[dropcap3]A[/dropcap3]ccade spesso che la parola “visione” sia utilizzata in una declinazione che – attribuendo al termine stesso un’aura toti-potente, rimanda a scenari ultra-naturali, capaci di produrre effetti dirompenti. Una delle sue definizioni etimologiche, d’altra parte, cita: “Vista, spettacolo che colpisce in modo particolare, sia positivamente sia negativamente”.
Questa parola multi-forma, dalle tante varianti, può anche lambire le aree semantiche dell’utopia o addirittura del delirio, anche nella sua accezione subdolamente dispregiativa: “Fantasticheria priva di reale fondamento, utopia, progetto irrealizzabile”.
Eppure, almeno altrettante volte, lo stesso termine, nella sua variante inglese vision, richiama ambiti più prosaici, come accade nel marketing aziendale, dove al termine corrisponde addirittura uno dei due pilastri tradizionali dell’identità d’azienda (l’altro è quello pertinente all’inflazionatissima mission): “Modo di vedere, concetto o idea personale che si ha in merito a qualcosa”. Il tutto, non dimentichiamolo, finalizzato al business, concetto più che mai concreto.
A quale pro dunque l’esistenza di una parola che abbraccia orizzonti semantici capaci di passare dalla magia alle strategie di marketing – sempre che nel marketing non vi sia davvero qualcosa di, come dire… fuffologico 😉 ? Ma soprattutto: cosa c’entra tutto ciò con l’innovazione, il futuro e i Big Data?
Ancora un po’ di pazienza. Risaliamo insieme la radice della parola sino al suo sememe originario, la cui etimologia deriva dal latino visio-onis, derivazione di videre «vedere», e il cui participio passivo è visus, che attinge fin dal suo esordio a un’azione nitida e ben definita, quella relativa alla capacità di sguardo che, per sua natura, “vede”. Ovvero registra, osserva, raccoglie, trattiene, conserva, in un “processo di percezione degli stimoli luminosi, la cui funzione è la capacità di vedere.”
Questa parola-azione configura quindi, e innanzitutto, la capacità-possibilità di accogliere in sé qualcosa che non ha (ancora) una rappresentazione né codificata e tanto meno condivisa, ma che, in una serie di attività cognitive capaci di riveberi passivi e istanze transitive, si dispiega in un vero e proprio “processo di azione (…) capace di (…) vedere una cosa per esaminarla, trarne notizie utili”.
Tale ricchezza di varianti, dunque, implicita nella definizione di visione, mette a fuoco una serie di azioni che sono tra loro non tanto complementari, quanto sequenziali: per poter vedere qualcosa occorre innanzitutto distinguerla dall’orizzonte sterminato delle altre possibilità di significato e, nello stesso tempo, occorre reimmergerla in un contesto, attribuendovi un giusto contorno semantico. Per poter vedere qualcosa, insomma, non basta percepirne l’esistenza, ma occorre saperla circoscrivere, descrivere, o meglio, connotare.
È in questa capacità all’apparenza contraddittoria e quindi strabiliante – squisitamente umana – che ciascuna visione prende la forma innanzitutto di colui che guarda, ancor prima che di ciò che è visto.
Non a caso, visionari, sono stati descritti sì poeti e pittori, ma anche architetti e scienziati, politici e imprenditori, e certamente esploratori, filosofi, inventori… tutti coloro, cioè, che – procedendo probabilmente per balzi, anziché seguire percorsi lineari – non solo hanno guardato, e visto, quel che avevano innanzi, ma anche quello che c’era (o poteva esserci) intorno e oltre, molto più avanti, o magari indietro.
E qui ci ricongiungiamo finalmente al topic della nostra visionaria – psichedelica, psicolabile? – divagazione: se sino a pochi decenni fa quello che era visibile era circoscritto da confini percettivi (non necessariamente sensoriali, ma comunque fisico-chimici o al limite astratto-matematici) oggi le attuali capacità di analisi, elaborazione e calcolo – se agite e “lette” insieme – rendono questa capacità di visione estendibile all’ennesima potenza, grazie a una mole di informazioni mai rese disponibili prima e a una possibilità di elaborazione mai sperimentata. Del tutto astratta, all’apparenza, eppure più che mai reale e concreta, e infine predittiva.
Cosa manca ancora a tutto ciò per poter risplendere nel proprio corollario di luce? Manca come al solito – come sempre – la capacità di una visione preliminare. Quella cioè che permette di immaginare gli eventi prima che questi si mostrino nella forma che prenderanno, quella che consente di fantasticare su tutto ciò che, seppure di là ancora da essere veduto, ha solide fondamenta di probabilità, capaci di sostenere non più utopie, ma ipotesi concrete e realizzabili di progresso.
Non a caso, allora, l’attenzione di chi tenta di esplorare e governare questi potenziali orizzonti di conoscenza – come bene illustra questo articolo – si sposta verso la Data Visualization, una pratica che insegue la forma e il contenuto dei Dati prima che i loro significati si concretizzino, al fine di darne una rappresentazione in grado di “guidare” ogni inferenza e azione di immaginazione, ancora prima che di strategia e messa in opera.
Scopriremo quindi insieme come, nel prossimo articolo, i dati possono essere disegnati ancor prima di essere visti… Sempre che nel frattempo non siamo stati, noi stessi, preda di strane visioni!
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[/spb_text_block] [/spb_row] [spb_row wrap_type=”content-width” parallax_type=”color” bg_type=”cover” parallax_video_height=”video-height” parallax_video_overlay=”none” parallax_image_height=”content-height” parallax_image_movement=”fixed” parallax_image_speed=”0.5″ row_overlay_opacity=”0″ row_padding_vertical=”0″ row_margin_vertical=”0″ remove_element_spacing=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
‘Premio Giovani Innovatori TR35 Italia 2016’: MapsGroup era in prima fila.
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Si è tenuto il 10 Maggio 2016 alle ore 9.00 presso la Bologna Business School la selezione finale del Premio Giovani Innovatori TR35 Italia 2016, istituito dall’edizione italiana di MIT Technology Review, la rivista del MIT per l’innovazione.
Anche Maps Group tra le ‘Nursing Company’ invitate. In questa sede, in occasione della sesta edizione dell’evento, sono stati premiati i migliori innovatori del 2016.
I dieci giovani vincitori, suddivisi nelle tre categorie: Informatica, Biomedicale-Biotecnologie, e Advance technology ed Energia, sono stati selezionati tra una cinquantina di pretendenti, e avranno l’emozionante possibilità di presentare le loro idee ai rappresentanti delle ‘Nursing Company’ presenti all’iniziativa, assieme ai valutatori che li hanno selezionati. Agli stessi è stato affidato il compito di commentare le proposte con consigli e opinioni su quanto è stato illustrato. Un vero e proprio Talent dedicato agli innovatori e alle tecnologie informatiche, dunque!
Ma veniamo al nome dei fortunati (e bravi) vincitori nelle tre categorie:
Advanced Technology ed Energia
Giorgio Dell’Erba
Manuele Francesco Lupo
Alessandra Sciutti
Informatica
Andrea Carcano
Carlo Giorgi
Francesco Rieppi
Domenico Schillaci
Bruno Zamborlin
Biomedicale-Biotecnologie
Kristel Martinelli
Irina Vetere
Sono inoltre stati selezionati anche due giovani iraniani, Amin Boroomand e Sogol Sheydaei, provenienti entrambi dall’università di Isfahan anche se operano attualmente in Italia, a Bologna e a Roma.
Per quanto riguarda la premiazione, di seguito il programma svoltosi nella giornata:
[list]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 9.00
Saluto ai partecipanti e introduzione all’evento.
Alla presenza di: Alessandro Ovi, Publisher & Editor in Chief, MIT Technology Review Italia, Gianpiero Jacobelli, Director, MIT Technology Review Italia, Rosa Grimaldi, Professore Entrepreneurship e Innovation Management, Università di Bologna e Direttore Scientifico Executive Master in Technology and Innovation Management, Bologna Business School.[/list_item]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 9.30/12.00
Presentazione Innovators Under 35.
– Gruppo Advanced Technology ed Energia.
– Gruppo Information Technology.
– Gruppo Biomedical and Biotechnology.[/list_item]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 12.00
Premiazione Innovators Under 35
Alla presenza di Romano Prodi, Presidente del Comitato Scientifico, MIT Technology Review Italia e Presidente del Collegio di Indirizzo, Bologna Business School.[/list_item]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 12.15
Conclusioni
Alla presenza di Riccardo Fini, Professore Associato Entrepreneurship e Innovation Management, Università di Bologna e Associate Dean Innovation & Entrepreneurship, Bologna Business School.[/list_item]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 12.30
Conferenza stampa[/list_item]
[list_item icon=”ss-pointright”]Ore 13.00
Lunch [/list_item]
[/list]
Elenco delle aziende Partner: Enel, Leonardo-Finmeccanica, Intesa San Paolo.
Nursing Companies: Accenture Digital, Amplifon, Chiesi Farmaceutici, Datalogic, Ducati, Electrolux, Engineering, Gambro Dasco – Gruppo Baxter, Horsa, Hspi, Kendrion, Maps Group, Worgas Group.
Per altre informazioni sulla premiazione: www.technologyreview.it
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[dropcap3]L[/dropcap3]a nostra epoca, assai più di quelle che l’hanno preceduta, sembra essere ossessionata da un concetto in sé certamente strategico, quello della misurazione.
Ma – seppure con la necessaria attenzione dovuta ai “numeri” – occorre rammentare che quasi sempre la quantità è solo la superficie visibile e più facilmente maneggiabile di una sostanza squisitamente qualitativa, ricca di significanti e di significati, seppure aggregati sotto forma di cifre e percentuali.
Così è ad esempio per lo stesso concetto di performance, con cui si identifica la connotazione positiva (o negativa) di una prestazione resa da un qualsiasi soggetto, sia esso un’istituzione sociale o un attore economico. Essa – anche se misurata in termini esclusivamente quantitativi – si traduce senza dubbio in indici e risultati in grado di incidere qualitativamente sulla realtà in cui tali numeri sono immersi o a cui sono attribuiti.
E – a ben vedere – perfino i Big Data, la trama di senso attorno a cui è intessuto il nostro Blog – nascondono dietro un nome all’apparenza statico un’anima qualitativa ben più dinamica, nell’essere in ultima istanza veicolo, sorgente e foce insime di informazioni del mondo reale, seppure raccolte, elaborate e veicolate in uno spazio virtuale.
L’innovazione dunque – rappresentata dai Big Data, dall’Internet of Things e in generale da tutte le risorse digitali – e la relativa valutazione delle performance di istituzioni, servizi, aziende, comparti produttivi, hanno in comune non solo la capacità di descrivere gli ambiti in cui vengono esercitati, ma anche la funzione di indicare la strada per una loro evoluzione.
E se questo è vero in generale, in tale doppio binario tra la valutazione di una performance e il suo riverbero in un processo innovativo, l’un fattore sembra essere direttamente proporzionale all’altro a maggior ragione nell’attuale momento storico ed economico.
Ovvero: tanto più c’è necessità di migliorare una performance, tanto più si ricorre all’adozione di sistemi evoluti di conoscenza e valutazione degli obiettivi. Viceversa: l’inserimento di sistemi innovativi genera fatalmente un incremento della performance, al di là di quale fosse l’obiettivo primario.
Ma come interagiscono tali istanze di rinnovamento nella società “reale”, intendendo questa come una rete a maglie larghe che supera l’orizzonte meramente sociologico? E in quali settori della sfera sociale l’innovazione acquisisce ad esempio un carattere – come si dice – disruptive, ovvero profondamente nuovo, destinato a cambiare radicalmente la natura e la qualità delle relazioni, dei processi produttivi, dei servizi?
Alla ricerca di qualche risposta a queste domande noi di 6memes abbiamo pensato di compiere una piccola indagine su alcune “cornici di realtà”, che articoleremo in una serie di appuntamenti, secondo un’argomentazione in grado di mostrarci – se c’è – un disegno finale, certo non esaustivo, ma, auspichiamo, egualmente interessante e stimolante.
Per poterlo fare ci siamo prima di tutto posti di fronte a un problema di natura epistemologica, nel cercare di definire in modo ordinato e il più possibile coerente quali settori della compagine sociale avessero le caratteristiche per essere rappresentativi del terreno d’azione dell’innovazione, finalizzata a un incremento della performance tale da produrre significativi e duraturi effetti. Abbiamo preso in considerazione sistemi organizzativi complessi e dinamici, che fossero interessati dalle seguenti e contemporanee caratteristiche:
– coinvolgimento di una grande mole di persone e cose;
– produzione e accumulo di una grande quantità di dati;
– rilevanza del ruolo relazionale e interattivo fra persone, cose e dati.
Di conseguenza, abbiamo individuato alcune macro aree da osservare sotto alla lente d’ingrandimento dell’innovazione, alla ricerca di una tassonomia che sapesse illustrarne la varietà e la complessità, e che ovviamene non vogliono essere un campione chiuso e totalmente rappresentativo, ma piuttosto esemplificativo:
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[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] BENI E RISORSE NATURALI
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]RETI E INFRASTRUTTURE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]AGENZIE DI SOCIALIZZAZIONE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]AREA SALUTE E BENESSERE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]CULTURA, CONOSCENZA E FORMAZIONE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]RICERCA E INNOVAZIONE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]AREA ECONOMICO-FINANZIARIA
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]ORGANIZZAZIONI PRODUTTIVE
[icon image=”ss-pointright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]COMMERCIO E DISTRIBUZIONE
[/boxed_content]
Di ognuna di queste sfere, ciascuna interessata dalle relative relazioni e funzioni sociali, andremo alla scoperta di best practices e prospettive di cambiamento che, nascendo da soluzioni innovative, sono in grado di produrre performance, ovvero dalla qualità alla quantità (e ritorno)!
[dropcap3]D[/dropcap3]opo gli articoli precedenti sul tema “Scrittura digitale e Big Data”, in cui abbiamo posto prima l’accento sul rapporto da sempre conflittuale tra la Cultura (in questo caso quella scritta) e l’Innovazione, e infine su due dei principali protagonisti di questo intenso rapporto tra l’Uomo e il Testo, ovvero il Lettore e l’Editore, affrontiamo oggi la figura che più di tutte concorre alla creazione di questo universo di temi e parole: l’Autore, in questa sede osservato nella sua veste di scrittore.
E a parlare di universi in questo settore non si sbaglia mai: il panorama attuale offre orizzonti sterminati di possibilità digitali non solo di espressione, pubblicazione e diffusione della propria opera, ma anche di raccolta di fonti, costituendo nel suo insieme un’occasione eccezionale d’ispirazione.
Gruppi, blog, forum e quant’altro – sostituendosi ai mitici, anzi mitologici Caffè Letterari – sono il nuovo agone in cui scrittori esordienti, emergenti o aspiranti tali si cimentano tra loro a suon di nomi e pronomi, confidando che – prima o poi – uno dei Maestri della scrittura si accorga di loro.
Perché – diciamolo chiaro e semplice – il confronto più importante, oggi, è quello tra Pari. La figura dell’editore non interessa più così tanto come un tempo: meglio, a volte, il conforto di un parere positivo espresso da uno scrittore già affermato (magari in rete) o una recensione entusiasta di un perfetto sconosciuto, in grado di dimostrare l’alterità – e dunque l’oggettività – del giudizio.
Nemmeno le case editrici online godono di un facile favore. Tant’è che sono molte, moltissime anzi, le piattaforme in cui gli autori cercano addirittura di fare “branco” per difendersi da una pratica già in auge anche ai tempi del cartaceo: la stampa a pagamento. Non c’è nessuna novità infatti, nel ricordare che – soprattutto in Italia – fior di poeti italiani sono stati ai “bei” tempi costretti a pubblicarsi a loro spese i propri piccoli libri densi di incantesimi letterari e formule lessicali immortali.
Oggi tuttavia gli Autori non sono così sprovveduti e soprattutto “solitari”: c’è addirittura una raccolta online in cui gli aspiranti scrittori possono trovare una fornita lista di Case Editrici NON a pagamento. 🙂
Ed ecco nascere nuove figure amicali, prima ancora che professionali. In primis i luoghi di “difesa” dell’autore, come nel caso di Writers Dream “un sito per autori fatto da autori (…) con l’obiettivo di informare, discutere e condividere senza filtri ogni aspetto del mercato editoriale.”
E poi ci sono gli allenatori super esperti, ovvero i Guru di settore che, come veri e propri coach, compilano le liste nere o bianche delle cose che si fanno e quelle che no, proprio non bisogna fare, se si decide di auto-pubblicarsi.
Il tutto corredato da manuali d’uso a volte eccezionalmente precisi e utili, altre volte meno, agli occhi di uno scrittore che non sia proprio di primo pelo.
Per non parlare delle piattaforme per pubblicazioni fai da te, che sono tantissime, per ogni gusto e tipo:
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] www.createspace.com
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] ilmiolibro.kataweb.it
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] kdp.amazon.com
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] www.smashwords.com
[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] www.viverediscrittura.it
[/boxed_content]
Certo, in questo caso, lo scrittore dovrà essere un minimo portato per l’editing online, oppure circondarsi di aiutanti cavalieri facenti funzione, rigorosamente reperiti online: “Io ho un amico un grafico, tu conosci per caso un editor?”
Ma a parte le facili ironie, quella che si configura oggi per lo scrittore è una vera e propria avventura nell’avventura in una sorta di slalom tra nuovi acronimi, tool e articoli che accompagnano passo passo la propria opera, che dall’universo della mente si dispiega nell’universo online…
Sarà questa sorta di auto-referenzialità l’incipit per una narrazione sulle narrazioni problematica? Dipende dall’uso che se ne farà. Dalle capacità tecniche che si salderanno o meno a quelle culturali e creative. D’altra parte, questa pare la sfida prossima e presente: far dialogare tra loro chi attualmente non lo fa. A vari livelli e per vari motivi.
In questo senso gli scrittori – che dovrebbero essere una sorta di vedetta a favore di vento, così come tutti gli Umanisti – potranno giocare forse un ruolo principale. E – inutile negarlo – tutto ciò inciderà in maniera decisiva sulle forme e i valori culturali su cui la nostra società saprà e potrà plasmarsi. Con un balzo che si prospetta altrettanto epocale come è già accaduto nel passaggio dalla civiltà orale a quella della comunicazione scritta. Una sfida imperdibile. Un torneo. Una Caccia al Tesoro… In cui l’Autore è, a sua volta, soggetto e oggetto dell’Impresa.
Come andrà a finire? Anche in questo caso, chi leggerà, vedrà!
PS: rimandiamo a un prossimo articolo, conclusivo di questa breve “serie” una riflessione interessante: esiste, o esisterà, una biblioteca delle biblioteche?
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.agnesevardanega.eu
www.edicolaitaliana.it
editoria-digitale.com
www.engage.it
www.finzionimagazine.it
www.giugenna.com
www.illibraio.it
www.illibraio.it/big-data
www.illibraio.it/self-publishing-amazon
jacopoorlando.wordpress.com
www.linkedin.com
www.lucaborghi.net
nova.ilsole24ore.com
playground.blogautore.repubblica.it
www.whoisthenext.info
[/boxed_content]
[spb_row wrap_type=”content-width” parallax_type=”color” bg_type=”cover” parallax_video_height=”video-height” parallax_video_overlay=”none” parallax_image_height=”content-height” parallax_image_movement=”fixed” parallax_image_speed=”0.5″ row_overlay_opacity=”0″ row_padding_vertical=”0″ row_margin_vertical=”0″ remove_element_spacing=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Parma, ICT DAY 2016: Maps Group e la “Fabbrica 4.0”
[/spb_text_block] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Nuove Competenze e Nuove professioni nel mondo ICT
Anche Maps group sarà presente il 12 maggio 2016 all’ICT DAY 2016, dalle ore 10.30 alle ore 17.00, evento che si terrà presso la Sede Didattica di Ingegneria – Parco Area delle Scienze 69/a – Campus Universitario dell’Università di Parma.
Durante la giornata, finalizzata al placement, “i partecipanti potranno raccogliere informazioni agli stand aziendali, consegnare il proprio curriculum vitae e sostenere colloqui conoscitivi con i responsabili delle risorse umane delle varie realtà presenti. L’incontro tra aziende e studenti universitari risponde a un duplice obiettivo: da un lato quello di fornire alle aziende l’occasione di trovare persone con adeguata formazione, e dall’altro quello di offrire agli studenti e ai laureati la possibilità di intraprendere un’esperienza di stage o di lavoro iniziando dal momento più importante, il colloquio.”
Maps Group sarà presente con uno stand espositivo in cui i visitatori potranno ricevere tutte le informazioni sui ruoli professionali attualmente operanti in azienda, nonché sulle opportunità di lavoro e di tirocinio possibili, con l’opportunità di consegnare direttamente il proprio curriculum al referente delle Risorse Umane. VI ASPETTIAMO!
[/spb_text_block] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Per altre informazioni sul programma della giornata visitate il sito: www.unipr.it
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[dropcap3]S[/dropcap3]e è vero che siamo ciò che mangiamo, questo non vale solo per i significati simbolici e culturali che sono radicati negli alimenti di cui ci nutriamo. Più pragmaticamente, l’alimentazione influenza la salute del corpo così come della mente. È noto infatti come cibarsi correttamente influisca sulle performance dell’apparato fisiologico: muscoli, nervi, circolazione, funzionamento degli organi, e non da ultimo l’organo “principe”, il cervello.
Tuttavia attraverso le epoche storiche, anche se per ragioni diverse, il rapporto tra alimentazione e salute non è stato sempre – né d’altro canto si può dire lo sia attualmente – equilibrato e armonioso. Da un lato è stato condizionato infatti da esigenze nutrizionali variabili, così come, dall’altro, da specifiche condizioni socio-economiche, a loro volta dipendenti dalle possibilità di sfruttamento del territorio dal punto di vista dell’agricoltura e dell’allevamento.
Situazioni di estrema povertà, così come oggettive difficoltà a produrre gli alimenti necessari, causavano per la maggior parte della popolazione penuria di cibo e scarsa varietà di alimenti a disposizione, con la conseguente diffusione di malattie determinate proprio dalla carenza di principi nutritivi adeguati. Da sempre però in medicina la dieta è un elemento di cura, così come la consapevolezza – tramandata da saperi orali millenari – della salubrità di certi cibi, piante ed erbe, ben prima che l’uomo imparasse a estrarne i principi attivi della moderna farmacologia.
Dal Novecento in poi invece si è avuta un’abbondanza di cibo mai conosciuta prima nella storia dell’umanità, anche se non è mai ozioso ricordare che questo fenomeno riguarda solo una parte della popolazione mondiale, quella – diciamo genericamente – dei paesi sviluppati. Grazie a coltivazioni e allevamenti intensivi e alla produzione industriale di cibo (e ai progressi della medicina così come a numerosi altri fattori di crescita sociale), si è avuto un grande incremento demografico e la sconfitta di tante malattie. Ma ciò ha causato anche l’imporsi di una stile di vita che alla lunga ha portato – al contrario – a disagi e patologie legate a doppio filo con le abitudini alimentari, come è ormai assodato avvenga per alcuni tipi di cancro.
[bctt tweet=”La nostra alimentazione – buona o cattiva che sia – influenza la salute del corpo così come della mente. ” username=”MapsGroup”]
Ora, dopo lo “stordimento” novecentesco si impongono nuove consapevolezze e nuovi comportamenti alimentari. Si rincorrono infatti gli allarmi delle autorità e degli organismi del settore sanitario contro diete povere di frutta e verdura e contro gli eccessi alimentari, sia sul piano calorico che per il consumo di cibi che un tempo erano solo una minima parte della dieta, come le carni. Recente ad esempio l’avvertimento dell’Organizzazione mondiale della Sanità contro il consumo esagerato di carni rosse, soprattutto quelle lavorate, come gli insaccati.
Proprio alcune abitudini alimentari infatti sono fra le raccomandazioni del Codice europeo contro il cancro, insieme ad altre indicazioni inerenti lo stile di vita (come evitare il fumo, attivo e passivo, o fare regolare attività fisica). Fra queste buone abitudini, oltre appunto a quelle riguardanti le carni rosse, vi è il privilegiare la dieta cosiddetta mediterranea, a base di cereali, frutta e verdura, il non eccedere in zuccheri, grassi e alcool.
Ma, oltre alle forme tumorali, sono molte le malattie su cui una buona alimentazione svolge un’azione preventiva e di determinante sostegno alla guarigione o comunque a una corretta gestione. Si pensi ad esempio alle malattie cardiovascolari, a quelle infiammatorie, ad allergie e intolleranze. Una scienza relativamente recente in questo senso è l’immunonutrizione, che studia appunto gli effetti dei cibi sul sistema immunitario, valutandoli sulla base di combinazioni alimentari, modalità di conservazione e consumo.
[bctt tweet=”Da sempre la dieta è un elemento di cura, come la consapevolezza della sua importanza.” username=”MapsGroup”]
Nutrigenetica e nutrigenomica invece studiano come “rimediare” al destino scritto nei geni attraverso l’alimentazione giusta. Sono state individuate sette “smartmolecules” che sarebbero in grado di attivare meccanismi rigenerativi e riparatori già presenti nell’organismo, e che si trovano in venti tipi di frutta e verdura, mentre altri ingredienti, contribuendo a innescare processi di sazietà, proteggono dall’aumento ponderale e dalle malattie che ne conseguono. Questa dieta smart – come tutte le diete del resto – naturalmente va considerata a sua volta senza eccessi, nel quadro di un approccio ragionato e frutto di adeguato supporto clinico.
Perché la scelta di un regime alimentare si deve armonizzare, per essere efficace, con uno stile di vita conseguente: non si tratta di ricette prêt-à-porter, capaci di guarire, ma di scelte di lungo periodo e di vasto spettro, destinate a incidere radicalmente non solo sulla vita dei singoli, ma sull’intera organizzazione del sistema sociale.
Del resto, per concludere, movimenti come quello vegetariano e vegano – fuori da ogni considerazione di merito, medica o etica – ma anche fenomeni con effetto opposto come il culto del cibo sano che si trasforma in ossessione e quindi in malattia, sembrano proprio riflettere il bisogno ormai diffuso nella popolazione di un’alimentazione più consapevole e salutare.
[spb_row wrap_type=”content-width” parallax_type=”color” bg_type=”cover” parallax_video_height=”video-height” parallax_video_overlay=”none” parallax_image_height=”content-height” parallax_image_movement=”fixed” parallax_image_speed=”0.5″ row_overlay_opacity=”0″ row_padding_vertical=”0″ row_margin_vertical=”0″ remove_element_spacing=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
‘Smart Cities Innovation Challenge 2016’: Maps Group will be there.
[/spb_text_block] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
June 13-15, 2016 • Austin – Texas: when IoT and Smart are coupled with Globality.
The third edition of this event will be an extraordinary opportunity for a global crosscheck of innovation and development stemming out of challenges due to climate change, to energy management, and to demographic issues. The ultimate goal is sharing ideas and knowledge to devise innovative solutions to accelerate the full realization of Smart Cities.
Project ideas, competences, investment and business opportunities will be presented, shared and confronted with the aim of accelerating the development of urban smart areas all over the world.
Replicability, Scalability, Sustainability and Interoperability: these are the key drivers of this event, while the topics in agenda to which the invited speakers are requested to contribute are the following:
- Transportation
- Sensor Networks
- ICT Networks
- Cyber Security
- Buildings & Efficiency
- Urban Planning
- Islands/Isolated Communities
- Water Management
- Waste Management
- Weather Solutions
- Gov/Civic Services
- Emergency Services
- Healthcare Solutions
- Environmental Solutions
- Finance Solutions
- Education Solutions
- Tools & Platforms
Maps Group will be among the few Italian representatives at this event that is packed with keynote speakers from organisations and corporations such as: Hitachi, IBM, MathWorks, Nokia, North Carolina A&T State University, Temple University, University of North Texas, and University of Texas at Austin.
MAPS Group and the Municipality of Genoa will showcase at this event, solutions – that are based on semantically enriched aggregations of information and knowledge – for a smarter energy management in smart grids.
[/spb_text_block] [/spb_row] [impact_text include_button=”no” button_style=”standard” title=”RICHIEDI UNA DEMO” href=”#” color=”accent” target=”_self” position=”cta_align_right” alt_background=”alt-five” el_class=”mb0″ width=”1/1″ el_position=”first last”]
Follow the event on Twitter at #GCTCExpo2016 and #MapsGroup.
For more information visit: www.gctcexpo.org
Stay tuned with #MapsGroup !
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[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo introduttivo alla nostra rubrica sulla malattia e la cura osservate dal punto di vista dell’arbitrarietà culturale e storica – di cui questo è il secondo “appuntamento” – abbiamo anticipato come i temi della sofferenza e del dolore, e anche la coppia antitetica salute-malattia, trovino nello specchio sociale un riflesso differente rispetto alle loro percezioni ed esperienze individuali o mediche.
Approfondiamo ora questo aspetto, interessandoci all’azione incisiva delle malattie sul tessuto sociale, che si verifica quando la loro portata trascende i destini individuali per divenire fenomeno collettivo, come nel caso di epidemie e pandemie, o quando le malattie – anche non necessariamente di natura infettiva – si impongono comunque con una virulenza simbolica tale da incrinare le relazioni e modificare i costumi stessi all’interno della compagine sociale.
Se gli uomini in passato combattevano contro una mortalità e una morbilità diffuse, accadeva inoltre che periodicamente si registrassero delle fasi di violenta diffusione delle malattie, causate da condizioni igieniche e socio-economiche precarie e ovviamente dilaganti per l’assenza di strumenti farmacologici di contrasto. Si trattava di anche lunghissimi periodi di insistenza delle malattie con drastici effetti sulla popolazione e sull’organizzazione delle società e con riduzioni demografiche spaventose. Occorre registrare poi che questa pressione delle malattie sulle società antiche può essere letta anche come una sorta di tragico setaccio evolutivo che comportò un paradossale rafforzamento degli esseri umani, per la sopravvivenza dei soggetti geneticamente più predisposti a resistere, secondo un fenomeno che è stato definito come “coevoluzione”.
Se ne potrebbero citare innumerevoli esempi, dal misterioso morbo che colpì Atene nel 430 a.c., fino ai casi resi celebri da tante pagine della letteratura, come la peste nera che giunse in Europa dall’Asia, tra il 1347 e il 1350, e che è la cornice all’interno della quale Boccaccio ambientò e fece scaturire il Decameron. Quella orribile epidemia di peste costò la vita, si stima, a 50 milioni di persone collocandosi così fra le più mortali malattie infettive mai sopportate dall’umanità. E sempre la peste, quella diffusa in Europa nel XVII secolo, è la protagonista di alcune delle pagine più dolorose dei Promessi sposi di Manzoni.
Furono momenti in cui la malattia divenne paradigma stesso del male morale e della corruzione sociale, mostrando gli aspetti più odiosi delle relazioni fra gli individui, seppur ricorrenti in ogni simile circostanza, rivelandone l’abiezione e la perdita di dignità. Ad esempio nel ricercare un colpevole e colpire così l’untore, la strega, l’avversario politico o religioso (in Germania nella peste nera del XIV secolo furono gli Ebrei ad esserne accusati), e nell’incrinare i rapporti anche famigliari per paura del contagio. O ancora nelle reazioni all’orrore della malattia sia con comportamenti di fanatica spiritualità che al contrario di relativismo morale.
Spesso poi queste epidemie avevano un effetto anche più generale sui sistemi sociali, determinandone dei veri e propri riassetti per le conseguenze economiche e produttive causate da così gravi terremoti demografici, come appunto accadde per la citata peste nera.
Venendo ai giorni nostri, nel mondo occidentale, grazie al progresso della scienza medica, con la scoperta e l’utilizzo di antibiotici, penicilline, vaccini, e con il miglioramento delle condizioni igieniche, economiche e culturali, molte malattie di natura endemica ed epidemie infettive sono state scongiurate, nonostante si possano registrare casi isolati o fenomeni di diffusione locale dovuti all’esposizione della nostra società a movimenti migratori e ai rischi degli scambi commerciali o della mobilità delle persone in un mondo globalizzato.
E se lo stesso non si può dire per paesi di altre aree del mondo (si pensi ad esempio alla recente epidemia di ebola in Africa), tuttavia anche il mondo occidentale postbellico ha conosciuto e conosce la diffusione di malattie di notevole impatto sulla società e sul comportamento degli individui, come ad esempio l’AIDS.
Ma non sono sempre solo le malattie infettive – nella forma di epidemie o pandemie – a provocare cambiamenti nel comportamento sociale delle persone. Fanno altrettanto malattie determinate invece da un mix di fattori diversi, tra cui quelli genetici e ambientali, come le malattie cardiovascolari o le numerose forme di cancro, le principali cause di morte in Italia: veri e propri flagelli contemporanei le cui cause in parte si rintracciano proprio anche in quella modernità che invece per altri versi ha contribuito a sconfiggere le malattie del passato.
Pensiamo alle controindicazioni che ha comportato un’alimentazione più ricca, con lo sfruttamento intensivo delle coltivazioni e degli allevamenti e alla loro incidenza sull’insorgere di malattie, come – per fare un esempio – il cosiddetto morbo della mucca pazza, balzato agli “onori” delle cronache qualche anno fa. Malattie che suscitano nei cittadini più sensibili e nelle politiche delle istituzioni, la spinta a modificare gli stili di vita, adottando un’alimentazione più sana, rispettando gli equilibri ambientali e contrastando l’inquinamento, abbracciando come salutari le attività sportive e respingendo pratiche dannose come il fumo, bandito dai luoghi pubblici e di fatto oggetto anche di una decisa riprovazione sociale.
E qui il discorso potrebbe portarci davvero lontano, verso fenomeni differenti, ma anche strettamente connessi al concetto attuale di salute e benessere, come i movimenti vegano e vegetariano che paiono delineare nuovi scenari sociologici e in cui all’elemento etico, di notevole peso, è – ci pare – indissolubilmente intrecciato quello della difesa dalla malattia e della preservazione della propria integrità corporea.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.focus.it
www.istat.it
www.msn.com
www.nationalgeographic.it
www.treccani.it
it.wikipedia.org
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[dropcap3]L[/dropcap3]a memoria, si sa, può essere dono o condanna, a seconda dei punti di vista. E non è di certo un caso – come non lo è mai quando si parla di mito – che la madre delle muse fosse appunto Mnemosine, dea della memoria. O che, al polo opposto del paradigma storico, tante opere contemporanee – dal Fu Mattia Pascal in giù – abbiano fatto proprio dello smarrimento e della rinuncia alla memoria, individuale o collettiva, il segno della perdita di riferimenti dell’uomo contemporaneo.
Da oggi in poi, tuttavia, il problema di memorizzare o meno le conoscenze potrebbe interessare sempre di meno gli uomini e sempre di più le organizzazioni e le strutture deputate a svolgere questo lavoro specifico di raccolta ed elaborazione.
Grazie ai Big Data e alle tecnologie digitali infatti si può attingere a una miniera sterminata di dati raccolti nei luoghi virtuali più disparati, come archivi, piattaforme e database. Ma l’attività di semplice deposito non è sufficiente: servono infatti coordinate condivise per mettere in comune e rendere significanti tali dati.
Del resto – così come è fondamentale per un singolo individuo il sapersi parte delle memorie di un piccolo gruppo sociale o familiare – è proprio con la definizione di memoria collettiva, che si deve al sociologo francese Maurice Halbwachs, che si sottolinea l’importanza per le società degli uomini di riconoscersi in un patrimonio comune di saperi ed esperienze che fondi i valori e le regole dello stare insieme. E se in passato questi saperi ed esperienze erano affidati a mezzi di raccolta fragili e limitati anche nelle possibilità contenitive, con l’evolversi della tecnologia questi spazi di archiviazione sono cresciuti esponenzialmente. Fino ad arrivare all’oggi e a quel digitale che pare poter farsi carico della memoria di ognuno e di tutti.
Ma quali prospettive lascia intravedere questa possibilità di digitalizzare come patrimonio comune e condiviso un’immensa quantità di dati, dalle notizie storiche alle opere dell’ingegno umano? Il nodo centrale è proprio quello dell’elaborazione dei dati: la possibilità di pescare nei Big Data per mettere in relazione le conoscenze, fare emergere tratti rilevanti, riversare i dati nella memoria collettiva, attraverso la loro condivisione. Perché la questione non è affatto scontata, in quanto agisce nel senso del recupero e della conservazione del passato, così come nella costante digitalizzazione del presente.
Vediamo allora alcuni aspetti e ambiti di questa “raccolta” dati in quei contesti che più si prestano a essere accostati al concetto di memoria collettiva, come l’ambito del patrimonio storico, librario o più genericamente culturale e artistico. Qui la digitalizzazione offre senz’altro grandi opportunità perché rende disponibile in modo gratuito e immediato il sapere e ne permette la condivisione, in ogni parte del mondo e a chiunque, purché dotato di device e connessione, oltre a permettere avanzate tecniche di ricerca e ricostruzione.
Primo fra tutti, il patrimonio librario. Sono molte infatti le biblioteche e gli archivi che hanno progetti di digitalizzazione del patrimonio che è sottratto così ai rischi della perdita, ma anche reso più fruibile. E molte anche le piattaforme che svolgono il ruolo di biblioteche digitali (eccone un elenco tratto da Liber Liber) con iniziative come il Progetto Manuzio, appunto di Liber Liber, che – con l’ambizioso obiettivo “la cultura a disposizione di tutti” – digitalizza e rende disponibili appunto libri, testi, documenti, tesi.
E poi c’è il settore archeologico, come nel caso della città di Palmira. Anche con la collaborazione dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali italiano (Ibam-Cnr) e grazie a raffinate tecniche come il rilievo 3D e il telerilevamento da drone, combinati con materiale fotografico e satellitare, si vuole ricostruire il volto della città per i necessari restauri dopo le distruzioni del conflitto siriano.
Praticamente tutti i settori culturali sono dunque coinvolti dalle nuove risorse dell’archiviazione digitale, che sono anche il presupposto per inedite modalità di fruizione. È il caso dei musei virtuali, come quello di Ercolano e Pompei, per fare un esempio. Ma è il caso anche del progetto di conservazione del patrimonio immateriale della Regione Lombardia dove trovano uno spazio, seppur virtuale, tutte quelle conoscenze che sono pertinenti alla cultura orale o tecnica, come lingue, riti, feste, e tradizioni. Una cultura immateriale che altrimenti andrebbe perduta, anche perché per definizione non scritta.
Ma questo tipo di operazioni non manca di criticità e pone anche problemi tecnici e legislativi, a seconda del tipo di dato che si digitalizza e come lo si condivide o se lo si rende più o meno pubblico.
Ad esempio è recente la notizia riguardante la sentenza della Corte Suprema americana che ha confermato come Google Books possa digitalizzare parte dei libri, anche oltre il diritto di copyright, accogliendo così la tesi della prevalente importanza del principio della diffusione del sapere.
Vedremo in un prossimo articolo se e come – in quali spazi e con quali strumenti – questa digitalizzazione della memoria si traduca in vera memoria collettiva.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.archeomatica.it
www.culturadigitale.it/wp/biblioteca-digitale
www.culturadigitale.it/wp/digitalizzazione
www.treccani.it
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[dropcap3]P[/dropcap3]arlare di Social, recensioni, sentiment e condivisione della conoscenza va – come si dice – di moda, e noi di 6memes lo sappiamo da tempo, tant’è che una sezione intera del nostro blog è dedicata proprio a questo topic, più che mai attuale. E certo le tante piattaforme oggi disponibili online, in perenne crescita ed evoluzione, danno modo a chiunque di cimentarsi nella condivisione dei propri interessi e curiosità attraverso più e più modi. Chi preferendo il testo, nella sua forma più lunga o breve, chi le immagini o i video, il tutto corredato da icone e iconcine.
Ma – come Linkedin per primo ha insegnato – la condivisione può riguardare non solo il tempo libero e gli interessi culturali, bensì il lavoro, sia professionale che d’impresa, la formazione, sia scolastica che universitaria o di specializzazione, e infine le attività di tipo volontaristico e sociale.
E in questa ricchezza variopinta di possibilità accade – come è ormai a tutti noto – che i Social, usati in maniera del tutto spontanea, arrivino a creare veri e propri gruppi d’interesse, capaci – come si dice – di passare dal dire al fare.
Per andare sul concreto, oggi, parleremo di alcuni gruppi di Facebook e di come, passo dopo passo, post dopo post, siano diventati luoghi di un “fare” che può essere di stimolo ed esempio per passare, come si dice, dalla “conoscenza” in termini di semplice condivisione, alla vera e propria “azione”, spesso, come vedremo, sul campo. Gli esempi potrebbero essere sterminati, e ognuno di noi di sicuro ne conosce più d’uno, ma nel nostro articolo parleremo di gruppi che hanno in comune… il bene comune.
Ovvero ambiti, nicchie e patrimoni – di valore, conoscenza ed emozioni – che grazie anche a Facebook hanno costruito realtà vere e proprie capaci di produrre frutti concreti. A partire, così sembra, da una componente femminile preponderante, a dimostrare come il Social sia spesso “Femmina”.
A volte i gruppi sfociano in un neo-nato sito comune, altre volte no e il loro mondo è circoscritto alla piattaforma di appartenenza. A volte si fondano al contrario a partire proprio da un blog o da un sito web, altre volte nascono da un semplice hastag che – come una formula magica – è in grado di radunare attorno a sé decine, anzi migliaia di persone. Dite che stiamo esagerando? Ecco alcuni esempi concreti che raccontano un’unica “storia”…
Quella di Adotta1blogger, ad esempio, che, nato in sordina nemmeno un anno fa come racconta qui la sua ideatrice, Paola Chiesa, in una notte di “strepitosa luna piena”, raduna oggi oltre mille blogger di tutta Italia, tanto da aver ricevuto in “premio” una propria rubrica sulla Stampa online. La community, formata al 70% da donne, ha aderito il 10 marzo scorso a un evento edito da un altro gruppo, “Rosa digitale”, contro il divario di genere in ambito tecnologico ed informatico, facendo così del proprio impegno a distanza concretezza di azioni e relazioni.
Un altro esempio, in un settore che in Italia “dovrebbe” essere strategico, è il gruppo (chiuso) di Facebook composto da gestori extra-alberghieri di tutta la penisola che, in uno spirito non comune di aggregazione, non solo è capace di aiutare in diretta ogni piccolo gestore sperduto nei meandri normativi italiani in materia di ricezione e turismo, ma ha realizzato una vera e propria pagina per dialogare con i propri potenziali ospiti. Grazie alla reciprocità di informazioni del gruppo e la loro presenza capillare in tutta Italia, i visitatori potranno trovare DIRETTAMENTE strutture in grado di intercettare le loro necessità in materia di servizi e interessi turistici, guardando su una mappa comune di Google la loro localizzazione.
Un altro gruppo che nasce e vive solo su Facebook, e che si dedica al salvataggio di animali in difficoltà, è quello pubblico di “Mamme e papà a distanza”, che si occupa di cani sottratti all’abbandono e alla reclusione: una serie di persone che – a distanza e tramite il gruppo – sostengono associazioni e volontari di tutta Italia aiutando concretamente gli animali in una sorta di adozione collettiva. E questo è solo UNO dei tantissimi gruppi che si occupano ogni giorno degli animali abbandonati, ma gli esempi potrebbero essere molti altri.
Writer Deam, infine, è il gruppo che, con tanto di sito, è “dedicato agli scrittori emergenti” e si occupa “di dare informazioni su case editrici, agenzie letterarie”, aiutando “chi cerca di pubblicare un libro o semplicemente chi ama scrivere.” Il tutto accompagnando, anche in questo caso, le sfide quotidiane che ciascuno scrittore emergente si trova a combattere ogni giorno.
E gli esempi, così procedendo, potrebbero essere infiniti… Perché le vie dei Social conducono spesso al medesimo luogo: dal dire al fare della condivisione. Un bel soffio d’aria fresca nella realtà un po’ opprimente della realtà così detta “vera”.


