” — a task which required some time to find a site with all the requisites we were looking for — we immediately had in mind a number of key aspects.
First of all, that it should be a place where the people who work for our company would always feel completely comfortable, both while working and during breaks or when they wanted to relax.
They we thought about logistics. We wanted a place that would be accessible from all points-of-view: close to major highways, available parking and public transport.
But the cosmetic aspects were not ignored, quite the opposite. Above and beyond the numerous studies that show how the places and ambiences in which we find ourselves influence our state-of-mind and well-being, working in a pleasant environment—or, more precisely, living there, because the time we spend at work is actually our lives—undoubtedly makes everyone more creative and, together, more productive. In short, we tried to combine the much-touted “business with pleasure”.
[bctt tweet=”The Maps Group’s new headquarters in Parma are ready: people and values at the heart of the project.” username=”MapsGroup”]
You often speak of values and factors of well-being and emancipation. From its founding to the present, what are the values that have formed the basis of the group? And in what way does your new headquarters embody and reflect them?
We have tried to grow by taking on both how we approach the market and manage personnel without ever forgetting the ethical principles that underlie our shared experience. The intent being to consolidate and share the fundamental values of our identity that represent not only our vision as a group, but also our way of working and grappling with challenges on a daily basis.
We are aware that the people who work with Maps are our primary asset and, therefore, we decided to put them at the center of our choices, also because we realize we ask a lot of them. Therefore, we have carefully developed a shared environment based on trust which has allowed us to give those who work for the group benefits and services that are becoming increasingly popular, and for which we have been “pioneers” in providing, in particular telecommuting and flexible work hours.
Our decision to move headquarters is part of this broader context, in search of an environment that could represent our identity and a place in which it would be nice for us and the people who work for us to live.
Plus, remember that complexity is—as they say—our bread and butter, and being able to work in this environment requires a broad range of skills and factors that interact with each other: autonomy, sharing, responsibility, organization … these values are also the guidelines that chart the course of our work. From this standpoint, our new “home” is an excellent base, of both arrival and departure.
[bctt tweet=”Our mission is not only to accept new challenges, but also to search them out in unexplored areas.” username=”MapsGroup”]
Does this unusual and innovative (at least for Italy) modus operandi also translate into quality, safety and reliability of the products and services you offer?
This is what we hope and what we believe. In fact, our mission is not just to accept new challenges, but also to search them out in areas of knowledge and business still to be explored. To do this with a sense of serenity and conscientiousness, we must be certain that we have, in-house, the capacity for inventiveness, control, reaction and resilience, even more so in a sector such as ours in continuous evolution.
Creating such a pleasant work environment, putting each of us in the best conditions to do so, offering our employees, partners and contract workers a place in which they can grow professionally and increase in-house awareness of emancipation and enterprise, seem to us to be a good way to keep up with our desire to be forerunners—and sometimes pioneers—in new frontiers of business and knowledge.
[dropcap3]Q[/dropcap3]uando le applicazioni meteo sui telefonini segnaleranno una sola località col bel tempo, là probabilmente accadrà una “tempesta perfetta”: tutti ci concentreremo là e l’usa e getta turistico ancora una volta sarà sul banco degli imputati.
Chissà poi come verranno giudicate le nostre impronte, quando gli occhi dei viaggiatori futuri si poseranno sui nostri modi di intendere la vacanza, di valutare le mete o sui nostri comportamenti nei luoghi che visitiamo. Con le cartoline di viaggio incise nelle memorie di smartphone e iPad e con tonnellate digitali di immagini stoccate nei grandi “serbatoi” cloud, il moderno viaggiare sta costruendo un’imponente testimonianza d’epoca, ben più corposa e variegata della memoria musicale presente nei juke box degli anni sessanta, ove un solo “sapore di sale” sapeva attirare su di sé migliaia di click manovrando le rotelline di selezione dei 45 giri.
E’ evidente che l’incremento dei flussi turistici, assolutamente notevole anche nel corso della perdurante crisi economica, e anche in concomitanza di esodi e flussi di ben altra natura, pone dei non piccoli problemi in ordine alla sostenibilità ambientale dei luoghi, nessuno escluso. Lo sviluppo del traffico aereo low-cost (o la moda delle crociere per altri versi) ha reso del resto accessibili mete che per molti, fino a pochi anni, potevano vivere solo nell’immaginario collettivo. Fortunatamente, l’incremento dei flussi turistici è anche accompagnato da una maturata sensibilità, mutuata dal grande dibattito in corso sull’impronta ecologica rilasciata dalle attività antropiche. Per molti, questa maturazione ha anche significato un passaggio filosofico importante, che ha per così dire modificato il senso stesso del muoversi: non più “vacanza”, ma “viaggio”, con gli innumerevoli registri associati in termini di scambi e relazioni (si pensi ai successi degli itinerari sulle Vie Francigene, ad esempio).
[bctt tweet=”Dal punto di vista ecologico, il turismo resta un processo con molti fattori critici.” username=”MapsGroup”]
Dal punto di vista ecologico, il turismo resta comunque un particolare processo di produzione che coinvolge una moltitudine di fattori critici: accanto alle modalità di trasporto (auto, bicicletta, aereo,…) entrano in gioco specifiche caratteristiche naturali, ambientali (o urbanistiche), entra in gioco la tipologia o l’ampiezza dell’ospitalità (B&B, alberghi, ristoranti,…), emergono le relazioni legate agli eventi (Festival, Sagre, Spettacoli, Circuiti, …), e quelle con la popolazione locale e gli aspetti autoctoni ad essa legati (storia, cultura, lingua, costumi, …).
Oggi le impronte che lasciamo sulla sabbia non sono dunque cancellate dalle maree, ma possono essere attentamente misurate anche in termini di Carrying Capacity Assesment (CCA), concetto che identifica la “capacità di carico” umano della località turistica (si veda ad es. questo articolo). La velocità degli spostamenti, incrociata con l’immediatezza delle relazioni, frutto in particolare del lato social del web, può generare anche veri e propri “tsunami” di presenze, che si riversano su determinate località in occasione di date specifiche. In questi casi la capacità di accoglienza è in pieno stress, così come a dura prova è messa la capacità di gestire correttamente gli asset dei rifiuti, della mobilità e dell’ambiente in generale (pazienza dei residenti compresa).
In sostanza, quanto inquinano i nostri viaggi e le nostre vacanze? In base ai dati prodotti qualche anno fa da “Consumption and Environment 2012”, il documento dell’Unione Europea che monitora i consumi in Europa e le loro conseguenze sull’ambiente, il turismo risulta essere la quarta causa di inquinamento ambientale e di produzione di CO2, dopo i consumi alimentari, l’abitare e la mobilità.
Definire degli indicatori più chiari di sostenibilità turistica, così come comprendere appieno le potenzialità degli scenari di area e di macro area, è divenuta un’esigenza particolarmente vincolante, soprattutto ai fini di una programmazione economica attenta alla sostenibilità. Al vorticoso tasso di crescita degli spostamenti turistici e all’esigenza di una più dinamica relazione fra benessere sociale, turismo e ambiente, sono ormai dedicati svariati blog e siti istituzionali. La tendenza emergente è quella di favorire e promuovere un turismo responsabile, capace di salvaguardare quel “genius loci” che costituisce il bene reale del luogo e che non può più rischiare di essere sopraffatto da un’errata concezione dell’incoming turistico da parte di tutti i portatori d’interesse.
[dropcap3]S[/dropcap3]embra una frase fatta, quella del nostro titolo, ma è proprio così. D’altra parte, come cantava il rimpianto Pino Daniele, Fatte ‘na pizza c’a pummarola ‘ncoppa, vedrai che il mondo poi ti sorriderà.
Il monitoraggio che abbiamo avviato sulle conversazioni online in ambito turistico, attivo dal primo gennaio alla fine di maggio di quest’anno, sembra confermare che la pizza – o meglio le pizzerie – sono nelle citazioni ed espressioni di davvero tanti italiani. Intanto una prima classifica di propensione alla chiacchiera su social – dove (ma che lo diciamo a fare) Twitter impera: Lazio, Lombardia, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna sono le aree geografiche in cui si posta, condivide, cita di più online.
E, come si vede dal grafico a torta riportato qui sotto, i canali Social hanno surclassato le altre fonti online: web, forum, blog, mainstream…
Certo, i primi argomenti di conversazione sono un po’ più, come dire, culturali… sono le città stesse, le loro piazze, i loro musei e i loro capolavori artistici, ad avere il primato delle conversazioni. A seguire gli eventi musicali, gli spettacoli e i concerti. Quindi non possiamo tacciare i nostri connazionali né di insensibilità culturale e tanto meno di superficialità di argomenti.
E tuttavia, approfondendo il focus sul tema “enogastronomia”, scopriamo che gli argomenti più gettonati riguardano – come anticipato – i ristoranti e le pizzerie, che magari propongono una serie di “eventi culinari” a volte molto originali.
[bctt tweet=”Non in tutte le regioni italiane la Pizza ha un’egemonia incontrastata :-)” username=”MapsGroup”]
Analizzando ancora più in profondità le conversazioni, vediamo però che non in tutte le regioni italiane la Pizza ha un’egemonia così incontrastata: in Toscana, ad esempio, anche la categoria di conversazioni sulle proposte enogastronomiche più “natural” (relative ad esempio agli agriturismi) si difende bene, con iniziative culturali inedite, ad esempio sul “Cibo da strada”.
Un’ultima curiosità? Mentre twitter si conferma campione per la comunicazione in diretta, Facebook mostra la sua attitudine anche in questo campo rispetto alla funzione di customer care: tra viaggiatori stessi, ad esempio, che si danno reciproche indicazioni su dove andare e come…
Pizza e mandolino sì, dunque, ma rigorosamente online.
CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO
Monitoraggio riguardante: le principali città d’arte nelle regioni italiane.
Periodo: dal 1 gennaio al 1 giugno 2016
Lingua: italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
TEMI ANALIZZATI
Offerta turistica. Sono state individuate le tipologie di prodotto turistico nei settori:
– Archeologia.
– Archivi e Biblioteche.
– Chiese e Santuari.
– Musei e Teatri.
– Palazzi storici.
– Torri e Castelli.
– Concerti.
– Fiere e Sagre.
Argomenti di conversazione. Sono stati classificati in:
– Ambiente e territorio.
– Enogastronomia.
– Eventi.
– Servizi al turista.
– Storia e arte.
[dropcap3]T[/dropcap3]utti quanti da bambini ci siamo divertiti a indovinare la figura nascosta nei reticoli di puntini numerati che dovevamo unire con linee rette, per svelare poi con sorpresa il disegno celato, che (quasi mai) avremmo immaginato tale. Da quando Steve Jobs (che non ha certo bisogno di presentazioni) pronunciò il suo discorso all’Università di Stanford di cui si è soliti ricordare anche il celebre invito “stay hungry stay foolish” rivolto alla platea di giovani – “unire i puntini” è divenuto anche un modo di riferirsi all’origine del processo creativo.
Raccontava Steve Jobs che l’abbandono dei corsi regolari al College gli aveva dato il tempo di seguire liberamente il capriccio di altri interessi, tra cui un corso di calligrafia. Un’esperienza di cui solo anni dopo comprese l’importanza, quando realizzò computer in cui l’elemento “tipografico” aveva una grande importanza ed una motivazione estetica. Disse Jobs: “Certamente all’epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro. Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro.”
Tra le 18 caratteristiche del creativo infatti, a giudicare da questo articolo che riporta il pensiero di Scott Barry Kaufman, uno psicologo della New York University, c’è appunto la capacità di unire i puntini, cioè di mettere in relazione fattori apparentemente slegati, trovando fra di essi una correlazione e dando così origine a un’idea nuova e originale. Non stupisce allora trovare fra le altre 18 caratteristiche del creativo un gruppo di qualità che hanno a che fare con la capacità di lasciare vagare la mente: sognare a occhi aperti, osservare, starsene da soli, perdere la cognizione del tempo, circondarsi di bellezza. Ma allora basta distrarsi per innescare il processo creativo? Evidentemente no. La facoltà creativa di risolvere un problema o intuire un’idea in modo subitaneo e illuminante – che viene definita insight solving – non sta tutta nello stereotipo del genio e sregolatezza.
Al contrario il processo creativo ha bisogno di nutrimento prima e di tempo per l’elaborazione poi, in uno sforzo di concentrazione mentale che sembra isolare per un momento il creativo dalla realtà. Tanto che l’elemento della follia pare non trascurabile, se per follia intendiamo la capacità di uno sguardo strambo, divergente rispetto al punto di vista consueto. Come del resto lo “stay foolish” di Steve Jobs stesso suggeriva. Senza addentrarci in teorie anche più radicali che accostano la creatività a problemi psichici specifici come il disturbo bipolare.
[bctt tweet=”La creatività come distrazione dalla realtà circostante, esclusione del campo visivo…” username=”MapsGroup”]
Un’idea, questa dell’unire i puntini, che trova conforto negli studi neuroscientifici: in questo interessante articolo si spiegano i meccanismi dell’insight solving: partendo da una domanda, si attraversa una fase di impasse, per poi giungere in modo improvviso all’idea nuova e risolutiva, resa possibile da una fase di distrazione dalla realtà circostante, che si manifesta in modo fisico, con una sorta di esclusione del campo visivo, come se il cervello guardasse dentro se stesso. Valutando poi quale area del cervello è attivata nel momento in cui avviene appunto il processo di insight solving, si vede che è quella pertinente alla “comprensione linguistica, come l’interpretazione delle metafore o la comprensione delle battute di spirito”. Ancora quindi la capacità di collegare elementi cogliendo fra di essi un nesso creativo.
E di una “Combinatoria della creatività” scrisse anche Umberto Eco nel 2004: “Come tutte le scoperte scientifiche a venire dovrebbero in qualche modo essere contenute negli algoritmi che reggono gli eventi naturali, così tutte le creazioni artistiche dovrebbero già essere contenute in potenza negli elementi fondamentali, suoni, lettere, intervalli, tinte, linee e figure geometriche di cui la nostra specie dispone”.
Insomma, i puntini sono tutti già dati, sta a noi unirli. E quando vi rimprovereranno, vedendovi distratti e assorti nei vostri pensieri, potrete dire che è l’otium necessario al vostro processo creativo!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
nuovoeutile.it/come-funziona-la-creativita
nuovoeutile.it/psiche-neuroscienze
www.diegm.uniud.it
[/boxed_content]
[dropcap3]A[/dropcap3]ffrontiamo oggi un altro capitolo della nostra Rubrica “Innovazione e Performance”. Dopo avere indagato – negli aspetti generali – gli effetti che l’introduzione di strumenti innovativi può generare su determinati settori della sfera sociale, e dopo il primo articolo dedicato alle infrastrutture, arriviamo oggi a parlare di un altro ambito sociale di grande importanza. Si tratta delle cosiddette Agenzie di socializzazione, luoghi materiali o relazionali in cui si incontrano e si formano i componenti di un determinato contesto sociale. Tale classificazione fa riferimento agli ambiti sociali non solo come luoghi in cui i singoli intessono relazioni, ma in cui si costituisce anche il senso di appartenenza a un dato patrimonio culturale. Con un significato in più dunque, che ha a che fare con il riconoscersi in una comune identità sociale e con il condividere valori e saperi.
[bctt tweet=”La pressione imposta negli ultimi decenni dall’innovazione tecnologica è senza pari.” username=”MapsGroup”]
Le declinazioni concrete delle Agenzie di socializzazione stesse rendono evidente questo aspetto, se consideriamo che si tratta di famiglia, scuola, gruppo dei pari e mass media. Gli studi sono soliti distinguere tra socializzazione primaria e socializzazione secondaria. La prima – garantita dall’istituzione famigliare – trasferisce valori e identità e quindi – ci si attende – è più stabile nel tempo. La seconda invece definisce e differenzia saperi e conoscenze, ruolo assegnato alla scuola e ai mass media ad esempio, e per definizione dunque soggetta al cambiamento.
Tuttavia la pressione senza pari imposta negli ultimi decenni dall’innovazione tecnologica degli strumenti di conoscenza e di relazione, ha scombinato categorie e sistemi tradizionali di socializzazione. Vedremo alcuni esempi (per ovvie ragioni di spazio), che ci sono parsi particolarmente significativi.
A partire dalla famiglia, per cui prendiamo spunto da un interessante articolo, l’intervista a Riccarda Zezza, autrice del libro “MAAM – Maternity as a master” e cofondatrice di Piano C. La riflessione da cui nascono questi progetti supera d’un balzo il problema attorno a cui a lungo si è attorcigliato il ruolo delle donne nella società recente, quello della conciliazione del ruolo di cura (e di socializzazione!) della famiglia e quello svolto all’interno del mondo del lavoro. Da un lato in questi progetti si rivendica alla madre proprio quelle competenze, per così dire naturali di leadership, che sono richieste dalla società attuale, e si rintracciano finalmente nella tecnologia gli strumenti per esercitarla. Da qui il coworking, ovvero spazi condivisi di lavoro, così lontani dagli “inaccessibili” e rigidi uffici tradizionali, spazi che sono possibili solo grazie agli strumenti digitali. E che significano flessibilità degli orari e delle modalità di gestire la propria professionalità, finalmente delineando una prospettiva nuova anche per le madri lavoratrici.
Una possibilità che diventa una necessità: come preparare alla socialità, come traferire valori utili alla vita nel mondo nuovo, all’interno di una famiglia i cui componenti genitoriali non siano essi stessi parte integrante di quella società cui sono chiamati a partecipare i loro figli in un futuro prossimo? Ecco che l’innovazione si fa portatrice del cambiamento nella società, anche attraverso i cambiamenti della famiglia.
Venendo alla scuola, l’irruzione del digitale è avvertita anche qui come una necessità, per i medesimi motivi di cui abbiamo parlato. Come farebbe la scuola a preparare adeguatamente alla vita sociale se non condividesse con i suoi alunni quegli stessi strumenti cui loro, sin da piccolissimi, sono esposti? Con il rischio di lasciarli in balìa di quegli strumenti stessi, utilizzatori passivi e deboli, invece che abili ed esperti, capaci di massimizzarne i vantaggi e le potenzialità.
Di questo sembrerebbe esserci consapevolezza diffusa, magari non sempre adeguata progettazione e concretizzazione. Se l’istituzione scolastica italiana ha avviato un piano in 35 punti per la “scuola digitale”, modelli didattici innovativi sono possibili. Non solo LIM e tablet a scuola, ma un “insegnamento capovolto” è ad esempio quello in uso in molte scuole americane, e applicato e promosso anche in alcune realtà italiane. Flipnet ad esempio è la piattaforma dell’“Associazione per la didattica capovolta”. La dinamica della lezione frontale classica si trasforma in un’esperienza di condivisione e collaborazione tra docente e allievi che si preparano a casa per poter interagire attivamente a scuola; andando così incontro alla nuova forma mentis dei nativi digitali cui è impensabile ormai rivolgersi con modalità “classiche”.
In una tale prospettiva naturalmente gli strumenti digitali diventano essenziali e l’apprendimento online una pratica quotidiana. Così come è anche per altre piattaforme, ad esempio Eduopen: una rete di Atenei italiani che permettono la formazione a distanza, per cui rimandiamo a un nostro precedente articolo su 6memes. Del resto anche la formazione – come vedremo in un approfondimento futuro – è sempre più liquida, meno netti i confini e praticamente costante l’aggiornamento: quale risorsa migliore degli strumenti digitali? Tanto che la scuola può trovare spazio anche in un altro contesto sociale, quello del lavoro, come nelle corporate academy censite in Emilia Romagna.
Ultimo, ma non ultimo, il tema dei mass media che focalizziamo brevemente come WEB e Social Media in rapporto alle dinamiche sociali dei cosiddetti gruppi di pari, che qui usiamo nell’accezione più tipica, quella relativa all’età adolescenziale. Se per le generazioni del secolo scorso il luogo di incontro tra giovani era il famoso “muretto” o la chiassosa discoteca, oggi la piazza digitale è quella dei Social Media e delle App per scambiarsi i messaggi, con numeri impressionanti e anche risvolti preoccupanti come illustrato da questa ricerca.
Sì, perché la distanza e la virtualità non possono che incidere sulla qualità e la natura delle relazioni, innovando profondamente le dinamiche sociali. In fondo si tratta sempre di mezzi al cui uso si dovrebbe essere formati con valori di cultura digitale… E non ci riferiamo solo agli adolescenti! 😉
[dropcap3]L[/dropcap3]a lettura continua ad essere, soprattutto in estate o comunque nel tempo libero, uno dei modi più efficaci per prendere il tempo… perdendolo.
Non è un gioco di parole. Nel tempo della lettura, trascorso solitamente in uno stato di concentrazione e – gioco forza – immobilità, c’è una risorsa inattingibile dal tempo freneticamente rincorso nelle attività quotidiane: quella del tempo ritrovato. Tempo dedicato alla meditazione, alla riflessione, al fertile girovagare tra le parole, magari con qualche balzo qua e là di argomento in argomento.
E non è nell’accezione nostalgica del tempo ritrovato di Proust: la mobilità di cui parliamo, o meglio, la dinamicità, è quella tipica dell’immaginazione che – immersa in altri luoghi e stagioni seppure immateriali – conquista esperienze di tempo altrimenti inarrivabili.
[bctt tweet=”Cosa meglio di un testo è capace di condensare o al contrario dilatare il concetto stesso di tempo?” username=”MapsGroup”]
Cosa infatti meglio di un testo è capace di condensare o al contrario dilatare il concetto stesso di tempo? Basti ricordare alcune opere molto note, che parlano entrambe dello stesso, drammatico tema: la guerra. Dalla poesia più celebre di Ungaretti riferita ai soldati e la loro precarietà, all’imponente opera di Tolstoj, “Guerra e Pace”.
Gli stessi titoli, in fondo, fanno ogni volta lo stesso: condensano il tempo (e i luoghi) delle narrazioni in poche parole e dunque in pochi istanti spesi nel leggerli, ammiccando nel medesimo istante a scenari ben più estesi e complessi. Così è, se vi pare, leggere….
Sempre parlando di tempo, allora, noi di 6memes anche quest’anno come in quello precedente vogliamo condividere un po’ del nostro, con qualche consiglio su come passare il vostro. Come? Leggendo, chiaramente.
Come sempre però – vi avvisiamo – sono libri, quelli che vi suggeriamo, in qualche modo legati ai temi del nostro blog: condivisione, social, percezione, comunicazione…
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[highlight]Libri consigliati per l’esate[/highlight]
“Non sono pericoloso”, di Luigi Drei, in cui l’autore ci svela in maniera originale e inedita “I segnali di pericolosità che inviamo, più o meno inconsciamente, attraverso il corpo, attraverso la voce e attraverso gli occhi”.
Il secondo consiglio per gli acquisti riguarda il mondo dei Social, con un interessante opera di Valentina Turchetti il cui titolo parla da solo: “Social Media Marketing: Strategie per costruire e gestire efficacemente la tua comunicazione sui Social Media”, qui in versione Kindle.
Proseguiamo nel genere con un libro recentissimo di Matteo Pogliani che parla di un argomento di grande attualità: “Influencer Marketing”.
E per chiudere con un respiro più ampio, ricordiamo la già citata opera di Michele Guerra e Vittorio Gallese: “Lo schermo empatico”, davvero da non perdere.
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Buon tempo ritrovato a tutti, e soprattutto buona estate!
[dropcap3]T[/dropcap3]rivio e quadrivio sono le due componenti complementari delle arti liberali medievali: il primo afferente alla sfera matematica, il secondo composto da grammatica, retorica e dialettica, in un’ottica di unità degli studi caratteristica di quell’epoca. Anche l’umanista rinascimentale è del resto uno studioso a tutto tondo: pensiamo ad esempio alla figura mitologica di “quel” Leonardo che era insieme pittore, ingegnere, scienziato, intellettuale…
È nel sistema moderno che si attua invece la divaricazione del sapere fra scienza e cultura umanistica, uno iato che è all’origine di una certa vulgata che vuole gli “umanisti” in un mondo tutto loro, fuori da logiche concrete e utilitaristiche (non si sa se più sognatori o ingenui), mentre relega gli “scienziati” in luoghi del pensiero altrettanto chiusi e rigorosi, in un orizzonte fatto di soli numeri, regole e verifiche sperimentali.
A questo proposito, fra i motivi ispiratori del Blog 6memes, c’è proprio il desiderio di mettere in comunicazione Cultura e Parola con Numeri e Modelli, nella convinzione che ci sia tutto da guadagnare, dall’una e dall’altra parte. Perché, per essere davvero utile, la tecnologia deve nutrirsi ed essere immersa in un più ampio orizzonte culturale e, viceversa, la società nel suo insieme non può che trarre un grande vantaggio da una consapevolezza più diffusa e densa di significati (anche culturali e filosofici) del sapere tecnologico, oltre che dalla padronanza di un sapere umanistico non solo volto al passato e alle tradizioni, ma aperto al futuro e al cambiamento.
Naturalmente non abbiamo la pretesa, in questo, di essere particolarmente originali: sono anzi molti i filoni del sapere contemporaneo che hanno riattivato questa comunicazione virtuosa.
Ci riferiamo – oggi – all’applicazione della tecnologia digitale agli studi umanistici, si veda ad esempio il sito di The Alliance of Digital Humanities Organizations (ADHO), che si occupa appunto di promuovere e sostenere la ricerca digitale in ambito umanistico. Ma anche al possibile apporto della forma mentis umanistica agli studi scientifici.
A tal proposito ci vogliamo soffermare su un settore che ritieniamo affascinante (De gustibus… direte voi!), quello dell’applicazione dell’informatica agli studi linguistici, ovvero la linguistica computazionale che, secondo la definizione Treccani, “ha come oggetto di studio gli aspetti quantificabili del linguaggio e delle lingue: frequenza e quantità di informazione di ciascun elemento, restrizioni e regole di tipo morfologico e sintattico, traduzione automatica”.
Si tratta di una disciplina giovane, che ha avuto proprio in Italia uno dei suoi riconosciuti precursori, il Padre gesuita Roberto Busa. Una figura curiosa la sua, quella di uno studioso che negli anni Cinquanta del Novecento fu tra i primi a sentire la necessità di un’analisi del testo con strumenti computazionali.
Per seguire la sua “seconda” vocazione si rivolse a una delle principali aziende informatiche, IBM, affinché creasse per lui, di fatto, il primo software capace di indicizzare un testo e fare ricerche al suo interno. Insomma un ipertesto, che – nel caso di Padre Busa – era l’opera di San Tommaso d’Aquino.
La creazione e l’analisi con gli strumenti dell’informatica di corpora testuali (ad esempio il Brown Corpus del 1964 utilizzato per studiare l’inglese americano) ha dunque orientato la linguistica computazionale che, con l’informatica umanistica, sono divenute oggetto di ricerca e di insegnamento universitario anche in Italia, ad esempio presso l’Istituto di Linguistica Computazionale del CNR, a cui rimandiamo per l’approfondimento delle aree di competenza della disciplina.
[bctt tweet=”Linguistica computazionale: informatica e metodologia filologica per lo studio dei testi.” username=”MapsGroup”]
Da parte nostra – semplificando e per fare esempi concreti – possiamo riassumere il filo del discorso sottolineando come tali aree riguardino:
– l’applicazione dell’informatica alla metodologia filologica, per lo studio e la conservazione dei testi;
– l’analisi automatica dei testi per compiere al loro interno ricerche semantiche ai fini dell’estrazione di conoscenza;
– lo studio del linguaggio stesso, che permette, in tempi impensabili per un essere umano, ricerche e indagini su una grande quantità di materiale (si veda ad esempio questo articolo).
Potrebbero sembrare tutti concetti teorici e molto specifici, quasi avulsi dalla realtà… si tratta invece di approcci sperimentali che hanno ricadute assai concrete.
Un esempio ne sono gli stessi frutti della ricerca del succitato Istituto, ma anche l’ormai ovvia e da tutti conosciuta realtà dei motori di ricerca: non sono forse questi basati su algoritmi sempre più raffinati nella “lettura” di quantità esorbitanti di testi?
Lo stesso studio del funzionamento dei linguaggi – per fare un altro esempio concreto – può fungere da base per lo sviluppo di applicazioni che permettono la comunicazione da parte di persone con disabilità proprio nelle competenze comunicative. Si veda ad esempio uno dei campi di ricerca di Arcslab del Politecnico di Milano.
Molte altre possibili applicazioni possono riguardare inoltre gli ambiti industriali e commerciali, e per una volta – concedetecelo – ci prendiamo il permesso di essere autoreferenziali, citando strumenti software di business intelligence quali quelli sviluppati da Maps Group.
Clinika, ad esempio nel settore della sanità, e Webdistilled per l’analisi online e real time del sentiment. Entrambi infatti si fondano su motori semantici istruiti per annotare i testi in linguaggio naturale ed estrarne conoscenza.
Grazie alla linguistica computazionale è possibile dunque una nuova sinergia tra sapere umanistico e scientifico. Anzi, pare proprio che gli “umanisti” diventeranno essenziali allo sviluppo stesso della tecnologia – come possiamo leggere in questo interessante spunto. Dopo la crescita esponenziale del settore, in una nuova fase di assestamento e messa a frutto degli strumenti, “i prossimi 50 anni saranno probabilmente segnati da un ricongiungimento della cultura tecnica e quella umanistica: una vera e propria fusione dei due approcci”… E una (possibile) riscossa per i tanti laureati in materie umanistiche, a patto che aprano a loro volta il proprio sapere alla contemporaneità, e lo intendano con rigore scientifico!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.ehumanities.nl
www.smartdatacollective.com
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