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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Rosso di sera bel tempo si spera… ai Big Data piacendo!

[dropcap3]I[/dropcap3]l cielo al tramonto si accende di rosso? – nessun dubbio: il giorno seguente porterà bel tempo.
Cielo a pecorelle? – a ciascuno la risposta meteorologica di sapienza popolare!
L’osservazione del cielo e dei fenomeni naturali per comprendere (e dunque predire) l’evolversi delle mutazioni meteo ha origini antichissime, ben più di quella dei proverbi a tutti conosciuti.
Fu tuttavia l’invenzione del telegrafo, nel 1835, che diede inizio all’era moderna delle previsioni metereologiche, permettendo ai vari bollettini formulati di essere ricevuti e diffusi nel giro di breve tempo, compito che le comunicazioni postali avevano fino ad allora reso problematico.
Ai primi del ‘900 si sviluppò dunque una rete di osservazioni meteo a livello mondiale, supportate da un modello matematico interpretativo che poneva le basi per la meteorologia operativa. Fu il matematico e fisico inglese L.F. Richardson a creare le prime equazioni per le previsioni meteorologiche, a partire dalla considerazione dell’atmosfera come un fluido al quale potevano essere applicate le leggi classiche della meccanica e della termodinamica.
Secondo tale “visione” il comportamento dell’atmosfera poteva essere predetto sulla base della variazione di alcuni parametri fisici fondamentali: pressione, temperatura, umidità e velocità del vento.
Da allora, molta acqua è passata sotto ai ponti – scusate la divagazione – e ai modelli matematici e relativi super-calcoli si sono affiancati i satelliti, portatori non solo di viste straordinarie, ma di dati raccolti in tempo reale in grado di simulare con una certa attendibilità – almeno per un numero di ore successive limitate – l’evolversi delle condizioni climatiche osservate.
Però… c’è sempre un però. Se infatti i modelli predittivi più diffusi sono quasi sempre precisi entro le 24-48 ore, e quelli a medio e lungo termine (3-7 giorni) sono in media abbastanza attendibili, spingersi  oltre – a tutt’oggi – è ancora azzardato, per la complessità dei fenomeni in campo e la loro variabilità.
Sono diversi i progetti in essere per risolvere queste difficoltà e, come illustrato in questo articolo, riguardano i Big Data, o meglio il loro utilizzo.
Un esempio di dati – utilizzabili tuttavia solo a certe condizioni – è ad esempio il set prodotto dall’European Climate Adaptation Platform riguardanti previsioni ambientali nel periodo 2021-2050 e 2071-2100 e che, essendo stati ottenuti da indicatori riferiti ad aree piuttosto vaste, risultano non del tutto appropriati per analisi delle condizioni metereologiche future a livello locale.
Diverso è invece il caso della piattaforma Copernicus, che utilizza un approccio integrato tra cartografia e dati satellitari che le consente una miglior gestione delle emergenze e di elaborare ipotesi previsionali anche su aree ristrette. Resta il limite di essere in uso esclusivamente per le organizzazioni umanitarie e le azioni di protezione civile.
Un approccio più locale può essere quello del supercomputer Deep Thunder che, raccolti i dati necessari, elabora con buona esattezza le condizioni metereologiche in un arco di 4 giorni anche per i singoli quartieri delle grandi città.
Su un percorso simile si muoverà ad esempio la nuova app meteo creata dall’ARPA dell’Emilia Romagna che, grazie a un apposito software, analizzerà i dati raccolti da oltre 250 stazioni per dare all’utente, grazie alla geolocalizzazione, la previsione sul clima nel luogo in cui si trova nei tre giorni successivi.
Un ultimo appunto: in quest’ultimo caso, per prevedere come evolveranno le condizioni meteo, i risultati elaborati dai calcolatori saranno revisionati e corretti da un team di esperti in carne ed ossa. Perché contro l’imprevedibilità degli agenti atmosferici forse c’è poco da fare e nemmeno gli strumenti meteo più sofisticati possiedono sufficienti poteri di veggenza.
Chissà: a volte i proverbi la sanno più lunga di tutti, Big Data compresi…
 
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San Valentino: l'amore si dichiara – e celebra – in rete!

Tra poco è San Valentino. Lo festeggeremo in nome dei sentimenti più romantici o lo rinnegheremo, per spirito pragmatico, se non addirittura per puntiglio ideologico?
Da sempre, si sa, la festa divide gli animi. Sempre che uno sia innamorato (e corrisposto), si intende. Perché in caso contrario è decisamente meglio fare finta di niente e decidere che, sì, si tratta senza dubbio di una festa commerciale che più commerciale non si può. E liquidare la storia un po’ come fece a suo tempo la volpe con l’uva.
Ma se San Valentino ha ancora così tanto successo, anche di mercato, un qualche motivo ci sarà. Tra questi di certo il tam tam del sentimentalismo, gridato a viva voce da tutti i media, che – come vedremo – ci mettono del loro, proprio come fa Cupido con il suo arco e le sue frecce.
Un esempio per tutti? Lo stesso Google che, non contento di dedicargli ogni anno un doodle strappacuore, prepara per i suoi avventori in cerca di romanticherie con cui colpire l’amato o l’amata, un vero e proprio “set” di immagini, frasi e cuoricini debitamente catalogati.
Si parte con Frasi San Valentino, Regali San Valentino, San Valentino Cupido e via così sino alle categorizzazioni più targettizzate (è il caso di dirlo), con suggerimenti del tipo Frasi San Valentino d’amore, Frasi San Valentino divertenti, Frasi San Valentino Inglese (pare che l’inglese renda più smart anche una dichiarazione d’amore…) in base ai criteri di scansione del robot di Google.
E se questo romanticismo a buon mercato “attacca un po’ in gola”, cosa dire delle svariate, svariatissime tipologie di cuori e cuoricini per tutti i gusti?
Ironia a parte, non c’è dubbio che quello del “cuore” – simbolo tra i più potenti che l’uomo abbia mai creato – è un tasto più che sensibile dal punto di vista del business e del marketing online, come dimostrano le tipologie di eventi, pagine e suggestioni ad esso dedicate sui vari Social Media nel 2015, riportati da questa ricerca di Fractals per il blog Web Women Want.
Sempre dallo scorso anno, è possibile trarre una quantità di esempi di come il web cavalchi il tradizionale appuntamento del 14 febbraio: dal retroscena in tre puntate della creazione di una canzone d’amore commissionata da Thun a una delle protagoniste del reality “The Voice of Italy” per promuovere i suoi prodotti, fino all’iniziativa #bookinlove di “Il Libraio” del Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Qui l’oggetto d’amore non era una persona in carne ed ossa, ma un libro: gli utenti dei Social erano invitati a postare foto dei loro libri preferiti per promuovere la lettura e forse invitare a un regalo d’amore “colto”.
Anche quest’anno ben promette. Uno per tutti, il coinvolgimento del cantante Fedez nella campagna dei Baci Perugina. Ricordate le frasi d’amore, anonime o celebri, che da adolescenti leggevamo un po’ come biscotti della fortuna, cercando di cogliervi un vaticinio sentimentale… “Che prima o poi l’amore arriva”, come scriveva Stefano Benni…? Bene, quest’anno nei celebri cioccolatini saranno incartate le frasi delle canzoni di Fedez, per un San Valentino stile rapper!
Per finire, uno sguardo sul Social Media più social di tutti: Facebook, of course. Un’analisi del 2014 aveva mostrato l’andamento dei post di persone che avevano modificato il loro stato da single a impegnato. Ne era emerso che i post scambiati da una futura coppia conoscevano un crescente incremento fino al giorno del “fidanzamento” per poi calare, perché alla relazione virtuale subentrava quella reale. E se da lì in poi anche i post cambiavano, pure nella qualità, perché si tingevano di un tono più ottimista e rosa, cosa sarà successo ad amore finito? E come liberarsi dalle tracce Social lasciate da un amore archiviato?
Fosse solo per questo, e per tornare alla nostra domanda iniziale, un po’ più di pragmatismo e sano cinismo forse non guasterebbero. Almeno per quanto ci riguarda. Per il resto… a Cupido l’ardua sentenza.
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Open Data Pillole di Open Data e PA

Disruptive Innovation nella Pubblica Amministrazione. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]C[/dropcap3]osa intendiamo esattamente, quando parliamo di innovazione? “L’atto, l’opera di innovare, cioè di introdurre nuovi sistemi, nuovi ordinamenti, nuovi metodi di produzione e sim. (…) In senso concreto, ogni novità, mutamento, trasformazione che modifichi radicalmente o provochi comunque un efficace svecchiamento in un ordinamento politico o sociale, in un metodo di produzione, in una tecnica” (Treccani)
Se l’invenzione è la creazione di qualcosa che prima non c’era, l’innovazione si sviluppa su quel terreno fertile, fondendo mirabilmente idee e tecnologie, nel momento giusto, determinando così dei cambiamenti fondamentali nella vita delle persone fisiche e giuridiche. Esemplare è il caso dello smartphone. IBM e BellSouth inventarono nel 1994 il primo smartphone, Simon, ma i tempi e le tecnologie del tempo erano prematuri per poterlo tradurre in un settore di mercato, cosa che avvenne successivamente, con il Blackberry, grazie alla diffusione significativa della tecnologia mobile.
Fu solo dopo 13 anni dall’invenzione di Simon, che Apple lanciò l’iPhone, la cui innovazione fondamentale consiste nel connettere le persone, le informazioni e le idee con modalità che hanno cambiato radicalmente il nostro stile di vita personale e lavorativo. Invenzione e innovazione hanno quindi bisogno l’una dell’altra, poiché l’intuizione geniale è utile se viene tradotta in conquiste condivise.
Questo ci conduce alla innovazione “dirompente”. Il concetto di disruptive innovation formulato da Clayton Christensen, ideatore della teoria del job to be done, focalizza l’attenzione non sul prodotto, ma sul bisogno che il prodotto è chiamato a soddisfare. Secondo questa particolare prospettiva, l’innovazione diviene allora un processo per definire un concetto di prodotto o servizio che soddisfi dei bisogni importanti e non soddisfatti. Ma per arrivare a capire quali sono questi bisogni, è indispensabile interagire sapientemente con il mercato, con le persone.
Ecco quindi che la caratteristica fondamentale della disruptive innovation è quella di non essere legata, come si potrebbe immaginare, a mutamenti tecnologici estremi o particolarmente complessi, quanto alla capacità di cogliere, secondo una metodologia quasi maieutica, quali sono i bisogni latenti nell’individuo, che per vari motivi non sono ancora emersi.
Possiamo declinare il concetto di disruptive innovation anche nella Pubblica Amministrazione? Certo, ma crearne le condizioni richiede che gli amministratori guardino al governo della cosa pubblica con occhi diversi, per disegnare nuovi modi, meno costosi e più efficaci, quindi anche misurabili, per erogare i servizi pubblici.
L’innovazione nella Pubblica Amministrazione la riscontriamo ad esempio ogni volta che essa porta avanti politiche di apertura dei dati, consentendo alle imprese di sviluppare app che in tempo reale informano i cittadini su trasporti, scuole, ambiente, lavoro, turismo. Oppure quando consente al cittadino o all’azienda di esercitare agevolmente il proprio diritto di accesso ad atti e documenti amministrativi. O ancora ogni volta che utilizza i social media per intercettare i bisogni dei cittadini e per sviluppare la creazione di intelligenze collettive a vantaggio della comunità territoriale.
Quello di cui abbiamo bisogno è a ben vedere una strategia a lungo temine che traini le attività quotidiane. Non qualcosa di straordinario, fuori dall’ambito delle cose trattate quotidianamente, con lunghi tempi di gestazione e che magari faccia capo a poche persone dedicate. La crescita avviene nelle aziende e negli enti nei quali le persone sono pronte ad innovare se stesse continuamente, insieme a tutto ciò che le circonda, identificando lo sviluppo come il frutto di una mentalità diffusa e non come il colpo di genio di una o poche persone.
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Puntare sull’innovazione delle persone significa in particolare:
creare le condizioni sociali ed organizzative che favoriscano l’identificazione e l’adozione delle innovazioni di prodotto e di processo;
stimolare la leadership e l’evoluzione culturale delle singole persone tali da favorire l’accettazione di nuove sfide;
orientare lo sviluppo delle competenze alla creazione di valore in tutti i processi aziendali.
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Per una PA, domandarsi incessantemente non solo quale sia il valore che il cittadino si aspetta dai servizi, ma anche come possa continuamente aumentarlo, riducendo al tempo stesso le attività che al contrario non aggiungono valore, significa in fondo applicare la tecnica del “lean thinking” giapponese, il pensiero snello alla base dei modelli aziendali di sviluppo delle case automobilistiche giapponesi, prima fra tutte Toyota, specialista nell’integrare persone, processi e tecnologie con progetti di sviluppo dei prodotti altamente specializzati, a supporto di piani strategici a lungo termine. Privato e pubblico non sono allora poi così distanti.
[highlight]Il rapporto tra uomo e macchina[/highlight]
 
Per connotare ulteriormente l’innovazione, è interessante osservare l’evoluzione della relazione tra uomo e macchina nel tempo, in quanto tale relazione ha caratterizzato l’evoluzione umana, la velocità e la forma della crescita economica. Il processo evolutivo, dai tempi in cui l’uomo ha introdotto strumenti che lo aiutassero nel lavoro nei campi, alla rivoluzione industriale con i relativi processi di automazione che hanno portato alla crescita economica, oltre che al miglioramento dello stile di vita, ha raggiunto l’attuale fase. In questa nostra epoca della digitalizzazione dell’economia e della conoscenza, stiamo istruendo la macchina affinché ci sia di supporto nelle attività intellettuali, non più per affrancarci dai lavori faticosi, pesanti o alienanti. Big data, sensoristica e intelligenza artificiale, potenzialmente favoriscono un’economia più produttiva ed efficiente, grazie a software che ci possono aiutare a prevedere e comunque gestire i vari scenari.
Ma se stiamo demandando alla macchina attività intellettuali, intelligenti, dobbiamo preoccuparci perché la macchina sta sottraendo lavoro all’uomo? Non proprio, perché in fondo gli permette di dedicare più tempo al pensiero critico, alla creatività, alla capacità di ragionare fuori dagli schemi per risolvere problemi complessi, alla comunicazione, all’empatia. Insomma, non allarmiamoci più di tanto per il robot giornalista che scrive articoli, come riportato dal Sole24 Ore
E soprattutto, non dimentichiamoci che un aspetto peculiare nell’attuale rapporto tra uomo e macchina, è quello di mettere in relazione le persone, contribuendo ad alimentare spirito critico, feedback, confronto tra esperienze diverse.
“Se avessi chiesto ai clienti cosa volevano, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce” (Henry Ford).
E’ proprio anche grazie al confronto che si può affinare la capacità visionaria. Se l’innovazione è un’opportunità di guardare a vecchi problemi in modi nuovi, definendo il problema e ponendo le giuste domande, si può ad esempio scoprire che le grandi città di Paesi diversi hanno molto più in comune tra loro che con il resto del proprio Paese, come riportato dalla BBC.
Quando si parla di Stati, tipicamente ci si focalizza su ciò che li separa, a partire dalla lingua e dalla cultura.
Ma quando si parla di città, le problematiche da affrontare sono più simili. Educazione, trasporti, sanità, lavoro, sicurezza, migrazione. In questi settori, nell’era della globalizzazione, le città possono imparare l’una dall’altra, in un processo utile anche per valutare l’efficacia dell’innovazione stessa. Sempre in quest’ottica, è lodevole il rapporto di ricerca “Le buone pratiche dei Comuni” di Anci Umbria, importante strumento di divulgazione e condivisione dei frutti dell’impegno, ricerca e ingegno delle amministrazioni comunali.
Far convivere l’aspetto teorico e tecnologico dell’innovazione, con quello pratico della sua effettiva applicazione nel tessuto sociale ed economico, e delle relative implicazioni, anche in termini di valore pubblico, significa avere un approccio dirompente.
Il soggetto maggiormente coinvolto in questa sfida, e titolato per mettere in relazione e coinvolgere attivamente tutti i soggetti del territorio, è la Pubblica Amministrazione. A vantaggio di tutti: cittadini, imprese, associazioni, scuola, centri di ricerca.
Perché l’innovazione non è una questione di scelta, ma una necessità.
Rapporto Uomo Macchina
 

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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Effetto Big Data: cambiamenti climatici e Open Science

[dropcap3]D[/dropcap3]a tempo la Terra attende che i suoi 7 miliardi di figli riprendano con lei il “dialogo” interrotto e ricomincino a prendersene cura, preservandone le risorse, oggetto di uno spreco prolungato e insensato.
Ci fu un tentativo nel 1997, quando i “potenti del mondo” firmarono il protocollo di Kyoto per la lotta contro il cambiamento climatico, con la riduzione dell’emissione di gas responsabili dell’effetto serra, ma fu una promessa disattesa. Come a Copenaghen nel 2009, quando non si raggiunse l’accordo sperato tra le nazioni.
Nel frattempo, il clima della Terra è cambiato. Le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera hanno raggiunto le 400 parti per milione, con un costante incremento delle temperature medie globali.
Ci si domanda dunque come porre un freno al progressivo cambiamento climatico e allo sfruttamento delle risorse naturali da parte della popolazione mondiale in continuo aumento. E la risposta potrebbe provenire ancora una volta dai Big data.
Cominciando da Pyunicorn, un programma di simulazione sviluppato dall’istituto tedesco per la Ricerca sull’impatto climatico di Potsdam. Si tratta di un software liberamente accessibile in grado di gestire e analizzare la mole di informazioni contenute in varie banche dati per tracciare una storia delle modificazioni del clima attraverso migliaia di anni e delle relative conseguenze sugli abitanti del pianeta.
In Italia, invece, un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Studi sui Sistemi Intelligenti per l’Automazione del CNR sono partiti nel giugno scorso per le Isole Svalbard, in Norvegia, accompagnati da due droni, di cui uno sottomarino e uno aereo. Dotati di attrezzature per scattare foto e girare video oltre che di sensori e campionatori, i droni produrranno immagini, filmati e dati ambientali allo scopo di permettere agli scienziati di studiare i cambiamenti climatici in atto non solo degli ecosistemi polari ma di tutto il pianeta.
Se l’Europa si muove sul terreno arduo di comprendere e prevedere i cambiamenti climatici in modo sempre più accurato, il colosso Google ha messo la tecnologia di cui dispone – come immagini satellitari e Big Data – al servizio di una sinergia con la FAO. L’applicazione Fao Collect Earth infatti è stata creata per monitorare lo stato dell’ambiente e delle sue risorse, quale presupposto di conoscenza evoluta per azioni strategiche di tutela e di preservazione.
Anche l’ESA – Agenzia Spaziale Europea – è impegnata sul fronte dell’Earth Observation che coniuga innovazioni tecnologiche e Open Science, con molti progetti, tra cui il lancio dei satelliti Sentinels, attraverso i quali si potranno raccogliere enormi quantità di dati sulla superficie e l’atmosfera terrestre.
Un nuovo, efficace, modo di affrontare problemi è stato dunque reso fattibile grazie alla possibilità di integrare conoscenze e competenze tramite lo sviluppo di internet e il cloud. In più, il rapido diffondersi di tecnologie come device mobili, Internet e reti di sensori hanno elevato al ruolo di fornitori di informazioni coloro che, all’inizio dell’era digitale, erano solo semplici consumatori: i cittadini. Entrando a far parte di un più ampio sistema di osservazione per la cura del pianeta terra, i cittadini sono chiamati a contribuire dal basso, fungendo da rilevatori della qualità di fattori ambientali come l’aria e il suolo.
Intanto la recente conferenza sul clima svoltasi a Parigi ha messo per iscritto delle “formali” promesse: contenere il rialzo delle temperature di 2 gradi entro la prima parte di questo secolo e ridurre le emissioni inquinanti con una totale conversione alle energie pulite.
A questo proposito si è espresso il climatologo James Hansen – definito ‘il padre del riscaldamento climatico’: “Sono solo parole senza senso. Non c’è alcuna azione. Fino a che i carburanti fossili saranno i più economici, continueranno a essere bruciati”. E la natura brucerà con essi, e noi con lei: difendiamoci finché siamo in tempo.
Per farlo, a breve potremo contribuire con un semplice tocco sullo schermo del nostro smartphone.
 
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Carnevale e social: una maschera tira l'altra

[dropcap3]T[/dropcap3]empo di Carnevale, tempo di maschere. Che travestono o nascondono, ripugnano o trasfigurano, mimetizzano o enfatizzano. E che condividono – in un turbinio colorato di espressioni e figure intramontabili – antichi e nuovi saperi di fiabe e miti, giochi di ruolo e trasgressioni.
Il Carnevale è del resto una festa dalle origini antichissime che rivela un’esigenza collettiva e irrinunciabile nei confronti delle istanze e dei topos che celebra da sempre, fin dalle prime rappresentazioni.
Le sue manifestazioni più antiche infatti risalgono a ben 4000 anni fa: furono gli Egizi delle dinastie faraoniche i primi ad aprire i recinti della trasgressione, consentendo – durante le feste in cui si venerava la dea Iside – la sospensione, almeno per un giorno, di ogni ruolo sociale e gerarchia in favore di una libertà quasi assoluta, come echeggia e riassume in modo esaustivo il celebre proverbio latino “Semel in anno licet insanire” (‘una volta all’anno è lecito impazzire’).
Il Carnevale, che ha in sé radici sia religiose (nei paesi cattolici precede la Quaresima in preparazione alla Pasqua) che “pagane” (non a caso i Padri della Chiesa lanciarono strali feroci sulla simbologia attribuibile alle maschere), da millenni ci racconta come il tema dell’identità e della personalità, assieme a quello dell’individuo e del suo sistema sociale di appartenenza, abbiano un posto speciale nella storia dell’Umanità. Alla “maschera” e al travestimento competono da sempre ruoli e compiti ben precisi, non ultima l’attribuzione della possibilità sovrannaturale di superare barriere diversamente invalicabili, quella tra uomo e animale, tra vita e morte.
I suoi “cantori” nei secoli sono così celebri che risulta quasi inutile ricordarli, dagli studi di Binet, passando dall’Uno, nessuno e centomila di Pirandello e dai fondamenti della psicoanalisi moderna con Freud. Senza dimenticare il ruolo della maschera in ambito antropologico, sin dalle comunità tribali che, non solo in epoche primordiali, vi trasmutano manifestazioni spirituali e animistiche.
Ma quello che vogliamo affrontare ora insieme – alla vigilia del prossimo Carnevale – è invece il valore di “tramite”, quasi di “medium”, che le maschere e il tema del travestimento nascondono a loro volta in sé.
La maschera o l’identificazione in un ruolo consentono infatti di accedere a molteplici istanze, in una scala i cui gradini partono dal massimo della chiusura, laddove la maschera nasconde, al massimo dell’apertura, dove la maschera invece dispiega nuove potenzialità della personalità:

  • mimetismo, tramite la copertura e il travestimento;
  • omologazione, attraverso il riconoscimento di valore a marker altrui;
  • mediazione tra sé e l’altro;
  • integrazione, attraverso l’attrazione dell’altro a sé;
  • empatia, assumendo su di sé le connotazioni altrui;
  • creatività, elevando il marker a simbolo e trasfigurandolo.

Questa varietà di istanze, le molteplici possibilità di interpretazione del concetto di maschera e soprattutto due delle sue caratteristiche, quella di MEDIAZIONE e quella di sovrapposizione tra l’area PRIVATA e quella PUBBLICA, oggi riconducono a quello che è forse il punto cardine di tutte le nuove forme di comunicazione che per semplificazione chiameremo Social.
La realtà comunicativa diffusa dal web e dai Social Media infatti sembra moltiplicare come in un caleidoscopio digitale gli specchi in cui riflettere e costruire la nostra identità e interfacciarla con quella degli altri, singoli o gruppi che siano.
Questo sin dal primo atto che si compie con l’apertura di un “profilo”, con la scelta di un avatar, di un’immagine, di una fotografia, di un testo o di uno slogan rappresentativi: un’identità da indossare e con cui presentarsi all’ecosistema digitale.
E come nella scala che va dal mimetismo alla creatività, l’identità sui Social si trasfigura: da chi crediamo di essere e vogliamo mostrare o celare, a chi vorremmo essere, passando per chi vogliamo che gli altri ci credano.
In essi dunque, in questi profili così diversamente connotati, anche in base alle regole della piattaforma, ciascuno si esprime e mette in rilievo – oppure cela – caratteristiche, tipologie, ambizioni, competenze, come suggerito in questo interessante spunto.
Un Carnevale per tutti i giorni, insomma. Che nasconde i più primitivi dei bisogni: farsi accettare dall’altro, essere altro da sé e insieme esprimere il vero (presunto) sé.
 
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Big Data & C. Data Driven

Cultura e innovazione in Italia: eppur si muovono!

[dropcap3]S[/dropcap3]ul legame indissolubile tra l’arte e la sua divulgazione non mancano certo le argomentazioni, più o meno retoriche. Su come questo legame, una volta rinsaldato, possa trasformarsi in una fonte di sviluppo culturale ed economico non solo sostenibile, ma fortemente auspicabile, neppure.
Tuttavia, quando solleticato, il tema si mostra sensibile.
È di quest’estate l’onda di polemiche roventi indirizzate al Ministro Franceschini che ha indicato sette Direttori stranieri sui venti nominati alla guida dei principali poli museali.
L’iniziativa ha provocato uno slancio di campanilismo da parte di molti, verso quegli stessi musei che tanto spesso sono ignorati, magari proprio dalla Madre Patria.
Ecco allora che le conversazioni degli italiani stessi – o meglio di quella parte che utilizza i social – analizzate online, sono interessanti nel rivelare un picco di engagement mai più raggiunto, come si vede da questo grafico:

Conversazioni Musei
Grafico delle conversazioni online sul tema dei musei italiani.

Certo simili rumors non sono sufficienti per un’inversione di tendenza. In Italia infatti l’accoppiata tra lo sterminato patrimonio artistico esistente e le indispensabili pianificazioni strategiche per farne un vero e proprio valore, è ancora relegata allo status di relazione occasionale, lasciata alla passione dei singoli operatori culturali, e non certo strutturata all’interno di politiche condivise.
I motivi traggono i loro fondamenti da molte questioni, tra cui una gestione accentrata del sapere da parte dei cosiddetti intellettuali che ne hanno fatto per decenni un uso esclusivo, eludendo spesso la propria funzione divulgativa e di mediazione, oltre a una certa visione dell’arte come bene superiore e intangibile, da non contaminare e “abbassare” a qualsivoglia performance.
Il settore è stato penalizzato anche dallo scarso investimento da parte di una classe dirigente impegnata su altri fronti più speculativi e dunque più remunerativi, con una certa miopia di breve e lungo periodo sulle fonti strategiche di valore diretto e indotto – culturale, certo, ma anche economico – reperibile nel nostro territorio.
Eppure, fatti ed esperienze – spesso oltre confine – dimostrano, numeri alla mano, che non è vero che la qualità culturale è per forza legata a nicchie di consumatori sparuti e saccenti, e che anzi si può benissimo diffondere e moltiplicare, come ogni sapere che si rispetti, e generare valore anche economico, con beneficio per tutti, imprenditori compresi.
Un esempio significativo lo porta questo articolo del Daily Bruin, che mostra come la condivisione sui Social abbia portato nuovo interesse intorno ai Musei e all’arte. Anche iniziative come il Museum Selfie Day, tenutosi lo scorso 21 gennaio, dimostrano il potenziale di interazione tra i Social Media e la rete in generale e il diffondersi di una sensibilità verso cultura e arte come beni comuni e veramente “condivisi”.
E, finalmente, qualcosa sembra muoversi anche da noi. È di questi giorni un’altra notizia uscita tramite un comunicato del Ministero della Cultura che mostra un’inversione di tendenza apprezzabile: una Startup italiana ha siglato un accordo per fornire ai principali musei italiani e al Ministero uno strumento per monitorare e misurare l’appeal e la reputazione online dei musei interessati.
Anche il nostro blog, del resto, ha deciso fin dal mese di Agosto, proprio nei giorni del dibattito sulle nomine, di monitorare proprio quei venti musei: animati da uno spirito non polemico, e tuttavia “birichino” grazie a Webdistilled di Maps Group – abbiamo dato il via a un monitoraggio online che raccoglie i dati a partire da Luglio, per vedere chi, tra i nuovi grandi Direttori, si sarebbe mosso meglio a livello di comunicazione online e non solo. Ci siamo così immaginati una sfida, una gara, tra chi di loro fosse riuscito a movimentare meglio le acque dell’informazione sul proprio museo. E i risultati ci sono, come si può vedere in questo grafico che mette in evidenza quantitativa la capacità di ogni museo di far parlare di sé su Socialnetwork, Mainstream, Press e Weblog:

Analisi comunicazioni online musei italiani
Clicca sull’immagine per ingrandire il grafico

Il monitoraggio*, che intercetta le conversazioni secondo numerosi indicatori, riferibili sia a tutti gli elementi afferenti alla sfera turistica in generale (come le visite a siti archeologici e monumenti, la partecipazione a eventi, la fruizione di strutture ricettive e le esperienze enogastronomiche) che ai servizi e alla gestione dei Musei (come ad esempio l’accessibilità, la sicurezza, i costi, l’innovazione tecnologica…), è tuttora attivo, così che a cadenza bimestrale rilasceremo un report che darà conto dei nuovi sviluppi museo per museo, con un’importante precisazione: come tutti i test di questo tipo, anche il nostro non pretende né di essere esaustivo né statisticamente significativo.
La nostra, infatti, non è una Giuria: ma è la raccolta del “chiacchiericcio” dei Social, quello tuttavia che muove  l’onda, trasmette le notizie, si trasmuta in possibili visitatori in carne ed ossa, e in altrettante anime toccate magari dalla bellezza.
Un’arte anche questa, del resto: diffondere. Come l’eco insegna, e pure l’onda!


*Caratteristiche del monitoraggio

Monitoraggio:  i 20 musei i cui direttori sono stati nominati dal ministro Franceschini lo scorso agosto.
Periodo: dal 26/06/2015 fino ad oggi.
Lingua: lingua italiana.
Fonti: Weblog, Q&A, Social Network, Forum e Review.
Numero clip: le clips considerate sono state oltre 1.350.000.
Temi analizzati: offerta turistica.
Prodotti individuati (in breve): archeologia, archivi e biblioteche, chiese e santuari, musei e teatri, palazzi storici, concerti, fiere, sagre.
Strutture ricettive: tipo di struttura utilizzata per il pernottamento.
Argomenti (in breve):  ambiente e territorio, dati (relativi alle presenze nel museo, orari, info, gestione del personale), enogastronomia, eventi, istruzione, innovazione, storia e arte.
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Open Data Pillole di Open Data e PA

Valore pubblico e partecipazione. Di Paola Chiesa

[dropcap3]I[/dropcap3]l fil rouge che collega la trasparenza amministrativa, la partecipazione e gli open data si snoda agevolmente anche nel campo del valore pubblico. Si tratta di un concetto di difficile definizione, per il quale non esiste uno standard assoluto, in quanto la Pubblica Amministrazione risponde sia a logiche economiche, che politiche degli amministratori eletti, che agli stakeholders del territorio. Di conseguenza potremmo connotarlo come un modello operativo che misura l’efficienza e l’efficacia dell’attività della Pubblica Amministrazione.
Affrontando l’argomento “fuori dal Palazzo”, come può la PA generare servizi ai quali il cittadino può attribuire e riconoscere valore? Coinvolgendolo, facendo emergere bisogni e preferenze, attuando politiche idonee a costruire scientifiche risposte, in ottica di trasparenza, accountability, fiducia, sostenibilità.
Il concetto di valore pubblico è strettamente legato al contesto storico ed alla cultura di riferimento.
Sicuramente, nell’era della trasparenza, degli open data, della partecipazione, della sostenibilità e della sharing economy, è plausibile ed anzi auspicabile che lo stesso concetto sia soggetto ad affinamenti per renderlo sempre più performante. Nella Pubblica Amministrazione, il valore pubblico nasce dall’equilibrio e dall’integrazione di più valori, nell’ottica di soddisfare un pubblico il più vasto possibile, la collettività appunto.
Il concetto di valore pubblico è allora decisamente correlato anche ai concetti di partecipazione e trasparenza, in quanto misura i risultati ottenuti con metodi economicamente efficienti, in accordo con le priorità concordate con i cittadini.
Ciò emerge dal combinato disposto degli articoli 1 e 7 della legge 124 del 2015 sulla riforma della Pubblica Amministrazione, nei quali si parla di Carta della cittadinanza digitale, per “garantire ai cittadini e alle imprese, anche attraverso l’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, il diritto di accedere a tutti i dati, i documenti e i servizi di loro interesse in modalita’ digitale”, e di “semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicita’ e trasparenza”
Concetti ribaditi anche nelle misure contenute nei primi undici decreti attuativi della stessa legge di riforma, approvati dal Consiglio dei Ministri nella riunione del 20 gennaio 2016. Si parla, tra l’altro, di domicilio digitale del cittadino, di identità digitale attraverso il Pin unico, di semplificazione del piano anticorruzione, di “liberalizzazione” del diritto di accesso agli archivi pubblici (il Freedom of information act).
[highlight]La Piramide del Valore Pubblico[/highlight]
 
Come spiega il prof. Deidda Gagliardo, per valore pubblico territoriale s’intende il livello di
soddisfacimento dei bisogni della comunità (socialità) tramite una gestione economica delle risorse dell’ente, funzionale a sostenere la crescita del territorio (economicità); ma è necessario determinare scientificamente quale sia il livello di economicità effettivamente compatibile con la salvaguardia e lo sviluppo anche sociale dei territori.
Essendo strettamente correlato alla pianificazione e gestione dei servizi, il valore pubblico si articola in vari livelli secondo un modello a piramide (“Piramide del Valore Pubblico”) che agisce su:

  • organizzazione
  • personale
  • competenze
  • territorio
  • partecipazione
  • digitalizzazione
  • trasparenza
  • legalità

Mentre l’Italia è caratterizzata da una bassa percezione di valore pubblico, diversi enti all’estero hanno adottato un approccio che si basa su quel concetto, proprio perché l’assunto di fondo è che un servizio pubblico di successo deve cercare le opportunità per migliorare. Così, in Gran Bretagna ad esempio, oltre a Department of Health, Arts Council e Royal Opera House, è interessante l’esperienza della British Library, la biblioteca nazionale del Regno Unito ed una delle più importanti biblioteche di ricerca al mondo, che conta circa 150 milioni di documenti e 13 milioni di nuove acquisizioni ogni anno. Da uno studio effettuato, è emerso che il valore pubblico generato per i propri utenti ed il pubblico più vasto è pari a £5 per ogni £1 investita.
In effetti un approccio che tenga in considerazione il valore pubblico, rende più significativa ed evidente la valutazione del successo o meno dell’attività di un’amministrazione pubblica, la cui performance è correlata ai servizi che offre, ai risultati raggiunti e, di conseguenza, alla fiducia che riesce a creare e mantenere tra i cittadini. E’ in quest’ottica che possono essere interessanti nuove modalità di coinvolgimento degli stakeholders del territorio, dai canali social, allo strumento dei sondaggi deliberativi secondo il metodo Fishkin, che consente alla popolazione intervistata su un argomento di poter esprimere la propria opinione, dopo che è stata convenientemente ed oggettivamente informata sui fatti. Un passo in avanti sulla strada della realizzazione della democrazia rappresentataiva e dell’open government.
[highlight]Digitale e Big Data[/highlight]
 
Il valore pubblico è a ben vedere la cifra di un programma di governo locale che produce effetti nel tempo. E i cui risultati saranno ulteriormente misurabili nella diffusione della cultura che considera gli stakeholders del territorio contemporaneamente come fruitori e creatori di servizi. In questo contesto il digitale serve a modellare processi, generare dati, estrarre ed aggregare informazioni, mettere in relazione, facilitare decisioni, monitorare risultati e comunicarli. Il digitale diventa una leva di trasformazione economica e sociale, attraverso un processo trasversale al settore pubblico e privato, centralizzato e di coordinamento. Lo spiega chiaramente la “Strategia per la crescita digitale 2014-2020 “ dell’Agenzia per l’Italia Digitale, che prevede, tra gli altri:
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– il coordinamento di tutti gli interventi di trasformazione digitale e l’avvio di un percorso di centralizzazione della programmazione e della spesa pubblica in materia;
– il principio di digital first, attraverso lo switch off della tipologia tradizionale di fruizione dei servizi al cittadino;
– la diffusione di cultura digitale e lo sviluppo di competenze digitali in imprese e cittadini;
– la modernizzazine della pubblica amministrazione partendo dai processi, superando la logica delle regole tecniche e delle linee guida e puntando alla centralità dell’esperienza e bisogno dell’utenza;
– un approccio architetturale basato su logiche aperte e standard, che garantiscano accessibilità e massima interoperabilità di dati e servizi.
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E’ questa la filosofia che ispira il fascicolo digitale del cittadino, il quale attraverso il sistema pubblico di identità digitale (SPID), che consente di identificare in modo univoco e sicuro l’identità del cittadino che accede ai servizi e ai dati, l’anagrafe nazionale della popolazione residente (ANPR), che contiene le informazioni anagrafiche dei cittadini, registra le variazioni e le rende disponibili alle Pa e ai cittadini, ed il fascicolo sanitario elettronico (FSE), che contiene l’insieme delle informazioni sullo stato di salute del cittadino, accessibile dagli operatori di settore e dal cittadino, consentirà al cittadino di rendersi partecipe e protagonista di un processo di generazione di conoscenza, fonte prima del valore.
A patto che la popolazione sia adeguatamente alfabetizzata da un punto di vista digitale, che significa porre le fondamenta per una significativa co-creazione del valore pubblico, attraverso un flusso maturo di relazioni da e verso la Pa, e la partecipazione proattiva del cittadino.
Il progetto di Copenaghen Big Data Platform è significativo al riguardo: l’obiettivo di costruire una rete di database pubblici in grado di raccogliere i dati relativi ad ogni aspetto della vita cittadina, immagazzinando informazioni su rete elettrica, traffico, sicurezza stradale, clima, inquinamento, consumo idrico, illuminazione pubblica, ecc, si arricchisce delle segnalazioni che gli stessi cittadini potranno effettuare tramite smartphone e tablet, grazie ad un’app dedicata. Come a dire, se conosci la città nei minimi dettagli, allora la puoi anche rendere “smart”.
La tecnologia abilitante è il nuovo paradigma della partecipazione e del voler essere protagonisti. L’uomo qualunque costruisce il proprio modo di essere nel mondo e lo comunica, interagendo con gli altri. In parole povere, crea e comunica continuamente valore.
Contribuendo a cambiare il mondo, compresa la Pubblica Amministrazione.
 
 
Valore Pubblico
 
 

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

L'orologio atomico: eterna precisione e apocalisse.

[dropcap3]L'[/dropcap3]impiego del tempo nella società occidentale moderna è schiavo della frenesia del vivere. Assorbiti dal progresso tecnologico, gli uomini parrebbero aver dimenticato come migliorare la qualità della vita attraverso l’esercizio della felicità: si vive più a lungo, ma con sempre meno tempo libero dagli impegni… e paradossalmente dotati di strumenti sofisticati per poterlo gestire e misurare!
Misura il tempo in modo eccezionale, l’orologio atomico costruito dagli scienziati del National Institute of Standard and Technology (Nist) e del Centro di Ricerca Jila dell’Università di Boulder in Colorado.
Ma cos’è un orologio atomico? In esso si impiega una sostanza chimica i cui elettroni, colpiti da una luce laser, compiono dei “balzi” sulla base dei quali si misura l’unità di tempo. La tecnologia precedente utilizzava il cesio quale elemento chimico e l’unità di tempo del secondo era definita appunto come i 9.192.631.770 cicli della radiazione emessa dal passaggio degli elettroni tra due specifici livelli energetici nell’atomo di questo elemento.
L’orologio atomico del Nist non perde né guadagna un secondo in un arco temporale di 15 miliardi di anni, superiore all’età stesso dell’Universo. Un notevole passo in avanti rispetto all’orologio realizzato dallo stesso Nist l’anno precedente che poteva vantare la sua precisione per 5 miliardi di anni. Questi orologi atomici impiegano atomi di stronzio e un reticolo ottico, generato da un fascio di luce laser, che intrappola gli atomi e innesca il passaggio dei loro elettroni da un livello energetico al successivo. L’insieme dei milioni di oscillazioni elettroniche ottenute fornisce quella scansione temporale su cui viene definita la lunghezza del secondo.
Già nel febbraio 2015 era stato ottenuto un similare record di precisione: usando due reticoli ottici nei quali sono stati intrappolati un migliaio di atomi di stronzio, mantenuti ad una temperatura di -180°C, il Laboratorio di metrologia quantistica di Riken, in Giappone, ha creato un orologio in grado anch’esso di mantenere la sua precisione per 15 miliardi di anni.
Anche l’Italia ha voluto dire la sua e all’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica (Inrim), è stato sviluppato un nuovo e competitivo orologio con atomi di itterbio, in grado di rendere le misurazioni ancora più stabili e precise.
Ci si potrebbe chiedere a questo punto quale interesse rivesta una simile precisione degna di ere geologiche. In realtà essa è fondamentale per tecnologie utili alla nostra stessa quotidianità, come ad esempio nel caso dei sistemi satellitari, oltre che per scopi di ricerca scientifica in campo fisico.
Se gli orologi atomici misurano il concetto proverbialmente relativo di tempo in modo oggettivo, questo rimane ineluttabilmente condizionato dalla soggettività degli individui e dalla “precarietà” dell’esistenza. Agli orologi atomici potrebbe infatti essere specularmente contrapposto l’orologio dell’apocalisse (doomsday clock), creato dai membri del Bullettin of the Atomic Scientists (Bas).
Si tratta di un orologio simbolico che misura il tempo rimanente all’autodistruzione dell’umanità fissata sulla mezzanotte, segnalando il pericolo che questa possa verificarsi nell’arco di un breve periodo a causa di conflitti nucleari, cambiamenti climatici e di tutto il repertorio di catastrofi della cui responsabilità – ahimè – l’uomo è il primo imputato.
Ebbene, tale orologio segna ora mezzanotte meno tre minuti. Il tempo, in qualunque modo vogliamo vederlo, non si inganna: sarà un orologio atomico a definirne, esattamente, la fine?
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– www.ansa.it
– www.meteoweb.eu
– www.it.wikipedia.org
 
 
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Viaggiatori tra i Dati: il nostro futuro dipende dai Dati… passati.

[dropcap3]R[/dropcap3]educi dalle celebrazioni dell’anno appena concluso del film Ritorno al Futuro, cui è stato addirittura dedicato un giorno, il “Ritorno al Futuro Day”, ne approfittiamo per una delle nostre solite escursioni tra il serio e il faceto, parlando anche noi di “viaggi” e di “tempo”, anche se a modo nostro.
La lente d’ingrandimento che proponiamo è quella dei Dati e del loro utilizzo, anche a partire dalla loro presunta banalità, incapace all’apparenza di andare al di là della propria contingenza.
Il tema che vogliamo trattare è quello del movimento e del viaggio – dello spostamento, insomma – in senso non solo geografico, ma anche temporale, anche se in uno spazio ben circoscritto e in un periodo di tempo stabilito a priori.
Il personaggio principale della “storia”, in questo caso, è l’Uomo, inteso sia come individuo che come parte di una società, fotografato all’interno del suo habitat principale.
La domanda che ci siamo fatti è questa: è possibile fare proiezioni sugli scenari futuri di una popolazione e del suo territorio partendo da indicatori all’apparenza non espressivi, come ad esempio il semplice “movimento” (interno ed esterno) dei suoi abitanti?
La risposta è si, almeno secondo i dati che abbiamo raccolto. Tale operazione di messa a fuoco consente infatti non solo di analizzare e contestualizzare eventi e azioni attuali e contingenti, ma di andare oltre, arrivando a interpretare come, nel corso del tempo, questi stessi dati influenzeranno sia il territorio analizzato che i suoi abitanti.
Una premessa è però doverosa, anche se all’apparenza banale per chi conosce il settore dei Big Data (ma magari non è così evidente per chi invece non li frequenta): questo tipo di inferenze sono possibili in pressoché tutti gli ambiti, non solo quelli demografici.
Diciamo che in questo caso è la base di partenza – ovvero una serie di individui, la loro residenza e i loro spostamenti – ad essere all’apparenza insignificante, e ad essere quindi ampiamente sottovalutata.
Ma andiamo con ordine. Partiamo intanto dalla tracciabilità di ogni essere umano in base ai suoi dati principali (nome, cognome e residenza) e aggiungiamoci la sua possibile mappatura attraverso le varie reti mobile (cellulari, gps, social etc).
Mettiamo poi insieme questi dati per un certo periodo di tempo in un dato luogo: quello che ne potrà emergere va ben al di là di quanto sia possibile immaginare osservando questi stessi dati singolarmente e nella loro contingenza.
Tutto parte, appunto, da un viaggio indietro nel tempo, ovvero da un’analisi di come, quando e perché tali dati si sono distribuiti, e degli avvenimenti che hanno generato o meno nel territorio analizzato.
Il tutto proiettato nel futuro secondo schemi e modelli inferenziali opportunamente calmierati, così da mettere in primo piano gli scenari più probabili rispetto all’orizzonte sconfinato di possibili possibilità, che sembra un gioco di parole, ma non lo è.
I dati in sé, dunque, che all’inizio erano semplicemente denotati dalle proprie specifiche caratteristiche, vengono “connotati” da un valore o un significato ben precisi, che consente di intravedere, nel loro insieme, un verso, o meglio, un senso, come vedremo tra poco con esempi concreti.
E se già in sé questa modalità di “avanzare” è suggestiva, lo è ancora di più verificare dove conduce.
Cosa si può ricavare, dunque, da queste informazioni opportunamente connotate, intrecciate ed elaborate? Di tutto e di più. Andiamo sul concreto, con alcuni esempi.
In un articolo del sole24 ore del 2014, Dino Pedreschi, professore ordinario di Informatica all’Università di Pisa, immagina ad esempio di disporre dei dati degli abitanti di un territorio raccolti “attraverso i loro cellulari, con cui si telefona, ci si scambia sms, ci si connette alla rete” per comprenderne e analizzarne i “pattern di spostamento”.
Le finalità di tale analisi e ricerca? Le più strategiche ed essenziali che si possono immaginare per una società. Si parla del “futuro di infrastrutture, strade, ferrovie, simulando gli scenari più sostenibili e promettenti” e di “scoprire per tempo fenomeni migratori inconsueti, comprenderne le ragioni, intervenire subito in caso di emergenze umanitarie.”
Allo stesso modo, uno studio di Michele Colucci e Stefano Gallo si concentra sul tema delle migrazioni interne all’Italia, individuando le regioni maggiormente attrattive nell’Emilia Romagna e nel Trentino. Di cosa stiamo parlando, quindi, se non di prevedere per tempo le necessità di un territorio e dei suoi abitanti in termini di qualità della vita, di servizi sociali, di presidi e fabbisogni, tutte istanze oggi tra l’altro messe a rischio a causa dell’attuale contrazione economica-finanziaria?
Ma esistono predizioni possibili su tematiche anche più stringenti, che riguardano questioni, come si dice, di “vita o di morte”.
È il caso di una ricerca, che suddivide le persone in due gruppi ben distinti, gli Esploratori o gli Abitudinari, distinzione che, lungi dall’essere solo curiosa e potenzialmente divertente, sottintende invece alla generazione di modelli predittivi comportamentali in caso di evenienze addirittura tragiche, come commentato dal prof. Dino Pedreschi dell’Università di Pisa: “Gli esperimenti hanno dimostrato che esploratori e abitudinari mostrano capacità differenti di diffondere, attraverso i loro movimenti sul territorio, eventuali epidemie”.
Da qualsiasi punto lo si guardi è evidente dunque che l’utilizzo e l’analisi dei Big Data, anche quelli all’apparenza più “innocui”, sia uno strumento assai potente sia per la comprensione del comportamento umano, e soprattutto in grado di “predire” il tempo che verrà, creando rappresentazioni e modelli attendibili in grado di anticipare l’evoluzione degli eventi o delle cose con anticipo, anche notevole, rispetto alla loro reale concretizzazione.
E come definire diversamente questo processo di “predizione” se non un vero e proprio viaggio nel tempo, in ciascuna delle sue dimensioni?
Si tratta a tutti gli effetti di un’ipotesi fatta a partire dal passato, immaginata nel presente e – alla fine del processo – proiettata in là nel tempo.
Come ogni viaggio nel tempo che si rispetti, del resto. A cosa può mai servire, infatti, tornare indietro, se non per andare avanti???
PS: per tornare, prima di congedarci, a un’argomentazione un po’ più leggera, all’altezza dell titolo del nostro articolo, vi proponiamo di seguito una pagina web da guardare. Si tratta di una graduatoria dei 100 migliori film che parlano di viaggi nel tempo!
Buona visione. 🙂
 
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]

– www.eticaeconomia.it
– www.issm.cnr.it
– www.migrazioninterne.it
– www.ilsole24ore.com
– www.istat.it
– www.unipi.it
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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

La semantica del Sentiment: comunicazione e comunicabilità.

[dropcap3]I[/dropcap3]l tema dell’incomunicabilità è stato nel corso del Novecento un argomento fondante della produzione artistica, da quella letteraria a quella cinematografica.
 Da Freud in poi, le parole, la lingua e gli schemi interpretativi consegnati dalla tradizione non potevano più spiegare la complessità dell’individuo, né il suo smarrirsi di fronte ai fatti della storia e alla complessità crescente delle relazioni sociali.
 Il ritratto dell’uomo fatto da artisti e intellettuali ci restituiva spesso un’umanità balbuziente, talvolta inconsapevole, altre volte plagiata dall’ideologia o dalle sirene del consumismo.
Poi è venuta la Rete con la sua promessa di democrazia del sapere e dell’informazione, e con essa l’esplosione della comunicazione globale che è l’elemento più caratterizzante il costume sociale del millennio appena iniziato.
 Internet, oggi, è attraversata quotidianamente da flussi incommensurabili di conversazioni, opinioni, scambi di idee, espressioni di sentimenti ed emozioni. Verso se stessi o gli altri, in relazione a fatti d’attualità o ad argomenti più generali. Miliardi di persone possono incontrarsi per le vie digitali e scambiare opinioni e conoscenza.
 Tanto che è nata una nuova esigenza, quella di interpretare il flusso delle conversazioni e delle argomentazioni on line, comunemente definita analisi del sentiment, ovvero l’indagine orientativa dell’opinione positiva, negativa o neutra che un determinato campione sulla Rete restituisce di un certo argomento, di un evento, di un brand, di un personaggio.
Ma, a prescindere dagli strumenti esistenti sull’analisi del sentiment, anche in real time – di cui ci occuperemo in un prossimo articolo – vogliamo ragionare oggi dal punto di vista del semplice fruitore della Rete, meglio definibile come “utente”, sia esso un singolo o una collettività (come nel caso di gruppi, liste e forum).
Quali dinamiche si attivano ad esempio all’interno di una simile esposizione a messaggi comuni, contemporanei e continuativi? Che tipo di semplificazione inevitabilmente (e più o meno consapevolmente) si origina nel lettore nel momento in cui utilizza un Social e si fa un’idea del “sentiment” di una conversazione o di un tema? Che tipo di comunicazione si instaura insomma tra le persone sulla rete e sui Social Media in particolare? E soprattutto: è davvero possibile che i Social Media veicolino la verità di un’istanza comunicativa se essa è tante volte ignota perfino a chi la esprime?
Specialmente quando si parla di opinioni e sentimenti infatti, cioè quando il livello della comunicazione non è referenziale e neutro, ma entrano in gioco fattori individuali, c’è sempre un sottotesto comunicativo dietro le parole, nelle pieghe del significato, nei tratti che diremmo prosodici della comunicazione. Le sfumature, il non detto, ciò che si dice per dire altro, ciò che si dice perché altri intenda. E poi ci sono l’ironia, il sarcasmo, il paradosso, a precisare, distinguere, distorcere o addirittura stravolgere il significato primo delle parole.
Se da un lato è quasi ovvio prevedere l’eccesso e l’esagerazione comunicativi dovuti allo sfogo e al protagonismo che possono essere stimolati dal trovarsi su una ribalta mediatica, come svelare e riconoscere fenomeni meno prevedibili? Pensiamo all’autocensura e alla reticenza ad esprimersi in un contesto che pur è pubblico, per timore del giudizio altrui, per riservatezza o anche solo per evitare di assumere una posizione che si riconosce come scomoda o che rischierebbe di attirare commenti e confronti cui occorrerebbe poi opporre risposte e argomentazioni.
Il rischio che si corre dunque è quello di una generalizzazione, del prendere alla lettera quello che evidentemente non può essere che un orientamento, un’occasione di informazione e di comunicazione trasferita da un medium che ha le sue regole. Come per ogni strumento di comunicazione infatti è indispensabile conoscerne i codici espressivi per sfruttarne al meglio le potenzialità, ma anche per difendersi da incomprensioni, falsi, giganteschi misunderstanding.
Questo anche alla luce di alcune specificità della Rete. Ad esempio il mutamento del principio di autorità. Se sui mezzi di informazione tradizionali l’autore e l’editore fungevano (e fungono) da garanti, sulla Rete non solo per la prima volta chiunque può facilmente condividere informazione e pensieri, ma paradossalmente anche un’affermazione falsa, se ricondivisa da molti, può assumere veridicità per autorevolezza – per così dire – numerica.
Frequente, ad esempio, è la ricondivisione a posteriori di articoli o post “datati” che, nell’essere riportati all’attenzione pubblica in certi periodi di attualità della stessa tematica, generano spesso fraintendimenti di notizie. Pensiamo ad esempio alle informazioni legislative o di cronaca, in cui eventi magari di un anno prima vengono ricondivisi in coincidenza ad altre notizie di attualità, con effetti o di amplificazione delle notizie o al contrario di incongruenza delle news. Il tutto tenendo conto dell’estrema rapidità di ri-diffusione della notizia vecchia, presa dai più come recente.
In questo tipo di criticità la velocità della Rete e il suo particolare modo di interpretare il fattore tempo hanno infatti un ruolo fondamentale, insieme anche a una certa inevitabile superficialità di lettura tipica della fruizione dei contenuti su Internet. Ma un recente studio condotto da ricercatori dell’IMT Alti Studi di Lucca sottolinea ad esempio come la diffusione delle notizie sia oggetto di quello che chiamano “confirmation bias”, ovvero si tende a condividere e a far circolare le informazioni che confermano le proprie convinzioni, indipendentemente dalla verifica della loro veridicità.
È evidente dunque che la Rete e i Social Media da un lato non possono offrirci un rimedio all’incomunicabilità, ovvero alle difficoltà per così dire esistenziali del comunicare con gli altri e tante volte anche di esprimere correttamente quello che avvertiamo magari confusamente di noi stessi. E che d’altro canto come ogni strumento di comunicazione anche Internet e i Social Media sono destinati a replicarne e ad amplificarne per la loro stessa natura, le insidie e le trappole.
Sono però senz’altro uno strumento rivoluzionario di comunicazione, il più potente mai stato a disposizione di così tante persone, diverse per cultura ed estrazione sociale: una concreta occasione di partecipazione e di comunicabilità che – come ogni cosa in terra – può solo aspirare ad avvicinarsi alla verità.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
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