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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

L'urlo delle stelle è arrivato sino a noi!

[dropcap3]C[/dropcap3]i sono “voci” che non possiamo udire, perché non siamo dotati di apparati sensoriali e percettivi in grado di identificarne il suono.
Questo non vuol dire che tali voci non abbiamo nulla di interessante da raccontare, anzi. Un esempio tra i più imperscrutabili ci riguarda da vicino, ed è legato alla nostra stessa origine, legata a doppio filo al destino delle stelle.
Per nostra fortuna, là dove il nostro orecchio e i nostri occhi non riescono ad arrivare, la tecnologia può molto di più, traducendo in forme percettibili e in qualche maniera significanti anche per noi il loro racconto.
È quello che sta facendo il telescopio spaziale Nuclear Spectroscopic Telescope Array (NuSTAR) della NASA, messo in orbita nel 2012 per esplorare e fornire immagini della Via Lattea, noto come Centro Galattico.
Rimasto a lungo avvolta nel mistero, il “racconto” della Via Lattea si è così arricchito di nuovi dettagli, sino all’identificazione di un misterioso eccesso di emissione diretta di raggi X, detta “alta energia in banda X”, che è stato definito da alcuni scienziati una sorta di “urlo” emesso dalle stelle morte.
Il tutto in una regione osservata di spazio estesa per circa 40 anni luce attorno a Sagittarius A*, il “buco nero supermassiccio” della Via Lattea, generato dal nucleo di una stella molto grande (almeno sette volte il Sole) collassata sotto il proprio peso.
Ma il racconto non si ferma qui.
Stando ai dati raccolti da NuSTAR il Centro Galattico si conferma essere un luogo cosmico frenetico e molto affollato, in cui sembra esistere una moltitudine di corpi stellari in differenti stadi della loro evoluzione e in piena attività di trasformazione.
Quest’attività porta a una emissione diretta di raggi X, che – a differenza del suono, che non si propaga nel vuoto dello spazio – è rilevabile dagli ingegnosi telescopi spaziali, e consente quindi di poterne tracciare l’attività, e infatti le nuove immagini raccolte hanno permesso di identificare tale misterioso eccesso di emissione energetica sotto forma di raggi X che sovrasta la consueta attività stellare.
L’osservazione di tali emissioni infatti rappresenta un flusso di radiazioni che, in quanto rilevabili e tracciabili, sono potenzialmente “traducibili” in informazioni, scoperte e dunque aumento della nostra conoscenza, proprio come accade in qualsiasi altro tipo di comunicazione extra specie.
Resta tuttavia ancora misteriosa l’origine di tali emissioni, che gli astronomi non hanno ancora individuato con certezza. Una delle teorie al riguardo, particolarmente suggestiva, parla di una sorta di attrazione di materia da parte di una stella morta verso un’altra vicina, che provocherebbe in conseguenza un’esplosione violenta di raggi X, tale da giustificare il fenomeno. Ma le ipotesi ancora aperte sono anche altre, e tutte in attesa di risposte.
Da parte nostra, in attesa di raccogliere altri dati, o meglio, altri racconti, restiamo in silenzio ad ammirare la notte stellata. Più universale di così…
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– www.wikipedia.org
– www.sites.google.com
– www.media.inaf.it
– www.ansa.it
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

The winner is… the Big "DNA" Data!

[dropcap3]È[/dropcap3]il caso di dirlo. Se fossimo a una ipotetica serata di premiazione dei “Big Data Oscar” alla categoria “miglior Big Data protagonista” la statuetta d’oro sarebbe assegnata a lui, il DNA.
La molecola che contiene le preziose informazioni per creare e modellare un organismo vivente può essere considerata uno dei protagonisti emergenti del mondo dei Big Data.
Lo dimostra un apprezzato studio nel quale un’enorme mole di dati scientifici sono stati messi a confronto per chiarire le modalità di evoluzione del DNA di eucarioti, ovvero tutti gli esseri viventi superiori inseriti nei cinque principali regni.
Circa 900.000 proteine, prodotte da 55 DNA eucariotici differenti, sono state confrontate con oltre 6 milioni di sequenze genetiche provenienti da organismi procarioti (cioè fatti da una sola cellula, come ad esempio i batteri) stabilendo che il trasferimento di geni dai genitori ai figli, con alcune acquisizioni di geni dai procarioti (vedi anche il nostro precedente articolo), è stato fondamentale per l’evoluzione del genoma eucariotico.
Ma questo è solo un esempio di come si può utilizzare l’imponente quantità di Big Data che provengono dall’ambito scientifico. Un’altra nuova, promettente frontiera di evoluzione scientifica, riguarda la possibilità di acquisire e rendere disponibili le informazioni genetiche di milioni di individui. Lo scopo è quello di creare modelli di diagnosi affidabili rispetto a specifiche malattie e relative cure, predicendone dove possibile i rischi di sviluppo per ciascun individuo.
Basti pensare che le spese per ottenere la sequenza completa di DNA di un essere umano hanno subito drastici cali.
Tutto è già in moto. Se nel 2010 infatti tale studio poteva costare sino a 100mila euro, il prezzo è progressivamente calato giungendo a 10mila euro proprio nel gennaio di quest’anno. È recente anche la notizia di nuove tecnologie in grado di ottenere il codice genetico di un uomo per solo 1.000 euro. Esistono inoltre molte società già capaci di fornire al cliente – a un costo variabile da poche centinaia di euro a qualche migliaio – una sequenza più o meno precisa del suo DNA.
Secondo il Wall Street Journal si tratta di un vero e proprio business in espansione che varrà all’incirca 11 milioni di dollari nel 2017 e che ha già suscitato l’interesse delle grandi aziende del web attive nel campo dell’informazione.
Lo scopo è quello di creare un modello applicabile di medicina preventiva e trovare specifici legami tra malati ed efficacia di una terapia a loro sottoposta. Non solo, i progressi della ricerca nel campo della genomica potranno servire per la diagnosi precisa di malattie oggi ancora temibili e a volte fatali come i tumori, consentendo di mettere in atto protocolli terapeutici completamente personalizzati.
Alcuni esempi concreti e già attuali? Eccoli.
Ibm ha da poco creato Watson, un super elaboratore il quale, messo a disposizione del New York Genome Center, collaborerà con lo staff medico analizzando migliaia di Big Data clinici per realizzare una cura genetica del glioblastoma, forma di tumore al cervello.
Google ha invece promosso il Baseline Study, un progetto medico-scientifico che, attraverso il coinvolgimento di migliaia di soggetti, intende acquisire varie tipologie di dati (come il DNA, la storia genetica famigliare, la reazione ai farmaci, i parametri vitali e altro) con l’obiettivo di creare un attendibile modello tipo di essere umano “in salute”.
In tal modo qualunque cambiamento che proietta verso la manifestazione di una malattia si paleserà come un allontanamento dai parametri del modello predefinito, dando la possibilità di intervenire precocemente sia per individuare la malattia sia per definire la strategia di cura più adeguata. La domanda finale da porsi ora è: siamo pronti a questo frugare in maniera minuziosa e quasi ossessiva nel nostro personale deposito di informazioni genetiche?
La creazione di una “Big Science” per ottenere una medicina della precisione pone quesiti morali che saranno risolvibili solo a partire da un equivalente etico all’altezza del compito, ovvero una “Big Ethics” in cui siano coinvolte le varie componenti delle nostre società.
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– www.huffingtonpost.it
– www.pikaia.eu
– www.glistatigenerali.com

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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Dottore, sto male. Bene, mi parli allora della sua vita.

[dropcap3]I[/dropcap3]l progresso scientifico e tecnologico raggiunto alle soglie del terzo millennio ha modificato in modo sostanziale anche il mondo della medicina: se, da un lato, ha reso più agevoli diagnosi e terapie, dall’altro ha causato un’inevitabile crisi del rapporto medico-paziente a causa della progressiva perdita di un dialogo al quale era attribuito, da sempre, un notevole valore diagnostico.
Per questo, nell’ultimo decennio, la medicina ufficiale ha cercato di recuperare il senso di accoglienza e ascolto del malato attraverso la Narrative Based Medicine o, più semplicemente, Medicina Narrativa.
Infatti, in un momento storico e sociale in cui la medicina è al centro di polemiche riguardo la sua presunta disumanizzazione, si avverte sempre più l’urgenza, per chi opera nel settore sanitario, di integrare la cultura scientifica con un affinamento delle capacità di ascolto del paziente.
Sviluppata tra gli anni 90’ e l’inizio degli anni 2000 in Inghilterra grazie agli studi compiuti dai medici Rachel Naomi Remen e Rita Charon, la medicina narrativa è una nuova risorsa diagnostica che si focalizza su:
– il ruolo terapeutico attribuito alla narrazione dell’esperienza di malattia da parte del paziente;
– l’ascolto che ne fanno il medico e gli altri operatori sanitari;
– l’integrazione del racconto in un quadro complessivo di diagnosi e cura, rispettoso della persona malata.
Remen e Charon, nel loro lavoro pionieristico, cercarono infatti di sviluppare la relazione tra medico e paziente basandola su modalità narrative. In questo modo i racconti fatti non solo dai pazienti ma anche da medici, infermieri e tutti coloro che assistono il malato assumono un importante valore terapeutico dando spazio al vissuto del paziente anche in termini di dolore, sconforto e tristezza, e fornendo quindi la visione più ampia possibile della malattia per poterla affrontare in modo adeguato.
Attraverso la Medicina Narrativa medici e malati sono dunque educati a costruire un legame stretto di ascolto reciproco. Per questo, alla Columbia University di New York, esiste già da tempo un percorso di medicina narrativa che, tra le altre cose, allena i clinici all’utilizzo di un linguaggio semplice, piuttosto che la terminologia medica con la quale normalmente si rivolgono al paziente o redigono le cartelle cliniche. Ciò implica una continua acquisizione di competenze attraverso l’uso di molteplici strumenti che comprendono anche corsi di lettura e scrittura, e uso di strumenti basati su arti figurative, musica e cinema.
Qual è, invece, la situazione in Italia? Il nostro paese si sta timidamente aprendo a questo nuovo traguardo della medicina: dopo la nascita, nel 2009, della Società italiana di Medicina Narrativa, l’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con altri cinque paesi, sta coordinando un progetto europeo denominato S.T.o.Re – Story Telling on Record, per la creazione di una cartella clinica che accolga anche il modello diagnostico narrativo.
Non solo, sempre l’Istituto Superiore di Sanità è tra i promotori della campagna “Viverla tutta”: un progetto di raccolta on line di narrazioni intorno alla malattia che possano costituire un terreno di scambio e confronto.
Un altro aspetto su cui vale la pena soffermarsi, è quello della gestione delle risorse. Con la Medicina Narrativa ciò che il paziente racconta diviene uno strumento di diagnosi e cura: una perdita di tempo prezioso, in un periodo di restrizioni e risparmi per la sanità pubblica? Non tanto, se si considerano gli effetti benefici su paziente e sistema in generale.
La Medicina Narrativa infatti, investe sui rapporti tra i sanitari, il paziente e la sua cerchia famigliare, consente un’analisi diagnostica più ampia e rende protagonista il malato del suo stesso processo di cura.
Al contrario dunque, non uno spreco di risorse: migliorando il percorso di diagnosi, la Medicina Narrativa consente un risparmio sui tempi e sui costi del processo di guarigione.
Ecco che in quest’ottica di integrazione degli elementi più strettamente legati alla diagnosi e alla cura della malattia con il racconto autobiografico della malattia stessa, la Medicina Narrativa si configura come un elemento indispensabile per lo sviluppo della medicina del futuro.
Cosicché il paziente si senta di nuovo accolto dal medico che lo ha in cura e sorrida con gratitudine alle sue inaspettate parole: “Prego, un colpo di tosse e… mi parli della sua vita”!
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www.pfizer.it
www.medicinanarrativa.it
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Il fungo che sussurrava alle piante: una rete web vegetale.

[dropcap3]S[/dropcap3]e avete sempre considerato bizzarri coloro che parlano alle piante, dovrete ricredervi almeno un poco. Le piante non potranno forse sentirci, ma è certo che possiedono meccanismi piuttosto evoluti di comunicazione con la realtà che le circonda.

La neurobiologia vegetale infatti, disciplina scientifica di recente istituzione, studia proprio la capacità delle piante di rielaborare gli stimoli ricevuti e captati dall’ambiente esterno, sia a proprio vantaggio ma anche, cosa più sorprendente, per comunicarli ad altre piante vicine.
Il centro di questa intelligenza vegetale starebbe negli apparati radicali, che non a caso vengono avvicinati per similitudine alla rete per eccellenza del mondo umano: il WEB. Come noi scambiamo informazioni attraverso gli snodi di Internet, così le piante sono in grado di scambiare non solo nutrienti, ma addirittura informazioni.
È recente ad esempio l’interesse della scienza per le peculiari connessioni che intercorrono tra le piante e gli appartenenti ad un altro regno, i funghi, attraverso l’intreccio dei filamenti che costituiscono il micelio del fungo, il suo corpo sotterraneo.
Questi filamenti, detti ife, corrono sottoterra anche per molti metri, lasciando spuntare sopra il suolo il frutto, ovvero il fungo con il gambo e il cappello che tutti conosciamo.
A livello di questa rete di filamenti si instaura la micorriza, una vera e propria simbiosi tra pianta e fungo. Entrambi gli esseri viventi traggono beneficio dal rapporto con l’altro: le piante ottengono dai funghi un aiuto nell’assorbire l’acqua dal terreno e alcuni nutrienti minerali, in cambio i funghi ricevono carboidrati per la loro crescita.
E se questo non è un argomento sorprendente, lo è invece il fatto che le micorrize possono agire anche come sistema di allarme contro l’attacco di insetti erbivori e altri parassiti. Numerosi sono i casi riportati nell’ambito della letteratura scientifica che si occupa di divulgare tali argomenti.
Nell’articolo scientifico che potete trovare a questo link, ad esempio, i ricercatori hanno dimostrato come piante di fava e fagioli producano e rilascino nell’ambiente sostanze volatili capaci di richiamare i nemici naturali degli afidi se aggredite. Questo avviene anche in piante poco distanti, sebbene non ancora infestate dagli insetti, ma collegate alle altre vicine da micorrize: in pratica, la rete di miceli comunica l’informazione dell’attacco alle piante vicine che hanno così modo e tempo di organizzarsi per l’imminente arrivo dei nemici.
Casi simili accadono anche per malattie indotte da funghi parassiti. Poiché i funghi possono contribuire al benessere delle piante, ma anche sfruttarle: come l’alternaria, un fungo responsabile di un tipo di muffa che cresce su frutta e verdura.
Lo hanno dimostrato un gruppo di scienziati cinesi nei risultati qui riportati, suggerendo come piante sane possono “spiare” i segnali prodotti da individui vicini attivando le proprie difese prima di essere attaccate. Una rete di micorrize ricreata in laboratorio infatti, attraverso piante di pomodoro, ha dimostrato di funzionare come canale di comunicazione inducendo la comparsa di una maggior resistenza al fungo in piante ancora sane.
Ma come in ogni sistema di informazioni che si rispetti, avviene che lo scambio non sia sempre pacifico e fruttuoso, e anche qui esistono esempi di “frodi” da parte di piante che tendono a comportarsi come veri e propri “hacker vegetali”. È questo il caso di Cephalanthera austiniae, una particolare orchidea senza foglie o con bozze di foglie rudimentali, caratterizzata da petali e stelo completamente bianchi. Questa pianta, diffusa nelle zone più fitte e buie di alcune foreste, sfrutta – è proprio il caso di dirlo – le ife dei funghi che formano micorrize, per intercettare lo scambio di elementi nutritivi tra le piante a lei vicine e appropriarsene. Si tratta di un caso di parassitismo, piuttosto che di simbiosi, poiché l’unica a trarre vantaggio da questo legame è proprio l’orchidea.
Ecco che ancora una volta ci scopriamo a sorprenderci della complessità del regno naturale. Sebbene la conoscenza della rete “internet” fungina sia recente, essa esisteva ben prima che comparisse il concetto di condivisione globale di dati e informazioni attraverso la rete web informatica.
In base alle ultime ipotesi scientifiche infatti, lungo i filamenti potrebbero scorrere, oltre a sostanze nutritive, anche segnali di natura elettrica con i quali si potrebbe spiegare la natura dello scambio di informazioni tra piante vicine per l’attivazione dei sistemi difensivi contro insetti e funghi nocivi.
Saremmo perciò di fronte alla più grande rete di comunicazione assolutamente naturale: e a noi uomini non resta che trarre ispirazione da essa per sviluppare reti informatiche sempre più avanzate.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.oggiscienza.it
www.journals.plos.org
onlinelibrary.wiley.com
www.fastweb.it
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Quando l’empatia (e un paio di scarpe) salverà il mondo…

[dropcap3]S[/dropcap3]e provate una forte curiosità verso gli estranei e parlate spesso con chi vi è seduto vicino sul bus o mentre siete in fila allo sportello delle Poste, allora è probabile che voi siate persone altamente empatiche.

Ogni essere umano è, per natura, empatico, in grado, cioè, di percepire e riconoscere gli stati d’animo altrui, ponendosi nelle condizioni di quella persona. Tale capacità compare dai 14 mesi di vita per crescere e migliorare negli anni successivi, e consente di capire le emozioni nelle persone che ci circondano, siano queste espresse attraverso il volto o anche dalle poche parole di una frase.
Ci sono poi persone più empatiche di altre, facilmente riconoscibili poiché sono pazienti ascoltatori e non hanno remore nell’esplicitare i propri sentimenti, condizioni essenziali per creare un forte legame empatico.
Tali individui, mossi da un sano interesse di conoscenza, sono in grado più di altri di mettere in pratica esperienze reali e concrete di empatia, vestendo i panni dello sconosciuto.
Di là da questi casi “estremi”, la caratteristica unica e pregevole di ogni persona con uno sviluppato senso empatico è proprio quella di avvicinarsi anche a coloro che non fanno parte del suo contesto abituale, per scoprire ed esplorare situazioni di vita, opinioni e modi di pensare differenti, con un arricchimento di vissuto ed esperienza che farebbe invidia a qualunque social network.
Ma proprio la società dei media e la pressante diffusione telematica rischiano di inibire la naturale propensione all’empatia dell’essere umano fin dall’infanzia, proprio in ragione della pericolosa promiscuità che per loro tramite si instaura tra il mondo infantile e quello degli adulti.
Al bambino non si dà tempo di capire le proprie emozioni, né tantomeno di percepire quelle altrui, e ciò si traduce per lui nell’incapacità di ricreare o costruire relazioni uniche, mentre l’adulto è immerso in un contesto di indifferenza e di estremo narcisismo.
Com’è stato dimostrato da recenti ricerche compiute negli Stati Uniti quello che sta accadendo è un progressivo sgretolarsi delle capacità empatiche, e quindi dell’apertura delle persone verso realtà differenti, con risultati negativi anche sul piano sociale.
Per questo un gruppo di artisti, intellettuali e scrittori, guidati da Roman Krznaric, tra i più eminenti filosofi viventi della Gran Bretagna, e fiduciosi nell’empatia come difesa contro il degrado sociale, ha sviluppato un progetto unico: l’Empathy Museum. Sì, proprio il museo dell’empatia, inaugurato il 4 settembre a Londra, ai Riverside Gardens di Vauxhall. Concepito come serie di installazioni ispirate a vari temi, molte di queste, dopo un periodo di esposizione sulle rive del Tamigi, diventeranno itineranti intraprendendo un lungo viaggio che le porterà in altre città della Gran Bretagna per giungere, infine, a Perth, in Australia.
Non solo, è stata resa disponibile anche una libreria digitale, completa di film e libri selezionati per allenare ognuno di noi al risveglio del proprio stato empatico ormai assopito, e fruibile sul sito ufficiale dell’Empathy Museum.
La prima installazione interattiva, conclusa il 27 settembre scorso, è stata chiamata “A mile in my shoes”: un’esposizione di scarpe appartenenti ad altre persone. Il visitatore poteva scegliere il paio che più lo incuriosiva e, dopo averlo indossato, dedicarsi a una passeggiata lungo le rive del Tamigi mentre dalle cuffie appoggiate sulle orecchie poteva ascoltare la storia del proprietario delle scarpe. Ogni calzatura diveniva così la potente testimone di esperienze intense di dolore, speranza o coraggio che aveva coinvolto il suo possessore (rifugiato, contadino o prostituta che fosse).
E l’idea di questa prima installazione è stata proprio di Roman Krznaric, che si è ispirato a una frase tratta dal libro “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, quando l’avvocato Atticus Finch dice a sua figlia: «Non puoi davvero capire un’altra persona fino a quando non consideri le cose dal suo punto di vista, fino a quando non entri nella sua pelle e non ci cammini dentro».
Basterà un recupero dell’empatia se non a salvare, almeno a contribuire a rendere migliore il mondo? Di certo la risposta è sì. Come già cerca di fare il Parents Circle, un forum di famiglie israeliane e palestinesi in lutto per la perdita dei propri figli uccisi dalla guerra che insanguina i due popoli e che, incontrandosi, cercano di promuovere la pace e favorire un accordo. Perché sforzandosi di andare oltre il proprio punto di vista individuale, e addirittura ascoltando coloro che si considerano nemici, già si può compiere un piccolo miracolo!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.huffingtonpost.it
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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Pitagora: dalla marea dei Dati "sommersi" ai Teoremi dei laghi.

[dropcap3]P[/dropcap3]itagora, celebre filosofo e matematico greco, ha influenzato profondamente con il suo genio l’evoluzione dell’approccio scientifico di tutta la cultura occidentale, nel riconoscere alla matematica un ruolo cruciale per la descrizione del mondo.
Non a caso è proprio il suo il nome scelto da chi i big data li porta in superficie – è il caso di dirlo – anche dal profondo delle acque dei laghi.
Con “Pitagora” è stato infatti battezzato il nuovo progetto di monitoraggio, in tempo reale, delle acque del Lago D’Orta e del Lago Maggiore, finanziato dalla Regione Piemonte.
In sintesi, si tratta di una piattaforma tecnologica creata per la raccolta di dati chimici, biologici e meteo-idrologici, allo scopo di generare e acquisire nuove e preziose informazioni da condividere con la comunità scientifica e da ridistribuire, opportunamente rielaborate, ai cittadini.
E vista la vocazione dell’ambizioso progetto, crediamo che l’illustre matematico sarebbe stato onorato, di dedicargli il proprio nome.
Ci piace anzi immaginare che, se Pitagora fosse entrato in contatto con l’era digitale e i suoi innumerevoli prodotti virtuali, i big data, avrebbe innescato un’appassionata attività di ricerca e di studio, mirata ad escogitare un complesso di teoremi in grado di disciplinare questi stessi dati in modo da permetterne l’utilizzo.

L’utilità dei Big Data per la preservazione ambientale delle acque dolci non è del resto sfuggita nemmeno oltreoceano, come ci riporta questo articolo: nello stato di New York, un analogo sistema monitora in real time la situazione delle acque del lago George, in un progetto che vede la collaborazione di Ibm Research.
Quello dei laghi è infatti un ecosistema complesso e dinamico, dove si interseca una fitta rete di relazioni tra gli organismi animali e vegetali presenti, così come con l’ambiente circostante.
Tornando in “casa nostra”, in particolare al territorio specifico del lago D’Orta nel quale si è sviluppato il progetto Pitagora, tutto italiano, questo è stato segnato da una storia ambientale piuttosto tormentata, tanto da rendere necessario un intervento che fosse davvero risolutivo.
In un recente passato, infatti, un inquinamento di origine industriale particolarmente invasivo ha compromesso la qualità delle sue acque, rendendo necessaria un’azione di risanamento che ha incluso un intervento di liming (ovvero l’aggiunta di carbonato di calcio alle acque per neutralizzarne l’acidità).
In questo contesto, la piattaforma Pitagora offre un insostituibile sistema di misurazione ed acquisizione, prima, e di trasmissione ed utilizzo, poi, dei dati, utile al costante controllo della qualità ambientale lacustre.

Il processo include boe e sensori ad energia rinnovabile, che eseguono le misurazioni ed acquisiscono dati relativi a numerosi elementi, come l’innalzamento e l’abbassamento del livello delle acque, la loro acidità, l’influenza delle precipitazioni e molti altri, rendendoli fruibili per le analisi degli esperti ambientali.
Il volume di dati raccolti dalla piattaforma è un insieme di Big & Fast Data: oltre a costituire un patrimonio di preziose informazioni da utilizzare a scopo preventivo e gestionale, offrono un quadro, aggiornato in tempo reale, dello stato delle acque.
Una volta elaborati, i dati sono poi diffusi attraverso applicazioni mobili rivolte sia alla cittadinanza, agli amministratori e ai turisti a scopo informativo – anche nell’ottica della diffusione sempre maggiore di una sensibilità ecologica e ambientale – che a operatori del settore.
Così ‘Pitagora’, canale di raccolta, validazione e fruibilità di Big Data, riesce a disciplinare l’equazione complessa dei laghi in una forma sapiente, così come sarebbe piaciuto al filosofo Pitagora, perfetto padrino spirituale del progetto, rendendo il giusto onore al suo nome.
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www.treccani.it
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Data Scientist: come "addomesticare" i Big Data

[dropcap3]”E[/dropcap3] da grande cosa farai?”. Quante volte, ancora piccini, ci siamo sentiti rivolgere questa domanda… Se i mestieri più quotati alla fine del secolo scorso potevano essere il calciatore e la ballerina, oggi potrebbero giungere risposte inaspettate.
Quale adulto non si sorprenderebbe se, posta a un bimbo la consueta interrogazione, si sentisse rispondere: “Io voglio fare il Data Scientist!”.
E la scelta non potrebbe essere più oculata, tale da assicurare una brillante carriera lavorativa: il Data Scientist è infatti una tra le professioni destinate a una maggiore espansione nel prossimo futuro.
Non servono competenze particolari per accorgersi di quanto sempre più digitali e Big siano i dati che ci circondano: secondo le ricerche il 90% di essi è stato creato solo negli ultimi due anni e la crescita non conosce soste.
Questa accelerazione del processo di digitalizzazione ha coinvolto tutti i settori dell’industria, che hanno a disposizione enormi quantità di dati, archiviati così come sono stati ricavati. L’esigenza allora è quella di classificarli, trattarli opportunamente, analizzarli e saperne estrarre indicazioni strategiche, tali da orientare e sostenere le scelte dei soggetti economici interessati, in tutti i settori e a qualsiasi livello o dimensione.
Ecco allora che diventa necessaria la figura di un professionista specifico, il Data Scientist appunto, una sorta di addomesticatore di dati, ipertecnologico e più che mai attualizzato aruspice capace di configurare scenari futuri “leggendo” Big Data.
Il noto economista statunitense Hal Varian l’ha definita “la professione più sexy dei prossimi dieci anni”, ovvero secondo il significato inglese la più interessante e accattivante… Certamente la definizione delle caratteristiche di questo nuovo manager è ancora confusa.
Fa riflettere, a tal riguardo, l’analisi di Data Science Central che, su un campione Linkedin, ha enumerato 105 modi diversi di definire professioni legate a “Data Science” o “Analytics”: il più utilizzato è “Data Scientist”, poi “Business Analyst”, “Analyst”, “Data Analyst”, “Statistician”, “Business Intelligence manager” o “Analytics specialist”.
Questo perché il Data Scientist è una figura che riassume in sé molte competenze. Conosce la matematica, la statistica e l’informatica, inoltre possiede creatività e propensione alla comunicazione, ovvero al saper efficacemente trasmettere gli esiti della propria riflessione sui dati raccolti e analizzati.
E se non è ancora perfettamente a fuoco il profilo del Data Scientist, immaturo appare anche il mercato che dovrebbe servirsene. In effetti, se USA e Regno Unito hanno avviato da anni percorsi di formazione per questa figura, in Italia da poco si avverte il bisogno di impiegare personale specializzato nell’utilizzo dei Big Data come supporto alla determinazione delle strategie aziendali.
Nello scenario attuale inoltre la domanda di questa professionalità supera la disponibilità di risorse umane adeguatamente formate e anche il numero di aziende organizzate per sfruttare le opportunità offerte dai Big Data è passibile di un forte potenziamento nel futuro.
Per questo, se mai sentirete vostro figlio o vostra figlia esprimere il desiderio di diventare Data Scientist, incentivate senza indugi questa loro scelta.
Potrebbero diventare un eroico Teseo o una determinata Arianna che, con intelligenza e preparazione, affrontano il vasto e intricato labirinto dei Big Data, trovando, dopo aver riportato a più miti consigli tali temibili “creature digitali”, la giusta direzione per aiutare gli operatori economici a districarsi all’interno della crescente complessità globale.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– Wired.it
– Ilsole24ore.com
– Corrierecomunicazioni.it
– Rainews.it
– Technopolismagazine.it
– Panorama.it
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Performance da 10 e lode!

C’era una volta il west nei sette mari: quando due semplici chele generano performance spettacolari.

[dropcap3]C'[/dropcap3] è uno strano personaggio che si muove in un insospettabile far west in cui compie gesta degne di nota: è il Gambero Pistolero! A volte, infatti le performance più spettacolari avvengono infatti all’insaputa di tutti, come nel caso di questo strano animaletto che però non si sporca nella polvere che copre le cittadine di lande deserte, attraversate da cespugli sibilanti e sospinti dal vento… i suoi duelli, infatti, si consumano sul fondo dei mari.
Sì, proprio così! Si tratta di un piccolo crostaceo lungo circa 5 centimetri, di colore rosso, bianco e crema, con tante colorazioni da renderne difficile la classificazione per la difficoltà a distinguere la specie.Dal Mar Mediterraneo ai Tropici, non solo è conosciuto come l’animale più rumoroso dei fondali marini, ma è dotato di chele multi-funzione.
Vediamo perché: una delle sue chele, più sviluppata dell’altra, ha curiose tenaglie a forma di canna di pistola con tanto di grilletto.
Armato della sua potente chela, il piccolo gambero si nasconde per cacciare e, quando la sua disgraziata preda – granchio o pesciolino che sia – si avvicina, ecco che sbuca all’improvviso e “spara” potenti e assordanti bolle d’acqua, veri e propri proiettili in grado di tramortire e uccidere il malcapitato, che viene poi portato nella tana e mangiato.
Ma come fa questo animaletto a produrre schioccanti bolle d’acqua?
La sua tecnica di caccia sfrutta il fenomeno fisico della “cavitazione”. La chela infatti, chiudendosi di scatto e rapidamente, produce un violento spruzzo, alla velocità di circa 100 Km/h, contenente minuscole bolle (cavità) di vapore caldissimo.
È proprio quando le bolle implodono che si propaga un’onda d’urto ad alta pressione sonora (circa 80 kilopascal a 4 cm di distanza dalla chela), tale da produrre lo stupefacente rumore. Superiore a 200 dB, il rumore – che un orecchio umano può sentire perfino sott’acqua – è davvero sorprendente, se si pensa che un razzo al decollo ne produce 180.
Ma non è l’unica sorpresa che ci riserva questo prodigioso gamberetto: possiede anche l’invidiabile capacità di ricostruirsi la chela-pistola, nel caso dovesse perderla, modificando e accrescendo quella più piccola.
Inoltre, con la medesima grande chela è capace di scavare tane profonde quasi un metro, tra la roccia e nel fondo sabbioso. Continuamente allargata dallo scavo di altre gallerie, la sua tana è mantenuta pulita e in efficienza dalla costante ricerca di materiale e detriti con i quali il Gambero Pistolero ne rinforza le pareti.
E proprio la sua tana fa sì che questo gambero non sia il classico pistolero dalla vita solitaria. Infatti, privo di una buona vista e per questo facile vittima di predatori, il crostaceo più veloce del west marino stabilisce una sorta di scambio con il ghiozzo, un pesce che invece ha vista acuta, ma è incapace di scavare tane sicure. Così, mentre il gambero pistolero costruisce e mantiene la tana che ospita entrambi, il ghiozzo fa la guardia, avvisando se si avvicinano predatori.
Una coppia degna di sfidare il leggendario giustiziere Tex Willer e il suo compagno Kit Carson.
Chi, tra il gambero e Tex sparerà il proiettile più veloce (e rumoroso)?
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– It.notizie.yahoo.com
– Focus.it
– Youtube.com/watch?t=31&v=eKPrGxB1Kzc
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Si sta come d’autunno, sulle foglie, i colori…

[dropcap3]C[/dropcap3]hissà se Pantone Inc., l’azienda statunitense che si occupa della produzione e della catalogazione dei colori utilizzati nel mondo della grafica, contempla nel suo vasto catalogo tutta la gamma di tinte e sfumature con le quali si veste una foglia nel periodo autunnale, ancora abbracciata ai rami o già caduta alla base del tronco.
Senz’altro uno di questi colori potrebbe essere il MARSALA (Pantone 18-1438): scelto dalla Pantone Inc. come rappresentativo del 2015 (ne propone uno ogni anno dal 2000…), è perfetto per descrivere l’autunno macchiato di caldi colori e per introdurci alla nuova vita segreta che attende le foglie cadute…
Il fascino del manto assunto dalla vegetazione durante l’autunno stupisce chiunque lo osservi, persino uomini di scienza come David Lee, professore dell’università della Florida, che si occupa fin dal 1973 dei cambiamenti di colore associati alla presenza di vari pigmenti durante l’intero ciclo vitale delle foglie. Sua è l’affermazione «Il colore di una foglia è sottrattivo, come i colori dei pastelli sulla carta».
Durante la stagione della crescita, infatti, le foglie sono ricche di clorofilla che cattura l’energia del sole per tramutarla in nutrimento conferendo loro il tipico colore verde. E fin qui nulla di nuovo. Ma se approfondiamo ora l’argomento da un punto di vista scientifico, le cose si fanno più interessanti.
Forse non tutti sanno che la clorofilla è solo uno dei pigmenti responsabili della colorazione delle foglie, mentre gli altri riescono a emergere solo in autunno quando l’attività biologica della pianta subisce la mancanza d’irradiazione solare, l’assorbimento di acqua attraverso le radici diminuisce e le foglie si avvicinano al termine del loro ciclo vitale.
Ecco quindi che alla base del picciolo di ogni foglia inizia a formarsi lo strato di abscissione, una barriera che impedisce il rifornimento di acqua e nutrienti.
La clorofilla comincia allora a degradarsi e solo in questa fase divengono evidenti le molecole di carotenoidi (pigmenti chimici presenti ad esempio nelle carote o nel mais) che conferiscono i tipici colori giallo-bruni autunnali, e poi ancora le tinte rosso e porpora, che dipendono però da un diverso gruppo di pigmenti, gli antociani (dal greco anthos=fiore e kyàneos=blu).
Quando le foglie sono completamente rinsecchite, si formano i colori autunnali più grigi, e, quando infine i pigmenti superstiti si associano in un reticolo confuso e lo strato di abscissione alla base del picciolo diviene completo, la foglia si stacca.
Una morte inutile, dunque? Non è proprio così.
Liberandosi delle foglie, infatti, gli alberi e gli arbusti mettono in una posizione di vantaggio in previsione della stagione più fredda. Offrono minore ostacolo all’azione del vento (riducendo quindi le possibilità di sradicamento), e smaltiscono le sostanze inutili o tossiche accumulate nella chioma. Rami e radici, inoltre, traslocano nel fusto gli amidi e le sostanze minerali conservati nella chioma (soprattutto il carbonio e l’azoto), che andranno così a costituire le importanti riserve invernali di cibo. In questo modo esemplare la natura ci insegna l’arte del recupero basata su una trasformazione ciclica.
I nostri sistemi industriali, al contrario, sono lineari: assimilano le risorse e le trasformano in prodotti (e rifiuti) da vendere ai consumatori, che si sbarazzeranno poi di ulteriori rifiuti. Ecco perché i modelli sostenibili di produzione e consumo, a imitazione di quanto avviene in natura, dovrebbero essere ciclici.
Le foglie cadute, sotto forma di sostanza organica morta, riservano infine un’ultima sorpresa, consentendo il ritorno al suolo di altri, preziosi nutrienti. Con la decomposizione, infatti, i legami chimici formatisi nel corso della costruzione dei tessuti vegetali si spezzano, rilasciando energia e materiale inorganico. Batteri, funghi, acari, lombrichi fanno parte della gran varietà di organismi che sminuzzano il detrito vegetale, lo ingeriscono e ne degradando la struttura chimica e fisica originaria per poi espellerlo come sostanza inorganica.
Proprio questa andrà ad arricchire il suolo di nutrienti che, assorbiti dalle radici, saranno assimilati dai nuovi tessuti vegetali in crescita: la magica e operosa silenziosità dell’autunno.
 
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Elementi di ecologia. Di Thomas M. Smith, Robert L. Smith. Pearson edizioni.
– Verso una prospettiva eco-centrica: ecologia profonda e pensiero a rete. Di Matteo Andreozzi, Hoepli.
Nathionalgeographic.it
Focus.it
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Big Data & C.

Sono solo canzonette…e Big Data.

[dropcap3]”S[/dropcap3]ono solo canzonette” cantava Edoardo Bennato…
Erano gli anni ’80 del secolo scorso, procacciatori di talenti delle case discografiche frequentavano sperduti locali, andavano ai concerti di band sconosciute e ascoltavano ore di registrazioni amatoriali per individuare, grazie a istinto ed esperienza, la futura stella del firmamento discografico. E oggi?
L’industria discografica sta affrontando una crisi epocale, deve vedersela con lo streaming e un modello di business da correggere: la musica è divenuta digitale e il digitale è sinonimo di Social Media.
Basti pensare come, già nel 2012 secondo Next Big Sound, le interazioni generate da cinque artisti come Bruno Mars, Justin Bieber, Katy Perry, One Direction e PSY ammontavano, in una sola settimana, a 110 milioni di visualizzazioni su YouTube, 2 milioni di ricerche su Wikipedia e 1.5 milioni di like su Facebook.
Solo nel 2013 più di un miliardo di tweet hanno riguardato la musica e, tra questi, 100 milioni di tweet sono stati inviati solo dagli account di cantanti e musicisti.
Ecco allora che l’analisi costante delle interazioni sui social è diventata fondamentale per la raccolta di dati che aiutino gli operatori del settore a capire e a orientare il mercato.
Diverse aziende, come ad esempio la Universal Music, hanno quindi sviluppato, in collaborazione con società specializzate nei Big Data, sofisticati software allo scopo di creare un predictive profiling del fan musicale, non solo per comprenderne personalità e gusti ma, soprattutto, per studiarne le affinità con prodotti di largo consumo allo scopo di scegliere, tra gli artisti, quello più amato e utilizzarlo come testimonial in operazioni di marketing.
Anche Shazam è un’altra fonte ricca di dati, contenendo 25 milioni di tracce che creano interazioni tra più di 450 milioni di persone a livello globale. Di queste circa 90 milioni ogni mese taggano 17 milioni di canzoni, generando oltre il 7% delle vendite di Apple Music. E grazie a questo immenso bacino di informazioni, gli analisti di Big Data sono in grado di capire, con mesi di anticipo sul mercato, quali canzoni funzioneranno e quali no, quali saranno i prossimi successi e persino dove si diffonderanno.
Se una canzone piace, gli algoritmi prediranno che la prossima hit potrebbe essere una canzone simile, con un rischio implicito, certo: la musica, seguendo questo “ritmo”, rischia sempre più di assomigliarsi tutta. 
In base ai risultati di un recente studio fatto dal sito SeatSmart, i testi delle canzoni americane di maggior successo degli ultimi dieci anni appaiono infatti semplici e ripetitivi, utilizzando un lessico di sole 300 parole, a livello di un bambino di terza elementare, per intenderci.
E tuttavia, per ora, questo dato sembra importare poco, poiché nel mondo della musica la domanda che assilla i discografici è unica: quale sarà la prossima canzone che la gente vorrà ascoltare?
Così, oltre a Twitter e Shazam, anche Spotify, Pandora e perfino le ricerche su Wikipedia divengono proficue fonti di Big Data “musicali” per riuscire a individuare chi sarà la nuova, brillante stella internazionale e cosa dovrà cantare.
Ma… c’è sempre un ma. Anche se i Big Data sono una risorsa nella crisi del mercato discografico, la qualità delle canzoni e la raffinatezza degli artisti non sono (ancora) misurabili con formule matematiche.
Gli algoritmi, infatti, ottimizzano l’esistente e non lasciano spazio a variabili fuori controllo, mentre l’opera d’arte è per sua natura impalpabile, non misurabile e soprattutto non prevedibile.
E siamo quindi certi che, anche nell’universo ordinato dei Big Data, ciascuna nota all’apparenza impazzita, magari in un sound “incontenibile” riuscirà ancora ad incrinare l’inflessibilità delle statistiche, nella sonorità di un talento imprevedibile.
Almeno fino al prossimo algoritmo!
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