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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Mal comune: società e relazioni umane alla prova della malattia.

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo introduttivo alla nostra rubrica sulla malattia e la cura osservate dal punto di vista dell’arbitrarietà culturale e storica – di cui questo è il secondo “appuntamento” – abbiamo anticipato come i temi della sofferenza e del dolore, e anche la coppia antitetica salute-malattia, trovino nello specchio sociale un riflesso differente rispetto alle loro percezioni ed esperienze individuali o mediche.
Approfondiamo ora questo aspetto, interessandoci all’azione incisiva delle malattie sul tessuto sociale, che si verifica quando la loro portata trascende i destini individuali per divenire fenomeno collettivo, come nel caso di epidemie e pandemie, o quando le malattie – anche non necessariamente di natura infettiva – si impongono comunque con una virulenza simbolica tale da incrinare le relazioni e modificare i costumi stessi all’interno della compagine sociale.
Se gli uomini in passato combattevano contro una mortalità e una morbilità diffuse, accadeva inoltre che periodicamente si registrassero delle fasi di violenta diffusione delle malattie, causate da condizioni igieniche e socio-economiche precarie e ovviamente dilaganti per l’assenza di strumenti farmacologici di contrasto. Si trattava di anche lunghissimi periodi di insistenza delle malattie con drastici effetti sulla popolazione e sull’organizzazione delle società e con riduzioni demografiche spaventose. Occorre registrare poi che questa pressione delle malattie sulle società antiche può essere letta anche come una sorta di tragico setaccio evolutivo che comportò un paradossale rafforzamento degli esseri umani, per la sopravvivenza dei soggetti geneticamente più predisposti a resistere, secondo un fenomeno che è stato definito come “coevoluzione”.
Se ne potrebbero citare innumerevoli esempi, dal misterioso morbo che colpì Atene nel 430 a.c., fino ai casi resi celebri da tante pagine della letteratura, come la peste nera che giunse in Europa dall’Asia, tra il 1347 e il 1350, e che è la cornice all’interno della quale Boccaccio ambientò e fece scaturire il Decameron. Quella orribile epidemia di peste costò la vita, si stima, a 50 milioni di persone collocandosi così fra le più mortali malattie infettive mai sopportate dall’umanità. E sempre la peste, quella diffusa in Europa nel XVII secolo, è la protagonista di alcune delle pagine più dolorose dei Promessi sposi di Manzoni.
Furono momenti in cui la malattia divenne paradigma stesso del male morale e della corruzione sociale, mostrando gli aspetti più odiosi delle relazioni fra gli individui, seppur ricorrenti in ogni simile circostanza, rivelandone l’abiezione e la perdita di dignità. Ad esempio nel ricercare un colpevole e colpire così l’untore, la strega, l’avversario politico o religioso (in Germania nella peste nera del XIV secolo furono gli Ebrei ad esserne accusati), e nell’incrinare i rapporti anche famigliari per paura del contagio. O ancora nelle reazioni all’orrore della malattia sia con comportamenti di fanatica spiritualità che al contrario di relativismo morale.
Spesso poi queste epidemie avevano un effetto anche più generale sui sistemi sociali, determinandone dei veri e propri riassetti per le conseguenze economiche e produttive causate da così gravi terremoti demografici, come appunto accadde per la citata peste nera.
Venendo ai giorni nostri, nel mondo occidentale, grazie al progresso della scienza medica, con la scoperta e l’utilizzo di antibiotici, penicilline, vaccini, e con il miglioramento delle condizioni igieniche, economiche e culturali, molte malattie di natura endemica ed epidemie infettive sono state scongiurate, nonostante si possano registrare casi isolati o fenomeni di diffusione locale dovuti all’esposizione della nostra società a movimenti migratori e ai rischi degli scambi commerciali o della mobilità delle persone in un mondo globalizzato.
E se lo stesso non si può dire per paesi di altre aree del mondo (si pensi ad esempio alla recente epidemia di ebola in Africa), tuttavia anche il mondo occidentale postbellico ha conosciuto e conosce la diffusione di malattie di notevole impatto sulla società e sul comportamento degli individui, come ad esempio l’AIDS.
Ma non sono sempre solo le malattie infettive – nella forma di epidemie o pandemie – a provocare cambiamenti nel comportamento sociale delle persone. Fanno altrettanto malattie determinate invece da un mix di fattori diversi, tra cui quelli genetici e ambientali, come le malattie cardiovascolari o le numerose forme di cancro, le principali cause di morte in Italia: veri e propri flagelli contemporanei le cui cause in parte si rintracciano proprio anche in quella modernità che invece per altri versi ha contribuito a sconfiggere le malattie del passato.
Pensiamo alle controindicazioni che ha comportato un’alimentazione più ricca, con lo sfruttamento intensivo delle coltivazioni e degli allevamenti e alla loro incidenza sull’insorgere di malattie, come – per fare un esempio – il cosiddetto morbo della mucca pazza, balzato agli “onori” delle cronache qualche anno fa. Malattie che suscitano nei cittadini più sensibili e nelle politiche delle istituzioni, la spinta a modificare gli stili di vita, adottando un’alimentazione più sana, rispettando gli equilibri ambientali e contrastando l’inquinamento, abbracciando come salutari le attività sportive e respingendo pratiche dannose come il fumo, bandito dai luoghi pubblici e di fatto oggetto anche di una decisa riprovazione sociale.
E qui il discorso potrebbe portarci davvero lontano, verso fenomeni differenti, ma anche strettamente connessi al concetto attuale di salute e benessere, come i movimenti vegano e vegetariano che paiono delineare nuovi scenari sociologici e in cui all’elemento etico, di notevole peso, è – ci pare – indissolubilmente intrecciato quello della difesa dalla malattia e della preservazione della propria integrità corporea.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Big Data, memoria digitale e condivisione del sapere.

[dropcap3]L[/dropcap3]a memoria, si sa, può essere dono o condanna, a seconda dei punti di vista. E non è di certo un caso – come non lo è mai quando si parla di mito – che la madre delle muse fosse appunto Mnemosine, dea della memoria. O che, al polo opposto del paradigma storico, tante opere contemporanee – dal Fu Mattia Pascal in giù – abbiano fatto proprio dello smarrimento e della rinuncia alla memoria, individuale o collettiva, il segno della perdita di riferimenti dell’uomo contemporaneo.
Da oggi in poi, tuttavia, il problema di memorizzare o meno le conoscenze potrebbe interessare sempre di meno gli uomini e sempre di più le organizzazioni e le strutture deputate a svolgere questo lavoro specifico di raccolta ed elaborazione.
Grazie ai Big Data e alle tecnologie digitali infatti si può attingere a una miniera sterminata di dati raccolti nei luoghi virtuali più disparati, come archivi, piattaforme e database. Ma l’attività di semplice deposito non è sufficiente: servono infatti coordinate condivise per mettere in comune e rendere significanti tali dati.
Del resto – così come è fondamentale per un singolo individuo il sapersi parte delle memorie di un piccolo gruppo sociale o familiare – è proprio con la definizione di memoria collettiva, che si deve al sociologo francese Maurice Halbwachs, che si sottolinea l’importanza per le società degli uomini di riconoscersi in un patrimonio comune di saperi ed esperienze che fondi i valori e le regole dello stare insieme. E se in passato questi saperi ed esperienze erano affidati a mezzi di raccolta fragili e limitati anche nelle possibilità contenitive, con l’evolversi della tecnologia questi spazi di archiviazione sono cresciuti esponenzialmente. Fino ad arrivare all’oggi e a quel digitale che pare poter farsi carico della memoria di ognuno e di tutti.
Ma quali prospettive lascia intravedere questa possibilità di digitalizzare come patrimonio comune e condiviso un’immensa quantità di dati, dalle notizie storiche alle opere dell’ingegno umano? Il nodo centrale è proprio quello dell’elaborazione dei dati: la possibilità di pescare nei Big Data per mettere in relazione le conoscenze, fare emergere tratti rilevanti, riversare i dati nella memoria collettiva, attraverso la loro condivisione. Perché la questione non è affatto scontata, in quanto agisce nel senso del recupero e della conservazione del passato, così come nella costante digitalizzazione del presente.
Vediamo allora alcuni aspetti e ambiti di questa “raccolta” dati in quei contesti che più si prestano a essere accostati al concetto di memoria collettiva, come l’ambito del patrimonio storico, librario o più genericamente culturale e artistico. Qui la digitalizzazione offre senz’altro grandi opportunità perché rende disponibile in modo gratuito e immediato il sapere e ne permette la condivisione, in ogni parte del mondo e a chiunque, purché dotato di device e connessione, oltre a permettere avanzate tecniche di ricerca e ricostruzione.
Primo fra tutti, il patrimonio librario. Sono molte infatti le biblioteche e gli archivi che hanno progetti di digitalizzazione del patrimonio che è sottratto così ai rischi della perdita, ma anche reso più fruibile. E molte anche le piattaforme che svolgono il ruolo di biblioteche digitali (eccone un elenco tratto da Liber Liber) con iniziative come il Progetto Manuzio, appunto di Liber Liber, che – con l’ambizioso obiettivo “la cultura a disposizione di tutti” – digitalizza e rende disponibili appunto libri, testi, documenti, tesi.
E poi c’è il settore archeologico, come nel caso della città di Palmira. Anche con la collaborazione dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali italiano (Ibam-Cnr) e grazie a raffinate tecniche come il rilievo 3D e il telerilevamento da drone, combinati con materiale fotografico e satellitare, si vuole ricostruire il volto della città per i necessari restauri dopo le distruzioni del conflitto siriano.
Praticamente tutti i settori culturali sono dunque coinvolti dalle nuove risorse dell’archiviazione digitale, che sono anche il presupposto per inedite modalità di fruizione. È il caso dei musei virtuali, come quello di Ercolano e Pompei, per fare un esempio. Ma è il caso anche del progetto di conservazione del patrimonio immateriale della Regione Lombardia dove trovano uno spazio, seppur virtuale, tutte quelle conoscenze che sono pertinenti alla cultura orale o tecnica, come lingue, riti, feste, e tradizioni. Una cultura immateriale che altrimenti andrebbe perduta, anche perché per definizione non scritta.
Ma questo tipo di operazioni non manca di criticità e pone anche problemi tecnici e legislativi, a seconda del tipo di dato che si digitalizza e come lo si condivide o se lo si rende più o meno pubblico.
Ad esempio è recente la notizia riguardante la sentenza della Corte Suprema americana che ha confermato come Google Books possa digitalizzare parte dei libri, anche oltre il diritto di copyright, accogliendo così la tesi della prevalente importanza del principio della diffusione del sapere.
Vedremo in un prossimo articolo se e come – in quali spazi e con quali strumenti – questa digitalizzazione della memoria si traduca in vera memoria collettiva.
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www.archeomatica.it

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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Mi mandano i Big Data: il mercato del lavoro sul WEB.

[dropcap3]U[/dropcap3]na volta esistevano le agenzie di collocamento, il passaparola e – non sveliamo certo nulla di nuovo del “costume” italiano – perfino le raccomandazioni. Oggi per farsi conoscere e trovare il tanto agognato stabile posto di lavoro e – rovesciando il punto di vista dalla parte delle imprese – anche per andare a caccia di talenti, c’è il WEB. E con esso i Big Data.
L’interazione tra mercato del lavoro, dati, algoritmi, e mezzi di comunicazione digitali è così ampio che abbiamo scelto qui di darne una panoramica, senza pretese di esaustività, affrontando l’argomento nei suoi principali aspetti e avvertendo che si tratta di una realtà, per definizione, in costante mutamento al progredire della tecnologia e all’imporsi di strumenti sempre nuovi.
Osservatorio Big Data
La prima, e forse più ovvia, interazione tra dati e lavoro è la potenzialità che questi possono esprimere nell’analisi della complessità di domanda e offerta, i Big data insomma come strumento per osservare le dinamiche del mondo del lavoro e ricavarne dati utili per tutti gli attori coinvolti.
Citiamo un solo esempio, la piattaforma WOLLYBI, nata dalla collaborazione tra una società dell’Università Bicocca di Milano e CRISP – Centro di ricerca interuniversitario per i servizi di pubblica utilità. Utilizzando “Big Data e tecniche di analisi semantica” la piattaforma scandaglia le offerte di lavoro sul WEB, le cosiddette job vacancies, e – con un complesso lavoro di verifica e validazione scientifica – si rivolge a agenzie, enti e istituti del mondo del lavoro per offrire analisi utili alla pianificazione delle politiche e dei servizi, spingendosi anche a valutare i settori strettamente connessi a quello lavorativo, come l’istruzione e la formazione.
Domanda e offerta sul WEB
Dall’analisi di come si muove il mercato del lavoro passiamo al cruciale incontro tra domanda e offerta. Navigando tra le numerose piattaforme esistenti ne abbiamo selezionate alcune d’esempio, scegliendole tra quelle specializzate per tipologia di lavoro, come quelle rivolte ai freelance, e App di vario tipo e genere.
Per cominciare, Monster: il colosso internazionale che permette di sfogliare gli annunci di lavoro, inserire il proprio curriculum e candidarsi per un posto. Italiana è invece la piattaforma Face4job, un luogo virtuale di incontro che mette in contatto diretto chi cerca lavoro con le aziende che hanno bisogno di personale, raccogliendo così dati sulle offerte di lavoro e potendo di conseguenza valutare anche quali settori e posizioni sono più richiesti. La piattaforma utilizza strumenti tipici del digitale, come i video di presentazione e le video-interviste quali mezzi di selezione, superando il concetto di curriculum vitae e velocizzando le operazioni di valutazione dei candidati.
Rimaniamo in Italia con Ekoodo, un social network che permette ai professionisti e ai lavoratori di fare conoscere il proprio valore attraverso la voce di chi ha usufruito dei loro servizi, secondo un modello che vale per molti settori di attività come la ristorazione o la ricettività alberghiera, ma che – declinato nella sfera professionale – recupera e insieme rivoluziona il concetto di raccomandazione.
E – se ciò che accomuna questi mezzi digitali per trovare lavoro è il loro rispondere all’esigenza delle persone di farsi conoscere, di mettersi in relazione e fornire garanzie di competenza (elementi che sono alla base di ogni scatto di crescita in un percorso professionale) – in questo ambito il social media per eccellenza è Linkedin. Da lungo tempo punto di riferimento del settore, ha raggiunto nel mondo oltre 400 milioni di iscritti e si fonda proprio sulla costruzione di reti di relazione e sulla valorizzazione da parte degli iscritti della propria reputazione professionale, validata dal riconoscimento di competenze ottenuto da coloro che appartengono ai propri collegamenti.
Social recruiting
Questo concetto di personal branding esce dal recinto stesso del network professionale per investire ogni altro luogo di pubblica esibizione delle persone. I canali social insomma – in un’epoca di atrofizzazione delle relazioni sociali e famigliari tradizionali – giungono a vicariarle e sono il luogo in cui anche le aziende possono verificare le qualità o la scarsa raccomandabilità, non solo professionali, di eventuali candidati.
I social inoltre, oltre a luogo virtuale in cui intrattenere relazioni professionali, si candidano a essere sempre più spesso anche il canale di ricerca dei candidati da parte delle aziende, secondo una tendenza in crescita, chiamata appunto social recruiting che in Italia tuttavia non ha ancora un impatto decisivo come si può leggere in questo articolo, dove si riferisce anche di come gli Italiani non sfruttino appieno le potenzialità dei social nella ricerca di un lavoro e si affidino ancora al passaparola, alle agenzie di selezione, quando non al contatto diretto con le imprese.
Per concludere: se nonostante tutti questi strumenti non trovi il lavoro che fa al caso tuo, o se il datore di lavoro non trova te, potrebbe essere proprio quello dei Big Data – come il digitale in generale – un settore da tenere d’occhio!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]

blog.workable.com
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

La Giornata della terra, celebrazione dell'unico mondo che abbiamo.

[dropcap3]C[/dropcap3]omplici i bruschi e capricciosi sbalzi del clima, mai come in questi ultimi anni la “Giornata della terra” assume rilievo nell’opinione pubblica e nei media.
Noi di 6memes vogliamo partecipare al dibattito, anche in “onore” del mentore del nostro blog, Italo Calvino, che di certo conosceva l’amore per la natura, visti anche i suoi natali. Entrambi i genitori dello scrittore ne erano infatti studiosi: agronomo il padre e botanica la madre, Calvino trascorse l’infanzia nel contesto naturale oggetto degli studi paterni, mettendo però poi tutta la sua dedizione nel disegnare mondi alternativi, in cui il tema della natura pur è rintracciabile in filigrana.
Un topic, quello del legame con la natura e la terra, di fondamentale importanza a maggior ragione oggi, quando l’uomo ha distorto la sua inclinazione verso madre natura, appesantendola di rifiuti e inquinamento, deprivandola delle sue risorse. E se è giunto il momento di ricondurre il rapporto tra uomo e natura a un equilibrio maggiore, ognuno è chiamato a questa assunzione di responsabilità.
A salvaguardare l’ambiente prova allora un’iniziativa come l’Earth Day, la giornata della terra, il 22 aprile di ogni anno dal 1969 quando, da una piattaforma petrolifera della Union Oil, al largo di Santa Barbara in California, a causa di una spaccatura sul fondale marino in prossimità del pozzo, milioni di litri di petrolio si dispersero in mare. Il senatore Nelson, dell’allora governo americano, già impegnato sul fronte della sensibilizzazione ambientale, sollevò la questione in modo decisivo, e il 22 aprile 1970 si ebbe la prima mobilitazione di ben 20 milioni di americani per invocare a piena voce la necessità di preservare da sfruttamenti eccessivi le risorse naturali della terra. Fu poi a partire dall’anno 2000, grazie all’abbattimento delle frontiere virtuali con il web, che l’Earth Day trovò nella Rete una nuova eco. Fino ad arrivare ai giorni nostri in cui la Giornata della Terra coinvolge più di un miliardo di persone.
I passi che ci separano da una ritrovata armonia con il pianeta calcano sul suolo della scienza e di un consapevole consumo energetico, come quello garantito dalla rinnovabili: generate da fonti non fossili, il loro utilizzo mantiene pulito l’ambiente, perché non rilasciano sostanze inquinanti e non comportano il consumo definitivo di risorse naturali. L’energia idroelettrica, quella solare, l’eolica, la marina e la geotermica sono tutte forme di energia il cui uso e produzione garantiscono efficienza energetica senza effetti collaterali sull’ambiente.
Più recente, ma altrettanto proficuo il processo di utilizzazione della biomassa. La digestione in un ambiente privo di ossigeno, messa in atto da specifici microorganismi, dei materiali di origine biologica e di scarto delle attività agricole, degli allevamenti e dell’industria, consente il recupero dei prodotti di rifiuto per trarne sostanze chimiche e combustibili e ridurre così la dipendenza da fonti energetiche di natura fossile.
La cogenerazione che produce elettricità e calore dalle biomasse trova impiego nel contesto di un’agricoltura sostenibile e vede esempi di applicazione anche in Italia, in particolare in Alto Adige.
E se occorre precisare che la tecnologia degli impianti di cogenerazione ha lo svantaggio di generare, come sostanze di scarto, un residuo simile alla carbonella (char), c’è chi cerca soluzioni alternative, come il progetto Gasification experiences in South Tyrol (GAST), ancora in Alto Adige, per sfruttare il char in modo da aumentare l’efficienza complessiva degli impianti, abbattendo i costi per lo smaltimento.
È recente infine la scoperta di microrganismi capaci di trasformare i vegetali ingeriti dalle mucche in zuccheri e quindi in energia. Impiegati negli impianti di conversione tali microrganismi potrebbero sostituire il trattamento chimico iniziale necessario affinché la biomassa possa poi essere fermentata correttamente nei prodotti finali (come i biogas), con un processo dunque ancor più “sostenibile”.
La difesa della Terra e la ricerca di soluzioni sostenibili al nostro vivere su di essa è allora un tema che riguarda tutti, non avendo noi mondi alternativi in cui rifugiarci: è questo l’unico mondo che ci appartiene, quello di cui abbiamo bisogno per la nostra sopravvivenza.
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Big Data & C. Data Mining

Per niente immobili, i nostri Musei e le nostre città d'arte si muovono coi turisti.

[dropcap3]L[/dropcap3]e città d’Arte e i Musei – creature a loro modo antropomorfe, imponenti e millenarie, ma soprattutto monumentali – sono luogo cruciale e strategico di innumerevoli movimenti, pur mantenendo legittimamente lo status d’immobilità. Le loro identità sono infatti incessantemente visitate e modificate, potremmo dire “lavorate”, da un fattore sociale e culturale per eccellenza: il viaggio.
Grazie infatti ai milioni di visitatori che ogni anno vi si riversano, queste stesse città e Musei, così come i capolavori che vi sono custoditi, sono sottoposti a mutamenti continui e incessanti.
Non solo. Grazie al mobile e ai social, che – più o meno integrati tra di loro – fotografano, illustrano, diffondono e soprattutto citano altrettante esperienze, turistiche o culturali che siano, le città d’arte e i musei sono l’oggetto di innumerevoli conversazioni che ne diffondono ogni giorno la notorietà attraverso citazioni, fotografie e condivisioni, conversazioni avviate magari dai loro stessi stessi Uffici Stampa.
Il tutto a fare di questi luoghi culturali vere e proprie icone che, ben lontane dall’essere statiche, si muovono, evolvono e infine “viaggiano”, sia nel tempo che nello spazio.
In nome di questa duplice caratterizzazione – “mobilità immobile”, potremmo chiamarla 😉 – e grazie all’uso di Webdistilled, strumento semantico di Maps Group capace di “distillare” le conversazioni online, abbiamo deciso dal mese di agosto 2015 alla fine di Marzo 2016 di monitorare* il Bel Paese, dal nord al sud, con un focus particolare: i venti Musei i cui direttori sono stati nominati dal Ministro Franceschini nell’estate scorsa. Lo stesso Ministro che ha siglato un accordo con una Startup italiana per fornire ai principali musei italiani e al Ministero stesso un apposito strumento per misurare la reputazione online dei musei interessati (è curioso a tal proposito rilevare che il tema della riforma apportata dal Ministro ha continuato ad essere presente nelle varie conversazioni rilevate).
Come illustrato nel nostro precedente articolo “Cultura e innovazione in Italia: eppur si muovono!”, abbiamo così spiato i commenti online su questi veri e propri templi della cultura, inseguendone i passi virtuali e le mention.
Per scoprire che – anche nella fase subito successiva alle nomine – un po’ di “movimenti” si sono in effetti visti, con alcuni sbalzi di posizione, seppure temporanei. I cambiamenti in corso d’opera si sono poi stabilizzati, per arrivare a uno stato dell’arte, negli ultimi cinque mesi, come di seguito rappresentato:

Torta conversazioni
Suddivisione percentuale delle conversazioni online sul tema Musei italiani

Cosa è accaduto nel frattempo? Intanto possiamo vedere che il museo TOP delle conversazioni online è senza dubbio la Galleria degli Uffizi, che, già in pole position prima della nomina con il 24% delle conversazioni, si attesta negli ultimi cinque mesi di monitoraggio a un eccezionale 33%, con un + 9% di conversazioni, dato di tutto rispetto.
Un altro cambiamento che  colpisce è quello della Reggia di Caserta che, se prima del cambio di Direttore si attestava al 14% delle conversazioni, registra oggi un balzo considerevole nella propria capacità di far parlare di sé con un eccellente 23%, grazie anche al picco di conversazioni dovuto alle polemiche suscitate  in rete per un ipotetico eccesso di lavoro del suddetto Direttore.
Trend conversazioni
Diagramma di flusso delle conversazioni online a tema Musei italiani

E se Galleria Borghese sale di un posto, portandosi al terzo anziché al quarto, una performance di tutto rispetto la realizzano il Parco Archeologico di Paestum e il Museo Archeologico di Napoli, che rispettivamente dalla decima e ottava posizione salgono alla quarta e alla quinta, mentre il Polo di Torino scende dal terzo all’ottavo posto.
Per finire vi proponiamo un ultimo grafico, che mette in evidenza i sistemi di comunicazione online privilegiati dai vari Musei e dai loro estimatori nel chiacchiericcio multimediale che li riguarda.
I più social, come ben visibile, sono le due Accademie, quella di Firenze e di Venezia, seguite a filo dal Museo Archeologico di Napoli, da Galleria Borghese e dalla Galleria degli Uffizi, mentre il Museo di Reggio Calabria va matto per la comunicazione mainstream. Il meno social di tutti è invece il Museo Archeologico di Taranto. Interessante, infine, il dato che riguarda i Blog, soprattutto per il Museo Nazionale di Reggio Calabria.

Vi lasciamo quindi con questo saliscendi di dati in attesa del prossimo report, per vedere se, alla lunga, qualcuno dei nostri “atleti culturali” ci soprenderà di nuovo con le sue chiacchiere in movimento!
E infine ci raccomandiamo: perchè non usare il nostro articolo come spunto per andare a visitarne uno, di questi Musei, magari il più vicino a voi?
Istogramma
Rappresentazione visiva dei principali strumenti di conversazione online utilizzati dai vari Musei

*Caratteristiche del monitoraggio

Monitoraggio:  i 20 musei i cui direttori sono stati nominati dal ministro Franceschini lo scorso agosto.
Periodo: dal 26/06/2015 fino al 30/03/2016
Lingua: lingua italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
Temi analizzati: offerta turistica.
Prodotti individuati (in breve): archeologia, archivi e biblioteche, chiese e santuari, musei e teatri, palazzi storici, concerti, fiere, sagre.
Strutture ricettive: tipo di struttura utilizzata per il pernottamento.
Argomenti (in breve):  ambiente e territorio, dati (relativi alle presenze nel museo, orari, info, gestione del personale), enogastronomia, eventi, istruzione, innovazione, storia e arte.
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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Ad armi impari: come trasformare un limite in una performance.

[dropcap3]P[/dropcap3]arlando di performance, buone pratiche ed eccellenze, così come abbiamo fatto in questi mesi nella nostra rubrica “Performance da 10 e lode”, abbiamo talvolta toccato con mano come l’ostacolo, lungi dall’essere un cieco impedimento a qualcosa, può diventare invece lo stimolo principale per il superamento di un limite invalicabile. Questo è reso possibile da uno sforzo quasi immane che tuttavia, proprio come in una gara di atletica, oltrepassa in un balzo un ostacolo all’apparenza insormontabile. Accade insomma che quando alla performance è sotteso un limite da abbattere, le azioni diventano vere e proprie “gesta”.
Il mito e la storia stessa dell’Uomo, del resto, fondano la loro forza narrativa – e quindi il loro eterno rinnovarsi nel racconto attraverso le epoche – sull’eccezionalità degli uomini che compirono un’impresa. Uomini che seppero superare i limiti, imposti dalla natura all’essere umano stesso, per portare a termine atti che qualifichiamo come eroici o epici.
E se proprio l’epos ha fissato due paradigmi di performance, quali la forza fisica, il coraggio, la determinazione tutta corporea di un Achille da un lato, e l’astuzia, il sottile ragionare di un Ulisse dall’altro, a noi pare che questi poli siano destinati a durare anche oggi. In entrambi i casi si tratta infatti di qualità che sono appannaggio di ognuno, ma che in alcuni vengono portate all’estremo. E non è un caso che ciò accada spesso in condizioni o situazioni altrettanto estreme, come la guerra ad esempio, capace – purtroppo – di fare di alcuni uomini degli eroi.
In altri casi il limite sta tutto nelle regole del gioco e nel confronto con la performance altrui, come nello sport. Tanto che per definire lo scontro sportivo si usa la parola “agone” che richiama alla lotta, al combattimento: come la politica – si potrebbe dire – anche lo sport è una continuazione della guerra con mezzi (decisamente) più civili… A leggere le cronache sportive se ne trova traccia squisitamente linguistica, quando i componenti di una squadra sono definiti “guerrieri”, quando di un ciclista si dice “un uomo solo al comando”, quando una partita è detta “storica”, “leggendaria” o appunto “epica”.
Anche di recente diversi sportivi italiani sono saliti agli onori delle cronache per imprese al limite dell’impossibile come nel caso dell’alpinista Simone Moro che è stato il primo a raggiungere d’inverno una delle cime più temibili del mondo, il Nanga Parbat. O con prestazioni che paiono intramontabili come il portiere della nazionale Gigi Buffon che inanella un record dietro l’altro in quanto a presenze sportive e imbattibilità.
E se lo sport incarna in modo esemplare l’eccezionalità degli individui alla prova di sé, in altri ambiti i traguardi sono di natura intellettuale e il limite è la finitezza dell’uomo di fronte alle grandi domande del sapere: non sono forse eroici gli sforzi di tanti scienziati che per contribuire all’avanzamento delle conoscenze osano confrontarsi con il mistero dell’universo? Pensiamo ad esempio alla recente storica conferma dell’esistenza delle onde gravitazionali da parte di un team scientifico italiano e di uno americano. O all’interesse che ha saputo suscitare l’astronauta Samantha Cristoforetti, prima donna italiana nello spazio, con una prestazione scientifica sì, ma per nulla secondaria anche sul piano fisico, in quanto nulla ha da invidiare alle performance sportive di un atleta per resistenza e adattabilità a un ambiente “estremo”.
Veniamo poi al limite come molla del riscatto: qui la forza dell’umano emerge in maniera ancor più sorprendente, con tale evidenza da essere commovente.
Accade quando gli ostacoli che un individuo si trova di fronte sembrano invalicabili soprattutto perché non si tratta di nemici esterni, di avversari sportivi, o semplicemente di record da battere nel pieno della propria forza fisica. In quei casi l’avversario è dentro di sé, è una malattia, una disabilità, uno svantaggio intellettuale o fisico.
È qui che il concetto di performance si eleva a potenza: un risultato medio in questi casi sarebbe già un successo, il solo superare lo svantaggio sarebbe una vittoria. E invece vi sono persone capaci di primeggiare, annullando anche ai nostri occhi di spettatori la diversità e la differenza, con quello che immaginiamo essere uno sforzo sovrumano dettato da una grandiosa forza di volontà, mista a un fondo inesauribile di voglia di vivere e di passione.
Ci piace ricordare ad esempio la giovane Nicole Orlando, affetta da sindrome di down e atleta di fama mondiale, che si propone con una positività contagiosa: vittoriosa agli ultimi Mondiali per atleti down svoltisi in Sudafrica, nelle sue prime dichiarazioni già pensava a prepararsi alle Olimpiadi. Come Nicole Orlando, sono tante le persone che non si sono arrese a una disabilità acquisita o congenita, ma ne hanno fatto al contrario lo starter di una sfida sportiva, giocata forse prima di tutto con se stessi, come il pilota Alex Zanardi e Giusi Versace o Annalisa Minetti che sono approdate all’atletica proprio in seguito a una disabilità.
E infine il confronto ad armi impari, inseguendo l’eccellenza: il caso di un uomo che di recente, su un palcoscenico per lo più spensierato come quello di una manifestazione canora, ha scioccato il pubblico con una sobria e tuttavia potente manifestazione di forza intellettuale. Ezio Bosso, musicista di fama, colpito da una malattia invalidante, ha saputo reagire aggrappandosi probabilmente proprio alla vitalità del fare musica, letteralmente imparando di nuovo a parlare e a comporre, e ritornando a esprimere se stesso diffondendo una lezione di tenacia e di vigore intellettuale encomiabili.
Insomma, sia di conforto a noi comuni mortali il constatare di cosa è capace un essere umano, in grado di elevare se stesso oltre le avversità – talvolta indicibili – incontrate sul proprio cammino.

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Big Data & C. Medicina & Narrazione Un Big Data al giorno

Medicina di precisione: diagnosi e cura con i Big Data sanitari.

[dropcap3]S[/dropcap3]arebbe difficile per un contemporaneo malato immaginario alla stregua del personaggio di Molière, crogiolarsi impunemente nelle sue fissazioni, a fronte dei progressi della medicina, sempre più orientata verso un esercizio puntuale della diagnosi e della cura, per così dire quasi ad personam.
E, al di là di facili battute, davvero tra tutte le scienze che hanno ricadute applicative sulla vita quotidiana e sul benessere degli esseri umani, la medicina nella sua lunga storia è fra quelle che hanno subito un maggiore mutamento. L’età della vita si è allungata, molte malattie mortali sono state debellate, altre sono state ricondotte nell’alveo della normale attività clinica.
E oggi nuovi affascinanti scenari si aprono grazie a una tecnologia sempre più raffinata e puntuale, in cui i Big Data sanitari giocano un ruolo centrale, pur nella molteplicità di approcci e applicazioni.
Il tema infatti è sterminato e coinvolge il settore sanitario in modo globale, incidendo su diagnosi e cura, medici e pazienti – insomma sul sistema del welfare in generale – con una portata tale da richiedere l’allineamento della società e della politica, nonché la progettazione di un quadro normativo adeguato.
E se si rincorrono le notizie di algoritmi utili nel diagnosticare malattie o di medicine intelligenti, abbiamo scelto qui di osservare la materia da uno scorcio particolare, quello della cosiddetta medicina di precisione. Si tratta di una nuova frontiera tecnologica che promette di fornire gli strumenti per indagare, con sempre maggiore dettaglio, stato di salute e malattie di gruppi di persone omogenei, quando non dei singoli individui, conducendo il sistema di prevenzione, diagnosi e cura verso un radicale riassetto.
È un approccio che scavalca il metodo clinico tradizionale che utilizza protocolli di cura per le varie malattie, e punta invece a individuare quali farmaci e modalità di cura utilizzare in ragione non della malattia genericamente intesa, ma di una specifica modalità di manifestazione della malattia in un determinato paziente, così come sarà stata studiata sulla base dei dati ricavati dagli studi genetici e clinici, e della loro successiva rielaborazione e messa a sistema.
Di recente, a dimostrazione dell’importanza cruciale del tema, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato lo stanziamento di oltre duecento milioni di dollari per sostenere progetti di raccolta dei dati genetici delle persone in modo da mettere a fuoco lo specifico dell’interrelazione tra di essi, l’ambiente e la storia dei singoli, e ottenerne così un riorientamento anche delle modalità di gestione del sistema sanitario, con benefici attesi in termini di razionalizzazione delle risorse e dei costi. Se è possibile infatti utilizzare la cura giusta per la persona giusta, se è possibile conoscere quali emergenze o criticità sanitarie possono svilupparsi in un determinato contesto o territorio, si potrà anche gestire al meglio l’offerta dei servizi sanitari, oltre che ovviamente far conto sull’efficacia di una cura avanzata e mirata.
Della medicina di precisione si parla anche in Italia. Umberto Veronesi l’ha descritta nei termini di quattro “P” per altrettante parole chiave: personalizzata, preventiva e predittiva (perché appunto declinata nello specifico clinico dei singoli e potenzialmente capace di prevedere la malattia), ma anche partecipativa, perché frutto di condivisione da parte della comunità medica e scientifica, e dei pazienti stessi. E all’argomento è stato dedicato nell’autunno scorso un evento a Venezia “The future of Science”, che voleva appunto riflettere sullo stato dell’arte di questa materia anche in Europa.
Uno scenario così articolato va poi a incrociare con altri temi centrali, come ad esempio il nuovo ruolo del medico in una medicina così sofisticata. Anche di questo riportiamo il pensiero di Umberto Veronesi, in un suo intervento sulla medicina di precisione: la tecnologia dovrebbe in realtà liberare il medico da molte delle sue incombenze più pratiche, lasciandogli modo di mettersi in ascolto del paziente in un’ottica di “medicina della persona, che è sorella della medicina di precisione”.
Il medico infatti – una volta resa standard e disponibile per tutti questa tecnologia – avrà accesso a una quantità prima impensabile di dati, anche dei pazienti, e magari in real time grazie al monitoraggio garantito da wearables e app, oltre che a indagini genetiche confrontabili con i nuovi parametri e le coordinate fornite dai Big Data sanitari.
E se tutto questo apre anche un’altra serie di problemi di cui la società e la politica dovranno farsi carico, dalla sicurezza dei dati, alla privacy delle persone, fino all’eccesso – che pare opposto – dell’asetticità di un trattamento clinico così tecnologicamente orientato, è chiaro che si tratta di una sfida tutta da raccogliere, nel senso di un nuovo ulteriore e possibile grande passo della scienza medica.
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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

In principio fu lo smiley! Emozioni ed empatia in stile Social.

[dropcap3]C[/dropcap3]hi avrebbe immaginato che la sorridente faccina gialla, lo Smiley, inventata nei primi anni Sessanta, sarebbe stata l’inizio di un fenomeno destinato ad assumere le proporzioni che conosciamo oggi?
Complice la diffusione degli smartphone e il dilagare delle relazioni sulle piattaforme social, le emoticon si sono consolidate negli anni come vere e proprie componenti della comunicazione scritta. Come ogni fenomeno linguistico che si rispetti, hanno così posto gli studiosi del settore di fronte alla necessità di disquisire sul loro utilizzo, a partire dalle distinzioni “filologiche” tra emoticon ed emoji nonché sulle loro caratteristiche grammaticali.
Del resto, come tutti ricorderete, a fine 2015 persino l’autorevole Oxford Dictionaries aveva scelto proprio un’emoticon come parola dell’anno…
Cosa dunque sottintende davvero, in quanto a cambiamento del nostro modo di esprimerci e di condividere contenuti, questa nuova risorsa espressiva che non esitiamo a definire linguistica, nella misura in cui è parte integrante di un preciso contesto comunicativo, quello online?
Per provare a inserire il fenomeno in una cornice più ampia – quale spia della natura del relazionarci e comunicare ai tempi che corrono – ci rifacciamo a un altro caso mediatico dello scorso anno, il film Inside Out, che in fondo non fa altro che riprodurre la medesima oggettivazione delle emozioni toccando anche i temi del ricordo, della memoria, delle paure e della strutturazione della personalità.
Quasi che una componente universale dell’agire umano, quella del comunicare il proprio stato d’animo, abbia bisogno di un’esteriorizzazione che oggi – vista la grande quantità di comunicazioni che avvengono a distanza e in ambienti virtuali – non può essere veicolata soltanto dal discorso, verbale o scritto che sia. C’è invece più che mai la necessità di ricondurre tale scambio di informazioni a segni e codici concreti e ben visibili, e soprattutto univoci.
Si tratta in sintesi di una modalità espressiva particolarmente densa, che ha a che fare con il bisogno innato di comunicare in maniera diretta, immediatamente percepibile e non fraintendibile dall’interlocutore, tesa innanzitutto a imitare lo stesso tipo di azione-reazione comunicativa che si avrebbe con i gesti e la mimica facciale.
E se da un lato le emoticon si pongono come sostituto degli elementi comunicativi che in un contesto “reale” fungono da elementi disambiguanti – come quando scriviamo una frase cattivella e la smorziamo con una strizzatina d’occhio – la loro funzione non si esaurisce qui, ma si intreccia a doppio filo con il tema delle emozioni, e dunque dell’empatia. Se vogliamo consolare un amico, ad esempio, rinforziamo il messaggio con un bacio, se invece siamo arrabbiati con lui postiamo una faccina corrucciata.
Proprio reactions (‘reazioni’), e non a caso, è del resto la definizione del set di emoji che Facebook ha di recente reso disponibili per i suoi utenti, in modo che possano esprimere altre emozioni oltre al generico “mi piace”: rabbia, amore, divertimento, stupore.
Siccome poi – come si dice – a pensar male ci si prende, anche l’operazione di Facebook non vuole solo mettere a disposizione dei suoi prolifici iscritti nuovi mezzi per esprimersi, ma probabilmente tenta anche di trarre, dalle conversazioni, utili indicatori emozionali da investire nella percezione del sentiment a scopi di marketing.
Perché, in Rete, empatia fa rima con persuasione e il marketing si giova di quanto le neuroscienze hanno appurato, ovvero l’interazione strettissima tra immagine e cervello: vedo, condivido emozioni e imparo (o compro), come ben sappiamo noi di 6memes che abbiamo ospitato una illuminante intervista al professor Gallese sui neuroni specchio.
E come ben sanno anche i social media manager che si sforzano appunto di suscitare emozione e condivisione empatica attraverso una ben calibrata costruzione dei post e degli advertising, per indurre naturalmente le persone ad apprezzare un brand o un prodotto, in modo molto più efficace di quanto sarebbe possibile con qualsiasi altro strumento di persuasione diretta e di pubblicità esplicita.
Certo questo bisogno di empatia presuppone un dominio raffinato delle tecniche di comunicazione sul Web e i social media. Per questo – come suggerisce anche questo interessante articolo comparso su nuovoeutile.it a proposito di robot impiegati per produrre contenuti – se il nostro mondo viene tacciato di un eccesso di virtualità, ciò che abbiamo detto fin qui dimostra il contrario, ovvero che anche la Rete in fondo è fatta della materia di cui son fatti gli uomini, essendo fatta appunto da uomini per altri uomini, e che (almeno per il momento) un robot non ci rimpiazzerà!
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Milioni – e anche più – di personaggi in cerca di un lettore!

[dropcap3]”S[/dropcap3]cripta manent”, si dice citando il proverbiale motto quando si vuole sottintendere le proprietà di permanenza della parola scritta. Sottovalutando forse il potere del testo nella sua forma più volatile, ovvero quella orale, che si imprime tuttavia anch’essa nella memoria, a volte al di là della consapevolezza del lettore che, nelle parole udite, o magari solo evocate in assenza, sigilla per sempre nel proprio animo un pensiero, una domanda, un’intuizione.
Lo si riconosce più spesso nelle canzoni, nei famosi tormentoni che grazie alla musica arrivano diritti al cuore e al cervello del pubblico con maggior facilità, questo potere di suggestione, quasi di fissazione.
Ma nemmeno il testo “letto” – quello declamato davanti a tutti, in un teatro, così come quello pronunciato in silenzio tra sé e sé quando si è immersi in un libro coinvolgente – si sottrae alla capacità del Verbo di penetrare nella profondità dell’anima e centrare diretto il bersaglio.
Perché alla fine ciascun testo si riconduce sempre a una voce, anche se è soltanto la propria, che ne decifra i codici e li imprime nei propri pensieri facendoli sedimentare là, dove l’eco della conoscenza si inabissa e deposita i propri semi.
Accade così anche ora, come sempre è accaduto, che il legame tra chi scrive e chi legge si muove in quel flusso di narrazioni che sono prima tradotte in segno, poi celebrate in suono e infine impresse nella memoria del Lettore, ovvero colui che fin dall’inizio era il destinatario dell’Autore. Così come Eco e i grandi semiologi dell’Umanità ci hanno ormai da secoli illustrato.
A partire da questa consapevolezza, noi di 6memes, senza voler disturbare i massimi sistemi della linguistica, ma avanzando invece come “barbari” – come Baricco insegna – vogliamo approfondire in questo articolo una specifica contingenza: se il rapporto tra Autore e Lettore non è mai stato così stretto come oggi – quasi a riprodurre gli antichi splendori dell’oralità, fatta di piazze, palcoscenici e folle di pubblico declamante – questo è in sé un bene o un male?
Riprendendo così il filo del nostro primo articolo sul tema, ci tuffiamo in un focus specifico, quello del lettore come luogo terminale – forse non poi così tanto – di una filiera di produzione della parola scritta che, immaginata e impressa per orecchie altrui, approda sul libro, pardon, sul kindle, del lettore contemporaneo.
E già qui quello che solleviamo è un tappeto, con sotto tanta, ma tanta polvere. Perché questo legame ormai diretto, all’apparenza senza più filtri né intermediazioni, pone una spina nel fianco dell’editoria, del giornalismo e fin nell’intellighenzia nostrana. Come se aprire il recinto delle narrazioni infrangesse un vero e proprio tabù, quello del tempio della cultura come luogo privilegiato, quasi di confino elitario, del sapere, in cui occorre entrare in punta di piedi, chiedere il permesso e magari coprirsi il capo in segno di timore reverenziale o comunque di sottomissione.
Oggi, finiti i tempi in cui lo scrittore doveva pagare per forza pegno a editori, critici ed editor più o meno illuminati, grazie alla tecnologia, all’innovazione e soprattutto alla grande domanda di possibilità espressiva e al bisogno di conoscenza condivisa, si apre allo scrittore un mondo – letteralmente – di lettori possibili che, affatto passivi, irromperanno nella filiera di produzione del testo scritto diventandone una parte complementare affidando ad esso, la propria “voce”.
Un male? Un bene? Dipende dai punti di vista.
Per quello degli editori e dei distributori certo può essere un problema – di business prima ancora che di presunto controllo della qualità letteraria dell’opera distribuita. Eppure, come questo articolo illustrabasta una scintilla di intraprendenza e di desiderio di stare al passo coi tempi per riconvertire i processi di mediazione editoriale attraverso gli strumenti online, aprendo ad esempio vere e proprie edicole online.
Questo, probabilmente senza nulla togliere alla qualità delle opere distribuite, anzi. Come dimenticare infatti che i cosiddetti lettori autorevoli (critici e letterati in primis) non sono sempre stati all’altezza del loro ruolo? Testimoni ne sono le fila di veri e propri geni letterari rifiutati e rifiutati da editor e case editrici che si sono fatte nei decenni precedenti sterminate, mietendo vittime anche tra grandissimi scrittori scoperti poi per caso o per necessità. Uno per tutti, capace di appassionare platee sterminate di lettori prima e spettatori poi: Camilleri, il cui lungo elenco di rifiuti delle sue opere da parte delle case editrici è davvero emblematico.
Ma anche rispetto al punto di vista degli Autori, l’interpretazione del fenomeno può non essere così semplice. Privo dell’imprimatur di qualche mentore ufficiale – magari dietro cui nascondersi e, nel caso, difendersi – lo scrittore può anche delinearsi come un Davide solitario contro un Golia fatto da una platea potenzialmente mondiale di lettori. Lettori che oltretutto, grazie alla possibilità di inviare feedback quasi in tempo reale e di pubblicare recensioni anche spietate, faranno sentire in maniera significativa la propria voce e la propria opinione, e far dormire sonni non proprio profondi agli autori, che andranno a contare le “stelline” ricevute come vere e proprie sentenze (di vita o di morte letteraria). Stelline capaci, ad esempio, di influenzare le scelte successive sia del lettore stesso che di chi ne andrà a leggere i commenti, oltre che degli algoritmi di selezione e predizione delle scelte del consumatore.
In questo caso, poi, la casistica solleva non pochi dubbi sull’efficacia o meno della tecnologia profilante cui sono sottoposte le scelte dei lettori.
Per ora dunque, almeno all’apparenza e in questo intervallo di tempo, è il punto di vista del Lettore a sembrare il più premiato, anche se segnali di inquietudine si muovono all’orizzonte, là dove i colossi della distribuzione, ancora meno empatici delle case editrici e niente affatto sentimentali, si attrezzano ogni giorno di più per profilarne – e soprattutto influenzarne – i comportamenti e gli stili di vita, come riportato in questo articolo.
È tuttavia innegabile che mai come oggi il lettore può muoversi in un orizzonte sterminato di possibilità di lettura, online, offline e ibride, come ad esempio l’acquisto di libri cartacei da una qualsiasi piattaforma di distribuzione web.
Come in un regno di destini incrociati, Autore e Lettore si ritrovano così oggi all’ombra del digitale, là dove possono parlarsi direttamente, rispondere a reciproche domande, darsi reciproci suggerimenti, fare insomma due chiacchiere, grazie alla coincidenza sempre a distanza tra colui che scrive e colui che legge. Tra colui che attende e colui che arriva, che desidera ed esaudisce. Perché alla fine, diciamocelo chiaro: non c’è analogico né digitale che tenga, di fronte al potere dell’incontro!
Buona lettura, dunque. Oggi più che mai.

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Dica 33… come ti “disegno" l'influenza!

[dropcap3]E[/dropcap3]sistono parole in grado di evocare nel tempo, con effetto più o meno dirompente, scenari se non apocalittici perlomeno inquietanti. Così accade per il termine “influenza”, sia nel suo significato afferente all’area semantica della malattia sia in quello relativo al possibile senso di condizionamento che la parola porta con sè, declinazioni che sono entrambe in grado di evocare un elevato quanto sottinteso potenziale di “contagio” e “diffusione”.
E se nell’antichità varie tipologie di influenza (intese nel loro più ampio spettro virologico) e di malattie sono state protagoniste di eccidi e vere e proprie pulizie etniche, come la peste nera nel Trecento o l’influenza spagnola di inizio secolo, per citarne solo alcune, le malattie di ritorno, che nuove condizioni di vita ai limiti della sopravvivenza riportano letteralmente in vita, interessano oggi anche noi.
I contatti fra le varie parti del mondo, resi più facili dai processi della globalizzazione, richiamano infatti di nuovo l’attenzione su malattie come tubercolosi, colera, tifo e malaria. Ma si riverberano anche in nuove tendenze sociali (ad esempio in un differente atteggiamento verso i vaccini, più sospettoso, in grado poi di comportare un incremento di “vecchie” malattie, quali ad esempio il morbillo e la meningite.
Senza contare i vari allarmi – più o meno fondati in quanto a effettiva diffusione planetaria – che a mesi alterni i media annunciano a piena voce, con malattie dai nomi sempre più “marcati” anche dal punto di vista comunicativo, come Ebola, che ha causato migliaia di morti in Africa, e il virus Zika che va diffondendosi in tutto il mondo causando in Sud America un’emergenza sanitaria, come si può vedere in questa cartina.
D’altra parte, come abbiamo già dato conto in questo articolo, la malattia è un fatto sociale in sé, con il suo carico da novanta non solo in termini fisici, ma anche culturali, che ci ricorda – se per caso ce ne fosse bisogno – della caducità non solo di noi esseri viventi in quanto singoli, ma anche e forse soprattutto delle nostre organizzazioni sociali che, come ogni entità complessa, si rivelano molto fragili una volta che ne venga minato qualche “mattoncino” di base.
Con un impatto molto meno catastrofico, ma crediamo interessante, 6memes ha voluto metterci del suo, attivando dal mese di novembre 2015 un monitoraggio su Twitter sull’influenza, quella nostrana, di casa nostra, portatrice di sintomi fastidiosi, a volte anche complicati in caso di forme particolarmente virulente od organismi ospiti debilitati. Ne abbiamo seguito il diffondersi non solo nelle case degli italiani, ma anche nelle loro conversazioni che, come visibile nella cartina dinamica qui sotto, si contagiano e condizionano a vicenda parlando di gradi di febbre, sintomi delle vie aeree o gastrontestinali, cure drastiche o fai da te. Con un avviso: guardate la cartina d’Italia: vedrete il “virus” muoversi come uno sciame d’api! All’occorrenza, dunque, fuggite! O almeno tappatevi in casa…

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CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO

Temi oggetto del monitoraggio: bronchite, febbre, mal di gola, influenza.
Periodo: dal 1/11/15 al 22/3/16.
Lingua: italiano.
Fonti: Twitter.