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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

La conoscenza come strategia per superare il timore del cambiamento.

C’è chi guarda alle cose come sono e si chiede “perché”.
Io penso a come potrebbero essere e mi chiedo “perché no?”
Robert Kennedy

Inutile negarlo: abbiamo tutti – chi più e chi meno – timore del cambiamento. Di cambiare casa, amici, città. Ma anche collaboratori, fornitori, metodo di lavoro, strumenti d’uso… e chi più ne ha più ne metta.
Paura del nuovo, o al contrario del vecchio, paura di perdere qualcuno o qualcosa,  paura di dover rinunciare ai propri privilegi, paura delle strade inesplorate, paura di abbandonare vecchi paradigmi, paura dei social, paura dell’innovazione o dell’involuzione, paura dello straniero, paura della concorrenza, paura dell’informazione e della disinformazione, paura dell’algoritmo. Paura delle parole.
Si chiama – parlando difficile – neofobia. E non necessariamente è un disvalore.
Possono esserlo ad esempio a ragion veduta i bimbi perché il mondo intero, per loro, è sconosciuto, gigantesco e fuori misura. Una dose di neofobia appartiene anche agli anziani: l’attitudine esplorativa che, da giovani, è comune sia agli esseri umani sia a molti animali superiori, tende a ridursi con il crescere dell’età.
Eppure, con tutte le dovute premesse, la paura del cambiamento può essere deleteria. Un esempio per tutti e molto concreto in ambito business. La famosa questione del “price” e la paura nell’aumentare i prezzi. Come se – per inciso – mantenerli bassi garatisse davvero una buona salute in termini di rendiconto…
In questa nuova serie di articoli cercheremo così i pro e i contro (tanti) di questa nuova parolina un po’ inquietante. Con un consiglio: “Se volete continuare non a sentirvi, ma a essere giovani, non smettete mai di esplorare”. (Cit. NeU)
Da parte nostra non smettiamo certo ora, sul più bello. Parleremo quindi del cambiamento nella selezione del personale, nella gestione e selezione dei fornitori, nell’avvicinarci alle criptomonete e nel relazionarci con le interfacce vocali.
Buona lettura, Anna Pompilio

La conoscenza come strategia per superare il timore del cambiamento: selezione (non) naturale.

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[dropcap3]E'[/dropcap3] ormai certo che ci sarà – nemmeno tanto in là nel tempo – un momento in cui i robot saranno in grado di fare del tutto in autonomia lavori che oggi sono appannaggio esclusivo degli esseri umani. Non solo: lo faranno sperabilmente (per chi li sta progettando) meglio, più velocemente e in modo più economico.
Quale sarà dunque l’impatto della presenza dei nostri prossimi fratelli di latta sul mercato del lavoro? Si potrà parlare in tal caso di concorrenza, più o meno sleale? 🙂

In questo futuro prossimo è già  da ora ipotizzabile un periodo in cui conviveranno due tipologie di lavoratori, l’una umana e l’altra artificiale… Come si strutturerà tale bizzarra convivenza?
Si creerà una sorta di terra di mezzo in cui si potranno trovare professionalità simili in “razze” così diverse? Ci sarà  un momento in cui chi avrà bisogno di acquisire una determinata competenza, potrà rivolgersi ad un mercato misto, tra umano e non umano?
[bctt tweet=” Conviveranno due tipologie di lavoratori: l’una umana e l’altra artificiale.” username=”MapsGroup”]
L’ipotesi è suggestiva, niente da dire. Ma le ipotesi di realtà più probabili, quali sono? Come stanno cambiando le attuali funzioni di Human Resources dinnanzi al prossimo e certo cambiamento di paradigma? Come si stanno preparando i responsabili HR a tali trasformazioni?
E, nel caso si attui una selezione del “personale”, questa si spingerà fino al prodotto-robot, magari personalizzato, o si limiterà a selezionare a monte il fornitore e  l’azienda che quel prodotto lo realizzano? O ancora, vista la trasformazione in atto da merce a servizio – di cui ci ha parlato in maniera esaustiva Giulio Destri in questo articolo –  verrà valutato l’ìisieme del prodotto-servizio?
Proviamo per un attimo a riavvolgere il nastro…

L’acquisizione di risorse in settori tradizionali

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Se ci soffermiamo a osservare l’attuale acquisizione di risorse in un paio dei principali settori della nostra economia – nella pletora di piccole e piccolissime realtà che costituiscono oggi il tessuto economico di questo paese e la Pubblica Amministrazione – quanto fin qui ipotizzato sembrerebbe ben poco applicabile. Lontanissima fantascienza, direi.
Per prima cosa, infatti, notiamo che nel contesto delle Piccole e Medie Imprese una funzione specificatamente HR non solo spesso non esiste, ma nemmeno  vengono domandati all’esterno i compiti di quest’ultima.
Il motivo? All’apparenza si adducono questioni dimensioni aziendali e di costi troppo elevati.  La faccenda tuttavia ha ben poco a che fare con i numeri: il fulcro non sta tanto nella dimensione aziendale, quanto nella scarsa lungimiranza di chi ne fa unicamente un problema di costi.
Certo: un’accurata ricerca, selezione e acquisizione di candidature di valore costa e si può arrivare a spendere cifre importanti. Il costo, tuttavia, è in sé giustificato da un mercato del lavoro che richiede competenze sempre più distintive.
Cambiano infatti non solo le figure professionali richieste, ma gli stessi processi paradigmatici in atto (intelligenza collaborativa, telelavoro, smart working, cultura convergente e partecipativa, social organization, mass collaboration, Humanistic Management, etc.) e la tecnologia di riferimento (Big data, mobile, social recruiting, digital reputation, etc.).
[bctt tweet=”Cambiano le persone che cercano o offrono lavoro, cambia l’approccio alla conoscenza. ” username=”MapsGroup”]
D’altro canto, quelle stesse aziende che ritengono di poter competere nel loro settore di riferimento senza porre attenzione al modo con cui si dotano dei profili necessari al perseguimento dei loro obiettivi di business, non di rado sono le stesse che forniscono prodotti e servizi alla Pubblica Amministrazione. Il tutto in un ambito in cui vincere o perdere dipende da lievissime oscillazioni di prezzo e la minimizzazione dei costi finisce per essere la priorità massima.
La Pubblica Amministrazione, dal canto suo – che dovrebbe essere uno dei maggiori volani della crescita economica – utilizza come modalità di selezione quasi esclusivamente il criterio del prezzo più basso: il fornitore porta a casa un lavoro solo se è disposto a sottoscrivere offerte ridotte all’osso e dove, al momento dell’erogazione, l’unica possibilità di sopravvivenza è fornire il servizio al minor costo.
Non è più dunque (solo) una questione tra candidato ed esaminatore, non è più competizione ristretta all’interno di una cerchia di contendenti. È arena pubblica.
Si innesca così quella spirale non virtuosa che brucia ancora una volta risorse economiche (che poi si cerca di recuperare attraverso meccanismi ancora più perversi) e finisce per dar vita a eserciti di “automi” – seppure umani – che contano i giorni che mancano alla fine della fornitura, che smettono pian piano di combattere contro un sistema malato e, al più, scrivono di notte nei loro Blog. 🙂
 

Visioni limitate al possibile

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In uno scenario così stringente quasi nessuno sembra preoccuparsi dell’onere di un’opzione errata: nell’acquisizione di risorse inadeguate si pagano senza battere ciglio molti prezzi per una scelta sbagliata, quasi che non ci si possa permettere di fare la scelta giusta.
Come si fa dunque a immaginare un futuro prossimo in cui i responsabili HR possano addirittura individuare la migliore alternativa possibile tra umano e artificiale, se in molte aziende nemmeno è contemplata una competenza HR (interna o esterna poco importa) per selezionare noi umani e, nel caso ci sia,  è spesso deputata al recruitment di un esercito di cloni, magari in sedicenti factory mascherate da Competence Center?
[bctt tweet=”Restare ancorati allo status-quo e rinunciare a immaginare non può essere la risposta.” username=”MapsGroup”]
Come si fa a costruire un futuro prossimo in cui l’innovazione tecnologica cambierà per sempre il lavoro, se non c’è più posto nemmeno ora per le caratteristiche squisitamente umane?
Da questo punto di vista, dunque, non c’è bisogno di temere il cambiamento: quello che occorre, infatti, prima di fare disquisizioni tra lavoratori in carne e ossa piuttosto che sintetici, è restituire un giusto valore allo steso valore umano.
Lo sforzo, in questo senso, deve essere di competenza, conoscenza e immaginazione. Perché la verità è che in questi tempi confusi nulla è scritto sulla pietra, ma restare ancorati allo status-quo e rinunciare a immaginare altri mondi possibili non può essere la risposta.
L’unica strada è imparare a conoscere il “nemico” – il robot, l’IA, la macchina – per provare a trasformarlo in alleato: lavorare insieme, e non in antitesi. 
Un esempio di robot che con una mano toglie, vero, ma con l’altro dà, è quella proposta dall’indagine “Jobs of the future”, svolta dal gruppo Hays – uno dei leader globali nel recruitment specializzato – su un campione di 300 professionisti italiani, chiamati ad esprimere la propria opinione su quale sarà l’evoluzione del settore dell’Information Technology entro il 2025. Se infatti:

“diversi lavori verranno svolti dai robot o dalle ‘intelligenze artificiali’, nei prossimi anni l’innovazione tecnologica creerà comunque interessanti opportunità e nuovi posti di lavoro.”

E quando quel momento sarà giunto, se non si sarà arrivati a immaginare una convivenza felice, la scelta di chi opera unicamente sulla base di criteri di costo sarà ancora più facile. E altrettanto deleteria. Tutto, infatti, si gioca sul filo della conoscenza, citando ancora la ricerca:

“Lavori che un tempo non avevano nulla a che vedere con la tecnologia saranno inevitabilmente investiti dalla digitalizzazione, portando i lavoratori di qualsiasi settore a dover acquisire competenze informatiche per potersi mantenere competitivi e indispensabili sul mercato. Sarà necessario rivedere l’attuale concezione di figure come, ad esempio, il fabbro che, in futuro, potrebbe diventare un informatico con approfondite competenze in tecnologia e domotica.”

Post Scriptum

Qualche giorno fa, a seguito della segnalazione di una posizione lavorativa in linea con il mio profilo, ho provato a candidarmi direttamente dalla pagina LinkedIn dell’azienda (grande azienda nel settore pubblico).
Dopo aver riempito, con una sensazione via via più straniante, un paio di pagine di dati per lo più anagrafici, alla fine ho rinunciato.
L’esperienza – po’come lo stupore che si prova durante la visione di scene girate nella profonda provincia americana, dove solo quando compaiono i telefonini ci si rende conto che quelli che scorrevano fino a un attimo prima sullo schermo non erano gli anni ’60 – mi ha semplicemente impedito di immaginare il seguito. 🙂
 
Code of Ethics in Technology

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Gli autori di 6Memes

About Michele Vianello: consulente digitale e Digital Evangelist.

[dropcap3]P[/dropcap3]otremmo dire che  sono – in sintesi – un Consulente e un Digital Evangelist. Cosa significa? Che assisto nei processi di digitalizzazione le Imprese, le Associazioni imprenditoriali, le Pubbliche Amministrazioni e gli Ordini Professionali. Sono anche uno “strategist” digitale (web e social strategist), ovvero indirizzo e formo i miei clienti nell’ideazione e realizzazione di strategie digitali per competere negli attuali ecosistemi mediali e avere successo nell’era di Internet.
Assisto in particolare le Pubbliche Amministrazioni nell’adeguare le proprie strutture organizzative, i siti web, la cultura dei dipendenti alla trasparenza e alle modifiche introdotte dalla Legislazione (in particolare Legge Madia), e sviluppo modelli per estendere l’alfabetizzazione digitale nei territori e nelle imprese, perciò formo i digital evangelist nelle Città e nelle aziende.
Recenti studi hanno definito i miei libri sulle smart cities, i miei scritti e il mio account Twitter @michelevianello come “i cluster tematici più virali” in Italia sull’innovazione urbana.
Dal settembre del 2016 collaboro, per sviluppare la strategia digitale, con la società RED srl, (tra gli altri partner scientifici e innovativi, Samsung, IBM, Politecnico di Milano, HPE). Lo scopo della società (di diritto privato) é quello di progettare e di realizzare una città “smart” a Segrate (MI).
In particolare sto approfondendo modelli di business improntati alla valorizzazione dei dati generati dalle attività umane utilizzando le piattaforme digitali… Sono insomma uno specialista in comunicazione digitale nell’epoca del social networking.
Non bastasse, svolgo attività di speaker sulle tematiche inerenti l’Information Technology, elaboro ed attuo moduli formativi rivolti al personale delle imprese, delle pubbliche amministrazioni, delle libere professioni utilizzando metodologie ispirate al social networking, all’open innovation e alla gamification.
Le mie giornate sono duque intense, e  tuttavia trovo sempre il tempo per scrivere. Che è poi il modo più antico, ma anche quello più attuale, di comunicare. Offline e online!


 

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Gli autori di 6Memes

About Vieri Emiliani: fisico per formazione, innovatore per professione.

[dropcap3]F[/dropcap3]isico per formazione, innovatore e Data Scientist per professione, Vieri, che di cognome fa Emiliani – e già qui potremmo disquisire di Linguistica e arbitrarietà 🙂 – si occupa da oltre 25 anni di ricerca e innovazione, ingegneria di prodotto e sviluppo di business nel settore dell’Information Technology.
Dal 2000 si è dedicato alla realizzazione di software applicati all’analisi dei dati non strutturati, con un particolare focus su Information Retrieval e Natural Language Processing.
Appassionato di modelli e dati, algoritmi di Machine Learning e Intelligenza Artificiale – soprattutto quando questi aiutano a risolvere problemi concreti – è attualmente responsabile dell’innovazione per Maps Group, dove si occupa dell’applicazione di tecnologie innovative a supporto dei sistemi decisionali delle aziende.


 

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Medicina & Narrazione Sharing Knowledge

Disease e Illness nella riabilitazione. Intervista al dr. Rodolfo Brianti.

Innanzitutto grazie per aver accettato l’intervista su temi cui il nostro blog dedica attenzione da diversi mesi. Nella nostra rubrica “In salute e in malattia”, ad esempio, abbiamo sottolineato più volte (seppure da profani) l’importanza dei fattori culturali e sociali nell’approccio alla malattie e alla sua cura. Approfittiamo quindi della sua disponibilità per chiederle qualche coordinata in più in proposito.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Ringrazio voi per l’invito. A un tema così articolato posso rispondere in maniera specifica solo per quanto riguarda la mia esperienza, premettendo che, nel mio ambito professionale, queste sono questioni particolarmente complesse.

La mia attività clinica riguarda infatti (solitamente) situazioni estreme, in cui gli esiti di una malattia o di un incidente portano la persona sopravvissuta a dover forzatamente cambiare il proprio “modo di funzionare” in base a un quadro complessivo molto mutato rispetto alle proprie capacità e competenze precedenti.
Si tratta quindi di fare i conti con un’immagine di sé pregressa – magari conquistata nel tempo con impegno, fatica e sacrificio – a cui dover in ogni modo corrispondere, pena un senso di inadeguatezza difficilmente scardinabile.
Da questo punto di vista i fattori sociali e ambientali in cui il paziente affronta il proprio percorso di riabilitazione sono sicuramente fondamentali.
[bctt tweet=” I fattori ambientali in cui si affronta il proprio percorso di riabilitazione sono fondamentali.” username=”MapsGroup”]
Perdere infatti il proprio ruolo in famiglia, nella società e nel lavoro, dipendere dagli altri (anziché, magari, essere colui o colei che soddisfa bisogni e necessità altrui), rappresenta in sé un’enorme difficoltà.
E se le competenze cognitive dell’individuo non sono in grado di sostenere la consapevolezza di questa difficoltà – e magari lo stesso ambiente intorno a lui (famiglia, colleghi, contesto sociale) non riesce ad accogliere tale limite – può accadere non solo che non si riescano a riacquistare competenze residue in realtà accessibili, ma anche che si scivoli verso l’isolamento sociale e la disgregazione stessa del nucleo di appartenenza.
In tal senso, quindi, le variabili della famiglia, del contesto più o meno competitivo che circondano l’individuo, il suo status economico e sociale e la sua stessa visione del mondo possono influire in maniera decisiva con il processo di riabilitazione.
Questo, in un ambito in cui tra l’altro non sempre si riesce a distinguere nettamente aspetti cognitivi, organici, psicologici e funzionali.

 

È tutto molto chiaro. Non a caso si parla spesso di una dicotomia culturale nell’ambito della malattia, che distingue nettamente la cosiddetta disease, cioè l’esperienza della malattia sul piano fisico, e l’illness, ovvero la sua esperienza sul piano sociale. A suo parere esistono punti di sovrapposizione o convergenza tra i due approcci alla malattia?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Per ciascun riabilitatore questa dicotomia è l’orizzonte quotidiano in cui agire. E la cosa non è né semplice né lineare. Spesso, infatti, la malattia che porta a formulare un iter diagnostico e a ipotizzare un conseguente percorso di cura dimentica o sottovaluta l’effetto variabile della malattia sul “funzionamento” della persona colpita a seconda delle sue caratteristiche personali e sociali.
[bctt tweet=”La stessa patologia clinica determina effetti differenti per ogni individuo e situazione.” username=”MapsGroup”]
Suonare il pianoforte, ad esempio, piuttosto che studiare astrofisica, sono entrambe attività che richiedono l’utilizzo di competenze estremamente raffinate. E tuttavia la perdita del perfetto funzionamento di un dito della mano, anche se non dominante, avrà nell’uno o nell’altro caso conseguenza molto diverse sulla capacità di mantenere il proprio ruolo.
Questo è il tipico esempio in cui la stessa patologia clinica può riverberarsi con effetti estremamente diversi sugli individui in base al loro status quo, alla situazione familiare e sociale che li accompagna.
 

In effetti l’esempio che ci porta è emblematico. A partire da questa riflessione quanto incide l’ambiente umano circostante, ovvero quello relazionale, nella cura di una determinata malattia?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Direi molto. Non a caso quello che una volta si chiamava handicap viene oggi identificato come un limite alla partecipazione, cioè alla capacità di stare nel mondo e a relazionarsi con gli altri attraverso il proprio ruolo.
Si tratta innanzitutto di variabili personali che dipendono da molteplici fattori: dal tipo e gravità della malattia, innanzitutto, ma anche dalle difficoltà di funzionamento che comporta associate alle abilità residue, in grado di compensarne o meno gli effetti.
Allo stesso modo, l’ambiente fisico e sociale circostante incidono in maniera sostanziale. Provo di nuovo a semplificare i concetti con un esempio banale: avere gli stessi problemi fisici di movimento (e dunque di spostamento) in un ambiente rurale piuttosto che in uno metropolitano, può portare a conseguenze molto differenti nella quotidianità. Anche solo il fatto di poter attraversare un passaggio pedonale controllato da un semaforo a tempo può modificare la propria possibilità di interagire con il mondo circostante.

 

Addentrandoci mano a mano nella nostra intervista l’incidenza di fattori sociali e culturali sembra in effetti mettersi a fuoco. Alla luce di questo, quanto può essere importante un approccio, diciamo così, “narrativo”, alla malattie e alla sua cura, sia dal punto di vista strategico che concreto?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La cosa che va sempre ricordata in un iter diagnostico e di cura è che – dietro a una serie di segni e sintomi, abilità e disabilità, procedure diagnostiche, terapie e fisioterapie, valutazioni e rivalutazioni – c’è sempre una persona che, purtroppo, difficilmente potrà tornare come prima, e questo dato di realtà rappresenta in sé un ostacolo potenzialmente insormontabile, se non elaborato ed accettato.

In questa lotta difficile anche solo da mettere allo scoperto, un ruolo cruciale lo gioca non solo il malato in quanto individuo, ma anche la sua famiglia e il contesto che lo circondano.
[bctt tweet=”Conoscere la storia del paziente e coglierne le aspettative è fondamentale.” username=”MapsGroup”]
Ogni componente relazionale, infatti, farà facilmente la medesima fatica a staccarsi da quell’immagine iniziale, originaria, di pieno “funzionamento” che diventa un modello irraggiungibile di paragone.
In questo senso, conoscere la storia e il vissuto del paziente e della sua realtà, coglierne le aspettative e lavorare sul cambiamento è parte fondamentale del lavoro di un riabilitatore, o meglio della equipe di lavoro.
Il gruppo di cura, infatti, si confronta per tempi molto lunghi sia con il disabile che la sua famiglia, con cui vive relazioni empatiche complesse, nella frustrazione condivisa di non riuscire mai ad aver un successo pieno.
Dunque, anche dal punto di vista relazionale e ”narrativo” e non solo funzionale, l’obiettivo realistico non è la completa restituzione del malato alla situazione precedente, quanto l’approdo a una nuova realtà possibile, fatto che coincide con il miglior risultato raggiungibile.

 

Quanto, oggi, l’aumentata portata in termini di conoscenza diffusa delle patologie e delle sue conseguenze agevola o rende più difficoltosa a un medico poter “somministrare” la sua cura?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Anche qui parlo per l’esperienza vissuta in prima persona nel mio lavoro. Il tema è molto complesso e ha mille sfaccettature: mi soffermo solo ad alcune considerazioni.
L’aspettativa attualmente maggioritaria è quella della completa restituzione alla situazione di pre-malattia o trauma, a qualsiasi età e in qualsiasi situazione.
Il lavoro di chi propone un percorso di diagnosi e di cura, invece, è anche quello di ricondurre l’aspettativa alle possibilità realistiche e alle conseguenze da gestire, cosa che non è affatto facile e nemmeno quantificabili in maniera certa e precisa.
Molte volte, infatti, il confronto con i colleghi porta a valutazioni diverse, e altrettante volte alla riabilitazione è assegnato un ruolo quasi magico, al di là della consapevolezza razionale dei vari attori in campo.

 

Grazie mille dr. Brianti. È stato molto chiaro e incisivo. Prima di congedarci c’è qualche altro appunto che vorrebbe condividere con noi?

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Sì, vorrei fare un’ultima considerazione. Dalla mia esperienza ho imparato che la consapevolezza dei limiti e un confronto con gli stessi che non sia “partigiano”, ma basato invece su elementi concreti e scientifici, sono fattori fondamentale nella mia professione, anche rispetto ai temi etici e riguardo al fine vita.
I risvolti individuali e sociali della malattia e delle sue conseguenze vanno infatti affrontati in maniera realistica. Rispettosa e fiduciosa, certo, ma non pietistica e tanto meno populista.
Per questo – anche se so bene di esercitare una professione stimolante, piena di significato e ricca di valori e di esperienze – sono consapevole che si tratta di un lavoro complesso, fatto di limiti e ostacoli, in cui serve una notevole dose di determinazione affiancata a uno sguardo concreto capace di spingersi un po’ più in là un passo dopo l’altro.
[bctt tweet=”I risvolti individuali e sociali della malattia vanno affrontati in maniera rispettosa e fiduciosa, ma realistica.” username=”MapsGroup”]

 


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NOTE BIOGRAFICHE
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Dr. Rodolfo BriantiIl dr. Rodolfo Brianti è attualmente direttore dell’Unità Operativa di Medicina Riabilitativa della Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. Classe ’61 e co-autore del libro “Storie di cura. Medicina narrativa e medicina delle evidenze: l’integrazione possibile”, sono due le sue specializzazioni: la prima in Neurologia e la seconda in Medicina Fisica e Riabilitazione.

Il suo interesse clinico riguarda prevalentemente la riabilitazione neurologica del “grave cerebroleso adulto acquisito” e le pratiche di diagnosi, cura e riabilitazione relative ai conseguenti danni di movimento, cognitivi e comportamentali. Sempre in questo ambito è Consigliere nazionale della SIMFER, Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa.

Cure And Recovery
 
 
Intervista a cura di Natalia Robusti.


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Innova – e sviluppa – la cosa giusta! Partendo dal basso…

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[/sf_iconbox]Innovazione & Sviluppo: una parola eleva l’altra.

 
[dropcap3]Q[/dropcap3]uando si parla di innovazione – con la i più o meno maiuscola – si introduce un termine che sembra dire una cosa e invece ne sottintende un’altra.
Innovare non vuol dire infatti (solo) cambiare ciò che esiste apportandovi qualcosa di nuovo, ma anche (e a volte soprattutto) modificare lo status quo cancellandone intere parti, se non tutte.
La prima deduzione è che non tutti i cambiamenti sono necessariamente migliorativi, come invece la parola innovazione vorrebbe lasciare intendere. Forse è per questo che – a rinforzare il verso positivo che ogni sistema sociale complesso attribuisce al meme, in sé potenzialmente equivocabile – arriva spesso in soccorso un altro termine assai meno ambiguo: Sviluppo economico.

[bctt tweet=”Innovare non vuol dire solo cambiare ciò che esiste apportandovi novità…” username=”MapsGroup”]
Innovazione e sviluppo economico, spesso a braccetto, intraprendono così un processo che, partendo da un cambiamento anche radicale dello status quo, insegue, nel tempo, un’evoluzione giocoforza positiva, poichè generatrice di ricchezza.
Ma se le cose fossero così semplici, allora – a maggior ragione in un’epoca come l’attuale, in cui la tecnologia vola alla velocità della luce (e forse pure di più) – non si capirebbe come mai ogni tentativo di innovazione incontri spesso così tanti ostacoli.
Quella che in realtà scende in campo a opporsi alle istanze di cambiamento, infatti, è una percezione – singola e collettiva – fondante, forse la più importante a livello sociale: quella relativa alla stabilità.
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[sf_iconbox image=”fa-connectdevelop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Lasciar la strada vecchia per la nuova:
PA e digitalizzazione.

 [dropcap3]U[/dropcap3]n proverbio è tanto più forte quanto più estende le sue radici nell’orizzonte dei significati di una società: “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia non sa quel che trova” è senz’altro un proverbio che di chilometri ne ha macinati parecchio.

Questo, a volte, sembra purtroppo essere il leitmotiv della nostra Pubblica Amministrazione. Che, per non rinunciare a nulla, spesso non lascia, ma raddoppia, in un cortocircuito tra documenti e iter burocratici che se la contende tra cartaceo e digitale in una sorta di labirinto che di semplificato non ha nulla o quasi.
Di questo tema parla in maniera esaustiva Massimo Canducci, professore di Innovation Management Università di Torino e responsabile Innovazione di Engineering:

“La trasformazione digitale della PA è un meta-progetto di innovazione che deve concentrarsi sull’identificare, pianificare e governare tutti i sotto-progetti (…) e non, come purtroppo spesso accade, una conversione al digitale di processi antiquati e lontanissimi dalle esigenze della popolazione.”

Per non essere troppo critici, tuttavia, dobbiamo tenere conto che molto, in termini di resistenza al cambiamento, dipende dall’ecosistema in cui l’innovazione tenta di proporsi, e che quelli delle amministrazioni pubbliche sono senz’altro scenari molto complessi, il cui il timore di una destabilizzazione esiste.

L’effetto più o meno dirompente (disruptive, si dice oggi) di ogni innovazione dipende infatti dal contesto in cui agisce il cambiamento, soprattutto in termini di percezione, perché non è affatto detto che a uno status quo granitico corrisponda una situazione di reale stabilità.
[bctt tweet=”L’effetto dirompente di ogni innovazione dipende dal contesto in cui agisce.” username=”MapsGroup”]
La portata di tale punto di vista è sostanziale. Tant’è che mentre i cliché tipologici che dividono a livello planetario gli schieramenti politici in destra e sinistra sembrano destinati a lasciare il tempo che trovano, la coppia in antitesi conservatore-progressista e più che mai attuale e soprattutto trasversale.
Come per tutto ciò che riguarda i sistemi sociali, infatti, la resistenza è d’obbligo, e tuttavia è esattamente in questo incrocio ossimorico tra stabilità e cambiamento che sta il seme fecondo dell’evoluzione, rappresentato da un’idea di possibile miglioramento.
D’altra parte niente è immobile; nemmeno noi, che cambiamo a ogni istante con lo scorrere del tempo, e nemmeno il nostro pianeta e il sistema biologico in cui viviamo.
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[sf_iconbox image=”ss-eject” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Per niente immobile: la società che si muove.
Dal basso verso l’alto.

 
[dropcap3]C[/dropcap3]osa accade quando l’istanza dell’innovazione parte come si dice dal basso, e sono i singoli – intesi come individui, ma anche singole imprese, cooperative sociali o gruppi di lavoro – a portane avanti i valori? Le cose si fanno interessanti. E il fenomeno – seppure a macchia di leopardo – è comunque messo a sistema. Tanto che è stato coniato un nome recente: social innovation, anche se, come illustrato in un articolo di Anna Peron:

“il concetto che esso in sé esprime è piuttosto familiare: rimanda all’insieme delle nuove idee che intendono incontrare i bisogni insoddisfatti della società, modelli elaborati per risolvere le svariate sfide sociali e ambientali esistenti.”

Si tratta in pratica di un modello di innovazione che salta a più pari gli ostacoli di cui abbiamo parlato sin qui perché parte da situazioni di disagio, di non rispondenza.
Situazioni in cui la necessità aguzza l’ingegno – spesso dei singoli – e questo si riverbera in bene comune. E che, più di una volta, si traducono in un secondo tempo in veri e propri modelli di business. Il fenomeno è stato studiato a fondo, ed è stato determinato che le dinamiche principali in ogni innovazione sociale sono tre:

“Innanzitutto si tratta in genere della combinazione ibrida di elementi che già esistono (…) In secondo luogo, l’innovazione è trasversale rispetto ai confini organizzativi e alle pratiche gestionali tradizionali. Infine, appunto come detto in precedenza, essa favorisce la creazione di forti legami relazionali tra coloro che in qualche modo contribuiscono alla diffusione dell’innovazione.”

[bctt tweet=”Esiste un modello di innovazione che salta a più pari gli ostacoli…” username=”MapsGroup”]
In un interessante workshop sull’impresa sociale in Italia, ad esempio, si sottolinea come sia stata proprio la tecnologia a rivelarsi strumento sociale capace di generare valore secondo direttive ben precise:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la coproduzione, leva capace dimigliorare il rendimento delle imprese;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’equilibrio tra “apertura” e “chiusura” e le dimensioni virtuali e reali;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la capacità diintessere partnership e di valorizzare il ruolo degli intermediari;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la sperimentazione di nuovi approcci su piccola scala che poi possono essere scalati su larga scala;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la capacità di realizzare modelli di business ibridi tra profit e no-profit.
La finalità riconosciuta a tali processi innovativi è considerata una sfida per l’Europa, al fine di

“poter acquisire un vantaggio competitivo in innovazione sociale attraverso lo sviluppo di ecosistemi dell’innovazione distribuiti, piuttosto che favorire mercati i cui operatori dominanti stabiliscono i termini di innovazione e i meccanismi di concorrenza”.

… Esiste qualcosa, oggi, di più strategico di questo proposito?
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[/sf_iconbox]Un passo dopo l’altro: la strada nuova che non lascia indietro.

 
[dropcap3]I[/dropcap3]nnovare davvero, dunque, è impresa non da poco. Eppure non solo è possibile, ma appare sempre più indispensabile. Per non restare indietro e non perdere il passo.
Come fare per trasformare i timori (comprensibili) e gli ostracismi (a volte un po’ meno legittimi) che accompagna ogni trasformazione e cambiamento?
Allargare la platea dei protagonisti potrebbe essere una strada, e far conoscere le buone pratiche e le avventure a lieto fine potrebbe essere un bivio della strada principale.
[bctt tweet=”Innovare significa allargare la platea dei protagonisti e diffondere buone pratiche” username=”MapsGroup”]
Perché se è vero che a ogni azione corrisponde una reazione, allora è anche vero che ogni istanza di cambiamento attiva delle risposte, non necessariamente uguali e contrarie…
Ma, più di tutto, occorre  fare di se stessi soggetti attivi, portatori non solo di interessi, ma anche di proposte e progetti di cambiamento, senza aver paura di apparire troppo insoddisfatti del proprio status quo, perché, come ricorda Anna Peron:

“(..) l’innovazione sembra essere attivata dalla pressione sociale esercitata dalla presenza di bisogni disattesi la cui soddisfazione permette di migliorare le condizioni di vita delle persone. È dunque proprio l’insoddisfazione a essere un importante driver ma da sola non è sufficiente.”

In fondo – come ci racconta un altro celebre detto popolare, chi si ferma è perduto!
 

Approfondimenti.

Per chi volesse curiosare nel panorama italiano alcuni degli esempi di innovazione sociale, consigliamo la lettura di questo articolo: si va dall’incentivo alla gestione virtuosa del patrimoni demaniali alla riqualificazione dei territori, dal crowdfunding per il sociale al riuso degli abiti e degli accessori prodotti dal mondo della moda sino al microcredito.
 
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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società Information and communications technology

L’economia che si rinnova con la società e la tecnologia: dal concetto di Prodotto a quello di Servizio

Abbiamo visto nell’anno precedente come l’innovazione tecnologica e il trattamento (sicuro) dei dati siano divenuti ogni giorno di più concetti e funzioni strategiche, per le aziende, così come per le singole persone.
Partendo dal ruolo dell’ICT nella società di oggi – passando attraverso le sue figure professionali – abbiamo approfondito insieme i rischi della materia in termini di privacy e sicurezza dei dati per approdare a un’analisi approfondita sulla messa in atto del GDPR e il suo impatto su servizi esistenti e sulla progettazione di nuovi servizi IT.
In questa nuova serie di articoli apriremo innanzitutto con un focus sulla trasformazione in atto dal concetto di “prodotto” a quello di “servizio”, cambiamento reso possibile dalle attuali tecnologie che veicolano ogni “merce” e più in generale ogni informazione di valore attraverso veri propri flussi di dati.
Nel momento infatti in cui la scelta dell’acquisto di un prodotto “materiale”non dipende più solo dalle qualità del prodotto stesso, ma anche e soprattutto dalla qualità del servizio post-vendita, ecco che seguire questa trasformazione diventa indispensabile per le aziende.
Proseguiremo poi sull’economia dei servizi per parlare della sua integrazione con l’IoT (Internet delle Cose), con un caso applicato riguardante la cura della persona.
Esploreremo in seguito le figure più strategiche dell’IT che rendono possibili le trasformazioni in atto, quali il Business Analyst, il Developer e il Sistemista, e – prima di addentrarci nelle infrastrutture del settore – affronteremo il tema, importantissimo e troppo spesso sottovalutato, della comunicazione interpersonale in questo ambito.
Buona lettura.

Giulio Destri.

 
[dropcap3]”I[/dropcap3]n uno degli articoli precedenti è stato introdotto il concetto di servizio IT: una unità funzionale, composta di software, hardware e reti, che eroga un valore per i suoi utenti e, che spesso nasce come soluzione ad una specifica esigenza e poi si evolve nel tempo.
In questo articolo verrà  ampliato e generalizzato il concetto di servizio, inteso come “il risultato di attività svolte all’interfaccia tra fornitore e cliente e di attività proprie del fornitore, per soddisfare le esigenze del cliente”.
Un servizio, infatti, produce valore per il cliente, a fronte di un pagamento (ad esempio, di un canone periodico), senza che il cliente si debba preoccupare di dettagli realizzativi, di costi diretti e, almeno in linea teorica, dei rischi.
Esempi di servizi sono:
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] In ambito ICT, la connessione ad Internet.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]In ambito trasporti, il treno o l’autobus.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La fornitura di acqua, elettricità, gas.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La raccolta delle immondizie.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La consegna a domicilio di prodotti.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La banca e l’assicurazione.
In molti manuali di economia il servizio viene definito come “l’equivalente immateriale di una merce” e quindi un analogo immateriale del prodotto, distinguendo quindi da un lato prodotti, tangibili, e dall’altro servizi, che procurano valore ma intangibili.
Ma siamo sicuri che questa differenza sia ancora così netta?
 
[sf_iconbox image=”ss-downloadcloud” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”] [/sf_iconbox]

Dal prodotto al servizio

Per approfondire la questione, prendiamo ad esempio qualcosa che “dovrebbe” essere un prodotto: l’automobile.
Un’automobile è sicuramente un oggetto materiale, ha caratteristiche fisiche ben precise, un valore di mercato iniziale e che poi tende a decrescere nel tempo e con l’uso, come tanti altri prodotti. La sua scelta viene fatta per un insieme di motivi, sia razionali sia emotivi.
Ma, dal punto di vista del proprietario, al di là dei rari casi (es. automobili di lusso o storiche) in cui può essere un investimento, cosa è l’automobile? Essenzialmente è lo strumento principale attraverso cui si viaggia, ci si muove, per lavoro, per andare al lavoro, per diletto, per necessità.
[bctt tweet=”Siamo sicuri che esista ancora una differenza netta tra prodotto e servizio?” username=”MapsGroup”]
In molte parti del nostro paese disporre di un’automobile è una necessità, anche solo per poter svolgere le normali attività come recarsi al lavoro o fare la spesa. Per svolgere tale compito l’automobile deve essere in efficienza ogni volta che se ne ha bisogno. Quindi, accanto alle spese di acquisto, il proprietario deve prevedere le spese di carburante, olio e manutenzione periodica o straordinaria.
In caso di incidente l’auto deve essere riparata e si vorrebbe poter disporre di un’auto di cortesia in caso di non disponibilità prolungata a più giorni. Quindi in quest’ottica per il proprietario esiste un servizio auto che garantisce gli spostamenti, a fronte di un canone composto dalla somma delle spese di acquisto iniziale (o rateizzato), delle spese del carburante, olio, manutenzione, bollo e assicurazione ecc… suddivisa per il periodo di uso dell’automobile stessa.
E per l’azienda che produce l’automobile questa è un prodotto? Non solo, nel senso che accanto alla costruzione delle singole auto l’azienda deve predisporre servizi di manutenzione ed assistenza, sia rivolti direttamente ai clienti come, per esempio, il richiamo e la riparazione gratuita in caso di difetti di produzione in un lotto, sia rivolti alla propria rete di concessionari e autofficine autorizzate, come la distribuzione dei pezzi di ricambio “originali”, la formazione dei meccanici sui nuovi modelli ecc…
auto
Non solo: la qualità di tali servizi influenzerà enormemente la scelta del cliente di acquistare di nuovo un modello di quella particolare casa automobilistica.
A maggior ragione quando il cliente ha maggiori possibilità di spesa.
Inoltre le auto sono sempre più dotate di software, software che deve essere aggiornato periodicamente, come quello di altri dispositivi.
Quindi sia per l’azienda produttrice, sia per il cliente finale, il prodotto auto è, in realtà, la parte materiale del servizio auto sopra definito.
Negli ultimi anni si è così assistito ad una transizione verso la gestione completa dell’auto come servizio. Il cosiddetto noleggio di lungo termine, in cui si paga un canone nel tempo in cambio del disporre di un auto completa di servizi di assistenza, manutenzione ed assicurazione per un periodo di tempo o per un kilometraggio massimo è un esempio di servizio auto completo.
Un altro esempio sono i servizi di car sharing come Car2Go e EniJoy, disponibili in alcune città italiane, con cui si paga per il noleggio di un auto per un periodo di tempo limitato.
[bctt tweet=”Negli ultimi anni si è  assistito alla transizione verso l’uso dell’auto non come merce, bensì come servizio.” username=”MapsGroup”]
E’ stato stimato che la presenza di servizi di car sharing potrebbe disincentivare le famiglie che vivono nelle città dall’acquisto della seconda macchina. Questo ha impatto diretto sulle case automobilistiche, che stanno iniziando a prendere contromisure: il servizio Car2Go è di una società del gruppo Mercedes, che in tal modo estende il proprio business usando le auto di propria produzione.
Ora spostiamo l’attenzione verso un secondo prodotto, più “tecnologico”: lo smartphone.
E’ molto facile riconoscere qui i concetti già visti in precedenza. Consideriamo inoltre tutti i casi in cui lo smartphone viene acquistato insieme ad un contratto di servizio telefonico, pagando la rata di acquisto con il canone dello stesso fornitore, oppure ai casi in cui lo si acquista con rateizzazioni.
Ed ecco che il prodotto fisico smartphone (senza dimenticare che il suo software viene comunque aggiornato di frequente tramite un apposito servizio online…) diventa in realtà il servizio smartphone, terminale personale del servizio telefonia e connettività dati mobile fornito da un operatore telefonico.
E ora prendiamo in esame servizi nuovi, che hanno trasformato prodotti fisici, come un disco, un CD o un libro, in servizi che, in cambio di un canone mensile o annuale, consentono l’accesso a raccolte di brani musicali in formato digitale, o a biblioteche virtuali.
Anche il download a pagamento di singoli brani o di libri elettronici è da considerarsi un servizio e non una vendita di prodotti digitali: il file del brano o del libro rimangono, de iure o de facto, di proprietà del fornitore, che ne può revocare l’uso in qualsiasi momento…

[sf_iconbox image=”ss-sync” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

La trasformazione in atto

Gli esempi precedenti ci dimostrano che è in atto una trasformazione, resa possibile dai nuovi sistemi IT e, in prospettiva, dai Big Data.
Le aziende stanno progressivamente trasformando molti dei prodotti di valore (e prezzo) più elevati in servizi, servizi che continuano durante la vita operativa dell’oggetto materiale “prodotto”, e che tendono a fidelizzare il cliente e a fargli rinnovare il servizio con un nuovo prodotto al termine della vita operativa del primo esemplare.
Questo è esattamente il processo con cui una compagnia telefonica ci vende lo smartphone,oggetto terminale del servizio di telefonia mobile. E il servizio prevede l’analisi dei dati di uso dell’oggetto (e del servizio stesso) da parte del cliente.
[bctt tweet=”I dati ci dimostrano che è in atto una trasformazione, possibile grazie ai  sistemi IT e ai Big Data.” username=”MapsGroup”]
Se pensiamo ai sistemi di analisi per la previsione degli interventi di manutenzione, ormai in uso presso i modelli di auto di fascia alta della maggior parte dei produttori, l’evoluzione è proprio questa.
L’auto raccoglie dati sull’uso e sullo status dei propri componenti attraverso un sistema di sensori connesso con la centralina. La centralina comunica periodicamente i dati al costruttore tramite una scheda dati di telefonia mobile. E il costruttore usa questi dati sia per invitare il cliente ad una manutenzione poco prima che qualche componente si possa guastare, sia per offrirgli altri servizi, magari in partnership con altre aziende.
Le Google Car collegate in permanenza con Google Maps che segnalano all’automobilista in giro per turismo luoghi turistici, alberghi, ristoranti o altro in base alle preferenze da lui espresse sono ormai dietro l’angolo.
Tutto questo fa parte dell’ormai prossimo mondo dell’Internet delle Cose, che sarà il tema del prossimo articolo.
dati
 

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Sharing Knowledge So Social: traduzione e tradimento nella comunicazione digitale.

All'ombra degli algoritmi, ai piedi della poesia: leggerezza e gravità della comunicazione

Abbiamo  concluso l’anno alle nostre spalle con un excursus sui 6 memes che – dalla nascita del nostro blog ad oggi – ci hanno accompagnato nell’annotare, marcare e comprendere le etichette di significato che Italo Calvino ci ha lasciato in eredità con la sua opera Lezioni americane: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Coerenza.
Iniziamo l’anno nuovo con un contributo che, attraverso il tema della Leggerezza, propone un filo conduttore tra la materia più classica del pensiero, espressa attraverso la poesia, e la materia più recente dell’innovazione, rappresentata da big data e algoritmi.
Il tutto passando attraverso un continuum espressivo, quello della comunicazione intesa come ponte levatoio che può unire, ma anche dividere ulteriormente, versanti diversi e a volte culturalmente opposti della conoscenza dell’uomo.
Buona lettura.

Il canto del senso che si dispiega

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[dropcap3]”N[/dropcap3]on si può comprendere la bellezza del canto di un uccello sezionandone l’organo vocale”. Così scrive Iosif Brodskij ne Il Canto del Pendolo, riferendosi con tutta evidenza ai tentativi di decifrare la voce di un poeta segmentandone l’opera in maniera analitica per tradurla in chiave prosaica.
Tratta di grandi voci, nel libro, di canti e poeti eccelsi – tra cui Pasternak, Marina Cvetaeva, Kafka, Montale, Kavafis, Leopardi, solo per citarne alcuni – che hanno raggiunto vette liriche e poetiche inarrivabili, dense di significato eppure di una leggerezza senza pari, capaci di trattare temi di eccezionale “gravità” in stringenti quanto evanescenti suoni.
Brodskij, con poche ben mirate frasi, dà così voce al disagio di chi assiste a un vasto numero di specialisti del lingaggio che – a vario titolo e ciascuno a suo modo – tentano di sezionare tali canti sminuzzandoli parola per parola, col risultato, a volte, non solo di sottrarre senso a quegli stessi canti, ma addirittura di aggiungervi peso e cripticità, anziché aumentarne la comprensibilità e dunque il potere comunicativo.
[bctt tweet=”La comunicazione – a volte – sottrae senso all’interazione anziché aggiungervene.” username=”MapsGroup”]
Si tratta di un approccio ingenuo, quello di Brodskij? In parte forse sì. Ma è anche una visione che tradisce l’aspettativa pienamente umana che il senso più profondo delle cose si possa trasmettere quasi da solo, se pronunciato (e udito) libero, lieve e puro nella sua estensione, come una freccia che – una volta scoccata – raggiunge leggera e inarrestabile l’obiettivo.

Sempre di volo si tratta, del resto…
 

È più importante il canto o il cantore?

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[dropcap3]D[/dropcap3]al punto di vista personale – lo confesso – sottoscrivo almeno in parte le basi ideologiche ed etiche di tale punto di vista, convinta come sono che una poesia, nel suo grado di sintesi, nella forza della sua ispirazione, nella densità di senso che avvolge (e da cui è avvolta), sia un unicum, un’alchimia, una formula della materia del significato i cui atomi e le cui unità di misura non si possono più di tanto sezionare, slegare, scomporre…
Ma esiste un modo per analizzare – o meglio, vivere – ogni complessità in maniera non solo più semplice, ma alla fine anche efficace. Ed è qui che torna in campo il genio di Calvino e le sue lezioni, in particolare quella dedicata alla leggerezza. Essa infatti, ben lontano dal proporsi come metodo di analisi superficiale o semplificato, si pone al contrario di approdare a un livello più complesso di percezione, e dunque di comprensione.
Il tutto attraverso uno sguardo che non sia non solo analitico, ma anche istintivo, capace di elevare il senso di un linguaggio complesso (come è quello di ogni poesia) a una dimensione naturale, intrinseca e capace di auto-generarsi.
Non si tratta nemmeno qui di un caso: a Calvino appartiene – oltre a quello di studioso – anche lo status di Poeta. E dunque più di altri letterati è stato in grado di tradurre davvero, senza tradirlo, il canto di quei poeti. Anzi: era in grado non solo di comunicarlo, ma di ampliarne l’eco e di diffonderlo senza snaturarlo né appesantirlo.
[bctt tweet=”La comunicazione può riuscire a decifrare il senso di un’informazione quando costruisce un ponte tra opposti versanti …” username=”MapsGroup”]
Perché in fondo non c’è reale possibilità di scambio e condivisione di conoscenza se non attraverso forme di comunicazione che siano capaci di costruire ponti e itinerari di mediazione tra mondi differenti, così da veicolarne e tradurne il significato oltrepassando le barriere esistenti, culturali, logiche, razionali, affettive o valoriali che siano.
Forme di comunicazione, cioè, che dispieghino la conoscenza, anziché spiegarla. E, per fare questo, occorrono appunto dei mediatori, dei traduttori, più che delle enciclopedie viventi che salgono su un qualche pulpito. E che non necessariamente debbono avere la passione per la dissezione delle altrui corde vocali.
 

Cip cip, anzi tweet tweet

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[dropcap3]A[/dropcap3]bbiamo iniziato parlando di poeti e volatili. Parlando ora di comunicazione non possiamo rinunciare a un’ovvietà: i media con cui comunichiamo oggi non hanno più, se non con rare eccezioni, alcuna figura di intermediazione al loro interno. Con una leggerezza inaudita – perfino sospetta – fanno tutto da sé, almeno all’apparenza. Mai come in questi ultimi tempi, infatti, la comunicazione umana si è fatta densa, quasi convulsa, spesso tanto scoordinata quanto massiccia da assomigliare sempre più a veri e propri “versi”, e non certo quelli poetici.
In una sorta di anarchia e autoregolamentazione (più o meno efficace) – e senza tanti letterati né professori di mezzo – le informazioni vanno e vengono. Ma non passano.
Il risultato di tanto chiacchiericcio è una tipologia di informazione trasmessa che, al pari di un rumoroso gracchiare, spesso comunica poco che sia davvero informativo, anche se è divulgato in maniera così massiva da raggiungere più o meno tutti, tra tweet, like, reshare e via così…
Si tratta più che altro di connessioni, e non di vere e proprie comunicazioni, come esemplarmente dice Pietro Dominici ne La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento.
Perfino le poesie vengono snocciolate, impaginate, condivise e fatte svolazzare di qua e di là. Tanto da far venire nostalgia dei tempi in cui, almeno, a tagliuzzarne i versi erano mani in qualche modo, come dire? Consapevoli, competenti.
[bctt tweet=”Le informazioni vanno e vengono. Ma spesso non passano.” username=”MapsGroup”]
Si tratta di un punto di vista snob? Apocalittico? Conservatore? Niente affatto.
È la consapevolezza dolente di chi osserva come in questa nuova situazione ossimorica di una leggerezza-pesantezza, rumorosa e tuttavia autistica nella sua incapacità di comunicare davvero, a farne le spese sia ancora una volta il significato più vero e profondo di ciò che si vuole comunicare e dunque condividere.
Si rende nuovamente ermetico ciò che è potenzialmente semplice, ma questa volta per eccedenza, anziché per assenza, in un trend progressivo che sembra inarrestabile.
Una breve parentesi: indietro non si torna, è chiaro, e nemmeno sarebbe il caso. Ma va detto con una certa determinazione che la diffusione dei media digitali, in primo luogo i social, così come si sta configurando, sta mietendo una vittima di tutto rispetto: il “senso” del nostro conversare, sia nella qualità del troppo detto che nel fascino perduto dell’omesso, in nome di una quantità ben poco attraente.
Ma anche se il potere di aggregazione di questa nuova leggerezza-gravità dettata dalle innovazioni mass-mediali è così forte, abbiamo come sempre un’arma a disposizione: analizzare con attenzione la nostra e l’altrui voce – ebbene sì, torno in parte sui miei passi – e soprattutto allenare e approfondire la nostra capacità di ascolto.
Seguendo, tuttavia, un diverso modus operandi, in una sorta di terza via: quella dell’integrazione anziché della parcellizzazione, dell’interazione e dell’empatia anziché del distacco e dell’enunciazione oggettiva.
[bctt tweet=”Si rende ermetico ciò che è potenzialmente semplice, per eccedenza anziché per assenza.” username=”MapsGroup”]
E, per farlo, è indispensabile dotarsi degli stessi potenti mezzi di cui dispongono i nostri interlocutori, che spesso sono (all’apparenza) inanimati: i media digitali e le loro piattaforme algoritmiche. Come dire: si deve passare – piaccia o meno – dal canto al conto :-).
 

All’ombra degli algoritmi, ai piedi della poesia

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[dropcap3]P[/dropcap3]roseguendo con i nostri tempi, esistono altre forme di testo che sono ormai di uso quotidiano, anche se ben nascoste sotto a montagne di dati. Si tratta anche qui di  formule, all’apparenza per niente poetiche, ma senza dubbio capaci di raggiungere anch’esse vette inarrivabili e di comporre altrettanto grandi opere: gli algoritmi.
Questi strani esseri in forma di funzione – la cui definizione più generalista riporta a “qualsiasi schema o procedimento sistematico di calcolo” e che, in ambito informatico, riguarda ogni “procedimento di calcolo definibile in un numero finito di regole e di operazioni” – posseggono (al pari delle poesie) uno sterminato potenziale di generazione di senso, produzione di informazioni di valore, diffusione della conoscenza. Potenziale che merita, di conseguenza, non solo di essere riconosciuto, applicato e governato, ma anche comunicato e soprattutto condiviso.
[bctt tweet=”Ogni potenziale di conoscenza va non solo riconosciuto e applicato, ma anche condiviso.” username=”MapsGroup”]
Nonostante l’apparente antitesi tra i due mondi – quello della poesia e quello dei numeri – il parallelo non dovrebbe  stupire più di tanto.
Proprio come avviene nella poesia, infatti, si tratta di forme di linguaggio che seguono regole all’apparenza invisibili e che invece non perdono un colpo,  anzi arrivano precise e puntuali al bersaglio, attraverso un percorso di bivi e connessioni espressi in forma di if, and e or.
Forme e formule di linguaggio che, a modo loro, comunicano. Eccome se lo fanno: a una velocità inimmaginabile, attraverso gli strumenti che usiamo tutti i giorni e che trascinano in tale vortice il flusso delle nostre informazioni e delle nostre comunicazioni, e dunque il patrimonio stesso della nostra conoscenza.
E tutto proprio sotto al nostro naso, mentre noi, magari, puntiamo lo sguardo ignari al cielo, seguendo il tweet del giorno che svolazza in forma di hastag.
 

Cambio di passo, cambio di sguardo: dal volo al suolo?

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[dropcap3]C[/dropcap3]ome per tutti i cambi di passo o di livello di una rivoluzione culturale – chiamiamoli soglie, o limina, o clinamen – all’inizio non c’è maniera di avanzare se non, parzialmente, alla cieca.
Sospinti magari in parte dalla velocità di propulsione che ci ha accompagnato sino a quel punto e che poi, in una sorta di inerzia, ci ha dato quell’ultimo colpetto che ci ha fatto scollinare, girare l’angolo, cambiare strada.
La spinta di ogni cambiamento appare così molto spesso leggera, all’inizio, quasi leggiadra – perché invisibile – sino a che non si dispiega nelle sue conseguenze, ed è allora che se ne avverte il peso, o meglio, la gravità. Ma si trova in quel preciso momento, quello in cui la svolta è stata appena compiuta, il tesoro più prezioso di cui disporre in termini di conoscenza.
Lì si trova la nostra possibile bussola, quella capace di mettere insieme il Nord e il Sud della conoscenza umana e farne un percorso possibile di senso condiviso. Una strada da percorrere insieme. Oggi, io credo, siamo esattamente in quel punto, in quel momento. Forse un po’ in ritardo, ma ci siamo.
Una premessa va a questo punto fatta, o meglio, ricordata: ogni forma di comunicazione è in sé una tecnologia.
La contingenza che ci sembri un fatto naturale è dovuto alla capacità mimetica che, da sempre, connota ogni tecnologia comunicativa, dall’oralità in poi. Lo stesso costrutto di una poesia, fin dalle origini, era infatti orientato a più funzioni, fin dai primi poemi: condensare informazioni e percorsi di senso in poche parole, capaci – nel loro dispiegarsi – di costruire da un lato scorciatoie di pensiero e dall’altro di essere ricordate con facilità.
[bctt tweet=”Servono uomini e donne con lo sguardo in avanti in cerca di nuovi percorsi di senso” username=”MapsGroup”]
Cosa che, in fondo, si può attribuire anche alle piattaforme semantiche e social, che operano in maniera sotterranea profilando e filtrando prima le nostre comunicazioni (magari in forma di ricerca su internet piuttosto che di post o like) e rimodellandole e diffondendole poi, attraverso la selezione di contenuti che ci viene quotidianamente offerta.
Il tutto attraverso una velocità di raccolta, analisi, produzione e diffusione che è impossibile da percepire se non in maniera astratta e razionale, e la cui influenza, dunque, si mimetizza in maniera quasi assoluta pur nel suo avanzare esponenziale.
Cosa serve dunque per trasformare questo potenziale di evoluzione non in una bolgia di connessioni massive e insignificanti, ovvero leggere nel senso negativo del termine, ma piuttosto in un terreno fertile in cui diffondere i versi e i canti di quello che le nuove tecnologie hanno in grembo?
Ornitologi, divulgatori o Data Scientist che siano :-), servono uomini e donne con lo sguardo ben concentrato in avanti, alla ricerca di percorsi di senso leggeri, capaci di scavalcare i confini delle attuali conoscenze.
Ma occorrono anche donne e uomini con i piedi posati a terra capaci di portare con sé quel patrimonio di Humanitas che le scienze umane hanno coltivato e disseminato negli anni, scavalcando una volta per tutte le due opposte sponde del sapere: quello umanistico e quello tecnologico. Portando profondità e spessore con sé.
Perché nel centro, nel mezzo, ci siamo noi: uomini e donne che hanno la necessità di capire, comprendere e comunicare, per fare le scelte migliori non solo per l’umanità in genere, ma anche per noi stessi.
Artificial intelligence

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6MEMES TRENDS Big Data & C. Sharing Knowledge

6MEMES: sei “tag” in cerca d'autore tra leggerezza e molteplicità.

“Nei tempi sempre più congestionati che ci attendono, il bisogno di letteratura dovrà puntare sulla massima concentrazione della poesia e del pensiero.”

Italo Calvino.

 
[dropcap3]6MEMES,[/dropcap3] fin dal suo esordio, non è semplicemente il blog di Maps Group, ma è anche la ricerca di un luogo, o meglio, di un aggregatore di significati e significanti, in cui facilitare la condivisione della conoscenza su tematiche spesso difficili da rendere accessibili. L’input fondante è quello dei “six memes” di Italo Calvino e delle sue Lezioni Americano, che fanno da bussola i nostri autori prima ancora che ai nostri lettori.
In 6MEMES, infatti, ciascuno può seguire una delle vie tracciate dal genio italiano: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza.
[bctt tweet=”#Blog 6MEMES: un luogo in cui facilitare la #condivisione della #conoscenza. ” username=”MapsGroup”]
E proprio questi percorsi culturali, con i quali ci siamo dilettati a “taggare” ogni articolo, ci hanno ispirato in questi mesi una serie di valori e di urgenze che ci hanno guidato nel cercare di descrivere l’odierno universo culturale, con le sue suggestioni e contingenze.
Oggi, a distanza di circa due anni dall’esordio del blog, ci siamo chiesti: queste parole chiave sono ancora strumenti efficaci per definire una società e un mondo dove l’ipercomplessità tecnologica, sociale ed economica impongono di ripensare non solo il nostro sapere, ma anche i nostri stessi spazi fisici e relazionali?
Di seguito alcune delle risposte che abbiamo trovato…

[sf_iconbox image=”ss-wind” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
Leggerezza
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[dropcap3]I[/dropcap3]l tema della leggerezza, per Calvino, si associa sempre ai concetti di precisione e determinazione. Collegata in  maniera fondante al linguaggio stesso, infatti, la pratica della leggerezza lo tramuta in un elemento denso di sostanza – eppure senza peso – attraverso cui l’individuo è trasposto in un livello di percezione più elevato.
Il tutto finalizzato alla possibilità di poter agire e reagire – non solo simbolicamente – alla gravosità degli eventi che si accumulano nel nostro vivere quotidiano.

Ma il web e le tecnologie più massive di condivisione della conoscenza, così presenti  al nostro fianco, si possono davvero considerare leggere, al di là delle apparenze frivole che spesso le connotano?
A prima vista sì, in equilibrio come sono tra paesaggi di rara bellezza diffusi su ogni piattaforma sociale e “nuvole-cloud di caotici ipertesti, codici e tag proposti in maniera sempre più persistente, spesso anche in chiave culturale e non solo di business.
Tuttavia, in tale frequenza e quantità, sarebbe utile non solo una maggiore attenzione  alla precisione e alla veridicità di ciò che ci viene quotidianamente proposto dai vari sistemi informativi, ma anche una nostra maggior propensione alla diversità.
Ciò di cui certamente non necessitiamo, infatti, è il rischio sempre più  attuale di rinchiuderci in spazi all’apparenza aperti e leggeri – come sembrano essere le piattaforme social – dove il mondo viene in realtà selezionato e modellato solo in base ai nostri gusti e stili di vita, appesantendone nei fatti il contenuto.
Un consiglio in proposito? Seguire ciò che propone il verso di una canzone di Giorgio Gaber e il cui titolo è proprio “Leggerezza”: “Cerca di inventare la tua leggerezza, e volerai”.
Se risponderemo a questo invito potremmo imparare a esistere in modo più lieve tornando capaci di riconoscere e apprezzare il momento che viviamo, e non solo la timeline di Facebook o Twitter :).

[sf_iconbox image=”fa-flash” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
Rapidità
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[dropcap3]Ed[/dropcap3] è proprio la rapidità a nascondere (o viceversa a svelare) quel momento. Agli occhi e alla mente di Calvino, infatti, ciò che conta non è tanto la misura del tempo, quanto il fatto di misurarsi proporzionalmente con esso.
Parliamo, nei fatti, di Kairos, ovvero il momento opportuno. Ovvero quel momento esatto in cui il nostro disegno – o quello di ciò che in quell’istante stesso osserviamo o produciamo – irrompe nel disegno più ampio di ciò che esiste accanto a noi in contemporanea, nello scorrere inevitabile del tempo.

Come ci ha insegnato un altro genio italiano, Giacomo Leopardi,  ragionando intorno alla rapidità, in questo caso dedicata alla scrittura, accade infatti che:
La rapidità […] piace perché presenta all’anima una folla d’idee simultanee […] e fanno ondeggiar l’anima in abbondanza di pensieri, o’ immagini e sensazioni […].”
Quale antidoto potrebbe avere, dunque, la necessità di muoverci anche noi rapidamente rispetto al contesto inarrestabile di crescita ed evoluzione (soprattutto tecnologica) in cui viviamo costantemente, con il rischio di caedere, ignari, in qualche precipizio?
Forse un senso attuale potrebbe essere quello di resistere, almeno in parte, all’ebrezza della corsa fine a se stessa, e di concentrarci non solo sul viaggio, ma anche sulla sua meta finale. Occorrerebbe sì correre, dunque, ma con la bussola ben stretta nalla mano.
A costo, aggiungeremmo, di smettere di correre e fermarci, per poi ripartire al momento opportuno in cerca di una strada che sia precipua, e non soltanto rapida.
L’esigenza culturale odierna, dunque, potrebbe essere la ricerca di un giusto ritmo, un’equa misura alle nostre azioni, singole e collettive, seguendo una colonna sonora più armonica e feconda, capace di alternare azione e pausa, rapidità e lentezza…
[bctt tweet=”L’esigenza culturale odierna è trovare un giusto ritmo, un’equa misura alle nostre azioni. ” username=”MapsGroup”]
Il tutto per raggiungere i nostri obiettivi in maniera non tanto veloce, ma precisa, o meglio, esatta. Il che ci porta al prossimo tag 🙂

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Esattezza
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“Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile.

scriveva Calvino a proposito del tema dell’esattezza.
Il perché è presto detto: pretendere esattezza significa cercare una visione del mondo che rappresenti l’istinto e la ragione insieme, il che non è alla portata di tutti. Stiamo infatti parlando di Verità, che – lo sappiamo bene – non esiste per noi umani se non nei termini di approssimazione alla stessa.


Più nello specifico, quindi, e tornando ai tempi nostri, in che tipo esattezza possiamo confidare, immersi come siamo nell’attuale iper-complessità, spesso proposta dagli attuali sistemi culturali di ordine scientifico?
Per il filosofo e psichiatra tedesco Karl Jaspers anche l’esattezza rigorosa della scienza e della tecnologia non affatto la Verità, ma solo un vincolo particolare, un punto di vista anch’esso settoriale, rispetto a ciò che viene conosciuto e spiegato. L’unica via percorribile verso una Verità sotto ogni suo aspetto sembrerebbe esere invece proprio la Comunicazione, sebbene questa stessa pratica ci faccia sentire – nel medesimo istante – quanto la Verità sia infinitamente distante dalla nostra portata.
L’esattezza da ricercare attraverso la comunicazione – in un flusso virtuoso di informazioni che tendono all’inarrivabile verità – è tuttavia la lezione più difficoltosa da apprendere, e soprattutto da perseguire. Eppure, con ogni probabilità, è anche quella che si potrebbe inseguire con più energia e passione.
Come afferma Piero Dominici nel suo testo “La comunicazione nella società ipercomplessa“, infatti, la comunicazione costituisce il pre-requisito fondamentale per la riduzione della complessità, la mediazione dei conflitti e il governo delle imprevedibilità connaturate ai sistemi stessi.
Occorrerebbe dunque sviluppare una nuova cultura della comunicazione, orientata alla condivisione, in grado di rafforzare i meccanismi sociali di fiducia e cooperazione.
E, perché questo accada, è necessario un percorso formativo che raccolga e affronti le sfide poste dalla comunicazione nell’era digitale che ne sappia rendere in primo luogo visibile il lato non solo significativo, ma anche immaginifico.

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Visibilità
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[dropcap3]Q[/dropcap3]uello della visibilità, fra le lezioni americane, è un tema che l’autore pone in maniera davvero anticipatoria, legato come è ai concetti di immagine, immaginato e immaginazione.
Il topic, infatti, riguarda oggi chiunque si avvicini alla cultura in qualsiasi ambito e attraverso qualsiasi mezzo, sia esso logico e razionale piuttosto che visionario e creativo.
Il lato cosiddetto  visual delle cose, non a caso, si sta facendo sempre più contingente, in una successione di invenzioni che rendono Visibile, oggi, ciò di cui un tempo ignoravamo persino l’esistenza.

Gianni Rodari, nella suaGrammatica della Fantasia scrisse del resto:
Un giorno, nei Frammenti di Novalis (1772-1801) trovai quello che dice: Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare”.
La Visibilità, quindi – o capacità di vedere, e quindi di visione – è condizione sine qua per immaginare prima, e comprendere poi, la realtà che viviamo nel pieno della sua complessità, in quanto fonte iniziale per ogni inferenza successiva ed evoluzione di pensiero o ragionamento.
[bctt tweet=”Se avessimo anche una Fantastica, come una Logica, sarebbe scoperta l’arte di inventare. Gianni Rodari.” username=”MapsGroup”]
Ciò che servirebbe mettere a punto, dunque, sembra essere una sorta di pedagogia dell’immaginazione che ci  aiuti a districare tra le migliaia di immagini che ogni istante ci vengono letteralmente somministrate, per riconoscerle, elaborare, selezionarle e, nel caso, scartarle. Nel pieno del loro molteplice esistere.

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Molteplicità
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“Quella che prende forma nei grandi romanzi del XX secolo è l’idea d’una enciclopedia aperta, aggettivo che […] contraddice il sostantivo enciclopedia, nato […] dalla pretesa di esaurire la conoscenza del mondo rinchiudendola in un circolo. Oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima.”

Ecco la ‘Molteplicità’ di Calvino. Un perfetto abito da cerimonia per il web, la tela di connessione per eccellenza tra fatti, persone e cose del mondo.

Un luogo dove ogni pagina, testo e parola possono aprirsi in mille direzioni diverse, allargarsi a comprendere orizzonti sempre più vasti o divenire sottile linea di coniugazione tra chi scrive e legge, produce e consuma.
Molteplicità di interazione sembra essere, dunque, il valore centrale e contemporaneo del web. Questo, sebbene molti utenti ne facciano in realtà uso spesso per risparmiare conflittualità (tramite mail, “messaggini”, tweet) ed evitare quegli incontri a faccia aperta che potrebbero risolvere i problemi in poco tempo. E nonostante molte istituzioni e brand lo usino invece per confezionare contenuti prefabbricati e predefiniti per niente open.
Come spiega Ermanno Guarneri, tuttavia: “Nel web, […] si possono sviluppare livelli di discussione non previsti. […]. Nonostante le potenzialità multimediali, rimane la scrittura il canale più importante. E la scrittura nel web genera e alimenta le comunità: lo stesso fenomeno del flaming – le litigate online – è dovuto proprio al trasporto emotivo, al senso di appartenenza che si crea nella Rete tra le persone.”
[bctt tweet=”Nonostante le potenzialità multimediali, rimane la scrittura il canale più importante. Ermanno Guarneri.” username=”MapsGroup”]
Per questo buona parte del web rimane di una molteplicità spesso inafferrabile, e dunque imprevedibile. Come un messaggio in bottiglia: solo uno lo raccoglierà o, magari, sarà letto da milioni di persone alle quali mai stringeremo la mano. Il che non è un male, anzi: alimenta il fato, il caso, e dunque un potenziale di libero arbitrio senza il quale ogni cosa sarebbe già stabilita a priori.
Certo, per evitare che questa attitudine fluida delle attuali tecnologie comunicative non sfoci in un caos di fatto inscalfibile e impenetrabile – poiché incomprensibile nel suo disegno complessivo – sarebbe necessario proprio quel valore che, per colpa dell’orologio della vita, Calvino non riuscì a includere nelle sue Lezioni Americane, ovvero la Coerenza.

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Coerenza
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[dropcap3]L[/dropcap3]a sesta conferenza, purtroppo, Calvino non fece in tempo a scriverla. Restano appunti dai quali si evince come lo scrittore si sarebbe riferito a un racconto di Melville, Bartleby lo scrivano.

Bartleby è la figura che si sottrae alla relazione sociale e alle convenzioni in nome di una perfetta coerenza alimentata, per assurdo, da una disincantata incoerenza.
Oltre alle interpretazioni esistenzialiste, e ai primi concetti di irrazionalismo contenuti in questo testo, non sappiamo a cosa Calvino volesse riferirsi con esattezza.
Da parte nostra, tornando al topic principale del nostro blog, possiamo senz’altro osservare come nell’epoca attuale, la Coerenza (intesa anche come consistenza e compattezza) ben si adatti al mondo dei Big Data, ovvero a quei numeri, codici, statistiche illeggibili e acronimi spesso incomprensibili che sono  destinati a incidere in modo strategico sulla società in cui viviamo.
Ed è forse proprio questa nuova forma di coerenza, capace di restituire una forma visibile e dunque conoscibile alla complessità, uno dei fini possibili dell’innovazione e delle varie scienze dei Dati.

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Questi, in sintesi, sono e saranno anche nel nuovo anno le mappe di senso che seguiremo, alla caccia di un tesoro di tag che – proprio come la pentola degli Elfi alla fine dell’arcobaleno – si sposta a ogni passo più in là di quanto all’inizio appare. Nel frattempo, anche il nostro Blog va in vacanza.
Un ultimo consiglio? La semplicità. Regalate affetto e armonia a chi vi piace. E preparatevi a un nuovo anno all’insegna della Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità e Coerenza.
Buone Feste!
 

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6MEMES TRENDS Information and communications technology White Paper

ICT, INNOVAZIONE E GDPR. Un punto di equilibrio tra evoluzione del mondo digitale e protezione dei dati. White Paper di Giulio Destri.

“Nei prossimi anni il business e la competitività delle aziende sarà sempre più legato alla capacità di creare prodotti, servizi ed esperienze digitally-enhanced. Un concetto che sottende implicazioni straordinarie per le organizzazioni di ogni ordine e grado, dal punto di vista tecnologico, dei modelli ICT, delle tecnologie digitali, dei processi organizzativi e della relazione con i clienti.”

 
[dropcap3]L[/dropcap3]a nascita e l’evoluzione del progetto di ogni servizio ICT, per erogare nuovi valori agli utenti, richiede la necessità di strutturare un piano di business in cui inserire il servizio ICT, dal concepimento alla realizzazione e dalle sue evoluzioni successive sino alla dismissione.
Ogni servizio IT avrà uno scopo o più di uno e potrà evolvere nel tempo per seguire il bisogno dell’utente o anche essere sostituito in base all’evoluzione dello scopo.
Dovranno essere le istituzioni accademiche e scolastiche a formare professionisti ICT abili e consapevoli, che possano poi crescere integrando lo studio e l’aggiornamento autonomo con l’esperienza sul campo. Solo acquisendo questa nuova generazione di professionisti e modernizzandosi con le apposite metodologie le aziende e le pubbliche amministrazioni (in particolare quelle italiane) potranno entrare in competizione sul mercato internazionale.
Occorre anche non dimenticare le problematiche di sicurezza, diretta ed indiretta, legate agli strumenti ICT. Sarà dunque necessario concentrare attenzione anche sulla privacy dei dati, connessa in modo molto stretto con la sicurezza, e sulla nuova norma europea che entrerà in vigore nel maggio 2018, il Regolamento UE 679/2016, meglio noto come General Data Protection Regulation o GDPR.
In questo White Paper, nuovo contributo sul mondo ICT realizzato per il blog 6MEMES, il prof. Giulio Destri si addentra con cognizione e leggerezza nel complicato universo della trasformazione digitale per esplorarne i processi e i fautori della sua evoluzione nonché le normative che andranno a regolarla. Perché, come afferma lo stesso Prof. Destri: ICT ed Automazione non sono soltanto la tecnologia che li rende possibile ma anche le persone che li costruiscono e quelle che li usano, le relazioni che fra esse intercorrono, le metodologie e le leggi che devono essere seguite. E cambiano continuamente, evolvendosi a velocità una volta impensabili.”
 
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
Introduzione.
01. Il ruolo dell’ICT oggi.
02. L’IT nel XXI secolo: il compromesso tra velocità di evoluzione ed equilibrio.
03. Le figure professionali dell’ICT: come riconoscerle.
04. La formazione accademica: come si diventa professionista ICT.
05. ICT ed effetti indiretti di sicurezza: la cybersecurity sulla scena politico-economica mondiale.
06. Come cambiano le normative: arriva il GDPR.
07. GDPR e requisiti nei progetti IT: il quadro della situazione.
08. GDPR e IT Service Management: la progettazione dei nuovi Servizi IT nel rispetto della normativa.
Conclusioni.
Sitografia.

PER SCARICARE IL PDF FREE CLICCA QUI O SULL’IMMAGINE SOTTOSTANTE!


 

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Il meglio di 6memes: Made in Italy, Corpo parlante, TELCO, Sostenibilità e Cybersecurity balzano in prima posizione!

Tutto il problema della vita è questo:
come rompere la propria solitudine,
come comunicare con gli altri.

Cesare Pavese

 
Quando le temperature si abbassano e il gelido occhio d’inverno posa lo sguardo su di noi, è importante tenere il corpo riscaldato e alte le nostre difese immunitarie, così come è essenziale evitare il letargo della mente o, viceversa, il precipitare a-critico nei ritmi frenetici e spesso bulimici delle festività.
A parte gli scherzi, è ormai diffusa la consapevolezza dell’importanza del “Cibo per la mente”, che concorre in maniera sostanziale al mantenimento della nostra buona salute psico fisica, grazie alla sua capacità di “nutrire” la comunicazione altamente specializzata tra le cellule del tessuto nervoso.
Anche noi di 6MEMES, dunque, vogliamo partecipare a questo processo virtuoso 🙂 proponendo i migliori contributi dei nostri autori saliti alla ribalta del podio nel corso di questi tre mesi autunnali: settembre, ottobre e dicembre.
Eccovi, dunque, il gradimento dei contenuti in base alla piattaforma social di condivisione degli stessi.
[bctt tweet=”#Comunicare correttamente è nutrimento, giudicare è affamare la comunicazione e la comprensione. #6MEMES #socialmedia” username=”MapsGroup”]

Facebook e il popolo curioso.

Il nostro canale Facebook riserva una sorpresa che, per sano orgoglio, teniamo subito a svelarvi: un meritato secondo gradino del podio lo conquista il precedente contributo su Il meglio di 6MEMES! Ecco il risultato, quando la curiosità sul tema della comunicazione crea interesse nello scoprire cose nuove e approfondimenti che stupiscono: ben 585 persone che lasciano un bottino virtuale di 36 tra reazioni, commenti e condivisioni!

Clicca sull’immagine per aprire l’articolo.

Sara Di Paolo, marketing manager di Words, agenzia che opera dal 1989 nel settore della comunicazione strategica, firma il pezzo vincitore assoluto, con una copertura di 956 persone raggiunte, dove racconta del monitoraggio eseguito tra web, social e press nel mondo anglosassone su come viene percepito il Made in Italy all’estero.
E, per completare il terzetto, come da qualche report a questa parte sempre presente in classifica, il nuovo articolo scritto da una punta di diamante della comunicazione su web: Natalia Robusti. La blogger, nel secondo appuntamento della rubrica ‘In salute e in malattia’, racconta “come la nostra corporeità disponga di un proprio linguaggio, più o meno ermetico, anche in termini di salute e benessere.” Contiamo di vedere Natalia salire sul podio anche la prossima volta per stupirci con le parole!
 
 
 

Linkedin, il social per professionisti sempre più… “professionale”!

Linkedin rimane un’ottima camera di risonanza per informazioni di attualità e approfondimento su argomenti tecnologici e rivoluzioni digitali.

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Anche se la piattaforma premia ancora una volta Sara Di Paolo e la sua avventura sul web anglossassone, in seconda e terza posizione compaiono infatti temi attuali affrontati con l’erudita semplicità dei cultori della materia.
Maurizio Pontremoli si sofferma su lo stato dell’arte di Big Data e Predictive analysis nel settore delle Telecomunicazioni (TELCO) mentre il Professor Giulio Destri, dopo aver esplorato alcune delle problematiche di sicurezza, diretta ed indiretta, legate agli strumenti IT, si concentra sulla privacy dei datisi concentra sulla privacy dei dati e sulla nuova norma europea meglio nota come General Data Protection Regulation o GDPR.
Gli utenti di Linkedin, insomma, dimostrano di avere voglia di conoscere sia come “gira il mondo” attorno a web e trasformazioni digitali, sia come “il mondo gira” grazie all’influenza di web, automazione e processi digitali!
 

Twitter “il buono”…

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Twitter è sempre più considerato come un canale di diffusione di buone notizie a contrasto delle fake news spesso protagoniste virali di web e social e capaci di influenzare opinioni pubbliche ed eventi politici o economici. Tv, giornali e radio quotidianamente accreditano Twitter come fonte autorevole d’informazioni. E giornalisti, studenti, attivisti comunicano e si seguono l’un l’altro principalmente su Twitter.

6MEMES, anche per questi mesi, ha contribuito, come fonte di informazione seria ed equilibrata, a comunicare nel modo più corretto con il pubblico che ha avuto il piacere di seguirlo. E proprio il pubblico ha premiato tre temi attuali e importanti: la CyberSecurity sulla scena politico-economica mondiale, di nuovo Natalia Robusti e come “la nostra corporeità disponga di un proprio linguaggio, più o meno ermetico, anche in termini di salute e benessere” e, per concludere, il contributo di Maria Bonifacio con il suo White Paper su la legislazione in materia ambientale e i modelli di sviluppo sostenibile.
Il fenomeno della fake news sta diventando un’emergenza, ma difendersi con 6MEMES è dunque possibile!
[bctt tweet=”“La strada che porta alla #conoscenza è una strada che passa per dei buoni #incontri. Baruch Spinoza. #6MEMES #comunicazione” username=”MapsGroup”]

Il Meglio di 6MEMES vi saluta e vi dà appuntamento tra tre mesi!