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Open Data Pillole di Open Data e PA

Open Data e Data driven decision. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]A[/dropcap3]l di là delle classifiche che periodicamente attribuiscono alle città posizioni più o meno gratificanti in termini di smartness della loro politica innovativa, è indubbio che ci sia uno stretto legame tra Open Data e Smart City.
Le Smart Cities identificano quelle realtà urbane caratterizzate da elementi tali da garantire uno sviluppo intelligente, ovvero equilibrato e vicino ai cittadini. In altri termini, sostenibile. Ciò è possibile nella misura in cui i centri decisionali siano supportati da dati ed informazioni adeguati ed aggiornati per consentire valutazioni, analisi ed interventi mirati, tipicamente in settori quali la mobilità, l’ambiente, lo sviluppo economico, la qualità della vita dei cittadini. Tutto ciò costituisce il presupposto per una smart Governance.
Ad esempio è recente la notizia di uno strumento realizzato da Ancitel Energia e Ambiente e dal ministero dell’Ambiente per monitorare e controllare gli impatti ambientali derivanti dalla gestione dei rifiuti in modo da valutare le performance dei sistemi di recupero e adottare i miglioramenti eventualmente necessari.
Nella fattispecie si tratta di un nuovo Open Data, il primo in campo ambientale, che monitora in tempo reale i parametri di raccolta, emissioni e costo dei sistemi urbani di raccolta dei rifiuti, a supporto dei processi di policy decision dei Comuni.
Decisamente all’avanguardia è anche l’esperienza londinese di WhereaboutsLondon. Si tratta di un esperimento per esplorare come gli Open Data possono essere usati per migliorare le città future.
Mappando le comunità che le compongono per poter integrare al meglio le diverse esigenze, si possono ridisegnare le città in base ai comuni stili di vita dei cittadini, piuttosto che limitarsi a considerare in quale zona della città vivono. Questo consentirebbe alla Pubblica Amministrazione di migliorare i servizi che eroga ai cittadini, andando incontro alle loro reali esigenze, dai trasporti alle scuole, al tempo libero all’ambiente.
London
[highlight]La qualità dei Dati[/highlight]

Si pone allora, evidentemente, anche un problema di qualità dei dati raccolti, considerando anche che sempre più spesso possono essere condivisi sui social network attraverso app a disposizione dei cittadini, che aiutano tra l’altro le amministrazioni a rendere più efficienti e trasparenti i processi.
In tale ottica, a fine ottobre 2015 è stato pubblicato dall’International Organization for Standardization lo standard ISO/IEC 25024 “Measurement of data quality”, estensione dell’ISO/IEC 25012 “Data quality model” del 2008″ sulla misurazione della qualità dei dati.
L’applicazione della norma potrà essere utile per controllare il livello di qualità dei dati e favorire l’interscambio, l’integrazione e l’interoperabilità, la condivisione e l’ottimizzazione di servizi.
Lo standard della norma puntualizza le caratteristiche che un approccio di qualità deve avere nella gestione a vario titolo dei dati, evidenziando molteplici aspetti:

  •  il governo della crescente disponibilità di dati;
  • l’acquisizione di dati la cui qualità è sconosciuta;
  • la gestione di informazioni spesso insoddisfacenti;
  • la focalizzazione dei requisiti di qualità dei dati;
  • la riduzione della dispersione di dati tra i vari owner ed utenti;
  • l’incremento di dati riusabili (eliminando ambiguità semantica);
  • la coesistenza di legacy system con sistemi aperti;
  • la riduzione di duplicazioni e risorse;
  • il miglioramento dei processi che causano dati errati;
  • la stima dei costi della non qualità;
  • l’eliminazione progressiva dei modelli cartacei di acquisizione dati.

E’ importante sottolineare come il miglioramento della qualità dei dati, e la maggiore diffusione delle tecniche di misurazione, dipenda da vari fattori tra cui l’adesione a modelli di qualità condivisi.
Del resto serve una sinergia concertata che consenta un’interazione tra le banche dati e la razionalizzazione delle informazioni. E sensibilizzando la società sull’importanza di disporre di Open Data che soddisfino i principi di credibilità e accuratezza, si apre anche la strada verso un cambiamento culturale ed un modello cooperativo per il miglioramento dei dati, nel quale anche il cittadino può giocare un ruolo attivo, in quanto conoscitore della realtà in cui vive.
In questa scia, nel mese di Novembre 2015 l’UE ha lanciato la versione beta del portale dei dati europeo, a riprova del fatto che la trasparenza dei dati raccolti e prodotti dagli enti pubblici e il loro libero impiego – in modalità anche condivisa – promettono benefici la cui valenza è concretamente misurabile. Si parla, ovviamente, anche di risparmi per le pubbliche amministrazioni.

[highlight]I dati come strumento di governance del territorio[/highlight]


Come trasformare le informazioni generate dai dati in decisioni?
Tutto sommato prolifera un’offerta vasta di dati, a fronte di una domanda ancora limitata, legata al livello di consapevolezza e conoscenza della materia.
Su questo punto va innescata la rivoluzione culturale che consente di passare dal processo tradizionale di raccolta dei dati, elaborazione dell’informazione e diffusione, al processo inverso, secondo cui si parte dai bisogni della cittadinanza, si individuano le decisioni da prendere, ci si focalizza sulle fonti più adatte a costruire l’ informazione.
La Pubblica Amministrazione è il soggetto che ha il privilegio di essere in contatto con i cittadini e quindi è tenuta a dare risposte coerenti alle domande, secondo logiche di nowcasting, ovvero capacità di raccontare il mondo quale è oggi.
Una logica per processi all’interno della PA è quella che può consentire la produzione in qualità del dato, attraverso sistemi di business intelligence in grado di dare risposte real time e seguire il ciclo di vita del dato, da quando lo si raccoglie a quando lo si produce.
Ma attualmente nelle pubbliche amministrazioni italiane proliferano processi ideati attorno alla “carta”.
Si è digitalizzato il documento cartaceo, vero portatore dell’informazione, e il dato disponibile nei database è comunque una derivata di un documento. Ciò che serve è invece una rimodellazione dei processi nella quale il dato, che peraltro rappresenta il cittadino, sia al centro.
Le risposte ai bisogni arrivano se vengono poste le giuste domande, ma affinché ciò avvenga, c’è bisogno di gente preparata a far parlare i dati e ad utilizzarli nel loro mondo. E’ una questione di coinvolgimento, di collaborazione e di competenze da creare attraverso la formazione.
Ed anche la formazione, a sua volta, può essere il frutto di un originale riutilizzo di dati aperti. A conferma del fatto che i dati acquistano ulteriormente valore se vengono efficacemente comunicati.

Paola Chiesa

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

L’altra metà dei BigData: il digitale, speriamo che sia rosa!

[dropcap3]I[/dropcap3]l settore tecnologico è destinato nel prossimo futuro a un’espansione tale da garantire un notevole impiego di posti di lavoro, circa due milioni entro il 2020, dicono le stime. Si potrebbe dire però – con un gioco di parole – che questo scenario dalle rosee prospettive non sembra essere più di tanto “rosa”.
Fra le tante sfide e i tanti problemi che le nuove opportunità tecnologiche presentano infatti al nostro paese, c’è anche quello della presenza attiva delle donne, sia come fruitrici del WEB, dei social e degli strumenti digitali in genere, che come protagoniste nel mondo del lavoro legato all’high tech e alla scienza.
Con un interessante paradosso che vogliamo sottolineare e riportato in un articolo della Stampa: nonostante le donne siano “formidabili nerd, patite di smartphone di ultima generazione, tablet e computer (…) per i quali arrivano a spendere la cifra record di 55 miliardi di dollari”, rappresentando “l’85 per cento di chi fa acquisti hi-tech”,  di questi stessi oggetti elettronici solo un “misero dieci per cento (…) viene pensato, studiato, disegnato nei contenuti e nelle forme da una di loro”. Gli uomini dunque producono, mentre le donne acquistano.
La cosa non ci deve stupire più di tanto. Dati alla mano, infatti, sul fronte dell’occupazione nel settore tecnologico si può riscontrare una preoccupante “differenza di genere”, e non solo in Italia: solo il 3% delle giovani in Europa, spesso disincentivate da società e famiglia, sceglie e porta a termine un percorso di studi in campo informatico, e solo il 19% degli imprenditori nel settore della tecnologia dell’informazione e comunicazione è donna. In America la situazione non è migliore: nei settori leader delle imprese hi-tech le donne occupano meno della metà dei ruoli guida disponibili e i loro stipendi sono più bassi. E tutto questo trova conferma nell’alto numero di cause legali intentate per discriminazione.
Le ragioni di questo segnare il passo di un’autentica compartecipazione delle donne allo sviluppo dei settori trainanti della società e dell’economia hanno radici antiche, che non è il caso di indagare qui. Basterà ricordare una certa tradizione educativa che consegna ancora oggi le bambine prima e le ragazze poi a stereotipi di genere negli studi e nella professione, innescando un circolo vizioso a lungo termine: non occupando posti di lavoro che prevedono competenze tecnologiche di alto profilo, l’accesso a questo sapere rimane per loro limitato.
Si tratta di un tema importante prima di tutto da un punto di vista socio-culturale: se le informazioni e le relazioni passano attraverso la rete, anche la componente femminile della società deve avervi accesso, sapendone padroneggiare con spirito critico, e piena consapevolezza, gli strumenti. E se anche da un punto di vista economico, sarebbe assurdo sprecare il potenziale e peculiare apporto delle donne alla crescita, per loro occupare posti decisionali e di rilievo nel settore tecnologico più innovativo – quello di Big Data e IoT – significa anche esercitare un diritto d’opzione, ponendo ad esempio problemi e tematiche che non troverebbero adeguata espressione in un mondo a maggioranza maschile.
Eppure esistono esempi di donne che, con la loro brillante intelligenza e sagacia sono riuscite a dimostrarsi alla pari anche del più abile ingegno maschile.
Una su tutti, Ada Lovelace. Nata a Londra nel 1816, la visionaria Ada, figlia del poeta Byron e di Anne Isabella Milbanke, educata a sua volta a studi matematici, è riconosciuta ideatrice del primo calcolatore analogico. Le futuristiche idee di Ada infatti furono determinanti per modificare il progetto di una macchina analitica al quale, nel 1833, stava lavorando il titolare della cattedra di matematica all’Università di Cambridge, Charles Babbage. Si configurò così la possibilità teorica di realizzare un “computatore”, ossia uno strumento programmabile in grado di elaborare, seguendo delle regole, numeri che rappresentano simboli… insomma, il più antico antenato del moderno computer!
Se Ada Lovelace rimane un fulgido esempio della caparbia intelligenza femminile che vetuste convezioni sociali non sono riuscite a soffocare, non è nemmeno l’unico.Vogliamo parlare di Mary Kenneth Keller, la prima donna, peraltro suora, a laurearsi in Computer Science negli Stati Uniti? O di Grace Murray Hopper che, ammiraglio e informatico statunitense, compì ricerche all’avanguardia nel campo del linguaggio di programmazione. Non solo, fu lei a coniare il termine “bug” per identificare un errore nella scrittura di un programma software.
Esempi di donne capaci di superare i limiti loro imposti dalle convenzioni del loro tempo, sono raccolti – anche attraverso interviste immaginarie – nel portale “Donne nella scienza.it” che vuole in questo modo ispirare le ragazze ad avere fiducia nelle proprie capacità e incoraggiarle alla scelta di percorsi di studio scientifici.
Riconoscere e far conoscere i contributi innovatavi che le donne hanno apportato e apportano al mondo della scienza infatti, può stimolare le più giovani a coltivare l’interesse per la tecnologia e per il digitale, fonte proficua di prospettive in ambito lavorativo, in un secolo dove scienza e tecnologia hanno acquisito un ruolo sempre più importante nella vita e per il futuro dell’uomo.
Proprio questo è lo scopo di Nuvola Rosa, un’iniziativa rivolta alle ragazze – giunta quest’anno alla terza edizione e organizzata nel maggio scorso a Milano – di corsi gratuiti, incontri e seminari su temi come, Big Data, social media, digital marketing.
La rotta da seguire è dunque insieme culturale e politica affinché attraverso le nuove generazioni – che sono naturalmente più predisposte all’utilizzo della rete, dei social e degli strumenti digitali – si possa costruire e promuovere un futuro tecnologico più “rosa”, e che soprattutto si giovi delle menti più brillanti, maschili o femminili che siano!
E per dare il nostro piccolo contributo alla diffusione di una nuova cultura digitale e tecnologia “in rosa”, segnaliamo di seguito alcune buone notizie ed alcune ottime pratiche.
Partiamo intanto dalla lista stilata da Digitalic, rivista del settore tecnologico, che ha individuato le dieci donne più influenti del 2014 nel comparto della tecnologia, e proseguiamo segnalando due siti al femminile dedicati al tema: www.donnetecnologie.org e www.girlgeeklife.com, entrambi ricchi di notizie e buone pratiche.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– www.tgcom24.mediaset.it
– www.webnews.it
– www.linkiesta.it
– www.inchieste.repubblica.it
– www.donnenellascienza.it
 
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Jingle Data e il senso del Natale.

[dropcap3]I[/dropcap3]l Natale, festa culminante dell’anno cristiano, ha indubbiamente anche un valore di ricorrenza laica, nella misura in cui è il momento per tutti del reciproco riconoscersi negli affetti famigliari, nelle relazioni sociali e d’amicizia.
A ricordarcelo, se mai ce ne fosse stato bisogno, ci hanno pensato i vari sollevamenti di opinione pubblica nel momento in cui se ne è messa in discussione la celebrazione all’interno di un istituto scolastico italiano.
E chissà in quale misura tali lamentele sono state davvero del tutto disinteressate: la festa del Natale – forse una delle più importanti nella nostra società – porta con sé un carico da novanta anche dal punto di vista prettamente materiale, soprattutto per quanto concerne i comportamenti legati agli acquisti e al consumo, comportamenti di cui sarebbe davvero ingenuo cercare di negare l’importanza economica.
È anzi utile ricordare che – nei fatti – questo periodo dell’anno per molte attività è determinante per i ricavi che ne conseguono, soprattutto in un mercato interno in difficoltà come l’attuale, anche per le piccole attività, e non solo per i grandi colossi della distribuzione.
Accade così che, in un vero e proprio rito borderline tra le tradizioni religiose e quelle laiche (oppure “pagane”), le strategie di marketing e i battage pubblicitari in questo periodo dell’anno accompagnano come un consueto corollario le nostre serate televisive, le letture su riviste e giornali e la nostra navigazione online, affacciandosi praticamente da ogni mezzo di comunicazione.
E siccome la cultura si evolve – così come le società e perfino le abitudini  – allora anche il Natale non poteva sottrarsi alle ultime tendenze di business, soprattutto laddove i vantaggi sembrano essere tanti.
Nuovi potenti strumenti vengono infatti oggi in aiuto agli attori commerciali che devono predisporre gli acquisti e determinare quale e quanta offerta proporre, capaci addirittura di orientare le scelte dei consumatori: si tratta ancora una volta dei Big Data, che quest’anno hanno contribuito a rendere la festività più amata all’avanguardia della tecnologia, battezzando un Natale 2.0.
Perfino i consumatori possono decidere i loro acquisti basandosi sulle previsioni della Rete, e questa sembra davvero la chiusura del cerchio.
IBM Watson Trend, ad esempio, è un’applicazione disponibile su App Store in grado di prevedere i trend d’acquisto natalizi e i prodotti più ricercati, in categorie specifiche come l’elettronica, i giochi e il benessere. Il sistema individua il sentiment dei consumatori, analizzando le conversazioni su migliaia di piattaforme come social media, blog, forum, ma anche i comportamenti sui siti di e-commerce.
Sempre attraverso i Big Data inoltre è stata stimata la portata degli acquisti natalizi prima che venissero effettuati, individuando nella crescita del settore on line e anche negli acquisti da device mobili come tablet e smartphone la tendenza del momento.
E che dire dello scenario descritto in questo articolo, in cui si immagina un Babbo Natale al passo con le nuove tecnologie, con tanto di team di business intelligence ad analizzare i dati allo scopo di creare giocattoli con un ampio mercato, analisi del sentiment dei bambini, renne e slitta monitorati attraverso smart objects, e così via?
A noi, i “cantori” dei Big Data, che non possiamo certo essere tacciati di anacronismo, sempre attenti come siamo ad essere “sul pezzo” in tema di innovazione e tecnologia, piacerebbe però per una volta andare controcorrente. Contro tendenza, per meglio dire, e tornare a un’idea di Natale in cui le letterine, i bambini, le spedivano per posta.
E non tanto per una sorta di malcelata malinconia, quanto per amore proprio della “veridicità”, una delle caratteristiche cogenti attribuite ai Big Data stessi.
Fuori di metafora, infatti, perché relegare la scelta di un regalo ad altri da noi stessi? E perché mai delegare addirittura a qualcun altro – o meglio, a qualcos’altro, nella fattispecie uno o più algoritmi – addirittura i nostri desideri?
Perché mai desertificare quella zona fluida delle relazioni in cui è la sensibilità di un amico o di un famigliare a cogliere di sorpresa e appagare un desiderio inespresso, ignoto magari anche al suo destinatario?
Lanciamo dunque una freccia, o meglio una formula, a favore di un’idea del Natale che ne conservi intatto lo spirito di dickensiana memoria, confidando che – almeno per un giorno – ci lasciamo tutti incantare dal fascino di un grosso signore che vola per il cielo su una slitta trainata da renne, capace di coinvolgerci ben oltre di qualche millemilamilione di informazioni analizzate attraverso software più o meno sofisticati.
E siccome anche il nostro Blog va in vacanza, vi auguriamo un Buon Natale, comunque la pensiate in fatto di regali e byte. L’appuntamento è a gennaio, con nuove storie da raccontare sui Dati e dintorni.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.massimochirivi.net
– www.key4biz.it
– www.itespresso.it
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The empathic screen. Interview with Professor Vittorio Gallese.

[dropcap3]T[/dropcap3]here are moments in the history of scientific discoveries brought to fruition, in which the answers are found not only to assumptions made by scientists at the beginning of the search, but also to other questions that were not subject to direct investigation.
These questions – albeit unexpected – are welded so the initial applications and the evidence found as a whole not only close the circle of the research undertaken, but open and unfold new horizons of research.
This is the case of mirror neurons, the discovery of the now famous team of Professor Giacomo Rizzolatti, of which was also part Professor Vittorio Gallese, who has demonstrated the existence of particular motor cells of the brain that are activated not only when performing of movements and actions, but are able to perform a perceptual function, becoming active also during the observation of other individuals that perform similar actions and movements.
Subsequent discoveries have also shown that the motor field is not exclusive, but that such a mechanism would also cover the emotional and sensory fields, with a number of consequences to fall in many areas of science and beyond.
Professor Gallese– Professor of Physiology at the Department of Neurosciences of the School of Medicine of the University of Parma, Coordinator of the PhD in Neuroscience and Director of the Graduate School of Medicine and Veterinary Medicine of the same University and since 2010 also Adjunct Senior Research Scholar at the Dept. of Art History and Archaeology at Columbia University in New York – is particularly active in multidisciplinary research investigating the possible applications of mirror neurons and in the dissemination of this fundamental discovery. This is also due to his humanistic skills and his natural vocation to knowledge sharing.
That of mirror neurons is indeed a discovery not only celebrated with increasing interest in the field of neuroscience in Italy and in Europe and overseas, but that now involves directly or bypass a number of other important disciplines, both scientific and humanistic.
Responding with great courtesy and availability to our invitation, Professor Gallese, in the occasion of the recent release of a new book, “The empathic screen. Cinema and neuroscience”, written together with Michele Guerra, has provided a number of exciting and passionate responses to the questions that we asked, ranging from mirror neurons to communication practices, Social importance of creativity, literature, aesthetics. With the ability to look and vision of those who have made knowledge the ‘embodiment’ not only of their science, but of their passion for research and for humanity.
But let’s see how the professor answered our many questions.
[highlight]We start from the discovery of mirror neurons. How does it feel to see realized one’s own “prediction” in science, and so far-reaching?[/highlight]
 
The discovery of mirror neurons that took place by chance, was the ripe fruit of research carried out in very different ways by the then prevailing neurophysiological methodology of investigation. Instead of studying the hypothetical contribution of a certain part of the brain to a given perceptual, motor or cognitive function, our approach was much more ‘open’: we were interested in understanding what were the functional properties of neurons that populate regions of the motor cerebral cortex. In other words, we not only asked a ‘single question’ to neurons, but many. We wanted to understand, for example, if and how motor neurons, those that control the execution of actions would also respond to sensory stimuli, such as tactile, visual or auditory ones.

We went decidedly against the current in assuming a perceptual role for the motor system. Until the early eighties of the last century prevailed the idea of a strict division of labor among different areas of the brain, characterized by a strict separation between perception, cognition and movement.
In those years Giacomo Rizzolatti and the group of researchers led by him, of which I was already part as a student, put in crisis the mainstream model of vision, showing how action and perception are integrated by many motor neurons that also respond to tactile, visual and auditory stimuli. This integration takes place in the neurons that control the execution of actions, such as grasping objects with the hand. We had found that some of these neurons, then named as ‘canonical neurons’, are activated even in the absence of movement, during the observation of the same objects of which they control the grasping. Thanks to this mechanism of motor simulation, the object seen is ‘translated’ into a motor pattern, the pattern normally used to grasp it.
To see an object means also to simulate its grasping. The object in this way is perceptually ‘embraced’ by the viewer, because it is mapped through a motor simulation, as a potential target of an action directed to it by the observer. As we studied the properties of these neurons, we found that some of them were not activated when viewing objects, but while watching our actions on those same items. Later on we decided to use the metaphor of the mirror to describe them: the visual response of the neuron reflects its motor one. The same neuron that controls the execution of one’s own action also responds to the observation of the same action performed by others. The mirroring mechanism is certainly often the basis of mimetic and imitative learning.

After this first discovery many more ensued. Our research, along with that of many other colleagues around the world, showed that similar mechanisms of mirroring are in our brain for emotions and feelings. The same areas of the brain that are activated when we feel disgust or pain, or we experience a tactile sensation, are also activated when we see others experiencing the same emotions and sensations.
I introduced the model of embodied simulation to describe a basic functional mechanism of our brain that connects us with others. In practice, we reuse the same non-linguistic neural representations that govern our actions, emotions and sensations to recognize them in others. Embodied simulation is, however, only one of the mechanisms underlying our intersubjectivity, which is also based on more cognitive and inferential modalities of comprehension of the other. Probably embodied simulation is the oldest mechanism from an evolutionary point of view and the earlier to manifest from the point of view of the development of the individual.
According to my hypothesis, thanks to embodied simulation we have the ability to access the world of the other from within. Thanks to the reuse of neuronal circuits that normally govern our actions, emotions and sensations, we can understand in experiential terms actions, emotions and sensations of others. Embodied simulation is in fact a basic and crucial mechanism of intersubjectivity.

The discovery of mirror neurons was made by accident, but it was not a coincidence that it was us. We were ready to ‘see’ the kind of property because we knew that the motor system not only makes us move, but also helps us to see the world around us. The most radical novelty promoted by the discovery of mirror neurons and the mechanisms of mirroring discovered afterwards in the human brain, however, is another. It is the demonstration of how fundamental and constitutive be the relationship binding us to others. Even at a neurophysiological level there is a shared dimension: not only my actions, emotions and sensations are similar to those of the other, but also the underlying neurobiological basis is partly common. The other is for us something more and different from an object to be understood and interpreted. The other is another you.
[highlight]The second question is the consequence of the first: from the growing interest in these issues, that in fact change many things, what scenarios, and in what areas will this different point of view change? A point of view that – finally – changes perspective in relation to the link between mind and body. A link that artists never questioned.[/highlight]
 
You are right. What does the concept of embodiment express? It means that body parts, actions or bodily representations play an important role in cognitive processes. States or mental processes are embodied in the measure in which they are represented in a format. The same content, such as an action or intention, may be represented in a bodily or propositional format. The idea is that the bodily format predated the propositional one, both philogenetically and ontogenetically. We do not know exactly whether the propositional format is totally separate / separable from the body. Personally I suspect it is not. But it remains a fact that these different representational formats allow you to build very diversified content. Mind and body are two words that describe different aspects closely intertwined in our biological nature. For centuries we have kept separate the body from the mind, perception from action and the I from the Thou.
Fortunately today I feel we are moving in another direction, which seeks to highlight the crucial importance of embodiment for consciousness, thought and language.

Before speaking about aesthetics, however, I would like to add something about language. Embodied simulation speaks of non-linguistic modes of inter-subjective relationship, but obviously, if we want to understand human nature, language is essential. The discovery of mirror neurons has also opened new perspectives to the study of language. Mirror neurons are activated not only when we see perform an action, but also when we hear or read about it.
Together with the American cognitive linguist George Lakoff I proposed the close link between linguistic expressions, body and embodied simulation. In fact, even when we read body-related metaphors – such as those with tactile content, as ‘a rough character’ – we activate the sensorimotor areas that map the sensation, when we experience it literally. My hypothesis of ‘neural reuse’ claims that we use brain mechanisms originally evolved to guide our interactions with the world, then putting them to the service of more recently evolved skills, such as language.
The abstract aspects of language are now the main challenge for our approach, and it is to these aspects that we are directing part of our research.

In an article published in 2011 together with a scholar of English Literature at the University of Texas at Austin, Hannah Chapelle Wojciehowski, I proposed that the ‘sense of the body’ (Feeling of body, FoB) is an important element of our involvement with fiction narrative. The sense of the body is the result of a basic functional mechanism made possible by our mind-body system, Embodied Simulation, allowing a more direct and less cognitively mediated access to the world of the other. Embodied simulation, as we have seen, mediates the ability to share the meaning of the actions, basic motor intentions, emotions and sensations of others, thus founding our identification and connection with others. In agreement with this hypothesis, intersubjectivity should be understood mostly and primarily as intercorporeality. Narrative is a peculiar form of mediated intersubjectivity, where the text – the medium – allows readers to engage in relationships of different types with fictional characters and, through them, with the author. Literary theorists in recent years are more and more interested in the cognitive sciences, particularly by resorting to the theory of mind, suggesting that many levels of the text can be explained by special meta-representational features of our brain.
I believe that, at best, a literary theory of this kind may constitute only one out of the many possible approaches to the literary text. Moreover, this approach ignores or minimizes what seems to me a fundamental element of the relationship that both the author and the reader establish with the text, the sense of the body generated by embodied simulation. My proposal for an embodied narratology is founded on the belief that this approach can shed new light on literary studies, providing new information on the relationship of the author and readers with the text. Embodied simulation could be relevant to how we experience narrative, for two reasons: First, because of the sense of the body activated by the narrated characters and by the situations with which we identify, thanks to the mechanisms of mirroring and simulation they generate in readers. In this way, embodied simulation generates the unique ‘seeing-through-the-eyes-of’ that plays a special role in our aesthetic experience. Second, for the bodily memories and imaginative associations that the narrated material evokes in readers’ minds, without having to think about it explicitly.

Now let’s talk about aesthetic experience. The use of all forms of fiction we now call ‘art’ implies common features that can now be usefully investigated also by neuroscience. The feeling of bodily involvement caused by paintings, sculptures, architectural forms, film and literature, increases our emotional responses to those same objects. Because of that, it is a key ingredient of our aesthetic experience.
My theory of Embodied Simulation specifically seeks to grasp these aspects. Below the most cognitive-linguistic aspects guiding our experience of art, there is a bodily dimension- already sensed in the past by many philosophers and art historians – that we are now able to study empirically. Embodied simulation is important to define aesthetic experience in at least three ways: First, thanks to the bodily feelings aroused by the content of works of art with which we interact, through the mirroring mechanisms that they evoke. In this way embodied simulation generates that particular empathic involvement that plays a vital role in aesthetic experience. Second, by virtue of embodied memories and associations that imaginative works of art awaken in beholders: each of us projects something personal in what is looking at. Third, due to the possibility that certain images have to awaken in the viewer the simulation of the gestures that produced them. With a recent study by Maria Alessandra Umiltà we showed that when we look at a cut in the canvas by Lucio Fontana we activate the motor areas that govern the actions of our hand. It is ‘as if ‘, through simulation, the art work also told us something about how the artist realized it.

There is another aspect that distinguishes embodied simulation guided by the immersion in the worlds of fiction related to art, from when this functional mechanism is activated by the situations of daily life. Indeed, artistic fiction is often stronger than real life to evoke our attentional, emotional and empathetic involvement. Why? Perhaps because during aesthetic experience we can temporarily afford to lose contact with our everyday reality. We release new energies and put them at the service of a new dimension that, paradoxically, may prove more vivid than the prosaic reality of everyday life.The aesthetic experience of works of art, rather than a suspension of disbelief, can be interpreted as a kind of ” liberated simulation”. When we read a novel, look at a work of art, see a play or go to the movies, our embodied simulation is freed from the burden of having to model our presence on the demands of everyday life. We approach art from a safe distance by which our openness to the world gets magnified. In a way, to appreciate art means to let the world go in order to more fully grasp it. Through a state where our attention is focused on the narrated virtual world, we can fully use our simulative resources, momentarily abandoning our defensive barriers against the real world.

Movement, touch, and proprioception are co-involved every time we turn our eyes to the world. Hence, I think we need to profoundly rethink the relationship between symbolic expression and aesthetic understanding. We must look at aesthetics from a perspective centered on the human dimension and its neurobiological substrates, focusing on the relationship between the brain-body and the world. To know more and better the mechanisms underlying the production and reception of various forms of human symbolic expression, highlighting the performative and sensory-motor aspects, can help us to better communicate and to better structure the spaces of the use of images. This opens up new research perspectives for optimizing the distribution of images, as well as to their use. This goes from communication techniques and web design to the design of museums and exhibition spaces.
[highlight]How does online – thus delayed – communication integrate with this model of simulation -incarnation-resonance, in which the body is (or at least it seems) absent, with the exception of sight and hearing? The focus of your latest research on film and gaze can be also referred the phenomenon of videos, which today statistics show to be much quicker vehicles of information transmission and communication than other language systems (text and static images)?[/highlight]
 
We live in an era characterized by what Mark Hansen called ‘technomimesis’. The new media call for forms of sharing and imitation extremely powerful and increasingly linked to images portraying the human body. More of written communication, thanks to social networks are especially images and movies to spread so ‘viral’.
The introduction of new digital technologies overthrows language from the role played so far as the dominant carrier of the experience of reality, putting a new bodily, non linguistic visuality at the center of our experience of the world. The post-modern technological modernization, paradoxically brings the body back to the center of the relationship instaurabile with a ‘reality’ increasingly mediated by digital interactive visual representations. The growing autonomy of the material digital world colonizes more and more our imagination, while outsourcing our memories.
The immediacy of reality that every day we contemplate from screens that follow us everywhere takes the place of our imagination.
According to Walter Benjamin, the film gives rise to a new region of consciousness that refers to a novel use of our mimetic faculties, in which vision from purely optical becomes haptic and multimodal. In the last five years, I started a collaboration with Michele Guerra, film scholar at the University of Parma, which led us to study the moving images with a multidisciplinary approach, combining film and media theory and neuroscience. These investigations and the theoretical assumptions that inspired them are the basis of our latest book “The Empathic Screen”. The goal is not to replace the human sciences with neuroscience, but only to offer a new level of description that can enrich our knowledge.

One of the claims made in the book is that the line between what we call “real” and the imaginary and imagined world is much less clear than you might think. Thanks to embodied simulation seeing and imagine seeing, acting and imagine acting, and experiencing an emotion imagine it, are all based on the activation of partly identical brain circuits. The same applies to stimuli conveyed by means of mass communication media such as video screens, computers, tablets or mobile phones. These new media, in addition, offer new ways of interaction, requiring our active bodily, thanks to the touch-screen technology. The Go-pro Cams, in addition, allow new levels of ‘almost perfect’ subjective shootings. All these technological innovations pose new theoretical questions and suggest new empirical explorations.
[highlight]A curiosity at this point: artificial neural networks (mathematical models that simulate the interconnection between elements defined artificial neurons) have been in the past decades under study in computer science and technology, only to suffer a stop and be reactualized today. The discovery of mirror neurons may give a further boost to this phenomenon?[/highlight]
 
Mirror neurons offer no explanation to everything. Neural networks historically have tried to replicate the operation mode of real neurons, but they were based on many assumptions that were very distant from the perspective of embodied cognition. These assumptions have not found empirical support.
I doubt that these networks actually work as our brain. This skepticism stems from the belief that you do not fully understand the brain if you turn it into a computational machine and especially if it is separated from the body. The mechanisms of mirroring and embodied simulation, however, can inspire the functioning of algorithms that use corporeality as an index. I think that content expressed with bodily metaphors and references to pragmatic-performative aspects are more likely to be understood and memorized. I think that communication theory and its practice will be affected by this new model of perception and interpersonal relationships.
[highlight]Changing the subject now, one last question: the social platforms – with their tuning (even simplistic) in terms of quickly shared public opinion – can be seen as a sort of extension of our perceptual systems?[/highlight]
 
Our brain / body system has evolved over millions of years to interact with the physical world populated by inanimate objects and other living bodies. The relationship with the “artificial” representation of the real, from the Paleolithic frescoes of Lascaux onwards, has traditionally made a marginal portion of our relationship with reality. Since the invention of writing, we are only indirectly aware of increasingly large portions of what we consider real, through the mediation of linguistic-narrative representations. In the contemporary age we witness a reversal of the proportions between ‘real’ and ‘virtual’. For millions of men and women the relationship with reality ever more takes place through its media representation. This applies to the news or reality shows, as well as to social networks. For a growing number of people it is real only what mass communication media represent. The sense of what is real and what is not may be profoundly affected. This can lead to a profound change of value systems, to also affect the behavior of individuals.
Studies show, for example, the erroneous perception of beliefs that we take to be widely shared by the public.
These errors of assessment result in part from being immersed in a world of shared information with people very much like us, almost all of them chosen by us. The neurosciences, having the ability to deconstruct and understand the ways in which the body interface with the ‘real’ world and with the digitized one, can reveal, as it were, the game, providing tools to design new contexts and new mediations and, perhaps in a futuristic future, even the bricks with which to build them. I think that in the future neuroscience can tell us a lot on all these issues.

***

At the end of this incredible conversation, we want to say goodbye not only with a big thank you to Professor Gallese for the time that he has spent, but also with an invitation to our visitors to the reading of his book, The empathic screen. Cinema and Neuroscience, really interesting and original.
In it, a “neuroscientist and a film theorist analyzing a number of masterpieces (Notorious, Persona, The Shining, The Silence of the Lambs) from the type of involvement that these films have on the body of the spectators and the forms of simulation produced by the movements of the camera and by editing. (…) The goal is to understand the multiple mechanisms of resonance that constitute one of the great secrets of the film and reflect on the power of the moving image, which in ever more new and pervasive part of our every day lives.” Best regards. Indeed, enjoy!
Read the Interview in Italian

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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Big Data e Open Data: l'intelligenza delle città.

[dropcap3]L[/dropcap3]e conquiste della civiltà nel corso della storia sono passate spesso per le città, crocevia di persone e idee e crogiolo naturale di ogni possibile contaminazione.
A partire dalle proprie necessità di rispondere alle esigenze generate dalla convivenza di persone e realtà culturali ed economiche molto differenti tra loro, hanno spesso dato la spinta iniziale al cambiamento delle varie società, cambiamento che a volte non si è rivelato positivo.
Anche le città dei giorni nostri, soprattutto le più grandi, conoscono questo tipo di problematiche, connesse oggi soprattutto all’intensa attività di un’urbanizzazione non sempre razionale. Traffico e isolamento delle periferie, inquinamento e inefficienza dei servizi sono solo alcune delle criticità che le Amministrazioni debbono e dovranno fronteggiare sempre più, essendo il popolamento delle città in costante crescita.
L’UNICEF – in un recente rapporto – ha infatti stimato che la percentuale di abitanti urbani salirà fino al 66% della popolazione mondiale alla metà del secolo, dal 50% attuale. E poiché non è pensabile che il tessuto cittadino allarghi costantemente le sue maglie, la partita si giocherà piuttosto sul versante di una maggiore efficienza dei servizi e di una più stringente razionalizzazione delle risorse.
In questo fronte, Big Data e Open Data possono fare davvero la differenza, perché consentono oggi di rendere le città, come si usa dire, “intelligenti”.
Parliamo delle cosiddette Smart Cities: caratterizzate da un’elevata qualità della vita che favorisce la partecipazione dei cittadini, puntano sull’organizzazione degli spazi urbani e sull’uso razionale delle dotazioni economiche degli enti e del tempo delle persone, e hanno nella tecnologia connessa alla Rete e all’analisi di dati e informazioni il loro motore.
Grazie all’Internet of Things, infatti, arredi urbani, edifici pubblici e monumenti possono divenire veri sensori in grado di acquisire e distribuire informazioni ad esempio sulla mobilità, sul consumo energetico, sull’assistenza al cittadino, sull’offerta culturale e turistica e molto altro ancora.
Connessi tra di loro da una tecnologia machine to machine per raccogliere e condividere informazioni di ogni tipo, questi dati sono inoltre trasmissibili a un database centrale, dal quale è possibile analizzarli e ottenere informazioni in tempo reale sulla situazione dei vari servizi pubblici in città.
Così, grazie ai sensori e all’utilizzo dei Big Data, i cittadini potrebbero da un lato vivere in ambienti più salutari e dall’altro risparmiare denaro, grazie a una migliore gestione delle risorse.
Tuttavia, nonostante questo grande potenziale, ad ora solo in alcune grandi città europee e mondiali si sono avviati purtroppo adeguati progetti di utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione al fine di renderle più smart.
Secondo l’ultimo report  redatto nel febbraio 2015 da Juniper Research,  società esperta in consulenze e ricerche, tra le città più “intelligenti” nel mondo figurano Barcellona, al primo posto, seguita da New York, Londra, Nizza e Singapore.
E se in Europa l’obiettivo di far decollare le Smart Cities è sostenuto dall’Unione con appositi finanziamenti, negli Stati Uniti ad esempio è stato progettato Cite (Center for Innovation Testing and Evaluation), che prevede la costruzione di una cittadina nel deserto del New Mexico, totalmente disabitata per non mettere a rischio le persone: vi verranno testate nuove infrastrutture stradali, droni capaci di trasportare carichi, fonti di energia alternativa e smart grid, ovvero una rete elettrica più efficiente grazie all’integrazione di dati e informazioni. Superati i test, l’obiettivo è quello di produrre su scala industriale le tecnologie più promettenti.
E in Italia? Trascorsi ormai tre anni dall’avvio dell’Agenzia Digitale Italiana con l’articolo 20 del D.L. 179/1 (il provvedimento “Crescita 2.0” del governo Monti), sembra progredire con lentezza la visione “digitale e intelligente” delle città.
Non è solo un problema di finanziamenti, ma anche di indirizzo evidentemente, se soltanto il 30% delle città ha intrapreso un processo di innovazione. È stato notato inoltre come molto spesso i finanziamenti disponibili siano stati convogliati su singole iniziative, e non in politiche globali che coinvolgessero le città nella loro interezza, mettendo in relazione dati, Amministrazione e cittadini.
Proprio la partecipazione dei cittadini è il valore aggiunto di questo tipo di progettualità. Perché l’Italia si immetta nel flusso virtuoso del cambiamento, i cittadini sono chiamati infatti a un ruolo attivo e dialogante con la politica e le Amministrazioni, a stimolare il cambiamento dunque in modo diretto, ma anche passivo. Questo nella misura in cui la loro opinione e la loro esperienza – “captata” anche attraverso le nuove consuetudini digitali di condivisione della cittadinanza (la Rete e le piattaforme social) – possono fungere da segnali di cosa non va e può essere migliorato.
La domanda è quindi più che mai strategica: riusciranno così le nostre città a divenire il cuore pulsante (e digitale) del cambiamento e a porsi di nuovo come centri protagonisti di una rinascita civile?
Per ora un obbiettivo è chiaro: diffondere la conoscenza di tali possibili realtà può fare la differenza, almeno in termini di consapevolezza. Perchè non sempre la via conosciuta da lasciare è meglio di quella sconosciuta da esplorare.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– www.fastweb.it
– www.rinnovabili.it
– www.nova.ilsole24ore.com
– www.agendadigitale.eu
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Alla ricerca dello schermo empatico. Intervista al professor Vittorio Gallese

[dropcap3]C[/dropcap3]i sono momenti, nella storia delle scoperte scientifiche portate a compimento, in cui vengono trovate le risposte non soltanto alle ipotesi formulate dagli scienziati all’inizio della ricerca, ma anche ad altri interrogativi che non erano oggetto di indagine diretta.
Tali quesiti – seppure imprevisti – si saldano così alle domande iniziali e le evidenze riscontrate nel loro insieme chiudono non solo il cerchio delle ricerche intraprese, ma aprono e dispiegano altri orizzonti di ricerca.
È il caso dei Neuroni Specchio, la scoperta dell’ormai celebre team del professor Giacomo Rizzolatti, di cui faceva parte anche il professor Vittorio Gallese, che ha dimostrato l’esistenza di particolari cellule motorie del cervello che non solo si attivano durante l’esecuzione di movimenti e azioni, ma sono in grado di svolgere una funzione percettiva, attivandosi anche durante l’osservazione di altri individui che eseguono movimenti e azioni simili.
Le scoperte successive hanno inoltre dimostrato come l’ambito motorio non fosse esclusivo, ma che tale meccanismo riguardasse anche il campo emotivo e sensoriale, con una serie di conseguenze a caduta in moltissimi ambiti scientifici e non solo.
Il professor Gallese – Ordinario di Fisiologia presso il Dipartimento di Neuroscienze della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Parma, Coordinatore del Dottorato in Neuroscienze e direttore della Scuola Dottorale di Medicina e Chirurgia e Medicina Veterinaria del medesimo Ateneo e dal 2010 anche Adjunct Senior Research Scholar, presso il Dept. of Art History and Archeology della Columbia University di New York – è particolarmente attivo in ricerche multidisciplinari che indagano le possibili applicazioni dei neuroni specchio e nell’opera di divulgazione di tale fondante scoperta. Questo anche grazie alle sue competenze umanistiche e alla sua naturale vocazione alla condivisione della conoscenza.
Quella dei Neuroni Specchio è d’altronde una scoperta non solo celebrata con sempre maggior interesse in ambito neuroscientifico sia in Italia che in Europa e oltreoceano, ma che coinvolge ormai in maniera diretta o tangenziale una serie importante di altre discipline, sia scientifiche che umanistiche.
Rispondendo con grande cortesia e disponibilità al nostro invito, il professor Gallese, di cui è recentissima l’uscita di un nuovo libro, “Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze”, scritto con Michele Guerra, ha fornito una serie di risposte appassionate e appassionanti alle domande che gli abbiamo posto, che spaziano dai Neuroni Specchio alla comunicazione, dalle pratiche Social all’importanza della creatività, dalla letteratura all’estetica. Con quella capacità di sguardo e di visione di chi ha fatto della conoscenza l’incarnazione non solo del proprio sapere, ma della propria passione per la ricerca e per l’umanità.
Ma vediamo come il professore ha risposto alle nostre tante domande poste da Natalia Robusti  a nome di 6MEMES.
[highlight]Partiamo dalla scoperta dei neuroni specchio. Cosa si prova a veder realizzata una propria “predizione” in ambito scientifico, e di così vasta portata?[/highlight]
 
La scoperta dei neuroni specchio che è avvenuta per caso, è stata il frutto maturo di una ricerca condotta in modo molto diverso dall’allora prevalente metodologia d’indagine neurofisiologica. Invece di studiare il contributo ipotetico di una certa parte del cervello ad una data funzione percettiva, motoria o cognitiva, il nostro approccio era molto più ‘aperto’: eravamo interessati a comprendere quali fossero le proprietà funzionali dei neuroni che popolano le regioni motorie della corteccia cerebrale. In altre parole, non facevamo una sola ‘domanda’ ai neuroni, ma molte. Volevamo capire, ad esempio, se, quanto e come i neuroni motori, quelli cioè che controllano l’esecuzione delle azioni, rispondessero anche a stimoli sensoriali, come quelli tattili, visivi o uditivi.
Andavamo decisamente contro corrente nell’ipotizzare e cercare un ruolo percettivo del sistema motorio. Fino ai primi anni ottanta del secolo scorso prevaleva l’idea di una stretta divisione del lavoro nelle diverse aree cerebrali, caratterizzata da una rigida separazione tra percezione, cognizione e movimento.
Giacomo Rizzolatti e il gruppo di ricercatori da lui guidato, di cui, ancora studente, facevo già parte, in quegli anni mettevano in crisi quella visione, dimostrando come azione e percezione sono integrate da molti neuroni motori che rispondono anche a stimoli tattili, visivi e uditivi. Questa integrazione avviene in neuroni che controllano l’esecuzione di azioni, come afferrare oggetti con la mano. Avevamo scoperto che alcuni di questi neuroni, denominati poi ‘neuroni canonici’, si attivano anche in assenza di movimento, durante l’osservazione degli stessi oggetti di cui controllano l’afferramento. Grazie a questo meccanismo di simulazione motoria, l’oggetto visto è ‘tradotto’ in uno schema motorio, lo schema normalmente impiegato per afferrarlo.
Vedere un oggetto significa anche simularne l’afferramento. L’oggetto in questo modo è precettivamente ‘fatto proprio’ da chi lo guarda, perché viene mappato grazie ad una simulazione motoria, come target potenziale di un’azione ad esso diretta da parte dell’osservatore. Mentre studiavamo le proprietà di questi neuroni, ci siamo accorti che alcuni di essi non si attivavano durante la visione di oggetti, ma durante la visione delle nostre azioni su quegli stessi oggetti. In seguito decidemmo di utilizzare la metafora dello specchio per descriverli: la risposta visiva del neurone rispecchia quella motoria. Lo stesso neurone che controlla l’esecuzione di una propria azione risponde anche all’osservazione della stessa azione eseguita da altri. Il meccanismo di rispecchiamento è certamente alla base dei comportamenti mimetici e di apprendimento imitativo.
A questa prima scoperta ne sono seguite poi molte altre. La nostra ricerca, insieme a quella di molti altri colleghi in tutto il mondo, ha dimostrato che analoghi meccanismi di rispecchiamento sono presenti nel nostro cervello anche per le emozioni e le sensazioni. Le stesse aree cerebrali che si attivano quando ad esempio proviamo disgusto o dolore, oppure esperiamo una sensazione tattile, si attivano anche quando vediamo gli altri esperire le stesse emozioni e sensazioni.
Ho introdotto il modello della Simulazione Incarnata per descrivere un meccanismo funzionale di base del nostro cervello che ci mette in relazione con gli altri.
In pratica, riutilizziamo le stesse rappresentazioni neurali non linguistiche che presiedono alle nostre azioni, emozioni e sensazioni per riconoscerle negli altri. La simulazione incarnata è però solo uno dei meccanismi alla base della nostra intersoggettività, che è fondata anche su modalità più cognitive e inferenziali di comprensione dell’altro. Probabilmente la simulazione incarnata è il meccanismo più antico da un punto di vista evolutivo ed il più precoce a manifestarsi dal punto di vista dello sviluppo dei singoli individui.
Secondo la mia ipotesi, grazie alla simulazione incarnata abbiamo la possibilità di accedere in parte al mondo dell’altro dall’interno.
Grazie al riuso di circuiti neuronali che normalmente presiedono alle nostre azioni, emozioni e sensazioni, siamo in grado di comprendere in termini esperienziali le azioni, emozioni e sensazioni degli altri. La simulazione incarnata costituisce insomma un meccanismo di base e cruciale dell’intersoggettività.

La scoperta dei neuroni specchio è avvenuta per caso, ma non è stato un caso che a farla siamo stati noi. Eravamo pronti a ‘vedere’ quel tipo di proprietà perché sapevamo che il sistema motorio non ci fa solo muovere, ma ci aiuta anche a vedere il mondo intorno a noi. La novità più radicale della scoperta dei neuroni specchio e dei meccanismi di rispecchiamento poi scoperti nel cervello umano però è un’altra. E’ la dimostrazione di quanto fondamentale e costitutiva sia la relazione che ci lega agli altri. Anche a livello neurofisiologico c’è una dimensione condivisa: non solo le mie azioni, emozioni e sensazioni sono simili a quelle dell’altro, ma anche la sottostante base neurobiologica è in parte comune. L’altro è per noi anche qualcosa di più e di diverso da un oggetto da comprendere e interpretare. L’altro è un altro tu.”
[highlight]La seconda domanda è la conseguenza della prima: a partire dal crescente interesse per queste tematiche, che in effetti cambiano molte cose, quali scenari modificherà, e in quali ambiti, questo differente punto di vista che – finalmente – cambia prospettiva rispetto al legame tra mente e corpo? Legame che, da parte ad esempio dei cosiddetti “artisti”, non è mai stato messo in dubbio?[/highlight]

Ha ragione. Cosa esprime il concetto di embodiment? Significa che parti corporee, azioni o rappresentazioni corporee svolgono un ruolo determinante nei processi cognitivi. Stati o processi mentali sono embodied nella misura in cui sono rappresentati in un formato corporeo. Uno stesso contenuto, a esempio un’azione o un’intenzione, possono essere rappresentati in un formato corporeo o proposizionale. L’idea è che il formato corporeo precede sia filogeneticamente che ontogeneticamente quello proposizionale. Non sappiamo con precisione se il formato proposizionale sia totalmente separato/separabile da quello corporeo. Personalmente sospetto che non lo sia. Ma rimane un dato di fatto che questi differenti formati rappresentazionali consentono di costruire contenuti molto diversificati. Mente e corpo sono due parole che descrivono aspetti diversi ma strettamente intrecciati della nostra natura biologica. Per secoli abbiamo tenuto separati il corpo dalla mente, la percezione dall’azione e l’Io dal Tu.
Fortunatamente oggi mi sembra che ci si stia muovendo in un’altra direzione, volta appunto a mettere in luce la cruciale importanza della corporeità per la coscienza, il pensiero e il linguaggio.

Prima di parlare però di estetica vorrei aggiungere qualcosa sul linguaggio. La simulazione incarnata ci parla di modalità non linguistiche di relazione intersoggettiva, ma ovviamente, se vogliamo comprendere appieno la natura umana, il linguaggio è imprescindibile. La scoperta dei neuroni specchio ha aperto anche nuove prospettive agli studi sul linguaggio. I neuroni specchio si attivano non soltanto quando si vede compiere un’azione, ma anche quando se ne sente parlare, o quando se ne legge.
Insieme al linguista cognitivo statunitense George Lakoff ho proposto lo stretto legame tra espressioni linguistiche, corpo e simulazione incarnata. Infatti, anche quando leggiamo metafore a sfondo corporeo – ad esempio a contenuto tattile, come ‘un carattere ruvido’ – attiviamo le aree sensori-motorie che mappano quelle stesse sensazioni, quando le esperiamo in senso letterale. La mia ipotesi del ‘riuso neuronale’ sostiene che utilizziamo meccanismi cerebrali originariamente evoluti per guidare le nostre interazioni col mondo, mettendoli poi anche al servizio di competenze molto più recenti dal punto di vista evolutivo, come quella linguistica.
Gli aspetti astratti del linguaggio rappresentano oggi la sfida principale per il nostro approccio, ed è a questi aspetti che stiamo dirigendo parte delle nostre ricerche.
In un articolo pubblicato nel 2011 con una studiosa di Letteratura Inglese all’Università del Texas di Austin, Hannah Chapelle Wojciehowski, ho proposto che il ‘senso del corpo’ (Feeling of body, FoB) sia un elemento importante del nostro coinvolgimento con la finzione narrativa. Il senso del corpo è l’esito di un meccanismo funzionale basilare reso possibile dal nostro sistema mente-corpo, la Simulazione Incarnata, che permette un accesso al mondo degli altri più diretto e meno mediato cognitivamente. La simulazione incarnata, come abbiamo visto, media la capacità di condividere il significato delle azioni, le intenzioni motorie di base, i sentimenti, e le emozioni degli altri, fondando così la nostra identificazione e connessione con gli altri. In accordo con questa ipotesi, l’intersoggettività dovrebbe essere intesa per lo più e principalmente come intercorporeità. La narrativa è una forma peculiare di intersoggettività mediata, dove il testo – il medium – permette ai lettori di ingaggiare relazioni di diverso tipo con i personaggi fittizi e con l’autore, attraverso di essi. I teorici della letteratura in anni recenti si sono interessati sempre di più alle scienze cognitive, ricorrendo soprattutto alla teoria della mente, suggerendo che molti livelli della creazione testuale possono essere spiegati da particolari caratteristiche meta-rappresentazionali del nostro cervello.
Credo che, al massimo, una teoria letteraria di questo tipo costituisca solo una delle varie modalità di approccio al testo letterario. Inoltre, questo approccio ignora o minimizza ciò che mi sembra un elemento fondamentale della relazione con il testo, sia da parte dell’autore che del lettore: il senso del corpo generato dalla simulazione incarnata. La mia proposta per una narratologia embodied, incarnata, è fondata sulla convinzione che un approccio di questo tipo possa gettare nuova luce sugli studi letterari, fornendo nuovi elementi sulla relazione dell’autore e dei lettori con il testo. La simulazione incarnata potrebbe essere rilevante per come facciamo esperienza della narrativa, per almeno due ragioni: Per prima cosa, a causa del senso del corpo attivato dai personaggi narrati e dalle situazioni con cui ci identifichiamo, grazie ai meccanismi di rispecchiamento e simulazione che generano nel lettore. In questo modo, la simulazione incarnata genera quel peculiare vedere-attraverso-gli-occhi-di che gioca un ruolo particolare nella nostra esperienza estetica. Secondo, per le memorie corporee e le associazioni immaginative che il materiale narrato evoca nelle nostre menti di lettori, senza il bisogno di rifletterci sopra esplicitamente.
Veniamo ora all’esperienza estetica. La fruizione di tutte le forme di finzione che oggi definiamo ‘artistiche’ implica aspetti comuni che possono oggi essere utilmente indagati anche dalle neuroscienze. Il sentimento di coinvolgimento corporeo suscitato da dipinti, sculture, forme architettoniche, cinema e letteratura, incrementa le nostre risposte emozionali a quegli stessi oggetti. Per ciò costituisce un ingrediente fondamentale della nostra esperienza estetica.
La mia teoria della Simulazione Incarnata mira appunto a cogliere questi aspetti. Al di sotto degli aspetti più francamente cognitivo-linguistici che guidano la nostra esperienza dell’arte, vi è una dimensione corporea – già intuita in passato da molti filosofi e storici dell’arte – che oggi siamo in grado di studiare empiricamente. La simulazione incarnata è rilevante per definire l’esperienza estetica in almeno tre modi: Primo, grazie ai sentimenti corporei suscitati dai contenuti delle opere d’arte con cui ci relazioniamo, per mezzo dei meccanismi di rispecchiamento che esse evocano. In questo modo la simulazione incarnata genera quel particolare coinvolgimento empatico che svolge un ruolo fondamentale nell’esperienza estetica. Secondo, in virtù delle memorie incarnate e delle associazioni immaginative che le opere d’arte risvegliano in chi le contempla: ognuno di noi proietta qualcosa di sé in ciò che guarda. Terzo, grazie alla possibilità che certe immagini hanno di risvegliare in chi le guarda la simulazione del gesto che le ha prodotte. Con una recente ricerca di Maria Alessandra Umiltà abbiamo dimostrato che quando guardiamo un taglio nella tela di Lucio Fontana attiviamo le aree motorie che presiedono ai gesti della nostra mano. E’ come se, grazie alla simulazione, l’opera ci dicesse qualcosa anche di come l’artista l’ha realizzata.
C’è poi un altro aspetto che distingue la simulazione incarnata guidata dall’immersione nei mondi di finzione legati all’arte, rispetto a quando questo meccanismo funzionale è attivato dalle situazioni della vita quotidiana. Effettivamente, la finzione artistica è spesso più forte della vita reale nell’evocare il nostro coinvolgimento attenzionale, emotivo e empatico. Perché? Forse perché durante un’esperienza estetica possiamo permetterci di perdere momentaneamente il contatto con la nostra realtà quotidiana. Liberiamo nuove energie e le mettiamo al servizio di una nuova dimensione che paradossalmente, può dimostrarsi più vivida della realtà prosaica della vita quotidiana. L’esperienza estetica delle opere d’arte, più che una sospensione di incredulità, può essere interpretata come una sorta di “simulazione liberata”. Quando leggiamo un romanzo, guardiamo un’opera d’arte, assistiamo ad un’opera teatrale o andiamo al cinema, la nostra simulazione incarnata si libera dal peso di dover modellare la nostra presenza sulle richieste della realtà quotidiana. Ci approcciamo all’arte da una distanza di sicurezza da cui la nostra apertura al mondo si magnifica. In un certo senso, apprezzare l’arte significa lasciarsi alle spalle il mondo per afferrarlo più pienamente. Attraverso uno stato in cui la nostra attenzione si concentra sul mondo narrato virtuale, possiamo impiegare a pieno le nostre risorse simulative, abbandonando momentaneamente le nostre barriere difensive nei confronti del mondo reale.
Movimento, tatto, e propriocezione sono co-implicati ogni volta che rivolgiamo il nostro sguardo sul mondo. Da ciò deriva secondo me la necessità di ripensare profondamente il rapporto tra espressione simbolica e comprensione estetica. Dobbiamo guardare all’estetica da una prospettiva che metta al centro la dimensione antropologica ed i suoi sostrati neurobiologici, focalizzandoci sul rapporto tra corpo-cervello e mondo. Conoscere di più e meglio i meccanismi che sottendono la produzione e la ricezione delle varie espressioni simboliche umane, mettendone in luce gli aspetti performativi e sensori-motori, può aiutarci a comunicare meglio e a strutturare meglio gli spazi della fruizione di immagini. Si aprono così nuove prospettive di ricerca per l’ottimizzazione della diffusione di immagini, così come per la loro fruizione. Ciò va dalle tecniche di comunicazione e web design alla progettazione di spazi museali e espositivi.
[highlight]La comunicazione online – e dunque in differita – come si integra in questo modello di simulazione-incarnazione-risonanza, in cui il corpo è (o almeno sembra) assente, ad esclusione della vista e dell’udito? Il focus delle sue più recenti ricerche sul cinema e lo sguardo può essere oggi riferito anche al fenomeno dei video che oggi le statistiche dimostrano essere veicoli di trasmissione di informazione e comunicazione molto più rapidi degli altri sistemi linguistici (testi e immagini statiche)?[/highlight]
 
Viviamo in un’era caratterizzata da quella che Mark Hansen ha definito ‘technomimesis’. I nuovi mezzi di comunicazione sollecitano forme di condivisione e imitazione estremamente potenti e sempre più legati ad immagini che ritraggono il corpo umano. Più della comunicazione scritta, grazie ai social networks sono soprattutto le immagini e i filmati a diffondersi in modo ‘virale’.
L’introduzione delle nuove tecnologie digitali spodesta il linguaggio dal ruolo fin qui svolto di dominante vettore dell’esperienza della realtà, mettendo una nuova visualità non linguistica ma corporea al centro della nostra esperienza del mondo. La modernizzazione tecnologica dell’età post-moderna, paradossalmente, riporta il corpo al centro del rapporto instaurabile con una realtà sempre più mediata dalla rappresentazione visiva digitale interattiva. La crescente autonomia del mondo materiale digitale colonizza sempre di più il nostro immaginario, esternalizzando al contempo le nostre memorie.

L’immediatezza del reale che ogni giorno contempliamo da schermi che ci seguono ovunque prende il posto del nostro immaginario, sostituendovisi.
Secondo Walter Benjamin il film dà origine ad una nuova regione di coscienza che fa riferimento ad un inedito impiego delle nostre facoltà mimetiche, ed in cui la visione da meramente ottica diviene aptica, multimodale. Negli ultimi cinque anni ho intrapreso una collaborazione con Michele Guerra, studioso di cinema all’Università di Parma, che ci ha portato a studiare le immagini in movimento con un approccio multidisciplinare, combinando teoria del film e dei media e neuroscienze. Queste ricerche e le ipotesi che le hanno ispirate sono alla base del nostro ultimo libro “Lo Schermo Empatico”. L’obiettivo non è quello di sostituire le neuroscienze alle scienze umane, ma solo offrire un nuovo livello di descrizione che può arricchire le nostre conoscenze.
Una delle tesi sostenute nel libro è che il confine tra ciò che chiamiamo “reale” e il mondo immaginario e immaginato è molto meno netto di quanto si potrebbe pensare. Vedere e immaginare di vedere, agire e immaginare di agire, esperire un’emozione e immaginarsela, si fondano sull’attivazione di circuiti cerebrali in parte identici, grazie alla simulazione incarnata. Lo stesso vale per stimoli veicolati da strumenti di comunicazione di massa come schermi video, computers, tablets o telefonini. Questi nuovi media, in più, offrono nuove modalità d’interazione, richiedendo un nostro ruolo attivo e corporeo sulle immagini, grazie alla tecnologia touch. Le Go-pro Cams, poi, consentono nuovi livelli di riprese soggettive ‘quasi perfette’. Tutte queste innovazioni tecnologiche pongono nuovi quesiti teorici e suggeriscono nuove esplorazioni empiriche.
[highlight]Una curiosità, a questo punto: le reti neurali artificiali (modelli matematici che simulano l’interconnessione tra elementi definiti neuroni artificiali) sono stati nei decenni scorsi oggetto di studio in ambito informatico e tecnologico, per poi subire uno stop ed essere oggi riattualizzati. La scoperta dei Neuroni Specchio può dare un ulteriore impulso a questo fenomeno?[/highlight]
 
I neuroni specchio non offrono una spiegazione a tutto. Le reti neurali, storicamente hanno cercato di replicare la modalità di funzionamento dei neuroni reali, ma sulla base di molte assunzioni molto lontane dalla prospettiva dell’embodied cognition. Tali assunzioni non hanno trovato conferme empiriche.
Ho molti dubbi che queste reti funzionino realmente come il nostro cervello. Questo scetticismo nasce dalla convinzione che non si comprenda appieno il cervello se lo si trasforma in una macchina computazionale e soprattutto se lo si separa dal corpo. I meccanismi di rispecchiamento e la simulazione incarnata, però, possono ispirare il funzionamento di algoritmi che usino la corporeità come un indice. Secondo me contenuti espressi con metafore corporee e con riferimenti ad aspetti pragmatico-performativi hanno maggiori possibilità di essere compresi e memorizzati. Credo che le teorie della comunicazione e la sua prassi non possano non essere influenzate da questo nuovo modello della percezione e delle relazioni intersoggettive.
[highlight]Cambiando ora tema, un’ultima domanda: le piattaforme social – con la loro sintonizzazione (anche semplicistica) in tema di opinione pubblica velocemente condivisa – possono configurarsi come una sorta di prolungamento dei nostri sistemi percettivi?[/highlight]
 
Il nostro sistema cervello/corpo si è evoluto nel corso di milioni di anni per interagire con un mondo fisico popolato da oggetti inanimati e altri corpi viventi. Il rapporto con la rappresentazione “artificiale” del reale, dagli affreschi paleolitici di Lascaux in poi, ha tradizionalmente costituito una porzione marginale del nostro rapporto con la realtà. Dall’invenzione della scrittura in poi, siamo consapevoli di porzioni sempre più consistenti di ciò che riteniamo reale solo indirettamente, attraverso la mediazione delle rappresentazioni linguistico-narrative. Nell’età contemporanea poi assistiamo di fatto a un ribaltamento delle proporzioni tra ‘reale’ e ‘virtuale’. Per milioni di uomini e donne il rapporto con la realtà avviene sempre di più attraverso la sua rappresentazione mediatica. Ciò vale per i telegiornali o i reality shows, come per i social networks. Per un numero crescente di persone è reale solo ciò che i mezzi di comunicazione di massa rappresentano. Il senso di ciò che è reale e di ciò che non lo è può esserne profondamente condizionato. Ciò può condurre a una profonda modificazione dei sistemi valoriali, fino a condizionare anche i comportamenti dei singoli individui.
Vari studi dimostrano, ad esempio, l’erroneità della nostra percezione delle convinzioni che riteniamo essere largamente condivise dall’opinione pubblica.
Questi errori di valutazione derivano almeno in parte dall’essere immersi in un mondo di informazioni condivise con persone molto simili a noi, quasi tutte scelte direttamente da noi. Le neuroscienze, avendo la possibilità di decostruire e comprendere le modalità con cui il corpo si interfaccia col mondo ‘reale’ e con quello digitalizzato, possono per così dire svelarne il gioco, fornendo strumenti per progettare nuovi contesti e nuove mediazioni e, forse in un futuro futuribile, persino i mattoni con cui realizzarli. Credo che su tutti questi temi in futuro le neuroscienze potranno dirci molto.

*  *  *

Al termine di questa imperdibile conversazione, vogliamo congedarci non solo con un grazie di cuore al professor Gallese per il tempo che ci ha dedicato, ma anche con un invito ai nostri visitatori alla lettura del suo libro,  Lo schermo empatico davvero interessante e originale.
In esso, un “neuroscienziato e un teorico del cinema analizzano alcuni grandi capolavori (Notorious, Persona, Shining, Il silenzio degli innocenti) a partire dal tipo di coinvolgimento che questi film esercitano sul corpo degli spettatori e dalle forme di simulazione prodotte dai movimenti della macchina da presa e dal montaggio. (…) L’obiettivo è comprendere i molteplici meccanismi di risonanza che costituiscono uno dei grandi segreti dell’arte cinematografica e riflettere sul potere delle immagini in movimento, che in forme sempre più nuove e pervasive fanno parte della nostra vita di tutti i giorni.” Buona lettura, dunque. Anzi, buona visione!
Vai alla versione inglese dell’Intervista

Lo schermo empatico

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Open Data Pillole di Open Data e PA

Social media e Pubblica Amministrazione: in ordine sparso si può? Di Paola Chiesa

[dropcap3]P[/dropcap3]are che ogni singolo storno si muova in volo in base a ciò che vede fare a un numero fisso di altri uccelli del gruppo che si trovano nelle sue vicinanze, circa sette. Viaggiano compatti in gruppi di 5-10 mila esemplari e volano ad una distanza di circa 80 centimetri-1 metro l’uno dall’altro, per difendersi dai rapaci. La strategia è particolarmente efficace: i loro predatori trovano difficile attaccarli  sia perché lo stormo di uccelli cambia forma e direzione di continuo, sia perché non è facile isolare un individuo dal gruppo: i singoli uccelli cambiano continuamente posizione tra la periferia e l’interno dello stormo, cosicché la probabilità di essere predati è notevolmente ridotta.
Emblematico di un’intelligenza collettiva è anche il comportamento delle formiche, che procedono incolonnate come truppe verso la fonte di cibo per poi fare ritorno al formicaio, così che – in caso di successo nella ricerca – ognuna di esse tenderà in futuro a tornare verso la stessa fonte. Questo anche grazie al rilascio, durante la fase di rientro,  di una scia di secrezioni chimiche, attraverso la quale alcuni tipi di formiche sono in grado di indirizzare gli spostamenti di interi gruppi di loro simili.
Poi ci siamo noi, tra terra e cielo, che ci avventuriamo invece nei social in ordine sparso. Il nostro comportamento non è così valutabile secondo parametri di sincronicità né è esemplare per ordine e disciplina.
E tuttavia, come emerge anche dall’ultimo rapporto Censis del 2015, gli Italiani sono sempre più social: Facebook è frequentato dal 50,3 % della popolazione, Youtube raggiunge il 42% degli utenti e Twitter è utilizzato dal 10,1% degli Italiani.

Distribuzione social in Italia
Fonti: Repubblica, rapporto Censis 2015.

Probabilmente allora i tempi sono maturi anche per una presenza di qualità della Pubblica Amministrazione sui canali sociali. In realtà non vi è alcun obbligo normativo per la PA di essere istituzionalmente presente sui canali social, e in ogni caso tali strumenti integrano i tradizionali canali di comunicazione attraverso i quali l’amministrazione rende disponibili le informazioni e i servizi al cittadino.
Piuttosto l’utilizzo dei social implica il passaggio da un modello di comunicazione “verso” a uno “con” il cittadino. Facebook, YouTube, Twitter sono media conversazionali, ossia valorizzano le interazioni tra utenti che nascono dalla conversazione, e consentono di strutturare reti di relazioni. Oggi le informazioni che raggiungono l’utenza sono veicolate più dai propri contatti virtuali attraverso i social network , che dai motori di ricerca.
Se il web è uno strumento di partecipazione e non solo di comunicazione, allora una presenza di qualità della Pubblica Amministrazione sui social è quella che può incentivare la partecipazione del cittadino coinvolgendolo, come dicevamo nell’articolo precedente sulla trasparenza e partecipazione, creando un rapporto di prossimità.
Il cittadino sul web si informa, cerca soluzioni, instaura un dialogo diretto con il proprio interlocutore, sia esso un’azienda o un ente pubblico, all’interno di spazi pensati per una comunicazione a due vie. La partecipazione e l’interazione rafforzano la percezione di trasparenza e di efficienza. Nascono così possibilità nuove, ma anche nuove responsabilità.
Essere in Rete e presidiare i social network, quindi, significa per una PA, affrontare un cambiamento culturale che implica apertura, capacità di ascolto e di dialogo, orientamento all’interazione, disponibilità al cambiamento. E il cittadino si trasforma così da utente esterno, e passivo, dei servizi della PA in interlocutore attivo e coinvolto nei processi, per costruire processi virtuosi di partecipazione.
[highlight]Le Social Media policy[/highlight]
 
Come può quindi una PA gestire in modo esemplare i social media, sia come strumento di informazione, ascolto e dialogo che per l’agevolazione nell’erogazione dei servizi al cittadino, promozione dell’immagne dell’ente, del territorio e della comunità?
ll Ministero della Funzione Pubblica ha adottato nel 2011 uno specifico Vademecum ad oggetto “Pubblica Amministrazione e Social Media” a cura del Formez che offre preziosi suggerimenti agli operatori della PA per adottare le social media policy interne, cioè documenti attraverso i quali illustrare le regole interne e i livelli di responsabilità nella gestione del profilo social, e social media policy esterne, attraverso le quali specificare i rapporti fra l’ente e i cittadini.
Attraverso la redazione della policy si evidenziano i valori che devono accompagnare la presenza social dell’ente e dei cittadini: trasparenza, partecipazione, responsabilità, rispetto, collaborazione.
In unanalisi che abbiamo condotto tra Ottobre 2013 e Giugno 2014 sulle social media policy di circa 1500 enti locali italiani (Comuni, Province Regioni) presenti su Twitter e Facebook , è emerso come l’utilizzo di tale strumento non sia avvertito ancora come strategico da parte delle PA, in quanto sono sottovalutate ad esempio le tematiche legate alla tutela della privacy, del diritto d’autore, della sicurezza dei dati.
D’altro canto esiste spesso uno scarso coordinamento tra la comunicazione veicolata nei siti istituzionali e quella presente nei corrispondenti canali social dell’ente.
Sono poi eclatanti gli esempi di utilizzo dei social sia positivi, come la rete di sussidiarietà che si è creata sui social in occasione del terremoto in Emilia-Romagna che negativi, come il caso del tweet emesso dalla Questura di Roma, che ci fanno riflettere sull’importanza di avere delle social media policy chiare ed esaustive da seguire e da non sottovalutare.
In generale, le PA sono poco social e questa caratteristica è evidente se allarghiamo lo sguardo fuori dai confini nazionali. Oltreoceano abbiamo esempi virtuosi di veri e propri social media center, che riflettono una strategia di avvicinamento capillare da parte della PA al cittadino.
Così non troveremo solo l’account facebook o twitter della città di Boston  o Chicago, bensì tanti account quanti sono i diversi dipartimenti e uffici presenti nella città. Peraltro tutti facilmente raggiungibili navigando il sito della città.
Per definire degli obiettivi, dobbiamo prima identificare i bisogni. E questo è possibile se la PA favorisce la nascita di una rete sociale e coltiva la contaminazione di intelligenze collettive a vantaggio della collettività, proprio attraverso i social media. Che possono essere fonti di dati e quindi di informazioni preziose per una PA non solo attenta, ma anche lungimirante in termini di governabilità del territorio.
E’ in quest’ottica che va salutata positivamente l’iniziativa del Ministero dell’Economia e delle Finanze che ha posto in consultazione pubblica fino al 24 dicembre 2015 le proprie social media policy. Si tratta di un esercizio di trasparenza e di incoraggiamento alla partecipazione attiva della popolazione alla cosa pubblica.
Pare che in Italia sia il primo caso, per un ente di tali dimensioni. Abbiamo sicuramente un buon margine di miglioramento, ma siamo sulla strada buona!

Paola Chiesa

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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Cenere e diamanti: il miraggio dell'immortalità

[dropcap3]A[/dropcap3]llora Abramo disse: “Ecco, prendo l’ardire di parlare al Signore, benché io non sia che polvere e cenere”.
C’è, nella frase pronunciata dal Profeta (Genesi, 18:27), un richiamo immediato alla finitezza della nostra esistenza e al destino mortale del nostro corpo.
Abramo – che nonostante tutto non volle sottrarsi al tentativo di comunicare con il suo Dio – avrebbe forse cambiato la propria preghiera, nel conoscere quel che oggi sappiamo tutti sulla polvere e perfino sulla cenere. O forse no: l’essere umano tenta da sempre e con ogni mezzo di sfidare la natura effimera del suo passaggio terreno, come ci dimostra ancora una volta quanto stiamo per raccontarvi.
Quella che è comunemente chiamata polvere si compone non solo di particelle diciamo così di scarto (quelle ottenute ad esempio dalla minuta frammentazione di fibre di vestiti e persino di pelle ed unghie), in essa vi sono infatti anche particelle atmosferiche, che ne “elevano” senza dubbio la composizione.
Per la cenere le cose sono ancora più interessanti: essendo il residuo solido e molto fine, di natura minerale, che si ottiene dalla combustione di animali, vegetali o fossili, ha addirittura una sua “purezza”, che risiede nel suo essere priva di acqua e costituita in prevalenza di carbonati e ossidi. L’elemento chimico predominante è dunque il carbonio, ovvero il componente fondamentale della materia vivente.
Ma cos’è di preciso il carbonio? Si presenta sotto forma di composto, cioè legato ad atomi di altri elementi, e si trova nei vegetali in una percentuale compresa tra l’11 e il 54%, mentre nei mammiferi rappresenta in media il 22% del peso corporeo: un uomo di 70 kg è dunque fatto da ben 14 kg di carbonio.
È l’anidride carbonica atmosferica che fornisce agli organismi viventi tutto il carbonio di cui necessitano per la loro crescita e sviluppo. Essa è convertita dai vegetali, con l’intervento della radiazione solare, in una serie di composti organici che sono poi impiegati dalle piante stesse e dagli animali per le loro necessità nutrizionali.
Il carbonio però si ritrova in natura anche allo stato elementare, non combinato, in due forme: la grafite e il diamante. I cristalli di grafite e quelli di diamante si differenziano solo per la disposizione degli atomi di carbonio nel reticolo cristallino, a seconda delle diverse condizioni ambientali di pressione e temperatura in cui vengono a formarsi.
Nel diamante, gli atomi di carbonio, disposti ai vertici di un tetraedro, sono molto vicini e uniti da legami resistenti, responsabili della sua durezza: per questo occorre applicare intense forze per romperli. Nella grafite, invece, ogni atomo di carbonio è legato ad alti tre atomi disposti su uno stesso piano ai vertici di esagoni.
I tre legami sul piano sono forti e quindi gli atomi molto vicini, mentre i legami tra i vari piani sono deboli e possono essere rotti facilmente, spiegando così la grande fragilità della grafite.
Un diamante allo stato grezzo è puro carbonio cristallizzatosi milioni di anni fa nelle zone più antiche e stabili della crosta terrestre, dette cratoni, il cui spessore può superare i 200 km, la temperatura è compresa tra 900 e i 1200°C, e la pressione è di 50 chilobar. Successive eruzioni vulcaniche possono poi averli portati da quella profondità in superficie.
Ma torniamo al nostro discorso, ovvero al “valore” della cenere, e dunque del carbonio.
Una società internazionale svizzera con sede a Coira, Algordanza, ha elaborato un procedimento di laboratorio per tramutare in pietra preziosa il carbonio contenuto nelle ceneri di cremazione delle persone care scomparse.
Sì, avete letto bene. Una volta estratto il carbonio dalle ceneri del proprio caro, la società svizzera lo tramuta in grafite di carbonio. Quest’ultima è sottoposta a condizioni di pressioni e temperatura tali da ottenere diamanti con le stesse caratteristiche delle pietre naturali, con una colorazione blu più o meno accentuata che dipende da quanto borio è presente.
Tale forma di “sepoltura” è possibile, per ora, solo in Svizzera: sarà in grado di superare lo sconcerto della gente e le barriere imposte dalla tradizione religiosa per divenire una comune forma di addio al termine della vita, ribadendo ancora una volta quell’atavica resistenza che proviamo verso la nostra stessa mortalità?
Ai profeti di oggi – e di domani – l’ardua sentenza.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
multimedia.bovolentaeditore.com
www.aledo.it
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www.treccani.it
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Comunicazione extra specie

Internet of Things: un esercito di oggetti smart rivoluzionerà la nostra vita quotidiana.

[dropcap3]C'[/dropcap3]è un’idea del futuro che ciascuno di noi ha interiorizzato nella propria giovinezza in immagini vivide, frutto di libri e film predittivi, di solito appartenenti al genere della fantascienza. Oggi quel passato, non poi così lontano cronologicamente, ci sembra non più prossimo, come è in verità, ma piuttosto già remoto, quasi appartenesse al secolo scorso.
Oggetti, case, indumenti sembrano infatti sempre più vicini a quelle immagini un tempo “fantastiche” che il mondo occidentale diffondeva con la sua cultura pop, mentre la nostra quotidianità di allora ci appare quasi preistorica.
In mezzo c’è stata la rivoluzione di Internet, la cui onda lunga ci spinge sempre più rapidamente verso nuovi sorprendenti approdi. È l’Internet of Things, il mondo della Rete e delle nuove tecnologie estese agli oggetti, che si connettono con noi e fra di loro, con un potenziale di impatto sulle nostre vite di tutti i giorni destinato a risolvere molti problemi, ma forse a sollevarne tanti altri.
Il fenomeno è in forte espansione. L’ultimo report dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano riferisce per l’Italia di dati in crescita nell’anno 2014: 8 milioni di oggetti connessi tramite rete cellulare, in crescita del 33% rispetto al 2013, per 1,15 miliardi di euro di valore che arrivano a 1,55 miliardi di euro se si aggiungono le connessioni di altro tipo. Su scala mondiale invece gli oggetti connessi sono 7 miliardi e si stimano cifre nell’ordine delle decine di miliardi entro il 2020.
Gli ambiti di applicazione sono i più vasti, dal faceto al serio, si potrebbe dire. Nel giugno scorso si è svolta Computex 2015, la fiera più importante del settore del mondo asiatico, dove molti erano gli oggetti smart prodotti o in attesa di sviluppo. Non solo gli ormai noti smartwatch, ma tanti semplici oggetti che lasciano presagire la futura capillare diffusione di questo tipo di nuove “cose”. Dalla borraccia che informa sulla quantità e la purezza dell’acqua bevuta, all’anello che comunica allo smartphone dati sulla nostra salute, e serve anche per aprire porte, pagare, ricordare le password.
Se pensiamo agli sviluppi in settori come la domotica, i trasporti, l’ambiente, l’organizzazione delle città, l’agricoltura, i beni culturali – solo per fare qualche esempio – comprendiamo la reale portata innovativa per la nostra vita di tutti giorni, in termini di semplificazione, crescita economica, risparmio energetico e sicurezza.
Gli scenari più promettenti, proprio per quanto possono concretamente cambiare la vita di ciascuno, sono quelli che si prospettano per la salute e l’autonomia della persona. IoT e wearables a sostegno di anziani e disabili ad esempio. I wearables, accessori e abiti high tech, sono un particolare segmento degli smart object che ha già un promettente futuro in molti settori, come quello sportivo. Abiti, orologi e relative APP – veri e propri coach digitali – che raccolgono i parametri biometrici degli atleti sono già una realtà.
I medesimi sistemi promettono di essere di grande utilità sociale per categorie di persone malate o non autosufficienti. A partire dai dispositivi indossabili che possono rilevare lo stato di salute degli anziani, prevedere possibili emergenze e contattare sanitari e familiari, con una ricaduta potenzialmente positiva per una società che sta sempre più invecchiando.
Ma anche la tecnologia a sostegno della disabilità è al centro di molti progetti di ricerca, come caschi ed esoscheletri connessi al cervello, arti bionici, sensori per il tatto e chip che ricostruiscono tessuti danneggiati, software a sostegno di ipovedenti. È di qualche tempo fa una notizia riguardante un caso celebre, quello di Stephen Hawkins. Per il noto astrofisico, che comunica con il mondo esterno tramite un sintetizzatore e un sensore a infrarossi ad esso collegato, è stata sviluppata una tastiera che permette allo scienziato di digitare solo una piccola parte di ciò che intende esprimere: al resto pensa la tastiera stessa, “sintonizzata” sulle consuetudini linguistiche e culturali di Hawkins perché istruita attraverso i suoi scritti.
Le nuove frontiere della tecnologia applicate alla medicina sembrano poter travalicare i confini stessi del corpo: ricercatori dell’Università del Texas ad Austin hanno divulgato la realizzazione di un micro robot di DNA che può muoversi e potrà in futuro farlo nel corpo umano alla ricerca di eventuali tumori o per “consegnare” i farmaci per così dire in loco.
Il mondo dell’Internet of Things presenta tuttavia anche risvolti di possibile criticità. Se da un lato – guardando la questione dal punto di vista produttivo, in termini cioè di futuri scenari di business – la cosiddetta Industria 4.0 rappresenta un’opportunità, si tratta comunque di una sfida da vincere con investimenti consistenti sul piano delle infrastrutture tecnologiche e del sostegno alla ricerca e alle startup, senza i quali il tema del digital divide rischia di farsi sempre più sensibile.
Occorre inoltre tenere presente che una tecnologia così interconnessa alle nostre vite solleva inevitabili quesiti legati all’utilizzo della mole di dati e di flussi di informazioni trasferiti da questi oggetti dialoganti che riempiranno le nostre case e le nostre città.
Un’attività legislativa regolatrice a vari livelli si renderà probabilmente indispensabile, non solo per le ovvie ragioni di tutela della privacy e dell’intimità di ciascuno, ma anche per motivi di sicurezza individuale e collettiva.
Occorre insomma che l’Internet delle “cose” continui ad avere il focus sulle “persone”.
Ci riusciremo? Non è detto. E non è nemmeno certo che questo sia un bene: se le macchine, invece, si rivelassero più umane di noi???
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.sentieridigitali.it
www.techeconomy.it
www.wired.it
www.repubblica.it
www.ilfattoquotidiano.it
[/boxed_content]

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Gli autori di 6Memes Open Data Pillole di Open Data e PA

Pillole di Open Data e Pubblica Amministrazione. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]G[/dropcap3]li Open Data non sono un adempimento normativo, sono l’occasione che abbiamo, grazie anche all’impianto giuridico, di contribuire allo sviluppo di un territorio, conoscendone i dati e le informazioni che ne possiamo ricavare.
Così, in un percorso che si snoda tra trasparenza amministrativa, social media, produzione di dati aperti, misurazione di valore pubblico, Governance del  territorio e disruptive innovation, cercheremo – con il prezioso contributo di Paola Chiesa – di diffondere pillole di conoscenza utili ad aumentare la consapevolezza sul tema.


[highlight]About Paola Chiesa[/highlight]
 
Faccio sempre fatica a definirmi, ma dovendo contestualizzare, sono una giurista di formazione, creativa ed innovatrice per carattere, con un percorso lavorativo che da una ventina d’anni a questa parte si snoda tra servizi informatici, amministrazione, e-commerce, social media, blogging e comunicazione.
Qual è il comune denominatore che collega le varie attività? L’innovazione e la condivisione, di fatto i due pilastri che sorreggono e caratterizzano il mio stile lavorativo e che sono alla base delle mie strategie sociali ed idee imprenditoriali.
L’innovazione mi vede impegnata in progetti di divulgazione su tematiche quali la digitalizzazione dei processi aziendali, e-commerce, open data, responsabilità sociale; la condivisione connota la mia modalità lavorativa e attribuisce un valore sociale alle attività che porto avanti.
A questo aggiungo poi il plus della cornice giuridico-normativa che creo attorno ai progetti sviluppati, anche attraverso l’attività nel Centro Studi di Informatica Giuridica di Ivrea-Torino, membro della Coalizione nazionale per le competenze digitali di AgID (Agenzia per l’Italia Digitale). Il che mi consente a volte di mitigare la creatività con una sana dose di realismo, altre volte mi aiuta a superare gli ostacoli, altre ancora invece stuzzica la mia vena critica, accentuando così la mia naturale propensione all’attivismo civico.
E poi c’è Adriano Olivetti, a cui nel tempo ho scoperto di ispirarmi.
Nelle sue Comunità, vedeva i mattoni per costruire il grande edificio di una “democrazia integrata”, che partendo dalle nostre cento “piccole patrie” ricostruisca lo Stato e la sovranità popolare ponendo al centro i valori scientifico, sociali, estetici.
Ecco, è probabilmente proprio quel desiderio di riappropriarsi dal basso di cittadinanza e sovranità, la voglia di costruire attorno ai beni comuni e l’importanza della responsabilità individuale, come della solidarietà sociale, che mi ha animato nel fondare una nuova comunità: #adotta1blogger.
Si tratta di una community online di più di 800 blogger sparsi in tutta Italia, che scrivono sulle tematiche più disparate: filosofia, psicologia, turismo, cucina, letteratura, cinema, arte, design, sharing economy, marketing. Best practice di condivisione, partecipazione attiva e ricerca, veicola conoscenza, informazione, e formazione. L’attivismo digitale sinergico che contraddistingue il suo operato l’ha resa di fatto una smart community, ed è ospitata sulle pagine de La Stampa con una rubrica settimanale.
Ci piace creare connessioni di valori spaziando tra tematiche diverse, e restituire conoscenza alla collettività attraverso la comunicazione.
“Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande”. (Adriano Olivetti)