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Open Data Pillole di Open Data e PA

Social media e Pubblica Amministrazione: in ordine sparso si può? Di Paola Chiesa

[dropcap3]P[/dropcap3]are che ogni singolo storno si muova in volo in base a ciò che vede fare a un numero fisso di altri uccelli del gruppo che si trovano nelle sue vicinanze, circa sette. Viaggiano compatti in gruppi di 5-10 mila esemplari e volano ad una distanza di circa 80 centimetri-1 metro l’uno dall’altro, per difendersi dai rapaci. La strategia è particolarmente efficace: i loro predatori trovano difficile attaccarli  sia perché lo stormo di uccelli cambia forma e direzione di continuo, sia perché non è facile isolare un individuo dal gruppo: i singoli uccelli cambiano continuamente posizione tra la periferia e l’interno dello stormo, cosicché la probabilità di essere predati è notevolmente ridotta.
Emblematico di un’intelligenza collettiva è anche il comportamento delle formiche, che procedono incolonnate come truppe verso la fonte di cibo per poi fare ritorno al formicaio, così che – in caso di successo nella ricerca – ognuna di esse tenderà in futuro a tornare verso la stessa fonte. Questo anche grazie al rilascio, durante la fase di rientro,  di una scia di secrezioni chimiche, attraverso la quale alcuni tipi di formiche sono in grado di indirizzare gli spostamenti di interi gruppi di loro simili.
Poi ci siamo noi, tra terra e cielo, che ci avventuriamo invece nei social in ordine sparso. Il nostro comportamento non è così valutabile secondo parametri di sincronicità né è esemplare per ordine e disciplina.
E tuttavia, come emerge anche dall’ultimo rapporto Censis del 2015, gli Italiani sono sempre più social: Facebook è frequentato dal 50,3 % della popolazione, Youtube raggiunge il 42% degli utenti e Twitter è utilizzato dal 10,1% degli Italiani.

Distribuzione social in Italia
Fonti: Repubblica, rapporto Censis 2015.

Probabilmente allora i tempi sono maturi anche per una presenza di qualità della Pubblica Amministrazione sui canali sociali. In realtà non vi è alcun obbligo normativo per la PA di essere istituzionalmente presente sui canali social, e in ogni caso tali strumenti integrano i tradizionali canali di comunicazione attraverso i quali l’amministrazione rende disponibili le informazioni e i servizi al cittadino.
Piuttosto l’utilizzo dei social implica il passaggio da un modello di comunicazione “verso” a uno “con” il cittadino. Facebook, YouTube, Twitter sono media conversazionali, ossia valorizzano le interazioni tra utenti che nascono dalla conversazione, e consentono di strutturare reti di relazioni. Oggi le informazioni che raggiungono l’utenza sono veicolate più dai propri contatti virtuali attraverso i social network , che dai motori di ricerca.
Se il web è uno strumento di partecipazione e non solo di comunicazione, allora una presenza di qualità della Pubblica Amministrazione sui social è quella che può incentivare la partecipazione del cittadino coinvolgendolo, come dicevamo nell’articolo precedente sulla trasparenza e partecipazione, creando un rapporto di prossimità.
Il cittadino sul web si informa, cerca soluzioni, instaura un dialogo diretto con il proprio interlocutore, sia esso un’azienda o un ente pubblico, all’interno di spazi pensati per una comunicazione a due vie. La partecipazione e l’interazione rafforzano la percezione di trasparenza e di efficienza. Nascono così possibilità nuove, ma anche nuove responsabilità.
Essere in Rete e presidiare i social network, quindi, significa per una PA, affrontare un cambiamento culturale che implica apertura, capacità di ascolto e di dialogo, orientamento all’interazione, disponibilità al cambiamento. E il cittadino si trasforma così da utente esterno, e passivo, dei servizi della PA in interlocutore attivo e coinvolto nei processi, per costruire processi virtuosi di partecipazione.
[highlight]Le Social Media policy[/highlight]
 
Come può quindi una PA gestire in modo esemplare i social media, sia come strumento di informazione, ascolto e dialogo che per l’agevolazione nell’erogazione dei servizi al cittadino, promozione dell’immagne dell’ente, del territorio e della comunità?
ll Ministero della Funzione Pubblica ha adottato nel 2011 uno specifico Vademecum ad oggetto “Pubblica Amministrazione e Social Media” a cura del Formez che offre preziosi suggerimenti agli operatori della PA per adottare le social media policy interne, cioè documenti attraverso i quali illustrare le regole interne e i livelli di responsabilità nella gestione del profilo social, e social media policy esterne, attraverso le quali specificare i rapporti fra l’ente e i cittadini.
Attraverso la redazione della policy si evidenziano i valori che devono accompagnare la presenza social dell’ente e dei cittadini: trasparenza, partecipazione, responsabilità, rispetto, collaborazione.
In un’analisi che abbiamo condotto tra Ottobre 2013 e Giugno 2014 sulle social media policy di circa 1500 enti locali italiani (Comuni, Province Regioni) presenti su Twitter e Facebook , è emerso come l’utilizzo di tale strumento non sia avvertito ancora come strategico da parte delle PA, in quanto sono sottovalutate ad esempio le tematiche legate alla tutela della privacy, del diritto d’autore, della sicurezza dei dati.
D’altro canto esiste spesso uno scarso coordinamento tra la comunicazione veicolata nei siti istituzionali e quella presente nei corrispondenti canali social dell’ente.
Sono poi eclatanti gli esempi di utilizzo dei social sia positivi, come la rete di sussidiarietà che si è creata sui social in occasione del terremoto in Emilia-Romagna che negativi, come il caso del tweet emesso dalla Questura di Roma, che ci fanno riflettere sull’importanza di avere delle social media policy chiare ed esaustive da seguire e da non sottovalutare.
In generale, le PA sono poco social e questa caratteristica è evidente se allarghiamo lo sguardo fuori dai confini nazionali. Oltreoceano abbiamo esempi virtuosi di veri e propri social media center, che riflettono una strategia di avvicinamento capillare da parte della PA al cittadino.
Così non troveremo solo l’account facebook o twitter della città di Boston  o Chicago, bensì tanti account quanti sono i diversi dipartimenti e uffici presenti nella città. Peraltro tutti facilmente raggiungibili navigando il sito della città.
Per definire degli obiettivi, dobbiamo prima identificare i bisogni. E questo è possibile se la PA favorisce la nascita di una rete sociale e coltiva la contaminazione di intelligenze collettive a vantaggio della collettività, proprio attraverso i social media. Che possono essere fonti di dati e quindi di informazioni preziose per una PA non solo attenta, ma anche lungimirante in termini di governabilità del territorio.
E’ in quest’ottica che va salutata positivamente l’iniziativa del Ministero dell’Economia e delle Finanze che ha posto in consultazione pubblica fino al 24 dicembre 2015 le proprie social media policy. Si tratta di un esercizio di trasparenza e di incoraggiamento alla partecipazione attiva della popolazione alla cosa pubblica.
Pare che in Italia sia il primo caso, per un ente di tali dimensioni. Abbiamo sicuramente un buon margine di miglioramento, ma siamo sulla strada buona!

Paola Chiesa

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Gli autori di 6Memes Open Data Pillole di Open Data e PA

Pillole di Open Data e Pubblica Amministrazione. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]G[/dropcap3]li Open Data non sono un adempimento normativo, sono l’occasione che abbiamo, grazie anche all’impianto giuridico, di contribuire allo sviluppo di un territorio, conoscendone i dati e le informazioni che ne possiamo ricavare.
Così, in un percorso che si snoda tra trasparenza amministrativa, social media, produzione di dati aperti, misurazione di valore pubblico, Governance del  territorio e disruptive innovation, cercheremo – con il prezioso contributo di Paola Chiesa – di diffondere pillole di conoscenza utili ad aumentare la consapevolezza sul tema.


[highlight]About Paola Chiesa[/highlight]
 
Faccio sempre fatica a definirmi, ma dovendo contestualizzare, sono una giurista di formazione, creativa ed innovatrice per carattere, con un percorso lavorativo che da una ventina d’anni a questa parte si snoda tra servizi informatici, amministrazione, e-commerce, social media, blogging e comunicazione.
Qual è il comune denominatore che collega le varie attività? L’innovazione e la condivisione, di fatto i due pilastri che sorreggono e caratterizzano il mio stile lavorativo e che sono alla base delle mie strategie sociali ed idee imprenditoriali.
L’innovazione mi vede impegnata in progetti di divulgazione su tematiche quali la digitalizzazione dei processi aziendali, e-commerce, open data, responsabilità sociale; la condivisione connota la mia modalità lavorativa e attribuisce un valore sociale alle attività che porto avanti.
A questo aggiungo poi il plus della cornice giuridico-normativa che creo attorno ai progetti sviluppati, anche attraverso l’attività nel Centro Studi di Informatica Giuridica di Ivrea-Torino, membro della Coalizione nazionale per le competenze digitali di AgID (Agenzia per l’Italia Digitale). Il che mi consente a volte di mitigare la creatività con una sana dose di realismo, altre volte mi aiuta a superare gli ostacoli, altre ancora invece stuzzica la mia vena critica, accentuando così la mia naturale propensione all’attivismo civico.
E poi c’è Adriano Olivetti, a cui nel tempo ho scoperto di ispirarmi.
Nelle sue Comunità, vedeva i mattoni per costruire il grande edificio di una “democrazia integrata”, che partendo dalle nostre cento “piccole patrie” ricostruisca lo Stato e la sovranità popolare ponendo al centro i valori scientifico, sociali, estetici.
Ecco, è probabilmente proprio quel desiderio di riappropriarsi dal basso di cittadinanza e sovranità, la voglia di costruire attorno ai beni comuni e l’importanza della responsabilità individuale, come della solidarietà sociale, che mi ha animato nel fondare una nuova comunità: #adotta1blogger.
Si tratta di una community online di più di 800 blogger sparsi in tutta Italia, che scrivono sulle tematiche più disparate: filosofia, psicologia, turismo, cucina, letteratura, cinema, arte, design, sharing economy, marketing. Best practice di condivisione, partecipazione attiva e ricerca, veicola conoscenza, informazione, e formazione. L’attivismo digitale sinergico che contraddistingue il suo operato l’ha resa di fatto una smart community, ed è ospitata sulle pagine de La Stampa con una rubrica settimanale.
Ci piace creare connessioni di valori spaziando tra tematiche diverse, e restituire conoscenza alla collettività attraverso la comunicazione.
“Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande”. (Adriano Olivetti)

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Open Data Pillole di Open Data e PA

Trasparenza e partecipazione. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]P[/dropcap3]rima un bel defrag, poi i fondamentali della logica. Sfatiamo il luogo comune secondo cui il tema della trasparenza amministrativa sia un tema riservato agli addetti ai lavori, complice il retaggio di una cultura che ancora stenta a valorizzare il cittadino non solo come destinatario dei servizi, ma ancor più come soggetto da coinvolgere per rendere l’operato della Pubblica Amministrazione efficace. E affranchiamoci anche dai condizionamenti di una esuberante e spesso opaca produzione normativa, che di fatto allontana chiunque sia animato dai migliori propositi di cittadinanza attiva. Concentriamoci piuttosto sul senso che può avere la trasparenza amministrativa per un cittadino, un’azienda e per il territorio. Non senza ricorrere ad un bel defrag per ripartire dai fondamentali della logica.
In informatica la deframmentazione, secondo la definizione di Wikipedia, è un’operazione di ottimizzazione dell’archiviazione dei dati nella memoria di massa di un computer. Di fatto consiste nel ristrutturare ed ottimizzare l’allocazione di dati, riducendo i tempi di accesso e la lettura dei file. È un’operazione che può essere svolta in modo automatico oppure eseguita su esplicita richiesta dell’utente. Nel nostro caso attiviamo simbolicamente la seconda opzione, perciò organizziamo la tematica della trasparenza amministrativa, ma utilizzando la logica.
Secondo un’interessante interpretazione di Piergiorgio Odifreddi (Che cos’è la logica, Luca Sossella Editore), quando studiamo le strutture del linguaggio con la ripartizione in sostantivi, aggettivi e verbi, impariamo a conformare il nostro pensiero in termini di oggetti, proprietà e azioni. Come ci ricorda Piergiorgio Odifreddi nel suo Nelle lingue moderne vi sono molti più sostantivi che verbi: non a caso tendiamo a pensare al mondo come oggetti piuttosto che come eventi ed azioni. Nella lingua greca, ad esempio, la prevalenza di verbi rispetto ai sostantivi rispecchia un diverso modo di pensare, una visione del mondo concentrata sulle azioni.
E allora è forse giunto il tempo di agire, lasciando ad altre sedi l’elaborazione teorica e le diverse connotazioni filosofiche al riguardo.
[highlight]Cos’è la trasparenza amministrativa?[/highlight]
Occuparsi di trasparenza, dal nostro punto di vista, significa smantellare una sovrastruttura ridondante e fuorviante e concentrarsi sulle azioni necessarie per renderla una materia viva, stimolante e coinvolgente per il cittadino, l’impresa e il territorio. In altri termini, utile, oltre che necessaria.
Norma alla mano, “la trasparenza è intesa come accessibilità totale delle informazioni concernenti l’organizzazione e l’attività delle pubbliche amministrazioni, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.” (art. 1 d.lgs 33/2013).
La trasparenza di fatto viene esercitata attraverso il diritto di accesso civico e la pubblicità dei dati: è gratuito, non deve essere motivato e chiunque può esercitarlo per chiedere la pubblicazione di documenti, informazioni o dati per i quali sussistono specifici obblighi di trasparenza; alimenta il rapporto di fiducia tra cittadino e PA, promuove la cultura della legalità e la prevenzione dei fenomeni corruttivi. Si traduce in un potere di controllo dei cittadini e sancisce il principio di uguaglianza.
[highlight]Dove la troviamo?[/highlight]
Trasparenza e partecipazione PALa pubblicazione dei documenti e delle informazioni nei siti della PA avviene all’interno dell’apposita sezione “amministrazione trasparente”. I documenti, le informazioni e i dati oggetto di pubblicazione obbligatoria, sono pubblicati in formato di tipo aperto e sono riutilizzabili senza ulteriori restrizioni diverse dall’obbligo di citare la fonte e di rispettarne l’integrità.
Ma un atto pubblico, è di per sé trasparente o è un mero adempimento ? In effetti l’Autorità Nazionale Anticorruzione, nella sua attività di vigilanza, verifica non solo la mera pubblicazione dei dati previsti dal d.lgs. 33/2013, ma anche la qualità delle informazioni, con specifico riferimento alla loro completezza, aggiornamento e apertura del formato.
Da una verifica effettuata nel corso del 2014, emerge come alcuni Comuni abbiano correttamente pubblicato le informazioni, ma in modo non completo. Non c’è dubbio che una pubblicazione simile, risponde più alle caratteristiche di un adempimento normativo, che ad un’applicazione del principio di trasparenza. È lo stesso motivo per il quale la Bussola della Trasparenza di per sé non può essere considerata uno strumento utile a garantire la qualità delle informazioni presenti sui siti della PA.
Forse, sarà anche per questo che la sezione “amministrazione trasparente” dei siti istituzionali delle pubbliche amministrazioni ha pochissime visite e non suscita interesse nei cittadini.
[highlight]Dalla trasparenza alla partecipazione[/highlight]
Come si arriva allora a interessare il cittadino, e a renderlo partecipe dell’attività della PA?
Sembrerà banale, ma la risposta è: coinvolgendolo. Occorre renderlo protagonista attivo e non spettatore passivo, alimentando la cultura della disponibilità delle informazioni, attraverso ad esempio la pubblicazione di dati ulteriori rispetto a quelli previsti dalla legge, fatti ovviamente salvi i limiti derivanti dalle disposizioni in materia di segretezza e riservatezza. La pubblicità dei dati diventa un requisito necessario per sollecitare ed agevolare la partecipazione degli utenti. È ad esempio il caso di Palermo, dove il processo di contaminazione culturale sulla trasparenza ha generato una consapevolezza sull’importanza dei dati pubblici riusati al fine di migliorare la qualità della vita di tutti.
Caratteristica fondamentale dei dati è che devono essere pubblicati in formato di tipo aperto, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione, e devono essere riutilizzabili, da parte di chiunque: cittadini, imprese ed associazioni. Ecco gli Open Data, nobile strumento per applicare la trasparenza e per incentivare la partecipazione del territorio, diffondendo di fatto la cultura dell’”Open Government”. E secondo il principio dell’”open data by default”, “i dati e i documenti che le amministrazioni titolari pubblicano senza l’espressa adozione di una licenza si intendono rilasciati come dati di tipo aperto” (art. 52 Codice amministrazione digitale).
[highlight]Misurare la trasparenza?[/highlight]
Se la PA e il cittadino lavorano in partnership, si creano le premesse per creare un valore pubblico, con risultati misurabili, rispetto a domande che provengono dal territorio e che normalmente non trovano risposta nei documenti e informazioni pubblicati nei siti della PA. Ecco che allora la cifra della trasparenza può diventare la misura del tasso di coinvolgimento e partecipazione dell’utenza di una PA, quale esempio di interazione, contaminazione tra pubblico e privato, e stimoli che possano tradursi in attività che abbiano ricadute economiche sul territorio.
Lavorare per obiettivi, valutare i risultati e comunicarli è la nuova sfida per una PA 2.0 che voglia occuparsi di governance, con la consapevolezza di ciò che produce, perché e come. In tutto ciò la trasparenza sarà la vera innovazione incentivata da un processo partecipativo dal basso, l’unico che possa effettivamente misurare la bontà dell’operato di un ente pubblico. Vedremo se in quest’ottica la riforma della Pubblica Amministrazione oggetto della legge delega 124/2015 potrà essere di incentivo.
Paola Chiesa
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
L. 124/2015: Delega per la riforma delle amministrazioni pubbliche
Decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 – Decreto Trasparenza
Elenco obblighi di pubblicazione vigenti
Decreto Legislativo 7 marzo 2005, n. 82 – Codice dell’amministrazione digitale
[/boxed_content]

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Open Data

Dati aperti, anzi spalancati verso il futuro!

[dropcap3]N[/dropcap3]omen omen, possiamo dire senza dubbio in questo caso. O, per farla più semplice: basta la parola! La lingua inglese ci mette di fronte a termini particolarmente concisi e tuttavia espressivi, capaci di mettere immediatamente a fuoco il punto del discorso nella sua luce più rappresentativa. Questo è il caso dell’accostamento di due parole all’apparenza estranee: il sostantivo data (nel senso di elemento, parte costituente) e l’aggettivo open (aperto, senza barriere né limitazioni) che insieme definiscono gli Open Data, termine che anche il legislatore italiano ha definito formalmente nel 2012, inserendolo all’interno del Codice dell’Amministrazione Digitale.
Eppure, anche se aperti, questi stessi dati debbono possedere alcuni requisiti per essere tali, ovvero:

  • [highlight]la disponibilità[/highlight] secondo le concessioni di una licenza che ne consenta l’uso da parte di chiunque, anche per utilizzarli commercialmente;
  • [highlight]l’accessibilità e interoperatività[/highlight] attraverso le varie tecnologie, comprese le reti telematiche pubbliche e private.

Dal punto di vista storico – perché non sembra, ma questi dati vengono da lontano – possiamo dire che vi sono dei precursori, come ad esempio:

  • [highlight]il fenomeno dell’Open Content[/highlight] che si occupa sia di opere creative che di ingegno e ricerca;
  • [highlight]l’Open Source[/highlight] che promuove la diffusione e il riuso di software, mediante la condivisione del codice sorgente, per creare nuovi prodotti a partire dal lavoro fatto da comunità di sviluppatori.

E anche se la classificazione in cui gli Open Data trovano la propria ragion d’essere è comune, si tratta in realtà di dati che hanno possibilità di “apertura” diverse. Non solo, ma hanno anche prospettive e ruoli da assolvere differenti, in base alla titolarità dei dati.
Per riassumere le loro caratteristiche possiamo dunque riferirci a una definizione largamente condivisa: “I dati aperti sono dati che possono essere liberamente utilizzati, riutilizzati e ridistribuiti da chiunque, soggetti eventualmente alla necessità di citarne la fonte e di condividerli con lo stesso tipo di licenza con cui sono stati originariamente rilasciati.”
E se pensiamo all’attuale società definitivamente globalizzata in cui accessibilità, interattività e intelligibilità sono gli ingredienti basilari della comunicazione, allora non possiamo che riflettere sulle insostituibili opportunità che si dispiegano intorno a questi dati aperti, capaci di trascinare con sé un elevatissimo potenziale di innovazione e trasformazione nel significato più profondo di queste parole.
Per il settore pubblico, ad esempio, investire sulla trasparenza, l’accessibilità e la fruibilità di dati gratuiti comporta un investimento etico e positivo in una società civile che voglia attuare i requisiti fondamentali della democraticità e della partecipazione.
Allo stesso modo, nel settore privato e naturalmente votato al business, è altrettanto facilmente percepibile come – al di là di eventuali costi iniziali sostenuti per creare o trattare una propria “base di dati” – uno scambio alla pari con altre realtà imprenditoriali che mettano a loro volta a disposizione i frutti del proprio valore, vuol dire investire sì a fondo perduto o quasi sul proprio prodotto, ma anche ritrovarsi nel frattempo migliaia di altrui prodotti o strumenti open o free con cui dialogare e magari implementare le proprie stessi merci. Lo stesso può valere per le ricerche scientifiche e in pressoché ogni settore dell’umana conoscenza.
Si tratta quindi di una sorta di mercato libero transnazionale e interdisciplinare cui attingere in maniera pressoché illimitata, magari dopo aver apportato il proprio contributo di sapere.
Così, in un mondo ormai del tutto connesso, gli Open Data, un passo dopo l’altro, sono in grado, dialogando tra loro, di intersecare ogni aspetto della società con lo scopo di migliorarne, prevederne e innovarne le prestazioni. Dai così aperti e lungimiranti, insomma, da pensare a chi verrà dopo di sé.
Per chi fosse interessato ad approfondimenti su tema, di seguito alcuni siti utili e pertinenti, riguardanti alcuni esempi di banche di Open Data online e Associazioni ed Enti che se ne occupano a livello internazionale.
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approfondimenti

Siti internazionali

[highlight]Open Data Handbook[/highlight]
Un vero e proprio “manuale” sugli Open Data e il loro uso.
http://opendatahandbook.org
[highlight]Open Data Foundation[/highlight]
Organizzazione no-profit dedicata all’adozione di standard di metadati globali e allo sviluppo di soluzioni open-source che promuovono l’utilizzo di dati statistici.
http://www.opendatafoundation.org
[highlight]School of Data[/highlight]
Scuola di dati internazionale con la finalità di potenziare i professionisti e le organizzazioni della società civile attraverso la diffusione delle competenze necessarie per utilizzare i dati.
http://schoolofdata.org
[highlight]Open Knowledge Blog[/highlight]
Blog che, grazie all’apporto di persone appassionate di Open Data e legalità, mettono a disposizione ulteriori temi di approfondimento e discussione.
http://blog.okfn.org/

Siti istituzionali

[highlight]Data.Gov.Uk[/highlight]

Sito del governo inglese che raccoglie richieste di dati su settori diversi dello Stato, come la sanità, la scuola e la cultura anglosassone, creando sezioni di approfondimento e discussione (ad esempio blog).
www.data.gov.uk

[highlight]Data.Gouv.Fr[/highlight]

Piattaforma che permette agli enti pubblici francesi di inserire dati pubblici per produrre informazioni d’interesse generale per la società francese.
www.data.gouv.fr

[highlight]Digital Agenda for Europe[/highlight]

Portale promosso dalla Commissione Europea che ha dato vita a portali sugli Open Data in Europa, tra i quali figurano quello per l’Italia (Regione Piemonte), la Francia, l’Inghilterra e l’Olanda, promuovendo la diffusione dei dati pubblici.
http://ec.europa.eu/digital-agenda/en/open-data-portals

Siti locali

[highlight]Agenzia per l’Italia Digitale – Agenda Digitale Italiana[/highlight]

Sito del Governo italiano volto a perseguire le politiche di Open Data nell’ambito della Open Government Partnership, promuovendo la cultura della trasparenza nella pubblica amministrazione.
http://www.agid.gov.it/agenda-digitale/open-data

[highlight]Dati Piemonte[/highlight]

Portale promosso dalla regione Piemonte che si rivolge a tutti gli operatori pubblici, privati o commerciali, e mette a disposizioni i dati delle PA locali in ambito istituzionale.
www.dati.piemonte.it

[highlight]DatiOpen.it[/highlight]

Portale italiano degli Open Data che persegue ideali di trasparenza, mettendo a disposizione più di 1700 dati organizzati tematicamente e suddivisi per categoria.
http://www.datiopen.it/it/opendata-per-tematica

[highlight]Portale Dati aperti del Comune di Matera[/highlight]

Il portale contiene una serie di dati aperti, rendendo possibile una “radiografia” del comune di Matera e mettendo a disposizione informazioni che riguardano la popolazione nonché le iniziative e le attività promosse dal comune.
http://dati.comune.matera.it

[highlight]Portale Linea Amica[/highlight]

Portale che mette a disposizione tutte le FAQ che di frequente vengono fatte agli URP (uffici relazioni con il pubblico) degli enti aderenti al Network, ai servizi online della PA e agli indirizzi dei principali enti pubblici italiani.
http://www.lineaamica.gov.it/opendata

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Open Data

Dati che parlano tra loro… e anche con noi!

[dropcap3]D[/dropcap3]opo un rapido sguardo alle principali definizioni e caratteristiche che riguardano gli Open Data, viste in precedenza, ci occupiamo ora in dettaglio di alcune delle loro peculiarità più rilevanti, quelle capaci di renderli così speciali.
Innanzitutto, è esemplare la capacità degli Open Data di dialogare liberamente non solo tra di loro, ma contemporaneamente anche con l’ambiente a loro esterno, fornendo informazioni spesso fondamentali e divenendo allo stesso tempo più facilmente “visibili”. Tutto ciò è reso possibile dall’assenza di ogni forma di barriera al loro utilizzo, a parte quelle prettamente “tecniche” connesse alla conoscenza – o meno – dei codici attraverso i quali gli Open Data e i Dati in genere sono organizzati e strutturati.
L’accessibilità riguarda quindi non solo i dati in sé, ma anche i sistemi di raccolta, stoccaggio e lavorazione con i quali vengono genericamente trattati, al punto da rendere gli Open Data pienamente disponibili, ossia portatori naturali di un ulteriore valore pressoché inesauribile, quello della loro interoperabilità.
E se “l’interoperabilità è la capacità di diversi sistemi e organizzazioni di lavorare insieme (…) di combinare una base di dati con altre” come viene definito nel Manuale degli Open Data, siamo allora in presenza di un requisito essenziale affinché sistemi differenti, lavorando insieme, riescano a fondersi in strumenti di elaborazione di dati sempre più complessi.
L’interoperabilità è dunque “la chiave per realizzare il principale vantaggio pratico dell’apertura: aumentare in modo esponenziale la possibilità di combinare diverse basi di dati e quindi sviluppare nuovi e migliori prodotti e servizi”.
Di fronte a questa vocazione globale tipica degli Open Data, sostenuta dal ruolo di grimaldello operativo svolto dalla lingua inglese e dalla possibilità pressoché infinita di connessione online, è difficile concepire limiti al loro uso, riuso, ricombinazione e ibridazione, se non quelli propri della nostra immaginazione.
Un caso esemplare e per certi versi sorprendente di combinazione tra dati sedimentati nel tempo con flussi di dati in real time, resa possibile grazie a un impiego sincronico di dataset diversi in chiave Open, è quello rappresentato dal sito www.FlyOnTime.us.*
Realizzato tutto in ambiente open, il sistema di elaborazione di dati alla sua base consente al visitatore – tra le altre cose –  di verificare personalmente e in tempo reale la percentuale di probabile ritardo dei voli in un dato Aeroporto, in base alle condizioni climatiche previste.
Il processo, infatti, combina insieme i dati storici sui ritardi resi disponibili dal Transportation Bureau con le informazioni meteorologiche concesse dalla Federal Aviation Administration, i bollettini meteo pregressi della National Oceanic and Administration e i dati in real time rilasciati del National Weather Service. Il viaggiatore comune non deve fare altro che connettersi al sito, compilare i campi proposti e ottenere immediatamente e gratuitamente la stima dell’eventuale ritardo!
E dopo questa ulteriore incursione nel mondo open, state pronti ai prossimi articoli: sono in arrivo altri esempi concreti sull’uso e riuso degli Open Data, oltre a qualche “volo fantastico”, stavolta tutto nostro: stay tuned!
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approfondimenti
[*] Mayer-Schönberger Viktor – Cukier Kenneth, “Big Data. Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere e già minaccia la nostra libertà”. Garzanti, Milano, 2013
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