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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Rosso di sera bel tempo si spera… ai Big Data piacendo!

[dropcap3]I[/dropcap3]l cielo al tramonto si accende di rosso? – nessun dubbio: il giorno seguente porterà bel tempo.
Cielo a pecorelle? – a ciascuno la risposta meteorologica di sapienza popolare!
L’osservazione del cielo e dei fenomeni naturali per comprendere (e dunque predire) l’evolversi delle mutazioni meteo ha origini antichissime, ben più di quella dei proverbi a tutti conosciuti.
Fu tuttavia l’invenzione del telegrafo, nel 1835, che diede inizio all’era moderna delle previsioni metereologiche, permettendo ai vari bollettini formulati di essere ricevuti e diffusi nel giro di breve tempo, compito che le comunicazioni postali avevano fino ad allora reso problematico.
Ai primi del ‘900 si sviluppò dunque una rete di osservazioni meteo a livello mondiale, supportate da un modello matematico interpretativo che poneva le basi per la meteorologia operativa. Fu il matematico e fisico inglese L.F. Richardson a creare le prime equazioni per le previsioni meteorologiche, a partire dalla considerazione dell’atmosfera come un fluido al quale potevano essere applicate le leggi classiche della meccanica e della termodinamica.
Secondo tale “visione” il comportamento dell’atmosfera poteva essere predetto sulla base della variazione di alcuni parametri fisici fondamentali: pressione, temperatura, umidità e velocità del vento.
Da allora, molta acqua è passata sotto ai ponti – scusate la divagazione – e ai modelli matematici e relativi super-calcoli si sono affiancati i satelliti, portatori non solo di viste straordinarie, ma di dati raccolti in tempo reale in grado di simulare con una certa attendibilità – almeno per un numero di ore successive limitate – l’evolversi delle condizioni climatiche osservate.
Però… c’è sempre un però. Se infatti i modelli predittivi più diffusi sono quasi sempre precisi entro le 24-48 ore, e quelli a medio e lungo termine (3-7 giorni) sono in media abbastanza attendibili, spingersi  oltre – a tutt’oggi – è ancora azzardato, per la complessità dei fenomeni in campo e la loro variabilità.
Sono diversi i progetti in essere per risolvere queste difficoltà e, come illustrato in questo articolo, riguardano i Big Data, o meglio il loro utilizzo.
Un esempio di dati – utilizzabili tuttavia solo a certe condizioni – è ad esempio il set prodotto dall’European Climate Adaptation Platform riguardanti previsioni ambientali nel periodo 2021-2050 e 2071-2100 e che, essendo stati ottenuti da indicatori riferiti ad aree piuttosto vaste, risultano non del tutto appropriati per analisi delle condizioni metereologiche future a livello locale.
Diverso è invece il caso della piattaforma Copernicus, che utilizza un approccio integrato tra cartografia e dati satellitari che le consente una miglior gestione delle emergenze e di elaborare ipotesi previsionali anche su aree ristrette. Resta il limite di essere in uso esclusivamente per le organizzazioni umanitarie e le azioni di protezione civile.
Un approccio più locale può essere quello del supercomputer Deep Thunder che, raccolti i dati necessari, elabora con buona esattezza le condizioni metereologiche in un arco di 4 giorni anche per i singoli quartieri delle grandi città.
Su un percorso simile si muoverà ad esempio la nuova app meteo creata dall’ARPA dell’Emilia Romagna che, grazie a un apposito software, analizzerà i dati raccolti da oltre 250 stazioni per dare all’utente, grazie alla geolocalizzazione, la previsione sul clima nel luogo in cui si trova nei tre giorni successivi.
Un ultimo appunto: in quest’ultimo caso, per prevedere come evolveranno le condizioni meteo, i risultati elaborati dai calcolatori saranno revisionati e corretti da un team di esperti in carne ed ossa. Perché contro l’imprevedibilità degli agenti atmosferici forse c’è poco da fare e nemmeno gli strumenti meteo più sofisticati possiedono sufficienti poteri di veggenza.
Chissà: a volte i proverbi la sanno più lunga di tutti, Big Data compresi…
 
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San Valentino: l'amore si dichiara – e celebra – in rete!

Tra poco è San Valentino. Lo festeggeremo in nome dei sentimenti più romantici o lo rinnegheremo, per spirito pragmatico, se non addirittura per puntiglio ideologico?
Da sempre, si sa, la festa divide gli animi. Sempre che uno sia innamorato (e corrisposto), si intende. Perché in caso contrario è decisamente meglio fare finta di niente e decidere che, sì, si tratta senza dubbio di una festa commerciale che più commerciale non si può. E liquidare la storia un po’ come fece a suo tempo la volpe con l’uva.
Ma se San Valentino ha ancora così tanto successo, anche di mercato, un qualche motivo ci sarà. Tra questi di certo il tam tam del sentimentalismo, gridato a viva voce da tutti i media, che – come vedremo – ci mettono del loro, proprio come fa Cupido con il suo arco e le sue frecce.
Un esempio per tutti? Lo stesso Google che, non contento di dedicargli ogni anno un doodle strappacuore, prepara per i suoi avventori in cerca di romanticherie con cui colpire l’amato o l’amata, un vero e proprio “set” di immagini, frasi e cuoricini debitamente catalogati.
Si parte con Frasi San Valentino, Regali San Valentino, San Valentino Cupido e via così sino alle categorizzazioni più targettizzate (è il caso di dirlo), con suggerimenti del tipo Frasi San Valentino d’amore, Frasi San Valentino divertenti, Frasi San Valentino Inglese (pare che l’inglese renda più smart anche una dichiarazione d’amore…) in base ai criteri di scansione del robot di Google.
E se questo romanticismo a buon mercato “attacca un po’ in gola”, cosa dire delle svariate, svariatissime tipologie di cuori e cuoricini per tutti i gusti?
Ironia a parte, non c’è dubbio che quello del “cuore” – simbolo tra i più potenti che l’uomo abbia mai creato – è un tasto più che sensibile dal punto di vista del business e del marketing online, come dimostrano le tipologie di eventi, pagine e suggestioni ad esso dedicate sui vari Social Media nel 2015, riportati da questa ricerca di Fractals per il blog Web Women Want.
Sempre dallo scorso anno, è possibile trarre una quantità di esempi di come il web cavalchi il tradizionale appuntamento del 14 febbraio: dal retroscena in tre puntate della creazione di una canzone d’amore commissionata da Thun a una delle protagoniste del reality “The Voice of Italy” per promuovere i suoi prodotti, fino all’iniziativa #bookinlove di “Il Libraio” del Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Qui l’oggetto d’amore non era una persona in carne ed ossa, ma un libro: gli utenti dei Social erano invitati a postare foto dei loro libri preferiti per promuovere la lettura e forse invitare a un regalo d’amore “colto”.
Anche quest’anno ben promette. Uno per tutti, il coinvolgimento del cantante Fedez nella campagna dei Baci Perugina. Ricordate le frasi d’amore, anonime o celebri, che da adolescenti leggevamo un po’ come biscotti della fortuna, cercando di cogliervi un vaticinio sentimentale… “Che prima o poi l’amore arriva”, come scriveva Stefano Benni…? Bene, quest’anno nei celebri cioccolatini saranno incartate le frasi delle canzoni di Fedez, per un San Valentino stile rapper!
Per finire, uno sguardo sul Social Media più social di tutti: Facebook, of course. Un’analisi del 2014 aveva mostrato l’andamento dei post di persone che avevano modificato il loro stato da single a impegnato. Ne era emerso che i post scambiati da una futura coppia conoscevano un crescente incremento fino al giorno del “fidanzamento” per poi calare, perché alla relazione virtuale subentrava quella reale. E se da lì in poi anche i post cambiavano, pure nella qualità, perché si tingevano di un tono più ottimista e rosa, cosa sarà successo ad amore finito? E come liberarsi dalle tracce Social lasciate da un amore archiviato?
Fosse solo per questo, e per tornare alla nostra domanda iniziale, un po’ più di pragmatismo e sano cinismo forse non guasterebbero. Almeno per quanto ci riguarda. Per il resto… a Cupido l’ardua sentenza.
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Effetto Big Data: cambiamenti climatici e Open Science

[dropcap3]D[/dropcap3]a tempo la Terra attende che i suoi 7 miliardi di figli riprendano con lei il “dialogo” interrotto e ricomincino a prendersene cura, preservandone le risorse, oggetto di uno spreco prolungato e insensato.
Ci fu un tentativo nel 1997, quando i “potenti del mondo” firmarono il protocollo di Kyoto per la lotta contro il cambiamento climatico, con la riduzione dell’emissione di gas responsabili dell’effetto serra, ma fu una promessa disattesa. Come a Copenaghen nel 2009, quando non si raggiunse l’accordo sperato tra le nazioni.
Nel frattempo, il clima della Terra è cambiato. Le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera hanno raggiunto le 400 parti per milione, con un costante incremento delle temperature medie globali.
Ci si domanda dunque come porre un freno al progressivo cambiamento climatico e allo sfruttamento delle risorse naturali da parte della popolazione mondiale in continuo aumento. E la risposta potrebbe provenire ancora una volta dai Big data.
Cominciando da Pyunicorn, un programma di simulazione sviluppato dall’istituto tedesco per la Ricerca sull’impatto climatico di Potsdam. Si tratta di un software liberamente accessibile in grado di gestire e analizzare la mole di informazioni contenute in varie banche dati per tracciare una storia delle modificazioni del clima attraverso migliaia di anni e delle relative conseguenze sugli abitanti del pianeta.
In Italia, invece, un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Studi sui Sistemi Intelligenti per l’Automazione del CNR sono partiti nel giugno scorso per le Isole Svalbard, in Norvegia, accompagnati da due droni, di cui uno sottomarino e uno aereo. Dotati di attrezzature per scattare foto e girare video oltre che di sensori e campionatori, i droni produrranno immagini, filmati e dati ambientali allo scopo di permettere agli scienziati di studiare i cambiamenti climatici in atto non solo degli ecosistemi polari ma di tutto il pianeta.
Se l’Europa si muove sul terreno arduo di comprendere e prevedere i cambiamenti climatici in modo sempre più accurato, il colosso Google ha messo la tecnologia di cui dispone – come immagini satellitari e Big Data – al servizio di una sinergia con la FAO. L’applicazione Fao Collect Earth infatti è stata creata per monitorare lo stato dell’ambiente e delle sue risorse, quale presupposto di conoscenza evoluta per azioni strategiche di tutela e di preservazione.
Anche l’ESA – Agenzia Spaziale Europea – è impegnata sul fronte dell’Earth Observation che coniuga innovazioni tecnologiche e Open Science, con molti progetti, tra cui il lancio dei satelliti Sentinels, attraverso i quali si potranno raccogliere enormi quantità di dati sulla superficie e l’atmosfera terrestre.
Un nuovo, efficace, modo di affrontare problemi è stato dunque reso fattibile grazie alla possibilità di integrare conoscenze e competenze tramite lo sviluppo di internet e il cloud. In più, il rapido diffondersi di tecnologie come device mobili, Internet e reti di sensori hanno elevato al ruolo di fornitori di informazioni coloro che, all’inizio dell’era digitale, erano solo semplici consumatori: i cittadini. Entrando a far parte di un più ampio sistema di osservazione per la cura del pianeta terra, i cittadini sono chiamati a contribuire dal basso, fungendo da rilevatori della qualità di fattori ambientali come l’aria e il suolo.
Intanto la recente conferenza sul clima svoltasi a Parigi ha messo per iscritto delle “formali” promesse: contenere il rialzo delle temperature di 2 gradi entro la prima parte di questo secolo e ridurre le emissioni inquinanti con una totale conversione alle energie pulite.
A questo proposito si è espresso il climatologo James Hansen – definito ‘il padre del riscaldamento climatico’: “Sono solo parole senza senso. Non c’è alcuna azione. Fino a che i carburanti fossili saranno i più economici, continueranno a essere bruciati”. E la natura brucerà con essi, e noi con lei: difendiamoci finché siamo in tempo.
Per farlo, a breve potremo contribuire con un semplice tocco sullo schermo del nostro smartphone.
 
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– www.ansa.it
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Carnevale e social: una maschera tira l'altra

[dropcap3]T[/dropcap3]empo di Carnevale, tempo di maschere. Che travestono o nascondono, ripugnano o trasfigurano, mimetizzano o enfatizzano. E che condividono – in un turbinio colorato di espressioni e figure intramontabili – antichi e nuovi saperi di fiabe e miti, giochi di ruolo e trasgressioni.
Il Carnevale è del resto una festa dalle origini antichissime che rivela un’esigenza collettiva e irrinunciabile nei confronti delle istanze e dei topos che celebra da sempre, fin dalle prime rappresentazioni.
Le sue manifestazioni più antiche infatti risalgono a ben 4000 anni fa: furono gli Egizi delle dinastie faraoniche i primi ad aprire i recinti della trasgressione, consentendo – durante le feste in cui si venerava la dea Iside – la sospensione, almeno per un giorno, di ogni ruolo sociale e gerarchia in favore di una libertà quasi assoluta, come echeggia e riassume in modo esaustivo il celebre proverbio latino “Semel in anno licet insanire” (‘una volta all’anno è lecito impazzire’).
Il Carnevale, che ha in sé radici sia religiose (nei paesi cattolici precede la Quaresima in preparazione alla Pasqua) che “pagane” (non a caso i Padri della Chiesa lanciarono strali feroci sulla simbologia attribuibile alle maschere), da millenni ci racconta come il tema dell’identità e della personalità, assieme a quello dell’individuo e del suo sistema sociale di appartenenza, abbiano un posto speciale nella storia dell’Umanità. Alla “maschera” e al travestimento competono da sempre ruoli e compiti ben precisi, non ultima l’attribuzione della possibilità sovrannaturale di superare barriere diversamente invalicabili, quella tra uomo e animale, tra vita e morte.
I suoi “cantori” nei secoli sono così celebri che risulta quasi inutile ricordarli, dagli studi di Binet, passando dall’Uno, nessuno e centomila di Pirandello e dai fondamenti della psicoanalisi moderna con Freud. Senza dimenticare il ruolo della maschera in ambito antropologico, sin dalle comunità tribali che, non solo in epoche primordiali, vi trasmutano manifestazioni spirituali e animistiche.
Ma quello che vogliamo affrontare ora insieme – alla vigilia del prossimo Carnevale – è invece il valore di “tramite”, quasi di “medium”, che le maschere e il tema del travestimento nascondono a loro volta in sé.
La maschera o l’identificazione in un ruolo consentono infatti di accedere a molteplici istanze, in una scala i cui gradini partono dal massimo della chiusura, laddove la maschera nasconde, al massimo dell’apertura, dove la maschera invece dispiega nuove potenzialità della personalità:

  • mimetismo, tramite la copertura e il travestimento;
  • omologazione, attraverso il riconoscimento di valore a marker altrui;
  • mediazione tra sé e l’altro;
  • integrazione, attraverso l’attrazione dell’altro a sé;
  • empatia, assumendo su di sé le connotazioni altrui;
  • creatività, elevando il marker a simbolo e trasfigurandolo.

Questa varietà di istanze, le molteplici possibilità di interpretazione del concetto di maschera e soprattutto due delle sue caratteristiche, quella di MEDIAZIONE e quella di sovrapposizione tra l’area PRIVATA e quella PUBBLICA, oggi riconducono a quello che è forse il punto cardine di tutte le nuove forme di comunicazione che per semplificazione chiameremo Social.
La realtà comunicativa diffusa dal web e dai Social Media infatti sembra moltiplicare come in un caleidoscopio digitale gli specchi in cui riflettere e costruire la nostra identità e interfacciarla con quella degli altri, singoli o gruppi che siano.
Questo sin dal primo atto che si compie con l’apertura di un “profilo”, con la scelta di un avatar, di un’immagine, di una fotografia, di un testo o di uno slogan rappresentativi: un’identità da indossare e con cui presentarsi all’ecosistema digitale.
E come nella scala che va dal mimetismo alla creatività, l’identità sui Social si trasfigura: da chi crediamo di essere e vogliamo mostrare o celare, a chi vorremmo essere, passando per chi vogliamo che gli altri ci credano.
In essi dunque, in questi profili così diversamente connotati, anche in base alle regole della piattaforma, ciascuno si esprime e mette in rilievo – oppure cela – caratteristiche, tipologie, ambizioni, competenze, come suggerito in questo interessante spunto.
Un Carnevale per tutti i giorni, insomma. Che nasconde i più primitivi dei bisogni: farsi accettare dall’altro, essere altro da sé e insieme esprimere il vero (presunto) sé.
 
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Big Data & C. Data Driven

Cultura e innovazione in Italia: eppur si muovono!

[dropcap3]S[/dropcap3]ul legame indissolubile tra l’arte e la sua divulgazione non mancano certo le argomentazioni, più o meno retoriche. Su come questo legame, una volta rinsaldato, possa trasformarsi in una fonte di sviluppo culturale ed economico non solo sostenibile, ma fortemente auspicabile, neppure.
Tuttavia, quando solleticato, il tema si mostra sensibile.
È di quest’estate l’onda di polemiche roventi indirizzate al Ministro Franceschini che ha indicato sette Direttori stranieri sui venti nominati alla guida dei principali poli museali.
L’iniziativa ha provocato uno slancio di campanilismo da parte di molti, verso quegli stessi musei che tanto spesso sono ignorati, magari proprio dalla Madre Patria.
Ecco allora che le conversazioni degli italiani stessi – o meglio di quella parte che utilizza i social – analizzate online, sono interessanti nel rivelare un picco di engagement mai più raggiunto, come si vede da questo grafico:

Conversazioni Musei
Grafico delle conversazioni online sul tema dei musei italiani.

Certo simili rumors non sono sufficienti per un’inversione di tendenza. In Italia infatti l’accoppiata tra lo sterminato patrimonio artistico esistente e le indispensabili pianificazioni strategiche per farne un vero e proprio valore, è ancora relegata allo status di relazione occasionale, lasciata alla passione dei singoli operatori culturali, e non certo strutturata all’interno di politiche condivise.
I motivi traggono i loro fondamenti da molte questioni, tra cui una gestione accentrata del sapere da parte dei cosiddetti intellettuali che ne hanno fatto per decenni un uso esclusivo, eludendo spesso la propria funzione divulgativa e di mediazione, oltre a una certa visione dell’arte come bene superiore e intangibile, da non contaminare e “abbassare” a qualsivoglia performance.
Il settore è stato penalizzato anche dallo scarso investimento da parte di una classe dirigente impegnata su altri fronti più speculativi e dunque più remunerativi, con una certa miopia di breve e lungo periodo sulle fonti strategiche di valore diretto e indotto – culturale, certo, ma anche economico – reperibile nel nostro territorio.
Eppure, fatti ed esperienze – spesso oltre confine – dimostrano, numeri alla mano, che non è vero che la qualità culturale è per forza legata a nicchie di consumatori sparuti e saccenti, e che anzi si può benissimo diffondere e moltiplicare, come ogni sapere che si rispetti, e generare valore anche economico, con beneficio per tutti, imprenditori compresi.
Un esempio significativo lo porta questo articolo del Daily Bruin, che mostra come la condivisione sui Social abbia portato nuovo interesse intorno ai Musei e all’arte. Anche iniziative come il Museum Selfie Day, tenutosi lo scorso 21 gennaio, dimostrano il potenziale di interazione tra i Social Media e la rete in generale e il diffondersi di una sensibilità verso cultura e arte come beni comuni e veramente “condivisi”.
E, finalmente, qualcosa sembra muoversi anche da noi. È di questi giorni un’altra notizia uscita tramite un comunicato del Ministero della Cultura che mostra un’inversione di tendenza apprezzabile: una Startup italiana ha siglato un accordo per fornire ai principali musei italiani e al Ministero uno strumento per monitorare e misurare l’appeal e la reputazione online dei musei interessati.
Anche il nostro blog, del resto, ha deciso fin dal mese di Agosto, proprio nei giorni del dibattito sulle nomine, di monitorare proprio quei venti musei: animati da uno spirito non polemico, e tuttavia “birichino” grazie a Webdistilled di Maps Group – abbiamo dato il via a un monitoraggio online che raccoglie i dati a partire da Luglio, per vedere chi, tra i nuovi grandi Direttori, si sarebbe mosso meglio a livello di comunicazione online e non solo. Ci siamo così immaginati una sfida, una gara, tra chi di loro fosse riuscito a movimentare meglio le acque dell’informazione sul proprio museo. E i risultati ci sono, come si può vedere in questo grafico che mette in evidenza quantitativa la capacità di ogni museo di far parlare di sé su Socialnetwork, Mainstream, Press e Weblog:

Analisi comunicazioni online musei italiani
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico

Il monitoraggio*, che intercetta le conversazioni secondo numerosi indicatori, riferibili sia a tutti gli elementi afferenti alla sfera turistica in generale (come le visite a siti archeologici e monumenti, la partecipazione a eventi, la fruizione di strutture ricettive e le esperienze enogastronomiche) che ai servizi e alla gestione dei Musei (come ad esempio l’accessibilità, la sicurezza, i costi, l’innovazione tecnologica…), è tuttora attivo, così che a cadenza bimestrale rilasceremo un report che darà conto dei nuovi sviluppi museo per museo, con un’importante precisazione: come tutti i test di questo tipo, anche il nostro non pretende né di essere esaustivo né statisticamente significativo.
La nostra, infatti, non è una Giuria: ma è la raccolta del “chiacchiericcio” dei Social, quello tuttavia che muove  l’onda, trasmette le notizie, si trasmuta in possibili visitatori in carne ed ossa, e in altrettante anime toccate magari dalla bellezza.
Un’arte anche questa, del resto: diffondere. Come l’eco insegna, e pure l’onda!


*Caratteristiche del monitoraggio

Monitoraggio:  i 20 musei i cui direttori sono stati nominati dal ministro Franceschini lo scorso agosto.
Periodo: dal 26/06/2015 fino ad oggi.
Lingua: lingua italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
Numero clip: le clips considerate sono state oltre 1.350.000.
Temi analizzati: offerta turistica.
Prodotti individuati (in breve): archeologia, archivi e biblioteche, chiese e santuari, musei e teatri, palazzi storici, concerti, fiere, sagre.
Strutture ricettive: tipo di struttura utilizzata per il pernottamento.
Argomenti (in breve):  ambiente e territorio, dati (relativi alle presenze nel museo, orari, info, gestione del personale), enogastronomia, eventi, istruzione, innovazione, storia e arte.
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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

L'orologio atomico: eterna precisione e apocalisse.

[dropcap3]L'[/dropcap3]impiego del tempo nella società occidentale moderna è schiavo della frenesia del vivere. Assorbiti dal progresso tecnologico, gli uomini parrebbero aver dimenticato come migliorare la qualità della vita attraverso l’esercizio della felicità: si vive più a lungo, ma con sempre meno tempo libero dagli impegni… e paradossalmente dotati di strumenti sofisticati per poterlo gestire e misurare!
Misura il tempo in modo eccezionale, l’orologio atomico costruito dagli scienziati del National Institute of Standard and Technology (Nist) e del Centro di Ricerca Jila dell’Università di Boulder in Colorado.
Ma cos’è un orologio atomico? In esso si impiega una sostanza chimica i cui elettroni, colpiti da una luce laser, compiono dei “balzi” sulla base dei quali si misura l’unità di tempo. La tecnologia precedente utilizzava il cesio quale elemento chimico e l’unità di tempo del secondo era definita appunto come i 9.192.631.770 cicli della radiazione emessa dal passaggio degli elettroni tra due specifici livelli energetici nell’atomo di questo elemento.
L’orologio atomico del Nist non perde né guadagna un secondo in un arco temporale di 15 miliardi di anni, superiore all’età stesso dell’Universo. Un notevole passo in avanti rispetto all’orologio realizzato dallo stesso Nist l’anno precedente che poteva vantare la sua precisione per 5 miliardi di anni. Questi orologi atomici impiegano atomi di stronzio e un reticolo ottico, generato da un fascio di luce laser, che intrappola gli atomi e innesca il passaggio dei loro elettroni da un livello energetico al successivo. L’insieme dei milioni di oscillazioni elettroniche ottenute fornisce quella scansione temporale su cui viene definita la lunghezza del secondo.
Già nel febbraio 2015 era stato ottenuto un similare record di precisione: usando due reticoli ottici nei quali sono stati intrappolati un migliaio di atomi di stronzio, mantenuti ad una temperatura di -180°C, il Laboratorio di metrologia quantistica di Riken, in Giappone, ha creato un orologio in grado anch’esso di mantenere la sua precisione per 15 miliardi di anni.
Anche l’Italia ha voluto dire la sua e all’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (Inrim), è stato sviluppato un nuovo e competitivo orologio con atomi di itterbio, in grado di rendere le misurazioni ancora più stabili e precise.
Ci si potrebbe chiedere a questo punto quale interesse rivesta una simile precisione degna di ere geologiche. In realtà essa è fondamentale per tecnologie utili alla nostra stessa quotidianità, come ad esempio nel caso dei sistemi satellitari, oltre che per scopi di ricerca scientifica in campo fisico.
Se gli orologi atomici misurano il concetto proverbialmente relativo di tempo in modo oggettivo, questo rimane ineluttabilmente condizionato dalla soggettività degli individui e dalla “precarietà” dell’esistenza. Agli orologi atomici potrebbe infatti essere specularmente contrapposto l’orologio dell’apocalisse (doomsday clock), creato dai membri del Bullettin of the Atomic Scientists (Bas).
Si tratta di un orologio simbolico che misura il tempo rimanente all’autodistruzione dell’umanità fissata sulla mezzanotte, segnalando il pericolo che questa possa verificarsi nell’arco di un breve periodo a causa di conflitti nucleari, cambiamenti climatici e di tutto il repertorio di catastrofi della cui responsabilità – ahimè – l’uomo è il primo imputato.
Ebbene, tale orologio segna ora mezzanotte meno tre minuti. Il tempo, in qualunque modo vogliamo vederlo, non si inganna: sarà un orologio atomico a definirne, esattamente, la fine?
 
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Viaggiatori tra i Dati: il nostro futuro dipende dai Dati… passati.

[dropcap3]R[/dropcap3]educi dalle celebrazioni dell’anno appena concluso del film Ritorno al Futuro, cui è stato addirittura dedicato un giorno, il “Ritorno al Futuro Day”, ne approfittiamo per una delle nostre solite escursioni tra il serio e il faceto, parlando anche noi di “viaggi” e di “tempo”, anche se a modo nostro.
La lente d’ingrandimento che proponiamo è quella dei Dati e del loro utilizzo, anche a partire dalla loro presunta banalità, incapace all’apparenza di andare al di là della propria contingenza.
Il tema che vogliamo trattare è quello del movimento e del viaggio – dello spostamento, insomma – in senso non solo geografico, ma anche temporale, anche se in uno spazio ben circoscritto e in un periodo di tempo stabilito a priori.
Il personaggio principale della “storia”, in questo caso, è l’Uomo, inteso sia come individuo che come parte di una società, fotografato all’interno del suo habitat principale.
La domanda che ci siamo fatti è questa: è possibile fare proiezioni sugli scenari futuri di una popolazione e del suo territorio partendo da indicatori all’apparenza non espressivi, come ad esempio il semplice “movimento” (interno ed esterno) dei suoi abitanti?
La risposta è si, almeno secondo i dati che abbiamo raccolto. Tale operazione di messa a fuoco consente infatti non solo di analizzare e contestualizzare eventi e azioni attuali e contingenti, ma di andare oltre, arrivando a interpretare come, nel corso del tempo, questi stessi dati influenzeranno sia il territorio analizzato che i suoi abitanti.
Una premessa è però doverosa, anche se all’apparenza banale per chi conosce il settore dei Big Data (ma magari non è così evidente per chi invece non li frequenta): questo tipo di inferenze sono possibili in pressoché tutti gli ambiti, non solo quelli demografici.
Diciamo che in questo caso è la base di partenza – ovvero una serie di individui, la loro residenza e i loro spostamenti – ad essere all’apparenza insignificante, e ad essere quindi ampiamente sottovalutata.
Ma andiamo con ordine. Partiamo intanto dalla tracciabilità di ogni essere umano in base ai suoi dati principali (nome, cognome e residenza) e aggiungiamoci la sua possibile mappatura attraverso le varie reti mobile (cellulari, gps, social etc).
Mettiamo poi insieme questi dati per un certo periodo di tempo in un dato luogo: quello che ne potrà emergere va ben al di là di quanto sia possibile immaginare osservando questi stessi dati singolarmente e nella loro contingenza.
Tutto parte, appunto, da un viaggio indietro nel tempo, ovvero da un’analisi di come, quando e perché tali dati si sono distribuiti, e degli avvenimenti che hanno generato o meno nel territorio analizzato.
Il tutto proiettato nel futuro secondo schemi e modelli inferenziali opportunamente calmierati, così da mettere in primo piano gli scenari più probabili rispetto all’orizzonte sconfinato di possibili possibilità, che sembra un gioco di parole, ma non lo è.
I dati in sé, dunque, che all’inizio erano semplicemente denotati dalle proprie specifiche caratteristiche, vengono “connotati” da un valore o un significato ben precisi, che consente di intravedere, nel loro insieme, un verso, o meglio, un senso, come vedremo tra poco con esempi concreti.
E se già in sé questa modalità di “avanzare” è suggestiva, lo è ancora di più verificare dove conduce.
Cosa si può ricavare, dunque, da queste informazioni opportunamente connotate, intrecciate ed elaborate? Di tutto e di più. Andiamo sul concreto, con alcuni esempi.
In un articolo del sole24 ore del 2014, Dino Pedreschi, professore ordinario di Informatica all’Università di Pisa, immagina ad esempio di disporre dei dati degli abitanti di un territorio raccolti “attraverso i loro cellulari, con cui si telefona, ci si scambia sms, ci si connette alla rete” per comprenderne e analizzarne i “pattern di spostamento”.
Le finalità di tale analisi e ricerca? Le più strategiche ed essenziali che si possono immaginare per una società. Si parla del “futuro di infrastrutture, strade, ferrovie, simulando gli scenari più sostenibili e promettenti” e di “scoprire per tempo fenomeni migratori inconsueti, comprenderne le ragioni, intervenire subito in caso di emergenze umanitarie.”
Allo stesso modo, uno studio di Michele Colucci e Stefano Gallo si concentra sul tema delle migrazioni interne all’Italia, individuando le regioni maggiormente attrattive nell’Emilia Romagna e nel Trentino. Di cosa stiamo parlando, quindi, se non di prevedere per tempo le necessità di un territorio e dei suoi abitanti in termini di qualità della vita, di servizi sociali, di presidi e fabbisogni, tutte istanze oggi tra l’altro messe a rischio a causa dell’attuale contrazione economica-finanziaria?
Ma esistono predizioni possibili su tematiche anche più stringenti, che riguardano questioni, come si dice, di “vita o di morte”.
È il caso di una ricerca, che suddivide le persone in due gruppi ben distinti, gli Esploratori o gli Abitudinari, distinzione che, lungi dall’essere solo curiosa e potenzialmente divertente, sottintende invece alla generazione di modelli predittivi comportamentali in caso di evenienze addirittura tragiche, come commentato dal prof. Dino Pedreschi dell’Università di Pisa: “Gli esperimenti hanno dimostrato che esploratori e abitudinari mostrano capacità differenti di diffondere, attraverso i loro movimenti sul territorio, eventuali epidemie”.
Da qualsiasi punto lo si guardi è evidente dunque che l’utilizzo e l’analisi dei Big Data, anche quelli all’apparenza più “innocui”, sia uno strumento assai potente sia per la comprensione del comportamento umano, e soprattutto in grado di “predire” il tempo che verrà, creando rappresentazioni e modelli attendibili in grado di anticipare l’evoluzione degli eventi o delle cose con anticipo, anche notevole, rispetto alla loro reale concretizzazione.
E come definire diversamente questo processo di “predizione” se non un vero e proprio viaggio nel tempo, in ciascuna delle sue dimensioni?
Si tratta a tutti gli effetti di un’ipotesi fatta a partire dal passato, immaginata nel presente e – alla fine del processo – proiettata in là nel tempo.
Come ogni viaggio nel tempo che si rispetti, del resto. A cosa può mai servire, infatti, tornare indietro, se non per andare avanti???
PS: per tornare, prima di congedarci, a un’argomentazione un po’ più leggera, all’altezza dell titolo del nostro articolo, vi proponiamo di seguito una pagina web da guardare. Si tratta di una graduatoria dei 100 migliori film che parlano di viaggi nel tempo!
Buona visione. 🙂
 
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]

– www.eticaeconomia.it
– www.issm.cnr.it
– www.migrazioninterne.it
– www.ilsole24ore.com
– www.istat.it
– www.unipi.it
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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

La semantica del Sentiment: comunicazione e comunicabilità.

[dropcap3]I[/dropcap3]l tema dell’incomunicabilità è stato nel corso del Novecento un argomento fondante della produzione artistica, da quella letteraria a quella cinematografica.
 Da Freud in poi, le parole, la lingua e gli schemi interpretativi consegnati dalla tradizione non potevano più spiegare la complessità dell’individuo, né il suo smarrirsi di fronte ai fatti della storia e alla complessità crescente delle relazioni sociali.
 Il ritratto dell’uomo fatto da artisti e intellettuali ci restituiva spesso un’umanità balbuziente, talvolta inconsapevole, altre volte plagiata dall’ideologia o dalle sirene del consumismo.
Poi è venuta la Rete con la sua promessa di democrazia del sapere e dell’informazione, e con essa l’esplosione della comunicazione globale che è l’elemento più caratterizzante il costume sociale del millennio appena iniziato.
 Internet, oggi, è attraversata quotidianamente da flussi incommensurabili di conversazioni, opinioni, scambi di idee, espressioni di sentimenti ed emozioni. Verso se stessi o gli altri, in relazione a fatti d’attualità o ad argomenti più generali. Miliardi di persone possono incontrarsi per le vie digitali e scambiare opinioni e conoscenza.
 Tanto che è nata una nuova esigenza, quella di interpretare il flusso delle conversazioni e delle argomentazioni on line, comunemente definita analisi del sentiment, ovvero l’indagine orientativa dell’opinione positiva, negativa o neutra che un determinato campione sulla Rete restituisce di un certo argomento, di un evento, di un brand, di un personaggio.
Ma, a prescindere dagli strumenti esistenti sull’analisi del sentiment, anche in real time – di cui ci occuperemo in un prossimo articolo – vogliamo ragionare oggi dal punto di vista del semplice fruitore della Rete, meglio definibile come “utente”, sia esso un singolo o una collettività (come nel caso di gruppi, liste e forum).
Quali dinamiche si attivano ad esempio all’interno di una simile esposizione a messaggi comuni, contemporanei e continuativi? Che tipo di semplificazione inevitabilmente (e più o meno consapevolmente) si origina nel lettore nel momento in cui utilizza un Social e si fa un’idea del “sentiment” di una conversazione o di un tema? Che tipo di comunicazione si instaura insomma tra le persone sulla rete e sui Social Media in particolare? E soprattutto: è davvero possibile che i Social Media veicolino la verità di un’istanza comunicativa se essa è tante volte ignota perfino a chi la esprime?
Specialmente quando si parla di opinioni e sentimenti infatti, cioè quando il livello della comunicazione non è referenziale e neutro, ma entrano in gioco fattori individuali, c’è sempre un sottotesto comunicativo dietro le parole, nelle pieghe del significato, nei tratti che diremmo prosodici della comunicazione. Le sfumature, il non detto, ciò che si dice per dire altro, ciò che si dice perché altri intenda. E poi ci sono l’ironia, il sarcasmo, il paradosso, a precisare, distinguere, distorcere o addirittura stravolgere il significato primo delle parole.
Se da un lato è quasi ovvio prevedere l’eccesso e l’esagerazione comunicativi dovuti allo sfogo e al protagonismo che possono essere stimolati dal trovarsi su una ribalta mediatica, come svelare e riconoscere fenomeni meno prevedibili? Pensiamo all’autocensura e alla reticenza ad esprimersi in un contesto che pur è pubblico, per timore del giudizio altrui, per riservatezza o anche solo per evitare di assumere una posizione che si riconosce come scomoda o che rischierebbe di attirare commenti e confronti cui occorrerebbe poi opporre risposte e argomentazioni.
Il rischio che si corre dunque è quello di una generalizzazione, del prendere alla lettera quello che evidentemente non può essere che un orientamento, un’occasione di informazione e di comunicazione trasferita da un medium che ha le sue regole. Come per ogni strumento di comunicazione infatti è indispensabile conoscerne i codici espressivi per sfruttarne al meglio le potenzialità, ma anche per difendersi da incomprensioni, falsi, giganteschi misunderstanding.
Questo anche alla luce di alcune specificità della Rete. Ad esempio il mutamento del principio di autorità. Se sui mezzi di informazione tradizionali l’autore e l’editore fungevano (e fungono) da garanti, sulla Rete non solo per la prima volta chiunque può facilmente condividere informazione e pensieri, ma paradossalmente anche un’affermazione falsa, se ricondivisa da molti, può assumere veridicità per autorevolezza – per così dire – numerica.
Frequente, ad esempio, è la ricondivisione a posteriori di articoli o post “datati” che, nell’essere riportati all’attenzione pubblica in certi periodi di attualità della stessa tematica, generano spesso fraintendimenti di notizie. Pensiamo ad esempio alle informazioni legislative o di cronaca, in cui eventi magari di un anno prima vengono ricondivisi in coincidenza ad altre notizie di attualità, con effetti o di amplificazione delle notizie o al contrario di incongruenza delle news. Il tutto tenendo conto dell’estrema rapidità di ri-diffusione della notizia vecchia, presa dai più come recente.
In questo tipo di criticità la velocità della Rete e il suo particolare modo di interpretare il fattore tempo hanno infatti un ruolo fondamentale, insieme anche a una certa inevitabile superficialità di lettura tipica della fruizione dei contenuti su Internet. Ma un recente studio condotto da ricercatori dell’IMT Alti Studi di Lucca sottolinea ad esempio come la diffusione delle notizie sia oggetto di quello che chiamano “confirmation bias”, ovvero si tende a condividere e a far circolare le informazioni che confermano le proprie convinzioni, indipendentemente dalla verifica della loro veridicità.
È evidente dunque che la Rete e i Social Media da un lato non possono offrirci un rimedio all’incomunicabilità, ovvero alle difficoltà per così dire esistenziali del comunicare con gli altri e tante volte anche di esprimere correttamente quello che avvertiamo magari confusamente di noi stessi. E che d’altro canto come ogni strumento di comunicazione anche Internet e i Social Media sono destinati a replicarne e ad amplificarne per la loro stessa natura, le insidie e le trappole.
Sono però senz’altro uno strumento rivoluzionario di comunicazione, il più potente mai stato a disposizione di così tante persone, diverse per cultura ed estrazione sociale: una concreta occasione di partecipazione e di comunicabilità che – come ogni cosa in terra – può solo aspirare ad avvicinarsi alla verità.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.internazionale.it
www.repubblica.it
www.lescienze.it
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

L’altra metà dei BigData: il digitale, speriamo che sia rosa!

[dropcap3]I[/dropcap3]l settore tecnologico è destinato nel prossimo futuro a un’espansione tale da garantire un notevole impiego di posti di lavoro, circa due milioni entro il 2020, dicono le stime. Si potrebbe dire però – con un gioco di parole – che questo scenario dalle rosee prospettive non sembra essere più di tanto “rosa”.
Fra le tante sfide e i tanti problemi che le nuove opportunità tecnologiche presentano infatti al nostro paese, c’è anche quello della presenza attiva delle donne, sia come fruitrici del WEB, dei social e degli strumenti digitali in genere, che come protagoniste nel mondo del lavoro legato all’high tech e alla scienza.
Con un interessante paradosso che vogliamo sottolineare e riportato in un articolo della Stampa: nonostante le donne siano “formidabili nerd, patite di smartphone di ultima generazione, tablet e computer (…) per i quali arrivano a spendere la cifra record di 55 miliardi di dollari”, rappresentando “l’85 per cento di chi fa acquisti hi-tech”,  di questi stessi oggetti elettronici solo un “misero dieci per cento (…) viene pensato, studiato, disegnato nei contenuti e nelle forme da una di loro”. Gli uomini dunque producono, mentre le donne acquistano.
La cosa non ci deve stupire più di tanto. Dati alla mano, infatti, sul fronte dell’occupazione nel settore tecnologico si può riscontrare una preoccupante “differenza di genere”, e non solo in Italia: solo il 3% delle giovani in Europa, spesso disincentivate da società e famiglia, sceglie e porta a termine un percorso di studi in campo informatico, e solo il 19% degli imprenditori nel settore della tecnologia dell’informazione e comunicazione è donna. In America la situazione non è migliore: nei settori leader delle imprese hi-tech le donne occupano meno della metà dei ruoli guida disponibili e i loro stipendi sono più bassi. E tutto questo trova conferma nell’alto numero di cause legali intentate per discriminazione.
Le ragioni di questo segnare il passo di un’autentica compartecipazione delle donne allo sviluppo dei settori trainanti della società e dell’economia hanno radici antiche, che non è il caso di indagare qui. Basterà ricordare una certa tradizione educativa che consegna ancora oggi le bambine prima e le ragazze poi a stereotipi di genere negli studi e nella professione, innescando un circolo vizioso a lungo termine: non occupando posti di lavoro che prevedono competenze tecnologiche di alto profilo, l’accesso a questo sapere rimane per loro limitato.
Si tratta di un tema importante prima di tutto da un punto di vista socio-culturale: se le informazioni e le relazioni passano attraverso la rete, anche la componente femminile della società deve avervi accesso, sapendone padroneggiare con spirito critico, e piena consapevolezza, gli strumenti. E se anche da un punto di vista economico, sarebbe assurdo sprecare il potenziale e peculiare apporto delle donne alla crescita, per loro occupare posti decisionali e di rilievo nel settore tecnologico più innovativo – quello di Big Data e IoT – significa anche esercitare un diritto d’opzione, ponendo ad esempio problemi e tematiche che non troverebbero adeguata espressione in un mondo a maggioranza maschile.
Eppure esistono esempi di donne che, con la loro brillante intelligenza e sagacia sono riuscite a dimostrarsi alla pari anche del più abile ingegno maschile.
Una su tutti, Ada Lovelace. Nata a Londra nel 1816, la visionaria Ada, figlia del poeta Byron e di Anne Isabella Milbanke, educata a sua volta a studi matematici, è riconosciuta ideatrice del primo calcolatore analogico. Le futuristiche idee di Ada infatti furono determinanti per modificare il progetto di una macchina analitica al quale, nel 1833, stava lavorando il titolare della cattedra di matematica all’Università di Cambridge, Charles Babbage. Si configurò così la possibilità teorica di realizzare un “computatore”, ossia uno strumento programmabile in grado di elaborare, seguendo delle regole, numeri che rappresentano simboli… insomma, il più antico antenato del moderno computer!
Se Ada Lovelace rimane un fulgido esempio della caparbia intelligenza femminile che vetuste convezioni sociali non sono riuscite a soffocare, non è nemmeno l’unico.Vogliamo parlare di Mary Kenneth Keller, la prima donna, peraltro suora, a laurearsi in Computer Science negli Stati Uniti? O di Grace Murray Hopper che, ammiraglio e informatico statunitense, compì ricerche all’avanguardia nel campo del linguaggio di programmazione. Non solo, fu lei a coniare il termine “bug” per identificare un errore nella scrittura di un programma software.
Esempi di donne capaci di superare i limiti loro imposti dalle convenzioni del loro tempo, sono raccolti – anche attraverso interviste immaginarie – nel portale “Donne nella scienza.it” che vuole in questo modo ispirare le ragazze ad avere fiducia nelle proprie capacità e incoraggiarle alla scelta di percorsi di studio scientifici.
Riconoscere e far conoscere i contributi innovatavi che le donne hanno apportato e apportano al mondo della scienza infatti, può stimolare le più giovani a coltivare l’interesse per la tecnologia e per il digitale, fonte proficua di prospettive in ambito lavorativo, in un secolo dove scienza e tecnologia hanno acquisito un ruolo sempre più importante nella vita e per il futuro dell’uomo.
Proprio questo è lo scopo di Nuvola Rosa, un’iniziativa rivolta alle ragazze – giunta quest’anno alla terza edizione e organizzata nel maggio scorso a Milano – di corsi gratuiti, incontri e seminari su temi come, Big Data, social media, digital marketing.
La rotta da seguire è dunque insieme culturale e politica affinché attraverso le nuove generazioni – che sono naturalmente più predisposte all’utilizzo della rete, dei social e degli strumenti digitali – si possa costruire e promuovere un futuro tecnologico più “rosa”, e che soprattutto si giovi delle menti più brillanti, maschili o femminili che siano!
E per dare il nostro piccolo contributo alla diffusione di una nuova cultura digitale e tecnologia “in rosa”, segnaliamo di seguito alcune buone notizie ed alcune ottime pratiche.
Partiamo intanto dalla lista stilata da Digitalic, rivista del settore tecnologico, che ha individuato le dieci donne più influenti del 2014 nel comparto della tecnologia, e proseguiamo segnalando due siti al femminile dedicati al tema: www.donnetecnologie.org e www.girlgeeklife.com, entrambi ricchi di notizie e buone pratiche.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– www.tgcom24.mediaset.it
– www.webnews.it
– www.linkiesta.it
– www.inchieste.repubblica.it
– www.donnenellascienza.it
 
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Jingle Data e il senso del Natale.

[dropcap3]I[/dropcap3]l Natale, festa culminante dell’anno cristiano, ha indubbiamente anche un valore di ricorrenza laica, nella misura in cui è il momento per tutti del reciproco riconoscersi negli affetti famigliari, nelle relazioni sociali e d’amicizia.
A ricordarcelo, se mai ce ne fosse stato bisogno, ci hanno pensato i vari sollevamenti di opinione pubblica nel momento in cui se ne è messa in discussione la celebrazione all’interno di un istituto scolastico italiano.
E chissà in quale misura tali lamentele sono state davvero del tutto disinteressate: la festa del Natale – forse una delle più importanti nella nostra società – porta con sé un carico da novanta anche dal punto di vista prettamente materiale, soprattutto per quanto concerne i comportamenti legati agli acquisti e al consumo, comportamenti di cui sarebbe davvero ingenuo cercare di negare l’importanza economica.
È anzi utile ricordare che – nei fatti – questo periodo dell’anno per molte attività è determinante per i ricavi che ne conseguono, soprattutto in un mercato interno in difficoltà come l’attuale, anche per le piccole attività, e non solo per i grandi colossi della distribuzione.
Accade così che, in un vero e proprio rito borderline tra le tradizioni religiose e quelle laiche (oppure “pagane”), le strategie di marketing e i battage pubblicitari in questo periodo dell’anno accompagnano come un consueto corollario le nostre serate televisive, le letture su riviste e giornali e la nostra navigazione online, affacciandosi praticamente da ogni mezzo di comunicazione.
E siccome la cultura si evolve – così come le società e perfino le abitudini  – allora anche il Natale non poteva sottrarsi alle ultime tendenze di business, soprattutto laddove i vantaggi sembrano essere tanti.
Nuovi potenti strumenti vengono infatti oggi in aiuto agli attori commerciali che devono predisporre gli acquisti e determinare quale e quanta offerta proporre, capaci addirittura di orientare le scelte dei consumatori: si tratta ancora una volta dei Big Data, che quest’anno hanno contribuito a rendere la festività più amata all’avanguardia della tecnologia, battezzando un Natale 2.0.
Perfino i consumatori possono decidere i loro acquisti basandosi sulle previsioni della Rete, e questa sembra davvero la chiusura del cerchio.
IBM Watson Trend, ad esempio, è un’applicazione disponibile su App Store in grado di prevedere i trend d’acquisto natalizi e i prodotti più ricercati, in categorie specifiche come l’elettronica, i giochi e il benessere. Il sistema individua il sentiment dei consumatori, analizzando le conversazioni su migliaia di piattaforme come social media, blog, forum, ma anche i comportamenti sui siti di e-commerce.
Sempre attraverso i Big Data inoltre è stata stimata la portata degli acquisti natalizi prima che venissero effettuati, individuando nella crescita del settore on line e anche negli acquisti da device mobili come tablet e smartphone la tendenza del momento.
E che dire dello scenario descritto in questo articolo, in cui si immagina un Babbo Natale al passo con le nuove tecnologie, con tanto di team di business intelligence ad analizzare i dati allo scopo di creare giocattoli con un ampio mercato, analisi del sentiment dei bambini, renne e slitta monitorati attraverso smart objects, e così via?
A noi, i “cantori” dei Big Data, che non possiamo certo essere tacciati di anacronismo, sempre attenti come siamo ad essere “sul pezzo” in tema di innovazione e tecnologia, piacerebbe però per una volta andare controcorrente. Contro tendenza, per meglio dire, e tornare a un’idea di Natale in cui le letterine, i bambini, le spedivano per posta.
E non tanto per una sorta di malcelata malinconia, quanto per amore proprio della “veridicità”, una delle caratteristiche cogenti attribuite ai Big Data stessi.
Fuori di metafora, infatti, perché relegare la scelta di un regalo ad altri da noi stessi? E perché mai delegare addirittura a qualcun altro – o meglio, a qualcos’altro, nella fattispecie uno o più algoritmi – addirittura i nostri desideri?
Perché mai desertificare quella zona fluida delle relazioni in cui è la sensibilità di un amico o di un famigliare a cogliere di sorpresa e appagare un desiderio inespresso, ignoto magari anche al suo destinatario?
Lanciamo dunque una freccia, o meglio una formula, a favore di un’idea del Natale che ne conservi intatto lo spirito di dickensiana memoria, confidando che – almeno per un giorno – ci lasciamo tutti incantare dal fascino di un grosso signore che vola per il cielo su una slitta trainata da renne, capace di coinvolgerci ben oltre di qualche millemilamilione di informazioni analizzate attraverso software più o meno sofisticati.
E siccome anche il nostro Blog va in vacanza, vi auguriamo un Buon Natale, comunque la pensiate in fatto di regali e byte. L’appuntamento è a gennaio, con nuove storie da raccontare sui Dati e dintorni.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.massimochirivi.net
– www.key4biz.it
– www.itespresso.it
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