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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Performance rigenerativa: come la piccola Salamandra sfida i Supereroi!

[dropcap3]A[/dropcap3] chi piacerebbe non ammalarsi mai o, nel caso di una ferita, assistere alla sua velocissima guarigione, come accade per alcuni personaggi immaginari, in particolare ai Super Eroi?
Tra le prerogative che hanno a disposizione – beati loro – spesso infatti c’è il potere di auto-cura, in alcuni casi innato e altre volte originato da un provvidenziale incidente di percorso, che ad esempio ne modifica il DNA.
Basti pensare a Hulk, la montagna di muscoli dalla pelle verde capace di rigenerare qualsiasi organo del corpo, o ancora all’invulnerabilità di Superman, l’eroe dal celebre mantello rosso.
Ma se questi Super Eroi si illudono di avere l’esclusiva di tali “magiche” abilità si sbagliano di grosso: qualcun altro – assai più mingherlino e molto meno esibizionista – la sa lunga in materia di rigenerazione dei tessuti.
Stiamo parlando di una specie particolare di salamandra, l’axolotl, chiamata anche assolotto, che vive nelle acque del lago di Xochimilco, vicino a Città del Messico.
In questa mirabolante creatura convivono due diverse “sindromi”: quella del Super Eroe, appunto, ma anche quella di Peter Pan. Basti pensare che si mantiene per tutta la vita a uno stadio larvale, raggiungendo la maturità sessuale senza mai completare la metamorfosi e conquistare i tratti tipici dell’adulto.
Questa sua peculiarità, chiamata “neotenia”, consente all’assolotto di mantenere i propri ciuffi branchiali che, simili a capelli arruffati, gli conferiscono un aspetto molto buffo e nell’insieme poco credibile.
Ma in questo caso l’apparenza inganna davvero: gli assolotti possono superare i 15 anni di vita, che trascorrono nella calma placida delle acque del lago, nutrendosi di tutto ciò che il lago Xochimilco e il suo complesso sistema di canali gli fa trovare ogni giorno senza fatica pronto “in tavola”: vermi, molluschi, crostacei etc.
Questi bizzarri animaletti sembrano dunque aver poco a che fare con la possanza e il coraggio dei Super Eroi descritti sopra, eppure qualcosa li accomuna: prosperano da ben 150 anni nei laboratori di ricerca di tutto il mondo dove, utilizzati inizialmente per una serie di studi sulle loro peculiarità anatomiche e la loro rara capacità di metamorfosi, sono impiegati ora per la ricerca sulle cellule staminali e la rinascita di arti e tessuti. Temi più che mai attuali… quasi di vita o di morte, potremmo dire, per chi è in attesa di buone notizie dal fronte di tante patologie devastanti.
Le più recenti scoperte hanno infatti dimostrato le notevolissime capacità rigenerative di questa speciale salamandra rispetto sia ai propri arti che ad alcuni dei suoi organi vitali, rappresentando quindi un utile modello per comprendere i meccanismi di rigenerazione che, negli esseri umani, non si manifestano più dopo il loro sviluppo fetale.
Gli studi si stanno concentrando sul caratteristico accumulo di cellule “invecchiate” (o senescenti) proprio nella zona dove deve rigenerarsi l’arto.
Tali cellule, infatti, prima creano e poi diffondono verso l’esterno numerose molecole che favoriscono la produzione di nuovi vasi sanguigni. Non solo. La stessa sorte si diffonde ai nervi e alla cosiddetta matrice extracellulare, una specie di “base” solida sulla quale le cellule possono ancorarsi e infine crescere.
E non è finita qui: una volta adempiuto il proprio eroico compito di avviare il processo di rigenerazione, le cellule senescenti sono letteralmente digerite da altre cellule “spazzino”, dette macrofagi, così da lasciare il posto a cellule giovani e capaci di riprodursi.
L’indole fugace dei Super Eroi del nostro immaginario cede così il passo alla meraviglia autentica quanto microcosmica della piccola, stramba salamandra, che restituisce dignità all’ordine naturale delle cose senza farla tanto lunga e soprattutto senza mantelli di sorta!
Che altro dire? Bravo il nostro axolotl, che di lotte estenuanti con malvagi criminali non ne vuole proprio sapere, ma preferisce nuotare nelle acque profonde del suo lago, mentre sgranocchia, ogni tanto, qualche ignaro mollusco.
Campa assolotto, che l’arto ricresce!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
Nationalgeographic.it
– Yun MH, Davaapil H, Brockes JP. Recurrent turnover of senescent cells during regeneration of a complex structure. Elife. 2015 May 5;4.
– Reiß C, Olsson L, Hoßfeld U. The history of the oldest self-sustaining laboratory animal: 150 years of axolotl research. J Exp Zool B Mol Dev Evol. 2015 Apr 29
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Il Rizoma come web-metafora multimediale

[dropcap3]N[/dropcap3] on è semplice riuscire a descrivere pienamente – o, come direbbe Italo Calvino – rendere visibili, concetti complessi, che intersecano a loro volta molteplici significati. Il Web e la sua rete pressoché illimitata di connessioni è uno di questi, proprio per il livello di complessità che ha raggiunto.
In questi casi, in cui il senso più preciso di un concetto rischia di sfuggire tra le mani scivolando di qua e di là, la metafora – come una freccia scoccata, rapida e veloce – è una delle modalità espressive che ci viene in soccorso, capace di tracciare una scorciatoia tra noi e il significato cui fa riferimento, illuminandolo in una luce più piena.
Alla Rete, intesa nella sua accezione più ampia di intreccio e produzione di significati multilivello, si connette in maniera sorprendente la metafora del “rizoma”.
Il termine, che non è proprio tra i più conosciuti, proviene dalla botanica: il Rizoma è infatti presente in molte piante erbacee, e si presenta all’apparenza come una radice molto diramata, ma è invece una vera e propria porzione di fusto che si sviluppa sotto il livello del suolo, possiede gemme proprie e funziona da deposito di sostanze nutrienti.
L’aspetto del Rizoma, per la sua ramificazione, connessione ed estensione, esprime una rappresentazione concettuale molto interessante: qualsiasi punto è connesso a ognuno degli altri attraverso un’espansione multidirezionale.
La sua specificità – configurata come potente metafora – è stata così sfruttata proficuamente da più pensatori e filosofi contemporanei.
Jung fu tra i primi ad affermare come la vita gli facesse pensare a una pianta che vive del suo Rizoma: qualcosa che esiste in un contesto nascosto, sotterraneo, capace di perpetuare il flusso vitale senza lasciare che si interrompa, ben oltre i cambiamenti ed il fluire di quanto accade in superficie.
Il medesimo concetto filosofico è il contenuto cardine di un poderoso volume scritto dal filososo Gilles Deleuze e dallo psicanalista Félix Guattari, entrambi francesi. Si tratta di “Mille Piani”*, prodotto editoriale concepito esso stesso su più livelli, in una struttura innovativa e originale dove ogni capitolo può essere letto sia partendo da qualunque altro che procedendo nella lettura in modo tradizionale e sequenziale.
Il concetto stesso di “Rizoma”, che rende visibili tali livelli trasversali di interpretazione, è sostenuto da una linea di pensiero opposta a quella tipica della filosofia tradizionale, definita “arborescente”, che procede in modo gerarchico e lineare, definendo categorie di significato rigide e definite una volta per tutte, secondo un approccio tuttora dominante in molte discipline.
I due studiosi francesi – attraverso i loro studi e le loro riflessioni – riconoscono tuttavia al pensiero veramente creativo e aperto al cambiamento la vera e propria necessità di diventare “rizomatico”, al fine di riverberarsi in maniera potenzialmente vantaggiosa sia per il singolo che per la collettività.
Il Rizoma, infatti, dotato di molteplici centri di partenza, è capace di progredire senza stabilire gerarchie interne, ed è vocato naturalmente a creare una comunicazione produttiva attraverso l’interazione tra due o più punti in qualsiasi direzione.
Come non riferirsi al Web, dunque, in questa serie di coincidenze e sovrapposizioni concettuali, sia strutturali che funzionali?
L’avvento di internet, nei fatti, ha già creato le condizioni per poter proseguire in questo cambiamento di paradigma, rappresentando la perfetta traduzione tecnologica del pensiero rizomatico: il web non obbliga ad una direzione, ma segnala concatenazioni e lascia liberi di giocare a creare connessioni, passando da un piano all’altro dello scibile.
Ai mille e uno dati che la rete accumula, con il rischio di diventare un inutile ristagno, si affianca la possibilità di sistema interpretativo “rizomatico’”, mobile, multidirezionale, assolutamente non rigido e in continua evoluzione, per accogliere la perenne espansione dei dati stessi. Il fine? nessuna barriera tra i vari campi del sapere, ma solo contaminazioni, affinché ogni informazione di oggi possa diventare la riserva vitale – o la gemma destinata a sbocciare – per il sapere di domani e dopodomani.
Di seguito i sei principi fondamentali che stanno alla base del Rizoma: alcuni di questi sono davvero molto somiglianti a quelli che caratterizzano il funzionamento della Rete:
– [highlight]Principio di Connessione[/highlight]: ricorda lo stato dei collegamenti ipertestuali della Rete, in cui “qualsiasi punto può essere collegato con qualunque altro”.
– [highlight]Principio di Eterogeneità[/highlight]: il Rizoma mette in collegamento tra loro sistemi semiotici diversi, raggruppando elementi di natura differenti ciascuno con una propria caratteristica identità.
– [highlight]Principio di Molteplicità[/highlight]: come tutti i sistemi aperti, il Rizoma – come la Rete – è percorribile secondo molteplici percorsi e associazioni, con la conseguente possibilità di innumerevoli interpretazioni che ne personalizzano in maniera partecipativa il significato, ampliandolo sempre più.
– [highlight]Principio di Rottura Asignificante[/highlight]: a diffferenza dei testi tradizionali, separati tra loro da “rotture” significanti che conducono in maniera univoca a sensi differenti,  nel Rizoma – e nella Rete –  il balzo da un testo all’altro acquista un valore di congiunzione, nel senso della navigazione complessiva che si sta portando a termine.
– [highlight]Principio della Decalcomania[/highlight]: indica la possibilità di un testo – o un di dato – il cui significato può essere riprodotto all’infinito, o duplicato, senza che il suo senso fondante venga alterato. Un esempio esaustivo è l’informazione genetica, che  ricalca ogni volta lo stesso codice di individuo in individuo all’interno della medesima specie.
– [highlight]Principio della Cartografia[/highlight]: così come in una mappa i percorsi per una destinazione sembrano all’apparenza già predestinati, in una geometria immutabile di strade, piazze e vicoli, ciascuno può in realtà imprimervi infinite varianti, seguendo una serie successiva di bivi e svolte, arrivando tuttavia alla medesima destinazione. Allo stessomodo accade nel Rizoma e nella Rete, che consentono infinite scelte di percorso per arrivare alla stessa meta.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
Inventati.org
Treccani.it
Quelcherestadelmondo.wordpress.com
–  Mille Plateaux (Mille piani. Capitalismo e schizofrenia), di Gilles Deleuze e Felix Guattari. 1980.
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Dataclisma: quando il mezzo giustifica il fine. O no?

[dropcap3]C[/dropcap3]he le faccende di cuore siano – da sempre – il passaggio segreto verso la conoscenza dei valori, delle intenzioni e dei comportamenti di chi questo cuore lo ha dentro, è noto.
Ma che le scelte sentimentali potessero consentire studi sociologici su temi assai lontani dai semplici affetti e per analisi di tipo antropologico, questo era meno immaginabile.
Un esempio davvero interessante e originale di questo tipo di deduzioni e inferenze su basi statistiche ce lo consegna un libro uscito in Italia di recente e che ha come tema le analisi e le conversazioni di tipo amoroso, o quasi: “Dataclisma”.
Grazie a un punto di osservazione davvero straordinario, l’autore del libro, Christian Rudder, matematico laureato ad Harvard, ci riporta pagine e pagine di analisi e studi sull’umana condizione, con un registro molto “american style”.
Cofondatore e presidente di OkCupid, uno dei maggiori siti di dating online degli Stati Uniti, Rudder, che guida da anni il team di analytics del gruppo, analizza in queste pagine dense di sorprese – e a volte di dati inaspettati – il comportamento dei suoi utenti quando cercano l’anima gemella credendo – peccando di ingenuità – che nessuno li stia guardando.
E invece l’algoritmo di OkCupid (di cui parleremo per esteso in un prossimo articolo) analizza ed elabora in maniera lucida e imparziale non solo le domande che i single fanno al sistema mentre sono alla ricerca della felicità, ma anche le risposte che gli utenti spesso si danno da soli.
Quella che ne esce è una fotografia sorprendente che inquadra non solo dati statistici di tipo affettivo, ma sociali, culturali, ideologici. E, visto che i numeri in certi casi fanno la differenza, la portata di questi dati non può essere ignorata.
Parliamo infatti di un sito che solo nell’ultimo anno ha registrato dieci milioni di utenti e che, in una sola sera, genera 30.000 nuovi appuntamenti.
Cosa ne esce, dunque, da questo cilindro di numeri impressionanti? Le parole dell’autore sono esaustive. “La cosa che sorprende dell’umanità? Che stereotipi e luoghi comuni sono veri”.
Con questo semplice, emblematico commento, l’autore ci rivela in poche righe che i sentimenti, alla fine, sono sempre gli stessi, e che, a volte, sono anche troppo semplificati.
Eccone alcuni esempi (ATTENZIONE, SPOILER!!! :-):

  • gli uomini sono molto più generosi nel giudicare i profili delle candidate: in un range che va da uno a cinque, la loro media di voto è tre, mentre per le donne è due;
  • la bellezza è un fattore di grande rilevanza per entrambi i sessi, influenza le scelte in maniera esponenziale e “obbedisce alla stessa legge matematica che usano i sismologi per misurare l’energia rilasciata dai terremoti”;
  •  il fattore età è un discrimine importante di genere: gli uomini, si sa, cercano le donne più giovani (molto giovani, giovanissime!), mentre le donne preferiscono addirittura partner coetanei o più grandi.

E poi, andando a dati meno divertenti, è accertato che le donne bianche ricevono più email rispetto a tutte le altre razze (però, ingrate, tendono a rispondere soltanto a uomini bianchi), e che ci sono, sul web, persone che nel tentativo di avvicinare i profili, utilizzano, nella redazione dei loro messaggi, le tecniche del copia-incolla.
Il libro, di dato in dato, analizza non solo le scelte “affettive” degli utenti, ma si allarga verso tematiche  di interesse collettivo riguardanti la politica, l’economia, la società: “I siti di incontri sono progettati per fornire alle persone strumenti e informazioni per ottenere quello che vogliono dal loro status di single. (…) Dalla statura alle opinioni politiche, dalle fotografie ai testi scritti: c’è tutto, e tutto è consultabile e a portata di mano“. Molti dei dati riportati, inoltre, si riferiscono ad altre piattaforme, tra cui Facebook e Twitter. Si tratta insomma di un’esplorazione davvero trasversale!
Lasciando al lettore il piacere della scoperta di tutti gli altri interessanti dati e segreti che il libro custodisce, chiudiamo con un avvertimento che il libro mette bene a fuoco: attenzione ai “filtri”, alle condizioni, alle discriminazioni a priori.
I sentimenti umani, anche se guardati attraverso la lente neutrale dei Big Data, si mostrano per quello che sono: fallibili.
E a volte, in nome di aspettative stereotipate e un po’ troppo pretenziose, si scartano a priori possibilità reali senza nemmeno esserne consapevoli, persino utilizzando sistemi all’apparenza precisi al millimetro, anzi, alla parola, quali ad esempio un sito di incontri estremamente selettivo.
Come a dire che a volte il mezzo, oltrepassa il fine senza che nessuno, o quasi, se ne accorga.
Giusto un algoritmo, in questo caso. O due, tre…
 
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– Dataclisma, Christian Rudder, Mondadori, Giugno 2015.
OkCupid.
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Agli albori dei Big Data Big Data & C.

Ritorno al futuro: alla ricerca delle origini dei motori di ricerca

[dropcap3]A[/dropcap3]bituati a cercare online siti di ogni tipo, parole-chiave tra le più strane e informazioni delle più disparate, non tutti conosciamo la storia della tecnologia che sta alla base di tali, sterminate possibilità di ricerca, quella dei “motori di ricerca”, appunto. Uno per tutti Google.
Questo, nonostante siamo in moltissimi ad avvantaggiarcene – sia per gli aspetti personali della nostra vita che per le nostre attività professionali – e nonostante tale tecnologia sia diventata un paradigma in grado di generarne di nuove.
Facciamo allora un passo indietro, alla ricerca (anche noi) di queste informazioni perdute, e cerchiamo di mettere in fila – là dove è possibile – i punti salienti di questo racconto, assieme ai suoi principali protagonisti.
Come prima cosa occorre risalire alla nascita della rete vera e propria, quella di Internet.
Correva l’anno 1991, al CERN di Ginevra, il 6 di agosto, quando Tim Berners-Lee, informatico britannico, e il suo collega, Robert Cailliau, pubblicarono su Internet il primo sito Web mai realizzato al mondo: quello del centro di ricerca per il quale entrambi lavoravano. Il sito era stato progettato sulla base del concetto di hypertext, inteso come insieme di documenti messi in relazione tra loro per mezzo di parole chiave. Nasceva così il Web, ovvero il “World Wide Web”, come venne battezzato da Berners-Lee.
Utilizzata inizialmente solo dalla comunità scientifica, la tecnologia alla base del web viene resa pubblica il 30 aprile 1993 proprio dal CERN: da quel momento in poi – grazie alla notevole mole di informazioni che viaggiavano attraverso la rete – cominciarono a nascere i primi archivi, con il fine di rendere consultabili tali dati da tutti gli interessati in qualsiasi momento.
Una realtà, questa, immaginata nel lontano 1945 da uno dei pionieri dell’informatica e degli ipertesti: Vannevar Bush, che aveva già da allora ipotizzato la necessità di un sistema in grado di gestire cui una grande mole di informazioni, «continuamente estesa, conservata ma soprattutto consultabile».
Il World Wide Web, dunque, inizia a ospitare milioni e milioni di documenti, e si candida naturalmente a svolgere la funzione di archivio per eccellenza. Accade così che nei centri di ricerca dei più importanti Atenei universitari si cercano di mettere a punto nuovi metodi di archiviazione e di consultazione che siano all’altezza di una tale mole di dati.
Vengono dati alla luce i primi motori di ricerca, in tecnichese “spider” o “crawler”, in grado di leggere e catalogare i documenti all’interno del “world wide web” rendendoli disponibili agli utenti nelle cosiddette “SERP” (Search Engine Result Page), le pagine in cui sono visibili uno dopo l’altro i risultati forniti dai motori di ricerca in base alle “query” (domande) poste alla rete.
Il primo embrione di questa tecnologia risale al 1990, si chiama Archie ed è stato creato da uno studente canadese della McGill University of Montreal, Alan Emtage. (Archie, per essere precisi, fu un motore di ricerca per gli archivi di documenti distribuiti con il protocollo FTP, e non per il world wide web. Ci sembrava però corretto citare questo come il progenitore dei motori di ricerca.).
Nonostante alcuni suoi punti deboli – tra cui il fatto che l’utente poteva interrogarlo solo se conosceva perfettamente il nome del file da trovare (tra gli allora 2,6 milioni circa di documenti archiviati), Archie attirò su di sé la curiosità e le attenzioni di molti studiosi, che a loro volta avviarono numerose ricerche su come registrare e rendere disponibili i documenti su internet in maniera agevole e rapida. E, a furia di cercare, qualcuno iniziò finalmente ad avvicinarsi sempre di più allo strumento di ricerca perfetto, secondo le sue necessità.
Da qui in poi le tappe si susseguono in una vera e propria evoluzione, come riportato di seguito in un breve, non esaustivo elenco.
separatore
[highlight]1993[/highlight]
Aliweb (Archie Like Indexing on teh Web) viene creato da Martij Koster sulla scia di Archie, e ha come obiettivo la raccolta di tutti i siti presenti sul web. La grande innovazione che porta con sé è la possibilità, per ogni singolo utente, di inviare l’indirizzo del proprio sito, così da includerlo nella lista indicizzata.

[highlight]1994[/highlight]
Viene lanciato Lycos, un motore di ricerca che dimostra in poco tempo la sua grande potenza nell’ispezionare il web e il proprio innovativo sistema di ricerca basato sull’importanza attribuita alle ricerche già effettuate in precedenza, nonché sulla possibilità di approssimare le parole usate per l’indagine. Il suo archivio, composto da 394.000 documenti a solo un mese dalla sua nascita, si espanderà sino a contenerne più di 60 milioni nel novembre del 1996. (Lycos si evolverà poi in portale web d’intrattenimento, con fornitura di servizi e-mail e social network.)
[highlight]1994[/highlight]
Negli stessi anni nasce Yahoo!, grazie all’impegno di David Filo e Jerry Yang. Ideato inizialmente come una raccolta delle pagine web preferite dai due informatici statunitensi, Yahoo! si impone sulla concorrenza grazie ad un’importante novità: ogni sito web che viene indicizzato è dotato di una descrizione. Yahoo! negli anni non solo cresce notevolmente, ma inizia ad inserire al proprio interno siti commerciali, facendo pagare un canone annuo per far parte del suo archivio.
[highlight]1995[/highlight]
Compare AltaVista, dotato di una larghezza di banda quasi illimitata per i tempi e primo a offrire le query in un linguaggio naturale. Diviene uno dei motori di ricerca più popolari tra gli utenti per la sua velocità, poi surclassato da Google e acquistato, nel 2003, da Yahoo!
[highlight]1996-1998[/highlight]
In questi anni, per la prima volta, i webmaster iniziano a “ottimizzare” i siti, ovvero a svolgere tutte quelle attività finalizzate a ottenere la migliore rilevazione, analisi e lettura del sito web da parte dei motori di ricerca.
Si pubblicano sul web i primi documenti che parlano di analisi e di estrazione dei dati dalle pagine web. Per la prima volta, John Audette e Bruce Clay utilizzano il termine SEO (Search Engine Optimization), presentato ufficialmente nel 1997, riferendosi all’opera di tecnici qualificati che “ottimizzano” le pagine online (struttura, testi, immagini etc) così da essere più facilmente trovati dai motori di ricerca.

[highlight]1998[/highlight]
Il genio di Sergey Brin e Larry Page, due studenti di Stanford appassionati di matematica, porta alla creazione del PageRank, un algoritmo di analisi atto alla catalogazione dei siti attribuendovi importanza o meno sulla base del peso assegnato a ogni elemento di un collegamento ipertestuale. Con il PageRank nasce Google, destinato a diventare il sito e motore di ricerca più visitato.
[highlight]2001[/highlight]
Si verifica una massiccia migrazione degli utenti verso Google che, di fatto, diviene il motore di ricerca più usato dagli internauti. Nello stesso anno, l’introduzione dei primi Social Network segnano una nuova rivoluzione e pongono la necessità di integrare, negli algoritmi di ricerca, i segnali e le tendenze provenienti da essi.
[highlight]2009[/highlight]
Microsoft concretizza il bagaglio di conoscenze acquisite da precedenti esperienze (MSN Search, Live Search, Windows Live Search) in un nuovo motore di ricerca: Bing. L’anno successivo anche Yahoo! abbraccia la tecnologia di Bing, cominciando ad utilizzare il motore di ricerca di Microsoft nel suo portale.
[highlight]2010[/highlight]
Google lancia Google Instant, ovvero la casella di ricerca in tempo reale, che mostra i risultati considerati più pertinenti dal sistema nel momento stesso in l’utente digita la ricerca.

[highlight]2011-2014[/highlight]
In questi ultimi anni gli aggiornamenti dell’algoritmo di ricerca di Google si fanno sempre più intensi, e sono volti da un lato a migliorarne le performance semantiche, dall’altro penalizzare comportamenti scorretti nella rete. Ecco i principali aggiornamenti, dai nomi più strani:

– 2011 – Google Panda: filtro di ricerca che penalizza i siti con contenuti di bassa qualità.
– 2012 – Google Penguin: intercetta i siti che, utilizzando tecniche di spam, hanno generato link in entrata non in maniera naturale, ma a pagamento.
– 2013 – Google Hummingbird: algoritmo studiato per comprendere il significato semantico di una ricerca piuttosto che basarsi sulle singole parole.
– 2014 – PigeonUpdate: i risultati di ricerca vengono geolocalizzati in base alla zona in cui la ricerca stessa viene eseguita.
[highlight]2015[/highlight]
In corso! Stay tuned!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– Softrade.it
– Gigasweb.it
– Informatica-logica.com
[/boxed_content]

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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Leggera e resistente come… una ragnatela sospesa sull’abisso!

[dropcap3]T[/dropcap3]ra i meme tanto cari al nostro mentore Italo Calvino, la ricerca di leggerezza occupa un ruolo risolutivo, rappresentata come “reazione al peso del vivere”.
Prendiamo ad esempio la città-ragnatela di Ottavia, una tra “Le città invisibili” dell’autore: sospesa su uno strapiombo, è legata alle creste di due montagne soltanto da esili funi e catene che formano una rete di sostegno al di sopra del nulla, dove le case fatte a sacco, le scale, le amache e tutto il resto sta appeso al di sotto. Calvino conclude: “Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge”.
Ed ecco che, all’interno del tema che tratteremo oggi, legato alle strabilianti performance del mondo naturale, quel “più di tanto” – riferito alla realizzazione delle ragnatele dal punto di vista scientifico – assume un valore specifico notevole.
Sottile da essere quasi invisibile, leggera e resistente, la ragnatela assume spontaneamente forme di sorprendente bellezza geometrica, confezionate in maniera “artigianale” dalle abilità di un piccolo artropode capace di stupirci per la sua efficienza.
Pur risultando meno densa dell’acciaio, la ragnatela è infatti un manufatto unico per capacità di resistenza, soprattutto se messa a confronto con un’apparenza così fragile: tale espressione di leggerezza in forma di “filo” è in grado di sostenere un carico di rottura pari a circa 1.3-1.65 gigapascal, ovvero dieci volte la pressione avvertita sul fondo della fossa delle Marianne.
Come è possibile una tale, straordinaria capacità?
Le strabilianti proprietà meccaniche della ragnatela, che possiede fili due volte più elastici del nylon e capaci di tendersi più di un terzo della loro lunghezza, si devono a due tipi di microscopici filamenti di seta.
Il primo tipo è rivestito da un liquido vischioso ed evidentemente creato per intrappolare gli insetti, mentre il secondo è un particolare tipo di seta denominata dragline, letteralmente “filo teso’” utilizzata sia per costruire il cerchio esterno della rete ed i fili che irradiano dal centro, sia per la corda di salvataggio, ossia il filamento tessuto dai ragni quando sono in caduta libera.
Attraverso l’elaborazione attuata da ghiandole specializzate dette seritteri, il ragno ottiene i filamenti di seta convertendo in fibre solide una sostanza liquida costituita da particolari proteine, la più forte ‘spidroin 1’ e la più elastica ‘spidroin 2’.
Nel passaggio dallo stato liquido a quello solido, entrambe le proteine cambiano la loro struttura ed acquistano stabilità a causa del PH acido presente nelle ghiandole filatrici: mentre una delle estremità della molecola di spidroin diventa sempre più salda all’aumentare dell’acidità, l’altra estremità si destabilizza, attivando una combinazione di effetti che porta all’accoppiamento di più molecole e bloccando la proteina in una rete molecolare altamente resistente ed elastica.
Ed ecco che dal mondo “naturale” tale eccezionale performance è stata oggetto non solo di studio, ma anche di importanti scoperte e innovazioni.
In ragione delle sue intrinseche proprietà di forza e resistenza – e come poteva non essere così? – la seta dragline è oggi la candidata ideale per un’ampia gamma di applicazioni industriali, come giubbotti antiproiettile, corde per i paracadute e cavi in genere. In aggiunta, gli alti tassi di biocompatibilità e biodegradabilità delle sete di ragno, in qualità di materiali proteici, promettono importanti passi avanti anche nel campo biomedico, dai fili per suturare le ferite alle operazioni di rigenerazione dei tessuti.
Non solo. Questo modello di “lavorazione”, focalizzato nel 2013 da ricercatori svedesi, ha rappresentato un importante spunto di avvio per la progettazione di nuovi metodi di sintesi artificiale, colti ed ulteriormente migliorati dall’attività del Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Meccanica dell’Università di Trento: il team ha condotto importanti tentativi di simulazioni al computer, finalizzati a progettare una fibra super-resistente a partire da quella prodotta dal ragno.
Attraverso la diversa combinazione di blocchi di amminoacidi, unità fondamentali delle proteine, sono stati creati modelli di fibre con potenziate proprietà meccaniche, ottiche, elettriche e termiche, per le quali si sta ora studiando il metodo di produzione più efficiente ed economico.
Un’ultima, illuminante informazione: i geni dei ragni responsabili della produzione della seta sono rimasti sostanzialmente inalterati attraverso 125 milioni di anni di storia dell’evoluzione, a conferma che Madre Natura conosce bene il fatto suo, e lascia inalterato ciò che funziona in maniera esemplare. Nello stesso tempo, ci consegna pratiche esemplari da seguire e perseguire.
Magari con la stessa grazia e “leggerezza”.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– Greenreport.it
– Galileonet.it
– Encanta.it
– Archiviobolano.it
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Data Driven

Via la corrente? Non c'è problema: tutti al telefono!

[dropcap3]D[/dropcap3]i tutti gli effetti collaterali che la mancanza di elettricità può generare, quello del conseguente picco di comunicazioni è il meno sorprendente di tutti, almeno a prima vista. È infatti tipico, in caso di imprevisti, cercare immediatamente di orientarsi rispetto alla nuova situazione, ed è normale che questo tentativo di adattamento passi in primo luogo dall’intercettare informazioni dai propri simili.
Ma se un tempo, non appena andava via la corrente elettrica, bastava affacciarsi dalla finestra di casa per chiedere a un vicino se anche a lui (o lei) mancava la luce, oggi il metodo più rapido per avere notizie certe è quello di chiamare qualcuno al telefono. Anzi, con l’invasione dei social media da cui tutti siamo presi, non serve più nemmeno telefonare. Bastano un post o un tweet ben piazzati, e il gioco è fatto.

Alla finestra di questo flusso di conversazioni, da qualche mese – come preannunciato dal precedente articolo – ci siamo messi noi. Ad osservare, attraverso la lente di Webdistilled, come quando e perché le persone parlano di corrente elettrica. Che manca. Che forse tornerà. Ma quando???
Per fortuna di tutti, in linea di massima e salvo imprevisti, le organizzazioni complesse che necessitano in maniera vitale di corrente elettrica (ospedali, aeroporti etc) sono dotati di gruppi elettrogeni in grado di supplire all’assenza della fonte usuale di elettricità.
Ma cosa accade invece al singolo cittadino, che invece la mancanza di corrente la subisce, eccome?
Siamo andati a curiosare tra i commenti e le cifre che il nostro monitoraggio – VISIBILE CLICCANDO IL PULSANTE QUI SOTTO, e tuttora attivo – ha prodotto dal febbraio ad oggi, alla ricerca di spunti e conversazioni sul tema.
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Che cosa ci raccontano i flussi di dati di questo “video” in tempo reale? Ci svelano una serie di cose che noi umani potevamo forse immaginare, e altre invece no.
Per quanto riguarda i picchi di conversazioni in occasione dei blackout, come è visibile dal grafico sottostante, tra le tante, piccole impennate di conversazioni registrate, si mettono in evidenza due picchi principali: uno generatosi attorno alla prima settimana di Luglio, dovuto in gran parte all’accensione di tanti condizionatori – anche se qualcuno ne ha approfittato per dare la colpa ad Expo – e l’altro in Agosto, dovuto all’incendio nell’aeroporto di Fiumicino, con le relative agitazioni.

Grafico flusso comunicazioni blackout
Per quanto concerne invece le performance delle pittaforme social più interessate da questo tipo di comunicazioni, qui si mostra l’evidenza: in questo tipo di conversazioni è Twitter a farla da padrone, come illustra il grafico seguente, che surclassa Facebook alla grande, proprio per le sue caratteristiche di immediatezza.
Andando invece più a fondo nelle analisi una per una, di cosa parlano gli italiani quando va via la corrente casa per casa, ufficio per ufficio ? distribuzione conversazioni socialI temi e i registri utilizzati nelle conversazioni sono i più disparati, anche se l’ironia è abbastanza frequentata, almeno nel campione che abbiamo analizzato.
Come era immaginabile la gran parte delle conversazioni riguarda proprio il fatto in sé: la mancanza di corrente elettrica agisce come un  vero e proprio interruttore che spegne non solo la luce, ma interrompe le varie attività. Il tono va dall’irritazione spinta: “Io pago la bolletta e voi mi regalate un blackout” all’ironia che alleggerisce le cose: “La cosa ridicola è che le case sono spente ma i lampioni accesi”.
Ma esistono anche topic ben precisi e condivisi che spopolano anche in questo tipo di chiacchiere, e che si distinguono dalla gran parte degli argomenti di conversazione.
Innanzitutto il tema del caldo, che questa estate l’ha fatta, e ancora la fa, da padrone. E poi i problemi di origine quotidiana.
C’è chi parla così, per lamentarsi: “Bello stare senza corrente mentre ci sono 8000°”, e chi, in maniera pragmatica, risale alla fonte (ipotizzata) del problema: “Troppi condizionatori accesi, black-out in tutta la città”.
C’è poi chi la mette sul romantico, acchiappando la palla al balzo: “E stasera si cena a lume di candela…” e chi invece va alla ricerca di tecnici che risolvano il disservizio con una certa, malcelata irritazione: “Tra quanto mi fate tornare la corrente?”
Inaspettatamente poi, anche in questo caso, il fenomeno di Expo – che soprattutto nell’area lombarda sembra fagocitare molte delle conversazioni in atto – riesce a mettersi in primo piano, spesso  per fare da capro espiatorio: “Ma quanto consuma ‘st #AlberodellaVita acceso?”. O, ancora: “Casualità o l’albero della vita si nutre dell’energia dei cittadini?”.
Ed ecco che, subito dopo le presunte tentazioni vampiresche di Expo, gli italiani ritornano, come si dice, “a mamma”.
Il primo premio nelle conversazioni non legate al caldo, infatti, lo vince… il frigorifero, custode di leccornie e prelibatezze a cui il Bel Paese, come da tradizione, evidentemente, non vuole rinunciare.
Un esempio di tale differenziazione di contenuti è visibile nella mappa sottostante, che rappresenta la distribuzione dei temi di conversazione nella città di Milano durante i blackout di Luglio:
cartina milano conversazioni twitter
E se vogliamo spulciare ancora più a fondo tali chiacchierate, ecco l’estrapolazione di alcune conversazioni ad esempio sul tema del cibo da conservare, e qui non si ride mica tanto: “La roba in freezer un disastro!”, oppure: “Ritorno a casa con sorpresa… freezer sbrinato causa blackout”.
Il tono delle chiacchiere si riprende invece in una sorta di metacomunicazione, quando si parla di un altro oggetto “mitologico”: tra le prime preoccupazioni che la gente comune si pone, c’è infatti quella per un oggetto indispensabile, il cellulare.
E qui ci si divide tra le cicale: “Sono con il 5% di batteria e senza corrente elettrica…” e le formiche, come al solito previdenti: “Per fortuna sono intelligente e ho la batteria esterna carica per le emergenze”.
Tutti, in ogni modo, sono sul pezzo. Sino a che il cellulare avrà un briciolo di batteria carica, ovviamente.
Cosa possiamo quindi dedurre da tutto ciò, alla fine di questo monitoraggio tra il serio e il faceto? Innanzitutto che spesso i luoghi comuni sono veri, come dimostra l’attaccamento a un elettrodomestico come il frigorifero. Primo: la pancia piena :-).
In secondo luogo che il cellulare e i dispositivi mobile in generale sono salvagenti da utilizzarsi in più occasioni, e il solo pensiero di doverne fare senza genera una sorta di astinenza preventiva.
Terzo, che gli italiani non si smentiscono mai, e, tra una battuta, un’ipotesi di complotto e un reclamo insistente, hanno sempre la battuta pronta. E un pizzico di ironia che non guasta mai!
Buona corrente a tutti!
distribuzione tematiche twitter corrente

 

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[highlight]Monitoraggio realizzato da:[/highlight]
Webdistilled, Gruppo Maps
Lingue: solo italiano.
Periodo: dal 1 Febbario 2015 ad oggi (tuttora attivo).
Fonti: Social network.
Temi monitorati: mancanza energia elettrica, mancanza luce, mancanza energia, mancanza corrente, blackout.
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Performance da 10 e lode!

Non c’è rifugio che tenga dal caldo dell'estate: nemmeno per chi vive nel gelo perenne.

[dropcap3]C[/dropcap3]aldissimo. Questa estate rovente – opprimente e infuocata – sembra non voler volgere al termine, e i media come al solito ripropongono i consueti scenari apocalittici su quanto accade in città, ai monti e al mare, spesso con il collaudato metodo del “copia e incolla”.
Eppure, in una stagione così sensibile alle notizie legate al clima, ci si potrebbe distinguere parlando di tutt’altro, e magari cercare di trovare ristoro, almeno con l’immaginazione, pensando invece a chi – e a cosa – è costretto a vivere in condizioni altrettanto avverse fino all’estremo, per quanto opposte.
Parliamo di “creature” non meno inquietanti degli scenari di cui sopra, ovvero di microorganismi e specie animali diffuse nelle regioni polari del nostro pianeta, le cui performance sono altrettanto sproporzionate e al di fuori della media.
Il tutto è stato rivelato dagli studi fatti sulla calotta antartica, grazie anche ai satelliti, che raccontano dell‘esistenza di centinaia di laghi subglaciali, ambienti idrici riconosciuti come ecosistemi metabolicamente attivi, in cui c’è chi sopravvive al “freddo e al gelo”.
Ad oltre 800 metri di profondità dell’antico lago Whillans, ad esempio, ad una temperatura media di -52°C, è ospitato un insieme eterogeneo di forme di vita, tra le quale si rintracciano microbi capaci di riutilizzare nutrienti chimici presenti nell’acqua.
Ma più sorprendente ancora è ritrovarvi animali, soprattutto pesci, di almeno tre specie differenti, a fronte di un habitat così estremo e povero di nutrienti e di micro-invertebrati, base abituale della catena alimentare marina.
Ancora in fase di identificazione definitiva, si tratta evidentemente di una famiglia di pesci antartici che per sopravvivere sotto il punto di congelamento dell’acqua sono stati capaci di sviluppare la produzione di proteine ‘antigelo’, funzionali a mantenere liquido il loro sangue.
Nascosti tra i ghiacci si celano anche virus giganti con più di 30.000 anni, in “letargo” a trenta metri di profondità nel permafrost siberiano, il tipico terreno perennemente gelato dell’estremo nord Europa.
Scoperte di recente e riportate in vita, queste nuove forme giganti, ribattezzate Pithovirus sibericum, sono in grado di produrre più proteine di un batterio e appartengono a uno di due generi conosciuti, Pandoravirus e Megavirus, spesso causa di malattie per esseri umani e animali.
Sebbene il Pithovirus sibericum mostri una struttura del proprio patrimonio genetico e un ciclo di replicazione simile a quelli degli altri grandi virus esistenti, rappresenta il prototipo di una nuova famiglia.
Ritornando quindi alle tentazioni apocalittiche, la domanda sorge spontanea: tali forme di “vita” così incredibili, rappresentano forse un nuovo pericolo per l’uomo?
Gli scienziati assicurano di no. Per ora. L’unico ospite del Phitovirus è un’ameba, e i salti di specie fino agli esseri umani sono praticamente esclusi. (Sospiro di sollievo!).
Eppure, il caldo, potrebbe rivelare una volta ancora alcune sorprese, anch’esse non proprio gradite. La preoccupazione, infatti, potrebbe nascere a causa dello scioglimento dei ghiacciai a seguito dei cambiamenti climatici, con la conseguente “rinascita” dai ghiacci di virus che già in passato sono stati causa di epidemie mortali che potrebbero riaffiorare.
E’ il caso dei corpi mummificati delle vittime di vaiolo, morte in Siberia nel diciannovesimo e ventesimo secolo e minacciate ora dallo scongelamento, con il rischio che il virus della malattia possa tornare a diffondersi nell’ambiente, sviluppando nuovi cicli di contagio…
Che dire? I motivi di potenziale panico derivante dalle previsioni meteo, a breve, medio o lungo periodo che siano, non mancano. Non ci resta che sperare almeno in un rigido inverno, tale da non compromettere lo spessore del permafrost, per dormire tranquilli, finalmente al caldo – non più detestabile – delle nostre morbide, spesse e vaporose coperte imbottite.
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Ilfattoquotidiano.it
Greenreport.it
Nationalgeographic.it
Greenme.it
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Big Data & C. Un Big Data al giorno

The big “sport” data. Quando i numeri fanno goal!

[dropcap3]I[/dropcap3]n Italia vivono circa 60 milioni di persone, che corrispondono – si sa – ad altrettanti potenziali allenatori di nazionali sportive, tutti competenti per “scienza infusa” e pronti a darsi battaglia anche in pubblico sui risultati ottenuti durante il fine settimana dalla squadra prediletta.
Discussioni tra il serio e il faceto segnano così il rituale del lunedì mattina, più imprescindibile di qualsiasi altro appuntamento, opinabile oltre il buon senso eppure irresistibile, regolato dalle leggi non scritte della mitica Gazzetta dello Sport, la cui lettura collettiva è spesso accompagnata da una serie di esclamazioni e di gesti “folcloristici” a commento delle varie performance sportive del weekend.
E’ evidente: lo sport è uno dei luoghi del cuore dove i sentimenti vincono sempre sulla ragione, anche per la sua stessa natura competitiva, quasi primordiale.
Eppure le cose stanno per cambiare anche in questa roccaforte dell’istinto: a sfidare il perdurare di questa consuetudine è il recente sviluppo di una tecnologia estremamente avanzata e puntuale, che commenta “oggettivamente” i fatti sportivi. Sembra un paradosso, ma non lo è.

Attualmente infatti, registrazioni video delle competizioni svolte effettuate ad altissima definizione e collegate a software in grado di generare un’ampia gamma di dati utili e pertinenti, forniscono all’allenatore i particolari più dettagliati sulle condizioni sia ambientali che del campo, oltre a un patrimonio di informazioni su ogni singolo atleta, tutti dati indispensabili per definire e migliorare lo stile di gioco sia singolo che di squadra.
E non si tratta mica di due o tre numeri: tra i chilometri percorsi, le accelerazioni e i passaggi sul campo da calcio, bastano tre difensori centrali per produrre più di trecentomila dati a partita, mentre ogni incontro di tennis può generare un database di circa duemila dati utili su servizi, ace, falli e posizioni dell’atleta in campo.
Lo sanno bene la nazionale di calcio tedesca di Joachim Löw e la Woman Tennis Association di Cincinnati, tra le prime società sportive ad utilizzare i Big Data in fase di allenamento e preparazione della partita.
E che dire del campione del tennis moderno Rafa Nadal, dotato di una racchetta tecnologica che, grazie a un microchip integrato nel manico e ad una serie di sensori installati lungo il piatto corde, registra ogni informazione sul colpo prodotto, misurando la performance nel suo complesso e generando una serie di dati efficaci per l’elaborazione delle tattiche di gara?
Un altro interessante modello è la squadra di ciclismo femminile degli Stati Uniti che, da team perdente, è riuscita ad aggiudicarsi la medaglia d’argento alle ultime Olimpiadi di Londra nel 2012 grazie ad un efficiente monitoraggio delle prestazioni delle atlete.
Ogni aspetto in grado di influire sui risultati – dalla dieta al sonno, dall’ambiente circostante all’intensità dell’allenamento – è stata registrato e rielaborato per creare programmi personalizzati mirati ad ottenere il miglior risultato possibile da parte di ogni membro della squadra.
Il grado di raffinatezza di tali strumenti è arrivato ad assegnare ad alcune cicliste un materasso ad acqua termicamente controllato, che ha mantenuto il loro corpo a un’esatta temperatura durante la notte, garantendo loro un sonno profondo ed una conseguente naturale produzione di ormone della crescita umana e di testosterone, così da assicurare una prestazione sportiva migliore il giorno seguente.
Non meno significativo e preponderante è ormai l’utilizzo dei Big Data anche per le previsioni in ambito sportivo: lo stesso motore di ricerca Bing ha impiegato questo genere di analisi per le sue predizioni sull’ultima Champions League, azzeccando nei quarti di finale il pronostico di 3 risultati su 4, mentre le agenzie di scommesse, specie quelle inglesi, si avvalgono abitualmente dei Big Data per il controllo delle classifiche e per piazzare al meglio le giocate.
Davanti a questo scenario, anche il tifoso potrebbe modificare in parte la sua modalità di partecipazione sportiva ad eventi sempre più fortemente connotati dal business, che si tratti di migliorare le prestazioni degli atleti, prevenire gli infortuni sul campo o creare modelli predittivi sempre più efficaci da applicare al mercato delle scommesse.
Eppure, se anche la Gazzetta dello Sport si tramutasse in un efficientissimo tablet dove scorrere immagini di numeri, grafici e tabelle – dove i dati e le statistiche raccontassero lo sport in modo diverso – esiste (e resiste, per ora) una variabile tutta umana che i Big Data non sono in grado di anticipare: il talento puro, il bagliore imprevedibile del genio che rende lo sportivo un autentico campione!

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approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
 
– Sole 24ore
– Forbes
– Wired

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Sharing Knowledge

Mille e un viaggio – e una storia – sotto l'ombrellone.

[dropcap3]I[/dropcap3]ndifferenti al luogo comune che relega l’esperienza della lettura alla pratica diffusa dell’evasione dalla realtà, crediamo invece che parole e testi siano capaci letteralmente di invaderla, infiltrandosi concretamente nel pensiero e nei sensi che ci governano.
Apriamo quindi la nostra valigia – o zainetto, o anche kindle, come preferite – ed estraiamo un breve elenco di letture consigliate per l’estate, vademecum universale per le vacanze cui non potevamo sottrarci.
Pensiamo infatti che le radici nomadi insite nella specie umana si incarnino anche all’ombra di un ombrellone in una spiaggia affollatissima, come sotto al cielo terso di una montagna appena scalata o ancora sul comodino della camera d’albergo in una città da esplorare.
Il mezzo di trasporto ideale per questi viaggi (poi non così tanto virtuali) è un oggetto in sé banale – ma un vero e proprio feticcio – che ha preso nel tempo le forme più sorprendenti, dalle tavole incise nella pietra sino a piattaforme ancor più inconsuete: parliamo del “libro”, naturalmente!
Cosa di meglio infatti, in questi tempi così sovra-stimolati, ottimizzati, iper-accessoriati, di un viaggio nel viaggio, o, meglio ancora, di una vacanza nella vacanza, da prendersi tra le pagine, cartacee o meno, di un testo?
Perché la lettura stessa è un viaggio, con una partenza ben precisa, l’incipit (ancora prima, il titolo), uno svolgimento (la trama o l’argomentazione) e una meta finale: l’eco di quello che abbiamo letto (anzi, vissuto) dopo aver richiuso il libro.
Non sarebbe divertente, ad esempio, assaporare la brezza delle Alpi per trovare ristoro dal sole battente di una spiaggia infuocata della Sardegna? O lasciarsi trascinare dal ritmo incalzante di una storia d’azione nel mezzo di un altipiano verde e silenzioso?
La lista di letture possibili che vi proponiamo non è tuttavia così avventurosa. Anzi, lo è, ma in un modo differente.
Quelli che consigliamo sono libri che parlano di alcuni dei temi trasversali che abbiamo trattato – o che presto affronteremo – nel nostro blog, raccontati dal punto di vista sociale, antropologico, economico, scientifico e letterario. Libri insomma che parlano di scienza e di tecnica, ma attraverso un approccio comunicativo trasversale e multidisciplinare, che ne mette in luce le diverse anime nascoste.
Un’ultima avvertenza per l’uso di questa breve lista: ciascuno dei titoli proposti non solo non è di evasione, ma potremmo anzi definirlo di immersione, perché esplora aree e temi con un discreto peso specifico.
Sono adatti insomma a chi sa affrontare anche i viaggi all’inizio in salita, per poi godersi la discesa alla fine. Un’ultima cosa: non dimenticate – se non lo avete mai letto – Italo Calvino e le sue “Lezioni americane”. Non è mai troppo tardi per conoscerlo.
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[highlight]Libri consigliati per l’estate[/highlight]
 
“Dataclisma”, di Christian Rudder. Mondadori editore.
Chi siamo davvero quando pensiamo che nessuno ci stia guardando? Lo sguardo sull’umanità ai tempi dei Big Data a cura di Christian Rudder, matematico laureato ad Harvard, cofondatore e presidente di OkCupid, che afferma: “La cosa che sorprende dell’umanità? Che stereotipi e luoghi comuni sono veri”.
“Da animali a dèi”, di Yuval Harari. Bompiani editore.
Oggi sulla Terra c’è una sola specie di umani: noi, l’Homo sapiens, signori del pianeta. Il segreto del nostro successo è l’immaginazione, ed è per questo che dominiamo il mondo. In un’intensa e sorprendente storia dell’umanità, il resoconto di una civiltà di “schiavi alla ricerca della felicità” che da animali sono divenuti Dei.
“La Società a Costo Marginale Zero”, di Jeremy Rifkin. Mondadori editore.
In questo provocatorio saggio, Jeremy Rifkin spiega come “l’internet delle cose” stia dando luce a un inedito sistema economico, basato sulla condivisione collaborativa e destinato a mutare radicalmente il nostro modo di vivere. Uno sguardo illuminato verso il futuro.
“Retorica e scienze neurocognitive”, di Stefano Calabrese. Carocci editore.
Che cosa accade nel nostro cervello quando formuliamo una metafora? Che cosa comporta in termini di mappature neuronali l’esposizione agli stimoli esterni? Il mind reading – cioè il modo in cui distinguiamo la realtà dalla sua rappresentazione cognitiva – sembra assumere oggi la letteratura come una palestra privilegiata.
“Il cerchio, di Eggers Dave. Mondadori editore
“Mio Dio, questo è un paradiso” pensa Mae Holland un assolato lunedì di giugno quando fa il suo ingresso al Cerchio. Mai avrebbe pensato di lavorare in un posto simile: la più influente azienda al mondo nella gestione di informazioni web. Pur di far parte della comunità di eletti non esita ad acconsentire alla richiesta di rinunciare alla propria privacy per un regime di trasparenza assoluta. (E qui il cerchio si chiude!).
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Data Driven

Diario italiano in real time dei blackout di luce!

[dropcap3]A[/dropcap3] volte diamo per consolidato il funzionamento di sistemi complessi che non sono affatto scontati, ma invece – proprio in quanto articolati, e quindi complessi anche da gestire e tenere sotto controllo – possono andare incontro a veri e propri “blocchi” improvvisi, tanto inattesi quanto pericolosi, soprattutto se ne siamo fortemente dipendenti.
È il caso della corrente – quella elettrica, per intenderci – la cui scomparsa anche per un breve lasso tempo è in grado di mettere in grosse difficoltà ciascuno di noi, visto l’uso che ne facciamo in pressoché tutte le attività quotidiane.
E se allarghiamo appena lo scenario, riflettendo sugli effetti più a larga scala di una mancanza improvvisa di corrente, ecco che le conseguenze di un tale malfunzionamento possono farsi infauste. Basti pensare all’industria, i cui cicli produttivi dipendono completamente dall’erogazione di elettricità, o ai settori più sensibili e delicati della nostra società, riguardanti ad esempio la salute, la sicurezza, la viabilità… Un esempio, in questa estate torrida, viene dai nostri vicini di casa francesi, come raccontato in  questo articolo.
Si tratta di una dipendenza tanto strutturale quanto silente, nel caso che tutto vada nel verso giusto, e a cui dovrebbe invece corrispondere la necessaria consapevolezza per essere pronti in caso di “guai”.
Non a caso quello dell’energia in genere e della fornitura di elettricità in particolare è un tema cruciale e strategico sotto ogni punto di vista, oggetto di studi, verifiche e proiezioni meticolose e stringenti, il tutto proporzionale all’entità della questione.
In uno studio particolarmente accurato e pubblicato il 31 dicembre 2014 dal Gruppo Terna (operatore di reti per la trasmissione dell’energia che gestisce sia la Rete di Trasmissione Nazionale che le nuove opportunità di business in questo settore anche all’estero) vengono infatti illustrate per l’Italia le nuove previsioni di medio-lungo termine sia della domanda elettrica che del fabbisogno di potenza necessario.
Da questi dati, articolati e strutturati a trecentosessanta gradi, si possono estrapolare alcune considerazioni. Innanzitutto le cifre del fabbisogno, che prevedono “una evoluzione della domanda di energia elettrica per il prossimo decennio compresa tra uno scenario di sviluppo, che prevede una crescita ad un tasso medio annuo del +1,0% (cagr), e uno scenario base – con il quale si intende valorizzato al massimo grado il potenziale di risparmio energetico – che conduce ad un cagr -0,5%”. Queste, affiancate alle cifre relative allo scenario di sviluppo, che disegna “una evoluzione della punta di carico ad un tasso medio tra +1,8% p.a. [estate torrida] e +1,2% p.a. [inverno medio]”. Viene infine valutata “in 78-85 GW la capacità di generazione disponibile per la copertura del carico massimo nel 2024, alle condizioni specificate”.
Nella stessa relazione, che prevede tra le altre cose un aumento del risparmio energetico dovuto alle politiche di riduzione degli sprechi e un possibile incremento dell’uso dell’energia per attività future (ad esempio per i veicoli elettrici), si inferisce che nel 2024 la domanda di energia elettrica in Italia raggiungerà i 357 miliardi di kWh nello scenario di sviluppo e i 302 miliardi di kWh in quello di base.
A questi dati, allo stesso anno obbiettivo, si affiancano le relative ipotesi di previsione della domanda di potenza alla punta, con “valori compresi tra i 66 GW nella condizione di estate torrida, rappresentativa della punta massima, e i 61 GW nella condizione di inverno medio”. Il quadro della previsione viene completato con le stime relative all’anno intermedio 2020, in cui “la domanda elettrica raggiungerà i 334 miliardi di kWh circa nello scenario di sviluppo, mentre nello scenario base sarà contenuta in circa 305 TWh. In corrispondenza dello scenario di sviluppo, il carico atteso sarà compreso tra 57 e 59 GW, a seconda delle citate condizioni climatiche convenzionalmente definite.”
Si tratta di numeri da pelle d’oca (sia per il caldo che per il freddo) e che mostrano da soli l’entità del problema in caso di qualsiasi evento che inceppi le rotelle di questo meccanismo così complesso quanto delicato.
Per capire quanto di tutto ciò si riverberi concretamente nel nostro quotidiano – al di là di tali sterminati scenari – abbiamo avviato da febbraio e per i prossimi mesi, in real time, un’analisi lato social di quanto e come il problema della mancanza di elettricità viene registrato e con quale frequenza e intensità, il tutto differenziato per aree geografiche italiane.
Ne risulta il “film” dell’Italia che, in assenza di questo bene così prezioso, cerca di porvi rimedio. Come? Prima di tutto informandosi: “Qui manca la luce. Sta succedendo anche a voi?” Poi preoccupandosi: ”Qualcuno ha già avvisato?” E infine attrezzandosi di conseguenza: “Quanto durerà?… Oddio, così tanto?” E via così, sino a che qualcuno, provvidenzialmente, riaccenderà la luce.
La mappa mostra i segnali che provengono dai social che evidenziano una problematica nella fornitura di energia elettrica. All’aumentare del numero delle segnalazioni aumenta l’intensità del colore, dal blu verso il rosso.
È interessante notare come vengono riportati sia eventi significativi avvenuti nel mese di febbraio che riguardano la nevicata che ha colpito l’Emilia così come altri che hanno avuto minor eco mediatica, come il blackout al S. Raffaele del 26 Aprile, o le ultime, estive, assenze di energia elettrica. L’altro dato che si può già ricavare, analizzando più in dettaglio i numeri, è il fatto che la tempestività di queste segnalazioni è alta, a dimostrazione della priorità attribuita dagli utenti al servizio erogato. (In ogni caso, un paio di candele pronte, nel cassetto, non guastano mai!)
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Questo studio sarà oggetto di ulteriori analisi alla fine dell’estate, momento in cui potremo vedere direttamente come – in caso di elevato utilizzo dell’elettricità (ad esempio per l’accensione dei condizionatori) – il nostro sistema agisce e reagisce. Rigorosamente in diretta! [boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
approfondimenti
[highlight]Monitoraggio realizzato da:[/highlight]
Webdistilled, Gruppo Maps
Lingue: solo italiano.
Periodo: dal 1 Febbario 2015 ad oggi (tuttora attivo).
Fonti: Social network.
Temi monitorati: mancanza energia elettrica, mancanza luce, mancanza energia, mancanza corrente, blackout.
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