[dropcap3]Q[/dropcap3]uando le applicazioni meteo sui telefonini segnaleranno una sola località col bel tempo, là probabilmente accadrà una “tempesta perfetta”: tutti ci concentreremo là e l’usa e getta turistico ancora una volta sarà sul banco degli imputati.
Chissà poi come verranno giudicate le nostre impronte, quando gli occhi dei viaggiatori futuri si poseranno sui nostri modi di intendere la vacanza, di valutare le mete o sui nostri comportamenti nei luoghi che visitiamo. Con le cartoline di viaggio incise nelle memorie di smartphone e iPad e con tonnellate digitali di immagini stoccate nei grandi “serbatoi” cloud, il moderno viaggiare sta costruendo un’imponente testimonianza d’epoca, ben più corposa e variegata della memoria musicale presente nei juke box degli anni sessanta, ove un solo “sapore di sale” sapeva attirare su di sé migliaia di click manovrando le rotelline di selezione dei 45 giri.
E’ evidente che l’incremento dei flussi turistici, assolutamente notevole anche nel corso della perdurante crisi economica, e anche in concomitanza di esodi e flussi di ben altra natura, pone dei non piccoli problemi in ordine alla sostenibilità ambientale dei luoghi, nessuno escluso. Lo sviluppo del traffico aereo low-cost (o la moda delle crociere per altri versi) ha reso del resto accessibili mete che per molti, fino a pochi anni, potevano vivere solo nell’immaginario collettivo. Fortunatamente, l’incremento dei flussi turistici è anche accompagnato da una maturata sensibilità, mutuata dal grande dibattito in corso sull’impronta ecologica rilasciata dalle attività antropiche. Per molti, questa maturazione ha anche significato un passaggio filosofico importante, che ha per così dire modificato il senso stesso del muoversi: non più “vacanza”, ma “viaggio”, con gli innumerevoli registri associati in termini di scambi e relazioni (si pensi ai successi degli itinerari sulle Vie Francigene, ad esempio).
[bctt tweet=”Dal punto di vista ecologico, il turismo resta un processo con molti fattori critici.” username=”MapsGroup”]
Dal punto di vista ecologico, il turismo resta comunque un particolare processo di produzione che coinvolge una moltitudine di fattori critici: accanto alle modalità di trasporto (auto, bicicletta, aereo,…) entrano in gioco specifiche caratteristiche naturali, ambientali (o urbanistiche), entra in gioco la tipologia o l’ampiezza dell’ospitalità (B&B, alberghi, ristoranti,…), emergono le relazioni legate agli eventi (Festival, Sagre, Spettacoli, Circuiti, …), e quelle con la popolazione locale e gli aspetti autoctoni ad essa legati (storia, cultura, lingua, costumi, …).
Oggi le impronte che lasciamo sulla sabbia non sono dunque cancellate dalle maree, ma possono essere attentamente misurate anche in termini di Carrying Capacity Assesment (CCA), concetto che identifica la “capacità di carico” umano della località turistica (si veda ad es. questo articolo). La velocità degli spostamenti, incrociata con l’immediatezza delle relazioni, frutto in particolare del lato social del web, può generare anche veri e propri “tsunami” di presenze, che si riversano su determinate località in occasione di date specifiche. In questi casi la capacità di accoglienza è in pieno stress, così come a dura prova è messa la capacità di gestire correttamente gli asset dei rifiuti, della mobilità e dell’ambiente in generale (pazienza dei residenti compresa).
In sostanza, quanto inquinano i nostri viaggi e le nostre vacanze? In base ai dati prodotti qualche anno fa da “Consumption and Environment 2012”, il documento dell’Unione Europea che monitora i consumi in Europa e le loro conseguenze sull’ambiente, il turismo risulta essere la quarta causa di inquinamento ambientale e di produzione di CO2, dopo i consumi alimentari, l’abitare e la mobilità.
Definire degli indicatori più chiari di sostenibilità turistica, così come comprendere appieno le potenzialità degli scenari di area e di macro area, è divenuta un’esigenza particolarmente vincolante, soprattutto ai fini di una programmazione economica attenta alla sostenibilità. Al vorticoso tasso di crescita degli spostamenti turistici e all’esigenza di una più dinamica relazione fra benessere sociale, turismo e ambiente, sono ormai dedicati svariati blog e siti istituzionali. La tendenza emergente è quella di favorire e promuovere un turismo responsabile, capace di salvaguardare quel “genius loci” che costituisce il bene reale del luogo e che non può più rischiare di essere sopraffatto da un’errata concezione dell’incoming turistico da parte di tutti i portatori d’interesse.
[dropcap3]S[/dropcap3]embra una frase fatta, quella del nostro titolo, ma è proprio così. D’altra parte, come cantava il rimpianto Pino Daniele, Fatte ‘na pizza c’a pummarola ‘ncoppa, vedrai che il mondo poi ti sorriderà.
Il monitoraggio che abbiamo avviato sulle conversazioni online in ambito turistico, attivo dal primo gennaio alla fine di maggio di quest’anno, sembra confermare che la pizza – o meglio le pizzerie – sono nelle citazioni ed espressioni di davvero tanti italiani. Intanto una prima classifica di propensione alla chiacchiera su social – dove (ma che lo diciamo a fare) Twitter impera: Lazio, Lombardia, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna sono le aree geografiche in cui si posta, condivide, cita di più online.
E, come si vede dal grafico a torta riportato qui sotto, i canali Social hanno surclassato le altre fonti online: web, forum, blog, mainstream…
Certo, i primi argomenti di conversazione sono un po’ più, come dire, culturali… sono le città stesse, le loro piazze, i loro musei e i loro capolavori artistici, ad avere il primato delle conversazioni. A seguire gli eventi musicali, gli spettacoli e i concerti. Quindi non possiamo tacciare i nostri connazionali né di insensibilità culturale e tanto meno di superficialità di argomenti.
E tuttavia, approfondendo il focus sul tema “enogastronomia”, scopriamo che gli argomenti più gettonati riguardano – come anticipato – i ristoranti e le pizzerie, che magari propongono una serie di “eventi culinari” a volte molto originali.
[bctt tweet=”Non in tutte le regioni italiane la Pizza ha un’egemonia incontrastata :-)” username=”MapsGroup”]
Analizzando ancora più in profondità le conversazioni, vediamo però che non in tutte le regioni italiane la Pizza ha un’egemonia così incontrastata: in Toscana, ad esempio, anche la categoria di conversazioni sulle proposte enogastronomiche più “natural” (relative ad esempio agli agriturismi) si difende bene, con iniziative culturali inedite, ad esempio sul “Cibo da strada”.
Un’ultima curiosità? Mentre twitter si conferma campione per la comunicazione in diretta, Facebook mostra la sua attitudine anche in questo campo rispetto alla funzione di customer care: tra viaggiatori stessi, ad esempio, che si danno reciproche indicazioni su dove andare e come…
Pizza e mandolino sì, dunque, ma rigorosamente online.
CARATTERISTICHE DEL MONITORAGGIO
Monitoraggio riguardante: le principali città d’arte nelle regioni italiane.
Periodo: dal 1 gennaio al 1 giugno 2016
Lingua: italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
TEMI ANALIZZATI
Offerta turistica. Sono state individuate le tipologie di prodotto turistico nei settori:
– Archeologia.
– Archivi e Biblioteche.
– Chiese e Santuari.
– Musei e Teatri.
– Palazzi storici.
– Torri e Castelli.
– Concerti.
– Fiere e Sagre.
Argomenti di conversazione. Sono stati classificati in:
– Ambiente e territorio.
– Enogastronomia.
– Eventi.
– Servizi al turista.
– Storia e arte.
[dropcap3]T[/dropcap3]utti quanti da bambini ci siamo divertiti a indovinare la figura nascosta nei reticoli di puntini numerati che dovevamo unire con linee rette, per svelare poi con sorpresa il disegno celato, che (quasi mai) avremmo immaginato tale. Da quando Steve Jobs (che non ha certo bisogno di presentazioni) pronunciò il suo discorso all’Università di Stanford di cui si è soliti ricordare anche il celebre invito “stay hungry stay foolish” rivolto alla platea di giovani – “unire i puntini” è divenuto anche un modo di riferirsi all’origine del processo creativo.
Raccontava Steve Jobs che l’abbandono dei corsi regolari al College gli aveva dato il tempo di seguire liberamente il capriccio di altri interessi, tra cui un corso di calligrafia. Un’esperienza di cui solo anni dopo comprese l’importanza, quando realizzò computer in cui l’elemento “tipografico” aveva una grande importanza ed una motivazione estetica. Disse Jobs: “Certamente all’epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro. Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro.”
Tra le 18 caratteristiche del creativo infatti, a giudicare da questo articolo che riporta il pensiero di Scott Barry Kaufman, uno psicologo della New York University, c’è appunto la capacità di unire i puntini, cioè di mettere in relazione fattori apparentemente slegati, trovando fra di essi una correlazione e dando così origine a un’idea nuova e originale. Non stupisce allora trovare fra le altre 18 caratteristiche del creativo un gruppo di qualità che hanno a che fare con la capacità di lasciare vagare la mente: sognare a occhi aperti, osservare, starsene da soli, perdere la cognizione del tempo, circondarsi di bellezza. Ma allora basta distrarsi per innescare il processo creativo? Evidentemente no. La facoltà creativa di risolvere un problema o intuire un’idea in modo subitaneo e illuminante – che viene definita insight solving – non sta tutta nello stereotipo del genio e sregolatezza.
Al contrario il processo creativo ha bisogno di nutrimento prima e di tempo per l’elaborazione poi, in uno sforzo di concentrazione mentale che sembra isolare per un momento il creativo dalla realtà. Tanto che l’elemento della follia pare non trascurabile, se per follia intendiamo la capacità di uno sguardo strambo, divergente rispetto al punto di vista consueto. Come del resto lo “stay foolish” di Steve Jobs stesso suggeriva. Senza addentrarci in teorie anche più radicali che accostano la creatività a problemi psichici specifici come il disturbo bipolare.
[bctt tweet=”La creatività come distrazione dalla realtà circostante, esclusione del campo visivo…” username=”MapsGroup”]
Un’idea, questa dell’unire i puntini, che trova conforto negli studi neuroscientifici: in questo interessante articolo si spiegano i meccanismi dell’insight solving: partendo da una domanda, si attraversa una fase di impasse, per poi giungere in modo improvviso all’idea nuova e risolutiva, resa possibile da una fase di distrazione dalla realtà circostante, che si manifesta in modo fisico, con una sorta di esclusione del campo visivo, come se il cervello guardasse dentro se stesso. Valutando poi quale area del cervello è attivata nel momento in cui avviene appunto il processo di insight solving, si vede che è quella pertinente alla “comprensione linguistica, come l’interpretazione delle metafore o la comprensione delle battute di spirito”. Ancora quindi la capacità di collegare elementi cogliendo fra di essi un nesso creativo.
E di una “Combinatoria della creatività” scrisse anche Umberto Eco nel 2004: “Come tutte le scoperte scientifiche a venire dovrebbero in qualche modo essere contenute negli algoritmi che reggono gli eventi naturali, così tutte le creazioni artistiche dovrebbero già essere contenute in potenza negli elementi fondamentali, suoni, lettere, intervalli, tinte, linee e figure geometriche di cui la nostra specie dispone”.
Insomma, i puntini sono tutti già dati, sta a noi unirli. E quando vi rimprovereranno, vedendovi distratti e assorti nei vostri pensieri, potrete dire che è l’otium necessario al vostro processo creativo!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
nuovoeutile.it/come-funziona-la-creativita
nuovoeutile.it/psiche-neuroscienze
www.diegm.uniud.it
[/boxed_content]
[dropcap3]A[/dropcap3]ffrontiamo oggi un altro capitolo della nostra Rubrica “Innovazione e Performance”. Dopo avere indagato – negli aspetti generali – gli effetti che l’introduzione di strumenti innovativi può generare su determinati settori della sfera sociale, e dopo il primo articolo dedicato alle infrastrutture, arriviamo oggi a parlare di un altro ambito sociale di grande importanza. Si tratta delle cosiddette Agenzie di socializzazione, luoghi materiali o relazionali in cui si incontrano e si formano i componenti di un determinato contesto sociale. Tale classificazione fa riferimento agli ambiti sociali non solo come luoghi in cui i singoli intessono relazioni, ma in cui si costituisce anche il senso di appartenenza a un dato patrimonio culturale. Con un significato in più dunque, che ha a che fare con il riconoscersi in una comune identità sociale e con il condividere valori e saperi.
[bctt tweet=”La pressione imposta negli ultimi decenni dall’innovazione tecnologica è senza pari.” username=”MapsGroup”]
Le declinazioni concrete delle Agenzie di socializzazione stesse rendono evidente questo aspetto, se consideriamo che si tratta di famiglia, scuola, gruppo dei pari e mass media. Gli studi sono soliti distinguere tra socializzazione primaria e socializzazione secondaria. La prima – garantita dall’istituzione famigliare – trasferisce valori e identità e quindi – ci si attende – è più stabile nel tempo. La seconda invece definisce e differenzia saperi e conoscenze, ruolo assegnato alla scuola e ai mass media ad esempio, e per definizione dunque soggetta al cambiamento.
Tuttavia la pressione senza pari imposta negli ultimi decenni dall’innovazione tecnologica degli strumenti di conoscenza e di relazione, ha scombinato categorie e sistemi tradizionali di socializzazione. Vedremo alcuni esempi (per ovvie ragioni di spazio), che ci sono parsi particolarmente significativi.
A partire dalla famiglia, per cui prendiamo spunto da un interessante articolo, l’intervista a Riccarda Zezza, autrice del libro “MAAM – Maternity as a master” e cofondatrice di Piano C. La riflessione da cui nascono questi progetti supera d’un balzo il problema attorno a cui a lungo si è attorcigliato il ruolo delle donne nella società recente, quello della conciliazione del ruolo di cura (e di socializzazione!) della famiglia e quello svolto all’interno del mondo del lavoro. Da un lato in questi progetti si rivendica alla madre proprio quelle competenze, per così dire naturali di leadership, che sono richieste dalla società attuale, e si rintracciano finalmente nella tecnologia gli strumenti per esercitarla. Da qui il coworking, ovvero spazi condivisi di lavoro, così lontani dagli “inaccessibili” e rigidi uffici tradizionali, spazi che sono possibili solo grazie agli strumenti digitali. E che significano flessibilità degli orari e delle modalità di gestire la propria professionalità, finalmente delineando una prospettiva nuova anche per le madri lavoratrici.
Una possibilità che diventa una necessità: come preparare alla socialità, come traferire valori utili alla vita nel mondo nuovo, all’interno di una famiglia i cui componenti genitoriali non siano essi stessi parte integrante di quella società cui sono chiamati a partecipare i loro figli in un futuro prossimo? Ecco che l’innovazione si fa portatrice del cambiamento nella società, anche attraverso i cambiamenti della famiglia.
Venendo alla scuola, l’irruzione del digitale è avvertita anche qui come una necessità, per i medesimi motivi di cui abbiamo parlato. Come farebbe la scuola a preparare adeguatamente alla vita sociale se non condividesse con i suoi alunni quegli stessi strumenti cui loro, sin da piccolissimi, sono esposti? Con il rischio di lasciarli in balìa di quegli strumenti stessi, utilizzatori passivi e deboli, invece che abili ed esperti, capaci di massimizzarne i vantaggi e le potenzialità.
Di questo sembrerebbe esserci consapevolezza diffusa, magari non sempre adeguata progettazione e concretizzazione. Se l’istituzione scolastica italiana ha avviato un piano in 35 punti per la “scuola digitale”, modelli didattici innovativi sono possibili. Non solo LIM e tablet a scuola, ma un “insegnamento capovolto” è ad esempio quello in uso in molte scuole americane, e applicato e promosso anche in alcune realtà italiane. Flipnet ad esempio è la piattaforma dell’“Associazione per la didattica capovolta”. La dinamica della lezione frontale classica si trasforma in un’esperienza di condivisione e collaborazione tra docente e allievi che si preparano a casa per poter interagire attivamente a scuola; andando così incontro alla nuova forma mentis dei nativi digitali cui è impensabile ormai rivolgersi con modalità “classiche”.
In una tale prospettiva naturalmente gli strumenti digitali diventano essenziali e l’apprendimento online una pratica quotidiana. Così come è anche per altre piattaforme, ad esempio Eduopen: una rete di Atenei italiani che permettono la formazione a distanza, per cui rimandiamo a un nostro precedente articolo su 6memes. Del resto anche la formazione – come vedremo in un approfondimento futuro – è sempre più liquida, meno netti i confini e praticamente costante l’aggiornamento: quale risorsa migliore degli strumenti digitali? Tanto che la scuola può trovare spazio anche in un altro contesto sociale, quello del lavoro, come nelle corporate academy censite in Emilia Romagna.
Ultimo, ma non ultimo, il tema dei mass media che focalizziamo brevemente come WEB e Social Media in rapporto alle dinamiche sociali dei cosiddetti gruppi di pari, che qui usiamo nell’accezione più tipica, quella relativa all’età adolescenziale. Se per le generazioni del secolo scorso il luogo di incontro tra giovani era il famoso “muretto” o la chiassosa discoteca, oggi la piazza digitale è quella dei Social Media e delle App per scambiarsi i messaggi, con numeri impressionanti e anche risvolti preoccupanti come illustrato da questa ricerca.
Sì, perché la distanza e la virtualità non possono che incidere sulla qualità e la natura delle relazioni, innovando profondamente le dinamiche sociali. In fondo si tratta sempre di mezzi al cui uso si dovrebbe essere formati con valori di cultura digitale… E non ci riferiamo solo agli adolescenti! 😉
[dropcap3]L[/dropcap3]a lettura continua ad essere, soprattutto in estate o comunque nel tempo libero, uno dei modi più efficaci per prendere il tempo… perdendolo.
Non è un gioco di parole. Nel tempo della lettura, trascorso solitamente in uno stato di concentrazione e – gioco forza – immobilità, c’è una risorsa inattingibile dal tempo freneticamente rincorso nelle attività quotidiane: quella del tempo ritrovato. Tempo dedicato alla meditazione, alla riflessione, al fertile girovagare tra le parole, magari con qualche balzo qua e là di argomento in argomento.
E non è nell’accezione nostalgica del tempo ritrovato di Proust: la mobilità di cui parliamo, o meglio, la dinamicità, è quella tipica dell’immaginazione che – immersa in altri luoghi e stagioni seppure immateriali – conquista esperienze di tempo altrimenti inarrivabili.
[bctt tweet=”Cosa meglio di un testo è capace di condensare o al contrario dilatare il concetto stesso di tempo?” username=”MapsGroup”]
Cosa infatti meglio di un testo è capace di condensare o al contrario dilatare il concetto stesso di tempo? Basti ricordare alcune opere molto note, che parlano entrambe dello stesso, drammatico tema: la guerra. Dalla poesia più celebre di Ungaretti riferita ai soldati e la loro precarietà, all’imponente opera di Tolstoj, “Guerra e Pace”.
Gli stessi titoli, in fondo, fanno ogni volta lo stesso: condensano il tempo (e i luoghi) delle narrazioni in poche parole e dunque in pochi istanti spesi nel leggerli, ammiccando nel medesimo istante a scenari ben più estesi e complessi. Così è, se vi pare, leggere….
Sempre parlando di tempo, allora, noi di 6memes anche quest’anno come in quello precedente vogliamo condividere un po’ del nostro, con qualche consiglio su come passare il vostro. Come? Leggendo, chiaramente.
Come sempre però – vi avvisiamo – sono libri, quelli che vi suggeriamo, in qualche modo legati ai temi del nostro blog: condivisione, social, percezione, comunicazione…
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[highlight]Libri consigliati per l’esate[/highlight]
“Non sono pericoloso”, di Luigi Drei, in cui l’autore ci svela in maniera originale e inedita “I segnali di pericolosità che inviamo, più o meno inconsciamente, attraverso il corpo, attraverso la voce e attraverso gli occhi”.
Il secondo consiglio per gli acquisti riguarda il mondo dei Social, con un interessante opera di Valentina Turchetti il cui titolo parla da solo: “Social Media Marketing: Strategie per costruire e gestire efficacemente la tua comunicazione sui Social Media”, qui in versione Kindle.
Proseguiamo nel genere con un libro recentissimo di Matteo Pogliani che parla di un argomento di grande attualità: “Influencer Marketing”.
E per chiudere con un respiro più ampio, ricordiamo la già citata opera di Michele Guerra e Vittorio Gallese: “Lo schermo empatico”, davvero da non perdere.
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Buon tempo ritrovato a tutti, e soprattutto buona estate!
[dropcap3]T[/dropcap3]rivio e quadrivio sono le due componenti complementari delle arti liberali medievali: il primo afferente alla sfera matematica, il secondo composto da grammatica, retorica e dialettica, in un’ottica di unità degli studi caratteristica di quell’epoca. Anche l’umanista rinascimentale è del resto uno studioso a tutto tondo: pensiamo ad esempio alla figura mitologica di “quel” Leonardo che era insieme pittore, ingegnere, scienziato, intellettuale…
È nel sistema moderno che si attua invece la divaricazione del sapere fra scienza e cultura umanistica, uno iato che è all’origine di una certa vulgata che vuole gli “umanisti” in un mondo tutto loro, fuori da logiche concrete e utilitaristiche (non si sa se più sognatori o ingenui), mentre relega gli “scienziati” in luoghi del pensiero altrettanto chiusi e rigorosi, in un orizzonte fatto di soli numeri, regole e verifiche sperimentali.
A questo proposito, fra i motivi ispiratori del Blog 6memes, c’è proprio il desiderio di mettere in comunicazione Cultura e Parola con Numeri e Modelli, nella convinzione che ci sia tutto da guadagnare, dall’una e dall’altra parte. Perché, per essere davvero utile, la tecnologia deve nutrirsi ed essere immersa in un più ampio orizzonte culturale e, viceversa, la società nel suo insieme non può che trarre un grande vantaggio da una consapevolezza più diffusa e densa di significati (anche culturali e filosofici) del sapere tecnologico, oltre che dalla padronanza di un sapere umanistico non solo volto al passato e alle tradizioni, ma aperto al futuro e al cambiamento.
Naturalmente non abbiamo la pretesa, in questo, di essere particolarmente originali: sono anzi molti i filoni del sapere contemporaneo che hanno riattivato questa comunicazione virtuosa.
Ci riferiamo – oggi – all’applicazione della tecnologia digitale agli studi umanistici, si veda ad esempio il sito di The Alliance of Digital Humanities Organizations (ADHO), che si occupa appunto di promuovere e sostenere la ricerca digitale in ambito umanistico. Ma anche al possibile apporto della forma mentis umanistica agli studi scientifici.
A tal proposito ci vogliamo soffermare su un settore che ritieniamo affascinante (De gustibus… direte voi!), quello dell’applicazione dell’informatica agli studi linguistici, ovvero la linguistica computazionale che, secondo la definizione Treccani, “ha come oggetto di studio gli aspetti quantificabili del linguaggio e delle lingue: frequenza e quantità di informazione di ciascun elemento, restrizioni e regole di tipo morfologico e sintattico, traduzione automatica”.
Si tratta di una disciplina giovane, che ha avuto proprio in Italia uno dei suoi riconosciuti precursori, il Padre gesuita Roberto Busa. Una figura curiosa la sua, quella di uno studioso che negli anni Cinquanta del Novecento fu tra i primi a sentire la necessità di un’analisi del testo con strumenti computazionali.
Per seguire la sua “seconda” vocazione si rivolse a una delle principali aziende informatiche, IBM, affinché creasse per lui, di fatto, il primo software capace di indicizzare un testo e fare ricerche al suo interno. Insomma un ipertesto, che – nel caso di Padre Busa – era l’opera di San Tommaso d’Aquino.
La creazione e l’analisi con gli strumenti dell’informatica di corpora testuali (ad esempio il Brown Corpus del 1964 utilizzato per studiare l’inglese americano) ha dunque orientato la linguistica computazionale che, con l’informatica umanistica, sono divenute oggetto di ricerca e di insegnamento universitario anche in Italia, ad esempio presso l’Istituto di Linguistica Computazionale del CNR, a cui rimandiamo per l’approfondimento delle aree di competenza della disciplina.
[bctt tweet=”Linguistica computazionale: informatica e metodologia filologica per lo studio dei testi.” username=”MapsGroup”]
Da parte nostra – semplificando e per fare esempi concreti – possiamo riassumere il filo del discorso sottolineando come tali aree riguardino:
– l’applicazione dell’informatica alla metodologia filologica, per lo studio e la conservazione dei testi;
– l’analisi automatica dei testi per compiere al loro interno ricerche semantiche ai fini dell’estrazione di conoscenza;
– lo studio del linguaggio stesso, che permette, in tempi impensabili per un essere umano, ricerche e indagini su una grande quantità di materiale (si veda ad esempio questo articolo).
Potrebbero sembrare tutti concetti teorici e molto specifici, quasi avulsi dalla realtà… si tratta invece di approcci sperimentali che hanno ricadute assai concrete.
Un esempio ne sono gli stessi frutti della ricerca del succitato Istituto, ma anche l’ormai ovvia e da tutti conosciuta realtà dei motori di ricerca: non sono forse questi basati su algoritmi sempre più raffinati nella “lettura” di quantità esorbitanti di testi?
Lo stesso studio del funzionamento dei linguaggi – per fare un altro esempio concreto – può fungere da base per lo sviluppo di applicazioni che permettono la comunicazione da parte di persone con disabilità proprio nelle competenze comunicative. Si veda ad esempio uno dei campi di ricerca di Arcslab del Politecnico di Milano.
Molte altre possibili applicazioni possono riguardare inoltre gli ambiti industriali e commerciali, e per una volta – concedetecelo – ci prendiamo il permesso di essere autoreferenziali, citando strumenti software di business intelligence quali quelli sviluppati da Maps Group.
Clinika, ad esempio nel settore della sanità, e Webdistilled per l’analisi online e real time del sentiment. Entrambi infatti si fondano su motori semantici istruiti per annotare i testi in linguaggio naturale ed estrarne conoscenza.
Grazie alla linguistica computazionale è possibile dunque una nuova sinergia tra sapere umanistico e scientifico. Anzi, pare proprio che gli “umanisti” diventeranno essenziali allo sviluppo stesso della tecnologia – come possiamo leggere in questo interessante spunto. Dopo la crescita esponenziale del settore, in una nuova fase di assestamento e messa a frutto degli strumenti, “i prossimi 50 anni saranno probabilmente segnati da un ricongiungimento della cultura tecnica e quella umanistica: una vera e propria fusione dei due approcci”… E una (possibile) riscossa per i tanti laureati in materie umanistiche, a patto che aprano a loro volta il proprio sapere alla contemporaneità, e lo intendano con rigore scientifico!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.ehumanities.nl
www.smartdatacollective.com
[/boxed_content]
[dropcap3]S[/dropcap3]e fino a qualche anno fa parlare di Big Data voleva dire farlo a proprio rischio e pericolo, con pochi interlocutori interessati, oggi il vento sembra cambiato.
Il tema, infatti, e la relativa terminologia, si affacciano sempre più spesso nell’orizzonte delle conversazioni e negli articoli di varie pubblicazioni, online e non.
Influencer globalizzati si ingegnano nel produrre infografiche, diagrammi e “torte” varie per far comprendere al mondo del business gli infiniti potenziali insiti in tale inusitata mole di dati, aprendo anche a noi comuni mortali finestre d’interesse verso parole quali Big Data, Open Data, Big Data Analytics etc.
Questo perché – dato ormai per acclarato che il presente e il futuro dell’efficienza in senso lato non possono prescindere dal governo della complessità – non c’è nulla, oggi, di più complesso e articolato del quantitativo di informazioni, dati e numeri che la nostra società produce ogni secondo in tutto il pianeta.
A partire anche dal fenomeno della digitalizzazione, che – con un’accelerazione straordinaria – genera una vera e propria esplosione di dati in tutti i settori della nostra società, nessuno escluso.
Oggi dunque, che le nostre capacità di calcolo – o meglio, quelle delle “macchine” che abbiamo opportunamente costruito prima e istruito poi – sono in grado di applicarsi in poderose prove di forza, tali Dati sono in procinto di essere esplorati e selezionati, scartati e trattati, allocati e trasformati in ogni dove, diventando veri e propri strumenti di efficienza e business, gestione e controllo.
Noi di 6memes, allora, fedeli all’imprimatur fondante del nostro stesso esistere, vocato alla trasmissione della conoscenza e alla divulgazione in termini più facilmente comprensibili di realtà tecniche altrimenti intraducibili, risaliamo oggi la fonte ontologica di questi strani dati, e cerchiamo di descriverli.
Innanzitutto usando la terminologia di settore che vede in un pool di “V” – velocità, varietà, volume, variabilità, veridicità – le caratteristiche necessarie e sufficienti a definirli.
Ma innanzitutto: cosa sono i Big Data? Sono senz’altro aggregazioni di informazioni di vario tipo (raccolte con diverse modalità) la cui mole non può essere processata attraverso strumenti di analisi standard, e che, come riportato in questo articolo: “What is Big Data? A meme and a marketing term, for sure, but also shorthand for advancing trends in technology that open the door to a new approach to understanding the world and making decisions.” sono anche una sorta di scorciatoia in grado di far progredire la tecnologia aprendo le porte a un nuovo modo di “comprendere” il mondo.
Le 4 + 1 “V” allora si spiegano in questi termini, laddove non solo il volume basta a identificarli – fraintendimento cui potrebbe ad esempio portare il termine Big – ma concorrono anche criteri di Velocità, intesa nel senso di velocità di generazione dei dati, di Varietà, riferita appunto alla diversità sia di fonte che di tipologia dei dati, di Variabilità, legata al fatto che il senso o l’interpretazione di un medesimo dato cambia in base al contesto in cui viene raccolto ed analizzato, cui si è recentemente aggiunto un ultimo fattore che inizia sempre con la lettera “V”, quello della Veridicità.
[bctt tweet=”Le 4 + 1 V dei Big Data si dispiegano laddove non solo il Volume basta a identificarli… ” username=”MapsGroup”]
Termine più che mai attuale, quest’ultimo, in quanto si riferisce alla connotazione qualitativa del dato raccolto e analizzato (in termini di interoperabilità e affidabilità), fattore davvero cruciale, essendo questi dati alla base di una serie di attività inferenziali il cui esito dipende appunto dalla qualità della materia prima da cui si parte. Come a dire: è bene fare Castelli, a patto che questi non siano di sabbia. A meno che non stiamo giocando in riva al mare…
Queste dunque sono le parole chiave che governano questo mondo in cifre e lettere che a giorni alterni incontriamo di qua e di là del web e che incorniciano un mondo parallelo di informazioni – da noi stessi generate – che possono e probabilmente debbono tradursi appunto non solo in numerosità, ma in altrettante “verità” su cui fare conto, se vogliamo organizzare e governare la complessità con cui noi stessi ci stiamo circondando.
Come per tutte le cose importanti di questo mondo, del resto: la verità e la consapevolezza come patto implicito su cui si fonderanno le decisioni che prenderemo, con tutte le conseguenze che tali azioni porteranno con sé. Dato dopo Dato.
[dropcap3]D[/dropcap3]opo aver parlato della malattia e della cura del corpo sul piano sostanzialmente fisico, continuiamo il nostro viaggio narrativo intorno alla medicina, in prospettiva storico-culturale, affrontando il tema misterioso e affascinante dei meccanismi della psiche.
Non ne parleremo con pretesa di approfondimento, essendo una materia troppo delicata per il perimetro del nostro blog, ma – senza affrontare gli aspetti più dolorosi (e talvolta tragici) della malattia mentale – ci soffermeremo invece brevemente su come, nel tempo e fino ad oggi, le comunità scientifiche e le società ne hanno affrontato i vari aspetti. E lo faremo alla nostra maniera, attraverso quella forma di condivisione della conoscenza rappresentata, appunto, dalla narrazione.
A tal proposito ci facciamo soccorrere dal motto utilizzato nel titolo. L’antico Nosce te ipsum – del tempio di Apollo a Delfi, che faceva riferimento, secondo gli studiosi, alla finitezza dell’essere umano e ai suoi limiti – potrebbe essere reimpiegato oggi, come esortazione a una maggiore consapevolezza del sé, anche a fronte dell’incertezza esistenziale che indubbiamente caratterizza il nostro tempo. È perfino banale ricordare come ansia e depressione, fobie, attacchi di panico, comportamenti compulsivi, siano una “malattia” del nostro tempo. E che tale loro incremento sia legato anche al venire sempre più meno di quella rete di sostegno – sociale, religiosa o politica, a seconda delle epoche storiche – che abbracciava gli individui in un contesto assai più ampio della loro soggettiva finitezza e li guidava attraverso un sistema di valori, proprio come un faro nella tempesta.
Non è un caso insomma che – con il delinearsi della civiltà contemporanea – si sia determinata anche una crescente sistematizzazione della psicologia come disciplina medico-scientifica, con le varie scuole e le molteplici filosofie della cura. Un bisogno di cura del disagio psicologico non solo sempre più evidente e inerente una parte significativa della popolazione, ma rispetto al quale la società stessa ha maturato una risposta non soltanto clinica, ma rispettosa dell’individuo e dei suoi diritti.
Fra i diversi modi di guardare al problema, tra cui l’organico (il disagio e la malattia come frutto di un problema fisiologico, da curare come tale) e il dinamico (la malattia è frutto invece di forze psichiche contrastanti), citeremo qui quello forse più noto, divenuto per così dire paradigmatico, ovvero la psicoanalisi freudiana con il suo corredo iconografico della terapia: l’analista e il suo famigerato lettino, i sogni da interpretare, il vissuto da dipanare…
Stereotipi che popolano tanti libri e film, fino a divenire parodia e nascondere perfino in taluni altri casi una vena critica per certi compiacimenti e ripiegamenti borghesi sul sé interiore. Pensiamo ad esempio alla sottile ironia di un personaggio come lo Zeno di Svevo, o agli stralunati nevrotici del cinema di Woody Allen.
Insomma, il panorama del mondo della “malattia” connessa alla sfera psicologica meriterebbe definizioni e distinguo, anche sociologici, per tacere di quelli semantici della terminologia da usare, su cui qui non possiamo che sorvolare.
E arriviamo così, per concludere, a un rapido sguardo sull’oggi, con i tanti filoni e scuole di pensiero che si sono sviluppati, dove l’attenzione non è più centrata solo sull’interiorità dell’individuo, ma è di volta in volta rivolto all’indissolubile intreccio di corpo e mente, oppure all’ambiente e al sistema di relazioni in cui si è formato ed è immerso il singolo, al suo comportamento, più che al suo inconscio.
Anche se occorre considerare come in realtà, proprio per la complessità dei fenomeni e delle persone che li vivono, la cura non può che essere differenziata e mista, con il ricorso anche ai farmaci, ad esempio per superare le fasi acute della sofferenza.
Dopo questa lunga divagazione torniamo dunque all’iniziale “conosci te stesso”… ci piace infatti ricordare una specifica pratica di cura, chiamata mindfulness, che viene accostata anche ad antiche pratiche meditative. Pratica che focalizza non più il vissuto e l’inconscio come origine nascosta della sofferenza da riportare alla luce per risolvere le difficoltà esistenziali, ma il qui e ora da affrontare con gli strumenti della consapevolezza e dell’accettazione di sé.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_psicoterapia
it.wikipedia.org/wiki/Storia_della_psicologia
www.treccani.it/enciclopedia/ansia-e-depressione_(XXI-Secolo)/
[/boxed_content]
[dropcap3]N[/dropcap3]on deve ingannare l’apparente, innocua “veste” del termine moda che, a una lettura ingenua, sembra ammiccare a un qualcosa di databile, e dunque soggetto – come la giovinezza e la bellezza – al trascorrere impietoso del tempo.
E nemmeno deve trarci in inganno l’altra declinazione possibile del termine, che evoca scenari di lusso elitario e passerelle in cui donne eteree e abiti fiabeschi avanzano insieme a passo regale: niente è più sociale della moda, e null’altro è in grado – in un solo colpo d’occhio – di rappresentare identità estetica, status economico e stile di vita.
E come per quanto riguarda le norme basilari della comunicazione in generale – per cui si teorizza che è impossibile non comunicare – anche per la moda vale lo stesso: non importa se uno cerca di esserne svincolato, facendo – come si dice – l’alternativo: tale apparente disinteresse rischia anzi di ammantare di un’aura snob il suo ignaro “portatore”…
Non c’è uscita possibile, dunque, da questo labirinto. E visto che l’abito fa – eccome se lo fa – il monaco, ci sono interi settori della società, della cultura e del business che in queste vesti si trovano alla grande, con un approccio molto poco poetico e assai prosaico. Parliamo della MODA, quella vera, capace di muovere un’infinitudine di sogni, persone e merci… Come non affiancare dunque al termine Moda la parola Big?
L’industria della moda, “avanti” da sempre in tutto, lo è anche in questo settore, quello dei Dati. Pressoché illimitati sono gli esempi che dalla tecnologia Big Data – o IOT, Mobile e chi più ne ha più ne metta – hanno ricavato più e più asset, “guadagnandoci” alla grande e traducendo il tutto in una tecnologia Smart che più smart non si può. Un click o due e decine e decine di capi d’abbigliamento arrivano a casa tua con “consegna e reso gratuiti”.
Il tutto in continui flussi di comunicazione in andata e ritorno che disegnano senza colpo ferire comportamenti d’acquisto e stili di vita, traducendosi in colori, forme e tessuti, preferenze e idiosincrasie tracciate a memoria, inestimabile bottino di Dati pronto a mostrarsi alle nostre spalle al prossimo impulso di shopping online.
La Moda poi, si auto-alimenta e, ingorda come è, non si accontenta mai. Tanto da divenire fonte, impulso e ispirazione non solo per i consumatori, ma per gli stessi produttori. Pardon: creatori e stilisti.
[bctt tweet=”Come non affiancare al termine #Moda la parola Big? O anche #Smart, Small, Extra-Large…” username=”MapsGroup”]
In un articolato White Paper pubblicato dal network O.Reilly sul tema, il fenomeno Smart si è allargato alla grande, invadendo tipologie di produzione e consumo di beni “di moda” davvero ingegnosi. Ne proponiamo di seguito un breve elenco, riportando alla lettura dell’e-Book la lunga lista di possibilità.
Partiamo con Wowcracy, una piattaforma per designer indipendenti che, secondoVogue Talent, “si conferma come uno dei progetti di scouting più interessanti sulla scena della moda internazionale”, e proseguiamo con Moda Operandi, che vende moda di lusso in pre-ordine direttamente dal sito. Passiamo poi da GPS FASHION il cui claim è tutta una promessa: “Concept to Consumer. Transform your Launch to Market”, sino a Modalyst, una piattaforma di acquisto che collega designer indipendenti e piccoli rivenditori, terminando con EDITD, un eccezionale strumento di dati per stilisti, merchandiser e acquirenti che quantifica le tendenze in tempo reale, analizzando i dati dalla vendita al dettaglio assieme alle metriche sociali e di prodotto.
Che altro aggiungere? Con questa nuova generazione di high-tech, realtà piccole e grandi sono oggi capaci di massimizzare e segmentare, filtrare e specializzare il mercato, e soprattutto di orientarlo. In nuove forme di business in cui il “taglia e cuci” di una volta sembra una nuova metafora per “cerca, scegli e cuciti addosso l’abito che vuoi”.
La nuova sede del gruppo è nel complesso ATRIUM, in via Paradigna 38/A a Parma.
[dropcap3]D[/dropcap3]a lunedì 6 giugno chi cercherà il Gruppo Maps potrà trovarlo nella nuova sede, in una piccola isola a Nord di Parma circondata da un’area verde e pedonale, in posizione strategica rispetto all’Autostrada e alla Tangenziale e ben fornita di collegamenti pubblici con la città, la sua stazione il suo centro.
La nuova sede, che è stata edificata secondo gli standard più elevati in materia sia di comfort personale che di tutela ambientale, è suddivisa in due diverse palazzine, di cui una tre piani, e gli spazi sono distribuiti in 4 differenti aree dedicate ad altrettante funzioni:
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[icon image=”ss-tag” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Operation
Erogazione di attività ai clienti
[icon image=”ss-tag” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Planning
Pianificazione, Organizzazione, Gestione dei clienti
[icon image=”ss-tag” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Support
Servizi generali, AFC, Supporto commerciale, HR e formazione
[icon image=”ss-tag” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Relax
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Per favorire il dialogo e la comunicazione intra ed extra aziendale sono presenti otto meeting room – dedicate ad altrettanti “maestri” nell’innovazione, della cultura e del pensiero – di cui una all’aperto, in un terrazzo che affaccia sulla città. Una di esse, la Thinking room, sarà dedicata al silenzio e alla riflessione.
Elevata anche l’attenzione al comfort per chi “vivrà” nella nuova sede, con una grande attenzione all’acustica e all’organizzazione modulare del lavoro e un intero piano dedicato la relax e alla pausa, attrezzato con cucina e posti per il pranzo.
Disponibili per tutti anche ampi spazi all’esterno… Insomma: una sede pensata per chi ci lavorerà e dunque ci vivrà!
