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Flâneur: il passeggiatore virtuale, più o meno digitale.

[dropcap3]I[/dropcap3]n italiano non suona tanto bene: vagabondo, perdigiorno… Dà l’idea del riprovevole vizio dell’ozio. Ma in francese, è tutta un’altra cosa: flâneur... Che poi è un vagabondo perdigiorno lo stesso, ma il termine indica anche qualcos’altro: il flâneur, secondo la tradizione letteraria dell’Ottocento, è un intellettuale che trascorre il suo tempo vagando senza meta e senza scopo nello spazio cittadino (e la città è Parigi!), contemplando la folla urbana, seguendo il capriccio di un’osservazione disinteressata del mondo, in preda ad una curiosità libera dal profitto, un “botanico da marciapiede”, per usare l’espressione coniata dal poeta Charles Baudelaire, che per primo ha incarnato e codificato la figura del flâneur.
Naturalmente il flâneur ha molto tempo a disposizione, è “uno che porta al guinzaglio delle tartarughe lungo le vie della città”, per dirla sempre col poeta. E’ quindi un aristocratico dello spirito, o almeno un borghese esentato dal partecipare alla lotta per la sopravvivenza, un prodotto della rivoluzione industriale, come ben lo intese Walter Benjamin nel suo “Das Passagen-Werk”.
Non a caso l’infaticabile passeggiatore compare in contemporanea con la nascita del turista, ma il suo viaggio si limita all’esplorazione del ristretto nugolo delle solite strade cittadine, percorse quotidianamente senza fretta e senza scopo. Il flâneur, in questa tradizione culturale, è visto come uno studioso della vita moderna, un “ozioso affaccendato”, come lo ha definito qualcuno, estraneo al mondo del lavoro e della produzione capitalistica, che contempla la realtà con un atteggiamento misto di distacco e partecipazione.
Il flâneur è infatti una figura dinamica: può stazionare seduto al tavolino di un bistrò osservando il caleidoscopico mondo che scorre davanti a lui, ma più frequentemente è un passeggiatore instancabile, che copre distanze ragguardevoli, percorrendo itinerari casuali, mai programmati. Il flâneur infatti è un animale urbano, un solitario che però ama la folla; o meglio, ne è attratto ma la fugge allo stesso tempo, come raccconta bene Edgar Allan Poe, il maestro di Baudelaire, ne “L’uomo della folla”, altro testo chiave per comprendere a pieno il senso della flânerie.
E’ un camminatore, quindi, come il protagonista de “La passeggiata”, un altro classico sull’argomento, un bellissimo racconto scritto da Robert Walser nel 1917. E di indole nomade ed errabonda è anche il protagonista dei “Quaderni di Malte Laurids Brigge” (1910) di Rainer Maria Rilke, che introduce però un altro aspetto della figura del flâneur, e cioè l’inquietudine, il senso di estraneità dell’individuo in una Parigi infernale, segreta e sotterranea, in cui il protagonista vaga come in preda a un delirio allucinatorio. L’ultimo importante esempio di letteratura della flânerie è individuabile infine nella “Trilogia di New York” di Paul Auster, in cui il passeggiatore solitario protagonista dell’opera è trasformato in un detective alla ricerca del senso della vita nella metropoli straniante e labirintica.
Ma arriviamo ai giorni nostri. E a questioni meno letterarie. Esiste la versione contemporanea, magari al femminile, del flâneur? Secondo Elizabeth Wilson, si tratta, per ragioni storiche e culturali, di una figura essenzialmente maschile, anche se la modernità ha prodotto una versione femminile di flâneuse, incline però più allo shopping che alla contemplazione. E le percentuali di acquisti online fatti da mani femminili lo dimostrano, dollari, euro o yen che siano alla mano, così come il tempo che il genere femminile dedica alle passeggiate online.
L’ultima frontiera della flânerie sembra essere data proprio dal web, tanto che alcuni parlano di cyberflâneur, un solitario navigatore della rete che per curiosità e voyeurismo osserva il multiforme spettacolo del mondo virtuale, mosso più dal desiderio di perdersi che di trovare, di condividere che di appropriarsi, facendo propria quella dimensione più oblativa e antieconomica che sembra essere la cifra più profonda del mito del flâneur. Come dire: cambiano le strade, ma il passo dell’indolente è sempre quello?
Non è proprio così. È vero, la rete ha reso tutti noi un po’ più nomadi e vagabondi, curiosi ricercatori di conoscenze alternative, esploratori di territori non battuti, osservatori disinteressati del teatro del mondo… Ma è il concetto di serendipity (cui dedicheremo un prossimo articolo) ad aver ormai contagiato anche questo girare a caso per il web, traducendo lo storico significato “flaneriano”, dedito all’ozio puro, in qualcosa di più prosaico. Nel senso che, sì, va beh oziare, vagabondare, girovagare… ma portare a casa qualcosina no? Per saperne di più vi aspettiamo al prossimo articolo. E nel frattempo… buona passeggiata.
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approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
Bibliografia
– Charles Baudelaire: “Lo Spleen di Parigi”, “I quadri di Parigi”, Il pittore della vita moderna”
– Edgar Allan Poe: “L’uomo della folla”
– Rainer Maria Rilke: “I quaderni di Malte Laurids Brigge”

– Guillaume Apollinaire: “Il flâneur di Parigi”
– Dino Campana: “I canti orfici”
– Robert Walser: “La passeggiata”
– Luis Aragon: “Il paesano di Parigi”

– Walter Benjamin: “I passages di Parigi”

– Paul Auster: “Trilogia di New York”
– Elizabeth Wilson: “The invisible flaneuse”
– Chris Jenks: “Watching your step”

– Giampaolo Nuvolati: “Lo sguardo vagabondo”

– Gaspare Armato: “Il senso storico del flaneur”
 
Siti internet consultati

– www.oubliettemagazine.com
– www.doppiozero.com
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

La Cornucopia vuota. Risorse naturali, quanto ci resta?

[dropcap3]U[/dropcap3]na mitica età dell’oro, in cui l’uomo viveva, in pace, dei ricchi frutti di cui la natura era dispensatrice, appartiene a molte tradizioni, in primis a quella greca classica e a quella biblica del Paradiso Terrestre. E se, ben presto, tale idilliaco equilibrio si è spezzato sotto la spinta impressa alle vicende umane dal desiderio di conoscenza dei nostri mitologici antenati, pare che le conseguenze della punizione inflitta a Prometeo e Adamo continui a perseguitarci. La cacciata dall’Eden si perpetua, invero per colpa nostra, nella misura in cui, non solo a lungo e in modo dissennato abbiamo consumato le risorse naturali che il pianeta ci offriva, ma tuttora rincorriamo obiettivi di riequilibrio ambientale ancora tutti da avverare.
Insomma, la cornucopia dei beni che la Natura ci offre si va inesorabilmente svuotando. Global Footprint Network è un ente che “ha l’obiettivo di accelerare l’uso dell’Impronta Ecologica – uno strumento di contabilità delle risorse che misura quanta natura abbiamo a disposizione, quanta ne utilizziamo, e chi usa cosa”, per diffondere dati e conoscenze utili a uno sviluppo sostenibile. Ebbene, secondo questa organizzazione, come riportato in questo articolo il consumo attuale di risorse naturali è una volta e mezzo quello disponibile sulla Terra. Di questo passo, in proiezione, ci servirebbero due Pianeti entro il 2030 e tre pianeti entro il 2050 per sostenere tale vertiginosa crescita a scapito dell’ambiente.
Tanto che, ogni anno, l’8 di agosto è simbolicamente fissato l’Overshootday, ovvero il giorno in cui l’umanità esaurisce tutte le risorse che la Terra è in grado di rigenerare appunto in quell’anno.
Questa “contabilità ambientale” rivela come la ricchezza ecologica del nostro Pianeta – che può essere visualizzata in una interessante mappa interattiva consultabile a questo link – risulta dunque inesorabilmente in pericolo.
Per questo, anche in ambito europeo, sono attivi programmi per contrastare gli effetti negativi su biodiversità e risorse naturali, e raggiungere l’obiettivo del 7° Programma d’azione europeo per l’ambiente, ovvero quello di uno sviluppo compatibile con i limiti naturali del Pianeta. Ma il rapporto SOER 2015 dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, nel sottolineare i progressi fatti – in ambiti come il contenimento dei gas serra o la gestione dei rifiuti – rivela anche come “la biodiversità continua a essere erosa”: il 60% delle specie protette e il 77% degli habitat presi in considerazione dallo studio non godono di buona salute, così come “la metà dei corpi idrici”, mentre “la biodiversità marina e costiera rappresenta un ambito di particolare preoccupazione”.
Quale sia la situazione in Italia può essere consultata invece nell’Annuario 2014-2015 dell’ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, dove sono presi in considerazione globalmente i fattori convergenti che incidono sulla conservazione dell’ambiente, come quelli produttivi, lo stato di biosfera, idrosfera e geosfera, gli elementi di rischio e quelli invece di tutela ambientale. Ne emerge un quadro complesso dove indicatori positivi, si alternano a situazioni che destano allerta e ad altre più negative.
Quali soluzioni perseguire allora? Non ci soffermeremo qui sullo stato delle politiche nazionali o sugli accordi intrapresi tra gli Stati. Ci piace pensare però che quella stessa fame di conoscenza e quella curiosità della scoperta che gli Antichi reputavano all’origine della perdita dello stato di natura, possano soccorrerci, fornendoci gli strumenti per porre rimedio ai nostri stessi guasti, sotto l’impulso di una più matura consapevolezza della necessità di tutelare il nostro Pianeta. Un esempio per tutti, quello che vede uniti FAO e Google Earth nel monitorare attraverso i satelliti lo stato della Terra e fornire così dati utili alla sua salvaguardia.
Chissà allora che – anche grazie a innovazione e conoscenze tecnologiche – la cornucopia non torni a elargire i suoi frutti.

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“Smart Cities Innovation Challenge” 2016: Maps Group will be there!

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“Smart Cities Innovation Challenge” 2016: Maps Group will be there!

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Maps Group Austin


June 13-15, 2016 • Austin – TX: When IoT and Smart rhyme with Globality.

 
This event, in its third year, is an extraordinary occasion to get a global reading on the opportunities for development and innovation starting from today’s critical areas, such as climate, energy and demographic issues. The end-goal is to find, share and accelerate innovative solutions for the development of Smart Cities.
In fact, thanks to the sharing of planning skills, expertise and potential areas for investment and business, innovative practices, proposals and projects to accelerate the smart development of urban communities throughout the world will be explored.
Replicability, Scalability, Sustainability and Interoperability:: these are the tags that describe the event in which participants are asked to contribute to the following themes on the agenda:
[list] [list_item icon=”ss-pointright”]Transportation[/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Sensor Networks [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]ICT Networks [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Cyber Security [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Buildings & Efficiency [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Urban Planning [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Islands/Isolated Communities [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Water Management [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Waste Management [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Weather Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Gov/Civic Services [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Emergency Services [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Healthcare Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Environmental Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Finance Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Education Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Tools & Platforms[/list_item] [/list]
[bctt tweet=”#GCTCExpo2016 and #MapsGroup. ” username=”MapsGroup”]
Maps Group will be among the Italian representatives at the event, part of a long list of participants which includes: Hitachi, IBM,  MathWorks, Nokia, North Carolina A&T State University, Temple University, University of North Texas, and University of Texas at Austin.
In terms of the agenda of solutions Maps Group will be presenting during the initiative, in the forefront will be the demonstration of its energy distribution monitoring and control systems. To follow the event on Twitter, use the hashtags #GCTCExpo2016 and #MapsGroup.
 
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Additional information: www.gctcexpo.org
Stay tuned with #MapsGroup!

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Maps News

“Smart Cities Innovation Challenge”, Austin, Texas, edizione 2016.

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“Smart Cities Innovation Challenge” edizione 2016: Maps Group c’è!

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Maps Group Austin

Lingua ingleseGiugno, 13-15, 2016 • Austin – TX: quando IoT e Smart fanno rima con Globalità.

 
L’evento, nella sua terza edizione, è una straordinaria occasione per fare il punto a livello globale sulle opportunità di sviluppo e innovazione a partire dagli attuali punti critici in materia ad esempio di clima, energia e problemi demografici. Il fine ultimo è quello di trovare, condividere e accelerare soluzioni innovative per lo sviluppo di Smart Cities.
Grazie infatti alla messa in comune di progettualità, competenze e possibili ambiti di investimento e business, verranno confrontate pratiche, proposte e progetti innovativi per accelerare lo sviluppo intelligente delle comunità urbane in tutto il mondo.
Replicabilità, Scalabilità, Sostenibilità e Interoperabilità: questi i tag che inquadrano l’evento cui i relatori sono chiamati a contribuire, con i seguenti temi all’ordine del giorno:
[list] [list_item icon=”ss-pointright”]Transportation[/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Sensor Networks [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]ICT Networks [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Cyber Security [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Buildings & Efficiency [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Urban Planning [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Islands/Isolated Communities [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Water Management [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Waste Management [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Weather Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Gov/Civic Services [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Emergency Services [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Healthcare Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Environmental Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Finance Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Education Solutions [/list_item] [list_item icon=”ss-pointright”]Tools & Platforms[/list_item] [/list]
[bctt tweet=”#GCTCExpo2016 e #MapsGroup. ” username=”MapsGroup”]
Anche Maps Group tra i rappresentanti italiani presenti all’evento, in un lungo elenco di relatori, tra cui segnaliamo: Hitachi, IBM,  MathWorks, Nokia, North Carolina A&T State University, Temple University, University of North Texas, University of Texas at Austin.
Per quanto riguarda l’ordine del giorno delle soluzioni che Maps Group illustrerà durante l’iniziativa, saranno in primo piano la presentazione dei sistemi di monitoraggio e controllo per la distribuzione dell’energia. Per seguire l’evento su twitter utilizzare l’hastag #GCTCExpo2016 e #MapsGroup.

 
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Per ulteriori informazioni: www.gctcexpo.org
Stay tuned con #MapsGroup!

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Del perché tutte le strade portano a Roma: l’innovazione e le infrastrutture.

[dropcap3]C[/dropcap3]osa c’entrano i Romani con la nostra rubrica sull’innovazione e la relativa ricaduta sociale in termini di performance su quelle che nell’articolo “inaugurale” abbiamo chiamato “cornici di realtà”? Lo scopriremo affrontando il primo degli approfondimenti previsti, sul tema “Reti e infrastrutture”, ma prima partiamo da una necessaria – e breve – premessa.

Quali infrastrutture?

Con infrastrutture si intende ciò che viene chiamato anche “capitale sociale fisso”, ovvero quella dotazione, per così dire patrimoniale, di uno stato che non contribuisce direttamente alla produttività, ma che ne è il presupposto essenziale.
Senza entrare in ulteriori dettagli e distinzioni, possiamo però dire che tali infrastrutture si differenziano anche sulla base del loro essere “puntuali” o meno. Una scuola o un ospedale sono puntuali. Una strada o una rete ferroviaria hanno invece un carattere reticolare: sono formate da linee che possono incontrarsi e concentrarsi in punti, come le stazioni della Ferrovia, gli snodi di un’autostrada, oppure i punti di raccolta e di erogazione di un servizio.
Di queste reti parliamo oggi, aggiungendo che nel mondo digitale attuale non è detto poi che tali linee siano reali e concrete, ma possono essere anche più sfuggenti a categorizzazioni tradizionali: come definire le tratte che solcano il cielo nazionale, interrotte dagli scali? Come descrivere le maglie delle reti tecnologiche con i loro nodi, tanto essenziali per ogni nostra – è davvero il caso di dirlo – quotidiana attività?
Si tratta di reti di cui beneficiano appunto sia i soggetti produttivi, come le aziende, che i consumatori, e ciò soddisfa i parametri che avevamo fissato nel succitato articolo per la nostra piccola indagine: l’essere il luogo di incontro tra persone, cose e dati!
Per vedere allora come si realizza questo incrocio tra innovazione e infrastrutture – oltre a rimandare a una panoramica sui trasporti e sulla logistica già pubblicati sul Blog 6memes – siamo andati a caccia di ulteriori spunti.

L’importanza delle Reti

E arriviamo così a spiegare il perché di un titolo che torna indietro a rievocare perfino gli antichi Romani, che sono stati grandi costruttori di strade e, esagerando un po’, ma poi neanche tanto, con le strade hanno costruito un impero. Le reti infrastrutturali erano infatti già allora e sono per noi ancora oggi di cruciale importanza, siano esse concretissime strade sui cui si muovono merci e persone, o per noi anche impalpabili dati che veicolano la comunicazione nell’etere.
Infatti, se proverbialmente farraginosa e lenta è stata spesso, nella storia d’Italia, la costruzione delle infrastrutture, con il digitale e le tecnologie più innovative questo genere di problemi potrebbe e dovrebbe non solo trovare un efficace superamento, ma anche moltiplicare esponenzialmente il relativo vantaggio sociale: come si legge in questo articolo, non ammodernare e convertire in chiave tecnologica le infrastrutture potrebbe costarci caro… e non è un modo di dire!
A questo proposito è recente e incoraggiante la notizia riguardante l’iniziativa di Enel di installare una nuova generazione di contatori “intelligenti”: a questa rete in fibra – oltre ad agganciarsi il cosiddetto “Internet of Things”- potranno appoggiarsi le compagnie telefoniche, superando così i problemi che finora hanno ostacolato la diffusione della banda larga, giudicata un imperdibile starter per la nostra economia.
L’innovazione, a monte e a valle della Rete
In questa piccola ricerca abbiamo valutato inoltre come la tecnologia digitale e quella basata sui Big Data interessino tutti gli aspetti delle reti infrastrutturali e della loro “vita” sociale, agiscano insomma a monte e a valle dei processi, dall’erogazione del servizio da parte di Aziende ed Enti, alla fruizione del consumatore. Prendendo ad esempio le reti della mobilità abbiamo visto come l’innovazione agisca a tutto tondo, e in modo sinergico. Migliorando la gestione dei flussi, automaticamente ne ricavano beneficio l’esperienza e la sicurezza degli utenti.
In ambito aeroportuale ad esempio, dove la quantità di passeggeri da gestire è destinata ad aumentare di un 22% stimato al 2020, la soluzione è sempre più tecnologica e volta all’ottimizzazione di servizi e risorse: parcheggi robotizzati, business intelligence per la gestione dei flussi, biglietti digitali, come ci spiega questo interessante articolo.
Nel traffico ferroviario invece, ERMTS è un sistema che si avvale di tecnologie all’avanguardia per garantire l’interoperabilità ovvero la fluida circolazione dei convogli in Europa sulle linee che ne sono dotate.
Anche la sicurezza – di così grande attualità oggi – è oggetto di investimento tecnologico. Un solo esempio di casa nostra: grazie al passaporto biometrico e al riconoscimento facciale si possono superare i controlli in 20 secondi!
Insomma reti infrastrutturali sempre più innovative e utenti sempre più digitali – come gli Antichi Romani – alla conquista (pacifica) del mondo su strade tecnologiche!
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

corriereinnovazione.corriere.it

corriereinnovazione.corriere.it/citymapper
nova.ilsole24ore.com
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Big Data & C. Sharing Knowledge

Visibilità, originalità e semplicità: ecco i numeri di “6memes”, il nuovo blog del divenire.

[dropcap3]L[/dropcap3]o avevamo promesso e siamo qua: a un anno dall’avvio del blog 6memes diamo conto dei nostri numeri.
Prima, però, ricordiamo l’obiettivo originario del progetto: lanciare un blog su temi di solito inaccessibili attraverso un piano editoriale e uno stile comunicativo in grado di bilanciare tra loro contenuti informativi e d’intrattenimento, in un gioco di parole tra Letteratura e Numeri.
Due i topic portanti del progetto: la condivisione della conoscenza (Sharing Knowledge) e i Big Data, in un percorso di conversazioni alla portata di tutti, o quasi :-).
Proprio da questa sfida è partita l’idea di 6memes, per avvicinare anche i più restii al mondo dei dati – ancora sconosciuto – mostrandone le applicazioni concrete all’interno di contesti quotidiani, paralleli ai discorsi astratti di natura statistica, matematica o analitica che di solito li rappresentano.
Non abbiamo parlato, dunque – né lo faremo – solo di dati con la “D” maiuscola, quelli per i tecnici di settore, ma anche della possibilità di leggerli e interpretarli in un’ottica, diciamo così, umanistica.
Per fare questo abbiamo preso a prestito i “Six memos” di Calvino che, divenuti veri e propri tag all’interno del blog, lo hanno costellato di connessioni e percorsi tematici ad hoc, coerenti con la mission del progetto editoriale: regalare al lettore un’esperienza leggera, rapida, esatta, visibile, molteplice e coerente delle realtà innovative, seguendo l’insegnamento delle “Lezioni americane”.
Queste nuove tematiche, amalgamate insieme, hanno così dato vita a un blog che – con un centinaio di articoli pubblicati – non si presenta agli occhi del lettore come l’accostamento casuale di universi estranei tra loro, ma piuttosto come un tentativo di coabitazione, a volte fusione, di sistemi diversi di realtà, ciascuno aperto allo scambio con gli altri.

[bctt tweet=”“L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose”. Italo Calvino” username=”MapsGroup”]

E proprio partendo da questi tag la prima sorpresa: in un gioco di marcatura che non ha alcuna pretesa di campionatura – se non quella dell’espressione di senso dei contenuti – scopriamo che tra le connotazioni di visibilità, coerenza, molteplicità, rapidità, esattezza e leggerezza è proprio la visibilità, a trovarsi in pole position, seguita dalla coerenza.
A significare che l’ipotesi fatta inizialmente da 6memes era più mirata del previsto: tecnologia e big data, se analizzati e utilizzati con consapevolezza, servono a rendere “visibili” argomenti, modelli, evenienze e coincidenze che altrimenti sarebbero sommerse dalla complessità in cui svolgono il loro quotidiano “lavoro”.
Per quanto riguarda invece i “numeri” veri e propri del blog, diamo conto solo brevemente – per non darci troppe arie 🙂 – del riscontro di pubblico che ha avuto nelle varie piattaforme, con un’impennata – mantenutasi poi costante – delle visite sul sito e un incremento considerevole lato social sia dei follower che delle visualizzazioni dei post.
Infine una “citazione” di merito agli articoli vincitori della nostra classifica, in cui a seconda del social hanno fatto presa temi diversi: per quanto riguarda Facebook è stato l’articolo dedicato ai Neuroni Specchio e la conoscenza, a vincere, seguito da un post sulle performance biologiche delle balene e uno sugli Open Data.
Per quanto riguarda Linkedin il primo posto va invece a Eduopen, seguito da un articolo sul DNA e i Big Data  e un altro sul potere predittivo dei dati.
A un anno quindi dal nostro start possiamo essere davvero lieti dei traguardi raggiunti, ringraziamo di cuore chi ci ha voluto seguire e dare la sua attenzione e chiudiamo con una citazione celebre di Calvino: “L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose”. E con il nostro primo posto al tag visibilità speriamo di aver dato al nostro e al vostro sguardo qualche chance in più per guardare la realtà. Stay Tuned!
6memes Maps - Podio
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Agli albori dei Big Data Big Data & C.

Big data e Shahrazàd: mille e un dato.

[dropcap3]C[/dropcap3]iclicità, replicabilità e serialità sono tutti concetti che si rifanno al rapporto esistente tra la fine di qualcosa e l’inizio di un’altra, argomenti ed evenienze ben note alla nostra esistenza. Lo stesso Einstein – scienziato per antonomasia – lo aveva ben espresso: nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma.
È in questo semplice postulato – quasi fosse una sentenza – che, nel confine tra l’uno e l’altro stato, si individua quel momento decisivo – potremmo definirlo una sorta di clinamen – in cui la fine di ciò che esisteva in precedenza diviene materia prima per qualcosa che è prossimo a venire.
La maggior parte dei percorsi di senso della nostra società – seppure declinati in maniera diversa in base alle varie civiltà – segue del resto questo semplice (all’apparenza) principio.
Tanto che persino in letteratura questo meccanismo narrativo ha illustrissime origini: basta pensare a Le mille e una notte, celebre corpus narrativo indo-persiano scritto fra il X e il XII secolo e introdotto in Europa già nel Settecento.
Il dispositivo di senso di questa sorprendente opera si organizza infatti attorno a una cornice – l’incontro, notte dopo notte, di un crudele Sultano con la bella protagonista, Shahrazàd – all’interno della quale si srotolano mille e uno racconti. Il finale di ogni racconto, grazie all’abilità della narratrice, è sospeso ogni volta – o meglio è procrastinato – sino all’alba del giorno dopo, mantenendo così intatta, incontro dopo incontro, la curiosità del Sultano.
Emblematica anche la funzione salvifica conclusiva: grazie a questo espediente la protagonista non solo eviterà la morte, ma lo stesso Sultano avrà modo di lenire la propria ferita narcisistica e guarire così la propria anima; nel frattempo noi, i lettori, avremo goduto del racconto di mille e più fiabe strutturate in cicli narrativi consequenziali eppure indipendenti le une dalle altre.
Nel mondo dei Dati – che poi è quello che vogliamo indagare noi di 6memes – il passaggio tra la fine di una cosa e l’inizio di un’altra è assai meno cruento: qui davvero niente si distrugge ma tutto – potremmo dire in parafrasi – si moltiplica, trasformandosi. I dati, proprio come varianti di una storia, mattoncini di un’infrastruttura o molecole di atomi differenti, possono dare vita, grazie ai diversi legami che si possono intrecciare tra loro o con qualcos’altro, un numero pressoché inesauribile di altri “tracciati” informativi.
Seguendo dunque questo paradigma, arriveremo a una serie di esempi concreti, che riguarderanno sia i processi data driven che i set data mining, utilizzando la medesima tassonomia utilizzata da Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth in “Big Data. Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere”.
Secondo gli autori infatti, a partire dal processo di “datizzazione”, che consente di “quantificare il mondo” a partire da una serie di dati iniziali, si può arrivare a conoscere, raccontare e quindi trasformare la realtà, come in ogni percorso di senso che si rispetti. Come? Lo scopriremo nel prossimo articolo, di cui anticipiamo per ora soltanto l’indice:

Da digitale a dato

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] le parole che si trasformano in dati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] la posizione che si trasforma in dati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] interazioni che si trasformano in dati.

Valore primario dei dati

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] riutilizzo dei dati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati ricombinati,
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati estensibili.
E adesso, proprio come Shahrazàd – certo senza il suo fascino e la sua ammaliante capacità di seduzione – terminiamo qui il primo articolo sui mille e uno dati, in attesa del prossimo appuntamento.

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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

L’armonia della cura: le medicine alternative e complementari.

[dropcap3]A[/dropcap3] proposito di malattia e cura, abbiamo sviluppato la nostra rubrica sulla medicina in prospettiva culturale, di cui fa parte anche questo articolo, intorno al concetto cardine della loro variabilità.
Volendo introdurre una terminologia tecnica, presa a prestito dall’ambito linguistico, potremmo parlare di una relatività che si manifesta in senso diacronico (ovvero nel tempo), diatopico (ovvero nello spazio), e diastratico (ovvero nel plurimo riflesso sociale della malattia e del modo di affrontarla e gestirla da parte degli attori in causa).
E proprio alla luce della variabilità sia diatopica che diacronica, ancora una volta il tema che affrontiamo oggi esige una piccola premessa disambiguante. Parliamo infatti delle cosiddette CAM, ovvero le medicine alternative e complementari, in opposizione alla medicina tradizionale. Ma parlare di medicina tradizionale vuol dire di fatto assumere il punto di vista di una precisa linea storica. Prendiamo ad esempio la medicina cinese e l’agopuntura. Se per noi rientrano nel novero, complesso e articolato, delle medicine alternative, per i cinesi è proprio la nostra medicina – tradizionale per noi perché frutto (e tuttora oggetto) di secolare messa a punto metodologica – ad essere medicina alternativa, quanto meno di importazione, occidentale appunto.
Dichiarato allora l’orizzonte d’osservazione, partiamo all’esplorazione – almeno panoramica – di questo universo di cure alternative, rimanendo intanto nell’ambito della medicina cinese, forse la più nota anche perché frutto di un sapere millenario, e anche indirettamente riconosciuta dal Nobel, assegnato a una ricerca contro la malaria che partiva appunto da precetti della medicina classica cinese.
È di questi giorni la notizia che in Cina il governo ha definitivamente vietato di commerciare e cibarsi di animali e piante protette. Poiché il divieto riguarda elementi naturali utilizzati nella preparazione dei rimedi (ossa di tigre e pelle di manta, per fare qualche esempio) gli operatori del settore, come produttori e medici, ma anche i pazienti, hanno sollevato aspre critiche e contestazioni. Tuttavia, secondo questo articolo, se è vero che la medicina tradizionale riguarda milioni di cinesi delle aree rurali, “i cinesi in realtà hanno già consumato lo storico strappo: da anni sono in fuga dalla medicina tradizionale, diretti in massa verso i farmaci chimici importati dall’Occidente”, compreso un deciso calo del fatturato interno, ma anche dell’export.
E veniamo al punto, ovvero alla medicina alternativa a casa nostra. Accanto alla medicina cinese, sono moltissime le pratiche e i rimedi inseribili in questa categoria, definita anche integrativa e complementare, perché in realtà spesso usata in modo non esclusivo, ma in aggiunta o in temporanea alternanza alla medicina e ai farmaci della nostra tradizione, anche a seconda del disturbo da curare o da prevenire. Senza avviare una disamina delle varie medicine e metodi di cura, si può intanto fissare a contrario il tratto fondante la medicina occidentale, definita anche convenzionale e scientifica. Ovvero il suo derivare dal quel metodo sperimentale in cui affonda la sua radice la scienza moderna e che nello specifico clinico e sanitario prevede la verifica dell’azione di terapie e farmaci secondo le procedure della sperimentazione clinica controllata.
Come si possono invece classificare e definire le varie medicine alternative? Intanto vi rientrano pratiche antiche, come ad esempio l’agopuntura e la fitoterapia, e altre che sono relativamente moderne (ad esempio l’omeopatia). Alcune prevedono rimedi strettamente naturali, altre uniscono l’azione su corpo e mente insieme, come l’agopuntura. Altre ancora prevedono la manipolazione corporea, come la massoterapia e l’osteopatia. Ma tutte sfuggono a una fissazione in termini scientifici e sperimentali, essendo la verifica dei risultati tuttalpiù di natura empirica, basata cioè sulla consuetudine dell’osservazione. Anche perché si tratta per lo più di cure e metodi in cui è rilevante la differenziazione della risposta dei singoli individui e in cui spesso agisce anche il rapporto di fiducia e di dialogo che si instaura con il medico o comunque colui che somministra la cura.
Tuttavia la distanza tra la medicina tradizionale e quella alternativa non è radicale, né definita una volta per tutte. L’utilizzo nella farmacopea di principi attivi di estrazione vegetale è un fatto assodato, per fare l’esempio più evidente, così come l’utilizzo di pratiche quali l’agopuntura o la manipolazione muscolare o osteopatica in associazione ai farmaci o in alternativa ai farmaci.
A questo proposito in Toscana si trova il primo ospedale italiano  in cui i pazienti possono trovare tanto le cure classiche che quelle alternative, affidandosi a fitoterapia, omeopatia, agopuntura e medicina cinese. La Regione Toscana risponde così a un’esigenza di conciliazione nelle cure che viene anche dalla cittadinanza.
Secondo una recente ricerca diffusa in occasione della Giornata Internazionale della Medicina Omeopatica, l’80% degli Italiani sa cosa è l’omeopatia. La usa regolarmente il 4,5%, almeno una volta all’anno il 20%. Ed ecco l’elemento diastratico: sono soprattutto donne gli utilizzatori, e di istruzione superiore. Mentre l’area geografica regionale prevalente è il Nord Ovest. Anche i dati sull’uso sono interessanti: gli Italiani usano i medicinali omeopatici per evitare effetti collaterali e perché li considerano efficaci per disagi più lievi.
L’Italia, che si colloca terza per uso delle cure omeopatiche in Europa, dopo Francia e Germania (mentre nel continente sono cento milioni coloro che si affidano a queste cure), attende però ancora una definizione della normativa, nonostante le politiche avviate da alcune Regioni (oltre alla citata Toscana, anche Emilia Romagna, Lombardia e Lazio).
Insomma la materia è complessa e controversa, e come sempre in questi casi si possono configurare anche eccessi pericolosi, quando si intendano queste cure come integralmente sostitutive della medicina scientifica o quando ci si affidi a un fai da te inopportuno, soprattutto in presenza di malattie o disturbi non banali. Certo è che il ricorso a questo tipo di cure rivela il bisogno di una cura più attenta all’organismo come un tutto armonico, l’esigenza di una maggiore naturalità, la preoccupazione per cure troppo aggressive o foriere di effetti collaterali, e infine la necessità di trovare nel medico un ascolto personalizzato. Tutti aspetti che anche una contemporanea medicina tradizionale e scientifica – che vuole essere precisa e personalizzata come abbiamo visto in questo nostro articolo  – non può tralasciare.
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approfondimenti
[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
– www.treccani.it/enciclopedia/omeopatia
– www.treccani.it/enciclopedia/medicine-complementari-e-alternative
– www.farmacoecura.it
www.scienzainrete.it
– www.iscmr.org
– www.quotidianosanita.it
– www.primocanale.it
-www.corriere.it
– www.ansa.it
– www.infodata.ilsole24ore.com
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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro Data Mining

Censimenti e statistiche: i Big Data che ci “contano”!

[dropcap3]C[/dropcap3]ensire la popolazione e le sue abitudini è un’operazione di estrema rilevanza per ogni sistema statale, come ben sapevano già gli Antichi Romani che si trovavano ad amministrare la cosa pubblica in un sistema complesso come un impero. E se – da quando una famiglia tra le più celebri, quella di Gesù, dovette spostarsi nella città d’origine per farsi censire – il sistema di rilevazione e valutazione della cittadinanza si è modernamente strutturato attraverso metodologie fondate sulla scienza statistica, oggi ci troviamo di fronte a una nuova svolta che, ancora una volta, porta il nome dei Big Data.
In una società complessa come l’attuale, dove gli elementi sottoposti a monitoraggio sono plurimi e la stessa cittadinanza è un oggetto più che mai variabile e articolato, che si candida pure a essere soggetto produttore di dati, anche la scienza statistica ha bisogno di nuovi strumenti. Per questo il grande patrimonio di informazioni potenzialmente disponibile grazie ai Big Data si pone come un’importante fonte, al cospetto anche di nuove problematicità. Tra queste, la necessità di contenere e razionalizzare i costi delle indagini e anche una crescente reticenza delle persone a contribuire alla raccolta dei dati attraverso lo strumento statistico tradizionale.
L’inserimento di una metodologia statistica basata sui Big Data in realtà può passare attraverso fasi parziali e consecutive: dalla raccolta dei dati attraverso risorse digitali, all’integrazione dei Big Data a metodi di indagine statistica tradizionale, fino alla sostituzione di tali metodi con nuovi strumenti interamente basati sui Big Data.
Ciò comporta numerose problematiche da affrontare che riguardano ad esempio la molteplicità delle fonti e della proprietà dei Big Data, la loro qualità e applicabilità agli standard statistici, gli aspetti legali e di sicurezza, prima fra tutti la privacy. Si tratta insomma di generare le competenze e i metodi analitici adeguati alle peculiarità dei Big Data, a partire dalle canoniche 4 V: volume, varietà, velocità, veridicità.
Intanto, il processo di modernizzazione dell’Istat in Italia è già in pieno svolgimento. A partire dai censimenti che non saranno più periodici, ma in fieri, costantemente monitorati, utilizzando la rilevazione statistica tradizionale, e i dati amministrativi (quelli derivati cioè dalle pratiche della PA). E si stanno sperimentando fonti di Big Data da impiegare nei modelli, come quelli derivanti dalla telefonia e dai social media.
Nell’era digitale infatti, una qualunque popolazione obiettivo di indagine, produce informazioni statistiche complesse, proprio per la combinazione di queste differenti fonti, che comprendono – come abbiamo detto – i dati statistici e i dati frutto di procedure amministrative, ma anche la varietà dei dati originati dall’uso di dispositivi digitali, tra cui interessanti risultati promette l’utilizzo dei data scanner (ossia gli archivi elettronici delle transazioni di vendita e acquisto negli esercizi commerciali), ad esempio per la stima dei prezzi dei prodotti.
Proprio l’Istat, fra le sue sperimentazioni, contempla i dati di telefonia mobile, con cui si può costruire una mappa virtuale dei movimenti delle persone sul territorio, ottenendo in modo rapido e puntuale informazioni da reimpiegare ad esempio nella gestione dei trasporti. E ancora, l’utilizzo di Google trend, il tool gratuito che dà una risposta grafica dei diversi termini più ricercati sul web in un dato momento storico: le informazioni ottenute dalle ricerche effettuate in rete possono essere utili per elaborare stime dell’andamento del mercato del lavoro, come il tasso di disoccupazione.
Pensiamo inoltre all’applicabilità dei Big Data nell’analisi di fenomeni sociali complessi come il rilevante e preoccupante fatto statistico ottenuto da una recente indagine: a fine 2015 erano ben 150.000 gli italiani “spariti” rispetto all’anno precedente. Un cedimento demografico piuttosto impressionante, paragonabile alla scomparsa dell’intera popolazione di una piccola città, e che gli esperti attribuiscono a quattro principali motivi: scarso numero di nascite, aumento della percentuale dei decessi, drastico calo dell’immigrazione che genera occupazione e la cosiddetta fuga all’estero dei cervelli (un dato preoccupante anche in sé, considerando che l’articolato percorso di istruzione di ogni studente italiano costa ai contribuenti circa 100.000 euro…).
Capire, attraverso le interrelazioni analitiche che permette la strutturazione di dati così numerosi, quali cause stanno dietro la “semplice” rilevazione statistica dei fenomeni, è la strada per tratteggiare il nuovo volto di una società sempre più complessa. Ma qui stiamo già navigando al di là del mare della statistica per approdare alle scienze demografiche… e a un nuovo articolo!
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– www.forumpa.it
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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Fame di energia: l’Italia di fronte alle scelte sulle rinnovabili.

[dropcap3]L[/dropcap3]e organizzazioni sociali, imprese, famiglie, istituzioni – proprio come enormi organismi viventi – basano la loro sussistenza su un consumo costante di energia. Per questo mezzi e fonti per produrla sono questioni più che mai aperte e complesse, anche sullo scacchiere geopolitico, oltre che nei dibattiti che chiamano in causa la sensibilità della società civile, come l’attualità ogni giorno ci mostra. Perché la questione dell’energia è legata indissolubilmente con la questione della tutela dell’ambiente e della salvaguardia del patrimonio naturale e, in modo sia diretto che indiretto, con la salute delle persone che sul pianeta ci vivono.
Basti pensare che per raggiungere l’obiettivo sottoscritto dai paesi del mondo durante la Cop21 di Parigi, quello di ridurre l’aumento di riscaldamento globale di 2 C°, occorrerebbe secondo gli esperti pervenire a una totale decarbonizzazione entro il 2050, ovvero al totale abbandono dei combustibili fossili in favore delle cosiddette energie alternative. Cosa non prevista in realtà dall’accordo, che rimanda ai singoli paesi l’obiettivo di mettersi in pari con la riduzione delle emissioni di CO, puntando su un generico equilibrio tra emissioni e compensazioni dei cosiddetti sink biosferici ovvero i bacini naturali che immagazzinano anidride carbonica come oceani e foreste, come ci spiega questo articolo.
Se dunque il futuro del pianeta dipende in gran parte da come produciamo l’energia che ci serve, qual è la situazione nel nostro Paese? La risposta potrebbe sorprendere perché in realtà l’Italia risulta più preparata di quanto ci si aspetterebbe, almeno rispetto ad altri Paesi, anche europei, e considerando i più recenti report disponibili sulla produzione di energia elettrica e sul fabbisogno energetico. Vediamone alcune riferite agli ultimi due anni.
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Secondo GSE infatti, che fa parte del Sistema Statistico Nazionale e con Terna realizza report sulla produzione di energia elettrica, nel 2014 il 37% del consumo interno lordo è derivato da rinnovabili (ovvero circa i 2/3), secondo una tendenza in crescita che vede impiegate nell’ordine l’idraulica, il solare, le bioenergie, l’eolica e la geotermica. Anche se c’è da notare che il dato del 2015, per ora solo allo stato di previsione nei report di GSE, potrebbe invece indicare un calo, dipeso però sembra da fattori contingenti (seppur non trascurabili nel caso di questo tipo di fonte), come le scarse piogge, che avrebbero rallentato la produzione di energia idroelettrica.
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Secondo il rapporto del Ministero dello Sviluppo Economico riguardo sempre al 2014 poi, il 43% dell’energia elettrica prodotta in Italia è derivante da fonti rinnovabili, in un quadro generale che per quell’anno vedeva anche un abbassamento dei consumi energetici del 3,8%, solo in parte spiegabili con la contrazione della produzione industriale.
Nel 2015 invece si è registrato un aumento deli consumi e anche qui fattori contingenti hanno inciso, come il clima particolarmente caldo che avrebbe favorito l’utilizzo degli impianti di condizionamento. Mentre il dato della produzione di energia elettrica soddisfatto da rinnovabili è intorno al 39%.
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Naturalmente, oltre all’energia elettrica, ci sono altre sorgenti di fabbisogno, come quelle dei trasporti o del riscaldamento. Tuttavia, anche considerando la questione da un punto di vista più generale, e assumendo il dato dell’efficienza energetica, questa tendenza positiva pare confermarsi. Secondo stime relative al quinquennio 2011-2016 infatti, l’Italia è prima fra i paesi europei industrializzati per consumo energetico con 2,4 tonnellate equivalenti di petrolio contro i 3 di Inghilterra, i 3,7 di Francia e i 3,8 della Germania, e insieme con una diminuzione del 20% di emissioni di gas nocivi (al 3° posto in Europa e al 1° fra i paesi europei industrializzati).
Se l’obiettivo dichiarato del Governo è quello di portare la percentuale di energia elettrica da fonti rinnovabili dal 39% al 50%, anche lo sforzo di famiglie e imprese italiane nella scelta delle cosiddette FER ha contribuito decisamente alla situazione attuale.
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Questo non significa tuttavia che l’orizzonte sia roseo. Molta strada e precise scelte culturali, oltre che politiche sono da compiere. Basti pensare al peso sulla nostra economia del dover importare parte dell’energia elettrica che ci occorre e gran parte dei combustibili fossili. E come in realtà gli obiettivi di una piena adesione all’energia pulita debbano essere sostenuti da decisi investimenti in ricerca e in incentivi, con una sinergia che veda attivi Istituzioni, imprese tecnologicamente avanzate, centri di studio e analisi, e anche una cittadinanza partecipe e coinvolta.
Vedremo allora come il “corpo” sociale placherà la sua fame di energia e se sarà capace insieme di salvaguardare il Pianeta e dunque se stesso.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]

www.educambiente.tv

www.greenstyle.it
www.ilpost.it
www.ilsole24ore.com
it.wikipedia.org
www.repubblica.it
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