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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Il fungo che sussurrava alle piante: una rete web vegetale.

[dropcap3]S[/dropcap3]e avete sempre considerato bizzarri coloro che parlano alle piante, dovrete ricredervi almeno un poco. Le piante non potranno forse sentirci, ma è certo che possiedono meccanismi piuttosto evoluti di comunicazione con la realtà che le circonda.

La neurobiologia vegetale infatti, disciplina scientifica di recente istituzione, studia proprio la capacità delle piante di rielaborare gli stimoli ricevuti e captati dall’ambiente esterno, sia a proprio vantaggio ma anche, cosa più sorprendente, per comunicarli ad altre piante vicine.
Il centro di questa intelligenza vegetale starebbe negli apparati radicali, che non a caso vengono avvicinati per similitudine alla rete per eccellenza del mondo umano: il WEB. Come noi scambiamo informazioni attraverso gli snodi di Internet, così le piante sono in grado di scambiare non solo nutrienti, ma addirittura informazioni.
È recente ad esempio l’interesse della scienza per le peculiari connessioni che intercorrono tra le piante e gli appartenenti ad un altro regno, i funghi, attraverso l’intreccio dei filamenti che costituiscono il micelio del fungo, il suo corpo sotterraneo.
Questi filamenti, detti ife, corrono sottoterra anche per molti metri, lasciando spuntare sopra il suolo il frutto, ovvero il fungo con il gambo e il cappello che tutti conosciamo.
A livello di questa rete di filamenti si instaura la micorriza, una vera e propria simbiosi tra pianta e fungo. Entrambi gli esseri viventi traggono beneficio dal rapporto con l’altro: le piante ottengono dai funghi un aiuto nell’assorbire l’acqua dal terreno e alcuni nutrienti minerali, in cambio i funghi ricevono carboidrati per la loro crescita.
E se questo non è un argomento sorprendente, lo è invece il fatto che le micorrize possono agire anche come sistema di allarme contro l’attacco di insetti erbivori e altri parassiti. Numerosi sono i casi riportati nell’ambito della letteratura scientifica che si occupa di divulgare tali argomenti.
Nell’articolo scientifico che potete trovare a questo link, ad esempio, i ricercatori hanno dimostrato come piante di fava e fagioli producano e rilascino nell’ambiente sostanze volatili capaci di richiamare i nemici naturali degli afidi se aggredite. Questo avviene anche in piante poco distanti, sebbene non ancora infestate dagli insetti, ma collegate alle altre vicine da micorrize: in pratica, la rete di miceli comunica l’informazione dell’attacco alle piante vicine che hanno così modo e tempo di organizzarsi per l’imminente arrivo dei nemici.
Casi simili accadono anche per malattie indotte da funghi parassiti. Poiché i funghi possono contribuire al benessere delle piante, ma anche sfruttarle: come l’alternaria, un fungo responsabile di un tipo di muffa che cresce su frutta e verdura.
Lo hanno dimostrato un gruppo di scienziati cinesi nei risultati qui riportati, suggerendo come piante sane possono “spiare” i segnali prodotti da individui vicini attivando le proprie difese prima di essere attaccate. Una rete di micorrize ricreata in laboratorio infatti, attraverso piante di pomodoro, ha dimostrato di funzionare come canale di comunicazione inducendo la comparsa di una maggior resistenza al fungo in piante ancora sane.
Ma come in ogni sistema di informazioni che si rispetti, avviene che lo scambio non sia sempre pacifico e fruttuoso, e anche qui esistono esempi di “frodi” da parte di piante che tendono a comportarsi come veri e propri “hacker vegetali”. È questo il caso di Cephalanthera austiniae, una particolare orchidea senza foglie o con bozze di foglie rudimentali, caratterizzata da petali e stelo completamente bianchi. Questa pianta, diffusa nelle zone più fitte e buie di alcune foreste, sfrutta – è proprio il caso di dirlo – le ife dei funghi che formano micorrize, per intercettare lo scambio di elementi nutritivi tra le piante a lei vicine e appropriarsene. Si tratta di un caso di parassitismo, piuttosto che di simbiosi, poiché l’unica a trarre vantaggio da questo legame è proprio l’orchidea.
Ecco che ancora una volta ci scopriamo a sorprenderci della complessità del regno naturale. Sebbene la conoscenza della rete “internet” fungina sia recente, essa esisteva ben prima che comparisse il concetto di condivisione globale di dati e informazioni attraverso la rete web informatica.
In base alle ultime ipotesi scientifiche infatti, lungo i filamenti potrebbero scorrere, oltre a sostanze nutritive, anche segnali di natura elettrica con i quali si potrebbe spiegare la natura dello scambio di informazioni tra piante vicine per l’attivazione dei sistemi difensivi contro insetti e funghi nocivi.
Saremmo perciò di fronte alla più grande rete di comunicazione assolutamente naturale: e a noi uomini non resta che trarre ispirazione da essa per sviluppare reti informatiche sempre più avanzate.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.oggiscienza.it
www.journals.plos.org
onlinelibrary.wiley.com
www.fastweb.it
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Quando l’empatia (e un paio di scarpe) salverà il mondo…

[dropcap3]S[/dropcap3]e provate una forte curiosità verso gli estranei e parlate spesso con chi vi è seduto vicino sul bus o mentre siete in fila allo sportello delle Poste, allora è probabile che voi siate persone altamente empatiche.

Ogni essere umano è, per natura, empatico, in grado, cioè, di percepire e riconoscere gli stati d’animo altrui, ponendosi nelle condizioni di quella persona. Tale capacità compare dai 14 mesi di vita per crescere e migliorare negli anni successivi, e consente di capire le emozioni nelle persone che ci circondano, siano queste espresse attraverso il volto o anche dalle poche parole di una frase.
Ci sono poi persone più empatiche di altre, facilmente riconoscibili poiché sono pazienti ascoltatori e non hanno remore nell’esplicitare i propri sentimenti, condizioni essenziali per creare un forte legame empatico.
Tali individui, mossi da un sano interesse di conoscenza, sono in grado più di altri di mettere in pratica esperienze reali e concrete di empatia, vestendo i panni dello sconosciuto.
Di là da questi casi “estremi”, la caratteristica unica e pregevole di ogni persona con uno sviluppato senso empatico è proprio quella di avvicinarsi anche a coloro che non fanno parte del suo contesto abituale, per scoprire ed esplorare situazioni di vita, opinioni e modi di pensare differenti, con un arricchimento di vissuto ed esperienza che farebbe invidia a qualunque social network.
Ma proprio la società dei media e la pressante diffusione telematica rischiano di inibire la naturale propensione all’empatia dell’essere umano fin dall’infanzia, proprio in ragione della pericolosa promiscuità che per loro tramite si instaura tra il mondo infantile e quello degli adulti.
Al bambino non si dà tempo di capire le proprie emozioni, né tantomeno di percepire quelle altrui, e ciò si traduce per lui nell’incapacità di ricreare o costruire relazioni uniche, mentre l’adulto è immerso in un contesto di indifferenza e di estremo narcisismo.
Com’è stato dimostrato da recenti ricerche compiute negli Stati Uniti quello che sta accadendo è un progressivo sgretolarsi delle capacità empatiche, e quindi dell’apertura delle persone verso realtà differenti, con risultati negativi anche sul piano sociale.
Per questo un gruppo di artisti, intellettuali e scrittori, guidati da Roman Krznaric, tra i più eminenti filosofi viventi della Gran Bretagna, e fiduciosi nell’empatia come difesa contro il degrado sociale, ha sviluppato un progetto unico: l’Empathy Museum. Sì, proprio il museo dell’empatia, inaugurato il 4 settembre a Londra, ai Riverside Gardens di Vauxhall. Concepito come serie di installazioni ispirate a vari temi, molte di queste, dopo un periodo di esposizione sulle rive del Tamigi, diventeranno itineranti intraprendendo un lungo viaggio che le porterà in altre città della Gran Bretagna per giungere, infine, a Perth, in Australia.
Non solo, è stata resa disponibile anche una libreria digitale, completa di film e libri selezionati per allenare ognuno di noi al risveglio del proprio stato empatico ormai assopito, e fruibile sul sito ufficiale dell’Empathy Museum.
La prima installazione interattiva, conclusa il 27 settembre scorso, è stata chiamata “A mile in my shoes”: un’esposizione di scarpe appartenenti ad altre persone. Il visitatore poteva scegliere il paio che più lo incuriosiva e, dopo averlo indossato, dedicarsi a una passeggiata lungo le rive del Tamigi mentre dalle cuffie appoggiate sulle orecchie poteva ascoltare la storia del proprietario delle scarpe. Ogni calzatura diveniva così la potente testimone di esperienze intense di dolore, speranza o coraggio che aveva coinvolto il suo possessore (rifugiato, contadino o prostituta che fosse).
E l’idea di questa prima installazione è stata proprio di Roman Krznaric, che si è ispirato a una frase tratta dal libro “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, quando l’avvocato Atticus Finch dice a sua figlia: «Non puoi davvero capire un’altra persona fino a quando non consideri le cose dal suo punto di vista, fino a quando non entri nella sua pelle e non ci cammini dentro».
Basterà un recupero dell’empatia se non a salvare, almeno a contribuire a rendere migliore il mondo? Di certo la risposta è sì. Come già cerca di fare il Parents Circle, un forum di famiglie israeliane e palestinesi in lutto per la perdita dei propri figli uccisi dalla guerra che insanguina i due popoli e che, incontrandosi, cercano di promuovere la pace e favorire un accordo. Perché sforzandosi di andare oltre il proprio punto di vista individuale, e addirittura ascoltando coloro che si considerano nemici, già si può compiere un piccolo miracolo!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.huffingtonpost.it
www.wired.it
sociale.corriere.it
www.lastampa.it
rpd.unibo.it
[/boxed_content]
 
 
 
 

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Clinika Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Clinika e il rispetto della legge 125 del 6 agosto 2015

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Ecco come Clinika consente di monitorare i criteri di appropriatezza prescrittiva e rispettare la legge 125 del 6 agosto 2015

Con la legge 125 del 6 agosto scorso il Ministero della Salute ha introdotto un articolo (il 9 quater) relativo alla riduzione delle prestazioni inappropriate. L’articolo mira a ridurre il fenomeno dell’eccesso di prescrizioni che ogni anno, secondo le cifre diffuse dal Ministero della Salute, costa al sistema sanitario nazionale circa 13 miliardi (fonte: www.sanita24.ilsole24ore.com).
La legge instaura un dispositivo di controllo per il quale i medici prescrittori dovranno motivare eventuali prescrizioni non conformi alle indicazioni previste dal decreto ministeriale e, nel caso di mancata risposta o giustificazioni non esaustive, si vedranno applicata una riduzione del trattamento economico accessorio da parte del Servizio sanitario nazionale. Ma la legge ipotizza anche che la mancata adozione da parte dell’ente dei provvedimenti nei confronti del medico prescrittore comporti una responsabilità del direttore generale, responsabilità che sarà valutata nella verifica del raggiungimento degli obiettivi assegnati al direttore da parte della Regione.
Un doppio livello di responsabilità quindi che spinge i medici prescrittori ad attenersi alle disposizioni regionali e i direttori generali a controllarne l’operato. In questo nuovo scenario si inserisce Clinika, che nasce proprio per aiutare medici e dirigenti sanitari a rispettare le nuove disposizioni di legge.
Il sistema permette di misurare, in modo metodico e automatico, il livello di aderenza delle prescrizioni di esami di specialistica ambulatoriale e diagnostica strumentale e può essere configurato per operare in una doppia modalità: con verifica ex-post o con verifica ex-ante.
Questo significa che Clinika può, nel primo caso, acquisire le prescrizioni effettuate in un dato periodo di tempo e valutarne l’appropriatezza rispetto ai protocolli; nel secondo caso invece opera in real-time sulla singola prescrizione, producendo immediatamente la valutazione dell’appropriatezza rispetto al rispettivo protocollo.
In altri termini il sistema può essere impostato come strumento di supervisione e controllo dell’operato dei medici prescrittori ma anche come sistema di supporto a questi ultimi, che potranno valutare in modo immediato l’aderenza ai protocolli ministeriali delle prescrizioni che stanno rilasciando e procedere di conseguenza.
Clinika opera attraverso l’analisi semantica del contenuto di un testo clinico non strutturato. Il sistema è in grado di riconoscere e identificare, all’interno di un quesito diagnostico (ad esempio), parti del corpo, patologie, sintomi, procedure e farmaci, associandoli ai concetti definiti nella propria ontologia di riferimento, un’ontologia multilingue con una base di conoscenza estremamente ampia, composta da oltre 2 milioni di concetti medico-scientifici.
Grazie a questo processo Clinika riesce a riconoscere, annotare e incrociare le informazioni presenti all’interno del testo clinico con i protocolli previsti e quindi informare il dirigente, il medico prescrittore oppure entrambi, circa l’appropriatezza delle prescrizioni rilasciate.
E proprio per questa sua capacità di interpretare i testi non strutturati e di misurare in modo automatico l’appropriatezza prescrittiva, riesce ad essere di grande aiuto sia ai medici prescrittori, sia ai manager che si occupano di governance aziendale.
Una soluzione che non solo facilita il rispetto delle nuove nome di settore ma si propone come vero e proprio strumento a supporto della governance generale di una struttura sanitaria od ospedaliera.
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Alcune delle aziende sanitarie che hanno scelto Clinika:
ASL Reggio Emilia
ASL Modena
ASL Parma
ASL Verona
ASL Piacenza
ASL Ferrara


“Il sistema permette di misurare, in modo metodico e automatico, il livello di aderenza delle prescrizioni di esami di specialistica ambulatoriale e diagnostica strumentale e può essere configurato per operare in una doppia modalità: con verifica ex-post o con verifica ex-ante”.
[/boxed_content] [impact_text include_button=”yes” button_style=”standard” title=”Clicca qui” href=”http://clinika.mapsgroup.it/wp-content/uploads/sites/6/2015/10/comunicato_stampa_clinika.pdf” color=”accent” target=”_self” position=”cta_align_right” alt_background=”alt-one” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Scarica il comunicato ufficiale Clinika
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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Pitagora: dalla marea dei Dati "sommersi" ai Teoremi dei laghi.

[dropcap3]P[/dropcap3]itagora, celebre filosofo e matematico greco, ha influenzato profondamente con il suo genio l’evoluzione dell’approccio scientifico di tutta la cultura occidentale, nel riconoscere alla matematica un ruolo cruciale per la descrizione del mondo.
Non a caso è proprio il suo il nome scelto da chi i big data li porta in superficie – è il caso di dirlo – anche dal profondo delle acque dei laghi.
Con “Pitagora” è stato infatti battezzato il nuovo progetto di monitoraggio, in tempo reale, delle acque del Lago D’Orta e del Lago Maggiore, finanziato dalla Regione Piemonte.
In sintesi, si tratta di una piattaforma tecnologica creata per la raccolta di dati chimici, biologici e meteo-idrologici, allo scopo di generare e acquisire nuove e preziose informazioni da condividere con la comunità scientifica e da ridistribuire, opportunamente rielaborate, ai cittadini.
E vista la vocazione dell’ambizioso progetto, crediamo che l’illustre matematico sarebbe stato onorato, di dedicargli il proprio nome.
Ci piace anzi immaginare che, se Pitagora fosse entrato in contatto con l’era digitale e i suoi innumerevoli prodotti virtuali, i big data, avrebbe innescato un’appassionata attività di ricerca e di studio, mirata ad escogitare un complesso di teoremi in grado di disciplinare questi stessi dati in modo da permetterne l’utilizzo.

L’utilità dei Big Data per la preservazione ambientale delle acque dolci non è del resto sfuggita nemmeno oltreoceano, come ci riporta questo articolo: nello stato di New York, un analogo sistema monitora in real time la situazione delle acque del lago George, in un progetto che vede la collaborazione di Ibm Research.
Quello dei laghi è infatti un ecosistema complesso e dinamico, dove si interseca una fitta rete di relazioni tra gli organismi animali e vegetali presenti, così come con l’ambiente circostante.
Tornando in “casa nostra”, in particolare al territorio specifico del lago D’Orta nel quale si è sviluppato il progetto Pitagora, tutto italiano, questo è stato segnato da una storia ambientale piuttosto tormentata, tanto da rendere necessario un intervento che fosse davvero risolutivo.
In un recente passato, infatti, un inquinamento di origine industriale particolarmente invasivo ha compromesso la qualità delle sue acque, rendendo necessaria un’azione di risanamento che ha incluso un intervento di liming (ovvero l’aggiunta di carbonato di calcio alle acque per neutralizzarne l’acidità).
In questo contesto, la piattaforma Pitagora offre un insostituibile sistema di misurazione ed acquisizione, prima, e di trasmissione ed utilizzo, poi, dei dati, utile al costante controllo della qualità ambientale lacustre.

Il processo include boe e sensori ad energia rinnovabile, che eseguono le misurazioni ed acquisiscono dati relativi a numerosi elementi, come l’innalzamento e l’abbassamento del livello delle acque, la loro acidità, l’influenza delle precipitazioni e molti altri, rendendoli fruibili per le analisi degli esperti ambientali.
Il volume di dati raccolti dalla piattaforma è un insieme di Big & Fast Data: oltre a costituire un patrimonio di preziose informazioni da utilizzare a scopo preventivo e gestionale, offrono un quadro, aggiornato in tempo reale, dello stato delle acque.
Una volta elaborati, i dati sono poi diffusi attraverso applicazioni mobili rivolte sia alla cittadinanza, agli amministratori e ai turisti a scopo informativo – anche nell’ottica della diffusione sempre maggiore di una sensibilità ecologica e ambientale – che a operatori del settore.
Così ‘Pitagora’, canale di raccolta, validazione e fruibilità di Big Data, riesce a disciplinare l’equazione complessa dei laghi in una forma sapiente, così come sarebbe piaciuto al filosofo Pitagora, perfetto padrino spirituale del progetto, rendendo il giusto onore al suo nome.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]

www.treccani.it
www.datamanager.it
www.telecomitalia.com
www.progettopitagora.it
www.lifegate.it
[/boxed_content]

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Data Scientist: come "addomesticare" i Big Data

[dropcap3]”E[/dropcap3] da grande cosa farai?”. Quante volte, ancora piccini, ci siamo sentiti rivolgere questa domanda… Se i mestieri più quotati alla fine del secolo scorso potevano essere il calciatore e la ballerina, oggi potrebbero giungere risposte inaspettate.
Quale adulto non si sorprenderebbe se, posta a un bimbo la consueta interrogazione, si sentisse rispondere: “Io voglio fare il Data Scientist!”.
E la scelta non potrebbe essere più oculata, tale da assicurare una brillante carriera lavorativa: il Data Scientist è infatti una tra le professioni destinate a una maggiore espansione nel prossimo futuro.
Non servono competenze particolari per accorgersi di quanto sempre più digitali e Big siano i dati che ci circondano: secondo le ricerche il 90% di essi è stato creato solo negli ultimi due anni e la crescita non conosce soste.
Questa accelerazione del processo di digitalizzazione ha coinvolto tutti i settori dell’industria, che hanno a disposizione enormi quantità di dati, archiviati così come sono stati ricavati. L’esigenza allora è quella di classificarli, trattarli opportunamente, analizzarli e saperne estrarre indicazioni strategiche, tali da orientare e sostenere le scelte dei soggetti economici interessati, in tutti i settori e a qualsiasi livello o dimensione.
Ecco allora che diventa necessaria la figura di un professionista specifico, il Data Scientist appunto, una sorta di addomesticatore di dati, ipertecnologico e più che mai attualizzato aruspice capace di configurare scenari futuri “leggendo” Big Data.
Il noto economista statunitense Hal Varian l’ha definita “la professione più sexy dei prossimi dieci anni”, ovvero secondo il significato inglese la più interessante e accattivante… Certamente la definizione delle caratteristiche di questo nuovo manager è ancora confusa.
Fa riflettere, a tal riguardo, l’analisi di Data Science Central che, su un campione Linkedin, ha enumerato 105 modi diversi di definire professioni legate a “Data Science” o “Analytics”: il più utilizzato è “Data Scientist”, poi “Business Analyst”, “Analyst”, “Data Analyst”, “Statistician”, “Business Intelligence manager” o “Analytics specialist”.
Questo perché il Data Scientist è una figura che riassume in sé molte competenze. Conosce la matematica, la statistica e l’informatica, inoltre possiede creatività e propensione alla comunicazione, ovvero al saper efficacemente trasmettere gli esiti della propria riflessione sui dati raccolti e analizzati.
E se non è ancora perfettamente a fuoco il profilo del Data Scientist, immaturo appare anche il mercato che dovrebbe servirsene. In effetti, se USA e Regno Unito hanno avviato da anni percorsi di formazione per questa figura, in Italia da poco si avverte il bisogno di impiegare personale specializzato nell’utilizzo dei Big Data come supporto alla determinazione delle strategie aziendali.
Nello scenario attuale inoltre la domanda di questa professionalità supera la disponibilità di risorse umane adeguatamente formate e anche il numero di aziende organizzate per sfruttare le opportunità offerte dai Big Data è passibile di un forte potenziamento nel futuro.
Per questo, se mai sentirete vostro figlio o vostra figlia esprimere il desiderio di diventare Data Scientist, incentivate senza indugi questa loro scelta.
Potrebbero diventare un eroico Teseo o una determinata Arianna che, con intelligenza e preparazione, affrontano il vasto e intricato labirinto dei Big Data, trovando, dopo aver riportato a più miti consigli tali temibili “creature digitali”, la giusta direzione per aiutare gli operatori economici a districarsi all’interno della crescente complessità globale.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– Wired.it
– Ilsole24ore.com
– Corrierecomunicazioni.it
– Rainews.it
– Technopolismagazine.it
– Panorama.it
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Performance da 10 e lode!

C’era una volta il west nei sette mari: quando due semplici chele generano performance spettacolari.

[dropcap3]C'[/dropcap3] è uno strano personaggio che si muove in un insospettabile far west in cui compie gesta degne di nota: è il Gambero Pistolero! A volte, infatti le performance più spettacolari avvengono infatti all’insaputa di tutti, come nel caso di questo strano animaletto che però non si sporca nella polvere che copre le cittadine di lande deserte, attraversate da cespugli sibilanti e sospinti dal vento… i suoi duelli, infatti, si consumano sul fondo dei mari.
Sì, proprio così! Si tratta di un piccolo crostaceo lungo circa 5 centimetri, di colore rosso, bianco e crema, con tante colorazioni da renderne difficile la classificazione per la difficoltà a distinguere la specie.Dal Mar Mediterraneo ai Tropici, non solo è conosciuto come l’animale più rumoroso dei fondali marini, ma è dotato di chele multi-funzione.
Vediamo perché: una delle sue chele, più sviluppata dell’altra, ha curiose tenaglie a forma di canna di pistola con tanto di grilletto.
Armato della sua potente chela, il piccolo gambero si nasconde per cacciare e, quando la sua disgraziata preda – granchio o pesciolino che sia – si avvicina, ecco che sbuca all’improvviso e “spara” potenti e assordanti bolle d’acqua, veri e propri proiettili in grado di tramortire e uccidere il malcapitato, che viene poi portato nella tana e mangiato.
Ma come fa questo animaletto a produrre schioccanti bolle d’acqua?
La sua tecnica di caccia sfrutta il fenomeno fisico della “cavitazione”. La chela infatti, chiudendosi di scatto e rapidamente, produce un violento spruzzo, alla velocità di circa 100 Km/h, contenente minuscole bolle (cavità) di vapore caldissimo.
È proprio quando le bolle implodono che si propaga un’onda d’urto ad alta pressione sonora (circa 80 kilopascal a 4 cm di distanza dalla chela), tale da produrre lo stupefacente rumore. Superiore a 200 dB, il rumore – che un orecchio umano può sentire perfino sott’acqua – è davvero sorprendente, se si pensa che un razzo al decollo ne produce 180.
Ma non è l’unica sorpresa che ci riserva questo prodigioso gamberetto: possiede anche l’invidiabile capacità di ricostruirsi la chela-pistola, nel caso dovesse perderla, modificando e accrescendo quella più piccola.
Inoltre, con la medesima grande chela è capace di scavare tane profonde quasi un metro, tra la roccia e nel fondo sabbioso. Continuamente allargata dallo scavo di altre gallerie, la sua tana è mantenuta pulita e in efficienza dalla costante ricerca di materiale e detriti con i quali il Gambero Pistolero ne rinforza le pareti.
E proprio la sua tana fa sì che questo gambero non sia il classico pistolero dalla vita solitaria. Infatti, privo di una buona vista e per questo facile vittima di predatori, il crostaceo più veloce del west marino stabilisce una sorta di scambio con il ghiozzo, un pesce che invece ha vista acuta, ma è incapace di scavare tane sicure. Così, mentre il gambero pistolero costruisce e mantiene la tana che ospita entrambi, il ghiozzo fa la guardia, avvisando se si avvicinano predatori.
Una coppia degna di sfidare il leggendario giustiziere Tex Willer e il suo compagno Kit Carson.
Chi, tra il gambero e Tex sparerà il proiettile più veloce (e rumoroso)?
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– It.notizie.yahoo.com
– Focus.it
– Youtube.com/watch?t=31&v=eKPrGxB1Kzc
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Si sta come d’autunno, sulle foglie, i colori…

[dropcap3]C[/dropcap3]hissà se Pantone Inc., l’azienda statunitense che si occupa della produzione e della catalogazione dei colori utilizzati nel mondo della grafica, contempla nel suo vasto catalogo tutta la gamma di tinte e sfumature con le quali si veste una foglia nel periodo autunnale, ancora abbracciata ai rami o già caduta alla base del tronco.
Senz’altro uno di questi colori potrebbe essere il MARSALA (Pantone 18-1438): scelto dalla Pantone Inc. come rappresentativo del 2015 (ne propone uno ogni anno dal 2000…), è perfetto per descrivere l’autunno macchiato di caldi colori e per introdurci alla nuova vita segreta che attende le foglie cadute…
Il fascino del manto assunto dalla vegetazione durante l’autunno stupisce chiunque lo osservi, persino uomini di scienza come David Lee, professore dell’università della Florida, che si occupa fin dal 1973 dei cambiamenti di colore associati alla presenza di vari pigmenti durante l’intero ciclo vitale delle foglie. Sua è l’affermazione «Il colore di una foglia è sottrattivo, come i colori dei pastelli sulla carta».
Durante la stagione della crescita, infatti, le foglie sono ricche di clorofilla che cattura l’energia del sole per tramutarla in nutrimento conferendo loro il tipico colore verde. E fin qui nulla di nuovo. Ma se approfondiamo ora l’argomento da un punto di vista scientifico, le cose si fanno più interessanti.
Forse non tutti sanno che la clorofilla è solo uno dei pigmenti responsabili della colorazione delle foglie, mentre gli altri riescono a emergere solo in autunno quando l’attività biologica della pianta subisce la mancanza d’irradiazione solare, l’assorbimento di acqua attraverso le radici diminuisce e le foglie si avvicinano al termine del loro ciclo vitale.
Ecco quindi che alla base del picciolo di ogni foglia inizia a formarsi lo strato di abscissione, una barriera che impedisce il rifornimento di acqua e nutrienti.
La clorofilla comincia allora a degradarsi e solo in questa fase divengono evidenti le molecole di carotenoidi (pigmenti chimici presenti ad esempio nelle carote o nel mais) che conferiscono i tipici colori giallo-bruni autunnali, e poi ancora le tinte rosso e porpora, che dipendono però da un diverso gruppo di pigmenti, gli antociani (dal greco anthos=fiore e kyàneos=blu).
Quando le foglie sono completamente rinsecchite, si formano i colori autunnali più grigi, e, quando infine i pigmenti superstiti si associano in un reticolo confuso e lo strato di abscissione alla base del picciolo diviene completo, la foglia si stacca.
Una morte inutile, dunque? Non è proprio così.
Liberandosi delle foglie, infatti, gli alberi e gli arbusti mettono in una posizione di vantaggio in previsione della stagione più fredda. Offrono minore ostacolo all’azione del vento (riducendo quindi le possibilità di sradicamento), e smaltiscono le sostanze inutili o tossiche accumulate nella chioma. Rami e radici, inoltre, traslocano nel fusto gli amidi e le sostanze minerali conservati nella chioma (soprattutto il carbonio e l’azoto), che andranno così a costituire le importanti riserve invernali di cibo. In questo modo esemplare la natura ci insegna l’arte del recupero basata su una trasformazione ciclica.
I nostri sistemi industriali, al contrario, sono lineari: assimilano le risorse e le trasformano in prodotti (e rifiuti) da vendere ai consumatori, che si sbarazzeranno poi di ulteriori rifiuti. Ecco perché i modelli sostenibili di produzione e consumo, a imitazione di quanto avviene in natura, dovrebbero essere ciclici.
Le foglie cadute, sotto forma di sostanza organica morta, riservano infine un’ultima sorpresa, consentendo il ritorno al suolo di altri, preziosi nutrienti. Con la decomposizione, infatti, i legami chimici formatisi nel corso della costruzione dei tessuti vegetali si spezzano, rilasciando energia e materiale inorganico. Batteri, funghi, acari, lombrichi fanno parte della gran varietà di organismi che sminuzzano il detrito vegetale, lo ingeriscono e ne degradando la struttura chimica e fisica originaria per poi espellerlo come sostanza inorganica.
Proprio questa andrà ad arricchire il suolo di nutrienti che, assorbiti dalle radici, saranno assimilati dai nuovi tessuti vegetali in crescita: la magica e operosa silenziosità dell’autunno.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Elementi di ecologia. Di Thomas M. Smith, Robert L. Smith. Pearson edizioni.
– Verso una prospettiva eco-centrica: ecologia profonda e pensiero a rete. Di Matteo Andreozzi, Hoepli.
Nathionalgeographic.it
Focus.it
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Big Data & C.

Sono solo canzonette…e Big Data.

[dropcap3]”S[/dropcap3]ono solo canzonette” cantava Edoardo Bennato…
Erano gli anni ’80 del secolo scorso, procacciatori di talenti delle case discografiche frequentavano sperduti locali, andavano ai concerti di band sconosciute e ascoltavano ore di registrazioni amatoriali per individuare, grazie a istinto ed esperienza, la futura stella del firmamento discografico. E oggi?
L’industria discografica sta affrontando una crisi epocale, deve vedersela con lo streaming e un modello di business da correggere: la musica è divenuta digitale e il digitale è sinonimo di Social Media.
Basti pensare come, già nel 2012 secondo Next Big Sound, le interazioni generate da cinque artisti come Bruno Mars, Justin Bieber, Katy Perry, One Direction e PSY ammontavano, in una sola settimana, a 110 milioni di visualizzazioni su YouTube, 2 milioni di ricerche su Wikipedia e 1.5 milioni di like su Facebook.
Solo nel 2013 più di un miliardo di tweet hanno riguardato la musica e, tra questi, 100 milioni di tweet sono stati inviati solo dagli account di cantanti e musicisti.
Ecco allora che l’analisi costante delle interazioni sui social è diventata fondamentale per la raccolta di dati che aiutino gli operatori del settore a capire e a orientare il mercato.
Diverse aziende, come ad esempio la Universal Music, hanno quindi sviluppato, in collaborazione con società specializzate nei Big Data, sofisticati software allo scopo di creare un predictive profiling del fan musicale, non solo per comprenderne personalità e gusti ma, soprattutto, per studiarne le affinità con prodotti di largo consumo allo scopo di scegliere, tra gli artisti, quello più amato e utilizzarlo come testimonial in operazioni di marketing.
Anche Shazam è un’altra fonte ricca di dati, contenendo 25 milioni di tracce che creano interazioni tra più di 450 milioni di persone a livello globale. Di queste circa 90 milioni ogni mese taggano 17 milioni di canzoni, generando oltre il 7% delle vendite di Apple Music. E grazie a questo immenso bacino di informazioni, gli analisti di Big Data sono in grado di capire, con mesi di anticipo sul mercato, quali canzoni funzioneranno e quali no, quali saranno i prossimi successi e persino dove si diffonderanno.
Se una canzone piace, gli algoritmi prediranno che la prossima hit potrebbe essere una canzone simile, con un rischio implicito, certo: la musica, seguendo questo “ritmo”, rischia sempre più di assomigliarsi tutta. 
In base ai risultati di un recente studio fatto dal sito SeatSmart, i testi delle canzoni americane di maggior successo degli ultimi dieci anni appaiono infatti semplici e ripetitivi, utilizzando un lessico di sole 300 parole, a livello di un bambino di terza elementare, per intenderci.
E tuttavia, per ora, questo dato sembra importare poco, poiché nel mondo della musica la domanda che assilla i discografici è unica: quale sarà la prossima canzone che la gente vorrà ascoltare?
Così, oltre a Twitter e Shazam, anche Spotify, Pandora e perfino le ricerche su Wikipedia divengono proficue fonti di Big Data “musicali” per riuscire a individuare chi sarà la nuova, brillante stella internazionale e cosa dovrà cantare.
Ma… c’è sempre un ma. Anche se i Big Data sono una risorsa nella crisi del mercato discografico, la qualità delle canzoni e la raffinatezza degli artisti non sono (ancora) misurabili con formule matematiche.
Gli algoritmi, infatti, ottimizzano l’esistente e non lasciano spazio a variabili fuori controllo, mentre l’opera d’arte è per sua natura impalpabile, non misurabile e soprattutto non prevedibile.
E siamo quindi certi che, anche nell’universo ordinato dei Big Data, ciascuna nota all’apparenza impazzita, magari in un sound “incontenibile” riuscirà ancora ad incrinare l’inflessibilità delle statistiche, nella sonorità di un talento imprevedibile.
Almeno fino al prossimo algoritmo!
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Ricordando Italo Calvino. Tra la fiamma e il cristallo.

[dropcap3]I[/dropcap3]l 19 settembre del 1985, a 62 anni, Italo Calvino spense la sua luce, che continua ancora oggi a illuminarci.
A poca distanza dalla celebrazione dei trent’anni dalla sua scomparsa non potevamo dunque non ricordarlo, riconoscenti per i tanti capolavori che ci ha consegnato e per le capacità anticipatorie che hanno costantemente accompagnato le sue opere.
Tanto che i suoi testi e le sue “lezioni” ci mostrano ogni giorno di più un modo di concepire il mondo lucido e visionario insieme, capace di ricondurre il pensiero letterario e quello scientifico a un unico sistema di valori e relazioni.
E in parte era “scritto”: figlio di un agronomo e di una botanica, Calvino ha ereditato dai genitori la vocazione scientifica, di cui ha mantenuto il rigore del linguaggio e l’onestà intellettuale, applicandola nella sua vita di letterato alla più nobile tradizione umanistica dell’Occidente.
Intellettuale unico e per certi versi irripetibile del panorama culturale italiano, insieme a Pasolini e Sciascia, Calvino resta un maestro del Novecento per lucidità e rigore, un faro sempre acceso per chi si occupi di letteratura, scienza e comunicazione.
L’orizzonte culturale da lui esplorato è vasto e multiforme, e l’eredità lasciata alle nostre e future generazioni è proprio il suo sguardo originale e innovativo, che abbraccia la poesia e la tecnologia, la filosofia e la scienza, in una sintesi ardita e affascinante, che ha anticipato sui tempi lo sviluppo del pensiero contemporaneo.
L’attualità di Calvino consiste proprio in questa capacità di contaminazione, di molteplicità dello sguardo, di visione stratificata, che rende il mondo – e l’uomo che lo abita – un universo sempre più misterioso, oltre ogni scoperta ed evidenza.
Ecco perché “leggerezza”, “rapidità”, “esattezza”, “visibilità” e “molteplicità” – i memos delle sue memorabili “Lezioni Americane” – rappresentano ancora oggi un modo di analizzare e, perché no, condizionare il futuro, in quanto modalità d’azione perfettamente adatte a connettere esperienze tra di loro all’apparenza inconciliabili.
Non è un caso se l’ultimo concetto solo abbozzato prima di morire, quello della “coerenza”, avesse in origine il titolo openness, intesa come apertura, qualità necessaria a qualsiasi forma di relazione, tra uomo e uomo e tra uomo e mondo.
Il suo incommensurabile dono, di cui siamo tutti grati, è dunque questa rinnovata prospettiva, eterna per natura e potenzialmente rivelatrice del nostro destino: la capacità di mettere insieme ciò che non sembra destinato ad esserlo, come il “cristallo” e la “fiamma”, l’uno algido, perfetto e immutabile, l’altra mobile e scostante, impetuosa tanto da bruciare se stessa.
Come Calvino stesso ci ricorda nel capitolo dedicato all’esattezza: “Quel che mi interessa ora è la giustapposizione di queste due figure (…). Cristallo e fiamma, due forme di bellezza perfetta da cui lo sguardo non sa staccarsi, due modi di crescita nel tempo, di spesa della materia circostante, due simboli morali, due assoluti, due categorie per classificare fatti e idee e stili e sentimenti”.
Cosa possiamo aggiungere?
Lieve fino ad essere invisibile, ma vivido di una luce imperitura, Calvino continua a risistemare le pietre del ponte, affinché l’arco che lo sostiene regga nel tempo.
 
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Italo Calvino, Lezioni Americane. Sei proposte per il nuovo millenio. Milano, 1993.
– Ritratto di Italo Calvino a cura di Gerardo Lunatici.
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Big Data & C. Chi trova un dato trova un tesoro

Stasera cinema o televisione? Rispondono i Big Data!

[dropcap3]Q[/dropcap3]Quanti di voi sono andati al cinema per vedere ‘The Lone Ranger’?
Indubbiamente pochi, trattandosi di uno dei più recenti insuccessi dell’attuale industria cinematografica statunitense: costato 215 milioni di dollari ne ha incassati ‘solo’ 261, nonostante la presenza di una star protagonista del calibro di Johnny Deep e la regia di Gore Verbinski.
L’equazione insegna che grandi investimenti e attori celeberrimi non innescano più in automatico la soddisfazione del pubblico, sempre più esigente in fatto di narrazioni tanto avvincenti da appagarlo al punto che il costo del biglietto diventa un regalo concesso a se stesso.
Ecco allora che anche le major cinematografiche della dorata Hollywood hanno bisogno del supporto dei Big Data: carte di credito, fidelity card, siti web, pagine e profili sui social network ricompongo il puzzle dei gusti e delle preferenze dell’utente, ricostruiti attraverso la sentiment analysis.
L’ascolto mirato e scientifico, attuato in tempo reale, dei pensieri e delle reazioni degli utenti davanti a un qualsiasi genere di evento, oltre che la rielaborazione di questi stessi input, consente l’accesso ad una miniera d’oro in termini di informazioni utili.
Secondo un modello appositamente redatto, sembrano essere ben dodici i fattori che le case di produzione dovrebbero tenere d’occhio per prevedere il successo o meno di un lungometraggio, suddivisibili a loro volta in due macro-aree di variabili: quelle dipendenti dalla produzione, quali il paese d’origine, il genere, il regista e gli attori, e, ancora, i numeri della distribuzione e della stagionalità, e quelle invece dipendenti  da fattori esterni, come ad esempio la presenza o meno di competitor, le previsioni sul numero degli spettatori possibilmente interessati etc.
Certamente occorre considerare anche l’opinione della stampa e dei critici, ma – se la sentiment analysis è compilataopportunamente – è possibile stimare in anticipo (e con una certa precisione) il futuro gradimento di pubblico di un determinato film, riuscendo a prevedere  il numero di biglietti venduti ancor prima che lo stesso entri in produzione.
Il medesimo approccio è applicabile anche nell’ambito dell’intrattenimento televisivo: Netflix, il popolare servizio statunitense di streming video approdato anche in Italia, ha deciso di sfruttare la grande mole di dati raccolti dai propri abbonati fino al minimo dettaglio, tenendo conto ad esempio di quali scene invece sono viste più volte rispetto ad altre. L’opportunità offerta da questo tipo di analisi non è stata sterile, tant’è che ha portato Netflix alla produzione di contenuti davvero originali, con la creazione di serie TV di successo come “House of Cards” e “Orange is the new black”, osannate dalla critica e pluripremiate.
Ma non è tutto un Dato quello che luccica! Esemplare e in controtendenza vanno infatti gli Amazon Studios, la più grande libreria virtuale sul mercato che ha iniziato a cimentarsi con la produzione d’intrattenimento televisivo, non senza difficoltà.
Dopo una serie di insuccessi iniziali, Amazon ha intascato diversi riconoscimenti durante l’ultima cerimonia dei Golden Globes per la produzione originale “Transparent”. Cosa è cambiato?
Se le scelte del reparto creativo erano determinate inizialmente dai Big Data, con il risultato di una serie iniziale di fallimenti, è arrivata la decisione di affiancare a tali pratiche i migliori sceneggiatori di Hollywood, capaci di miscelare una buona dose di elementi di successo fino alla serie da Golden Globe.
Nessuna illusione dunque, in materia di creatività e contenuti: i Big Data sono preziosi, a volte indispensabili, ma hanno bisogno di “sentimenti” e non solo di sentiment, sapientemente dosati dall’estro e dalla genialità degli autori, ancora fattori al di fuori del controllo delle analisi statistiche e dunque irrinunciabili. Così da vivere tutti felici e contenti, numeri, parole e… pellicole!
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