[dropcap3]L[/dropcap3]‘idea di abbondanza, nell’epoca del consumismo, si accompagna inevitabilmente a un effetto collaterale che sembra ormai sorpassarne i benefici: lo speco di beni, la sovrabbondanza che diviene rifiuto. Quasi che nell’idea stessa del benessere individuale si nascondesse un prezzo da pagare, il più delle volte collettivo.
Una sorta di maledizione? Un retaggio culturale che obbliga a “espiare” in qualche maniera la nostra tendenza naturale all’appagamento? O piuttosto una regola dell’universo, per cui quando qualcuno ha una cosa, qualcun altro deve pagarne il pegno?
In natura non è affatto così. E – strano a dirsi – questo non avviene solo in un’ottica di risparmio e sacrificio, anzi! Gli animali, infatti, sanno destreggiarsi assai meglio di noi nell’arte della felicità, capaci come sono di mettere a frutto le risorse che la natura stessa dispensa.
Darwin scriveva del resto ne “L’origine delle specie”: “(…) quando contempleremo ogni prodotto della natura considerandolo come qualcosa che abbia avuto una storia; quando considereremo qualsiasi struttura complessa e qualsiasi istinto come la somma di molti elementi, ciascuno utile al suo possessore, (…) quanto diventerà più interessante lo studio della storia naturale!”
Di questo sono da tempo consapevoli i “mirmecologi”, ovvero coloro che osservano la vita delle formiche. Tutto ebbe inizio quando gli stessi si resero conto di come i loro piccoli soggetti di studio non fossero solo carnivori o consumatori di detriti e animali morti, ma che molte delle loro diverse sotto-specie erano ghiotte di nettare, il mitologico nutrimento degli dei. Da lì la scoperta, altrettanto sorprendente, che non solo le formiche hanno un palato fino, ma fanno anche le schizzinose e ne selezionano più varietà in base ai loro gusti e necessità.
Come è possibile tutto ciò? Entriamo più nel dettaglio di questa mirabolante “catena produttiva”.
Il nettare è una secrezione zuccherina prodotta da tessuti specializzati posizionati alla base dei fiori (nettàri fiorali) e in altre parti non riproduttive delle piante, quali ad esempio le foglie (nettàri extrafiorali); le formiche, ingorde di tale prelibatezza, non si sono limitate nel loro ciclo evolutivo a consumarlo, ma ne hanno influenzato la composizione in un modo a dir poco ingegnoso.
Tra i microorganismi trasportati da questi piccoli e intraprendenti insetti, infatti, vi sono anche dei lieviti, i quali – una volta dispersi sulle piante – sono in grado di interagire chimicamente con gli zuccheri esistenti dei nettàri fiorali, modificandone la composizione originaria.
La nuova sostanza nutritiva così prodotta contiene più fruttosio e glucosio e meno saccarosio, risultando allo stesso tempo meno appetibile per gli altri insetti loro “concorrenti”. Le formiche si assicurano in questa maniera una fonte di zucchero “esclusiva”, fungendo loro stesse da impollinatrici dirette.
Anche i nettàri extrafiorali di molte piante hanno del resto una funzione di ricompensa: si tratta di una simbiosi mutualistica dalla quale non solo le formiche, ma anche le piante ricevono vantaggi: il tasso riproduttivo della pianta aumenta del 49%, mentre gli attacchi degli insetti fitofagi (che si cibano cioè delle stesse) sono ridotti del 62%. Il tutto senza sprechi né scarti né rifiuti!
Impariamo, gente, impariamo… 🙂
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[highlight] Per saperne di più [/highlight]
– Shenoy M. et al. (2012). Composition of extrafloral nectar influences interactions between the myrmecophyte Humboldtia brunonis and its ant associates. J Chem Ecol. 2012 Jan;38(1):88-99.
– Trager et al. (2010) Benefits for Plants in Ant-Plant Protective Mutualisms: A Meta-Analysis. PLoS ONE, vol. 5, no. 12.
– Pikaia, il portale dell’evoluzione.
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[dropcap3]Q[/dropcap3]uando ci si avvicina per la prima volta a una lingua o un linguaggio, uno strumento che non può mancare come ausilio – e a volte anche come “coperta di Linus” – è il vocabolario, edito e consultabile in ogni sua forma: completo, tascabile, online, on demand…
Tra le sue pagine, virtuali o meno che siano, facilmente andremo alla ricerca di sostantivi. Unità minima di comprensione e traduzione, i nomi comuni sono infatti i primi punti di riferimento che servono al lettore per orientarsi nella comprensione del testo e del linguaggio in genere, dopodiché l’apprendimento inizia, seppure faticosamente. Ogni volta in cui un vocabolo è compreso e memorizzato, questo funge da punto di partenza per un secondo step di apprendimento e così via, andando mano a mano a comporre reti di relazioni semantiche e sintattiche sempre più complesse.
Lo stesso discorso vale per i linguaggi di tipo “tecnico”, in cui acronimi o termini obbiettivamente astrusi possono essere un potente ostacolo iniziale alla comprensione di un testo, minandone fin dall’inizio l’interesse a capirne di più.
Parlando di Dati in ogni loro forma e declinazione, abbiamo così pensato di fornire al lettore, pronto all’uso, un piccolo glossario dei principali termini tecnici e specifici che compongono questo strano universo.
Buona… ri-traduzione!!!
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[highlight]Algoritmo:[/highlight] descrizione di un procedimento che può essere utilizzato per analizzare dei dati mediante un numero finito di passi elementari. Tale procedimento è normalmente guidato da un software, che effettua calcoli matematici ed altre operazioni che servono per automatizzare la risoluzione di formule matematiche o statistiche.
[highlight]Amazon Web Services:[/highlight] collezione di servizi Cloud resi disponibili da Amazon (il celebre sito di ecommerce). L’obiettivo di questi servizi è quello di rendere disponibile, anche alle piccole aziende, un’enorme potenza di calcolo tale da permettere loro di affrontare anche i progetti di tipo Big Data. In sostanza tale potenza di calcolo può essere noleggiata, anche per periodi di tempo molto brevi, senza dover affrontare costi significativi per acquistare un’infrastruttura IT dedicata.
[highlight]Analytics:[/highlight] processo di acquisizione, elaborazione ed analisi dei dati che serve per generate informazioni utili ai processi decisionali.
[highlight]Big Table:[/highlight] servizio di archiviazione dati di Google che può essere utilizzato per ospitare dei BigData. Tale possibilità è offerta grazie all’infrastruttura Cloud di Google denominata App Engine. Questo strumento di archiviazione è lo stesso utilizzato da alcuni famosi servizi come Gmail, Google Earth e Youtube.
[highlight]Cassandra:[/highlight] celebre database open source realizzato dalla Apache Software Foundation. E’ particolarmente adatto per gestire grandi volumi di dati ospitati su più server connessi tra loro.
L’approccio di Cassandra è quello di favorire l’utilizzo di tanti server a basso costo, piuttosto che pochi server ad alto costo.
[highlight]Cloud:[/highlight] paradigma di erogazione di servizi di archiviazione, di elaborazione e di connettività tale per cui delle risorse IT vengono rese disponibili, in modo condiviso, a più utenti o aziende. L’impiego delle risorse di elaborazione può essere incrementato o diminuito con elevata flessibilità e tempestività. In questo modo il costo di utilizzo di un’infrastruttura IT viene ottimizzato in funzione delle effettive esigenze.
[highlight]Distributed File System (File system distribuito):[/highlight] sistema di archiviazione dati progettato per rendere accessibili dei dati, ospitati su dei server remoti, come se fossero presenti sul computer locale. Un Distributed File System è spesso necessario per diminuire i costi e la complessità di archiviare dati, in un progetto di tipo BigData.
[highlight]Data Scientist:[/highlight] figura professionale che ha il compito di estrarre informazioni rilevanti dai dati. Tipicamente ha delle competenze in informatica, matematica, statistica, visualizzazione dati. A queste si possono poi affiancare specifiche abilità in comunicazione e strategie di business.
[highlight]Dati strutturati e non strutturati:[/highlight] i dati strutturati sono quelli che è possibile organizzare in tabelle e sui quali è possibile creare delle relazioni. I dati non strutturati sono quei dati che non seguono schemi o relazioni predefinite; alcuni esempi di dati non strutturati sono: i messaggi email, un post di un blog, un commento in un social network, un’immagine o il file contenente la registrazione del parlato.
[highlight]Gamification:[/highlight] tecnica con cui si trasforma in gioco ciò che normalmente non lo è. Nel mondo dei Big Data, con tecniche di “gamification”, vengono incentivate le azioni di raccolta dati.
[highlight]Google App Engine:[/highlight] piattaforma cloud di proprietà di Google con la quale, le aziende, possono sviluppare dei propri software che gireranno sui server di Google. Al contrario per quello che accade con Amazon, i servizi cloud di Google rimangono gratuiti per piccoli progetti.
[highlight]HANA (High Performance Analytical Application):[/highlight] piattaforma hardware e software di SAP, progettata per trattare alti volumi di transazioni ed effettuare elaborazioni analitiche molto efficienti.
[highlight]Hadoop: [/highlight] software della Apache Software Foundation, la prestigiosa comunità open source. Si tratta di una delle piattaforme software più note per l’elaborazione ed il trattamento di Big Data. Hadoop utilizza architetture di elaborazione altamente distribuite (magari con l’utilizzo di hardware a basso costo), per archiviare, ricercare ed analizzare insiemi di dati molto ampi.
[highlight]Internet delle cose (Internet of things):[/highlight] con questo termine si identificano le situazioni in cui degli oggetti (anche di uso quotidiano), trasmettono informazioni sul loro stato di funzionamento in modo da incrementare la loro utilità.
[highlight]MapReduce:[/highlight] algoritmi software che suddividono grossi seti di dati, in tanti piccoli blocchi, ognuno dei quali può essere trattato da una singola unità di elaborazione. L’attività di tale algoritmo si divide in due: in una prima fase l’elaborazione viene suddivisa e trasmessa alle varie unità di elaborazione (fase di map), nella seconda fase i risultati delle singole elaborazioni vengono raccolti in modo da formare un output unico (fase reduce).
[highlight]Natural Language Processing:[/highlight] con questo termine si indica una categoria di software in grado di interpretare il parlato o il testo scritto di una persona. L’obitettivo è quello di migliorare l’interazione uomo-macchina aumentando le capacità di quest’ultima di comprendere le forme espressive, in termini di linguaggio, dell’uomo.
[highlight]NoSQL: [/highlight] software che si occupano dell’archiviazione di dati, senza ricorrere alle comuni forme di rappresentazione di tipo relazionale. Sono sistemi particolarmente adatti per archiviare grossi volumi di dati, che non devono essere categorizzati a priori secondo degli schemi definiti.
[highlight]Predictive Analysis:[/highlight] algoritmi per trattare dati con l’obiettivo di individuare dei trend o eventi futuri.
[highlight]R:[/highlight] software open source molto popolare utilizzato per fare elaborazioni analitiche su dei dati.
[highlight]RFID (Radio Frequency Identification): [/highlight] tecnologia utile per localizzare, tracciare, identificare degli oggetti in uno specifico processo. Tale tecnologia si basa sull’utilizzo di specifici tags che sono dei minuscoli processori che possono essere fisicamente abbinati a prodotti, persone, veicoli etc. Tali tags possono essere rilevati ed identificati con apposite antenne. La loro rilevazione è in grado di fornirci delle informazioni sulla posizione e sullo stato dell’oggetto al quale è abbinato il tag.
[highlight]Software as a Service (SAAS):[/highlight] con questo termine si identifica la fruizione dei servizi di uno specifico software mediante la Rete. Il software è infatti installato in un data center remoto (o sua una piattaforma cloud) e gli utenti vi accedono mediante browser o sistemi analoghi. Tale modalità di fruizione ha modificato anche la modalità con cui ci si approvigiona del software: è infatti tipico remunerare l’utilizzo di un software in SAAS in funzione del tempo o dell’intensità di utilizzo dello stesso.
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[dropcap3]L[/dropcap3]a comunicazione tra specie diverse ha tante strade, nessuna uguale all’altra perché ciascuna, a modo suo, ha una natura affascinante ed eccezionale.
Certo il primo passaggio comunicativo è questo: Chi sei tu? Chi sono io, rispetto a te? A seguire, si stabilisce solitamente un contatto, fondato spesso sul concetto di reciprocità: Cosa possiamo “scambiarci” io e te, in termini di conoscenza, interesse o, perché no, utilità concreta?
In questo gesto, essenzialmente pragmatico, sta il seme di una convivenza proficua che genera valore intorno a sé.
Questa operazione, solitamente innata e spontanea all’interno della stessa “specie”, è oggi possibile anche tra il mondo vegetale e quello delle “macchine”, grazie a un’intuizione davvero geniale di Jessica Rosati, che è riuscita a unire innovazione e comunicazione, mettendola al servizio della tecnologia.
Giovane studentessa del dottorato di ricerca in “Ingegneria Elettrica e dell’Informazione” presso l’Università di Bari, l’intraprendente Jessica si è lanciata in un’avventura alquanto audace: creare una vera e propria “comunicazione on demand” per le piante, le quali, grazie all’elaborazione di uno specifico algoritmo e monitorando diversi parametri (tra cui la concentrazione d’acqua nelle colture, il caldo e l’umidità), rilasciano un “segnale” agli irrigatori in base al bisogno reale d’acqua, evitando inutili sprechi.
La meraviglia anche a livello comunicativo di questo progetto, premiato dall’Ibm PhD fellowship Award, è che queste piante interagiscono non solo tra loro, ma con il contesto (in questo caso gli irrigatori), comunicando i loro bisogni e soddisfacendoli attraverso un reciproco riconoscimento.
Inoltre, entrando nel processo di elaborazione, emerge una predominanza di verbi transitivi, che implicano non solo l’esistenza di un messaggio da trasmettere mediante un canale, ma anche la presenza a tutti gli effetti di un emittente e di un destinatario, in grado di comunicare tra loro.
Gli stessi Shannon e Weaver, i celebri matematici che hanno dato vita alla “teoria della comunicazione”, sarebbero così particolarmente fieri di sapere che, nel 2015, una giovane ragazza ne ha pienamente realizzato il modello, aldilà di ogni possibile barriera fisica o intellettiva, interferenza o rumore capace di ostacolare il percorso del messaggio.
Come in qualsiasi altro rapporto comunicativo, infatti, la pianta e l’irrigatore condividono uno stesso codice che, per una reciproca comprensione e una comune possibilità di apprendimento, concretizza uno scambio di informazioni e la possibilità di elaborare e appagare richieste e necessità. Davvero una bella lezione sulle potenzialità di una corretta comunicazione!
Manifestare i propri bisogni, rendendoli chiari e comprensibili, sembra del resto il nuovo confine del cambiamento, già abituati come siamo a sentir parlare di “Internet of Things” o “Internet degli oggetti”… Scarpe da ginnastica che trasmettono dati sulla velocità tenuta per gareggiare in tempo reale con persone geograficamente distanti da noi, sveglie che suonano prima in caso di traffico e contenitori delle pastiglie che ci avvisano se scordiamo di prenderne una.
Chiedono, informano e ricevono: in una parola sola comunicano, termine ancora oggi sorprendente che significa propriamente condividere, “mettere qualcosa in comune con gli altri”.
E non importa come – o tra chi – tale scambio di informazioni si esprime: quello che conta è la concreta possibilità di farlo. L’integrazione tra tecnologia e biologia – al punto in cui siamo – non può più essere considerata un’eccezione, dunque, ma, al contrario, deve essere interpretata come una vera e propria interazione in grado di garantire una reciproca utilità.
E adesso… tutti a parlare con le piante del balcone, del giardino e soprattutto con quelle dell’orto. Non si sa mai che rispondano!
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[highlight] Per saperne di più[/highlight]
– Shannon, C.E. e Weaver, W. 1983, La teoria matematica delle comunicazioni, Milano, ETAS LIBRI (1a ed. 1971), ed. it. di The Mathematical Theory of Communication, University of Illinois Press, 1949.
– Kevin Ashton: That “Internet of Things” Thing. In: RFID Journal, 22 luglio 2009.
– News24Web.
– Impronta Unika.
– Informatica Libera.
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[dropcap3]U[/dropcap3]n tempo c’erano gli oracoli, i tarocchi, i riti scaramantici e le visionarie profezie di uomini e donne illuminati spesso da tragici destini.
Poi sono arrivate le teorie del gioco – che gioco tanto non è – e i loro dati statistici, che ci hanno insegnato come le probabilità possano divenire possibilità.
Oggi le carte che abbiamo in mano, in termini anche predittivi, sono ben altre, e derivano da cumuli e depositi di dati – espressi in testi, numeri, immagini e tutto ciò che è informazione allo stato puro – che, se giocati nel modo giusto, nei giusti tempi e con i passaggi opportuni, possono permetterci non solo di comprendere meglio il presente, ma di “predire” il futuro.
Di cosa stiamo parlando? Dei processi cosiddetti di “data mining”, ovvero di tutte quelle attività di scansione, analisi ed estrazione di dati per lo più insignificanti e irrilevanti attraverso delle griglie o dei percorsi interpretativi, che li contestualizzano e utilizzano secondo inediti e imprevisti percorsi di senso. Questi processi sono in grado, dopo tale lavorazione, di rappresentare vere e proprie proiezioni di dati nel futuro, con conseguenze non solo operative, ma anche riflessive ed auto-riflessive.
Ma cosa fanno di preciso questi processi di selezione dei dati? Come si muovono all’interno del trattamento cui sono sottoposti? Occorre innanzitutto partire da una capacità tutta umana, quella di porsi le giuste domande.
È l’interrogativo iniziale, infatti, che dà il via alla ricerca del campo d’azione, magari a sua volta ispirato dalla scoperta di una vera e propria “miniera” di dati, anche intercettata per caso.
Una volta compreso il tesoro potenziale che sta alla base di tale giacimento di dati, tutto è nelle mani del “data scientist”, ovvero quella figura professionale in grado di estrapolare valore concreto da una mole quasi inimmaginabile di informazioni del tutto prive di appeal e senso, per lo meno all’apparenza.
Che potrebbe ad esempio, all’interno di uno scenario inquietante come la mole di effrazioni denunciate in un determinato territorio, trattare, filtrare e associare tali dati in maniera proficua tra loro, rivelando in anticipo quali zone di una città saranno più probabilmente oggetto di tali spiacevoli attenzioni, e per quali tipologie di reato.
È il caso ad esempio di Transcrime, che “ha dimostrato come una parte dei furti in abitazione possa essere prevista partendo dall’analisi dei dati disponibili”.
Come è stato possible arrivare a questo risultato sorprendente? Rispondiamo a questa domanda con le parole dei relatori del progetto: “La ricerca – è stato osservato – ha da prima evidenziato caratteristiche e andamenti dei furti in abitazione in tutta Italia utilizzando i dati fino a dicembre 2014. Poi ha utilizzato un approccio innovativo per sviluppare un modello preventivo testato su tre città italiane (Milano, Roma e Bari) per dimostrare come pochi luoghi critici concentrino un numero considerevole di reati”.
Si tratta quindi di una capacità predittiva non trascurabile, capace di attingere le proprie radici in un’analisi del pregresso che si articola e riverbera in successive elaborazioni di Dati attraverso passaggi complessi e articolati, in grado di “proiettare” tali inferenze in un contesto futuro, immaginandone i possibili scenari.
Caratteristiche, queste, comuni anche a Gzoom, l’innovativo sistema di analisi in grado di effettuare la medesima tipologia di inferenza su un tema altrettanto delicato: il potenziale corruttivo nascosto all’interno di un’organizzazione sottoposta a forti pressioni di questo tipo da parte del proprio contesto socio-economico.
Certo, tali “predizioni” non saranno mai sicure al 100%, e il margine d’errore esiste sempre. Anche gli oracoli più celebri, del resto, si esprimono spesso in profezie intellegibili.
Ma tutto ha inizio – e sempre lo avrà – dai medesimi, intramontabili interrogativi: Chi siamo? Da dove veniamo? E soprattutto: dove stiamo andando? La risposta, in questo caso, sarà… data!
[dropcap3]O[/dropcap3]gni scambio di informazioni tra un interlocutore e un altro ha in sé il germe della creatività. E’ infatti nell’intersezione tra le idee, i concetti e i valori degli attori di una comunicazione che si crea un nuovo, comune campo di relazione, azione ed esplorazione tra gli stessi, in parte conosciuto e in parte incontaminato, che inevitabilmente porterà ad altro da sé.
E se a dirla così sembra solo teoria, la pratica mostra in maniera inequivocabile come in ogni passaggio di informazioni – dal più banale al più complesso – ci sia un vero e proprio potenziale di conoscenza, la cui espressione più piena dipende dal destinatario cui questo sapere viene consegnato.
Gli effetti e le conseguenze di tale scambio non si limitano alla sfera intellettiva o culturale, ma si dispiegano in concrete modificazioni della realtà attraverso la produzione di nuove idee e progetti, opere e manufatti, invenzioni e opere d’arte.
A volte, tanto più distanti sembrano le esperienze e i background degli interlocutori presi singolarmente, tanto più interessanti sono le relazioni che si creano. Un esempio di come si possano raggiungere forme di conoscenza complesse a partire da un passaggio di informazioni tra due interlocutori non appartenenti al medesimo piano culturale riguarda la Musica, grazie all’inconsueto incontro tra due illustri signori avvenuto nel lontano 1747.
Il primo è Federico II di Prussia detto “Il Grande”, il secondo è l’altrettanto “grande” Johann Sebastian Bach. Quando i due si incontrarono, il re, che si dilettava di musica e composizione, sfidò Bach sul suo campo d’azione, consegnandogli un proprio tema musicale con la richiesta esplicita di realizzarne una “fuga” a sei voci obbligate.
Bach, non accontentandosi della consegna già in sé pretenziosa, si cimentò creando un’intera opera incrementata con un’ulteriore fuga a tre voci, dieci canoni e un “trio sonata” per flauto, violino e basso continuo.
Il risultato è ovviamente un’opera suggestiva e maestosa, il “Musikalische Opfer” (“Offerta musicale”), che Bach inviò a suo tempo al re con la seguente dedica: “Regis Iussu Cantio Et Reliquia Canonica Arte Resoluta” (“Il canto richiesto dal re e il resto, risolto con arte canonica”), il cui acronimo in inglese è, non a caso, RICERCAR.
L’ispirazione di Bach, dunque, è partita da un semplice scambio comunicativo, l’offerta del tema minimo del re di Prussia, che, consegnato nelle mani di un genio musicale, si è tradotto in una forma d’arte di grande bellezza, tra le più complesse mai create.
Cosa non può fare il capriccio di un re!
Clicca sul pulsante e ascolta il capolavoro di Bach.
[dropcap3]C[/dropcap3]osa, più di una nuvola, riporta al comune sentire in termini di leggerezza?
Alte, soffici e impalpabili, le nuvole rappresentano la sostanza e la forma di un concetto che, ai giorni nostri, assume un valore in più, del tutto inedito, che esploreremo insieme: quello dell’efficienza.
Alla leggerezza del resto – intesa come valore culturale, ancora prima che come keyword con cui marcare l’attualità – è dedicato il primo “memo” analizzata da Calvino nel suo capolavoro Lezioni americane. Leggerezza intesa innanzitutto come superamento del concetto di “peso”, senza nulla concedere alla superficialità, che è ben altra cosa.
La differenza tra le due possibili varianti del termine, come ricorda Calvino, sta infatti nella grazia con cui si riesce a gestire una faticosa incombenza, piuttosto che nel restare in una dimensione di superficie dell’essere. La leggerezza così intesa è intrecciata all’apparente naturalezza di un risultato frutto in verità di un sapere disposto ad arte, piuttosto che nella facilità del suo raggiungimento.
Come dire: se anche nel tagliare un determinato traguardo non c’è alcuna traccia dello sforzo occorso per arrivarvi, lo sforzo c’è stato, eccome. Solo che è stato capace di non appesantire il risultato finale, liberandolo anzi da ogni contingenza. E se esiste oggi, nel nostro orizzonte culturale e tecnologico, una metafora adatta per rappresentare questo stato delle cose, cosa, meglio di un Cloud?
Se tale accostamento può sembrare a un primo approccio quasi eretico, così non è. Non lo è se pensiamo innanzitutto allo sforzo – sia in termini di risorse che di energie – che accompagna ogni impresa tecnologica alla cui base c’è un’intuizione capace di elevarsi a strumento di azione e condivisione. Non lo è se ci confrontiamo poi con il risultato finale: l’interfaccia immediato con pressoché qualsiasi sistema o programma attraverso una semplice connessione internet.
La “filosofia” del Cloud – perché di questo, si tratta, ovvero di un approccio diverso al lavoro, e non soltanto di uno strumento d’uso comune – opera in un ambiente di assoluta leggerezza, rapidità e soprattutto, come anticipato, di efficienza.
Il Cloud, infatti, consente anche alle realtà economiche più piccole di farsi supportare da tecnologie innovative, permette l’utilizzo e la distribuzione di beni immateriali a distanza ed è in grado di generare lavoro anche in ambienti di mobilità, accelerando in potenza molti processi sia progettuali che operativi.
Un insieme di valori capaci dunque di tradursi, sotto la giusta guida, in un eccezionale motore di business che, in un momento di difficoltà economica e produttiva come l’attuale, non può non rivestire un carattere di assoluta preminenza.
Non a caso grandi colossi come Google, Microsoft e Amazon si stanno sempre più spostando su sistemi di Cloud Computing che, attraverso algoritmi dedicati, garantiscono alle aziende di elaborare strategie predittive per i business futuri.
Tali sistemi si intrecciano a doppio filo con i Big Data, arrivando ad elaborare modelli statistici che, in base ai dati già disponibili, sono in grado di anticipare possibili esiti futuri con un buon grado di probabilità.
È l’esempio di Amazon Machine Learning, lanciato da poco da Amazon, realizzato in modo tale che gli sviluppatori possano generare modelli predittivi su cloud basati sui propri dati, riuscendo così ad organizzare meglio le proprie strategie di azione.
O quello di Microsoft Azure, la piattaforma cloud di Microsoft: “una raccolta in continua crescita di servizi integrati per calcolo, archiviazione, dati, rete e app, che ti permettono di essere più veloce, più efficiente e di risparmiare denaro.”
In entrambi i casi – così come per quanto riguarda altri prodotti simili, seppure ognuno con le proprie caratteristiche – si tratta di strumenti che fanno della “leggerezza” il loro primo comandamento, rendendo semplice e immediato ciò che in realtà è frutto di una mole considerevole di competenze, invenzioni e saperi messi in campo e fatti interagire tra loro da una moltitudine di persone, ciascuno esperto nel proprio settore e con incarichi diversi.
In nome di un’efficienza un tempo non lontano davvero inimmaginabile. O meglio: impalpabile.
[dropcap3]L[/dropcap3]a storia del legame unico e particolare esistente tra cane lupo ed essere umano si perde nella notte dei tempi, ben prima di quel giorno in cui Cappuccetto Rosso si inoltrò imprudentemente nel bosco lasciando con il fiato sospeso generazioni di bambine e di bambini.
I primi casi di addomesticamento del cane a partire dal suo antenato lupo risalirebbero infatti a un periodo compreso tra i 18.800 e i 32.100 anni fa, da parte di popolazioni nomadi europee di cacciatori-raccoglitori. La prima testimonianza di un legame affettivo tra uomo e cane, tuttavia, si è riscontrata in un più recente periodo: circa 12.000 anni fa. E sarebbe limitante circoscrivere tale legame alla semplice e reciproca necessità di convivenza: nel sito archeologico di Ein Mallaha, in Israele, è stata portata alla luce una tomba di circa 12.000 anni che custodisce i resti di un uomo coricato su un fianco con un braccio proteso verso i resti di un cucciolo di cane.
L’esempio della tomba porta con sé la prova di quanto la domesticazione sia l’esito di un percorso biunivoco di legami affettivi particolarmente intensi, composti prima di tutto da uno scambio significativo di “sguardi”.
Padroni entrambi di un linguaggio non verbale che consente loro di comunicare, uomini e cani hanno saputo utilizzare proprio lo sguardo come canale universale per cogliere sia le intenzioni reciproche che le azioni conseguenti.
È il Messerli Research Institute di Vienna, con una recente ricerca pubblicata su Current Biology, che testimonia scientificamente come i cani siano in grado di “leggere” i volti umani, intuendone e memorizzandone le emozioni per poi essere pronti a reagire di volta in volta.
La forza intrinseca di un tale riconoscimento è deflagrante già a livello biologico: lo studio riportato dalla rivista Science e condotto dell’Azabu University di Sagamihara (Giappone) conferma che più si prolunga il contatto visivo fra cane e uomo, più aumenta il livello dell’ormone ossitocina, noto come “ormone dell’affetto”. Il fenomeno, non a caso, si scatena in entrambi, suggellando chimicamente lo stesso tipo di attaccamento che si produce tra una madre ed il figlio neonato, stavolta però travalicando i distinguo tra specie differenti, in un legame reso sempre più indissolubile nel tempo. Tutto si compie naturalmente e nel reciproco riconoscimento, necessario a due nature biologicamente diverse per comunicare pienamente tra loro, senza nulla togliere alle regole della domesticazione.
Accettarsi prima di tutto con lo sguardo, dunque, è ciò che consente e realizza il legame. E chissà che, una volta che Cappuccetto Rosso abbia cononosciuto meglio il lupo, non possano inoltrarsi insieme nel bosco, alla ricerca del Cacciatore. Con il benestare della nonna, chiaramente!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
– L’amicizia tra il cane e l’uomo
– Se sei felice il cane lo sa
– Il cane lupo
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[dropcap3]I[/dropcap3]l tema della diversità è oggetto di interesse che suscita reazioni opposte: dall’implacabile rifiuto alla curiosità intellettuale sino alla piena disponibilità all’inclusione.
La paura del diverso, in generale, è spesso conseguenza di un sé fragile, attento oltre misura a restare aderente al proprio simulacro per non perdere la propria identità. E quando ciò che risulta differente si avvicina troppo, il timore di una contaminazione, o – peggio ancora – di perdere il controllo sulla rassicurante consuetudine, può scatenare risposte imprevedibili.
Chi riconosce invece a se stesso un’identità definita e sicura di sé, si avvicina volentieri a ciò che non gli somiglia, e lo fa senza riserve. Il diverso è infatti intrinseco all’esistenza stessa ed è in primo luogo la Natura a testimoniarlo, nell’incessante processo di trasformazione di cui è capace.
Facciamo un esempio all’apparenza semplice, ma che in realtà non lo è, prendendo come riferimento una patata, più precisamente l’Ipomoea batatas, conosciuta come “patata dolce americana” o “batata”.
Questa radice tuberosa, originaria del Centro-Sud America e coltivata anche in Italia, già dall’aspetto è differente dalle altre, e custodisce questa sua peculiarità non come un problema, bensì come un segreto in grado di avvantaggiarla rispetto ad altre specie.
Un team di ricerca internazionale, infatti, ha individuato al suo interno alcune sequenze omologhe al DNA di Agrobacterium, un batterio normalmente patogeno per i vegetali in genere, ma non per lei. I dati raccolti sembrano confermare che – proprio grazie a uno scambio di geni avvenuto in natura migliaia di anni fa tra la Batata e il Batterio – le siano state conferite caratteristiche molto favorevoli dal punto di vista agricolo. Peculiarità che, nel corso della sua evoluzione, sono state selezionate e mantenute, facendo della patata dolce un vero e proprio OGM naturale.
Il processo di acquisizione di geni di altre specie, noto come “trasferimento orizzontale”, è del resto conosciuto da tempo ai ricercatori, ed è esemplare di quanto la cap
acità di trasformarsi in diverso da sé – grazie anche a contaminazioni genetiche – possa offrire più di un vantaggio in termini evolutivi.
Tra le specie “donatrici” di geni – anche nei confronti del regno animale – compaiono sia batteri, che i virus e i funghi.
È il caso di un gruppo di geni caratteristici dei vertebrati (tra cui l’uomo), “donato” agli animali con molta probabilità da un fungo, e il cui prodotto è un enzima in grado di guidare la costruzione dell’acido ialuronico, componente principale della matrice extracellulare del derma a cui fornisce sostegno e volume, come ben sanno gli uomini e le donne alla ricerca dell’eterna giovinezza.
Anche in questo caso la selezione naturale ha scelto di modificare geni già esistenti adattandoli a un uso inedito piuttosto che creare qualcosa di nuovo dal nulla.
Perché il cambiamento – e dunque il passaggio attraverso livelli successivi di “diversità” – fa parte del concetto stesso di evoluzione di una specie, e accettare le differenze (di genere, di razza, di DNA…) rappresenta la pre-condizione di qualsiasi progresso. Naturale: né più, né meno, ma solo diverso.
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[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
– Crisp A et al. Expression of multiple horizontally acquired genes is a hallmark of both vertebrate and invertebrate genomes. Genome Biol. 2015 Mar 13;16(1):50.
– Pikaia
– Il potere del sé
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Maps Group parteciperà, il prossimo 29 Aprile 2015, alla giornata dedicata agli studenti e ai neolaureati dell’Università di Parma.
Un appuntamento pensato per far incontrare il mondo della formazione con quello del lavoro, in particolar modo con le imprese che operano in ambito ICT. L’evento è organizzato dall’Università degli Studi di Parma, ospitato dalla sede di Ingegneria e promosso da Aziende che, come Maps, compongono il Comparto Informatico associato all’Unione Parmense degli Industriali.
L’appuntamento si rivolge in particolare a studenti e laureati dei dipartimenti di ingegneria dell’informazione, matematica e informatica, ingegneria industriale, economia, fisica e scienze della terra e costituisce un’occasione importante per mettere in contatto persone dal profilo qualificato e aziende che, sempre di più, cercano figure preparate ad operare in ambito informatico e tecnologico.
[dropcap3]È[/dropcap3] pronta la prima mano robotica italiana, stampata in 3D. A progettarla è stato l’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) in collaborazione con l’Inail. La sua sperimentazione è già in atto, presso il Centro protesi dell’Inail a Budrio (Bologna).
Cos’altro aggiungere? La mano è così familiare, assodata e naturale da oscurare la sua stessa eccezionalità. Attraverso la presa, l’esplorazione sensoriale e la comunicazione non verbale è possibile dare attuazione a tutte le nostre intenzioni che, grazie alla straordinaria anatomia della mano, si sintetizzano e si compiono come per “magia”.
Parzialmente condiviso con altre specie, è il traguardo evolutivo raggiunto in particolare dalla mano dell’uomo che consente l’esecuzione di movimenti di notevole precisione: senza le mani, la nostra unicità di essere viventi si ridurrebbe soltanto a un proposito irrealizzato.
La mano porge e toglie, racconta, si allaccia ad altre mani o respinge con forza, sente, legge: da un punto di vista ingegneristico, un sistema tanto sofisticato e complesso eppure così sensibile rappresenta senza dubbio una sfida irresistibile, che è stata prontamente raccolta.
L’Italia vanta dunque un prototipo di mano robotica assolutamente innovativa: una protesi unica nel suo genere, tecnologicamente avanzata e in grado di riprodurre l’85% dell’attività di una mano naturale, che è stata realizzata in materiale plastico con alcune componenti metalliche attraverso tecnologie di costruzione additive tramite 3D-printing, risultando resistente e semplice da utilizzare anche grazie a un peso che non raggiunge il mezzo chilo.
Non a caso il professor Antonio Bicchi, direttore del centro ricerche “Piaggio” dell’Università di Pisa, che ha contribuito al progetto e alla sua realizzazione, sintetizza la definizione del prototipo della mano ottenuta con una serie di aggettivi illuminanti: robusta, leggera, flessibile.
Lo sforzo evidente di aderire il più possibile all’esempio umano si ritrova infatti nei dettagli: il modello robotico è privo di ingranaggi e costituito da falangi che ruotano una sull’altra, come accade nelle nostre articolazioni, connesse da un sistema di tendini e legamenti artificiali controllati da un unico motore. Una volta innestata come protesi, l’attività elettrica di superficie dei muscoli naturali residui dell’avambraccio viene registrata da elettrodi e trasmessa tramite un segnale, a sua volta analizzato da un’interfaccia elettronica, che comunica al motore della mano artificiale con risultati eccellenti.
La tecnologia messa a punto consente non solo l’esecuzione dei movimenti delle dita robotiche – come prendere o lasciare un oggetto – ma anche di regolare l’intensità della presa, più o meno energica in relazione alla pesantezza degli oggetti stessi. Il tutto a un costo assolutamente sostenibile: la mano, infatti, avrà il prezzo di uno scooter.
Al di là comunque di tutto, resta il valore assoluto veicolato da questo specifico prototipo: restituire il diritto a un primato evolutivo conquistato. E nella condivisione di tale valore la ricerca non si ferma, puntando a riprodurre le sensazioni tattili per la mano robotica, restituite grazie ad accelerometri sulla punta delle dita in grado di inviare vibrazioni diverse in base alla consistenza della superficie toccata.
Possibile riappropriarsi, per chi ne sia stato privato, della sensazione unica di accarezzare qualcuno? Risponderà il futuro, mentre il presente ci obbliga a provarci.
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[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
– Ansa
– Festival della Scienza
– National Geographic.it
– Corriere.it
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