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Big Data & C. Data Complexity & Big Data

Big Data: facciamo un po’ di chiarezza? Di Anna Pompilio

Il mondo, il nostro mondo, esiste dalla notte dei tempi, ma ogni giorno noi dobbiamo crearlo di nuovo.
Se noi non camminassimo sulla terra, essa non esisterebbe.

Breyten Breytenbach

[dropcap3]N[/dropcap3]el primo articolo di questa rubrica abbiamo cominciato ad esplorare i problemi legati alla complessità dei dati nelle organizzazioni. In questo secondo post la domanda è invece una sola: cosa è (o cosa non è) Big Data?
Dati (complessi) e Big Data hanno spesso lessico simile, radici comuni, iconografia quasi indistinguibile e rotte di confluenza semantica. Esiste dunque un “rischio di confusione” tra i due insiemi, che se pure dovesse infine sfociare in un approfondimento dei secondi rispetto ai primi non di rado porta a presunzioni del tipo: “le cose che facciamo nella nostra azienda non riguardano i Big Data”.
Una linea di pensiero che implica non solo la perdita di opportunità, di valorizzazione e di crescita dell’azienda o del Gruppo, ma che potrebbe condizionarne la stessa sopravvivenza. Se infatti le tecnologie digitali permettono oggi, a chi si è adeguatamente attrezzato, di prendere decisioni consapevolmente e velocemente, come si può pensare di competere nel mercato di riferimento utilizzando vecchie logiche e strumenti obsoleti? Non dimentichiamo che esistono interi settori della nostra economia il cui lessico comune è Ordine di Servizio .
[bctt tweet=”La prima chiave dell’innovazione: fare le stesse cose in modo diverso. ” username=”MapsGroup”]
Del resto l’abbiamo già detto: faremo sempre di più le stesse cose ma in modo diverso. Ma fare le stesse cose in modo diverso non è mai stata faccenda di poco conto.
[highlight]I fondamenti di un progetto di Big Data[/highlight]
 
Big data is sexy dice Bernard Marr e in effetti sembrerebbero avere quel certo je ne sais quoi che li rende quasi irresistibili. Se non possiamo ignorarne il fascino e la portata innovativa, è vitale tuttavia interrogarsi sulla reale applicabilità al contesto specifico.
Quali sono dunque gli elementi (minimi) necessari da tenere in considerazione nell’analisi dei potenziali scenari di sviluppo in ambito Big Data, per la nostra organizzazione?
Ne abbiamo individuato due che ne chiariscono l’essenza (l’essenza delle cose, ciò che le cose sono, è costituita dalle proprietà che la caratterizzano) e la forma (l’insieme strutturato dei suoi caratteri essenziali):

  1. Scala. Quando parliamo di Big Data ci riferiamo a una gigantesca mole di dati eterogenei, non strutturati, prodotti da molte sorgenti differenti, le cui caratteristiche primarie sono: volume, velocità, varietà, variabilità, veridicità e complessità. I Big Data offrono dunque (attraverso piattaforme IT che raccolgono, aggregano, analizzano ed estraggono informazioni personalizzabili) la possibilità di accedere ad una serie molto ampia di dati provenienti da fonti diverse, interne ed esterne all’organizzazione (archivi aziendali, database e filesystem, blog  e social media, dati internet delle grandi web company), per l’analisi e il supporto alle decisioni.
  2. Ontologia. L’ontologia racchiude “una schematizzazione concettuale (rappresentazione di un modello di un dominio dato) di natura esplicita e non ambigua, formalmente espressa in un linguaggio conosciuto secondo una conoscenza condivisa”  (Dati, bigdata e città intelligenti. Riflessioni e caso studio per monitoraggi ambientali – Giacomo Chiesa, Dipartimento DAD, Politecnico di Torino).

[bctt tweet=”Fondamenti di un progetto Big Data: scala e ontologia.” username=”MapsGroup”]
In una modalità di elaborazione dati “tradizionale” basata su database strutturati, l’ontologia dei dati e delle variabili è fondamentale per poter procedere con l’analisi e il confronto tra le informazioni. È anche indispensabile che i dati siano omogenei e ordinati per poter essere utilizzati e processati. Tuttavia, gli strumenti che operano su grandi dataset non hanno necessariamente bisogno dell’operazione di estrazione, trasferimento e carico dei dati per l’analisi. In altre parole si presume  “che i dati non siano omogenei e ordinati – anzi, si assume che siano troppo ingenti per poterli ripulire prima di processarli” (Mayer-Schönberger and Cukier, 2013).
Non esiste dunque per i Big Data l’ontologia ma molteplici ontologie: a quella tradizionale si può aggiungere ad esempio un’ontologia capace di rappresentare e relazionare tra loro informazioni riguardanti le comunità online (blog, wiki, forum, mailing list, ecc.) oppure di descrivere dati riguardanti le persone e le loro relazioni (anagrafe).
Dal punto di vista IT esistono ontologie (informatiche) standard il cui uso permette di aumentare il livello di interoperabilità semantica – ossia “la capacità di elaborare informazioni da fonti esterne o secondarie senza perdere il reale significato delle informazioni stesse nel processo di elaborazione”.
Uno degli esempi a cui spesso si ricorre quando si parla di Big Data è il caso Wal-Mart che rappresenta una delle best practice più popolari nell’utilizzo di questi ultimi. […] Wal-Mart è la più grande catena di distribuzione di beni di consumo del mondo, nonché la prima azienda della classifica di Fortune 500. Ogni ora colleziona dati relativi a circa un milione di transazioni commerciali e li relaziona a fattori quali tempo, luogo, combinazione nel carrello, disponibilità a magazzino, frequenza di acquisto, etc. Se un cliente ha acquistato in passato un barbecue e spesso compra prodotti accessori, molto probabilmente sarà interessato ad articoli non ancora acquistati. Analizzando la disponibilità a magazzino, le informazioni meteo, i dati di localizzazione degli smartphone etc., il sistema invierà dei buoni per invogliare il cliente all’acquisto, ma solo se possiede un barbecue, il tempo nel weekend sarà bello e si trova in un raggio di tre miglia dal negozio.[…].
Gli esempi possono essere tuttavia infiniti, così come le possibili applicazioni ma estrarre il valore tangibile dai Big Data è possibile solo a patto che l’azienda si sia fatta prima (senza psichismi) le domande giuste, quelle rispondenti alle logiche di Business (è già cliente? ha acquistato un barbecue?), e che si continui  anche dopo (ci sarà il sole nel weekend?), in un processo iterativo che porta all’esplorazione dinamica dei nodi di conoscenza via via che le informazioni si rendono disponibili.  (Nel 2013 Walmart scoprì che prima di un uragano le vendite delle strawberry pop-tarts aumentavano del 700% e da allora, se il meteo minaccia tormenta, le strawberry pop-tarts vengono spostate vicino alle casse, per dire).
[bctt tweet=”Il valore dei Big Data: rispondere correttamente alle domande giuste.” username=”MapsGroup”]
Qualcuno potrebbe ancora chiedersi, giunti a questo punto, ma qual è il vero elemento di novità relativamente ai Big Data?
La migliore risposta, finora, mi pare di intravederla nelle parole dello scienziato Alessandro Curioni : “quello dei Big Data non è un metodo ma un approccio alla ricerca. Certo, servono le ontologie giuste, servono scienziati esperti in grado di costruire le mappe in modo da suggerire alcune dinamiche di base. Ma la qualità della ricerca prima che nella capacità di elaborare ipotesi si concretizza nella formulazione delle domande. Proprio per questo, i big data oggi sono prima di tutto un approccio alla conoscenza.
Dunque – ce lo insegna in primo luogo la semantica – si può descrivere un concetto anche a partire dal confine che lo distingue dall’orizzonte di significati e significanti che lo circondano, identificando in primo luogo ciò che non è, e da lì partire per successive inferenze. A proposito: nemmeno l’informatica e le scienze legate all’innovazione tecnologica sono esenti da questo semplice (all’apparenza) postulato.
Ma per alleggerire un po’ il registro della nostra conversazione, vorrei portare un altro esempio, che potrà sembrare fuori tema, e invece non lo è. Si tratta di un aneddoto. 😉
La storia è questa: ero alla Basilica di Massenzio per il Festival delle letterature 2016 per festeggiare il 100° libro di Camilleri (L’altro capo del filo) e sul palco ad omaggiarlo c’erano Lella Costa e Renzo Arbore che ha raccontato diversi aneddoti divertenti legati al suo lavoro, tra cui un episodio esilarante che coinvolgeva Mario Marenco, attore, umorista, architetto e designer italiano.
Durante la trasmissione radiofonica “Alto gradimento”, raccontava Arbore ancora divertito dal ricordo, si decide di affidare a Marenco un ennesimo personaggio, un micologo. Arbore e Boncompagni pensano che la sua passione nell’inventare termini in latino sia ideale per i nomi dei funghi. Marenco arriva al momento di andare in onda, senza aver preparato nulla, ed esordisce con: “allora per prima cosa distinguiamo tra funghi e non funghi. Sono non funghi: la sedia, l’automobile, la libertà, la lavatrice, il cavallo…” :-). Sono andati avanti per una settimana, e senza mai dire – e intendo MAI – il nome di un solo fungo. Nemmeno il più piccolo fungo del mondo.
Senza arrivare a un tale paradosso, parlando di Big Data, si può anche partire dall’approccio apofatico alla Marenco: cosa NON è Big Data?
Mettiamola così: se NON sono presenti neanche i due elementi descritti all’inizio, allora potrebbero NON essere Big Data (magari potrebbero essere funghi?). Ma quello che è certo è che non basta la richiesta ai Sistemi Informativi aziendali di un’installazione di Hadoop o la sostituzione di una soluzione SQL con una NoSQL per definire un progetto “in ambito Big Data”.
Prendiamo appunti. Per il prossimo articolo!

Anna Pompilio

[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

www.ap-institute.com
www.dataskills.it
http://nova.ilsole24ore.com
https://it.wikipedia.org
www.linkedin.com
www.dezyre.com
http://bridg.com
[/boxed_content]

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Big Data & C.

Big Data & Dintorni: mini-sitografia sulla complessità e la digitalizzazione. A cura di 6memes.

[dropcap3]I[/dropcap3]l tema della complessità e della molteplicità dei dati e delle informazioni disponibili – in realtà e in potenza – è sempre più frequente argomento di dibattito, soprattutto (ma non solo) quando si parla di Innovazione Tecnologica e di Internet of Thing.
Sono argomenti, ça va sans dire, complessi e di non facile interpretazione, ma ricchi di spunti e – perché no – di suggestioni. E che riguardano soprattutto pratiche di ottimizzazione, controllo e governance non solo di organizzazioni complesse, ma anche e soprattutto di settori interi delle nostre società, a livello globale. Si tratta dunque di questioni che non devono e non possono essere ignorate, e che debbono essere portate all’attenzione di tutti, opinione pubblica compresa.
Abbiamo così pensato di raccogliere in questa mini-sitografia – in realtà una vera e propria lista i principali articoli e le fonti più consultate dal nostro Blog, così da condividerne la conoscenza e incentivare la natura “sertendipitica” dei nostri lettori.
I temi sono i più diversi: dagli Open Data alla digitalizzazione della cultura, dalle Performance alla Conoscenza, sempre alla ricerca di un’unica cosa: un filo di Arianna da seguire in questo Labirinto di informazioni.
Un’unica avvertenza, prima di consultare la Lista: l’ordine è quello alfabetico, e non di rilevanza. Buona… passeggiata. 🙂
SITOGRAFIA
www.agid.gov.it/agenda-digitale/open-data
www.archeomatica.it
www.armsglobe.chromeexperiments.com
www.blog.okfn.org/
www.bologna.repubblica.it
www.corrierecomunicazioni.it/agricoltura-iot-e-big-data-i-nuovi-alleati-in-campo
www.corrierecomunicazioni.it/assicurazioni-auto-il-futuro-e-nei-big-data
www.corrierecomunicazioni.it/come-cambiano-le-assicurazioni-ai-tempi-dei-big-data
www.culturadigitale.it/wp/biblioteca-digitale
www.culturadigitale.it/wp/digitalizzazione
www.data.gouv.fr
www.data.gov.uk
www.dati.comune.matera.it
www.datiopen.it/it/opendata-per-tematica
www.dati.piemonte.it
www.drones.pitchianteractive.com
www.engage.it/blog/big-data-sport-le-regole-un-oro-data-driven
www.ec.europa.eu/digital-agenda/en/open-data-portals
www.ec.europa.eu/programmes/horizon2020/
www.forumpa.it
www.ilsole24ore.com
www.industriaitaliana.it
www.infodata.ilsole24ore.com
www.informationweek.com
www.lastampa.it/2016/08/18/sport
www.lineaamica.gov.it/opendata
www.log.debiase.com
www.millepiani.eu
www.opendatafoundation.org
www.opendatahandbook.org
www.rainews.it
www.regione.emilia-romagna.it
www.sas.com
www.schoolofdata.org

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Big Data & C. Data Complexity & Big Data

Integrazione dei dati nei sistemi interconnessi: il caso degli acquisti di gruppo. Di Anna Pompilio

Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza?
Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?
(T.S. Eliot, The Rock, 1934)

 
[dropcap3]A[/dropcap3] detta di Google ogni anno vengono prodotte 40 Exabyte di nuove informazioni, enormi quantità e varietà di dati permeano la nostra vita e ci obbligano di fatto a ripensare le cose da fare, non perché siano superate o non si possano più fare ma per rispondere ai cambiamenti prodotti dalla digital transformation. Faremo sempre più le stesse cose ma in modo diverso, in una prospettiva sempre più data-driven, basata cioè sui dati.
Anche in questo Blog, 6Memes, dedicato all’opera Six Memos for the Next Millennium (Le “Lezioni americane”) di Italo Calvino, si cerca di “mettere a nudo le potenzialità dei Dati, traducendoli nei linguaggi dell’Uomo: Cultura, Natura, Economia, Arte e, perché no, Ironia” e non solo in teoria ma anche in pratica attraverso i Virtual Labs.
Scopo dei Labs, repetita iuvant, è quello di “fornire esempi concreti di progetti, esperienze, case study tenendo conto dello scenario sociale, economico, tecnologico e culturale nel quale nascono e si sviluppano, al fine di analizzarne possibili applicazioni e prospettive future per aziende e pubblica amministrazione”.
[highlight]Integrare i dati è ancora un problema irrisolto[/highlight]

[dropcap3]Q[/dropcap3]uesto primo laboratorio tocca un argomento, l’integrazione dei dati in sistemi interconnessi (come possono essere ad esempio le aziende che fanno parte di un Gruppo), che continua a mietere vittime tra esperti – di analitycs, di codice sorgente, di database, di interfacce di integrazione, di cloud, di infrastrutture di rete ecc. – e non solo.
Uno dei motivi è quasi banale: vista la varietà, la variabilità e il volume dei dati comunemente oggetto di integrazione, affinché si possano fare tutte le necessarie elaborazioni, oltre che disponibili le informazioni devono essere in grado di riconoscersi, devono cioè “parlare la stessa lingua”. Ma come per l’apprendimento di una lingua anche il colloquio tra sistemi diversi richiede mesi, a volte anni, di studio e lavoro. La velocità e veridicità si ottiene, in tal caso, a condizione di non avere troppa fretta.
[bctt tweet=” Il colloquio tra sistemi diversi richiede mesi, a volte anni, di studio e lavoro.” username=”MapsGroup”]
Tipicamente poi, nei rapporti tra aziende di un gruppo, l’ambito in cui ci si muove è uno scenario complesso in cui i vari referenti sono chiamati a intervenire per la responsabilità dei dati di propria competenza, in un contesto fatto di ambienti tecnologici eterogenei, di posizioni di forza interne all’organigramma, di differenti partner IT (per i prodotti, per i servizi e le infrastrutture, per la gestione dei sistemi, …).
Uno scenario in cui i giocatori in campo hanno motivazioni intrinseche, necessità, saperi, interessi e obiettivi diversi, spesso in contrapposizione, e in cui le dinamiche in gioco sono molteplici e quasi mai esplicitamente dichiarate. In un simile pot-pourri, anche qualora i vantaggi dell’integrazione siano noti e condivisi, far parlare le informazioni resta ancora il problema minore: superare lo scoglio organizzativo, ripensando magari i processi, è invece il primo passo e forse il più doloroso.
[highlight]L’esperienza degli acquisiti di Gruppo.[/highlight]

[dropcap3]O[/dropcap3]ltre a muoversi in un quadro di riferimento complesso c’è anche da dire che il processo di acquisizione di nuove tecnologie all’interno di un gruppo non sempre segue un identico andamento: società diverse possono trovarsi, nello stesso momento, in punti differenti della curva.
Carlo Ratti, parlando di Big Data ha detto “I Big Data sono quello che non riuscite a mettere in un foglio Excel” con una illuminante definizione che condivido e ritengo possa essere applicata a qualunque organizzazione si trovi ad affrontare una complessa gestione di dati in cui i due estremi continuano ad essere un foglio Excel e un database. In qualche modo tutto funziona, almeno finché queste due visioni non si fronteggiano.
Quando invece si scontrano è perché la spinta al cambiamento (di norma imposta “dall’alto”) è focalizzata per lo più sugli aspetti tecnologici e sull’adozione di “nuovi strumenti”, nonostante anni di letteratura sulla condivisione, sulla partecipazione o il change management dovrebbero averci insegnato qualcosa in più sulla necessità di mediazione tra manager, programmatori, analisti, data scientist, ecc. per evitare frizioni, opposizione e mancato utilizzo.
[bctt tweet=” La necessità, in tema di integrazione di dati, è quella del colloquio tra sistemi diversi.” username=”MapsGroup”]
Supponiamo ora, per tornare al nostro caso, che all’interno delle aziende del gruppo gli ordini di acquisto dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale, caschetti di plastica gialla e scarponi antinfortunistici, per intenderci) vengano gestiti in due modi: dalla Holding attraverso un sistema basato sulla personalizzazione di un modulo ERP e da un’azienda del gruppo che invece fa uso di un’applicazione web sviluppata ad hoc.
Nel secondo caso oltre all’ordine, l’applicazione web gestisce anche le assegnazioni dei DPI e le disponibilità di magazzino. I due sistemi sono stati adottati in tempi diversi per cui nel momento in cui si decide che tutte le aziende del gruppo debbano utilizzare un unico sistema per la gestione degli ordini (il modulo ERP), si rende di fatto obsoleta una delle funzionalità web, restando invece in essere la parte di assegnazioni e magazzino.
In un’ipotesi del genere, l’integrazione dei dati tra i due sistemi diventa essenziale: l’ordine (il dato) proveniente dall’ERP di casa madre, deve necessariamente parlare con il magazzino dell’azienda del gruppo per evitare la ridondanza (in caso contrario bisognerebbe inserire manualmente il dato due volte in due sistemi diversi) e consentire quantomeno la gestione del pregresso: i dati inseriti in precedenza vanno conservati.
Ma se facciamo ancora un passo avanti e ci adoperiamo affinché il sistema di gruppo riceva a sua volta le informazioni di ritorno dal magazzino, si potrebbero agevolmente fornire al produttore di DPI le tempistiche dei nuovi ordini in sostituzione dei dispositivi in scadenza o obsoleti e quest’ultimo potrebbe di conseguenza pianificare la sua produzione accorciando i tempi di consegna.
[bctt tweet=”L’integrazione dei dati ha un impatto positivo sia sulle singole persone e aziende che sulla Società.” username=”MapsGroup”]
Se poi, continuando questo circolo virtuoso, anche la società di smaltimento dei DPI (obsoleti o scaduti) potesse accedere alle stesse informazioni per programmare l’eliminazione o il riuso dei dispositivi e, a sua volta, volesse condividere i dati relativi al tracciamento dello “scarto”, ecco che allora la condivisione e l’integrazione del dato avrebbe un impatto non solo sulle persone, sul lavoro, sulle aziende, ma anche sui temi sociali (ne abbiamo parlato anche qui).
Se si concorda dunque sulla necessità di un colloquio, il problema diventa una questione squisitamente informatica: come far parlare i sistemi, ma se ci si interroga ancora sul perché investire per valorizzare i dati allora forse il buon T.S. Eliot non aveva tutti i torti.
Anna Pompilio
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

https://it.wikipedia.org/wiki/Exabyte

https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Ratti
[/boxed_content]

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Big Data. Perché (e come) proteggere la privacy?

[dropcap3]A[/dropcap3]bbiamo già affrontato il nodo Big Data e sicurezza e le misure da adottare per garantire la protezione dei dati.
Ma perché occorre proteggerli? Quali minacce possono derivare alle persone da un uso non regolamentato dei Big Data?
Ogni individuo lascia “scie” di dati dietro di sé, il più delle volte in modo inconsapevole. Le azioni compiute online e i dati che viaggiano sul web vengono registrati e analizzati per ricavarne informazioni: gli utenti vengono profilati in base a come trascorrono il loro tempo libero, a che musica ascoltano, ai luoghi che visitano, al lavoro che fanno, alle abitudini alimentari, a ciò che comprano online. E ancora: tramite l’analisi dei social network, è possibile monitorare le loro opinioni sui temi del momento, e farne oggetto di previsioni e strategie future di marketing, da parte, ad esempio, delle aziende.
Una società misurabile, insomma, dove ogni comportamento online può essere studiato, fornendo preziose informazioni qualitative e quantitative, che a loro volta trovano diverse applicazioni. Per esempio sono utilissime per creare annunci mirati di marketing o per minuziosi customer profile. E abbiamo già visto, ad esempio, come i dati potrebbero essere utilizzati – in un futuro neanche troppo lontano – dalle compagnie assicurative per creare polizze ad personam.
Il punto di rottura in questo contesto è rappresentato dal fatto che i Big Data possono essere disponibili anche a un’utenza non specializzata e non tecnicamente preparata.
La già citata scia di dati che lasciamo sul web può rimandare infatti a informazioni riconducibili a specifici individui, rendendo noti ad esempio nome e cognome, indirizzo IP, data di nascita.
Il vero pericolo si ha quando è possibile unire diverse informazioni provenienti da diverse fonti: per esempio dati sanitari, spese online, metodi di pagamento, opinioni espresse. Una profilazione sempre più puntuale e analitica che comporta il rischio di limitazioni alla libertà personale o di discriminazioni (in base allo stato di salute, per fare un solo eclatante esempio).
[bctt tweet=”Una società misurabile dove ogni azione compiuta online può essere studiata…” username=”MapsGroup”]
Più volte il tema Big Data e privacy è stato al centro di dibatti in sede europea. Nel mese di maggio 2016 è stato emanato il nuovo regolamento sulla protezione dei dati che entrerà in vigore a partire dal 25 maggio 2018.
La normativa europea – rivolta a tutti i soggetti titolari di dati – ruota attorno a diversi punti cardine che hanno lo scopo di garantire la massima protezione dei dati sensibili in tutti i Paesi membri, assicurando che le leggi nazionali dei singoli stati non abbassino gli standard definiti.
Le novità principali riguardano vari aspetti, tra cui l’introduzione della figura del Data Protection Officer (DPO), il responsabile della protezione dei dati; il Diritto all’oblio, ovvero la possibilità di ottenere la rimozione completa dei propri dati da uno specifico servizio; la Privacy by design (per cui le misure di protezione devono essere previste sin dalla fase di progettazione), e la Privacy by default che vincola il trattamento dei dati alle finalità previste e per i tempi strettamente necessari. Infine, il Principio di accountability, in base al quale il titolare del trattamento dei dati dovrà dimostrare di adottare politiche adeguate al Regolamento.
I passi mossi a livello europeo sono significativi, in quanto segnale di una presa di coscienza collettiva sul grande potenziale dei Big Data e – allo stesso tempo – sui rischi derivanti da un uso non sapientemente regolato.
Ma, analizzate e opportunamente limitate le minacce alla privacy, occorre dire che sono molteplici anche i vantaggi; nel prossimo articolo di questa rubrica vi mostreremo come i Big Data, per esempio, possono essere alla base di efficaci sistemi di prevenzione del crimine.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.garanteprivacy.it
http://owlitalia.com
www.corrierecomunicazioni.it
[/boxed_content]

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Big Data & C. Performance da 10 e lode!

Quale futuro per la Pubblica amministrazione italiana alla luce della riforma Madia? Intervista al Prof. Enrico Deidda Gagliardo

[blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Il concetto di valore pubblico e la partecipazione dei cittadini, la centralità delle nuove tecnologie interattive nel processo di riforma del comparto pubblico sono temi più che mai rilevanti e attuali.

Approfittando della sua disponibilità, Natalia Robusti, per conto di 6MEMES, ha posto in merito alcune domande al Prof. Deidda Gagliardo, docente di Programmazione e Controllo delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l’Università degli Studi di Ferrara, toccando tematiche di grande attualità, tra i quali le performance e la trasparenza nelle PA.

 
[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Uno dei temi del nostro blog riguarda le performance delle organizzazioni: dal punto di vista delle performance quali sono le sfide principali che la PA italiana dovrà affrontare nel prossimo futuro?

Dopo la riforma Brunetta molte pubbliche amministrazioni si sono cimentate nella scomposta misurazione e valutazione di migliaia di performance organizzative specifiche, per il tramite delle performance individuali dei propri dirigenti e dipendenti, troppo spesso non coordinate tra loro e non finalizzate verso uno scopo istituzionale superiore. Occorrerebbe, invece, dare alle suddette performance un senso ed una direzione unitaria.
Diviene, quindi, fondamentale avere una visione sistemica e finalizzare le performance sia individuali che organizzative verso lo scopo nobile del mantenimento delle promesse istituzionali di mandato fatte dai Sindaci dei Comuni, dai Governatori delle Regioni, dai Rettori delle Università, e così via: ma mantenere le promesse di mandato e realizzare le politiche istituzionali non è utile, se gli effetti delle stesse non si traducono in un reale miglioramento delle condizioni di vita delle comunità di riferimento ovvero, in altri termini, nella creazione di Valore Pubblico.

Lei è stato uno dei precursori del concetto di Valore Pubblico, può spiegarne il significato ai nostri lettori?

[bctt tweet=”Il Valore Pubblico rappresenta il soddisfacimento equilibrato sia delle esigenze finali della comunità di riferimento sia di quelle funzionali dell’ente.” username=”MapsGroup”]
Penso da sempre che la missione di ogni amministrazione pubblica sia la creazione di Valore Pubblico a favore dei propri cittadini-utenti e stakeholders.
Un ente può creare Valore Pubblico se è in grado di gestire in maniera razionale le scarse risorse economiche a disposizione e se contestualmente riesce a valorizzare il proprio patrimonio intangibile, oltre che tangibile, in modo funzionale al soddisfacimento delle esigenze sociali sia dei cittadini-utenti, sia degli stakeholders.
Per Valore Pubblico intendo, dunque, il soddisfacimento equilibrato sia delle esigenze finali della comunità di riferimento sia delle esigenze funzionali dell’ente, soprattutto nei tempi di crisi economica e sociale che stiamo ancora vivendo.
E questo concetto ci aiuta a proiettarci anche nel futuro: il passaggio dall’egoistico soddisfacimento delle sole esigenze attuali dei cittadini all’adozione di comportamenti sostenibili, ovvero tesi a preservare le possibilità di soddisfacimento anche delle generazioni future, risponde ad un sacrosanto principio di equità intergenerazionale.
Se poi proviamo a calare il concetto di Valore Pubblico nella realtà degli enti territoriali locali, possiamo anche trovare una risposta alla domanda ricorrente su come generare sviluppo per i territori in tempo di crisi.Partiamo da un’analisi dei possibili comportamenti dei Comuni.
 
pubblica-amministrazione-italiana
[/boxed_content] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Dato per scontato che i comportamenti caratterizzati da sprechi economici e bassa attenzione ai bisogni della comunità di riferimento (Quadrante 1) spingono inesorabilmente i Comuni verso il baratro del fallimento istituzionale, questi ultimi devono anche evitare comportamenti esclusivamente orientati alla ricerca del consenso elettorale (purtroppo la ricerca miope del consenso realizzata negli anni ‘80 e ‘90 ha generato un’impressionante voragine nei bilanci pubblici – Quadrante 2) o comportamenti guidati dalla cieca frenesia dei tagli lineari alla spesa pubblica (l’economicità miope della stagione di “spending review” ha determinato un drastico peggioramento della qualità dei servizi pubblici – Quadrante 3). Occorre, dunque, un mix equilibrato di economicità e socialità, che poggi sulla riscoperta e sullo sfruttamento del patrimonio intangibile, oltre che tangibile, dell’ente e del suo territorio; e a tal proposito diviene necessario determinare scientificamente quale sia nell’ente il livello di economicità effettivamente compatibile con la salvaguardia e lo sviluppo anche sociale dei territori, facendo leva sul proprio patrimonio tangibile e intangibile (Quadrante 4).

Insomma, facendo leva sui valori intangibili è più probabile accrescere la salute economica del Comune e, per tale via, la sua capacità di soddisfare le esigenze sociali del proprio territorio. Ma quali sono i valori intangibili di cui parliamo?

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute organizzativa che esprime l’insieme dei punti di forza di tipo organizzativo dell’ente quali, ad esempio, la cultura aziendale, il know how, le banche dati, le reti, le strutture ed i processi organizzativi funzionali agli obiettivi, oltre al c.d. benessere organizzativo.
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute professionale o delle risorse umane che esprime il livello di conoscenza, competenza, capacità, potenziale di crescita, motivazione, ecc., delle risorse umane dell’ente.
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute relazionale che esprime la capacità di governo delle relazioni interne (ad esempio tra politici e dirigenti) ed esterne (con gli operatori del territorio, con gli stakeholder in generale);
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute empatica che consiste sia nella capacità di individuare preventivamente esternalità negative – ad es., rischi di alluvioni, sacche di povertà, ecc.– e di contrastarle, sia nella capacità di individuare preventivamente esternalità positive – ad es., finanziamenti comunitari– e di sfruttarle a proprio vantaggio).
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore evolutivo che esprime il potenziale di innovazione e sviluppo dell’ente locale (ad es., il livello di digitalizzazione).
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore ambientale che esprime la compatibilità delle azioni dell’ente con il rispetto e la valorizzazione dell’ambiente;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore della integrità intesa come il livello di prevenzione e contrasto alla malamministrazione ed alla corruzione.
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore della trasparenza (ossia, la capacità di rendere visibile a 360° l’ente, nella sua organizzazione, nei suoi soggetti rilevanti, nelle sue attività, nei suoi atti, nei suoi risultati, nell’uso delle risorse ecc..).

Si parla sempre più spesso di trasparenza e rendicontazione al cittadino, qual è il suo pensiero su questi temi? Serve più trasparenza, più rendicontazione? Oppure sono falsi problemi?

Sono problemi reali perché testimoniano esigenze non ancora adeguatamente soddisfatte. Le amministrazioni autoreferenziali, ossia quelle che rendicontano in modo non trasparente ma soprattutto non comprensibile, l’uso che fanno del denaro dei cittadini pagheranno sempre di più il prezzo della loro disaffezione al bene comune, perdendo il loro ruolo istituzionale di guida e punto di riferimento delle comunità.

Nella creazione di valore pubblico è prevista la partecipazione degli stakeholders del territorio (cittadini, associazioni, aziende), sia in fase progettuale che di rendicontazione?

Bisogna ridisegnare le città insieme ai cittadini, alle imprese, alle altre PA e agli altri stakeholders. Occorre creare Valore per il territorio insieme al territorio. In tal senso, proprio per contrastare la disaffezione civica di cui abbiamo parlato prima, diviene strategico coinvolgere gli utenti, gli stakeholders e più in generale i cittadini prima nella co-programmazione degli obiettivi da realizzare, poi nell’eventuale co-gestione dei servizi, quindi nel co-monitoraggio dei risultati, infine nella co-valutazione dei contributi dell’ente e del territorio alla creazione di Valore Pubblico per il territorio.
[bctt tweet=”Bisogna ridisegnare le città con i cittadini, le imprese, le altre PA e gli altri stakeholders. ” username=”MapsGroup”]

Il valore pubblico sarà tanto più alto quanto più sarà attuata la normativa sulla trasparenza e sull’anticorruzione. Secondo lei le pubbliche amministrazioni italiane sono sulla buona strada?

L’attuale panorama degli Enti Territoriali Locali (ma anche delle PA italiane dei diversi comparti) mostra purtroppo bassi volumi di Valore Pubblico generato, anche in ragione dell’elevato livello di Valore consumato o addirittura distrutto da negativi fattori di contesto esterni ed interni. L’effetto dell’incapacità di molti Enti Territoriali Locali di essere baluardo di legalità, perno della tenuta economico–sociale e volano dello sviluppo è stata, negli ultimi anni, la radicalizzazione della crisi economico–finanziaria e l’espansione dei suoi pesanti riflessi sociali nei territori.
Per vincere la sfida dello sviluppo in tempo di crisi è necessario:
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] anzitutto, eliminare progressivamente i fattori che erodono il valore potenziale (che possiamo chiamare “disvalori pubblici”): ossia ad esempio, l’eccesso di complessità burocratica; la gestione frammentaria e disorganica delle risorse; la piaga della corruzione; gli sprechi di risorse pubbliche e il mancato rispetto delle promesse di mandato e degli obiettivi programmati; la deresponsabilizzazione dei politici e dei dipendenti pubblici sui punti precedenti; la penombra dei comportamenti pubblici; la disaffezione dei cittadini verso la politica;
 [icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] in seguito, predisporre le condizioni per ricominciare a creare valore economico–sociale per la collettività con azioni dirette, ad esempio: alla semplificazione; alla governance integrata delle risorse; alla prevenzione e monitoraggio della corruzione; al miglioramento delle performance quantitative, qualitative, temporali, con aggancio delle valutazioni individuali alle performance dell’ente; alla trasparenza dei comportamenti pubblici; alla partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche.

Ci sembra che il concetto di creazione di valore pubblico implichi una cultura “2.0” della PA, quindi sempre più interattiva rispetto alle sollecitazioni interne (uffici e staff) che esterne. E’ così?

Ha colto nel segno. Le buone intenzioni e i buoni modelli nulla potranno se non voleranno agili e veloci sulle ali della digitalizzazione. In tal senso, fa ben sperare l’articolo 1 della Legge n. 124 del 2015 che richiede, tramite un decreto attuativo, di “definire i criteri di digitalizzazione del processo di misurazione e valutazione della performance per permettere un coordinamento a livello nazionale”.
Immagino un giorno in cui i cittadini possano scegliere l’amministrazione da cui farsi erogare i servizi consultando on line il rating e il ranking del Valore Pubblico da esse creato. Sogno un giorno in cui i cittadini possano davvero partecipare digitalmente alla co-programmazione degli obiettivi del proprio comune, magari negoziando responsabilmente i benefici attesi e i sacrifici che sono disposti a sopportare per ottenere i primi.

Da quale esigenza è nata l’idea del Master PERF.ET.? Quali sono gli obiettivi che si pone?

Le rispondo citando una bellissima frase di Gandhi, che costituisce la prima cosa che cerco di insegnare alle nostre studentesse e ai nostri studenti: “dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”. In tal senso proviamo a dare ai nostri studenti strumenti e metodi, sempre aggiornatissimi, per affrontare le nuove sfide, lavorando su quella motivazione che costituisce il vero motore di ogni cambiamento.
[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

Professor Enrico Deidda Gagliardo: breve presentazione

[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Il Prof. Enrico Deidda Gagliardo è docente di Programmazione e Controllo delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l’Università degli Studi di Ferrara. Fra i suoi interessi scientifici spiccano i temi legati ai sistemi di programmazione, controllo e valutazione delle performance nelle PA e il loro collegamento con il concetto di “Valore Pubblico”.

Ideatore e Direttore del Master PERF.ET, in “Miglioramento delle PERFormance degli Enti Territoriali e delle altre Pubbliche Amministrazioni”, organizzato presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università degli Studi di Ferrara – www.masterperfet.it, ormai giunto alla quinta edizione, il Prof. Deidda Gagliardo ha collaborato con il gruppo di esperti che si è occupato dei temi della valutazione delle performance delle PA, nell’ambito della delega prevista dalla L. 124/2015 c.d. Legge Madia.

[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content title=”FOCUS SUL MASTER PERF.ET” type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Il Master PERF.ET di I livello e di II livello dell’Università di Ferrara affronta in maniera sistematica il tema del miglioramento delle Pubbliche Amministrazioni, con focus aggiornati sulla riforma della PA e sulle esperienze d’eccellenza nazionali ed internazionali.
Il Master, dalla prossima edizione frequentabile al 100% anche in streaming, è finalizzato ad aggiornare ed ampliare professionalità esistenti, oltre a formare professionalità specialistiche nuove, sui seguenti argomenti:

1) La PROGRAMMAZIONE nelle PA: come programmare in modo integrato le PERFORMANCE, la TRASPARENZA e l’ANTICORRUZIONE.
2) LA GESTIONE E LA RILEVAZIONE nelle PA: dalla contabilità finanziaria alla contabilità economica generale.
3) IL CONTROLLO nelle PA: il sistema dei CONTROLLI INTERNI gestionali e strategici (PERFORMANCE) e il sistema di monitoraggio della TRASPARENZA e dell’ANTICORRUZIONE.
4) LA REVISIONE E L’ARMONIZZAZIONE CONTABILE nelle PA: come strutturare i controlli a fronte della nuova architettura contabile.
5) La GESTIONE E LA VALUTAZIONE DEL PERSONALE nelle PA: obblighi normativi, soluzioni organizzative e tecniche di incentivazione e valutazione del personale.
6) I SERVIZI PUBBLICI LOCALI: dal quadro normativo alle soluzioni innovative per la governance.
7) QUALITA’ E SOSTENIBILITA’ nelle PA: dalla semplificazione alla certificazione.
8) LA CREAZIONE E LA MISURAZIONE DEL VALORE PUBBLICO: soluzioni innovative di governance pubblica in ottica di network.
9) MARKETING, ACCOUNTABILITY e COMUNICAZIONE SOCIALE, DIGITALIZZAZIONE nelle PA.
10) SPECIALIZZAZIONE TEMATICA: due indirizzi ad hoc, uno per amministratori e l’altro per dirigenti/dipendenti e professionisti. I contenuti dei 2 indirizzi specialistici vengono concordati insieme ai partecipanti al Master.
11) LABORATORI DI ORIENTAMENTO AL LAVORO.
[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”]

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Big data e sicurezza: come proteggere un tesoro di dati.

[dropcap3]L'[/dropcap3] accumulo e la conservazione di dati interessa numeri per cui tocca scomodare unità di misura superiori allo zettabyte, come abbiamo visto nell’articolo Dalla ricerca all’innovazione: i Big Data e le magnifiche sorti e progressive.
L’aumento del volume, della velocità e della varietà dei dati apre numerosi scenari di gestione, fra i quali una posizione non secondaria occupa l’individuazione di una consapevole procedura finalizzata alla sicurezza di quello che potrebbe essere definito un tesoro. Dove la parola “tesoro” ha una valenza duplice: i dati come giacimento grezzo di informazioni da sfruttare a fini strategici, se opportunamente elaborati, strutturati e analizzati. Ma i dati anche come custodi di informazioni potenzialmente sensibili e quindi profondamente delicate.
Ecco perché abbiamo deciso di dedicare una rubrica all’argomento sicurezza e privacy dei dati, per passare in rassegna le possibili e varie implicazioni che comportano lo stoccaggio e l’utilizzo di Big Data.
Tali moli ingenti di dati infatti, se non adeguatamente classificate e protette, possono essere un ostacolo anziché una risorsa. O meglio, possono comportare considerevoli rischi, in termini di perdita e divulgazione di informazioni, con il conseguente corollario di danni economici e problemi legali.
Mettere in sicurezza i dati è un’operazione necessaria, dunque, ma particolarmente delicata e niente affatto ovvia. Richiede un approccio strategico, supportato da un’adeguata tecnologia che garantisca una protezione reale e continua.
Ecco allora che il primo passo da compiere è, ancora una volta, analitico. Effettuare una classificazione dei Big Data permette di determinarne il valore, stabilire eventuali implicazioni giuridiche, quotarne il livello di sensibilità e applicare diversi livelli di sicurezza in base alla tipologia delle informazioni da proteggere.
Se determinare il valore dei dati da mettere in sicurezza è un aspetto fondamentale, non sempre si tratta di un’operazione possibile nel caso dei Big Data. Anche dati non sensibili infatti possono svelare informazioni che invece lo sono, se messi in relazione con altri dati.
[bctt tweet=”Da una tutela responsabile dei Big Data passa la messa a frutto del loro potenziale tesoro…” username=”MapsGroup”]
Esistono allora delle best practice utili a limitare i rischi e ad attivare un’efficace politica di “difesa”.
Una prima azione suggerita è effettuare una razionale selezione dei dati: scegliere quali sono rilevanti e quali, invece, è possibile eliminare. In questo contesto è utile e necessario mettere sul piatto della bilancia le informazioni che possiamo trarre dai dati e il livello di rischio che portano con sé. A seconda che il piatto della bilancia penda da una parte o dall’altra si attueranno azioni diverse.
Il secondo step è creare un’efficiente policy d’accesso ai dati, custodendo ove possibile i dati offline, limitando l’accessibilità a utenti certificati e applicare, allo spazio di archiviazione, tecniche crittografiche. Queste soluzioni consentono di proteggere i dati sensibili archiviati, in transito o per il loro intero ciclo di vita. Anche le diverse fasi di trattamento dei dati, infatti, meritano una puntuale attenzione sotto l’aspetto della sicurezza, in particolare in alcuni passaggi cruciali, come la loro eliminazione o la migrazione da un sistema di archiviazione a un altro.
Con il prevedibile capillare diffondersi dell’Internet of Things, nell’interconnessione quotidiana delle nostre vite tra smart device e Rete, la privacy e la sicurezza dei dati conseguenti dovranno ricoprire un ruolo di primaria importanza. Perché da una tutela responsabile dei Big Data passa anche l’avveramento del loro potenziale “tesoro”, della loro promessa di contributo allo sviluppo e all’efficienza dei nostri sistemi sociali ed economici.

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Big Data & C. Data Complexity & Big Data Gli autori di 6Memes

Data Complexity & Big Data Virtual Labs. Di Anna Pompilio.

Cambiare è quello che la gente fa quando non ha più nessun’altra scelta.
Holly Black

[dropcap3]N[/dropcap3]ei primi anni del ‘900 la compagnia telefonica statunitense AT&T decide di costruire la prima linea continentale per collegare New York a San Francisco e per superare i non pochi problemi tecnici di un progetto di tale portata, si convince a investire in un’ organizzazione di ricerca interdisciplinare: La Fabbrica delle Idee.

La Factory di AT&T riunisce fisici, ingegneri, esperti di materiali, tecnici del telefono e segna l’ inizio di un esperimento – i Bell Labs – che porterà gli Stati Uniti a ricoprire un ruolo di leader del settore per oltre un secolo e a sfornare un numero impressionante di innovazioni (il primo transistor, nel 1947, tassello di base per un’ ondata di applicazioni che segneranno l’ era della televisione, poi, attraverso il salto nei semiconduttori, quella del computer) e di Premi Nobel. Il resto è storia nota.
Le innovazioni – dice Walter Isaacson, autorevole firma del giornalismo tecnologico americano – avvengono quando persone con diversi talenti, diverse conoscenze, diverse mentalità, vengono riunite insieme possibilmente in una vicinanza fisica, in modo da potersi incontrare spesso”.
Questo dunque il principio ispiratore dei Bell Labs, più volte ripreso da quel primo esperimento del 1909, non ultimo da Steve Jobs che aveva a suo modo replicato il modello unendo «dei geni creativi insieme con degli esperti di prodotto e dei grandi ingegneri, in modo da collegare fra loro la tecnologia e l’ immaginazione».
[bctt tweet=”L’esperienza può e deve gestire la complessità: per correre avanti bisogna a volte guardare indietro.” username=”MapsGroup”]
Un principio che continua ad avere una sua valenza e attualità e a cui si ispira la nuova rubrica del Blog: Data Complexity & Big Data Digital Labs, che mira proprio a far incontrare talenti diversi in uno spazio non più fisico (come fu all’inizio del secolo scorso) ma virtuale, in accordo con la geografia e l’idea di prossimità ridisegnata dal digitale e dai paradigmi della network knowledge. Questo per quanto riguarda il metodo. Sui contenuti invece la parola chiave è, appunto, “Labs” ovvero fornire esempi concreti di progetti, esperienze, case study tenendo conto dello scenario sociale, economico, tecnologico e culturale nel quale nascono e si sviluppano, al fine di analizzarne possibili applicazioni e prospettive future per aziende e pubblica amministrazione.
Del resto “l’intelligenza collettiva, la cooperazione, la condivisione e la diffusione del sapere stanno cambiando le nostre vite”. E lo stesso si può dire dei famigerati Big data. ma per comprenderne la genesi e la portata, circoscriverne l’ambito, analizzarne gli impatti, valutarne i rischi e opportunità progettare, infine, cambiamento e innovazione non partiamo da zero: partiamo dall’esperienza tangibile nella gestione della complessità dei dati nella convinzione che per correre avanti bisogna a volte guardare indietro.
Guardare indietro mentre si corre in avanti ha una duplice accezione: si può guardare indietro non solo per non ripetere gli stessi errori, ma anche per cambiare e migliorare le cose che a loro modo già funzionano. In un orizzonte di crescita ed evoluzione, e non solo di necessità.
Si parte da qui. Enjoy! 🙂
 
[highlight]About Anna Pompilio[/highlight]

Business Analyst
con la passione del Blogging e Blogger con la passione dell’ informatica.
Quale informatica? Quella attiva: l’informatica dell’ascolto, del trovare insieme la migliore Soluzione che non è sempre, o non necessariamente, quella più avanzata tecnicamente. Quella del Cliente al centro anche se il paradigma può ormai sembrare “vintage”, della fiducia che si rinnova ogni giorno, della responsabilità personale, della diversità culturale e del pluralismo nei gruppi di lavoro.
L’informatica che non è Internet, o i droni o la lavatrice che dialoga con l’auto ma quella che viene prima, quella dell’intuizione, quella che non ha paura di forzare le regole e che non affida il cambiamento alla (sola) applicazione tecnica.
E dunque scrivo.
Scrivo perché c’è già un romanzo che si intitola il giorno in cui un computer scrive un romanzo, scrivo perché la tecnologia è una faccenda tremendamente seria 🙂
Anna Pompilio
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Fonti e approfondimenti[/highlight]

Jon Gertner, The Idea Factory. Bell Labs and the Great Age of American Innovation
www.nuovoeutile.it
www.wikipedia.org
[/boxed_content]
 

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Big Data & C.

All’emiliana è meglio. L’Emilia-Romagna, una regione per i Big Data.

[dropcap3]L[/dropcap3]’Emilia-Romagna, come è noto, primeggia in diversi settori, dalla cucina, al settore automobilistico, fino alla musica. Oggi può vantare un altro primato: l’incontro “Emilia–Romagna Big data Community, una piattaforma per l’innovazione, lo sviluppo e la competitività regionale” ha messo in luce come la Regione sia punto di riferimento per il calcolo e l’analisi dei Big Data, dal momento che “Il 70% della capacità nazionale di super calcolo è in Emilia–Romagna”.
Un dato cui si devono aggiungere altre cifre importanti che mostrano come la Regione sia interessata da un sistema diffuso di ricerca in questo ambito: 1.800 ricercatori (dei quali 230 stranieri), 60 corsi di alta formazione, a cui vanno aggiunti numerosi eventi internazionali, lauree magistrali e master.
[bctt tweet=”Big Data, l’Emilia-Romagna una Regione all’avanguardia…” username=”MapsGroup”]
Numeri significativi, soprattutto se letti in un’ottica economica, per il portato di sviluppo produttivo e di progresso sociale che sono in grado di rappresentare: lo scopo di questa Emilia-Romagna Big Data Community è quello di essere un punto di riferimento non solo per il mercato nazionale, ma anche per il contesto europeo, attraverso la realizzazione di un polo di ricerca in linea con i precetti di Horizon 2020.
Horizon infatti è il programma dell’Unione Europea per il finanziamento della ricerca e dell’innovazione nel periodo 2014 – 2020: un piano strategico che mira a creare nuove opportunità lavorative, uno sviluppo economico sostenibile e di crescita a lungo termine, per mettere in condizione l’Europa di affrontare le sfide del futuro.
In questo ampio e complesso contesto si inseriscono anche i Big Data, elemento cardine dello sviluppo, poiché dalla loro gestione e analisi può derivare una generale evoluzione di tutti i campi del sapere, oltre a quelli scientifici e tecnologici. E, come per le precedenti, anche questa quarta rivoluzione industriale ha il suo fattore cruciale: le infrastrutture indispensabili ai processi di estrazione di informazioni, conoscenza e saperi sedimentati nei Big Data.
Si evince allora come sia importante per lo sviluppo economico nazionale questo primato conquistato dall’Emilia-Romagna, che ha avviato anche il Piano Alte Competenze rivolto a giovani e imprese, puntando sulla formazione di profili specializzati, capaci di guidare la sfida all’innovazione.
Ma come mai sul primo gradino del podio c’è proprio l’Emilia-Romagna? La Regione deve questo primato alla presenza sul suo territorio di importanti enti nazionali, integrati da un lato con il mondo universitario (nello specifico con le Università di Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma e Ferrara) e dell’altro con il mondo industriale locale.
Per fare qualche esempio sono presenti in Emilia-Romagna, Cineca, il maggiore centro di supercalcolo d’Italia e d’Europa, Aster (Agenzia Innovazione Emilia Romagna), CMCC (Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici), ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie), e il Cnr (Consiglio Nazionale Ricerche). E numerose realtà private – tra cui siamo anche noi di Maps Group 🙂 che costituiscono un tessuto capillare di ricerca e applicazione dei Big Data, e che contribuiscono a fare dell’Emilia-Romagna una Regione all’avanguardia. Ecco perché i Big Data all’emiliana sono meglio!

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Big Data & C. Sharing Knowledge

Tra il dire, l'ascoltare e il comprendere, c'è di mezzo la comunicazione. Intervista a Luigi Drei.

[boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
luigi-dreiOrmai è un dato di fatto, “apocalittico o integrato” che sia il nostro approccio all’attualità, siamo immersi in un oceano di conversazioni online.
Si tratta di comunicazioni di vario tipo che si tengono quasi sempre a distanza e che – ben lontane dalle corrispondenze epistolari del bel tempo che fu si svolgono rapidamente, spesso in differita, tramite ad esempio mail e SMS, e facilmente in real time, via chat, social etc. Con ciò che ne segue in termini di esaustività della comunicazione e dei vari rischi connessi, prima di tutto il pericolo di non capirsi.
Mai come oggi, dunque, i marker comunicativi tipici del canale prescelto (quali emoticon, punteggiatura e avatar vari) si impongono non tanto come accessori del nostro bla-bla online, ma come veri e propri strumenti esplicativi, indispensabili per orientarci nei confronti dei nostri interlocutori e delle loro intenzioni, più o meno esplicite.
Abbiamo così chiesto aiuto sul tema a Luigi Drei, in quanto autore del recente libroNon sono pericoloso – Manuale di Comunicazione & Linguaggio del corpo che verrà tra l’altro presentato oggi stesso, martedì 4 ottobre, presso la Coopworking Academy a Piacenza. Luigi è infatti non solo un autore, ma anche un “acrobata” della comunicazione, le cui competenze spaziano dalla formazione alla comunicazione non verbale, dall’art-direction di vecchio stampo alle tecniche più innovative di marketing relazionale.
La sua opera è dedicata a consigli PRATICI su come utilizzare gli strumenti non verbali tipici della comunicazione vis a vis, tra cui il tono di voce, la prossemica e il linguaggio gestuale. Il fine è quello di instaurare un dialogo fluido e sereno, sgombro da equivoci e fraintendimenti causati a volte da paure, aggressività e tendenze al predominio, antichi residui della nostra specie che impediscono di esprimerci appieno.
Di seguito riportiamo l’intervista di Natalia Robusti a a Luigi al quale è stato chiesto di declinare il suo sapere riferito alle dinamiche di comunicazione che avvengono sui nuovi media, alla ricerca di trucchi e segreti del mestiere, ma anche di nuovi modi di comprendere e impostare le nostre conversazioni social.
[bctt tweet=”I marker comunicativi tipici del canale prescelto si impongono come strumenti connotativi.” username=”MapsGroup”]
Intanto: grazie Luigi per aver accettato il nostro invito che, lo anticipiamo, è assolutamente non pericoloso! 🙂 Andiamo quindi al punto. La comunicazione in presenza si affianca a una serie di “segnali” illustrati compiutamente nel suo libro, capaci di connotare emotivamente la conversazione fino a innescare processi empatici ma anche riflessi involontari di aggressività. Tali segnali, nel caso di comunicazioni a distanza, vengono a mancare, almeno in parte. Come occorre muoversi in questi orizzonti conversazionali?
Rispondo con un saluto ai lettori e un grazie, a mia volta, agli autori del blog 6memes. Ritengo ci siano svariati temi interessanti di cui parlare rispetto al binomio Empatia-Web e a quello Comunicazione Online-Non pericolosità. Prima di andare oltre vorrei però definire meglio il concetto di “pericolosità” così come lo intendiamo in questa nostra chiacchierata, in modo che non venga confuso con altri pericoli tipici del web, quali il cyber bullismo, le attività di stolker etc.
Qui, infatti, parliamo di pericolosità della comunicazione in senso sociale e “antropologico”, ovvero di quelle possibili variabili portatrici di fraintendimenti, incomprensioni, o, peggio, di possibili manipolazioni.

Quando si tratta il tema delle comunicazioni a distanza, inoltre, dobbiamo distinguere se si tratta di messaggi che possono sfruttare i canali audio-video o meno. In presenza di una voce o di un canale video aperto infatti – anche se ci troviamo online – alcuni segnali vocali e prossemici (fisici e corporei) assistono comunque la comunicazione, la qualificano emozionalmente, la rendono più semplice da decifrare.
Pensate a una conversazione via skype, in streaming: la voce trasmette il contenuto e il senso della comunicazione, l’immagine video arricchisce il messaggio grazie non solo alla mimica del volto, ma anche attraverso i gesti, i movimenti del corpo e la sua occupazione dello spazio. Questo, nonostante i due interlocutori non condividano il medesimo spazio fisico.
Esistono anche delle regole più tecniche da seguire, quelle dettate dalla piattaforma comunicativa che usiamo.
Avete presente la tremenda frustrazione che proviamo quando siamo al cellulare e cerchiamo di parlare con qualcuno di una cosa importante, ma continua inesorabilmente a cadere la linea? Bene, allora capite quanto sia importante assicurarsi che i mezzi di cui disponiamo (rete internet, campo etc.) funzionino al meglio. In caso contrario, durante la conversazione, si possono generare facilmente sentimenti di frustrazione che funzionano da “rumori” indesiderati, capaci di interferire non solo sulla comunicazione ma anche sull’immagine che l’interlocutore ha di noi.

Ha qualche suggerimento pratico da seguire, ad esempio durante la classica comunicazione a distanza, magari in streaming, in cui è presente anche un contatto audio-visivo tra gli interlocutori?
[bctt tweet=”Durante una comunicazione video occorre mantenere il contatto oculare con la telecamera. ” username=”MapsGroup”]
Beh, innanzitutto bisogna essere consapevoli del fatto che la prima impressione è – sempre e in ogni contesto – importantissima.
È quindi necessario curare non solo il nostro aspetto, ma anche lo spazio intorno a noi (quello che ci incornicia nel video, per intenderci), regolando in maniera efficace le luci, l’audio e l’altezza della telecamera ed evitando la presenza di distrazioni (rumori, persone che passano, etc.) che distraggano l’interlocutore dall’altra parte dello schermo.
Non curare questi elementi o ritenerli secondari rispetto ai contenuti della conversazione è un errore tanto frequente quanto deleterio per la comunicazione: è un po’ come se ci presentassimo a un importante colloquio spettinati o con il trucco sciupato.

Durante la conversazione, inoltre, bisogna mantenere il contatto oculare con la telecamera. Attenzione: proprio con la telecamera, non con lo schermo del nostro computer dove è invece più naturale guardare, dato che lì vediamo l’immagine del nostro interlocutore e lì controlliamo la sua comunicazione paraverbale.
Per quanto possa sembrare semplice, questo compito richiede invece uno sforzo notevole, e necessita di un certo allenamento prima di riuscire a farne un comportamento naturale.

Un altro consiglio? Muovetevi poco! La telecamera è fissa e non può seguirvi, di conseguenza è meglio dosare al minimo i propri movimenti. Non solo sembrerete più affidabili e padroni di voi stessi, ma limiterete quel fastidioso effetto di “dondolio” – anche detto “mal di mare” – che si percepisce dall’altra parte dello schermo in caso di movimenti ripetuti, fatti magari involontariamente per scaricare la tensione.
Vi invito a tal proposito a guardare questo divertente ed esaustivo video come “addestramento”: Look good on Skype!!!
Da qui in avanti, “sistemato” adeguatamente il canale di comunicazione e le sue connotazioni, basta poi seguire le regole della comunicazione non verbale e di quella paraverbale (gestione della voce: tono, velocità, volume, pause, etc.) come illustrate nel mio libro.

Consigliamo a nostra volta la visione del video e andiamo a un’altra domanda: nel caso in cui lo scambio di comunicazioni avvenga in assenza di sguardo e di voce, su cosa possiamo poggiare le nostre conversazioni dal punto di vista meta-comunicativo?
In questo caso entriamo in un “regno” del tutto diverso, di fatto insidioso, come citato da una ricerca delle Università di NYC e Chicago e pubblicata dal Sole 24ORE “Un equivoco ogni due mail”.
La ricerca ci dice senza ombra di dubbio che, nei canali in cui vengono a mancare la voce e i classici segnali meta-comunicativi della conversazione, il rischio di incomprensione è tanto alto quanto inconsapevole: si crede di aver compreso e comunicato efficacemente il messaggio mentre in realtà solo il 56% ha realmente capito di cosa si stava davvero parlando.

[bctt tweet=” Solo il 56% degli interlocutori che comunicano via mail comprendono davvero  di cosa si sta parlando.” username=”MapsGroup”]
In effetti è una percentuale da non ignorare. Ha alcune avvertenze per i nostri lettori in caso di comunicazioni scritte?
Prendiamo in considerazione che, in caso di comunicazioni scritte, il nostro messaggio è interamente affidato al testo. Questo fa sì che il nostro interlocutore riceva molte meno informazioni su quello che vogliamo dire rispetto a una comunicazione tradizionale. Sembra anche questa una banalità, eppure tante volte diamo per scontato informazioni che in realtà, dall’altra parte, non sono reperibili attraverso il solo canale comunicativo che stiamo usando.
D’altro canto dobbiamo sempre aver presente, quando leggiamo un testo altrui, che il nostro “vissuto” e la nostra percezione possono interferire in maniera anche significativa nella comprensione del contenuto
.
Quello che intendo dire è che, prima di dare per certo il significato di un testo, non basta solo rileggerlo più volte, ma occorre soprattutto interpretarlo mettendosi nei panni dell’altro (di chi lo riceverà, se lo stiamo inviando noi, e di chi l’ha scritto, se lo abbiamo ricevuto). Solo così potremo essere certi – quasi del tutto – che non vi siano incomprensioni nella comunicazione.
In realtà questo sforzo di mettersi nei panni dell’altro è ciò che andrebbe fatto in ogni comunicazione, attraverso qualsiasi mezzo e con qualsiasi interlocutore, anche quello che riteniamo di conoscere (molto) bene.
Tornando poi alla domanda iniziale, dobbiamo sempre ricordare che quando parliamo, ma soprattutto quando scriviamo, “le parole sono importanti” e sono l’unica nostra “arma” per farci ascoltare, incuriosire, interessare. Insomma, conviene sceglierle con cura se vogliamo ottenere dal nostro interlocutore l’attenzione che meritiamo.
Cerchiamo infine di evitare il più possible lapsus, ripetizioni e refusi, o, peggio, errori di punteggiatura, grammatica e ortografia. Mentre i primi rivelano una mancanza di rispetto nei confronti dell’interlocutore, i secondi rischiano di essere interpretati come un temibile segno di incompetenza. Per questo, un buon lavoro di editing aiuta a evitare brutte figure. Ad ogni modo, se ci sono dubbi, meglio sempre alzare la cornetta.
Che ne dice a questo punto di darci qualche consiglio in pillole, caso per caso?
D’accordo! Quello che vi propongo di seguito è uno schema che tocca brevemente alcuni dei temi conversazionali di cui abbiamo parlato fin qui, con qualche consiglio per l’uso.
[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/2″ el_position=”first”]
[icon image=”ss-write” character=”” size=”large” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Meglio un testo breve o lungo?

È un tema molto dibattuto. A volte capita di aprire via mail un messaggio lunghissimo: solo questo fatto può essere un freno alla lettura.
Scrivere sinteticamente, d’altra parte, non è affatto semplice. Pascal non a caso scriveva “Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”.
A volte scrivere di getto – a maggior ragione quando si chatta in tempo reale e non si ha tempo di rivedere, correggere o ri-editare – è una soluzione.
In questo caso gli errori si perdonano più facilmente in nome di una maggior spontaneità del flusso conversazionale.
Altre volte scrivere troppo poco rischia invece di essere percepito dall’interlocutore come un messaggio confezionato in maniera frettolosa e sbrigativa.
La brevità o meno di un testo dipendono insomma dal contesto, dall’intento, dall’interlocutore.
Non c’è purtroppo una regola fissa che valga sempre, ma occorre cercare ogni volta una giusta via di mezzo.

[/boxed_content] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/2″ el_position=”last”]
[icon image=”ss-user” character=”” size=”large” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Cosa ci può dire rispetto agli Avatar?
L’Avatar è innanzitutto una metafora, la scelta di un alter-ego che ci rappresenta in assenza. Nella sua selezione un fattore fondamentale è la coerenza con la qualità-quantità degli altri contenuti testuali o emozionali da noi postati o condivisi.
È un fatto di credibilità. Esporsi a rischi di incoerenza rispetto alle aspettative può infatti sì incuriosire, ma anche destabilizzare l’interlocutore, e incrinare così la sua propensione a fidarsi di noi, soprattutto all’inizio.
Ma non c’è solo l’Avatar da considerare: anche le foto postate o condivise sulle nostre piattaforme parlano di noi attraverso forme di comunicazioni indirette.
Alcuni esempi: Posti solo selfie… Ma non hai amici che ti scattino le foto? Dici di essere una persona di un certo tipo e poi tra i tuoi amici trovo tutt’altro genere di collegamenti?… Non ci siamo!
La regola principale, anche in questo caso, come in tutte le forme di comunicazione, è ASCOLTARE. Più ascolto e più capisco l’altro e di conseguenza meglio posso adattare la mia comunicazione al mio interlocutore.

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[icon image=”ss-chat” character=”” size=”large” cont=”no” float=”left” color=”standard”] L’utilizzo delle chat è sempre più frequente. Che consigli ci può dare in questo caso?
Qui la conversazione è spesso in tempo reale e occorre quindi “farsi sentire”. Qualche consiglio? Spezzettare lunghi discorsi in più invii, così da non fare attendere troppo l’altro. E utilizzare bene le emoticon.
Mentre nella comunicazione commerciale via mail sono considerate inappropriate, nelle chat invece esercitano perfettamente il ruolo che viene attribuito al tono di voce: aiutano cioè a interpretare e a decifrare al meglio le parole scelte.
Occorre però ricordare che le emoticon non sono “naturali” né del tutto spontanee, ma addirittura possono essere utilizzate in maniera artificiosa: posso dire la cosa più crudele del mondo, perché la penso, e poi fare l’occhiolino, così da togliermi il sassolino dalla scarpa senza pagarne le conseguenze. 😉
In termini di credibilità le emoticon non hanno dunque lo stesso valore del tono di voce o di un’espressione spontanea condivisa di persona.

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I tempi di risposta possono raccontarci qualcosa sulla comunicazione in corso?
Anche in questo caso ci sono regole ben precise da considerare e rispettare. Per le mail si consiglia ad esempio di non rispondere subito (salvo reale e manifesta urgenza) e allo stesso tempo di non superare le 24 ore (Mi ignora? Non è arrivata?)
Su WhatsApp o su chat tipo Facebook – in cui vediamo la spunta di quando è stato consegnato – la tempestività è un indice di interesse. Qui entriamo nel regno del feedback, che gioca un ruolo da protagonista in tutta la comunicazione, a maggior ragione nelle forme di cui ci stiamo occupando.
Il silenzio, in comunicazione, ha infatti una doppia valenza, liberamente interpretabile. Per questo è meglio evitare silenzi troppo lunghi, sia in “andata” che in “ritorno”.
Da non scordare poi la funzione “sta scrivendo” presente nelle chat, che crea aspettativa nell’interlocutore: questa sincronia mette in condizione di attendere la risposta oppure di scrivere nel frattempo, a ruota, un altro pensiero.

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Dai suoi consigli sembra che nulla, dunque, durante una comunicazione, sia affidato al caso?
[bctt tweet=”Quando i nostri neuroni specchio funzionano ci si ritrova immediatamente in sintonia…” username=”MapsGroup”]
In realtà non è così. Le sorprese ci sono sempre, magari dietro l’angolo. A volte, ad esempio nelle chat, ci si trova in conversazioni a due piani: si risponde a più domande in contemporanea o a più persone simultaneamente, e alla fine si perde il filo del discorso. Meglio dunque evitare – come del resto in presenza – di sovrapporre più voci.
Ma il caso può anche dare vita a momenti emozionanti, come ad esempio quando durante una chiacchierata via chat si scrive in contemporanea lo stesso concetto, se non addirittura la stessa parola… E’ proprio in situazioni come queste – i momenti in cui i nostri neuroni specchio dimostrano di aver funzionato alla perfezione – che ci si ritrova immediatamente in sintonia, sullo stesso piano… Ci si percepisce come piacevoli, non pericolosi, e tutte le altre regole vanno a farsi benedire!

In effetti si tratta di una bella sensazione, che prima o poi ciascuno di noi ha sperimentato. 🙂 Per chiudere ora la nostra conversazione le chiediamo due parole più “professionali” sul tema: come inserire questi spunti nell’ambito lavorativo, soprattutto per chi si occupa di comunicazione online?
Riprendiamo un concetto che viene dal marketing e riportiamolo al contesto di comunicazione in assenza di corporeità. Da diversi anni, infatti, accanto al modello classico McChartyano delle “4 P” (Product, Price, Place, Promotion) ne sono stati sviluppati altri, nel tentativo di adattare il processo di marketing ai cambiamenti della società, ai nuovi tool e comportamenti dei consumatori.
Quello che più spesso utilizzo, perché è quello che meglio e con maggiore immediatezza mi pare interpretare il cambiamento in atto, è quello detto Marketing Mix Esteso (Booms & Bitner), che aggiunge 3 nuove P alle classiche 4.
Una di queste si chiama “Physical Evidence” e in sostanza dice che sebbene da un lato il mondo stia andando per certi versi verso l’immaterialità, noi, fatti di carne e ossa, sentiamo ancora il bisogno di conferme fisiche, percettive e sensoriali.
Da cui se ne deduce che tutto ciò che di emotivo o fisicamente simulato (lhttp://mapsgroup.it/neuroni-specchio/) possiamo inserire nella nostra conversazione a distanza è sempre utile per capire, disambiguare, farci conoscere meglio e scoprire davvero l’altro.
Non a caso, ancora oggi, nonostante i tanti nuovi canali a disposizione, credo che niente sia meglio di una bella stretta di mano per cominciare a conoscerci.

E con questo invito al “contatto” chiudiamo la nostra intervista, ricca di spunti, per la quale ringraziamo di cuore Luigi, rimandando i nostri lettori al libro “Non sono pericoloso – Manuale di Comunicazione & Linguaggio del corpo” che verrà presentato oggi stesso, martedì 4 ottobre, presso la Coopworking Academy a Piacenza.
Un piccolo manuale da non perdere per orientarci nel mare magnum delle chiacchiere di tutti i giorni sulle tante piattaforme che ci circondano.
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non-sono-pericoloso
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Lo Sport cambia passo: Big Data e Device Wearable sul podio?

[dropcap3]N[/dropcap3]el mentre che infuria la tempesta su “Olimpiadi a Roma sì” e “Olimpiadi a Roma no”, spostiamo lo sguardo di lato – com’è uso del nostro blog – e diamo conto di un’importante sviluppo nel mondo dello sport che ha ormai preso piede (e corpo) in tantissimi ambiti, e che ha di conseguenza connotato anche le Olimpiadi appena concluse.
Parliamo di un team recente, e tuttavia già affiatato, tra i Big Data e la cosiddetta device wearable, ovvero quella serie di dispositivi indossabili che, integrati con sensori, software etc., connettono il corpo umano con le sue funzioni, consentendo di monitorarle e misurarle in real time sia durante l’allenamento, allo scopo di migliorarne la performance, sia durante la gara vera e propria, così da ottenere informazioni utili per quelle successive.
Con tale approccio innovativo nel rapporto tra il corpo umano, i suoi limiti e le nuove tecnologie – come anche le paralimpiadi ci hanno ben mostrato – si possono raggiungere risultati sorprendenti, e questo vale non solo per il futuro, ma per il nostro presente.
Come riportato infatti in questo articolo, sono stati diversi gli sport che ne hanno già beneficiato durante le olimpiadi del Brasile, anche se il vero e proprio debutto dei Big Data è stato a Londra nel 2012, come ricorda Sky Christopherson, ex primatista nel ciclismo: «Sperimentammo sensori sul corpo e sulla bici di ogni atleta, per studiarne biomedica e fisica. (…) Abbiamo così tarato nutrizione, allenamenti, galleria del vento per ciascuna, eliminando la routine e vincendo un argento che nessuno sognava».
Le Olimpiadi 2016 di Rio, infatti, saranno di certo ricordate per l’utilizzo massiccio di soluzioni tecnologiche in tantissimi ambiti, non da ultima anche la preparazione degli atleti, i quali si sono affidati a device wearable e alla potenza dei big data per “monitorare aspetti quali la potenza resa dagli atleti nell’esercizio”.
Ad essere utilizzati, in questo caso, sono stati ad esempio occhiali speciali, gli smart glass, in grado di seguire le le corse dei ciclisti da ogni punto di vista (atleta, mezzo e utilizzo del circuito) e istante per istante, la soluzione iBoxer, che ha fornito ai giocatori di Boxe report dettagliati sulle caratteristiche degli atleti, e ancora le squadre di velisti che hanno potuto “allenarsi utilizzando modelli virtuali basati su dati e analisi di condizioni ambientali e atmosferiche (correnti, vento…)”.
[bctt tweet=”Le Olimpiadi 2016 sono state il consolidamento di una nuova intesa tra l’Uomo e le Macchine.” username=”MapsGroup”]
Ma quali sono i temi di studio qualificanti di questa nuova “intesa” tra l’Uomo e le Macchine in ambito sportivo?
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Innanzitutto il corpo stesso, che, durante gli sforzi cui viene sottoposto (pensiamo alla corsa, alla boxe o al nuoto) viene monitorato istante per istante nelle sue funzioni vitali, ma anche appunto nei suoi risultati agonistici, consentendo di scoprirne punti forza e Talloni d’Achille.
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  In secondo luogo i circuiti di gara, per mettere meglio a punto le strategie di approccio agli ostacoli e ai percorsi previsti. È il caso della vela, della canoa, o del ciclismo, in cui gli itinerari possno essere studiati un millimetro alla volta.
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  Per non dimenticare schemi e strategie di gioco, facilmente studiabili e interpretabili alla luce dei nuovi strumenti di analisi. Pensiamo ad esempio al calcio, all’hockey e al rugby, che possono essere rivisti “col senno di poi” in ogni loro anche più piccola mossa.
Il tutto finalizzato da un lato ad “aggredire” gli ostacoli agonistici e gli avversari, grazie a una conoscenza più dettagliata deelle loro carattersitiche, e dall’altra migliorare le performance degli atleti con una nuova frontiera del “doping”: quello tecnologico che, almeno sembra per ora, ha certo meno effetti collaterali.
Per non dimenticare, infine, le possibilità terapeutiche di tali conoscenze approfondite dei vari atleti in caso di infortunio, e le relative possibilità di intervenire dal punto di vista terapeutico in maniera più mirata e a ragion veduta.
E tuttavia l’imprimatur tecnologico di queste Olimpiadi non si ferma all’azione, ma corre velocemente verso la condivisione globale della stessa. Secondo questo studio, infatti, le Olimpiadi di Rio 2016 lo hanno confermato che “il digital è imprescindibile” nel caso di evenyti sportivi globali. Lo attestano cifre di tutto rispetto, ovvero i 187 milioni di tweet postati sulla manifestazione, che hanno generato a loro volta  75 miliardi di impression.
Se la contemporaneità si gioca sui numeri, dunque, questi sono tali da farci facili profeti: l’Uomo, che ha già toccato i propri limiti fisici contingenti con uno sforzo “naturale”, seppure per certi versi sovrumano, ha davanti a sé traguardi prima inimmaginabili, da porsi oggi e superare domani.
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