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Agli albori dei Big Data Big Data & C.

Big data e Shahrazàd: mille e un dato.

[dropcap3]C[/dropcap3]iclicità, replicabilità e serialità sono tutti concetti che si rifanno al rapporto esistente tra la fine di qualcosa e l’inizio di un’altra, argomenti ed evenienze ben note alla nostra esistenza. Lo stesso Einstein – scienziato per antonomasia – lo aveva ben espresso: nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma.
È in questo semplice postulato – quasi fosse una sentenza – che, nel confine tra l’uno e l’altro stato, si individua quel momento decisivo – potremmo definirlo una sorta di clinamen – in cui la fine di ciò che esisteva in precedenza diviene materia prima per qualcosa che è prossimo a venire.
La maggior parte dei percorsi di senso della nostra società – seppure declinati in maniera diversa in base alle varie civiltà – segue del resto questo semplice (all’apparenza) principio.
Tanto che persino in letteratura questo meccanismo narrativo ha illustrissime origini: basta pensare a Le mille e una notte, celebre corpus narrativo indo-persiano scritto fra il X e il XII secolo e introdotto in Europa già nel Settecento.
Il dispositivo di senso di questa sorprendente opera si organizza infatti attorno a una cornice – l’incontro, notte dopo notte, di un crudele Sultano con la bella protagonista, Shahrazàd – all’interno della quale si srotolano mille e uno racconti. Il finale di ogni racconto, grazie all’abilità della narratrice, è sospeso ogni volta – o meglio è procrastinato – sino all’alba del giorno dopo, mantenendo così intatta, incontro dopo incontro, la curiosità del Sultano.
Emblematica anche la funzione salvifica conclusiva: grazie a questo espediente la protagonista non solo eviterà la morte, ma lo stesso Sultano avrà modo di lenire la propria ferita narcisistica e guarire così la propria anima; nel frattempo noi, i lettori, avremo goduto del racconto di mille e più fiabe strutturate in cicli narrativi consequenziali eppure indipendenti le une dalle altre.
Nel mondo dei Dati – che poi è quello che vogliamo indagare noi di 6memes – il passaggio tra la fine di una cosa e l’inizio di un’altra è assai meno cruento: qui davvero niente si distrugge ma tutto – potremmo dire in parafrasi – si moltiplica, trasformandosi. I dati, proprio come varianti di una storia, mattoncini di un’infrastruttura o molecole di atomi differenti, possono dare vita, grazie ai diversi legami che si possono intrecciare tra loro o con qualcos’altro, un numero pressoché inesauribile di altri “tracciati” informativi.
Seguendo dunque questo paradigma, arriveremo a una serie di esempi concreti, che riguarderanno sia i processi data driven che i set data mining, utilizzando la medesima tassonomia utilizzata da Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth in “Big Data. Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere”.
Secondo gli autori infatti, a partire dal processo di “datizzazione”, che consente di “quantificare il mondo” a partire da una serie di dati iniziali, si può arrivare a conoscere, raccontare e quindi trasformare la realtà, come in ogni percorso di senso che si rispetti. Come? Lo scopriremo nel prossimo articolo, di cui anticipiamo per ora soltanto l’indice:

Da digitale a dato

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] le parole che si trasformano in dati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] la posizione che si trasforma in dati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] interazioni che si trasformano in dati.

Valore primario dei dati

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] riutilizzo dei dati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati ricombinati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati estensibili.
E adesso, proprio come Shahrazàd – certo senza il suo fascino e la sua ammaliante capacità di seduzione – terminiamo qui il primo articolo sui mille e uno dati, in attesa del prossimo appuntamento.

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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

L’armonia della cura: le medicine alternative e complementari.

[dropcap3]A[/dropcap3] proposito di malattia e cura, abbiamo sviluppato la nostra rubrica sulla medicina in prospettiva culturale, di cui fa parte anche questo articolo, intorno al concetto cardine della loro variabilità.
Volendo introdurre una terminologia tecnica, presa a prestito dall’ambito linguistico, potremmo parlare di una relatività che si manifesta in senso diacronico (ovvero nel tempo), diatopico (ovvero nello spazio), e diastratico (ovvero nel plurimo riflesso sociale della malattia e del modo di affrontarla e gestirla da parte degli attori in causa).
E proprio alla luce della variabilità sia diatopica che diacronica, ancora una volta il tema che affrontiamo oggi esige una piccola premessa disambiguante. Parliamo infatti delle cosiddette CAM, ovvero le medicine alternative e complementari, in opposizione alla medicina tradizionale. Ma parlare di medicina tradizionale vuol dire di fatto assumere il punto di vista di una precisa linea storica. Prendiamo ad esempio la medicina cinese e l’agopuntura. Se per noi rientrano nel novero, complesso e articolato, delle medicine alternative, per i cinesi è proprio la nostra medicina – tradizionale per noi perché frutto (e tuttora oggetto) di secolare messa a punto metodologica – ad essere medicina alternativa, quanto meno di importazione, occidentale appunto.
Dichiarato allora l’orizzonte d’osservazione, partiamo all’esplorazione – almeno panoramica – di questo universo di cure alternative, rimanendo intanto nell’ambito della medicina cinese, forse la più nota anche perché frutto di un sapere millenario, e anche indirettamente riconosciuta dal Nobel, assegnato a una ricerca contro la malaria che partiva appunto da precetti della medicina classica cinese.
È di questi giorni la notizia che in Cina il governo ha definitivamente vietato di commerciare e cibarsi di animali e piante protette. Poiché il divieto riguarda elementi naturali utilizzati nella preparazione dei rimedi (ossa di tigre e pelle di manta, per fare qualche esempio) gli operatori del settore, come produttori e medici, ma anche i pazienti, hanno sollevato aspre critiche e contestazioni. Tuttavia, secondo questo articolo, se è vero che la medicina tradizionale riguarda milioni di cinesi delle aree rurali, “i cinesi in realtà hanno già consumato lo storico strappo: da anni sono in fuga dalla medicina tradizionale, diretti in massa verso i farmaci chimici importati dall’Occidente”, compreso un deciso calo del fatturato interno, ma anche dell’export.
E veniamo al punto, ovvero alla medicina alternativa a casa nostra. Accanto alla medicina cinese, sono moltissime le pratiche e i rimedi inseribili in questa categoria, definita anche integrativa e complementare, perché in realtà spesso usata in modo non esclusivo, ma in aggiunta o in temporanea alternanza alla medicina e ai farmaci della nostra tradizione, anche a seconda del disturbo da curare o da prevenire. Senza avviare una disamina delle varie medicine e metodi di cura, si può intanto fissare a contrario il tratto fondante la medicina occidentale, definita anche convenzionale e scientifica. Ovvero il suo derivare dal quel metodo sperimentale in cui affonda la sua radice la scienza moderna e che nello specifico clinico e sanitario prevede la verifica dell’azione di terapie e farmaci secondo le procedure della sperimentazione clinica controllata.
Come si possono invece classificare e definire le varie medicine alternative? Intanto vi rientrano pratiche antiche, come ad esempio l’agopuntura e la fitoterapia, e altre che sono relativamente moderne (ad esempio l’omeopatia). Alcune prevedono rimedi strettamente naturali, altre uniscono l’azione su corpo e mente insieme, come l’agopuntura. Altre ancora prevedono la manipolazione corporea, come la massoterapia e l’osteopatia. Ma tutte sfuggono a una fissazione in termini scientifici e sperimentali, essendo la verifica dei risultati tuttalpiù di natura empirica, basata cioè sulla consuetudine dell’osservazione. Anche perché si tratta per lo più di cure e metodi in cui è rilevante la differenziazione della risposta dei singoli individui e in cui spesso agisce anche il rapporto di fiducia e di dialogo che si instaura con il medico o comunque colui che somministra la cura.
Tuttavia la distanza tra la medicina tradizionale e quella alternativa non è radicale, né definita una volta per tutte. L’utilizzo nella farmacopea di principi attivi di estrazione vegetale è un fatto assodato, per fare l’esempio più evidente, così come l’utilizzo di pratiche quali l’agopuntura o la manipolazione muscolare o osteopatica in associazione ai farmaci o in alternativa ai farmaci.
A questo proposito in Toscana si trova il primo ospedale italiano  in cui i pazienti possono trovare tanto le cure classiche che quelle alternative, affidandosi a fitoterapia, omeopatia, agopuntura e medicina cinese. La Regione Toscana risponde così a un’esigenza di conciliazione nelle cure che viene anche dalla cittadinanza.
Secondo una recente ricerca diffusa in occasione della Giornata Internazionale della Medicina Omeopatica, l’80% degli Italiani sa cosa è l’omeopatia. La usa regolarmente il 4,5%, almeno una volta all’anno il 20%. Ed ecco l’elemento diastratico: sono soprattutto donne gli utilizzatori, e di istruzione superiore. Mentre l’area geografica regionale prevalente è il Nord Ovest. Anche i dati sull’uso sono interessanti: gli Italiani usano i medicinali omeopatici per evitare effetti collaterali e perché li considerano efficaci per disagi più lievi.
L’Italia, che si colloca terza per uso delle cure omeopatiche in Europa, dopo Francia e Germania (mentre nel continente sono cento milioni coloro che si affidano a queste cure), attende però ancora una definizione della normativa, nonostante le politiche avviate da alcune Regioni (oltre alla citata Toscana, anche Emilia Romagna, Lombardia e Lazio).
Insomma la materia è complessa e controversa, e come sempre in questi casi si possono configurare anche eccessi pericolosi, quando si intendano queste cure come integralmente sostitutive della medicina scientifica o quando ci si affidi a un fai da te inopportuno, soprattutto in presenza di malattie o disturbi non banali. Certo è che il ricorso a questo tipo di cure rivela il bisogno di una cura più attenta all’organismo come un tutto armonico, l’esigenza di una maggiore naturalità, la preoccupazione per cure troppo aggressive o foriere di effetti collaterali, e infine la necessità di trovare nel medico un ascolto personalizzato. Tutti aspetti che anche una contemporanea medicina tradizionale e scientifica – che vuole essere precisa e personalizzata come abbiamo visto in questo nostro articolo  – non può tralasciare.
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approfondimenti
[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
– www.treccani.it/enciclopedia/omeopatia
– www.treccani.it/enciclopedia/medicine-complementari-e-alternative
– www.farmacoecura.it
www.scienzainrete.it
– www.iscmr.org
– www.quotidianosanita.it
– www.primocanale.it
-www.corriere.it
– www.ansa.it
– www.infodata.ilsole24ore.com
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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro Data Mining

Censimenti e statistiche: i Big Data che ci “contano”!

[dropcap3]C[/dropcap3]ensire la popolazione e le sue abitudini è un’operazione di estrema rilevanza per ogni sistema statale, come ben sapevano già gli Antichi Romani che si trovavano ad amministrare la cosa pubblica in un sistema complesso come un impero. E se – da quando una famiglia tra le più celebri, quella di Gesù, dovette spostarsi nella città d’origine per farsi censire – il sistema di rilevazione e valutazione della cittadinanza si è modernamente strutturato attraverso metodologie fondate sulla scienza statistica, oggi ci troviamo di fronte a una nuova svolta che, ancora una volta, porta il nome dei Big Data.
In una società complessa come l’attuale, dove gli elementi sottoposti a monitoraggio sono plurimi e la stessa cittadinanza è un oggetto più che mai variabile e articolato, che si candida pure a essere soggetto produttore di dati, anche la scienza statistica ha bisogno di nuovi strumenti. Per questo il grande patrimonio di informazioni potenzialmente disponibile grazie ai Big Data si pone come un’importante fonte, al cospetto anche di nuove problematicità. Tra queste, la necessità di contenere e razionalizzare i costi delle indagini e anche una crescente reticenza delle persone a contribuire alla raccolta dei dati attraverso lo strumento statistico tradizionale.
L’inserimento di una metodologia statistica basata sui Big Data in realtà può passare attraverso fasi parziali e consecutive: dalla raccolta dei dati attraverso risorse digitali, all’integrazione dei Big Data a metodi di indagine statistica tradizionale, fino alla sostituzione di tali metodi con nuovi strumenti interamente basati sui Big Data.
Ciò comporta numerose problematiche da affrontare che riguardano ad esempio la molteplicità delle fonti e della proprietà dei Big Data, la loro qualità e applicabilità agli standard statistici, gli aspetti legali e di sicurezza, prima fra tutti la privacy. Si tratta insomma di generare le competenze e i metodi analitici adeguati alle peculiarità dei Big Data, a partire dalle canoniche 4 V: volume, varietà, velocità, veridicità.
Intanto, il processo di modernizzazione dell’Istat in Italia è già in pieno svolgimento. A partire dai censimenti che non saranno più periodici, ma in fieri, costantemente monitorati, utilizzando la rilevazione statistica tradizionale, e i dati amministrativi (quelli derivati cioè dalle pratiche della PA). E si stanno sperimentando fonti di Big Data da impiegare nei modelli, come quelli derivanti dalla telefonia e dai social media.
Nell’era digitale infatti, una qualunque popolazione obiettivo di indagine, produce informazioni statistiche complesse, proprio per la combinazione di queste differenti fonti, che comprendono – come abbiamo detto – i dati statistici e i dati frutto di procedure amministrative, ma anche la varietà dei dati originati dall’uso di dispositivi digitali, tra cui interessanti risultati promette l’utilizzo dei data scanner (ossia gli archivi elettronici delle transazioni di vendita e acquisto negli esercizi commerciali), ad esempio per la stima dei prezzi dei prodotti.
Proprio l’Istat, fra le sue sperimentazioni, contempla i dati di telefonia mobile, con cui si può costruire una mappa virtuale dei movimenti delle persone sul territorio, ottenendo in modo rapido e puntuale informazioni da reimpiegare ad esempio nella gestione dei trasporti. E ancora, l’utilizzo di Google trend, il tool gratuito che dà una risposta grafica dei diversi termini più ricercati sul web in un dato momento storico: le informazioni ottenute dalle ricerche effettuate in rete possono essere utili per elaborare stime dell’andamento del mercato del lavoro, come il tasso di disoccupazione.
Pensiamo inoltre all’applicabilità dei Big Data nell’analisi di fenomeni sociali complessi come il rilevante e preoccupante fatto statistico ottenuto da una recente indagine: a fine 2015 erano ben 150.000 gli italiani “spariti” rispetto all’anno precedente. Un cedimento demografico piuttosto impressionante, paragonabile alla scomparsa dell’intera popolazione di una piccola città, e che gli esperti attribuiscono a quattro principali motivi: scarso numero di nascite, aumento della percentuale dei decessi, drastico calo dell’immigrazione che genera occupazione e la cosiddetta fuga all’estero dei cervelli (un dato preoccupante anche in sé, considerando che l’articolato percorso di istruzione di ogni studente italiano costa ai contribuenti circa 100.000 euro…).
Capire, attraverso le interrelazioni analitiche che permette la strutturazione di dati così numerosi, quali cause stanno dietro la “semplice” rilevazione statistica dei fenomeni, è la strada per tratteggiare il nuovo volto di una società sempre più complessa. Ma qui stiamo già navigando al di là del mare della statistica per approdare alle scienze demografiche… e a un nuovo articolo!
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approfondimenti
[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
– www.forumpa.it
– www.rainews.it
– www.ilsole24ore.com
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Fame di energia: l’Italia di fronte alle scelte sulle rinnovabili.

[dropcap3]L[/dropcap3]e organizzazioni sociali, imprese, famiglie, istituzioni – proprio come enormi organismi viventi – basano la loro sussistenza su un consumo costante di energia. Per questo mezzi e fonti per produrla sono questioni più che mai aperte e complesse, anche sullo scacchiere geopolitico, oltre che nei dibattiti che chiamano in causa la sensibilità della società civile, come l’attualità ogni giorno ci mostra. Perché la questione dell’energia è legata indissolubilmente con la questione della tutela dell’ambiente e della salvaguardia del patrimonio naturale e, in modo sia diretto che indiretto, con la salute delle persone che sul pianeta ci vivono.
Basti pensare che per raggiungere l’obiettivo sottoscritto dai paesi del mondo durante la Cop21 di Parigi, quello di ridurre l’aumento di riscaldamento globale di 2 C°, occorrerebbe secondo gli esperti pervenire a una totale decarbonizzazione entro il 2050, ovvero al totale abbandono dei combustibili fossili in favore delle cosiddette energie alternative. Cosa non prevista in realtà dall’accordo, che rimanda ai singoli paesi l’obiettivo di mettersi in pari con la riduzione delle emissioni di CO, puntando su un generico equilibrio tra emissioni e compensazioni dei cosiddetti sink biosferici ovvero i bacini naturali che immagazzinano anidride carbonica come oceani e foreste, come ci spiega questo articolo.
Se dunque il futuro del pianeta dipende in gran parte da come produciamo l’energia che ci serve, qual è la situazione nel nostro Paese? La risposta potrebbe sorprendere perché in realtà l’Italia risulta più preparata di quanto ci si aspetterebbe, almeno rispetto ad altri Paesi, anche europei, e considerando i più recenti report disponibili sulla produzione di energia elettrica e sul fabbisogno energetico. Vediamone alcune riferite agli ultimi due anni.
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Secondo GSE infatti, che fa parte del Sistema Statistico Nazionale e con Terna realizza report sulla produzione di energia elettrica, nel 2014 il 37% del consumo interno lordo è derivato da rinnovabili (ovvero circa i 2/3), secondo una tendenza in crescita che vede impiegate nell’ordine l’idraulica, il solare, le bioenergie, l’eolica e la geotermica. Anche se c’è da notare che il dato del 2015, per ora solo allo stato di previsione nei report di GSE, potrebbe invece indicare un calo, dipeso però sembra da fattori contingenti (seppur non trascurabili nel caso di questo tipo di fonte), come le scarse piogge, che avrebbero rallentato la produzione di energia idroelettrica.
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Secondo il rapporto del Ministero dello Sviluppo Economico riguardo sempre al 2014 poi, il 43% dell’energia elettrica prodotta in Italia è derivante da fonti rinnovabili, in un quadro generale che per quell’anno vedeva anche un abbassamento dei consumi energetici del 3,8%, solo in parte spiegabili con la contrazione della produzione industriale.
Nel 2015 invece si è registrato un aumento deli consumi e anche qui fattori contingenti hanno inciso, come il clima particolarmente caldo che avrebbe favorito l’utilizzo degli impianti di condizionamento. Mentre il dato della produzione di energia elettrica soddisfatto da rinnovabili è intorno al 39%.
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Naturalmente, oltre all’energia elettrica, ci sono altre sorgenti di fabbisogno, come quelle dei trasporti o del riscaldamento. Tuttavia, anche considerando la questione da un punto di vista più generale, e assumendo il dato dell’efficienza energetica, questa tendenza positiva pare confermarsi. Secondo stime relative al quinquennio 2011-2016 infatti, l’Italia è prima fra i paesi europei industrializzati per consumo energetico con 2,4 tonnellate equivalenti di petrolio contro i 3 di Inghilterra, i 3,7 di Francia e i 3,8 della Germania, e insieme con una diminuzione del 20% di emissioni di gas nocivi (al 3° posto in Europa e al 1° fra i paesi europei industrializzati).
Se l’obiettivo dichiarato del Governo è quello di portare la percentuale di energia elettrica da fonti rinnovabili dal 39% al 50%, anche lo sforzo di famiglie e imprese italiane nella scelta delle cosiddette FER ha contribuito decisamente alla situazione attuale.
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Questo non significa tuttavia che l’orizzonte sia roseo. Molta strada e precise scelte culturali, oltre che politiche sono da compiere. Basti pensare al peso sulla nostra economia del dover importare parte dell’energia elettrica che ci occorre e gran parte dei combustibili fossili. E come in realtà gli obiettivi di una piena adesione all’energia pulita debbano essere sostenuti da decisi investimenti in ricerca e in incentivi, con una sinergia che veda attivi Istituzioni, imprese tecnologicamente avanzate, centri di studio e analisi, e anche una cittadinanza partecipe e coinvolta.
Vedremo allora come il “corpo” sociale placherà la sua fame di energia e se sarà capace insieme di salvaguardare il Pianeta e dunque se stesso.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

www.educambiente.tv

www.greenstyle.it
www.ilpost.it
www.ilsole24ore.com
it.wikipedia.org
www.repubblica.it
[/boxed_content]
 
 

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Big Data & C. Data Driven Data Mining

Big Data Vision: Ultra, Extra, Large, Medium, Small… Invisible!

[dropcap3]A[/dropcap3]ccade spesso che la parola “visione” sia utilizzata in una declinazione che – attribuendo al termine stesso un’aura toti-potente, rimanda a scenari ultra-naturali, capaci di produrre effetti dirompenti. Una delle sue definizioni etimologiche, d’altra parte, cita: “Vista, spettacolo che colpisce in modo particolare, sia positivamente sia negativamente”.
Questa parola multi-forma, dalle tante varianti, può anche lambire le aree semantiche dell’utopia o addirittura del delirio, anche nella sua accezione subdolamente dispregiativa: “Fantasticheria priva di reale fondamento, utopia, progetto irrealizzabile”.
Eppure, almeno altrettante volte, lo stesso termine, nella sua variante inglese vision, richiama ambiti più prosaici, come accade nel marketing aziendale, dove al termine corrisponde addirittura uno dei due pilastri tradizionali dell’identità d’azienda (l’altro è quello pertinente all’inflazionatissima mission): “Modo di vedere, concetto o idea personale che si ha in merito a qualcosa”. Il tutto, non dimentichiamolo, finalizzato al business, concetto più che mai concreto.
A quale pro dunque l’esistenza di una parola che abbraccia orizzonti semantici capaci di passare dalla magia alle strategie di marketing – sempre che nel marketing non vi sia davvero qualcosa di, come dire… fuffologico 😉 ? Ma soprattutto: cosa c’entra tutto ciò con l’innovazione, il futuro e i Big Data?
Ancora un po’ di pazienza. Risaliamo insieme la radice della parola sino al suo sememe originario, la cui etimologia deriva dal latino visio-onis, derivazione di videre «vedere», e il cui participio passivo è visus, che attinge fin dal suo esordio a un’azione nitida e ben definita, quella relativa alla capacità di sguardo che, per sua natura, “vede”. Ovvero registra, osserva, raccoglie, trattiene, conserva, in un “processo di percezione degli stimoli luminosi, la cui funzione è la capacità di vedere.”
Questa parola-azione configura quindi, e innanzitutto, la capacità-possibilità di accogliere in sé qualcosa che non ha (ancora) una rappresentazione né codificata e tanto meno condivisa, ma che, in una serie di attività cognitive capaci di riveberi passivi e istanze transitive, si dispiega in un vero e proprio “processo di azione (…) capace di (…) vedere una cosa per esaminarla, trarne notizie utili”.
Tale ricchezza di varianti, dunque, implicita nella definizione di visione, mette a fuoco una serie di azioni che sono tra loro non tanto complementari, quanto sequenziali: per poter vedere qualcosa occorre innanzitutto distinguerla dall’orizzonte sterminato delle altre possibilità di significato e, nello stesso tempo, occorre reimmergerla in un contesto, attribuendovi un giusto contorno semantico. Per poter vedere qualcosa, insomma, non basta percepirne l’esistenza, ma occorre saperla circoscrivere, descrivere, o meglio, connotare.
È in questa capacità all’apparenza contraddittoria e quindi strabiliante – squisitamente umana – che ciascuna visione prende la forma innanzitutto di colui che guarda, ancor prima che di ciò che è visto.
Non a caso, visionari, sono stati descritti sì poeti e pittori, ma anche architetti e scienziati, politici e imprenditori, e certamente esploratori, filosofi, inventori… tutti coloro, cioè, che – procedendo probabilmente per balzi, anziché seguire percorsi lineari – non solo hanno guardato, e visto, quel che avevano innanzi, ma anche quello che c’era (o poteva esserci) intorno e oltre, molto più avanti, o magari indietro.
E qui ci ricongiungiamo finalmente al topic della nostra visionaria – psichedelica, psicolabile? – divagazione: se sino a pochi decenni fa quello che era visibile era circoscritto da confini percettivi (non necessariamente sensoriali, ma comunque fisico-chimici o al limite astratto-matematici) oggi le attuali capacità di analisi, elaborazione e calcolo – se agite e “lette” insieme – rendono questa capacità di visione estendibile all’ennesima potenza, grazie a una mole di informazioni mai rese disponibili prima e a una possibilità di elaborazione mai sperimentata. Del tutto astratta, all’apparenza, eppure più che mai reale e concreta, e infine predittiva.
Cosa manca ancora a tutto ciò per poter risplendere nel proprio corollario di luce? Manca come al solito – come sempre – la capacità di una visione preliminare. Quella cioè che permette di immaginare gli eventi prima che questi si mostrino nella forma che prenderanno, quella che consente di fantasticare su tutto ciò che, seppure di là ancora da essere veduto, ha solide fondamenta di probabilità, capaci di sostenere non più utopie, ma ipotesi concrete e realizzabili di progresso.
Non a caso, allora, l’attenzione di chi tenta di esplorare e governare questi potenziali orizzonti di conoscenza – come bene illustra questo articolo – si sposta verso la Data Visualization, una pratica che insegue la forma e il contenuto dei Dati prima che i loro significati si concretizzino, al fine di darne una rappresentazione in grado di “guidare” ogni inferenza e azione di immaginazione, ancora prima che di strategia e messa in opera.
Scopriremo quindi insieme come, nel prossimo articolo, i dati possono essere disegnati ancor prima di essere visti… Sempre che nel frattempo non siamo stati, noi stessi, preda di strane visioni!

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Maps News

‘Premio Giovani Innovatori TR35 Italia 2016’: Maps era in prima fila!

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Maps Group Innovation

Premio Giovani Innovatori TR35
Italia 2016.

AAA Innovatori premiasi!

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‘Premio Giovani Innovatori TR35 Italia 2016’: MapsGroup era in prima fila.

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Si è tenuto il 10 Maggio 2016 alle ore 9.00 presso la Bologna Business School la selezione finale del Premio Giovani Innovatori TR35 Italia 2016, istituito dall’edizione italiana di MIT Technology Review, la rivista del MIT per l’innovazione.
Anche Maps Group tra le ‘Nursing Company’ invitate. In questa sede, in occasione della sesta edizione dell’evento, sono stati premiati i migliori innovatori del 2016.
I dieci giovani vincitori, suddivisi nelle tre categorie: Informatica, Biomedicale-Biotecnologie, e Advance technology ed Energia, sono stati selezionati tra una cinquantina di pretendenti, e avranno l’emozionante possibilità di presentare le loro idee ai rappresentanti delle ‘Nursing Company’ presenti all’iniziativa, assieme ai valutatori che li hanno selezionati.  Agli stessi è stato affidato il compito di commentare le proposte con consigli e opinioni su quanto è stato illustrato. Un vero e proprio Talent dedicato agli innovatori e alle tecnologie informatiche, dunque!
Ma veniamo al nome dei fortunati (e bravi) vincitori nelle tre categorie:
Advanced Technology ed Energia
Giorgio Dell’Erba
Manuele Francesco Lupo
Alessandra Sciutti
Informatica
Andrea Carcano
Carlo Giorgi
Francesco Rieppi
Domenico Schillaci
Bruno Zamborlin
Biomedicale-Biotecnologie
Kristel Martinelli
Irina Vetere
Sono inoltre stati selezionati anche due giovani iraniani, Amin Boroomand e Sogol Sheydaei, provenienti entrambi dall’università di Isfahan anche se operano attualmente in Italia, a Bologna e a Roma.
Per quanto riguarda la premiazione, di seguito il programma svoltosi nella giornata:

[list]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 9.00
Saluto ai partecipanti e introduzione all’evento.
Alla presenza di: Alessandro Ovi, Publisher & Editor in Chief, MIT Technology Review Italia, Gianpiero Jacobelli, Director, MIT Technology Review Italia, Rosa Grimaldi, Professore Entrepreneurship e Innovation Management, Università di Bologna e Direttore Scientifico Executive Master in Technology and Innovation Management, Bologna Business School.[/list_item]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 9.30/12.00
Presentazione Innovators Under 35.
Gruppo Advanced Technology ed Energia.
– Gruppo Information Technology.
– Gruppo Biomedical and Biotechnology.[/list_item]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 12.00
Premiazione Innovators Under 35
Alla presenza di Romano Prodi, Presidente del Comitato Scientifico, MIT Technology Review Italia e Presidente del Collegio di Indirizzo, Bologna Business School.[/list_item]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 12.15
Conclusioni
Alla presenza di Riccardo Fini, Professore Associato Entrepreneurship e Innovation Management, Università di Bologna e Associate Dean Innovation & Entrepreneurship, Bologna Business School.[/list_item]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 12.30
Conferenza stampa[/list_item]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 13.00
Lunch [/list_item]
[/list]
Elenco delle aziende Partner: Enel, Leonardo-Finmeccanica, Intesa San Paolo.
Nursing Companies: Accenture Digital, Amplifon, Chiesi Farmaceutici, Datalogic, Ducati, Electrolux, Engineering, Gambro Dasco – Gruppo Baxter, Horsa, Hspi, Kendrion, Maps Group, Worgas Group.
Per altre informazioni sulla premiazione: www.technologyreview.it
[/spb_text_block] [/spb_row]

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Effetto “reale”: le cifre dell'Innovazione, tra performance e società.

[dropcap3]L[/dropcap3]a nostra epoca, assai più di quelle che l’hanno preceduta, sembra essere ossessionata da un concetto in sé certamente strategico, quello della misurazione.
Ma – seppure con la necessaria attenzione dovuta ai “numeri” – occorre rammentare che quasi sempre la quantità è solo la superficie visibile e più facilmente maneggiabile di una sostanza squisitamente qualitativa, ricca di significanti e di significati, seppure aggregati sotto forma di cifre e percentuali.
Così è ad esempio per lo stesso concetto di performance, con cui si identifica la connotazione positiva (o negativa) di una prestazione resa da un qualsiasi soggetto, sia esso un’istituzione sociale o un attore economico. Essa – anche se misurata in termini esclusivamente quantitativi – si traduce senza dubbio in indici e risultati in grado di incidere qualitativamente sulla realtà in cui tali numeri sono immersi o a cui sono attribuiti.
E – a ben vedere – perfino i Big Data, la trama di senso attorno a cui è intessuto il nostro Blog – nascondono dietro un nome all’apparenza statico un’anima qualitativa ben più dinamica, nell’essere in ultima istanza veicolo, sorgente e foce insime di informazioni del mondo reale, seppure raccolte, elaborate e veicolate in uno spazio virtuale.
L’innovazione dunque – rappresentata dai Big Data, dall’Internet of Things e in generale da tutte le risorse digitali – e la relativa valutazione delle performance di istituzioni, servizi, aziende, comparti produttivi, hanno in comune non solo la capacità di descrivere gli ambiti in cui vengono esercitati, ma anche la funzione di indicare la strada per una loro evoluzione.
E se questo è vero in generale, in tale doppio binario tra la valutazione di una performance e il suo riverbero in un processo innovativo, l’un fattore sembra essere direttamente proporzionale all’altro a maggior ragione nell’attuale momento storico ed economico.
Ovvero: tanto più c’è necessità di migliorare una performance, tanto più si ricorre all’adozione di sistemi evoluti di conoscenza e valutazione degli obiettivi. Viceversa: l’inserimento di sistemi innovativi genera fatalmente un incremento della performance, al di là di quale fosse l’obiettivo primario.
Ma come interagiscono tali istanze di rinnovamento nella società “reale”, intendendo questa come una rete a maglie larghe che supera l’orizzonte meramente sociologico? E in quali settori della sfera sociale l’innovazione acquisisce ad esempio un carattere – come si dice – disruptive, ovvero profondamente nuovo, destinato a cambiare radicalmente la natura e la qualità delle relazioni, dei processi produttivi, dei servizi?
Alla ricerca di qualche risposta a queste domande noi di 6memes abbiamo pensato di compiere una piccola indagine su alcune “cornici di realtà”, che articoleremo in una serie di appuntamenti, secondo un’argomentazione in grado di mostrarci – se c’è – un disegno finale, certo non esaustivo, ma, auspichiamo, egualmente interessante e stimolante.
Per poterlo fare ci siamo prima di tutto posti di fronte a un problema di natura epistemologica, nel cercare di definire in modo ordinato e il più possibile coerente quali settori della compagine sociale avessero le caratteristiche per essere rappresentativi del terreno d’azione dell’innovazione, finalizzata a un incremento della performance tale da produrre significativi e duraturi effetti. Abbiamo preso in considerazione sistemi organizzativi complessi e dinamici, che fossero interessati dalle seguenti e contemporanee caratteristiche:
– coinvolgimento di una grande mole di persone e cose;
– produzione e accumulo di una grande quantità di dati;
– rilevanza del ruolo relazionale e interattivo fra persone, cose e dati.
Di conseguenza, abbiamo individuato  alcune macro aree da osservare sotto alla lente d’ingrandimento dell’innovazione, alla ricerca di una tassonomia che sapesse illustrarne la varietà e la complessità, e che ovviamene non vogliono essere un campione chiuso e totalmente rappresentativo, ma piuttosto esemplificativo:
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[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] BENI E RISORSE NATURALI
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]RETI E INFRASTRUTTURE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]AGENZIE DI SOCIALIZZAZIONE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]AREA SALUTE E BENESSERE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]CULTURA, CONOSCENZA E FORMAZIONE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]RICERCA E INNOVAZIONE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]AREA ECONOMICO-FINANZIARIA
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]ORGANIZZAZIONI PRODUTTIVE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]COMMERCIO E DISTRIBUZIONE
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Di ognuna di queste sfere, ciascuna interessata dalle relative relazioni e funzioni sociali, andremo alla scoperta di best practices e prospettive di cambiamento che, nascendo da soluzioni innovative, sono in grado di produrre performance, ovvero dalla qualità alla quantità (e ritorno)!

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Big Data & C. Sharing Knowledge

Conoscenza, Digitale e Scrittura: un'avventura in forma di Testo (e Dati).

[dropcap3]D[/dropcap3]opo gli articoli precedenti sul tema “Scrittura digitale e Big Data”, in cui abbiamo posto prima l’accento sul rapporto da sempre conflittuale tra la Cultura (in questo caso quella scritta) e l’Innovazione, e infine su due dei principali protagonisti di questo intenso rapporto tra l’Uomo e il Testo, ovvero il Lettore e l’Editore, affrontiamo oggi la figura che più di tutte concorre alla creazione di questo universo di temi e parole: l’Autore, in questa sede osservato nella sua veste di scrittore.
E a parlare di universi in questo settore non si sbaglia mai: il panorama attuale offre orizzonti sterminati di possibilità digitali non solo di espressione, pubblicazione e diffusione della propria opera, ma anche di raccolta di fonti, costituendo nel suo insieme un’occasione eccezionale d’ispirazione.
Gruppi, blog, forum e quant’altro – sostituendosi ai mitici, anzi mitologici Caffè Letterari – sono il nuovo agone in cui scrittori esordienti, emergenti o aspiranti tali si cimentano tra loro a suon di nomi e pronomi, confidando che – prima o poi – uno dei Maestri della scrittura si accorga di loro.
Perché – diciamolo chiaro e semplice – il confronto più importante, oggi, è quello tra Pari. La figura dell’editore non interessa più così tanto come un tempo: meglio, a volte, il conforto di un parere positivo espresso da uno scrittore già affermato (magari in rete) o una recensione entusiasta di un perfetto sconosciuto, in grado di dimostrare l’alterità – e dunque l’oggettività – del giudizio.
Nemmeno le case editrici online godono di un facile favore. Tant’è che sono molte, moltissime anzi, le piattaforme in cui gli autori cercano addirittura di fare “branco” per difendersi da una pratica già in auge anche ai tempi del cartaceo: la stampa a pagamento. Non c’è nessuna novità infatti, nel ricordare che – soprattutto in Italia – fior di poeti italiani sono stati ai “bei” tempi costretti a pubblicarsi a loro spese i propri piccoli libri densi di incantesimi letterari e formule lessicali immortali.
Oggi tuttavia gli Autori non sono così sprovveduti e soprattutto “solitari”: c’è addirittura una raccolta online in cui gli aspiranti scrittori possono trovare una fornita lista di Case Editrici NON a pagamento. 🙂
Ed ecco nascere nuove figure amicali, prima ancora che professionali. In primis i luoghi di “difesa” dell’autore, come nel caso di Writers Dream “un sito per autori fatto da autori (…) con l’obiettivo di informare, discutere e condividere senza filtri ogni aspetto del mercato editoriale.”
E poi ci sono gli allenatori super esperti, ovvero i Guru di settore che, come veri e propri coach, compilano le liste nere o bianche delle cose che si fanno e quelle che no, proprio non bisogna fare, se si decide di auto-pubblicarsi.
Il tutto corredato da manuali d’uso a volte eccezionalmente precisi e utili, altre volte meno, agli occhi di uno scrittore che non sia proprio di primo pelo.
Per non parlare delle piattaforme per pubblicazioni fai da te, che sono tantissime, per ogni gusto e tipo:
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[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] www.createspace.com
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] ilmiolibro.kataweb.it
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] kdp.amazon.com
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] www.smashwords.com
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] www.viverediscrittura.it
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Certo, in questo caso, lo scrittore dovrà essere un minimo portato per l’editing online, oppure circondarsi di aiutanti cavalieri facenti funzione, rigorosamente reperiti online: “Io ho un amico un grafico, tu conosci per caso un editor?”
Ma a parte le facili ironie, quella che si configura oggi per lo scrittore è una vera e propria avventura nell’avventura in una sorta di slalom tra nuovi acronimi, tool e articoli che accompagnano passo passo la propria opera, che dall’universo della mente si dispiega nell’universo online…
Sarà questa sorta di auto-referenzialità l’incipit per una narrazione sulle narrazioni problematica? Dipende dall’uso che se ne farà. Dalle capacità tecniche che si salderanno o meno a quelle culturali e creative. D’altra parte, questa pare la sfida prossima e presente: far dialogare tra loro chi attualmente non lo fa. A vari livelli e per vari motivi.
In questo senso gli scrittori – che dovrebbero essere una sorta di vedetta a favore di vento, così come tutti gli Umanisti – potranno giocare forse un ruolo principale. E – inutile negarlo – tutto ciò inciderà in maniera decisiva sulle forme e i valori culturali su cui la nostra società saprà e potrà plasmarsi. Con un balzo che si prospetta altrettanto epocale come è già accaduto nel passaggio dalla civiltà orale a quella della comunicazione scritta. Una sfida imperdibile. Un torneo. Una Caccia al Tesoro… In cui l’Autore è, a sua volta, soggetto e oggetto dell’Impresa.
Come andrà a finire? Anche in questo caso, chi leggerà, vedrà!
PS: rimandiamo a un prossimo articolo, conclusivo di questa breve “serie” una riflessione interessante: esiste, o esisterà, una biblioteca delle biblioteche?
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]

www.agnesevardanega.eu

www.edicolaitaliana.it
editoria-digitale.com
www.engage.it
www.finzionimagazine.it
www.giugenna.com
www.illibraio.it
www.illibraio.it/big-data
www.illibraio.it/self-publishing-amazon
jacopoorlando.wordpress.com
www.linkedin.com
www.lucaborghi.net
nova.ilsole24ore.com
playground.blogautore.repubblica.it
www.whoisthenext.info
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Maps News

Parma, ICT DAY 2016: Maps Group e la 'Fabbrica 4.0'

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Parma, ICT DAY 2016: Maps Group e la “Fabbrica 4.0”

 
ict day

 

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Nuove Competenze e Nuove professioni nel mondo ICT

Anche Maps group sarà presente il 12 maggio 2016 all’ICT DAY 2016, dalle ore 10.30 alle ore 17.00, evento che si terrà presso la Sede Didattica di Ingegneria – Parco Area delle Scienze 69/a – Campus Universitario dell’Università di Parma.
Durante la giornata, finalizzata al placement, “i partecipanti potranno raccogliere informazioni agli stand aziendali, consegnare il proprio curriculum vitae e sostenere colloqui conoscitivi con i responsabili delle risorse umane delle varie realtà presenti. L’incontro tra aziende e studenti universitari risponde a un duplice obiettivo: da un lato quello di fornire alle aziende l’occasione di trovare persone con adeguata formazione, e dall’altro quello di offrire agli studenti e ai laureati la possibilità di intraprendere un’esperienza di stage o di lavoro iniziando dal momento più importante, il colloquio.”
Maps Group sarà presente con uno stand espositivo in cui i visitatori potranno ricevere tutte le informazioni sui ruoli professionali attualmente operanti in azienda, nonché sulle opportunità di lavoro e di tirocinio possibili, con l’opportunità di consegnare direttamente il proprio curriculum al referente delle Risorse Umane. VI ASPETTIAMO!

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Per altre informazioni sul programma della giornata visitate il sito: www.unipr.it

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“Smart Cities Innovation Challenge”, Austin, Texas, 2016.

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‘Smart Cities Innovation Challenge 2016’: Maps Group will be there.

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Maps Group Austin

Versione italianaJune 13-15, 2016 • Austin – Texas: when IoT and Smart are coupled with Globality.

 

The third edition of this event will be an extraordinary opportunity for a global crosscheck of innovation and development stemming out of challenges due to climate change, to energy management, and to demographic issues. The ultimate goal is sharing ideas and knowledge to devise innovative solutions to accelerate the full realization of Smart Cities.
Project ideas, competences, investment and business opportunities will be presented, shared and confronted with the aim of accelerating the development of urban smart areas all over the world.
Replicability, Scalability, Sustainability and Interoperability: these are the key drivers of this event, while the topics in agenda to which the invited speakers are requested to contribute are the following:

  • Transportation
  • Sensor Networks
  • ICT Networks
  • Cyber Security
  • Buildings & Efficiency
  • Urban Planning
  • Islands/Isolated Communities
  • Water Management
  • Waste Management
  • Weather Solutions
  • Gov/Civic Services
  • Emergency Services
  • Healthcare Solutions
  • Environmental Solutions
  • Finance Solutions
  • Education Solutions
  • Tools & Platforms

Maps Group will be among the few Italian representatives at this event that is packed with keynote speakers from organisations and corporations such as: Hitachi, IBM,  MathWorks, Nokia, North Carolina A&T State University, Temple University, University of North Texas, and University of Texas at Austin.
MAPS Group and the Municipality of Genoa will showcase at this event, solutions – that are based on semantically enriched aggregations of information and knowledge  – for a smarter energy management in smart grids.
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Follow the event on Twitter at #GCTCExpo2016 and #MapsGroup.
For more information visit: www.gctcexpo.org
Stay tuned with #MapsGroup !
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