[dropcap3]S[/dropcap3]e fino a qualche anno fa parlare di Big Data voleva dire farlo a proprio rischio e pericolo, con pochi interlocutori interessati, oggi il vento sembra cambiato.
Il tema, infatti, e la relativa terminologia, si affacciano sempre più spesso nell’orizzonte delle conversazioni e negli articoli di varie pubblicazioni, online e non.
Influencer globalizzati si ingegnano nel produrre infografiche, diagrammi e “torte” varie per far comprendere al mondo del business gli infiniti potenziali insiti in tale inusitata mole di dati, aprendo anche a noi comuni mortali finestre d’interesse verso parole quali Big Data, Open Data, Big Data Analytics etc.
Questo perché – dato ormai per acclarato che il presente e il futuro dell’efficienza in senso lato non possono prescindere dal governo della complessità – non c’è nulla, oggi, di più complesso e articolato del quantitativo di informazioni, dati e numeri che la nostra società produce ogni secondo in tutto il pianeta.
A partire anche dal fenomeno della digitalizzazione, che – con un’accelerazione straordinaria – genera una vera e propria esplosione di dati in tutti i settori della nostra società, nessuno escluso.
Oggi dunque, che le nostre capacità di calcolo – o meglio, quelle delle “macchine” che abbiamo opportunamente costruito prima e istruito poi – sono in grado di applicarsi in poderose prove di forza, tali Dati sono in procinto di essere esplorati e selezionati, scartati e trattati, allocati e trasformati in ogni dove, diventando veri e propri strumenti di efficienza e business, gestione e controllo.
Noi di 6memes, allora, fedeli all’imprimatur fondante del nostro stesso esistere, vocato alla trasmissione della conoscenza e alla divulgazione in termini più facilmente comprensibili di realtà tecniche altrimenti intraducibili, risaliamo oggi la fonte ontologica di questi strani dati, e cerchiamo di descriverli.
Innanzitutto usando la terminologia di settore che vede in un pool di “V” – velocità, varietà, volume, variabilità, veridicità – le caratteristiche necessarie e sufficienti a definirli.
Ma innanzitutto: cosa sono i Big Data? Sono senz’altro aggregazioni di informazioni di vario tipo (raccolte con diverse modalità) la cui mole non può essere processata attraverso strumenti di analisi standard, e che, come riportato in questo articolo: “What is Big Data? A meme and a marketing term, for sure, but also shorthand for advancing trends in technology that open the door to a new approach to understanding the world and making decisions.” sono anche una sorta di scorciatoia in grado di far progredire la tecnologia aprendo le porte a un nuovo modo di “comprendere” il mondo.
Le 4 + 1 “V” allora si spiegano in questi termini, laddove non solo il volume basta a identificarli – fraintendimento cui potrebbe ad esempio portare il termine Big – ma concorrono anche criteri di Velocità, intesa nel senso di velocità di generazione dei dati, di Varietà, riferita appunto alla diversità sia di fonte che di tipologia dei dati, di Variabilità, legata al fatto che il senso o l’interpretazione di un medesimo dato cambia in base al contesto in cui viene raccolto ed analizzato, cui si è recentemente aggiunto un ultimo fattore che inizia sempre con la lettera “V”, quello della Veridicità.
[bctt tweet=”Le 4 + 1 V dei Big Data si dispiegano laddove non solo il Volume basta a identificarli… ” username=”MapsGroup”]
Termine più che mai attuale, quest’ultimo, in quanto si riferisce alla connotazione qualitativa del dato raccolto e analizzato (in termini di interoperabilità e affidabilità), fattore davvero cruciale, essendo questi dati alla base di una serie di attività inferenziali il cui esito dipende appunto dalla qualità della materia prima da cui si parte. Come a dire: è bene fare Castelli, a patto che questi non siano di sabbia. A meno che non stiamo giocando in riva al mare…
Queste dunque sono le parole chiave che governano questo mondo in cifre e lettere che a giorni alterni incontriamo di qua e di là del web e che incorniciano un mondo parallelo di informazioni – da noi stessi generate – che possono e probabilmente debbono tradursi appunto non solo in numerosità, ma in altrettante “verità” su cui fare conto, se vogliamo organizzare e governare la complessità con cui noi stessi ci stiamo circondando.
Come per tutte le cose importanti di questo mondo, del resto: la verità e la consapevolezza come patto implicito su cui si fonderanno le decisioni che prenderemo, con tutte le conseguenze che tali azioni porteranno con sé. Dato dopo Dato.
Autore: Cabiria
[dropcap3]D[/dropcap3]opo aver parlato della malattia e della cura del corpo sul piano sostanzialmente fisico, continuiamo il nostro viaggio narrativo intorno alla medicina, in prospettiva storico-culturale, affrontando il tema misterioso e affascinante dei meccanismi della psiche.
Non ne parleremo con pretesa di approfondimento, essendo una materia troppo delicata per il perimetro del nostro blog, ma – senza affrontare gli aspetti più dolorosi (e talvolta tragici) della malattia mentale – ci soffermeremo invece brevemente su come, nel tempo e fino ad oggi, le comunità scientifiche e le società ne hanno affrontato i vari aspetti. E lo faremo alla nostra maniera, attraverso quella forma di condivisione della conoscenza rappresentata, appunto, dalla narrazione.
A tal proposito ci facciamo soccorrere dal motto utilizzato nel titolo. L’antico Nosce te ipsum – del tempio di Apollo a Delfi, che faceva riferimento, secondo gli studiosi, alla finitezza dell’essere umano e ai suoi limiti – potrebbe essere reimpiegato oggi, come esortazione a una maggiore consapevolezza del sé, anche a fronte dell’incertezza esistenziale che indubbiamente caratterizza il nostro tempo. È perfino banale ricordare come ansia e depressione, fobie, attacchi di panico, comportamenti compulsivi, siano una “malattia” del nostro tempo. E che tale loro incremento sia legato anche al venire sempre più meno di quella rete di sostegno – sociale, religiosa o politica, a seconda delle epoche storiche – che abbracciava gli individui in un contesto assai più ampio della loro soggettiva finitezza e li guidava attraverso un sistema di valori, proprio come un faro nella tempesta.
Non è un caso insomma che – con il delinearsi della civiltà contemporanea – si sia determinata anche una crescente sistematizzazione della psicologia come disciplina medico-scientifica, con le varie scuole e le molteplici filosofie della cura. Un bisogno di cura del disagio psicologico non solo sempre più evidente e inerente una parte significativa della popolazione, ma rispetto al quale la società stessa ha maturato una risposta non soltanto clinica, ma rispettosa dell’individuo e dei suoi diritti.
Fra i diversi modi di guardare al problema, tra cui l’organico (il disagio e la malattia come frutto di un problema fisiologico, da curare come tale) e il dinamico (la malattia è frutto invece di forze psichiche contrastanti), citeremo qui quello forse più noto, divenuto per così dire paradigmatico, ovvero la psicoanalisi freudiana con il suo corredo iconografico della terapia: l’analista e il suo famigerato lettino, i sogni da interpretare, il vissuto da dipanare…
Stereotipi che popolano tanti libri e film, fino a divenire parodia e nascondere perfino in taluni altri casi una vena critica per certi compiacimenti e ripiegamenti borghesi sul sé interiore. Pensiamo ad esempio alla sottile ironia di un personaggio come lo Zeno di Svevo, o agli stralunati nevrotici del cinema di Woody Allen.
Insomma, il panorama del mondo della “malattia” connessa alla sfera psicologica meriterebbe definizioni e distinguo, anche sociologici, per tacere di quelli semantici della terminologia da usare, su cui qui non possiamo che sorvolare.
E arriviamo così, per concludere, a un rapido sguardo sull’oggi, con i tanti filoni e scuole di pensiero che si sono sviluppati, dove l’attenzione non è più centrata solo sull’interiorità dell’individuo, ma è di volta in volta rivolto all’indissolubile intreccio di corpo e mente, oppure all’ambiente e al sistema di relazioni in cui si è formato ed è immerso il singolo, al suo comportamento, più che al suo inconscio.
Anche se occorre considerare come in realtà, proprio per la complessità dei fenomeni e delle persone che li vivono, la cura non può che essere differenziata e mista, con il ricorso anche ai farmaci, ad esempio per superare le fasi acute della sofferenza.
Dopo questa lunga divagazione torniamo dunque all’iniziale “conosci te stesso”… ci piace infatti ricordare una specifica pratica di cura, chiamata mindfulness, che viene accostata anche ad antiche pratiche meditative. Pratica che focalizza non più il vissuto e l’inconscio come origine nascosta della sofferenza da riportare alla luce per risolvere le difficoltà esistenziali, ma il qui e ora da affrontare con gli strumenti della consapevolezza e dell’accettazione di sé.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_psicoterapia
it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_psicologia
www.treccani.it/enciclopedia/ansia-e-depressione_(XXI-Secolo)/
[/boxed_content]
[dropcap3]N[/dropcap3]on deve ingannare l’apparente, innocua “veste” del termine moda che, a una lettura ingenua, sembra ammiccare a un qualcosa di databile, e dunque soggetto – come la giovinezza e la bellezza – al trascorrere impietoso del tempo.
E nemmeno deve trarci in inganno l’altra declinazione possibile del termine, che evoca scenari di lusso elitario e passerelle in cui donne eteree e abiti fiabeschi avanzano insieme a passo regale: niente è più sociale della moda, e null’altro è in grado – in un solo colpo d’occhio – di rappresentare identità estetica, status economico e stile di vita.
E come per quanto riguarda le norme basilari della comunicazione in generale – per cui si teorizza che è impossibile non comunicare – anche per la moda vale lo stesso: non importa se uno cerca di esserne svincolato, facendo – come si dice – l’alternativo: tale apparente disinteresse rischia anzi di ammantare di un’aura snob il suo ignaro “portatore”…
Non c’è uscita possibile, dunque, da questo labirinto. E visto che l’abito fa – eccome se lo fa – il monaco, ci sono interi settori della società, della cultura e del business che in queste vesti si trovano alla grande, con un approccio molto poco poetico e assai prosaico. Parliamo della MODA, quella vera, capace di muovere un’infinitudine di sogni, persone e merci… Come non affiancare dunque al termine Moda la parola Big?
L’industria della moda, “avanti” da sempre in tutto, lo è anche in questo settore, quello dei Dati. Pressoché illimitati sono gli esempi che dalla tecnologia Big Data – o IOT, Mobile e chi più ne ha più ne metta – hanno ricavato più e più asset, “guadagnandoci” alla grande e traducendo il tutto in una tecnologia Smart che più smart non si può. Un click o due e decine e decine di capi d’abbigliamento arrivano a casa tua con “consegna e reso gratuiti”.
Il tutto in continui flussi di comunicazione in andata e ritorno che disegnano senza colpo ferire comportamenti d’acquisto e stili di vita, traducendosi in colori, forme e tessuti, preferenze e idiosincrasie tracciate a memoria, inestimabile bottino di Dati pronto a mostrarsi alle nostre spalle al prossimo impulso di shopping online.
La Moda poi, si auto-alimenta e, ingorda come è, non si accontenta mai. Tanto da divenire fonte, impulso e ispirazione non solo per i consumatori, ma per gli stessi produttori. Pardon: creatori e stilisti.
[bctt tweet=”Come non affiancare al termine #Moda la parola Big? O anche #Smart, Small, Extra-Large…” username=”MapsGroup”]
In un articolato White Paper pubblicato dal network O.Reilly sul tema, il fenomeno Smart si è allargato alla grande, invadendo tipologie di produzione e consumo di beni “di moda” davvero ingegnosi. Ne proponiamo di seguito un breve elenco, riportando alla lettura dell’e-Book la lunga lista di possibilità.
Partiamo con Wowcracy, una piattaforma per designer indipendenti che, secondoVogue Talent, “si conferma come uno dei progetti di scouting più interessanti sulla scena della moda internazionale”, e proseguiamo con Moda Operandi, che vende moda di lusso in pre-ordine direttamente dal sito. Passiamo poi da GPS FASHION il cui claim è tutta una promessa: “Concept to Consumer. Transform your Launch to Market”, sino a Modalyst, una piattaforma di acquisto che collega designer indipendenti e piccoli rivenditori, terminando con EDITD, un eccezionale strumento di dati per stilisti, merchandiser e acquirenti che quantifica le tendenze in tempo reale, analizzando i dati dalla vendita al dettaglio assieme alle metriche sociali e di prodotto.
Che altro aggiungere? Con questa nuova generazione di high-tech, realtà piccole e grandi sono oggi capaci di massimizzare e segmentare, filtrare e specializzare il mercato, e soprattutto di orientarlo. In nuove forme di business in cui il “taglia e cuci” di una volta sembra una nuova metafora per “cerca, scegli e cuciti addosso l’abito che vuoi”.
La nuova sede del gruppo è nel complesso ATRIUM, in via Paradigna 38/A a Parma.
[dropcap3]D[/dropcap3]a lunedì 6 giugno chi cercherà il Gruppo Maps potrà trovarlo nella nuova sede, in una piccola isola a Nord di Parma circondata da un’area verde e pedonale, in posizione strategica rispetto all’Autostrada e alla Tangenziale e ben fornita di collegamenti pubblici con la città, la sua stazione il suo centro.
La nuova sede, che è stata edificata secondo gli standard più elevati in materia sia di comfort personale che di tutela ambientale, è suddivisa in due diverse palazzine, di cui una tre piani, e gli spazi sono distribuiti in 4 differenti aree dedicate ad altrettante funzioni:
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[icon image=”ss-tag” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Operation
Erogazione di attività ai clienti
[icon image=”ss-tag” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Planning
Pianificazione, Organizzazione, Gestione dei clienti
[icon image=”ss-tag” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Support
Servizi generali, AFC, Supporto commerciale, HR e formazione
[icon image=”ss-tag” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Relax
[/boxed_content]
Per favorire il dialogo e la comunicazione intra ed extra aziendale sono presenti otto meeting room – dedicate ad altrettanti “maestri” nell’innovazione, della cultura e del pensiero – di cui una all’aperto, in un terrazzo che affaccia sulla città. Una di esse, la Thinking room, sarà dedicata al silenzio e alla riflessione.
Elevata anche l’attenzione al comfort per chi “vivrà” nella nuova sede, con una grande attenzione all’acustica e all’organizzazione modulare del lavoro e un intero piano dedicato la relax e alla pausa, attrezzato con cucina e posti per il pranzo.
Disponibili per tutti anche ampi spazi all’esterno… Insomma: una sede pensata per chi ci lavorerà e dunque ci vivrà!
[dropcap3]I[/dropcap3]n italiano non suona tanto bene: vagabondo, perdigiorno… Dà l’idea del riprovevole vizio dell’ozio. Ma in francese, è tutta un’altra cosa: flâneur... Che poi è un vagabondo perdigiorno lo stesso, ma il termine indica anche qualcos’altro: il flâneur, secondo la tradizione letteraria dell’Ottocento, è un intellettuale che trascorre il suo tempo vagando senza meta e senza scopo nello spazio cittadino (e la città è Parigi!), contemplando la folla urbana, seguendo il capriccio di un’osservazione disinteressata del mondo, in preda ad una curiosità libera dal profitto, un “botanico da marciapiede”, per usare l’espressione coniata dal poeta Charles Baudelaire, che per primo ha incarnato e codificato la figura del flâneur.
Naturalmente il flâneur ha molto tempo a disposizione, è “uno che porta al guinzaglio delle tartarughe lungo le vie della città”, per dirla sempre col poeta. E’ quindi un aristocratico dello spirito, o almeno un borghese esentato dal partecipare alla lotta per la sopravvivenza, un prodotto della rivoluzione industriale, come ben lo intese Walter Benjamin nel suo “Das Passagen-Werk”.
Non a caso l’infaticabile passeggiatore compare in contemporanea con la nascita del turista, ma il suo viaggio si limita all’esplorazione del ristretto nugolo delle solite strade cittadine, percorse quotidianamente senza fretta e senza scopo. Il flâneur, in questa tradizione culturale, è visto come uno studioso della vita moderna, un “ozioso affaccendato”, come lo ha definito qualcuno, estraneo al mondo del lavoro e della produzione capitalistica, che contempla la realtà con un atteggiamento misto di distacco e partecipazione.
Il flâneur è infatti una figura dinamica: può stazionare seduto al tavolino di un bistrò osservando il caleidoscopico mondo che scorre davanti a lui, ma più frequentemente è un passeggiatore instancabile, che copre distanze ragguardevoli, percorrendo itinerari casuali, mai programmati. Il flâneur infatti è un animale urbano, un solitario che però ama la folla; o meglio, ne è attratto ma la fugge allo stesso tempo, come raccconta bene Edgar Allan Poe, il maestro di Baudelaire, ne “L’uomo della folla”, altro testo chiave per comprendere a pieno il senso della flânerie.
E’ un camminatore, quindi, come il protagonista de “La passeggiata”, un altro classico sull’argomento, un bellissimo racconto scritto da Robert Walser nel 1917. E di indole nomade ed errabonda è anche il protagonista dei “Quaderni di Malte Laurids Brigge” (1910) di Rainer Maria Rilke, che introduce però un altro aspetto della figura del flâneur, e cioè l’inquietudine, il senso di estraneità dell’individuo in una Parigi infernale, segreta e sotterranea, in cui il protagonista vaga come in preda a un delirio allucinatorio. L’ultimo importante esempio di letteratura della flânerie è individuabile infine nella “Trilogia di New York” di Paul Auster, in cui il passeggiatore solitario protagonista dell’opera è trasformato in un detective alla ricerca del senso della vita nella metropoli straniante e labirintica.
Ma arriviamo ai giorni nostri. E a questioni meno letterarie. Esiste la versione contemporanea, magari al femminile, del flâneur? Secondo Elizabeth Wilson, si tratta, per ragioni storiche e culturali, di una figura essenzialmente maschile, anche se la modernità ha prodotto una versione femminile di flâneuse, incline però più allo shopping che alla contemplazione. E le percentuali di acquisti online fatti da mani femminili lo dimostrano, dollari, euro o yen che siano alla mano, così come il tempo che il genere femminile dedica alle passeggiate online.
L’ultima frontiera della flânerie sembra essere data proprio dal web, tanto che alcuni parlano di cyberflâneur, un solitario navigatore della rete che per curiosità e voyeurismo osserva il multiforme spettacolo del mondo virtuale, mosso più dal desiderio di perdersi che di trovare, di condividere che di appropriarsi, facendo propria quella dimensione più oblativa e antieconomica che sembra essere la cifra più profonda del mito del flâneur. Come dire: cambiano le strade, ma il passo dell’indolente è sempre quello?
Non è proprio così. È vero, la rete ha reso tutti noi un po’ più nomadi e vagabondi, curiosi ricercatori di conoscenze alternative, esploratori di territori non battuti, osservatori disinteressati del teatro del mondo… Ma è il concetto di serendipity (cui dedicheremo un prossimo articolo) ad aver ormai contagiato anche questo girare a caso per il web, traducendo lo storico significato “flaneriano”, dedito all’ozio puro, in qualcosa di più prosaico. Nel senso che, sì, va beh oziare, vagabondare, girovagare… ma portare a casa qualcosina no? Per saperne di più vi aspettiamo al prossimo articolo. E nel frattempo… buona passeggiata.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
Bibliografia
– Charles Baudelaire: “Lo Spleen di Parigi”, “I quadri di Parigi”, Il pittore della vita moderna”
– Edgar Allan Poe: “L’uomo della folla”
– Rainer Maria Rilke: “I quaderni di Malte Laurids Brigge”
– Guillaume Apollinaire: “Il flâneur di Parigi”
– Dino Campana: “I canti orfici”
– Robert Walser: “La passeggiata”
– Luis Aragon: “Il paesano di Parigi”
– Walter Benjamin: “I passages di Parigi”
– Paul Auster: “Trilogia di New York”
– Elizabeth Wilson: “The invisible flaneuse”
– Chris Jenks: “Watching your step”
– Giampaolo Nuvolati: “Lo sguardo vagabondo”
– Gaspare Armato: “Il senso storico del flaneur”
Siti internet consultati
– www.oubliettemagazine.com
– www.doppiozero.com
[/boxed_content]
[dropcap3]U[/dropcap3]na mitica età dell’oro, in cui l’uomo viveva, in pace, dei ricchi frutti di cui la natura era dispensatrice, appartiene a molte tradizioni, in primis a quella greca classica e a quella biblica del Paradiso Terrestre. E se, ben presto, tale idilliaco equilibrio si è spezzato sotto la spinta impressa alle vicende umane dal desiderio di conoscenza dei nostri mitologici antenati, pare che le conseguenze della punizione inflitta a Prometeo e Adamo continui a perseguitarci. La cacciata dall’Eden si perpetua, invero per colpa nostra, nella misura in cui, non solo a lungo e in modo dissennato abbiamo consumato le risorse naturali che il pianeta ci offriva, ma tuttora rincorriamo obiettivi di riequilibrio ambientale ancora tutti da avverare.
Insomma, la cornucopia dei beni che la Natura ci offre si va inesorabilmente svuotando. Global Footprint Network è un ente che “ha l’obiettivo di accelerare l’uso dell’Impronta Ecologica – uno strumento di contabilità delle risorse che misura quanta natura abbiamo a disposizione, quanta ne utilizziamo, e chi usa cosa”, per diffondere dati e conoscenze utili a uno sviluppo sostenibile. Ebbene, secondo questa organizzazione, come riportato in questo articolo il consumo attuale di risorse naturali è una volta e mezzo quello disponibile sulla Terra. Di questo passo, in proiezione, ci servirebbero due Pianeti entro il 2030 e tre pianeti entro il 2050 per sostenere tale vertiginosa crescita a scapito dell’ambiente.
Tanto che, ogni anno, l’8 di agosto è simbolicamente fissato l’Overshootday, ovvero il giorno in cui l’umanità esaurisce tutte le risorse che la Terra è in grado di rigenerare appunto in quell’anno.
Questa “contabilità ambientale” rivela come la ricchezza ecologica del nostro Pianeta – che può essere visualizzata in una interessante mappa interattiva consultabile a questo link – risulta dunque inesorabilmente in pericolo.
Per questo, anche in ambito europeo, sono attivi programmi per contrastare gli effetti negativi su biodiversità e risorse naturali, e raggiungere l’obiettivo del 7° Programma d’azione europeo per l’ambiente, ovvero quello di uno sviluppo compatibile con i limiti naturali del Pianeta. Ma il rapporto SOER 2015 dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, nel sottolineare i progressi fatti – in ambiti come il contenimento dei gas serra o la gestione dei rifiuti – rivela anche come “la biodiversità continua a essere erosa”: il 60% delle specie protette e il 77% degli habitat presi in considerazione dallo studio non godono di buona salute, così come “la metà dei corpi idrici”, mentre “la biodiversità marina e costiera rappresenta un ambito di particolare preoccupazione”.
Quale sia la situazione in Italia può essere consultata invece nell’Annuario 2014-2015 dell’ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, dove sono presi in considerazione globalmente i fattori convergenti che incidono sulla conservazione dell’ambiente, come quelli produttivi, lo stato di biosfera, idrosfera e geosfera, gli elementi di rischio e quelli invece di tutela ambientale. Ne emerge un quadro complesso dove indicatori positivi, si alternano a situazioni che destano allerta e ad altre più negative.
Quali soluzioni perseguire allora? Non ci soffermeremo qui sullo stato delle politiche nazionali o sugli accordi intrapresi tra gli Stati. Ci piace pensare però che quella stessa fame di conoscenza e quella curiosità della scoperta che gli Antichi reputavano all’origine della perdita dello stato di natura, possano soccorrerci, fornendoci gli strumenti per porre rimedio ai nostri stessi guasti, sotto l’impulso di una più matura consapevolezza della necessità di tutelare il nostro Pianeta. Un esempio per tutti, quello che vede uniti FAO e Google Earth nel monitorare attraverso i satelliti lo stato della Terra e fornire così dati utili alla sua salvaguardia.
Chissà allora che – anche grazie a innovazione e conoscenze tecnologiche – la cornucopia non torni a elargire i suoi frutti.
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“Smart Cities Innovation Challenge” edizione 2016: Maps Group c’è!
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Giugno, 13-15, 2016 • Austin – TX: quando IoT e Smart fanno rima con Globalità.
L’evento, nella sua terza edizione, è una straordinaria occasione per fare il punto a livello globale sulle opportunità di sviluppo e innovazione a partire dagli attuali punti critici in materia ad esempio di clima, energia e problemi demografici. Il fine ultimo è quello di trovare, condividere e accelerare soluzioni innovative per lo sviluppo di Smart Cities.
Grazie infatti alla messa in comune di progettualità, competenze e possibili ambiti di investimento e business, verranno confrontate pratiche, proposte e progetti innovativi per accelerare lo sviluppo intelligente delle comunità urbane in tutto il mondo.
Replicabilità, Scalabilità, Sostenibilità e Interoperabilità: questi i tag che inquadrano l’evento cui i relatori sono chiamati a contribuire, con i seguenti temi all’ordine del giorno:
[list] [list_item icon=”ss-pointright”]Transportation[/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Sensor Networks [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]ICT Networks [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Cyber Security [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Buildings & Efficiency [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Urban Planning [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Islands/Isolated Communities [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Water Management [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Waste Management [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Weather Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Gov/Civic Services [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Emergency Services [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Healthcare Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Environmental Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Finance Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Education Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Tools & Platforms[/list_item] [/list]
[bctt tweet=”#GCTCExpo2016 e #MapsGroup. ” username=”MapsGroup”]
Anche Maps Group tra i rappresentanti italiani presenti all’evento, in un lungo elenco di relatori, tra cui segnaliamo: Hitachi, IBM, MathWorks, Nokia, North Carolina A&T State University, Temple University, University of North Texas, University of Texas at Austin.
Per quanto riguarda l’ordine del giorno delle soluzioni che Maps Group illustrerà durante l’iniziativa, saranno in primo piano la presentazione dei sistemi di monitoraggio e controllo per la distribuzione dell’energia. Per seguire l’evento su twitter utilizzare l’hastag #GCTCExpo2016 e #MapsGroup.
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Stay tuned con #MapsGroup!
[/impact_text]
[spb_row wrap_type=”content-width” row_bg_type=”image” bg_type=”cover” parallax_image_height=”content-height” parallax_image_movement=”fixed” parallax_image_speed=”0.5″ parallax_video_height=”video-height” parallax_video_overlay=”none” row_overlay_opacity=”0″ row_padding_vertical=”0″ row_margin_vertical=”0″ remove_element_spacing=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
“Smart Cities Innovation Challenge” 2016: Maps Group will be there!
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June 13-15, 2016 • Austin – TX: When IoT and Smart rhyme with Globality.
This event, in its third year, is an extraordinary occasion to get a global reading on the opportunities for development and innovation starting from today’s critical areas, such as climate, energy and demographic issues. The end-goal is to find, share and accelerate innovative solutions for the development of Smart Cities.
In fact, thanks to the sharing of planning skills, expertise and potential areas for investment and business, innovative practices, proposals and projects to accelerate the smart development of urban communities throughout the world will be explored.
Replicability, Scalability, Sustainability and Interoperability:: these are the tags that describe the event in which participants are asked to contribute to the following themes on the agenda:
[list] [list_item icon=”ss-pointright”]Transportation[/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Sensor Networks [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]ICT Networks [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Cyber Security [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Buildings & Efficiency [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Urban Planning [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Islands/Isolated Communities [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Water Management [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Waste Management [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Weather Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Gov/Civic Services [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Emergency Services [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Healthcare Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Environmental Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Finance Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Education Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Tools & Platforms[/list_item] [/list]
[bctt tweet=”#GCTCExpo2016 and #MapsGroup. ” username=”MapsGroup”]
Maps Group will be among the Italian representatives at the event, part of a long list of participants which includes: Hitachi, IBM, MathWorks, Nokia, North Carolina A&T State University, Temple University, University of North Texas, and University of Texas at Austin.
In terms of the agenda of solutions Maps Group will be presenting during the initiative, in the forefront will be the demonstration of its energy distribution monitoring and control systems. To follow the event on Twitter, use the hashtags #GCTCExpo2016 and #MapsGroup.
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Stay tuned with #MapsGroup!
[/impact_text]
[dropcap3]C[/dropcap3]osa c’entrano i Romani con la nostra rubrica sull’innovazione e la relativa ricaduta sociale in termini di performance su quelle che nell’articolo “inaugurale” abbiamo chiamato “cornici di realtà”? Lo scopriremo affrontando il primo degli approfondimenti previsti, sul tema “Reti e infrastrutture”, ma prima partiamo da una necessaria – e breve – premessa.
Quali infrastrutture?
Con infrastrutture si intende ciò che viene chiamato anche “capitale sociale fisso”, ovvero quella dotazione, per così dire patrimoniale, di uno stato che non contribuisce direttamente alla produttività, ma che ne è il presupposto essenziale.
Senza entrare in ulteriori dettagli e distinzioni, possiamo però dire che tali infrastrutture si differenziano anche sulla base del loro essere “puntuali” o meno. Una scuola o un ospedale sono puntuali. Una strada o una rete ferroviaria hanno invece un carattere reticolare: sono formate da linee che possono incontrarsi e concentrarsi in punti, come le stazioni della Ferrovia, gli snodi di un’autostrada, oppure i punti di raccolta e di erogazione di un servizio.
Di queste reti parliamo oggi, aggiungendo che nel mondo digitale attuale non è detto poi che tali linee siano reali e concrete, ma possono essere anche più sfuggenti a categorizzazioni tradizionali: come definire le tratte che solcano il cielo nazionale, interrotte dagli scali? Come descrivere le maglie delle reti tecnologiche con i loro nodi, tanto essenziali per ogni nostra – è davvero il caso di dirlo – quotidiana attività?
Si tratta di reti di cui beneficiano appunto sia i soggetti produttivi, come le aziende, che i consumatori, e ciò soddisfa i parametri che avevamo fissato nel succitato articolo per la nostra piccola indagine: l’essere il luogo di incontro tra persone, cose e dati!
Per vedere allora come si realizza questo incrocio tra innovazione e infrastrutture – oltre a rimandare a una panoramica sui trasporti e sulla logistica già pubblicati sul Blog 6memes – siamo andati a caccia di ulteriori spunti.
L’importanza delle Reti
E arriviamo così a spiegare il perché di un titolo che torna indietro a rievocare perfino gli antichi Romani, che sono stati grandi costruttori di strade e, esagerando un po’, ma poi neanche tanto, con le strade hanno costruito un impero. Le reti infrastrutturali erano infatti già allora e sono per noi ancora oggi di cruciale importanza, siano esse concretissime strade sui cui si muovono merci e persone, o per noi anche impalpabili dati che veicolano la comunicazione nell’etere.
Infatti, se proverbialmente farraginosa e lenta è stata spesso, nella storia d’Italia, la costruzione delle infrastrutture, con il digitale e le tecnologie più innovative questo genere di problemi potrebbe e dovrebbe non solo trovare un efficace superamento, ma anche moltiplicare esponenzialmente il relativo vantaggio sociale: come si legge in questo articolo, non ammodernare e convertire in chiave tecnologica le infrastrutture potrebbe costarci caro… e non è un modo di dire!
A questo proposito è recente e incoraggiante la notizia riguardante l’iniziativa di Enel di installare una nuova generazione di contatori “intelligenti”: a questa rete in fibra – oltre ad agganciarsi il cosiddetto “Internet of Things”- potranno appoggiarsi le compagnie telefoniche, superando così i problemi che finora hanno ostacolato la diffusione della banda larga, giudicata un imperdibile starter per la nostra economia.
L’innovazione, a monte e a valle della Rete
In questa piccola ricerca abbiamo valutato inoltre come la tecnologia digitale e quella basata sui Big Data interessino tutti gli aspetti delle reti infrastrutturali e della loro “vita” sociale, agiscano insomma a monte e a valle dei processi, dall’erogazione del servizio da parte di Aziende ed Enti, alla fruizione del consumatore. Prendendo ad esempio le reti della mobilità abbiamo visto come l’innovazione agisca a tutto tondo, e in modo sinergico. Migliorando la gestione dei flussi, automaticamente ne ricavano beneficio l’esperienza e la sicurezza degli utenti.
In ambito aeroportuale ad esempio, dove la quantità di passeggeri da gestire è destinata ad aumentare di un 22% stimato al 2020, la soluzione è sempre più tecnologica e volta all’ottimizzazione di servizi e risorse: parcheggi robotizzati, business intelligence per la gestione dei flussi, biglietti digitali, come ci spiega questo interessante articolo.
Nel traffico ferroviario invece, ERMTS è un sistema che si avvale di tecnologie all’avanguardia per garantire l’interoperabilità ovvero la fluida circolazione dei convogli in Europa sulle linee che ne sono dotate.
Anche la sicurezza – di così grande attualità oggi – è oggetto di investimento tecnologico. Un solo esempio di casa nostra: grazie al passaporto biometrico e al riconoscimento facciale si possono superare i controlli in 20 secondi!
Insomma reti infrastrutturali sempre più innovative e utenti sempre più digitali – come gli Antichi Romani – alla conquista (pacifica) del mondo su strade tecnologiche!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
corriereinnovazione.corriere.it
corriereinnovazione.corriere.it/citymapper
nova.ilsole24ore.com
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[dropcap3]L[/dropcap3]o avevamo promesso e siamo qua: a un anno dall’avvio del blog 6memes diamo conto dei nostri numeri.
Prima, però, ricordiamo l’obiettivo originario del progetto: lanciare un blog su temi di solito inaccessibili attraverso un piano editoriale e uno stile comunicativo in grado di bilanciare tra loro contenuti informativi e d’intrattenimento, in un gioco di parole tra Letteratura e Numeri.
Due i topic portanti del progetto: la condivisione della conoscenza (Sharing Knowledge) e i Big Data, in un percorso di conversazioni alla portata di tutti, o quasi :-).
Proprio da questa sfida è partita l’idea di 6memes, per avvicinare anche i più restii al mondo dei dati – ancora sconosciuto – mostrandone le applicazioni concrete all’interno di contesti quotidiani, paralleli ai discorsi astratti di natura statistica, matematica o analitica che di solito li rappresentano.
Non abbiamo parlato, dunque – né lo faremo – solo di dati con la “D” maiuscola, quelli per i tecnici di settore, ma anche della possibilità di leggerli e interpretarli in un’ottica, diciamo così, umanistica.
Per fare questo abbiamo preso a prestito i “Six memos” di Calvino che, divenuti veri e propri tag all’interno del blog, lo hanno costellato di connessioni e percorsi tematici ad hoc, coerenti con la mission del progetto editoriale: regalare al lettore un’esperienza leggera, rapida, esatta, visibile, molteplice e coerente delle realtà innovative, seguendo l’insegnamento delle “Lezioni americane”.
Queste nuove tematiche, amalgamate insieme, hanno così dato vita a un blog che – con un centinaio di articoli pubblicati – non si presenta agli occhi del lettore come l’accostamento casuale di universi estranei tra loro, ma piuttosto come un tentativo di coabitazione, a volte fusione, di sistemi diversi di realtà, ciascuno aperto allo scambio con gli altri.
[bctt tweet=”“L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose”. Italo Calvino” username=”MapsGroup”]
E proprio partendo da questi tag la prima sorpresa: in un gioco di marcatura che non ha alcuna pretesa di campionatura – se non quella dell’espressione di senso dei contenuti – scopriamo che tra le connotazioni di visibilità, coerenza, molteplicità, rapidità, esattezza e leggerezza è proprio la visibilità, a trovarsi in pole position, seguita dalla coerenza.
A significare che l’ipotesi fatta inizialmente da 6memes era più mirata del previsto: tecnologia e big data, se analizzati e utilizzati con consapevolezza, servono a rendere “visibili” argomenti, modelli, evenienze e coincidenze che altrimenti sarebbero sommerse dalla complessità in cui svolgono il loro quotidiano “lavoro”.
Per quanto riguarda invece i “numeri” veri e propri del blog, diamo conto solo brevemente – per non darci troppe arie 🙂 – del riscontro di pubblico che ha avuto nelle varie piattaforme, con un’impennata – mantenutasi poi costante – delle visite sul sito e un incremento considerevole lato social sia dei follower che delle visualizzazioni dei post.
Infine una “citazione” di merito agli articoli vincitori della nostra classifica, in cui a seconda del social hanno fatto presa temi diversi: per quanto riguarda Facebook è stato l’articolo dedicato ai Neuroni Specchio e la conoscenza, a vincere, seguito da un post sulle performance biologiche delle balene e uno sugli Open Data.
Per quanto riguarda Linkedin il primo posto va invece a Eduopen, seguito da un articolo sul DNA e i Big Data e un altro sul potere predittivo dei dati.
A un anno quindi dal nostro start possiamo essere davvero lieti dei traguardi raggiunti, ringraziamo di cuore chi ci ha voluto seguire e dare la sua attenzione e chiudiamo con una citazione celebre di Calvino: “L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose”. E con il nostro primo posto al tag visibilità speriamo di aver dato al nostro e al vostro sguardo qualche chance in più per guardare la realtà. Stay Tuned!

