[dropcap3]A[/dropcap3] proposito di malattia e cura, abbiamo sviluppato la nostra rubrica sulla medicina in prospettiva culturale, di cui fa parte anche questo articolo, intorno al concetto cardine della loro variabilità.
Volendo introdurre una terminologia tecnica, presa a prestito dall’ambito linguistico, potremmo parlare di una relatività che si manifesta in senso diacronico (ovvero nel tempo), diatopico (ovvero nello spazio), e diastratico (ovvero nel plurimo riflesso sociale della malattia e del modo di affrontarla e gestirla da parte degli attori in causa).
E proprio alla luce della variabilità sia diatopica che diacronica, ancora una volta il tema che affrontiamo oggi esige una piccola premessa disambiguante. Parliamo infatti delle cosiddette CAM, ovvero le medicine alternative e complementari, in opposizione alla medicina tradizionale. Ma parlare di medicina tradizionale vuol dire di fatto assumere il punto di vista di una precisa linea storica. Prendiamo ad esempio la medicina cinese e l’agopuntura. Se per noi rientrano nel novero, complesso e articolato, delle medicine alternative, per i cinesi è proprio la nostra medicina – tradizionale per noi perché frutto (e tuttora oggetto) di secolare messa a punto metodologica – ad essere medicina alternativa, quanto meno di importazione, occidentale appunto.
Dichiarato allora l’orizzonte d’osservazione, partiamo all’esplorazione – almeno panoramica – di questo universo di cure alternative, rimanendo intanto nell’ambito della medicina cinese, forse la più nota anche perché frutto di un sapere millenario, e anche indirettamente riconosciuta dal Nobel, assegnato a una ricerca contro la malaria che partiva appunto da precetti della medicina classica cinese.
È di questi giorni la notizia che in Cina il governo ha definitivamente vietato di commerciare e cibarsi di animali e piante protette. Poiché il divieto riguarda elementi naturali utilizzati nella preparazione dei rimedi (ossa di tigre e pelle di manta, per fare qualche esempio) gli operatori del settore, come produttori e medici, ma anche i pazienti, hanno sollevato aspre critiche e contestazioni. Tuttavia, secondo questo articolo, se è vero che la medicina tradizionale riguarda milioni di cinesi delle aree rurali, “i cinesi in realtà hanno già consumato lo storico strappo: da anni sono in fuga dalla medicina tradizionale, diretti in massa verso i farmaci chimici importati dall’Occidente”, compreso un deciso calo del fatturato interno, ma anche dell’export.
E veniamo al punto, ovvero alla medicina alternativa a casa nostra. Accanto alla medicina cinese, sono moltissime le pratiche e i rimedi inseribili in questa categoria, definita anche integrativa e complementare, perché in realtà spesso usata in modo non esclusivo, ma in aggiunta o in temporanea alternanza alla medicina e ai farmaci della nostra tradizione, anche a seconda del disturbo da curare o da prevenire. Senza avviare una disamina delle varie medicine e metodi di cura, si può intanto fissare a contrario il tratto fondante la medicina occidentale, definita anche convenzionale e scientifica. Ovvero il suo derivare dal quel metodo sperimentale in cui affonda la sua radice la scienza moderna e che nello specifico clinico e sanitario prevede la verifica dell’azione di terapie e farmaci secondo le procedure della sperimentazione clinica controllata.
Come si possono invece classificare e definire le varie medicine alternative? Intanto vi rientrano pratiche antiche, come ad esempio l’agopuntura e la fitoterapia, e altre che sono relativamente moderne (ad esempio l’omeopatia). Alcune prevedono rimedi strettamente naturali, altre uniscono l’azione su corpo e mente insieme, come l’agopuntura. Altre ancora prevedono la manipolazione corporea, come la massoterapia e l’osteopatia. Ma tutte sfuggono a una fissazione in termini scientifici e sperimentali, essendo la verifica dei risultati tuttalpiù di natura empirica, basata cioè sulla consuetudine dell’osservazione. Anche perché si tratta per lo più di cure e metodi in cui è rilevante la differenziazione della risposta dei singoli individui e in cui spesso agisce anche il rapporto di fiducia e di dialogo che si instaura con il medico o comunque colui che somministra la cura.
Tuttavia la distanza tra la medicina tradizionale e quella alternativa non è radicale, né definita una volta per tutte. L’utilizzo nella farmacopea di principi attivi di estrazione vegetale è un fatto assodato, per fare l’esempio più evidente, così come l’utilizzo di pratiche quali l’agopuntura o la manipolazione muscolare o osteopatica in associazione ai farmaci o in alternativa ai farmaci.
A questo proposito in Toscana si trova il primo ospedale italiano in cui i pazienti possono trovare tanto le cure classiche che quelle alternative, affidandosi a fitoterapia, omeopatia, agopuntura e medicina cinese. La Regione Toscana risponde così a un’esigenza di conciliazione nelle cure che viene anche dalla cittadinanza.
Secondo una recente ricerca diffusa in occasione della Giornata Internazionale della Medicina Omeopatica, l’80% degli Italiani sa cosa è l’omeopatia. La usa regolarmente il 4,5%, almeno una volta all’anno il 20%. Ed ecco l’elemento diastratico: sono soprattutto donne gli utilizzatori, e di istruzione superiore. Mentre l’area geografica regionale prevalente è il Nord Ovest. Anche i dati sull’uso sono interessanti: gli Italiani usano i medicinali omeopatici per evitare effetti collaterali e perché li considerano efficaci per disagi più lievi.
L’Italia, che si colloca terza per uso delle cure omeopatiche in Europa, dopo Francia e Germania (mentre nel continente sono cento milioni coloro che si affidano a queste cure), attende però ancora una definizione della normativa, nonostante le politiche avviate da alcune Regioni (oltre alla citata Toscana, anche Emilia Romagna, Lombardia e Lazio).
Insomma la materia è complessa e controversa, e come sempre in questi casi si possono configurare anche eccessi pericolosi, quando si intendano queste cure come integralmente sostitutive della medicina scientifica o quando ci si affidi a un fai da te inopportuno, soprattutto in presenza di malattie o disturbi non banali. Certo è che il ricorso a questo tipo di cure rivela il bisogno di una cura più attenta all’organismo come un tutto armonico, l’esigenza di una maggiore naturalità, la preoccupazione per cure troppo aggressive o foriere di effetti collaterali, e infine la necessità di trovare nel medico un ascolto personalizzato. Tutti aspetti che anche una contemporanea medicina tradizionale e scientifica – che vuole essere precisa e personalizzata come abbiamo visto in questo nostro articolo – non può tralasciare.
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[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
– www.treccani.it/enciclopedia/omeopatia
– www.treccani.it/enciclopedia/medicine-complementari-e-alternative
– www.farmacoecura.it
– www.scienzainrete.it
– www.iscmr.org
– www.quotidianosanita.it
– www.primocanale.it
-www.corriere.it
– www.ansa.it
– www.infodata.ilsole24ore.com
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Categoria: Medicina & Narrazione
Medicina & Narrazione. Il corpo e la mente attraverso la storia, le culture e i traguardi della tecnologia applicata alla medicina, alla scoperta di come l’essere umano – sin dalla notte dei tempi – si è preso cura di se stesso, cercando di comprendere i meccanismi del suo esistere al mondo e di interpretare i labirintici segreti della sua psiche. Il tutto in una panoramica che mette in relazione i sistemi sociali deputati alla sanità con i dati (anche di profilazione) che li riguardano…
[dropcap3]S[/dropcap3]e è vero che siamo ciò che mangiamo, questo non vale solo per i significati simbolici e culturali che sono radicati negli alimenti di cui ci nutriamo. Più pragmaticamente, l’alimentazione influenza la salute del corpo così come della mente. È noto infatti come cibarsi correttamente influisca sulle performance dell’apparato fisiologico: muscoli, nervi, circolazione, funzionamento degli organi, e non da ultimo l’organo “principe”, il cervello.
Tuttavia attraverso le epoche storiche, anche se per ragioni diverse, il rapporto tra alimentazione e salute non è stato sempre – né d’altro canto si può dire lo sia attualmente – equilibrato e armonioso. Da un lato è stato condizionato infatti da esigenze nutrizionali variabili, così come, dall’altro, da specifiche condizioni socio-economiche, a loro volta dipendenti dalle possibilità di sfruttamento del territorio dal punto di vista dell’agricoltura e dell’allevamento.
Situazioni di estrema povertà, così come oggettive difficoltà a produrre gli alimenti necessari, causavano per la maggior parte della popolazione penuria di cibo e scarsa varietà di alimenti a disposizione, con la conseguente diffusione di malattie determinate proprio dalla carenza di principi nutritivi adeguati. Da sempre però in medicina la dieta è un elemento di cura, così come la consapevolezza – tramandata da saperi orali millenari – della salubrità di certi cibi, piante ed erbe, ben prima che l’uomo imparasse a estrarne i principi attivi della moderna farmacologia.
Dal Novecento in poi invece si è avuta un’abbondanza di cibo mai conosciuta prima nella storia dell’umanità, anche se non è mai ozioso ricordare che questo fenomeno riguarda solo una parte della popolazione mondiale, quella – diciamo genericamente – dei paesi sviluppati. Grazie a coltivazioni e allevamenti intensivi e alla produzione industriale di cibo (e ai progressi della medicina così come a numerosi altri fattori di crescita sociale), si è avuto un grande incremento demografico e la sconfitta di tante malattie. Ma ciò ha causato anche l’imporsi di una stile di vita che alla lunga ha portato – al contrario – a disagi e patologie legate a doppio filo con le abitudini alimentari, come è ormai assodato avvenga per alcuni tipi di cancro.
[bctt tweet=”La nostra alimentazione – buona o cattiva che sia – influenza la salute del corpo così come della mente. ” username=”MapsGroup”]
Ora, dopo lo “stordimento” novecentesco si impongono nuove consapevolezze e nuovi comportamenti alimentari. Si rincorrono infatti gli allarmi delle autorità e degli organismi del settore sanitario contro diete povere di frutta e verdura e contro gli eccessi alimentari, sia sul piano calorico che per il consumo di cibi che un tempo erano solo una minima parte della dieta, come le carni. Recente ad esempio l’avvertimento dell’Organizzazione mondiale della Sanità contro il consumo esagerato di carni rosse, soprattutto quelle lavorate, come gli insaccati.
Proprio alcune abitudini alimentari infatti sono fra le raccomandazioni del Codice europeo contro il cancro, insieme ad altre indicazioni inerenti lo stile di vita (come evitare il fumo, attivo e passivo, o fare regolare attività fisica). Fra queste buone abitudini, oltre appunto a quelle riguardanti le carni rosse, vi è il privilegiare la dieta cosiddetta mediterranea, a base di cereali, frutta e verdura, il non eccedere in zuccheri, grassi e alcool.
Ma, oltre alle forme tumorali, sono molte le malattie su cui una buona alimentazione svolge un’azione preventiva e di determinante sostegno alla guarigione o comunque a una corretta gestione. Si pensi ad esempio alle malattie cardiovascolari, a quelle infiammatorie, ad allergie e intolleranze. Una scienza relativamente recente in questo senso è l’immunonutrizione, che studia appunto gli effetti dei cibi sul sistema immunitario, valutandoli sulla base di combinazioni alimentari, modalità di conservazione e consumo.
[bctt tweet=”Da sempre la dieta è un elemento di cura, come la consapevolezza della sua importanza.” username=”MapsGroup”]
Nutrigenetica e nutrigenomica invece studiano come “rimediare” al destino scritto nei geni attraverso l’alimentazione giusta. Sono state individuate sette “smartmolecules” che sarebbero in grado di attivare meccanismi rigenerativi e riparatori già presenti nell’organismo, e che si trovano in venti tipi di frutta e verdura, mentre altri ingredienti, contribuendo a innescare processi di sazietà, proteggono dall’aumento ponderale e dalle malattie che ne conseguono. Questa dieta smart – come tutte le diete del resto – naturalmente va considerata a sua volta senza eccessi, nel quadro di un approccio ragionato e frutto di adeguato supporto clinico.
Perché la scelta di un regime alimentare si deve armonizzare, per essere efficace, con uno stile di vita conseguente: non si tratta di ricette prêt-à-porter, capaci di guarire, ma di scelte di lungo periodo e di vasto spettro, destinate a incidere radicalmente non solo sulla vita dei singoli, ma sull’intera organizzazione del sistema sociale.
Del resto, per concludere, movimenti come quello vegetariano e vegano – fuori da ogni considerazione di merito, medica o etica – ma anche fenomeni con effetto opposto come il culto del cibo sano che si trasforma in ossessione e quindi in malattia, sembrano proprio riflettere il bisogno ormai diffuso nella popolazione di un’alimentazione più consapevole e salutare.
[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo introduttivo alla nostra rubrica sulla malattia e la cura osservate dal punto di vista dell’arbitrarietà culturale e storica – di cui questo è il secondo “appuntamento” – abbiamo anticipato come i temi della sofferenza e del dolore, e anche la coppia antitetica salute-malattia, trovino nello specchio sociale un riflesso differente rispetto alle loro percezioni ed esperienze individuali o mediche.
Approfondiamo ora questo aspetto, interessandoci all’azione incisiva delle malattie sul tessuto sociale, che si verifica quando la loro portata trascende i destini individuali per divenire fenomeno collettivo, come nel caso di epidemie e pandemie, o quando le malattie – anche non necessariamente di natura infettiva – si impongono comunque con una virulenza simbolica tale da incrinare le relazioni e modificare i costumi stessi all’interno della compagine sociale.
Se gli uomini in passato combattevano contro una mortalità e una morbilità diffuse, accadeva inoltre che periodicamente si registrassero delle fasi di violenta diffusione delle malattie, causate da condizioni igieniche e socio-economiche precarie e ovviamente dilaganti per l’assenza di strumenti farmacologici di contrasto. Si trattava di anche lunghissimi periodi di insistenza delle malattie con drastici effetti sulla popolazione e sull’organizzazione delle società e con riduzioni demografiche spaventose. Occorre registrare poi che questa pressione delle malattie sulle società antiche può essere letta anche come una sorta di tragico setaccio evolutivo che comportò un paradossale rafforzamento degli esseri umani, per la sopravvivenza dei soggetti geneticamente più predisposti a resistere, secondo un fenomeno che è stato definito come “coevoluzione”.
Se ne potrebbero citare innumerevoli esempi, dal misterioso morbo che colpì Atene nel 430 a.c., fino ai casi resi celebri da tante pagine della letteratura, come la peste nera che giunse in Europa dall’Asia, tra il 1347 e il 1350, e che è la cornice all’interno della quale Boccaccio ambientò e fece scaturire il Decameron. Quella orribile epidemia di peste costò la vita, si stima, a 50 milioni di persone collocandosi così fra le più mortali malattie infettive mai sopportate dall’umanità. E sempre la peste, quella diffusa in Europa nel XVII secolo, è la protagonista di alcune delle pagine più dolorose dei Promessi sposi di Manzoni.
Furono momenti in cui la malattia divenne paradigma stesso del male morale e della corruzione sociale, mostrando gli aspetti più odiosi delle relazioni fra gli individui, seppur ricorrenti in ogni simile circostanza, rivelandone l’abiezione e la perdita di dignità. Ad esempio nel ricercare un colpevole e colpire così l’untore, la strega, l’avversario politico o religioso (in Germania nella peste nera del XIV secolo furono gli Ebrei ad esserne accusati), e nell’incrinare i rapporti anche famigliari per paura del contagio. O ancora nelle reazioni all’orrore della malattia sia con comportamenti di fanatica spiritualità che al contrario di relativismo morale.
Spesso poi queste epidemie avevano un effetto anche più generale sui sistemi sociali, determinandone dei veri e propri riassetti per le conseguenze economiche e produttive causate da così gravi terremoti demografici, come appunto accadde per la citata peste nera.
Venendo ai giorni nostri, nel mondo occidentale, grazie al progresso della scienza medica, con la scoperta e l’utilizzo di antibiotici, penicilline, vaccini, e con il miglioramento delle condizioni igieniche, economiche e culturali, molte malattie di natura endemica ed epidemie infettive sono state scongiurate, nonostante si possano registrare casi isolati o fenomeni di diffusione locale dovuti all’esposizione della nostra società a movimenti migratori e ai rischi degli scambi commerciali o della mobilità delle persone in un mondo globalizzato.
E se lo stesso non si può dire per paesi di altre aree del mondo (si pensi ad esempio alla recente epidemia di ebola in Africa), tuttavia anche il mondo occidentale postbellico ha conosciuto e conosce la diffusione di malattie di notevole impatto sulla società e sul comportamento degli individui, come ad esempio l’AIDS.
Ma non sono sempre solo le malattie infettive – nella forma di epidemie o pandemie – a provocare cambiamenti nel comportamento sociale delle persone. Fanno altrettanto malattie determinate invece da un mix di fattori diversi, tra cui quelli genetici e ambientali, come le malattie cardiovascolari o le numerose forme di cancro, le principali cause di morte in Italia: veri e propri flagelli contemporanei le cui cause in parte si rintracciano proprio anche in quella modernità che invece per altri versi ha contribuito a sconfiggere le malattie del passato.
Pensiamo alle controindicazioni che ha comportato un’alimentazione più ricca, con lo sfruttamento intensivo delle coltivazioni e degli allevamenti e alla loro incidenza sull’insorgere di malattie, come – per fare un esempio – il cosiddetto morbo della mucca pazza, balzato agli “onori” delle cronache qualche anno fa. Malattie che suscitano nei cittadini più sensibili e nelle politiche delle istituzioni, la spinta a modificare gli stili di vita, adottando un’alimentazione più sana, rispettando gli equilibri ambientali e contrastando l’inquinamento, abbracciando come salutari le attività sportive e respingendo pratiche dannose come il fumo, bandito dai luoghi pubblici e di fatto oggetto anche di una decisa riprovazione sociale.
E qui il discorso potrebbe portarci davvero lontano, verso fenomeni differenti, ma anche strettamente connessi al concetto attuale di salute e benessere, come i movimenti vegano e vegetariano che paiono delineare nuovi scenari sociologici e in cui all’elemento etico, di notevole peso, è – ci pare – indissolubilmente intrecciato quello della difesa dalla malattia e della preservazione della propria integrità corporea.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.focus.it
www.istat.it
www.msn.com
www.nationalgeographic.it
www.treccani.it
it.wikipedia.org
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[dropcap3]S[/dropcap3]arebbe difficile per un contemporaneo malato immaginario alla stregua del personaggio di Molière, crogiolarsi impunemente nelle sue fissazioni, a fronte dei progressi della medicina, sempre più orientata verso un esercizio puntuale della diagnosi e della cura, per così dire quasi ad personam.
E, al di là di facili battute, davvero tra tutte le scienze che hanno ricadute applicative sulla vita quotidiana e sul benessere degli esseri umani, la medicina nella sua lunga storia è fra quelle che hanno subito un maggiore mutamento. L’età della vita si è allungata, molte malattie mortali sono state debellate, altre sono state ricondotte nell’alveo della normale attività clinica.
E oggi nuovi affascinanti scenari si aprono grazie a una tecnologia sempre più raffinata e puntuale, in cui i Big Data sanitari giocano un ruolo centrale, pur nella molteplicità di approcci e applicazioni.
Il tema infatti è sterminato e coinvolge il settore sanitario in modo globale, incidendo su diagnosi e cura, medici e pazienti – insomma sul sistema del welfare in generale – con una portata tale da richiedere l’allineamento della società e della politica, nonché la progettazione di un quadro normativo adeguato.
E se si rincorrono le notizie di algoritmi utili nel diagnosticare malattie o di medicine intelligenti, abbiamo scelto qui di osservare la materia da uno scorcio particolare, quello della cosiddetta medicina di precisione. Si tratta di una nuova frontiera tecnologica che promette di fornire gli strumenti per indagare, con sempre maggiore dettaglio, stato di salute e malattie di gruppi di persone omogenei, quando non dei singoli individui, conducendo il sistema di prevenzione, diagnosi e cura verso un radicale riassetto.
È un approccio che scavalca il metodo clinico tradizionale che utilizza protocolli di cura per le varie malattie, e punta invece a individuare quali farmaci e modalità di cura utilizzare in ragione non della malattia genericamente intesa, ma di una specifica modalità di manifestazione della malattia in un determinato paziente, così come sarà stata studiata sulla base dei dati ricavati dagli studi genetici e clinici, e della loro successiva rielaborazione e messa a sistema.
Di recente, a dimostrazione dell’importanza cruciale del tema, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato lo stanziamento di oltre duecento milioni di dollari per sostenere progetti di raccolta dei dati genetici delle persone in modo da mettere a fuoco lo specifico dell’interrelazione tra di essi, l’ambiente e la storia dei singoli, e ottenerne così un riorientamento anche delle modalità di gestione del sistema sanitario, con benefici attesi in termini di razionalizzazione delle risorse e dei costi. Se è possibile infatti utilizzare la cura giusta per la persona giusta, se è possibile conoscere quali emergenze o criticità sanitarie possono svilupparsi in un determinato contesto o territorio, si potrà anche gestire al meglio l’offerta dei servizi sanitari, oltre che ovviamente far conto sull’efficacia di una cura avanzata e mirata.
Della medicina di precisione si parla anche in Italia. Umberto Veronesi l’ha descritta nei termini di quattro “P” per altrettante parole chiave: personalizzata, preventiva e predittiva (perché appunto declinata nello specifico clinico dei singoli e potenzialmente capace di prevedere la malattia), ma anche partecipativa, perché frutto di condivisione da parte della comunità medica e scientifica, e dei pazienti stessi. E all’argomento è stato dedicato nell’autunno scorso un evento a Venezia “The future of Science”, che voleva appunto riflettere sullo stato dell’arte di questa materia anche in Europa.
Uno scenario così articolato va poi a incrociare con altri temi centrali, come ad esempio il nuovo ruolo del medico in una medicina così sofisticata. Anche di questo riportiamo il pensiero di Umberto Veronesi, in un suo intervento sulla medicina di precisione: la tecnologia dovrebbe in realtà liberare il medico da molte delle sue incombenze più pratiche, lasciandogli modo di mettersi in ascolto del paziente in un’ottica di “medicina della persona, che è sorella della medicina di precisione”.
Il medico infatti – una volta resa standard e disponibile per tutti questa tecnologia – avrà accesso a una quantità prima impensabile di dati, anche dei pazienti, e magari in real time grazie al monitoraggio garantito da wearables e app, oltre che a indagini genetiche confrontabili con i nuovi parametri e le coordinate fornite dai Big Data sanitari.
E se tutto questo apre anche un’altra serie di problemi di cui la società e la politica dovranno farsi carico, dalla sicurezza dei dati, alla privacy delle persone, fino all’eccesso – che pare opposto – dell’asetticità di un trattamento clinico così tecnologicamente orientato, è chiaro che si tratta di una sfida tutta da raccogliere, nel senso di un nuovo ulteriore e possibile grande passo della scienza medica.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.techeconomy.it
www.liberoquotidiano.it
salute24.ilsole24ore.com
www.ilsole24ore.com
www.linkiesta.it
www.quotidianosanita.it
www.corriere.it
www.focus.it
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[dropcap3]E[/dropcap3]sistono parole in grado di evocare nel tempo, con effetto più o meno dirompente, scenari se non apocalittici perlomeno inquietanti. Così accade per il termine “influenza”, sia nel suo significato afferente all’area semantica della malattia sia in quello relativo al possibile senso di condizionamento che la parola porta con sè, declinazioni che sono entrambe in grado di evocare un elevato quanto sottinteso potenziale di “contagio” e “diffusione”.
E se nell’antichità varie tipologie di influenza (intese nel loro più ampio spettro virologico) e di malattie sono state protagoniste di eccidi e vere e proprie pulizie etniche, come la peste nera nel Trecento o l’influenza spagnola di inizio secolo, per citarne solo alcune, le malattie di ritorno, che nuove condizioni di vita ai limiti della sopravvivenza riportano letteralmente in vita, interessano oggi anche noi.
I contatti fra le varie parti del mondo, resi più facili dai processi della globalizzazione, richiamano infatti di nuovo l’attenzione su malattie come tubercolosi, colera, tifo e malaria. Ma si riverberano anche in nuove tendenze sociali (ad esempio in un differente atteggiamento verso i vaccini, più sospettoso, in grado poi di comportare un incremento di “vecchie” malattie, quali ad esempio il morbillo e la meningite.
Senza contare i vari allarmi – più o meno fondati in quanto a effettiva diffusione planetaria – che a mesi alterni i media annunciano a piena voce, con malattie dai nomi sempre più “marcati” anche dal punto di vista comunicativo, come Ebola, che ha causato migliaia di morti in Africa, e il virus Zika che va diffondendosi in tutto il mondo causando in Sud America un’emergenza sanitaria, come si può vedere in questa cartina.
D’altra parte, come abbiamo già dato conto in questo articolo, la malattia è un fatto sociale in sé, con il suo carico da novanta non solo in termini fisici, ma anche culturali, che ci ricorda – se per caso ce ne fosse bisogno – della caducità non solo di noi esseri viventi in quanto singoli, ma anche e forse soprattutto delle nostre organizzazioni sociali che, come ogni entità complessa, si rivelano molto fragili una volta che ne venga minato qualche “mattoncino” di base.
Con un impatto molto meno catastrofico, ma crediamo interessante, 6memes ha voluto metterci del suo, attivando dal mese di novembre 2015 un monitoraggio su Twitter sull’influenza, quella nostrana, di casa nostra, portatrice di sintomi fastidiosi, a volte anche complicati in caso di forme particolarmente virulente od organismi ospiti debilitati. Ne abbiamo seguito il diffondersi non solo nelle case degli italiani, ma anche nelle loro conversazioni che, come visibile nella cartina dinamica qui sotto, si contagiano e condizionano a vicenda parlando di gradi di febbre, sintomi delle vie aeree o gastrontestinali, cure drastiche o fai da te. Con un avviso: guardate la cartina d’Italia: vedrete il “virus” muoversi come uno sciame d’api! All’occorrenza, dunque, fuggite! O almeno tappatevi in casa…
CLICCA SULL’IMMAGINE PER VEDERE IL VIDEO

CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO
Temi oggetto del monitoraggio: bronchite, febbre, mal di gola, influenza.
Periodo: dal 1/11/15 al 22/3/16.
Lingua: italiano.
Fonti: Twitter.
[dropcap3]N[/dropcap3]on sempre – e non dappertutto – il concetto tutto umano di malattia, così come quello di cura, ha avuto uguale genesi né seguito la medesima filosofia interpretativa, e nemmeno ha individuato le stesse patologie.
Se vogliamo dirla tutta, certe malattie, in alcune culture, sono state considerate addirittura come segno di una manifestazione divina o comunque spirituale, e dunque non necessariamente negative. C’è stato inoltre, e agli antipodi, l’esempio di Sparta, in cui chi non era in perfette condizioni fisiche o mentali faceva un salto giù dalla rupe…
Senza andare oltre nel citare quelli che sono per un certo verso luoghi comuni, è infine evidente come la “malattia”, in ognuno dei suoi molteplici sensi, è una prova cui ciascun singolo e ogni collettività sono prima o poi sottoposti, con l’avvento di patologie sempre nuove e, a volte, fatali o comunque pandemiche.
Tanto vale affrontare tali prove con alcune conoscenze in più in materia, confidando – se possibile – di mantenere l’esperienza solamente a livello “virtuale”. 🙂
Ma come approcciarsi in maniera indiretta – sempre e comunque in punta di piedi, vista la sensibilità dell’argomento – al tema della malattia e della sofferenza, in una parola sola al concetto di “male”?
Quello che proponiamo è innanzitutto uno spunto linguistico: l’origine stessa della parola male che – avverbio o sostantivo – viene dal latino măle, a sua volta da mălu(m) che propriamente vale “cattivo”.
Ed è “sintomatico” che la parola mescoli sin dal suo passato le proprie accezioni etiche e morali – ovvero qualcosa di dannoso, non giusto, o imperfetto – a quelle assai più concrete della sofferenza e del dolore fisico o psicologico.
Del resto, la sofferenza e il dolore – del corpo o della mente che siano – sono da sempre collegati a un’assenza di equilibrio o a uno scompenso di energie in alcune culture, o peggio ancora a una colpa, quando non sono addirittura e apertamente classificati come la conseguenza di un peccato come nella tradizione dell’Antico Testamento. Questo, sino all’avvento di Cristo, almeno. Da lì in poi, infatti, la sofferenza fisica è stata anche prova possibile di redenzione, via crucis da attraversare per raggiungere la salvezza, individuale o collettiva che fosse…
Dove vogliamo arrivare con questa introduzione? Al fatto che, anche su un tema tanto delicato e denso di significati, basta spostare il punto di vista – o rendere più sottili o più spesse le lenti del nostro sguardo – per cambiare non solo ciò che fissiamo, ma anche tutto l’orizzonte su cui il tema stesso si mette in primo piano.
Nemmeno la malattia, insomma, può essere ricondotta a un mero stato oggettivo, descrivibile con categorie universali, date una volta per tutte.
Non solo perché – come abbiamo visto e come vedremo – l’esperienza della malattia e quella della cura mutano nello spazio e nelle culture, oltre che se osservate da un punto di vista storico. Ma anche perché l’esperienza della malattia e del dolore invade il vissuto delle persone e agisce nella società.
Tanto che nel mondo anglosassone lo stesso concetto è descritto con parole diverse a seconda della prospettiva da cui lo si contempla.
Se illness è la malattia nella percezione del malato stesso, sickness ne è la valutazione da parte della società, mentre disease è la sua descrizione medica e clinica.
E se dunque i legami tra salute del corpo e della mente – nonché le implicazioni collettive o sociali della malattia – coinvolgono fattori molto complessi e interconnessi, un’altra definizione ci viene in soccorso, quella di salute secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che pone il focus su un concetto di salute che va al di là della “semplice assenza di malattia”, ma viene descritta piuttosto come uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale”.
Un punto può allora orientare la nostra riflessione: progressivamente, nel mondo occidentale almeno – e fortunatamente aggiungiamo noi – la storia della medicina è stata ed è anche la vicenda del cammino verso la laicizzazione della malattia e di conseguenza della cura.
Senza dimenticare, in questi giorni di commemorazione, la lezione di un grande protagonista della cultura italiana, da poco scomparso, Umberto Eco, che in una sua lectio magistralis sul tema del dolore parlò di “educazione culturale al dolore” e disse che “la cultura alza le soglie della sofferenza”.
Conoscenza e consapevolezza insomma come strada tutt’altro che piana verso un benessere che non è appunto semplicemente il contrario della malattia.
Inauguriamo così, con questo articolo e queste riflessioni, una rubrica che vuole essere un viaggio nel tema della malattia e della salute, osservate da un punto di vista storico, gettando lo sguardo oltre i confini della nostra cultura e verso i molteplici approcci alle cure, anche quelle che ci prospettano le nuove incombenti tecnologie:
- L’influenza delle malattie nella storia dell’Uomo.
- Le cure del corpo: tradizionali, alternative e naturali.
- Le cure della mente: diagnosi e terapie organiche e funzionali.
- Epidemie, pandemie e zoonosi.
Buona lettura!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– www.treccani.it
– www.treccani.it/enciclopedia/malattie
– https://it.wikipedia.org/wiki/Salute
[/boxed_content]
[dropcap3]L[/dropcap3]a diagnostica, ovvero l’approccio metodologico all’individuazione delle cause di un sintomo, è stata un aspetto centrale della lunga storia della medicina. Se nel mondo antico la malattia era sottoposta a pratiche sciamaniche e magiche, sin dalla medicina ippocratica l’approccio al paziente e alla cura è stato oggetto di un progressivo processo di laicizzazione, seppur con secolare lentezza.
Decisive sono state le conquiste scientifiche e l’imporsi del metodo sperimentale fino alle moderne rivoluzioni tecnologiche che hanno definitivamente reso disponibili strumenti sofisticati e determinanti nel processo diagnostico.
Tuttavia, a lungo e ancora oggi nel rapporto medico paziente la diagnosi della malattia si fonda su un approccio “istintivo” che cerca conferme nella prescrizione di indagini strumentali e di laboratorio che non sempre si rivelano efficaci ed “economiche” nel quadro della storia clinica del malato o del paziente. Il rapporto tra medico e paziente al contrario genera spesso atteggiamenti di eccesso prescrittivo, proprio nel tentativo del medico di soddisfare l’aspettativa del suo assistito e di rincorrere un contenimento del rischio di errore.
Negli ultimi decenni si è fatta strada una nuova modalità di diagnosi che non si limita a cercare le cause di una manifestazione sintomatica sulla base di consuetudini cliniche, ma che mette al centro del suo metodo la rilevanza statistica dei dati scientifici a disposizione.
Si tratta dell’evidence based medicine (EBM), termine inglese che designa appunto la medicina basata sull’evidenza scientifica. In un tale approccio metodologico l’efficacia della cura non è più il solo obiettivo, ma entrano in campo altri fattori che hanno a che fare con la morale e l’economia: i parametri di sicurezza del metodo diagnostico o curativo proposto, i costi e i benefici che comporta, le conseguenze sulla qualità della vita del paziente.
L’evidence based medicine presuppone un costante aggiornamento degli operatori e dei ricercatori sanitari e soprattutto un patrimonio di dati clinici e scientifici strutturati ai quali attingere. Operano in questo senso associazioni come l’inglese Cochrane, dal nome di uno dei primi studiosi a impostare il metodo dell’EBM, Archibald Leman Cochrane. La raccolta di dati, studi e ricerche ha dato vita alla Cochrane Library, un insieme di data base di studi e di ricerche controllati e aggiornati, disponibili per chi debba prendere decisioni di natura sanitaria.
In Italia, oltre al Centro Cochrane Italia, è attiva la fondazione GIMBE, che ha fra i suoi scopi quello di fare delle evidenze il supporto alle scelte di medici, cittadini e dirigenza sanitaria. Quindi non solo per la pratica clinica, ma anche per la gestione e il miglioramento dei servizi in termini di “sicurezza, efficacia, appropriatezza, equità, coinvolgimento degli utenti, efficienza”.
Si tratta di temi di profondo interesse, specialmente nell’ottica – di grande attualità – di un utilizzo razionale delle risorse in ambito sanitario, non solo per l’ovvia ragione di un necessario taglio agli sprechi, ma soprattutto perché questo significa destinare in maniera oculata i fondi a vantaggio delle reali necessità dei pazienti e per una pianificazione consapevole del population health management, con le conseguenze che questo comporta sul versante delle scelte di politica sociale ed economica.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.gimbe.org
www.cochrane.it
www.cochranelibrary.com
www.treccani.it
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[dropcap3]I[/dropcap3]l progresso scientifico e tecnologico raggiunto alle soglie del terzo millennio ha modificato in modo sostanziale anche il mondo della medicina: se, da un lato, ha reso più agevoli diagnosi e terapie, dall’altro ha causato un’inevitabile crisi del rapporto medico-paziente a causa della progressiva perdita di un dialogo al quale era attribuito, da sempre, un notevole valore diagnostico.
Per questo, nell’ultimo decennio, la medicina ufficiale ha cercato di recuperare il senso di accoglienza e ascolto del malato attraverso la Narrative Based Medicine o, più semplicemente, Medicina Narrativa.
Infatti, in un momento storico e sociale in cui la medicina è al centro di polemiche riguardo la sua presunta disumanizzazione, si avverte sempre più l’urgenza, per chi opera nel settore sanitario, di integrare la cultura scientifica con un affinamento delle capacità di ascolto del paziente.
Sviluppata tra gli anni 90’ e l’inizio degli anni 2000 in Inghilterra grazie agli studi compiuti dai medici Rachel Naomi Remen e Rita Charon, la medicina narrativa è una nuova risorsa diagnostica che si focalizza su:
– il ruolo terapeutico attribuito alla narrazione dell’esperienza di malattia da parte del paziente;
– l’ascolto che ne fanno il medico e gli altri operatori sanitari;
– l’integrazione del racconto in un quadro complessivo di diagnosi e cura, rispettoso della persona malata.
Remen e Charon, nel loro lavoro pionieristico, cercarono infatti di sviluppare la relazione tra medico e paziente basandola su modalità narrative. In questo modo i racconti fatti non solo dai pazienti ma anche da medici, infermieri e tutti coloro che assistono il malato assumono un importante valore terapeutico dando spazio al vissuto del paziente anche in termini di dolore, sconforto e tristezza, e fornendo quindi la visione più ampia possibile della malattia per poterla affrontare in modo adeguato.
Attraverso la Medicina Narrativa medici e malati sono dunque educati a costruire un legame stretto di ascolto reciproco. Per questo, alla Columbia University di New York, esiste già da tempo un percorso di medicina narrativa che, tra le altre cose, allena i clinici all’utilizzo di un linguaggio semplice, piuttosto che la terminologia medica con la quale normalmente si rivolgono al paziente o redigono le cartelle cliniche. Ciò implica una continua acquisizione di competenze attraverso l’uso di molteplici strumenti che comprendono anche corsi di lettura e scrittura, e uso di strumenti basati su arti figurative, musica e cinema.
Qual è, invece, la situazione in Italia? Il nostro paese si sta timidamente aprendo a questo nuovo traguardo della medicina: dopo la nascita, nel 2009, della Società italiana di Medicina Narrativa, l’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con altri cinque paesi, sta coordinando un progetto europeo denominato S.T.o.Re – Story Telling on Record, per la creazione di una cartella clinica che accolga anche il modello diagnostico narrativo.
Non solo, sempre l’Istituto Superiore di Sanità è tra i promotori della campagna “Viverla tutta”: un progetto di raccolta on line di narrazioni intorno alla malattia che possano costituire un terreno di scambio e confronto.
Un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi, è quello della gestione delle risorse. Con la Medicina Narrativa ciò che il paziente racconta diviene uno strumento di diagnosi e cura: una perdita di tempo prezioso, in un periodo di restrizioni e risparmi per la sanità pubblica? Non tanto, se si considerano gli effetti benefici su paziente e sistema in generale.
La Medicina Narrativa infatti, investe sui rapporti tra i sanitari, il paziente e la sua cerchia famigliare, consente un’analisi diagnostica più ampia e rende protagonista il malato del suo stesso processo di cura.
Al contrario dunque, non uno spreco di risorse: migliorando il percorso di diagnosi, la Medicina Narrativa consente un risparmio sui tempi e sui costi del processo di guarigione.
Ecco che in quest’ottica di integrazione degli elementi più strettamente legati alla diagnosi e alla cura della malattia con il racconto autobiografico della malattia stessa, la Medicina Narrativa si configura come un elemento indispensabile per lo sviluppo della medicina del futuro.
Cosicché il paziente si senta di nuovo accolto dal medico che lo ha in cura e sorrida con gratitudine alle sue inaspettate parole: “Prego, un colpo di tosse e… mi parli della sua vita”!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.pfizer.it
www.medicinanarrativa.it
www.healtharoundme.com
www.iodonna.it
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Ecco come Clinika consente di monitorare i criteri di appropriatezza prescrittiva e rispettare la legge 125 del 6 agosto 2015
Con la legge 125 del 6 agosto scorso il Ministero della Salute ha introdotto un articolo (il 9 quater) relativo alla riduzione delle prestazioni inappropriate. L’articolo mira a ridurre il fenomeno dell’eccesso di prescrizioni che ogni anno, secondo le cifre diffuse dal Ministero della Salute, costa al sistema sanitario nazionale circa 13 miliardi (fonte: www.sanita24.ilsole24ore.com).
La legge instaura un dispositivo di controllo per il quale i medici prescrittori dovranno motivare eventuali prescrizioni non conformi alle indicazioni previste dal decreto ministeriale e, nel caso di mancata risposta o giustificazioni non esaustive, si vedranno applicata una riduzione del trattamento economico accessorio da parte del Servizio sanitario nazionale. Ma la legge ipotizza anche che la mancata adozione da parte dell’ente dei provvedimenti nei confronti del medico prescrittore comporti una responsabilità del direttore generale, responsabilità che sarà valutata nella verifica del raggiungimento degli obiettivi assegnati al direttore da parte della Regione.
Un doppio livello di responsabilità quindi che spinge i medici prescrittori ad attenersi alle disposizioni regionali e i direttori generali a controllarne l’operato. In questo nuovo scenario si inserisce Clinika, che nasce proprio per aiutare medici e dirigenti sanitari a rispettare le nuove disposizioni di legge.
Il sistema permette di misurare, in modo metodico e automatico, il livello di aderenza delle prescrizioni di esami di specialistica ambulatoriale e diagnostica strumentale e può essere configurato per operare in una doppia modalità: con verifica ex-post o con verifica ex-ante.
Questo significa che Clinika può, nel primo caso, acquisire le prescrizioni effettuate in un dato periodo di tempo e valutarne l’appropriatezza rispetto ai protocolli; nel secondo caso invece opera in real-time sulla singola prescrizione, producendo immediatamente la valutazione dell’appropriatezza rispetto al rispettivo protocollo.
In altri termini il sistema può essere impostato come strumento di supervisione e controllo dell’operato dei medici prescrittori ma anche come sistema di supporto a questi ultimi, che potranno valutare in modo immediato l’aderenza ai protocolli ministeriali delle prescrizioni che stanno rilasciando e procedere di conseguenza.
Clinika opera attraverso l’analisi semantica del contenuto di un testo clinico non strutturato. Il sistema è in grado di riconoscere e identificare, all’interno di un quesito diagnostico (ad esempio), parti del corpo, patologie, sintomi, procedure e farmaci, associandoli ai concetti definiti nella propria ontologia di riferimento, un’ontologia multilingue con una base di conoscenza estremamente ampia, composta da oltre 2 milioni di concetti medico-scientifici.
Grazie a questo processo Clinika riesce a riconoscere, annotare e incrociare le informazioni presenti all’interno del testo clinico con i protocolli previsti e quindi informare il dirigente, il medico prescrittore oppure entrambi, circa l’appropriatezza delle prescrizioni rilasciate.
E proprio per questa sua capacità di interpretare i testi non strutturati e di misurare in modo automatico l’appropriatezza prescrittiva, riesce ad essere di grande aiuto sia ai medici prescrittori, sia ai manager che si occupano di governance aziendale.
Una soluzione che non solo facilita il rispetto delle nuove nome di settore ma si propone come vero e proprio strumento a supporto della governance generale di una struttura sanitaria od ospedaliera.
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Alcune delle aziende sanitarie che hanno scelto Clinika:
ASL Reggio Emilia
ASL Modena
ASL Parma
ASL Verona
ASL Piacenza
ASL Ferrara
“Il sistema permette di misurare, in modo metodico e automatico, il livello di aderenza delle prescrizioni di esami di specialistica ambulatoriale e diagnostica strumentale e può essere configurato per operare in una doppia modalità: con verifica ex-post o con verifica ex-ante”.
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Scarica il comunicato ufficiale Clinika
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