Categorie
Maps News News

Vi presentiamo ROSE, lo strumento per gestire al meglio consumi e produzione di energia.

Come promuovere l’innovazione e ridurre i costi dell’energia elettrica? Con le smart grid.

Le nuove tecnologie per l’utilizzo di fonti rinnovabili e per lo storage di energia saranno i settori di sfida dei prossimi anni. L’industria energetica ripone le proprie aspettitative sulle Smart Grid, per sfruttare innovazione tecnologica nel settore energetico.
Proprio dal concetto di sistemi interconnessi nascono le smart grid, una vera e propria rete intelligente in grado di:

  • determinare in anticipo le richieste di energia, termica ed elettrica,
  • convogliare il flusso di energia in modo attivo e bidirezionale con l’aiuto dell’elettronica, dell’informatica e delle telecomunicazioni,
  • far interagire produttori e consumatori, in modo da gestire con migliore efficienza i picchi di richiesta.

Le smart grid sono già realtà e uno dei primi impianti pilota di smart grid in Europa si trova proprio in Italia.

Stiamo parlano di un’area di 50.000 m2all’interno del Campus Universitario di Savona, che ospita la Smart Polygeneration Microgrid (SPM) un sistema di distribuzione energetica, elettrica e termica, dotata di un’intelligenza centrale, supervisionato dalla piattaforma di Energy Management DEMS (acronimo di Decentralized Energy Management System), un software di gestione energetica sviluppato da Siemens.
Il gruppo Maps si è impegnato nel creare e testare, nella Smart Grid di Savona, un sistema di controllo innovativo che, utilizzando anche dei modelli predittivi per la previsione dei carichi termici ed elettrici e della produzione da fonti rinnovabili, permettesse di pianificare in tempo reale la migliore gestione delle risorse energetiche del Campus.
L’obiettivo è stato quello di implementare un nodo di un sistema di Demand Response, in grado di:

  • ricevere le richieste di peak shaving dal DSO (Distributore Energia);
  • ottimizzare al meglio le risorse energetiche disponibili (fonti energetiche, unità di accumulo e carichi).

Per raggiungere l’obiettivo Maps ha sviluppato ROSE. Il prodotto si basa sull’integrazione e lo sviluppo di strumenti ICT avanzati e rappresenta una verticalizzazione dello strumento SmartAggregator

che permette di:

  • acquisire dati dai sensori e gestire semanticamente l’interpretazione di tali valori,
  • permettere l’analisi delle informazioni ai fini predittivi, per supportare processi decisionali.


Per adattare ROSE alle caratteristiche della SPM di Savona si è reso necessario personalizzare alcune componenti, alla realizzazione delle quali il gruppo Ricerca & Sviluppo di Maps Group si è avvalso delle competenze di dominio dei ricercatori dell’Università di Genova Michela Robba e Mansueto Rossi.

Attraverso la messa a punto e l’utilizzo di un particolare modello di rete neurale e la successiva validazione delle performances del modello proposto è stato dimostrato come il progetto ROSE fosse in grado di prevedere con accuratezza la domanda degli utenti e il comportamento delle diverse fonti energetiche.

ROSE può dunque essere lo strumento essenziale per una corretta e ottimale gestione di reti complesse. Ma il concepimento e la modellazione di una rete elettrica intelligente richiedono esercizio e impegno.

Ecco il motivo per cui Maps Group, con il progetto ROSE, vuole proporre sistemi ICT avanzati allo scopo di seguire l’evoluzione dei tempi per assicurare un servizio efficiente e, il più possibile, all’avanguardia.

Un servizio che possa:

  1. Dialogare con i sistemi del distributore (DSO) per operare con esso nella gestione dei flussi di energia.
  2. Operare un controllo ottimale in real time dei sistemi di produzione, consumo e stoccaggio dell’energia.
  3. Ottimizzare i consumi di energia termica ed elettrica minimizzando le emissioni di CO2, i costi operativi annuali e il consumo di energia primaria.


Sapere gestire al meglio questi scenari innovativi è dunque la nuova sfida, che Maps Group si è posta.
Se volete saperne di più, Vi invitiamo a scaricare gratuitamente il White Paper e leggere nel dettaglio le strategie di gestione e controllo nella Smart Polygeneration Microgrid del Campus Universitario di Savona, rese possibili grazie a ROSE!

Per scaricare il White Paper cliccare l’immagine di copertina:

 
 

Categorie
Maps News News

Gestire i processi di Service Desk con l’Intelligenza Artificiale: ecco Smart Desk Assistant di Maps

La crescente automazione dei processi aziendali, nei più svariati settori, comporta la produzione di enormi moli di dati che, se non ben governati, possono portare a registrazioni di incidenti, problemi e richieste di cambiamento.

Il Service Desk è quel sistema di persone, processi e prodotti che si pone come interfaccia tra gli utenti e tutti i servizi ICT aziendali, e gestisce le fasi della richiesta di assistenza e la risoluzione di ogni incidente e problema.

L’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale (AI) e il machine learning, può snellire i processi decisionali e migliorare la velocità e accuratezza dei processi di business.
Nel coordinare le operazioni di service desk la AI può dunque:

  1. Facilitare il ripristino del normale funzionamento del servizio il più rapidamente possibile.
  2. Ridurre lo sforzo necessario per risolvere le segnalazioni di incidenti ed evadere le richieste di servizio.
  3. Supportare gli operatori meno esperti con le conoscenze acquisite dai migliori.
  4. Far registrare miglioramenti significativi nella qualità del service desk stesso e
  5. ridurre sensibilmente i costi.


 

[sf_iconbox image=”ss-laptop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Smart Desk Assistant di Maps: la AI a supporto di una miglior gestione del Service Desk[/sf_iconbox]

Smart Desk Assistant (SDA) di Maps è il sistema di Intelligent Automation, basato su tecniche di machine learning, che si propone di:

  1. suggerire agli operatori con il fine di uniformare la conoscenza all’interno del team di service desk e supportarli durante i periodi di intensa attività o stress;
  2. fornire supporto ai supervisori del team.

Nel primo caso, per offrire suggerimenti all’operatore, Smart Desk Assistant può essere

  • integrato con l’API del sistema di tracciamento (ad esempio ServiceNow);
  • utilizzato come applicazione indipendente;
  • integrato in un bot di conversazione, in grado di simulare una conversazione intelligente con l’utente. In tal modo, Smart Desk Assistant può comprendere intento e interesse dell’utente e proporre soluzioni.

Nel secondo caso, per offrire supporto ai supervisori, Smart Desk Assistant

  • consente ai supervisori di controllare il lavoro del team;
  • può essere utilizzato per approvare il lavoro sia dell’assistente virtuale (Smart Desk Assistant) sia dell’operatore umano.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Come Funziona Smart Desk Assistant[/sf_iconbox]

  • Pre-compila i campi chiave (categoria, sottocategoria, gruppo di assegnazione, urgenza, impatto e altri) e funziona con qualsiasi insieme selezionato di attributi della richiesta;
  • si adegua automaticamente ai cambiamenti organizzativi,
  • impara anche in presenza di errore umano;
  • si collega con ServiceNow (o altri sistemi analoghi) con diverse tecniche di integrazione.

Al centro del sistema Smart Desk Assistant sta il service management per garantire la corretta erogazione di servizi, l’aumento della capacità delle risorse aziendali (con un’evidente riduzione dei costi) e il potenziamento dei processi di automazione dei workflow aziendali.

Non solo, il sistema

  • riduce le violazioni dei Service Level Agreement;
  • riduce gli errori di classificazione delle richieste e ne velocizza l’elaborazione, mettendo in atto una classificazione altamente accurata (uguale o superiore a quella dell’operatore umano).

[sf_iconbox image=”ss-shuffle” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]E per chi utilizza ITIL? Maps e l’intervento per EFSA[/sf_iconbox]

Un esempio di utilizzo di Smart Desk Assistant è quello di EFSA, l’Autority per la Sicurezza Alimentare, che ha adottato ITIL, acronimo di Information Technology Infrastructure Library, un insieme di linee guida nella gestione dei servizi IT.

L’utilizzo di Smart Desk Assistant in un contesto ITIL ha introdotto i seguenti vantaggi:

  1. Miglioramento continuo del servizio: SDA si configura come utile strumento di supporto per il supervisore;
  2. Per gli Operatori di servizio: SDA diviene valido aiuto per l’instradamento e la classificazione dei ticket;
  3. Gestione del servizio: con SDA, il calcolo del Service Level Agreement è più obiettivo.

Se volete provare come funziona SDA vi proponiamo uno schema di lavoro come in figura:

Durante tutto il periodo di prova avrete a disposizione le seguenti applicazioni:

  • L’applicazione ‘Suggerimento’ per classificare i nuovi ticket e suggerire soluzioni dai casi precedentemente risolti.
  • L’applicazione ‘Controllo’ per un’analisi approfondita delle anomalie.

Nell’era della Digital Transformation e dell’Internet of Things il bisogno è quello di velocizzare sempre più le funzioni e solo grazie a un service management evoluto, che si occupa di gestire i processi di lavoro, questo può essere possibile.

Perché l’alleggerimento e la semplificazione passano dall’automazione. E da Smart Desk Assistant di Maps.

Categorie
6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società

Business Analyst: sinergia tra IT e Business per guidare l’azienda in un mondo che cambia. Donna è meglio?

Le soluzioni IT per il business

[dropcap3]N[/dropcap3]ei precedenti articoli è stata presentato quanto l’IT sia diventata e stia tuttora diventando sempre più pervasiva nella nostra vita e nel nostro lavoro, sottolineando anche come questo possa rivelarsi utile per la nostra salute.

Per tutti questi motivi occorre un allineamento ed una integrazione sempre maggiore fra l’IT con le sue potenziali soluzioni ed il Business. L’IT è infatti ormai il fattore abilitante principale per qualsiasi business. Ad esempio, se una azienda di moda vuole aprire nuovi negozi in una parte del mondo, deve provvedere risorse ed azioni per far si che questi negozi siano correttamente connessi con la sua rete aziendale.

Quindi l’IT deve poter provvedere proprio a quello che le viene chiesto e, dall’altra parte, le richieste devono essere estremamente chiare e precise. Cosa non sempre facile.

Questo significa, di conseguenza:

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Definire con precisione i bisogni per il business in funzione delle attività strategiche, tattiche e/o operative che l’azienda sta per intraprendere.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Valutare la situazione di partenza (il cosiddetto AS-IS).

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Definire l’obiettivo, in cui una soluzione tecnica ed organizzativa risolve i bisogni, da realizzarsi entro un tempo accettabile (il cosiddetto TO-BE).
Chi ha in azienda tale ruolo, deve dunque poter parlare con persone diverse (dalla direzione al personale operativo), deve poter raccogliere le informazioni da tutti e trasformarle (con una visione integrata di insieme) nelle specifiche precise per costruire una soluzione, e – come in parte abbiamo spoilerato nl titolo:) – deve avere una pluralità non comune di competenze, sia personali che professionali.

Ma chi è la figura quasi “magica” in grado di  essere – e dunque fare – tutto questo questo?

In realtà non c’è niente né di magico né di impossibile da raggiungersi: l’inquadramento di tale figura si basa su di una scienza e una metodologia ormai ampiamente codificata chiamata Business Analysis (in italiano tradotto spesso come analisi business o analisi aziendale) e il mago (o la maga) in questione è un professionista normato e codificato a livello di Unione Europea, ovvero il Business Analyst.

In questo articolo prenderemo quindi in esame l’Azienda e il ruolo del Business Analyst al suo interno, per mettere a fuoco le capacità di cui deve disporre questa figura essenziale per il successo del business, il cui ruolo e la cui influenza vanno ormai ben oltre l’IT.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Come funziona l’azienda?

Ogni azienda opera per fornire prodotti e servizi ai propri clienti e da questo trae il proprio guadagno. Per ottenere questo entro l’azienda vengono compiute dai dipendenti successioni di attività collegate logicamente, i cosiddetti processi aziendali o processi business (in inglese Business Process).

Ogni processo partendo da un input realizza un output, che ha valore per il cliente. E il cliente può essere esterno all’azienda – nel qual caso il valore è monetizzabile e costituisce un ricavo per l’azienda – oppure interno, come ad esempio avviene nei processi amministrativi o di gestione del personale, che hanno come clienti altre parti dell’azienda.

I processi possono essere produttivi e costruire materialmente prodotti, come nel caso delle aziende manifatturiere. O gestionali, come i processi di gestione delle fatture, del personale ecc… e trattare informazioni.

I processi, inoltre, possono essere espliciti e codificati in procedure documentate, come avviene, ad esempio, nelle aziende certificate ISO9001, oppure impliciti ed esistere nella mente dei dipendenti, che sanno quale è il loro compito e cosa devono fare per fare sì che l’azienda nel suo insieme realizzi il proprio obiettivo. In taluni casi manca la visione di insieme e magari l’azienda non è dappertutto efficace ed efficiente.

Cosa rappresenta la conoscenza dei processi? Semplicemente il modo con cui l’azienda funziona ed opera e comprende in se il know-how delle specifiche operazioni. Addestrare un neoassunto a svolgere le sequenze di azioni che un veterano compie in modo quasi automatico richiede tempo. Se alcuni processi non sono codificati e documentati, all’uscita di una persona occorre effettuare un passaggio di consegne, trasferendo la conoscenza tacita che forma i processi taciti ad altre persone, altrimenti l’azienda perde una parte del suo funzionamento. Ecco perché i processi sono così importanti economicamente.

La analisi, formalizzazione e documentazione dei processi, che viene compiuta ad esempio durante le certificazioni ISO9001, rende quindi i processi patrimonio aziendale, trasferibile da una persona all’altra attraverso la lettura della documentazione, “estraendoli” dalla mente delle persone dove si trovano quando sono ancora taciti. La codifica di procedure ed istruzioni di lavoro o work instruction in modo semplice consente anche di ottimizzare i processi stessi, diminuendone tempi e/o costi e anche di addestrare rapidamente i neoassunti a svolgere le operazioni.

Questo è uno dei compiti svolti da un Business Analyst.

[sf_iconbox image=”ss-repeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Congiungere IT e Business

L’analisi dei processi è il primo passo per la loro ottimizzazione. Tale ottimizzazione può avvenire progressivamente, con il miglioramento di tutte o di alcune delle attività la cui successione forma il processo stesso (procedimento chiamato Business Process Improvement).

Oppure con la ridefinizione del processo, con la sostituzione o la modifica di alcune o tutte le attività che lo formano in modo molto più “invasivo” (procedimento chiamato Business Process Reengineering).

Oggi si tende ad usare un approccio evoluzione del primo, ma che combina le caratteristiche positive di entrambi, chiamato Continuous Process Improvement (miglioramento continuo dei processi), recepito anche nelle normative della qualità. Anche le nuove leggi, come il GDPR, richiedono in alcuni casi l’organizzazione di processi espliciti, come è stato spiegato in questo articolo.

E oggi, per i processi amministrativi e gestionali l’IT, in qualsiasi azienda, interviene massivamente, automatizzando insiemi di operazioni sull’informazione trattata entro i processi. E anche nei processi produttivi l’OT (Operation Technology), introdotta in questo articolo, è ormai fondamentale.

Quindi il compito complessivo del Business Analyst è studiare i processi e come funziona l’azienda, individuare i punti di miglioramento (ad esempio, riduzione di tempi e/o costi nello svolgere le attività) e risolvere problemi riscontrati o definire le risposte possibili ad opportunità che si presentano sul mercato, come la nascita di nuovi mercati o settori di business. Questo rende l’azienda agile e veloce nel cambiare, adattandosi ad un ambiente che ormai può mutare con velocità semplicemente impensabili fino a pochi anni or sono.

Il cambiamento può avvenire con l’introduzione di mutamenti organizzativi (nuovi processi, nuove suddivisioni di reparti…), di nuove soluzioni tecnologiche (nuovi applicativi, nuovi strumenti…), o, nella maggior parte dei casi, con una combinazione di entrambi, che porta al risultato migliore. Il semplice inserimento di un nuovo strumento tecnico, senza che i processi si adattino alla sua presenza, per poterne sfruttare al meglio le potenzialità, non riesce ad ottenere tutti i vantaggi possibili dall’investimento economico necessario.

Il Business Analyst quindi deve:

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Rilevare i bisogni, espliciti o latenti, del cambiamento.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Definire la situazione attuale con precisione.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Definire l’obiettivo per il cambiamento.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Definire i passi da compiere, compatibili con le risorse esistenti, per ottenere gli effetti positivi del cambiamento.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Documentare tali passaggi ed, eventualmente, verificare il loro andamento per l’ottenimento del successo.

Spesso, inoltre, il Business Analyst fa anche il progetto di dettaglio della soluzione IT, definendo con precisione cosa essa dovrà fare entro il contesto dell’azienda (la cosiddetta analisi funzionale di un prodotto IT) e magari procede anche, dopo la realizzazione, all’addestramento delle persone. Quindi il Business Analyst interviene dal momento in cui il bisogno (risoluzione di problema o sfruttamento di opportunità) inizia ad esistere, lungo tutta la costruzione di una soluzione al bisogno, fino alla sua entrata in servizio, curando spesso l’addestramento necessario per le persone.

[sf_iconbox image=”ss-tag” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Processi, dati ed informazioni

I processi hanno dei flussi di informazioni al loro interno, attraverso le quali si coordinano le attività collegate logicamente e/o cronologicamente che li formano. Ed esistono flussi di informazioni anche fra i vari processi che operano entro l’azienda.

I flussi possono essere legati alle attività operative come la vendita, la produzione, la gestione magazzino, oppure collegare le attività produttive con quelle tattiche e strategiche svolte al livello della dirigenza aziendale. E possono infine contribuire ad estrarre dalla mole di dati grezzi l’insieme delle informazioni utili ad aumentare la conoscenza sullo stato dell’azienda e dei mercati, il che rende possibile alla direzione aziendale il prendere con saggezza le decisioni vitali per il futuro dell’azienda stessa.

Compito del Business Analyst è anche definire come trattare questi dati, attraverso l’uso di quella branca dell’IT chiamata Business Intelligence, che oggi, attraverso i Big Data e l’intelligenza artificiale, sta evolvendo in qualcosa di completamente nuovo, in grado quasi di prendere decisioni in modo autonomo.

In questo compito, il Business Analyst è affiancato da due figure specialistiche che in qualche modo ne sono una evoluzione: il Business Information Manager, che possiamo definire anche il gestore aziendale della conoscenza, e il Data Scientist, che “disegna” i trattamenti automatici per passare dai dati alla conoscenza.

L’analisi dati per estrarne conoscenza è una necessità per ogni azienda, in quanto da ad essa una consapevolezza con cui agire con forza e rapidità nel mercato in continuo mutamento, agendo anche d’anticipo rispetto ai mutamenti. Dalle grandi aziende, via via, il suo uso sta espandendosi a cascata anche verso le aziende più piccole.

[sf_iconbox image=”ss-female” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il profilo codificato del Business Analyst?
Donna è meglio!

Esistono diverse certificazioni professionali per il Business Analyst. In particolare le normative UNI 11506:2017 e UNI 11621-2, recepite a livello di tutta l’Unione Europea, definiscono con precisione il profilo professionale “Business Analyst” come colui/colei che:

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Identifica aree dove sono necessari cambiamenti del sistema informativo per supportare i piani di business e ne controlla l’impatto in termini di gestione del cambiamento.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Contribuisce ai requisiti funzionali generali dell’azienda per quanto riguarda l’area delle soluzioni basate sull’IT.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Analizza le esigenze di mercato e le traduce in soluzioni IT.

Per fare questo il Business Analyst deve comprendere come funziona l’azienda (o almeno una sua parte), i suoi processi, il mercato. Deve interagire proficuamente con le persone, ai livelli manageriali e a quelli operativi. Dovendo guidare anche il cambiamento, il ruolo del Business Analyst è, in taluni casi, quello di interagire con le persone coinvolte, motivandole nell’accettare ed anzi avvantaggiarsi del cambiamento, svolgendo quasi un’azione di Business Coaching.

Deve quindi avere grandi capacità di analisi, conoscere il business, identificare modelli e situazioni note in cui poter applicare, ad esempio, soluzioni dimostrate di comprovata efficacia (come avviene, ad esempio, per i framework organizzativi legati alle certificazioni ISO, ITIL, COBIT ecc…).

E deve conoscere, almeno ad alto livello, la tecnologia e le soluzioni. E, soprattutto, deve avere grandi doti di comunicazione interpersonale, deve saper parlare diversi linguaggi, entrando quasi in empatia con le persone con cui interagisce.

Per questo, in genere – e come suggerito dal titolo dell’approfondimento – si tratta di uno di quei ruoli in cui, a parità di altre capacità e conoscenze, una donna può riuscire mediamente meglio di un uomo, essendo in genere sia più empatica che dotata di maggiore pazienza.

Nel prossimo articolo estenderemo il concetto di comunicazione fra professionalità diverse, dotate di diversi linguaggi specialistici, diversi modi di pensare e diversi approcci ai problemi nel cotesto lavorativo. Necessità fondamentale per creare quei team interdisciplinari necessari, ad esempio, per svolgere funzioni di trasformazione che, come ad esempio nel caso dell’adozione del GDPR,  richiede interventi legali, organizzativi e tecnologici. A presto.

Giulio Destri

Business Consulting

Categorie
Gli autori di 6Memes

About Sara DI Paolo, Marketing Manager

Sara di Paolo è Marketing Manager e Presidente di Words, agenzia che opera dal 1989 nel settore della comunicazione strategica, del marketing e della formazione professionale.
Il gruppo ha sviluppato uno specifico know how per definire insieme all’azienda cliente e alla sua direzione obiettivi di marketing raggiungibili nel breve/medio periodo e per sviluppare azioni mirate di comunicazione.
 

Categorie
6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

Gli alti e bassi del cibo italiano. Monitoraggio online a cura di Sara Di Paolo.

[sf_iconbox image=”ss-utensils” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox][dropcap3]Il[/dropcap3] 2018 è l’anno del Cibo Italiano. Sono 69 i grandi appuntamenti in tutta Italia per celebrare il connubio arte, paesaggio, cibo. Fattori distintivi del nostro paese, attrazioni uniche per turisti e visitatori. Secondo la ricerca Food Travel Monitor della statunitense World Food Travel Association, il 49% dei turisti globali ha partecipato ad almeno un’esperienza enogastronomica unica ed indimenticabile durante un recente viaggio.
E così dal primo dicembre 2017 – grazie alla piattaforma web distilled navigo anche io per il “cibo italiano/Italian food”, passando di sito in social, leggendo articoli e blog, monitorando trasmissioni radio e tv in italiano e inglese, alla scoperta degli alti e bassi nella comunicazione sul cibo italiano.
[bctt tweet=”Il 7 dicembre l’arte dei pizzaioli napoletani ottiene il riconoscimento Unesco.” username=”MapsGroup”]
Trattano espressamente di questo tema oltre 28.000 contenuti, il 53% in italiano e il 47% in inglese. Sono ovviamente citati moltissimi prodotti e piatti. Tra quelli monitorati, in inglese vince la pizza (con 2918 menzioni), seguita da gelato (897) e tiramisù (331), rispetto alle salse da condimento il pesto (525) batte il sugo (272) seguito poi dalla carbonara (200), mentre in italiano pesto, sugo e amatriciana (molto meno citata la carbonara) se la giocano alla pari (essendo tutti e tre intorno alle 300 menzioni) e la pizza scende a 758 menzioni.
Il monitoraggio – per scelta – evita siti e blog di ricette (sarebbero centinaia di migliaia!) e considera specificatamente quei contenuti che esprimono considerazioni e articolano ragionamenti sul cibo italiano.
Da dicembre ad oggi, alcuni “picchi” scandiscono l’andamento della comunicazione nel tempo. Apre le danze la pizza napoletana: il 7 dicembre l’arte dei pizzaioli napoletani ottiene il riconoscimento Unesco. Ne parliamo soprattutto in Italia ma la notizia, ovviamente, fa il giro del mondo. C’è chi si domanda se sta mangiando una pizza o pura arte? E chi gioca con le parole “the pasta, the past and the pizza”. È diffuso un sentimento di gioia per un riconoscimento considerato – dappertutto – davvero meritato!

Monitoraggio dei dati giornalieri da dicembre 2017 a marzo 2018.

Cambia il clima nella seconda metà di dicembre con un fatto che coinvolge (e sconvolge) prevalentemente il mondo anglosassone: lo chef Mario Batali, celebrity in America (proprietario di varie realtà, protagonista di The Chew e punto di riferimento della cucina italiana negli Stati Uniti), viene accusato di molestie sessuali.
Il caso gira su numerose testate giornalistiche online, soprattutto americane, e sui social. Il tema è caldo, il #MeToo movement è nato un paio di mesi prima. Qualche giorno più tardi, lo chef si difende inviando una lettera di scuse e ammettendo i propri errori. Fin qui parrebbe tutto bene, se non fosse che a conclusione della lettera di scuse propone una ricetta: pizza dough cinnamon roll (rotoli di pasta per la pizza cotti al forno e aromatizzati alla cannella). Partono pesantissime critiche. Diventa virale l’espressione “onion gag”, non si tratta di cipolle ma della necessità di “mettergli un bavaglio”.
Con l’arrivo di Capodanno e l’inizio del nuovo anno, il mood sul cibo italiano cambia nuovamente. Il 30 dicembre viene ufficialmente presentato l’anno del cibo italiano 2018. Quattro ministeri – Mibact, Mipaaf, Maeci e Miur – insieme ad altri attori protagonisti del settore – tra cui Cassa Depositi e Prestiti, Enit e Alitalia – fanno sistema per celebrare i nostri prodotti agroalimentari, come parte della cultura nazionale e di tutte le identità locali. La campagna utilizza l’hashtag #annodelciboitaliano che in quei giorni impazza e ad oggi conta quasi 10.000 citazioni.
[bctt tweet=”Il 30 dicembre viene ufficialmente presentato l’anno del cibo italiano 2018.” username=”MapsGroup”]
Oltre agli enti nazionali del turismo e della cultura italiani, ne scrivono la Galleria degli Uffizi di Firenze, la Galleria PiziArte di Tortoreto Lido e gli account regionali e comunali liguri che ospitano in questi mesi uno dei 69 eventi dell’anno del cibo. Tra i luoghi più citati Napoli, Firenze, Genova, Parma, Piacenza, Reggio Emilia e Modena, Pompei, Paestum e il borgo marinaro di Recco che, a ondate, intorno alla sua focaccia al formaggio scatena un gran baccano.
Con l’inizio dell’anno nuovo la cucina italiana è sulla bocca di tutti. Chi da New York comincia il 2018 con un bel piatto di tagliatelle al ragù, chi aspetta gli amici cucinando il pollo al forno e ricoprendolo di Parmesan cheese e chi dall’Italia sostiene la bontà dei passatelli in brodo, ottenendo un discreto numero di commenti positivi e la voglia di condividere ricordi.
E se – nel corso dell’anno appena passato – hai perso qualcosa o qualcuno, gli anglosassoni si sprecano nei suggerimenti per farti ripartire con entusiasmo, tra questi non manca mai il momento in cui devi regalarti un delicious Italian dinner oppure, in alternativa, un corso di cucina italiana.
Monitoraggio dei dati dei weekend da dicembre 2017 a marzo 2018.

Ma non scrive di cibo italiano solo chi ha voglia di condividere esperienze, sono numerosi i siti e i blog che trattano gli aspetti economici e sociali del fenomeno. Dagli sviluppi industriali dell’americana “Romana Food Blockchain Corp” – emerging leader nella produzione di prodotti italiani – che sta acquisendo altre realtà americane dell’Italian food, a chi approfondisce la relazione tra digital innovation (innovazione digitale) e autenthic dishes (piatti autentici).
Su questo le catene americane imperversano e anche gli articoli sul tema che vedono come protagoniste pasta e pizza: i piatti italiani che più comunemente negli Stati Uniti vengono consumati attraverso il take away, cioè comprandoli già pronti e portandoli a casa. E, a pensarci bene, è meglio così se è vero – come scrive il Corriere della Sera – che a Firenze una palazzina ha rischiato di andare a fuoco a causa di tre studentesse americane che volevano preparare un piatto tipico italiano e hanno messo la pasta a cuocere in pentola ma senz’acqua, dando così fuoco alla cucina.
[bctt tweet=”In marzo, la comunicazione sul cibo italiano è dominata dal pesto.” username=”MapsGroup”]
A febbraio, un grande picco nella comunicazione è nuovamente dovuto all’Anno del Cibo Italiano. Contemporaneamente viene presentata la #nottebiancadelciboitaliano – da celebrare il 4 agosto in tutta Italia, giorno in cui (nel 1820) è nato Pellegrino Artusi – e viene lanciata la campagna #ilmiopiattopreferito. C’è tutto l’anno per votarlo, comincia il ministro Franceschini scegliendo “sua Maestà la #Salamadasugo e sul web infuriano commenti e pietanze. L’Accademia del Panino Italiano suggerisce il#paninoitaliano, uno diverso per ogni giorno dell’anno”. Dalle Marche arrivano i #vincisgrassi e le #oliveascolane e non si contano le specialità citate: prosciutto di Parma, mozzarella di bufala, casoncelli e così via!
Con il mese di marzo, la comunicazione sul cibo italiano è letteralmente dominata dal pesto. Una combinazione di azioni promozionali intorno alla settima edizione del Campionato Mondiale di Pesto Genovese al Mortaio, uno degli eventi indicati dal Mibact, consente un’azione integrata tra i principali enti coinvolti: Regione Liguria lancia #orgogliopesto per invitare le persone a scendere in piazza con il proprio mortaio a preparare il pesto e a sostenere la candidatura Unesco, il Comune di Genova in collaborazione con la comunità locale degli instagramers lancia il #WorldPestoDay a cui si aggiungono gli organizzatori e i partecipanti al Campionato con gli hashtag #pesto e #pestochampionship. Il risultato è una “nuvola di parole” a tema e un profumo di basilico che dalle piazze liguri contagia i social.
In ultima analisi, il punto è proprio questo: usare strumenti avanzati di monitoraggio web, social e press serve per ascoltare, conoscere e scoprire in modo mirato contenuti, informazioni ed emozioni relative ai propri ambiti di interesse, e su questo costruire strategie integrate per la comunicazione e la promozione.

Sara Di Paolo

Categorie
6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

I “goal” di #6MEMES: breve rassegna dei "primi della classe" del nostro blog…

Rete!

[dropcap3]È[/dropcap3] arrivato il momento, come accade circa ogni tre mesi, di fare il punto sui contributi di 6MEMES che, in questo lasso di tempo, hanno avuto più seguito sulle varie piattaforme social su cui sono stati condivisi.
Una breve premessa.
Ogni rassegna e ciascun report seguono un filo – a volte impercettibile, a volte esplicito – con cui si raccolgono dati. Questo è il caso in cui i dati sono sì numerici – rappresentando i “primi della classe” 🙂 – ma sono anche capaci di raccontare qualcosa in più.
Il filo che li lega nel momento del loro rilascio è infatti (gioco forza) tematico e sociale, cambiando le metriche per ciascuna piattaforma, a seconda del pubblico e del risvolto dei vari temi selezionati più o meno “social”.
Capita infatti spesso che i medesimi contenuti abbiano performance differenti in base al contenitore mediatico su cui hanno giocato la propria partita di visibilità, nel nostro caso Facebook, Linkedin e Twitter.
E allora la lettura, o meglio, il filo della rassegna, si svolge e riavvolge su se stesso a volte tornando sui suoi passi perché le metriche sono davvero molto differenti tra loro, con vere e proprie capriole di gradimento: il primo su una piattaforma può essere l’ultimo su di un’altra e così via… Vediamolo insieme.
[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

Abilità o ri-abilità?

 

[dropcap3]U[/dropcap3]n dato interessante per tutti ce lo fornisce ad esempio Twitter, di solito vocato al gossip e alle new emergenti, e che invece nel nostro caso ha premiato un tema impegnativo e focale, quello della salute in merito alla disabilità, con l’intervista al dr. Rodolfo Brianti dal titolo “Disease e Illness nella riabilitazione.” Con circa 2500 visualizzazioni ha avuto la meglio su topic come l’innovazione, la trasparenza, la cultura… Non male!

Cure And RecoveryL’intervista, del resto, tocca temi sì generalisti sul senso della cura in senso sociale, ma si addentra anche in specifiche realtà soggettive e individuali. In termini di disabilità acquisita, ad esempio, il dr. Brianti sottolinea come:

“Si tratta di fare i conti con un’immagine di sé pregressa – magari conquistata nel tempo con impegno, fatica e sacrificio – a cui dover in ogni modo corrispondere, pena un senso di inadeguatezza difficilmente scardinabile.
Da questo punto di vista i fattori sociali e ambientali in cui il paziente affronta il proprio percorso di riabilitazione sono sicuramente fondamentali.”

E se Twitter ha premiato un contenuto così stringente dal punto di vista dei contenuti, Linkedin ha invece deviato dalle aspettative, premiando temi culturali con un post dell’autrice Natalia Robusti.

[sf_iconbox image=”ss-uploadcloud” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

[/sf_iconbox]

Leggerezza o gravita?

 

[dropcap3]A[/dropcap3]ll’ombra degli algoritmi, ai piedi della poesia: leggerezza e gravità della comunicazione, ha ricevuto oltre 2700 visualizzazioni, parlando di attualità nello scambio delle informazioni sui vari media digitali e convergenti.

“Parlando ora di comunicazione non possiamo rinunciare a un’ovvietà: i media con cui comunichiamo oggi non hanno più, se non con rare eccezioni, alcuna figura di intermediazione al loro interno. Digital Binary Code
Con una leggerezza inaudita – perfino sospetta – fanno tutto da sé, almeno all’apparenza.
Mai come in questi ultimi tempi, infatti, la comunicazione umana si è fatta densa, quasi convulsa, spesso tanto scoordinata quanto massiccia da assomigliare sempre più a veri e propri “versi”, e non certo quelli poetici.
In una sorta di anarchia e autoregolamentazione (più o meno efficace) – e senza tanti letterati né professori di mezzo – le informazioni vanno e vengono. Ma non passano.”

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Primo: la trasparenza!

 

[dropcap3]E[/dropcap3]d è stato invece Facebook, in questi giorni sull’onda di polemiche sacrosante sull’in-trasparenza della gestione dei nostri dati – a premiare, in una sorta di gioco autorifllessivo, la trasparenza, il tema del White Paper di Maria Bonifacio:

Codice Antimafia

“Fonte della cultura della legalità, il concetto di trasparenza ha cambiato radicalmente il rapporto tra cittadino e Stato: è diventato un diritto di tutti e una pratica da seguire, e, spesso – come accade per ogni cambiamento culturale – non si tratta di un’operazione facile.

Esiste tuttavia un legame inscindibile tra la disciplina della trasparenza nella pubblica amministrazione e la lotta alla corruzione.

La trasparenza è, in assoluto, il mezzo attraverso il quale si possono individuare e quindi prevenire situazioni illecite e di conflitto di interessi. Solo partendo da un’azione sinergica tra istituzioni pubbliche, associazioni di cittadini, imprese e rappresentanze economiche sul territorio si può delineare un percorso comune per l’affermazione di una cultura della legalità e della trasparenza.”

[sf_iconbox image=”ss-compass” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”] [/sf_iconbox]

Quello che possiamo dunque concludere al termine della rassegna – è che sì, i numeri, nella condivisione della conoscenza, contano, perché le proporzioni hanno il loro peso: fanno inclinare le bilance, di qua e di là, spostando consenso.

È proprio la conoscenza, più di ogni altra cosa, ci può condurre più vicino a ciò che desideriamo e più lontano d a ciò che temiamo.
E nel nostro blog cercheremo di tenerne conto rendendone conto nello stesso momento ai nostri lettori. Per quel che ci riesce di fare.

social

Categorie
6MEMES TRENDS Trasparenza e Partecipazione nella PA

Amministrazione Pubblica e Innovazione: digitalizzare (o duplicare?) l'esistente. Di Michele Vianello.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il Codice dell’Amministrazione Digitale sancisce un diritto fondamentale per il cittadino

 
[dropcap3]Q[/dropcap3]uando un qualsiasi ente pubblico – un Comune in particolare – si pone il problema di applicare le norme previste dal Codice dell’Amministrazione Digitale, deve prima di tutto predisporsi a concepire la propria riorganizzazione.
Software, digitale, informatici preposti all’attività: tutto ciò va considerato dopo. Contrariamente a quanto comunemente si pensa, infatti, gli Enti Pubblici sono già abbondantemente digitalizzati. Forse anche troppo.
La realtà è che in questi anni tutte le contraddizioni e le storture burocratiche che angustiano il mondo pubblico italiano sono state codificate dai sistemi informativi. Per utilizzare un esempio che uso di frequente, possiamo dire che in questi anni si è digitalizzato l’esistente.
Avete presente la storiella – tanto vera quanto esemplare – secondo la quale assieme ad una mail si inoltra anche un fax? Ecco: questo è il tipico esempio di “digitalizzazione dell’esistente”.
Per carità: fenomeni come quello descritto si verificano anche nel privato, che non è certo scevro da esempi di cattiva digitalizzazione. Ma gli assetti organizzativi di tali attività, normalmente, sono molto meno codificati e burocratizzati di quelli della Pubblica Amministrazione. Di conseguenza, gli effetti di ridondanza sono meno impattanti.
Affermiamo ora un principio: il Codice dell’Amministrazione Digitale non è un complesso di norme relative al digitale all’informatica. Il Codice dell’Amministrazione Digitale è invece una legge sui procedimenti, che stabilisce come ci si organizza, come si lavora e come ci si relaziona con i cittadini nella Pubblica Amministrazione.
Il Codice dell’Amministrazione Digitale è dunque e soprattutto una legge che sancisce un diritto fondamentale per il cittadino: quello di poter utilizzare le piattaforme digitali nelle relazioni con la Pubblica Amministrazione.
Badate bene: quello che è un diritto per il cittadino è un vero e proprio obbligo per la Pubblica Amministrazione. Un diritto che pone fine ad ogni forma di autoreferenzialità della Pubblica Amministrazione nella sua forma organizzativa e gestionale.
[bctt tweet=”Le leggi che vincolano la Pubblica Amministrazione sono innanzitutto diritti per i cittadini.” username=”MapsGroup”]
La PA, sino ad ora, ha spesso improntato il proprio modello organizzativo senza pensare alla qualità e alla forma del servizio erogato, seguendo inoltre un principio base della produzione dei propri atti, dati e notizie: quello improntato al principio della riservatezza.
La nuova produzione normativa invece – a partire dall’introduzione del FOIA (Freedom of Information Act) – considera la trasparenza come il principio base su cui si fonda il rapporto tra i cittadini e l’Amministrazione pubblica, e stabilisce la necessità di riservatezza solo come una eccezione.
Si tratta di un cambio di paradigma non da poco, e per questo il tema della trasparenza sarà l’oggetto di un prossimo articolo.
Quello che mi preme sottolineare ora è che tutta la produzione normativa in materia organizzativa e gestionale è stata sino ad oggi sostanzialmente improntata sulla priorità del procedimento e del rispetto della norma.
Tradotto in un linguaggio informatico, possiamo dire che:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]le architetture dei software sono state pensate come verticali,
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]le banche dati sono state concepite per essere consultate all’interno e non per essere condivise.
Cerchiamo di capirne di più…
 

[sf_iconbox image=”ss-globe” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

Interoperabilità e aggiunta di valore dei dati digitalizzati

 
[dropcap3]I[/dropcap3]n sintesi, i software gestionali (ad esempio della scuola, del bilancio, dei lavori pubblici, dell’edilizia etc.) non sono stati concepiti per dialogare tra di loro. Anzi: la verticalità di ogni procedimento è stata “pietrificata” e codificata in un software.
Discorso analogo vale per le banche dati. I dati non si metticciano tra di loro, non si ibridano – generando così informazioni di valore – ma sono semplicemente raccolti e custoditi in silos verticali non interoperabili.
La nuova legislazione, invece – soprattutto il nuovo CAD, DL 217 dicembre 2017 – nel sancire il diritto del cittadino all’utilizzo del digitale in nome della cosiddetta cittadinanza digitale, afferma che i servizi debbono venire offerti attraverso processi di dialogo tra ambienti diversi, in larga parte residenti su piattaforme web.
[bctt tweet=”La nuova parola d’ordine è interoperabilità: dei formati, delle banche dati, dei software.” username=”MapsGroup”]
Aiutiamoci con un esempio.
Quando acquistiamo un bene su Amazon ci “logghiamo” ed entriamo in un ambiente orizzontale dove tra la fase di scelta del prodotto, il suo pagamento e la sua tracciabilità non esiste alcuna discontinuità. Non importa come è organizzato il back office di Amazon, non importa la verticalità dei suoi settori: parlano tutti tra di loro. E, ai nostri occhi, Amazon è un unicum.
citta-digitale-pa
La nuova legislazione chiede alla Pubblica Amministrazione di fare esattamente questo salto organizzativo e culturale. Ne deriva che i software dovranno adeguarsi di conseguenza. E questo non vale soltanto per ogni singolo ente: le banche dati delle diverse Pubbliche Amministrazioni devono tutte dialogare tra di loro.
La stessa cosa vale anche per i soggetti che erogano i servizi pubblici (acqua, rifiuti, trasporto pubblico locale), anche se sono organismi privati.
La nuova parola d’ordine è interoperabilità: dei formati, delle banche dati, dei software.
Lo SPID, ovvero il sistema unico di identificazione del cittadino, si basa esattamente su questo principio. Che un utente si logghi al sito del proprio Comune, dell’INPS, dei Vigili del Fuoco e via così, la user e la password dovranno essere le stesse. Un discorso analogo vale anche per le piattaforme di pagamento.
 

[sf_iconbox image=”ss-stopwatch” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

La PA è pronta a questo salto culturale e operativo?

 
[dropcap3]I[/dropcap3]l processo è in corso, senza dubbio. Sarà un percorso difficile e non privo di ostacoli, ma la strada è ormai tracciata.
È già un nostro diritto, dal 1 gennaio del 2018, loggarci al sito del nostro Comune (in ambiente web), trovare un form di iscrizione all’asilo nido (in ambiente web), inviarlo all’ufficio scuola (in ambiente gestionale interno) e, se accolta la domanda, pagare, di nuovo in ambiente web.
Non importa come è organizzato il Comune e quali software gestionali ha acquistato: tutto questo a noi non deve interessare… Non importa dove siamo né che ora è. Ciò che ci deve interessare è poter esercitare il nostro diritto a fruire di servizi interamente on line.
È facile da intuire come la realizzazione di quanto previsto dalla legge comporterà – nel tempo – evidenti risparmi per la Pubblica Amministrazione e un miglior servizio per il cittadino.
Prevengo a questo punto una domanda: le Pubbliche Amministrazioni sono pronte a realizzare quanto previsto dalla legge? In verità il processo si sta cominciando a prefigurare, pur tra mille difficoltà, in molte Amministrazioni.
[bctt tweet=”Il processo di compiuta digitalizzazione della PA è ancora in corso, ma la strada è tracciata.” username=”MapsGroup”]
Quando parlo di Pubbliche Amministrazioni non parlo infatti solo dei Comuni, ma penso alla galassia sterminata del pubblico. Per fare un esempio, le banche dati dell’INPS e quelle dell’Agenzia delle Entrate non sono sempre perfettamente allineate.
Nel caso di una istanza avanzata da un cittadino, che preveda il parere di più Pubbliche Amministrazioni, attualmente non esiste – generalmente – una forma di interoperabilità tra i diversi software gestionali.
Le Pubbliche Amministrazioni comunicano tra di loro utilizzando la PEC. L’utilizzo del fax e dei supporti cartacei è vietato, e tuttavia qualche Amministrazione lo utilizza ancora.
La rivoluzione è dunque codificata dalla Legge e molte Amministrazioni stanno provvedendo ad adeguarsi, ma c’è ancora molto da lavorare. Un tassello decisivo per realizzare questa rivoluzione prevista in primo luogo dalla Legge è innanzitutto l’esercizio del diritto proprio da parte di noi cittadini.
Il pallino sta solo nelle nostre mani. Andiamo in un Ente Pubblico e cominciamo a chiedere di comunicare esclusivamente utilizzando una mail. Rechiamoci in Comune e chiediamo come poter partecipare al procedimento che ci riguarda accedendo via web al fascicolo che, come previsto dalla legge, non può che avere un formato digitale.
Questi diritti sono già codificati: pretendiamoli. Se il loro esercizio venisse praticato da tutti noi, ecco che la rivoluzione avrebbe trovato il suo attore principale: il Cittadino.

Michele Vianello

Michele Vianello
 

Categorie
6MEMES TRENDS Machine Learning e Intelligenza Artificiale

La rete intelligente del terzo millennio: tecnologie abilitanti per un nuovo paradigma energetico

[boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

[sf_iconbox image=”ss-sun” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Reti intelligenti: la tecnologia come fattore abilitante

 
[dropcap3]I[/dropcap3]ndustria 4.0, Internet of Things, Big Data e, ancora, efficienza energetica ed energie rinnovabili, tecnologie green e sistemi di gestione avanzata delle risorse idriche e dei rifiuti… La promozione di un’efficiente economia circolare passa attraverso una serie di sistemi complessi che debbono necessariamente interagire tra loro, sino a costituire vere e proprie reti intelligenti.
Il tutto, possibilmente, includendo in tale processo inter-operativo e inter-culturale la partecipazione attiva da parte dei cittadini alla governance dei processi strategici, decisionali e operativi nell’ambito della Pubblica Amministrazione.
Si tratta, come è intuibile, di fenomeni che si sono imposti sia a livello globale che locale, affacciandosi di recente nella nostra vita quotidiana e contribuendo a modificare profondamente i nostri processi identitari e sociali.
È in questo preciso snodo che le tecnologie innovative divengono strumenti di supporto indispensabili – potremmo dire abilitanti – per il governo della complessità generata da una tale molteplicità e variabilità di istanze.
Sapere gestire al meglio le esigenze di queste strutture innovative è dunque la nuova sfida che riguarda ciascun territorio, da affrontare con razionalità, inventiva e competenza.

[sf_iconbox image=”ss-lightbulb” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Energie rinnovabili e incremento della domanda:
nuovi modelli energetici

 
[dropcap3]U[/dropcap3]n ambito di particolare rilievo – anche a fronte di un incremento della domanda a livello planetario – è quello relativo all’energia in generale e alle rinnovabili in particolare.
Secondo l’ultimo rapporto del GSE (Gestore Servizi Energetici), in Italia la quota dei consumi finali lordi di energia coperta da fonti rinnovabili nel settore elettrico ha raggiunto il 34% (e il 17.4% dei consumi energetici totali). Ancora più interessante notare come, tra le rinnovabili elettriche, solare e eolico siano passati dal 5.1% del totale nel 2005 al 35% nel 2016, energia per lo più prodotta da impianti di piccola o micro-generazione (nel 2015 ARERA, l’Autorità di Regolazione per l’Energia Reti e Ambiente, ha censito oltre 688.000 impianti fotovoltaici e più di 2500 impianti eolici).
Si configura dunque la nascita di una nuova community energetica che, incentivando l’abbandono delle tradizionali centrali elettriche, caratterizzate da un maggiore impatto ambientale, sarà in grado di operare grandi trasformazioni e introdurrà un modello di generazione distribuita formato da piccoli impianti di autoproduzione (o micro-grid) alimentati da energie rinnovabili e allacciati alla rete di distribuzione tradizionale che, oltre a coinvolgere in modo vantaggioso piccole imprese o consorzi, permetterà anche ai privati di produrre energia.
[bctt tweet=”La rete intelligente del terzo millennio: tecnologie abilitanti per un nuovo paradigma energetico!” username=”MapsGroup”]
La richiesta, attuale e contingente, è quella di adattare le reti elettriche alle nuove esigenze energetiche, in una realtà che vede il cliente non più solo come un consumatore tradizionale, ma anche come un soggetto attivo nella filiera produttiva..
Una delle risposte percorribili consiste nello sviluppo di progetti pilota che possano verificare la resistenza e l’affidabilità delle reti intelligenti di distribuzione energetica: in una parola le Smart Grid.

Le Smart Grid sono reti elettriche che combinano elettronica e tecnologie digitali per consentire una comunicazione bidirezionale tra i vari punti della rete. Questo consente il monitoraggio, l’analisi, il controllo e lo scambio di informazioni in tempo reale tra i soggetti coinvolti, per migliorare l’efficienza della rete, ridurre i consumi e i costi dell’energia, e massimizzare l’affidabilità e la trasparenza lungo tutta la filiera energetica. L’integrazione con le tecnologie digitali, infatti, rende la rete:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]in grado di rispondere tempestivamente alla richiesta di maggiore o minore consumo di uno o più utenti;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]resiliente alla variabilità del carico di energia elettrica prodotta in centrali che sfruttano energie rinnovabili con caratteristiche di aleatorietà, quali eolico e fotovoltaico;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]facilmente integrabile, per un costante dispacciamento di energia, alle centrali elettriche di produzione tradizionali e al servizio di bilanciamento energetico della rete di distribuzione nazionale.
Parallelamente alle Smart Grid, un ruolo fondamentale per una gestione efficiente delle energie rinnovabili è data dai sistemi di accumulo dell’energia. Questi, infatti, permettono di immagazzinare eventuali sovra-produzioni di energia, tipiche di fonti quali il solare e l’eolico, ovvero di acquistare energia dalla rete quando il prezzo è conveniente, per renderla fruibile in periodi in cui i consumi superano la produzione.
Oltre ai tradizionali sistemi di accumulo, un crescente interesse si sta sviluppando intorno ai veicoli elettrici (PEV) e al loro impatto sul sistema di distribuzione dell’energia.
Dunque, nuovi modelli energetici basati sull’integrazione di fonti rinnovabili, sistemi di storage e tecnologie intelligenti per la gestione della rete. La loro conseguente adozione introdurrà, a cascata, nuovi stakeholder e relativi modelli di business – assai diversi rispetto a quelli tradizionalmente adottati nel mercato dell’energia elettrica – che coinvolgeranno in modo vantaggioso non solo i big dell’energia, ma anche piccole imprese, consorzi e infine privati.

[sf_iconbox image=”ss-gridlines” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Smart Grid: ovvero a domandA rispostE

 
[dropcap3]D[/dropcap3]i fronte a sistemi che operano su tali livelli differenziati di: bisogni, risorse, fornitori ed utenti, in un futuro prossimo saranno indispensabili specifiche interfacce d’uso in grado di supportare il Demand Response, modello che incentiva la partecipazione dei consumatori all’efficienza del sistema, cui è richiesto una risposta proattiva a eventuali richieste di limitazione o rimodulazione dei consumi da parte dell’operatore. Incentivi che possono attuarsi anche mediante l’adozione di un meccanismo di tariffazione che:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]sarà, in buona parte, proporzionale alla domanda complessiva sulla rete;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]potrà essere basata su incentivi offerti ai consumatori per ridurre il loro consumo energetico nei momenti di picco della domanda o quando il sistema è sotto stress.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Oppure che, in un’opzione ancora più interessante, prevederà l’utilizzo di soluzioni automatizzate (come ad esempio i sistemi domotici), in grado di spostare carichi di energia bilanciandoli tra i vari momenti della giornata.
Appare dunque sempre più chiaro come le dinamiche di Demand Response richiedano un elevatissimo livello di coordinamento e responsività tra i diversi soggetti coinvolti.
La capacità di rispettare gli impegni presi – come ad esempio la limitazione della potenza massima assorbita in un determinato periodo del giorno (Peak Shaving), il differimento alla fascia serale di certi consumi da parte di uno o più utenti – è infatti essenziale per assicurare una gestione ottimale della rete e limitare i rischi di congestione o sovra-produzione.
Per garantire tale coordinamento, è essenziale che i nuovi sistemi di gestione delle Smart Grid siano in grado di:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]prevedere con accuratezza da una parte i consumi energetici e dall’altra la capacità produttiva delle diverse fonti rinnovabili;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]gestire in modo ottimale i sistemi di accumulo di energia disponibili;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]adattarsi rapidamente ad eventuali scostamenti dalle previsioni, notificare la nuova pianificazione all’operatore ed, eventualmente, attivare una nuova contrattazione.
Che è quello che come Maps abbiamo cercato di realizzare, in collaborazione con i ricercatori dell’Università di Genova, nel progetto pilota di ottimizzazione della pianificazione elettrica della Smart Polygeneration Microgrid del Campus di Savona, una delle prime Smart Grid a livello europeo.
 

Smart Grid Savona
Smart Micro-grid di Savona

 

[sf_iconbox image=”ss-clock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Smart Grid e Reti intelligenti:
scenari e numeri verso il terzo millennio

 
[dropcap3]L[/dropcap3]e nuove tecnologie per l’utilizzo di fonti rinnovabili e lo storage saranno dunque i settori di sfida dei prossimi anni.
Il fine comune è quello di mettere a regime reti intelligenti che da un lato uniscano alti gradi di tecnologia a una distribuzione condivisa di elettricità (in un un’ottica sia di riduzione e razionalizzazione dei consumi che di Sharing Economy), e dall’altro minimizzino al contempo le perdite, il carico di rete, i sovraccarichi e le variazioni della tensione elettrica.
Quello delle Smart Grid – in questo un nuovo scenario di mercato, sia competitivo che di qualità – sarà in grado di facilitare i governi nazionali nel rientrare nei parametri previsti a livello comunitario per la riduzione della produzione di CO2, minimizzando l’impatto ambientale dovuto alla produzione e fornitura di energia.
Non a caso, tutti gli analisti sono concordi nel prevedere per i prossimi anni una forte crescita per il settore a livello globale. Secondo Bloomberg New Energy Finance, il mercato delle tecnologie digitali per il settore energetico passerà dagli attuali 52 miliardi di dollari ai 64 miliardi di dollari previsti per il 2025. Una crescita che si concentra nei segmenti più innovativi, quali i sistemi di automazione della distribuzione (da $4bn a $10bn), della gestione dell’energia domestica (da $1bn a $11bn) e per la flessibilità (come appunto il Demand Response) che varrà nel 2025 4 miliardi di dollari.
 

Conclusioni

Efficienza energetica e rinnovabili: sono questi i settori energetici sui quali investire per arrivare alla massima competitività di costo e le performances migliori in tal senso si potranno ottenere solo dando priorità allo sviluppo di sistemi di storage e delle Smart Grids.
Sostenute da un sistema articolato di piattaforme hardware e software, di reti neurali artificiali e soluzioni di networking, tali reti rappresentano infatti un mercato mondiale in continua crescita ed espansione.
Come ben mostra il primo Electricity Market Report, quello dei nuovi stakeholder, quali i prosumer, è una realtà che inizia a mostrarsi come trend anche in Italia, sebbene la maggior parte delle trasformazioni del mercato elettrico nazionale devono ancora manifestarsi.
Il quadro che esce dall’analisi dell’intensità dei macro trend che hanno effettivamente un impatto sul mercato è piuttosto conservatore.
Nonostante la riforma delle tariffe e l’incentivazione alla diffusione della generazione distribuita, la diffusione della mobilità elettrica e dei sistemi di storage è, ad esempio, appena accennata così come la presenza di “aggregatori” si manifesta ai suoi albori.
E ancora, malgrado l’incentivazione, nessuno dei meccanismi – carbon tax, PPA e aste a tecnologia neutra – in grado di garantire una gestione della generazione distribuita da rinnovabili sono ad oggi osservabili nel nostro Paese.
La generazione distribuita da fonti rinnovabili e una apertura maggiore del mercato dei servizi elettrici alternativi, come aggregatori intelligenti, in grado di coordinare in modo più efficiente un elevato numero di consumatori, e di consumi, potrebbe essere dunque una delle strade da percorrere per garantire un futuro più competitivo per il mercato elettrico in Italia.
 

Vieri Emiliani

 
[/boxed_content] [boxed_content type=”coloured” custom_bg_colour=”#cccccc” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

PROGETTO ROSE


Un laboratorio di studio in continua evoluzione made in Maps Group: questo è il progetto ROSE, in grado di proporre sistemi ICT avanzati da integrare nella creazione di piccoli e medi impianti di generazione di energia rinnovabile, e nella sperimentazione di sistemi di aggregazione di consumatori-produttori (prosumer), allo scopo di avviare esperienze significative e che possano fungere da modello, come la Smart Micro-grid del Campus di Savona.
L’efficienza di analisi delle informazioni ai fini predittivi, dimostrata dalla rete neurale intelligente sviluppata come parte integrante di ROSE (e applicate al caso della Smart Micro-Grid di Savona), dimostra come Maps Group voglia seguire l’evoluzione dei tempi per assicurare un servizio sempre efficiente e, il più possibile, all’avanguardia.
Un servizio che, con l’avvento di forme di energia alternativa, la cui produzione può avere picchi o cali imprevisti, renda più flessibile ed interattivo la regolazione di tali impianti per raggiungere i seguenti obiettivi:

  • Programmare la produzione energetica sfruttando le tecniche di previsione e ottimizzazione delle energie rinnovabili basate su reti neurali e intelligenza artificiale.
  • Operare un controllo ottimale in real time dei sistemi di produzione e stoccaggio dell’energia.
  • Ottimizzare i consumi di energia termica ed elettrica minimizzando le emissioni di CO2, i costi operativi annuali e il consumo di energia primaria.

[/boxed_content] [divider type=”standard” text=”Go to top” full_width=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Categorie
6MEMES TRENDS Information and communications technology

Servizi e IoT: la Salute secondo l'Internet of Thing…

[sf_iconbox image=”ss-share” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Società dei servizi e Internet delle Cose

[dropcap3]N[/dropcap3]el precedente articolo abbiamo parlato dell’evoluzione progressiva che sta avvenendo nella nostra società e nei nostri mercati, con una transizione progressiva dal concetto di vendita di prodotti “materiali” a quello della vendita di servizi, di cui i prodotti rappresentano la parte “materiale”, attraverso cui il cliente usufruisce del servizio.

Le grandi infrastrutture di calcolo disponibili in cloud, i sistemi Big Data che vi si appoggiano, le connessioni in rete disponibili sempre più universalmente e i dispositivi terminali come smartphone, smart device e smart meter (ad esempio, sensori di temperatura e contatori elettronici) hanno un ruolo determinante in questa trasformazione.

In questo articolo approfondiamo il concetto di Internet delle Cose (nota anche con l’acronimo IoT dalle iniziali della sigla inglese Internet of Thing), ossia l’insieme di dispositivi, più o meno autonomi, che dialogano fra di loro e con le grandi infrastrutture di calcolo (data center) attraverso la rete, già accennato negli articoli precedenti.

Per comprendere meglio tutto questo partiamo con esempi tratti dallo scenario della vita quotidiana.

[bctt tweet=”Gli elettrodomestici di ultimissima generazione “dialogano” in rete fra di loro… ” username=”MapsGroup”]

Nella nostra stessa casa, ad esempio, gli elettrodomestici di ultimissima generazione sono già in grado di “dialogare” in rete fra di loro per coordinare meglio le funzioni, per esempio per stabilire il momento migliore perché la lavatrice avvii il proprio ciclo di funzionamento in relazione al carico elettrico ed alla tariffa.

Sensori di temperatura, umidità ed altri parametri ambientali, posti in varie parti di edifici, possono dialogare con i sistemi di climatizzazione per ottimizzare il loro funzionamento e garantire un ambiente ottimale. Sensori di luminosità possono interagire con le lampade a led per garantire il livello di luminosità ottimale durante il giorno, minimizzando nel contempo i consumi.

Giocattoli “intelligenti” possono interagire con i bambini per aiutarli nell’apprendimento di nozioni e concetti. La smart TV può diventare il “pannello di controllo della casa” e noi possiamo usare lo smartphone come telecomando.

Nell’articolo precedente abbiamo esaminato quanto accade per l’auto, che sta evolvendo sempre più verso la frontiera della guida autonoma, permettendo al passeggero di usare il tempo del viaggio per attività più produttive. Esperti di economia affermano che questo avrà un impatto notevole sulla produttività del lavoro e sul PIL.

Similmente può avvenire in ambito industriale: già esistono, in varie regioni italiane, impianti di trattamento e depurazione delle acque che non richiedono presenza in loco di personale umano, se non in caso di guasti, e possono essere telecontrollati da centrali distanti anche decine di km.

Alcuni autori, per indicare questo scenario di umani, dispositivi e data center che dialogano fra loro attraverso la rete, usano il termine Internet di Ogni Cosa (IoE o IoX, derivato dalle parole inglesi Internet Of Everything).

Basandosi su questa infrastruttura diventano possibili tanti servizi per l’utente finale, dal calcolo di percorsi di viaggio che passano “automaticamente” attraverso i ristoranti e locali preferiti, al telemonitoraggio della casa delle vacanze, con possibilità di accendere il riscaldamento mentre si sta andando in montagna e trovare la casa calda al proprio arrivo.

Le aziende del settore stanno facendo a gara per inventare servizi sempre nuovi che possano aprire nuove opportunità di mercato. In particolare, nella restante parte dell’articolo vedremo le applicazioni dell’Internet delle Cose a una nuova frontiera della medicina, la diagnosi preventiva di massa.

[sf_iconbox image=”fa-user-md” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]IoT e Salute: monitoraggio e diagnosi preventiva di massa

[dropcap3]N[/dropcap3]egli ultimi anni sono apparsi strumenti di wereable computing (ossia, essenzialmente, dispositivi elettronici contenuti in capi di abbigliamento od ornamento) legati al mondo del fitness.

App dedicate, come per esempio la tedesca Cardiofit, installate sui nostri smartphone, possono interagire con attrezzi sportivi “smart”, come per esempio ergometri, tapis roulant, biciclette… o anche con magliette con sensori, cinture o semplicemente il nostro smart watch.

La combinazione dei dati raccolti nel tempo da questi sensori ed immagazzinati in servizi cloud ci permette di controllare il nostro stato di forma fisica e anche, se vogliamo, di condividere percorsi di trekking o ciclismo con gli amici, magari corredati di foto e selfie scattati durante la nostra impresa sportiva.

Qual è il passaggio successivo? Pensiamo a cosa è l’ECG dinamico secondo Holter: una metodica diagnostica utilizzata per monitorare l’attività elettrica del cuore durante un intervallo di tempo più o meno lungo, solitamente corrispondente a 24-48 ore, e con i registratori di ultima generazione sino ad un massimo di sette giorni. La stessa metodica si può applicare anche alla pressione sanguigna o ad altri parametri vitali.

[bctt tweet=” La nostra storia personale, raccolta in banche dati, porterà a prestazioni sanitarie più personalizzate. ” username=”MapsGroup”]

Tramite uno strumento integrato nello smart watch o in un braccialetto si potrebbero ottenere combinazioni di questi parametri. Per esempio pulsazioni cardiache, pressione sanguigna, composizione chimica del sudore durante una prova sportiva, conducibilità elettrica della pelle in condizioni normali… e per periodi molto lunghi, praticamente con continuità.

Da alcuni anni grandi attori del mercato ICT come SAP, IBM e Google, stanno realizzando, usando le tecnologie dei Big Data, enormi banche dati di cartelle cliniche, con la storia di milioni di pazienti. Analizzando l’insieme di questi dati con le metodologie di intelligenza artificiale oggi disponibili diventa possibile stabilire rapporti statisticamente validi che conducono a relazioni causa-effetto (o, meglio, sintomo-malattia) fra parametri rilevabili tramite sensori, come quelli sopra descritti, e stati di malattia, prima del loro insorgere.

In sostanza, come funzionerà il servizio di diagnosi preventiva? Sensori contenuti in dispositivi indossabili monitoreranno un insieme di parametri fisiologici sul nostro corpo e, combinando questi dati con quelli delle attività principali che staremo svolgendo, rilevabili dal nostro smartphone, sarà possibile associare nel corso della giornata stato fisiologico ed attività, come si fa nell’ECG dinamico sopra descritto.

Questi dati potranno essere raccolti più volte nella giornata e immagazzinati in un archivio dati. Confrontando, a scadenze periodiche opportune, questi dati con i profili statistici a noi vicini come età, sesso, abitudini e profilo genetico sarà possibile scoprire discrepanze rispetto ai valori ottimali, che potrebbero essere indice di qualcosa. Segnalando tempestivamente tali discrepanze e suggerendo gli esami specialistici necessari per indagare nel merito i sistemi automatici, eventualmente corredati dal parere di medici esperti umani, realizzeranno la medicina preventiva di massa, per tutti gli utenti di questi servizi.

E al secondo livello, i risultati degli esami specialistici, confrontati con i modelli tratti dalle banche dati, consentiranno di arrivare in tempi rapidi ad una diagnosi precisa, prima che la malattia si manifesti con sintomi più evidenti. In sostanza si tratterà di un raffinamento progressivo della diagnosi, sempre più preciso. La nostra storia personale precedente, raccolta entro le banche dati nel corso degli anni, porterà a prestazioni ancora migliori per il sistema.

Dati statistici sul mercato USA, estrapolati, indicano che le diagnosi compiute dai soli medici umani sono corrette solo tra il 70 e l’80% dei casi. Sebbene le diagnosi puramente automatiche, con i sistemi odierni, abbiano un tasso di errore ancora superiore, la combinazione di medico umano e sistema di intelligenza artificiale consente di arrivare ad una diagnosi corretta in più del 90% dei casi già oggi. Sistemi basati sulle banche dati oggi in via di realizzazione potrebbero condurre a diagnosi corrette nel 99% dei casi.

[sf_iconbox image=”ss-search” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Lo scenario che si prospetta…

[dropcap3]C[/dropcap3]hiediamoci ora: lo scenario che abbiamo innanzi è quindi ottimale? Non del tutto: si intravede già anche la possibilità di situazioni piuttosto preoccupanti.

Il monitoraggio continuo di quello che facciamo e delle associate reazioni del nostro corpo, infatti, se i dati non saranno adeguatamente protetti, potrebbe portare a situazioni quanto meno imbarazzanti. Per esempio, se in presenza non del nostro coniuge, ma di un’altra persona (fattore rilevabile dalla vicinanza dei due smartphone) il nostro battito cardiaco aumenta sempre e sono presenti altri segnali di forte emozione, questo cosa significa?

In sostanza la nascita di sistemi di monitoraggio di massa di persone come quelli sopra descritti deve prevedere anche sistemi di sicurezza, ossia di garanzia di riservatezza, esattezza ed integrità e disponibilità dei dati adeguati. Il che probabilmente potrebbe essere realizzato riducendo al minimo o eliminando del tutto il fattore umano dal monitoraggio ed acquisizione dei dati stessi. Ed evitando le correlazioni dei dati fra persone diverse.

[bctt tweet=”In temi così strategici e sensibili non ci potrà essere alcuno spazio per l’improvvisazione, ” username=”MapsGroup”]

Tutto ciò premesso, si arriverà a una messa a sistema dei sistemi descritti? La risposta è quasi sicuramente sì, almeno nelle società occidentali, e basata su motivi essenzialmente economici:

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il costo della sanità attuale è sempre più elevato, la riduzione della disponibilità finanziaria dello stato sta portando a tutte quelle conseguenze di peggioramento del servizio che siamo osservando.

 

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Molte delle malattie gravi oggi esistenti, se scoperte e trattate nelle primissime fasi del loro insorgere, sono curabili e le cure sono molto meno costose; alcuni check-up di massa già oggi realizzati sono convenienti economicamente anche per questo motivo.

 

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il tasso di diagnosi sbagliate per un singolo medico umano è, come abbiamo visto, elevato: la disponibilità di basi di conoscenza basate sulla storia clinica di centinaia di milioni di persone ridurrà tali errori.

 

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]L’invecchiamento progressivo della popolazione condurrà le aziende che offrono le assicurazioni sanitarie a proporre ai propri assistiti servizi come quelli descritti, per guadagnare poco su tanti sani, riducendo le spese di cure con la prevenzione di massa.

La nostra salute, dunque, sarà monitorata  da sistemi automatici e sparirà progressivamente, o meglio cambierà ruolo, la figura del medico di famiglia attuale? Molto probabilmente si, e in un futuro non lontano.

Perché questo sia possibile occorre però che i sistemi a cui affideremo la nostra salute futura siano definiti nelle specifiche funzionali, progettati, realizzati, collaudati e mantenuti in esercizio in modo adeguato. Non ci potrà essere alcuno spazio per l’improvvisazione, ne andrà della nostra salute e della nostra vita. E i sistemi informatici su cui questi servizi si baseranno sono progettati da professionisti dell’IT.

Nei prossimi articoli riprenderemo in esame le professionalità dell’IT, con particolare riguardo ad alcuni ruoli fondamentali.


Clinika di Maps Group è una soluzione sviluppata per migliorare la clinical governance e l’efficienza in ambito sanitario.
Il sistema consente di valutare in ambito clinico il grado di appropriatezza prescrittiva e misurare l’efficienza della struttura sanitaria supportando così le scelte di management, anche riguardo al contenimento della spesa.rti.

Clinika inoltre rilascia analisi con cui monitorare la performance e l’efficienza del personale sanitario.
È quindi uno strumento essenziale in un’ottica di governance e spending review sanitaria, fornendo al management tutte le informazioni utili per la pianificazione, il contenimento dei costi e la razionalizzazione della spesa dell’attività clinica.


 

Categorie
6MEMES TRENDS So Social: traduzione e tradimento nella comunicazione digitale.

Rapidità versus Velocità: meta o viaggio? Tra intensità e densità del progresso.

[sf_iconbox image=”ss-stopwatch” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Rapidità docet!

“La vita si misura dalla rapidità del cambiamento, dalla successione delle influenze che modificano l’essere.”

[dropcap3]C[/dropcap3]osì scrive Mary Anne (Marian), una delle scrittrici britanniche di maggior rilievo dell’epoca vittoriana, sotto le mentite spoglie di George Eliot. E l’accento sulla parola rapidità, anziché velocità, non è causale, ma emblematico.
Erano anni, anche quelli, densi di innovazioni scientifiche e tecnologiche che non riuscirono, nemmeno allora, a calmierare i divari socio-economici che segnavano in profondità la società di quei tempi. Forse anche a causa della velocità con cui si imposero.
L’incipit sul tema della Rapidità secondo Calvino, attualizzato ai tempi nostri, si annuncia in questo modo da solo: la differenza tra velocità e rapidità esiste, e porta con sé conseguenze, anzitutto di senso.
Ma andiamo per gradi.
Non è una parola solitaria, rapidità: presuppone anzi la compagnia di almeno altri due concetti: quello di un punto di partenza (o perlomeno di transito) e quello di un punto di arrivo.
[bctt tweet=” La Rapidità sa dove vuole andare, in quanto tempo e seguendo quali itinerari.” username=”MapsGroup”]
Parente stretta della Velocità – che è però più sbrigativa e approssimativa nell’avanzare, perché completamente tesa a raggiungere il bersaglio nel minor tempo possibile – la Rapidità elude sia l’urgenza che la contingenza e si pone oltre, alla ricerca di un tragitto dotato non soltanto di una direzione, ma anche di un senso.
Non si limita infatti alla sola missione di avanzare velocemente, ma coincide con una fondata istanza di precisione nel seguire un percorso ottimizzato per lo scopo.
In poche parole la Rapidità sa dove vuole andare, in quanto tempo e seguendo quali itinerari. E cerca di arrivarci sì velocemente, ma non a tutti i costi.
Se lo merita, d’altronde. In fisica nucleare, la Rapidità è infatti una:

“grandezza definita da una relazione in cui compaiono l’energia totale di una particella, emessa in un’interazione, e la componente della quantità di moto della particella medesima nella direzione della particella incidente che dà luogo all’emissione; è utilizzata per lo studio delle modalità dell’interazione.”

Come se questo non bastasse, il sostantivo, rigorosamente femminile (dotato quindi di una certa e notoria complessità strutturale 🙂 è riconducibile secondo la Treccani al concetto di

“prontezza: nel decidere, di giudizio, di intuizione…”

Rapidità docet, dunque. Con buona pace non solo della tartaruga latente in ciascuno di noi, ma anche del Leopardo che sonnecchia tra gli sterpi del nostro pensiero.

[sf_iconbox image=”ss-retweet” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Velocità versus Flessibilità…


[dropcap3]N[/dropcap3]e deduciamo, ahinoi, che anche l’evoluzione della nostra epoca – similmente a quella vittoriana – è molto più veloce che rapida.

Le attuali tecnologie, infatti, non hanno ancora migliorato in profondità la nostra società (almeno per ora), e nemmeno hanno innalzato i termini della nostra responsività e produttività, nonostante l’impiego di innovazioni così straordinarie.
Anzi, come sostiene una ricerca condotta da Microsoft sui 20.000 lavoratori europei che ha preso in esame le opinioni in 21 nazioni europee,

“I lavoratori moderni hanno a disposizione una grande quantità di tecnologia, ma questa disponibilità non si traduce necessariamente in produttività (…). Solo l’11,4% dei lavoratori europei ha dichiarato di sentirsi molto produttivo.”

Il tutto, forse, in un nome di un errore già commesso più volte in molte occasioni, soprattutto nel primo millennio, come ci ricorda Saba, che parla di un’epoca che:

“pare abbia un solo desiderio: arrivare prima possibile al Duemila”.

Ma arrivare primi a tutti i costi, in maniera velocissima, fa davvero arrivare primi, e, soprattutto, prima? Direi di no, a questo punto.
Come abbiamo già notato nel nostro blog, la questione è in effetti strategica: la velocità del cambiamento, se non diretta, governata e opportunamente condivisa, è esponenzialmente correlata alla difficoltà di centrare davvero la meta.
Su un piatto della bilancia abbiamo l’intensità del cambiamento e la sua portata di rivoluzione – se non di evoluzione. Nell’altro piatto abbiamo la sua densità, ovvero la sua capacità di dirsporsi in maniera omogenea e coerente lungo il continuum dello spazio-tempo che incontra. Spazio-tempo, ricordiamolo, che noi abitiamo tutti i giorni nei secoli dei secoli.
[bctt tweet=”Arrivare primi a tutti i costi, fa davvero arrivare primi, e, soprattutto, prima?” username=”MapsGroup”]
Alla velocità occorre quindi affiancare qualcos’altro, per metterne a sistema l’evoluzione. E si tratta di un ingrediente del tutto umano. Anzi, più di uno, a sentire Calvino in proposito della rapidità:

“agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte.”

Calvino parla di letteratura, certo. Ma a sentire termini come agilità, mobilità, disinvoltura, uno come minimo pensa a un altro termine: flessibilità.
Essere rapidi, dunque, sembrerebbe avvicinarsi al concetto di essere flessibili velocemente? Ancora non ci siamo. Manca qualcosa.

[sf_iconbox image=”ss-loading” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La rapidità dello spirito… in real time!


[dropcap3]C[/dropcap3]anetti dedica alla “Rapidità dello spirito” la sua raccolta di appunti
vergati nella casa di Hampstead, in Inghilterra, negli anni che precedono e seguono la pubblicazione di Massa e potere.

“La rapidità dello spirito – tutto il resto che si dice dello spirito sono scappatoie che vogliono mascherare la sua assenza. Si vive per questi istanti di rapidità che zampillano come pozzi artesiani dalla desolazione dell’indolenza”.

Qui si parla di zampilli, addirittura. Altro che elogio dell’ozio. E il grande Giacomo Leopardi, ragionando intorno alla rapidità, rilancia:

“La rapidità (…) piace perché presenta all’anima una folla d’idee simultanee (..) e fa ondeggiar l’anima in abbondanza di pensieri, o’ immagini e sensazioni.”

Rapidità si muove dunque in gruppo. Non bastano più il punto di arrivo e di partenza, e nemmeno l’avanzare agili e flessibili: qui si parla di simultaneità, di abbondanza.
Ci avviciniamo al punto sostanziale: la velocità si muove Verso, la rapidità Attraverso. Ma attraverso cosa?
Potremmo dire che si muove attraverso la molteplicità, e, dunque, la complessità.
E il suo tragitto non è lineare. Non parte da un punto e attraverso una retta, uno schiocco veloce di freccia, ne raggiunge un altro.

Prende invece un suo ritmo, dilata e restringe il tempo. Con prontezza e flessibilità, interagisce. O agisce-intra.
[bctt tweet=” La velocità si muove Verso, la rapidità Attraverso. Ma attraverso cosa?” username=”MapsGroup”]
Il percorso che segue è per la maggior parte invisibile e imprevedibile. Perché se qui, a far da padrone è il tempo, dobbiamo ricordarci che lo stesso suo scorrere è diverso a seconda del punto di vista.
E non si tratta di un’intuizione filosofica. Ma di dati misurabili, come ci spiega David Melcher, principal investigator del progetto ERC e professore del CIMeC dell’Università di Trento, in un articolo dove dà conto dei recentissimi risultati sperimentali emersi in cinque anni di studio sulla coesistenza di più ritmi nell’attività cerebrale.
La ricerca è legata al progetto ERC CoPeST (“Costruzione dello spazio-tempo percettivo”), e analizza non solo l’esistenza di differenze individuali nella velocità del cervello, ma anche la capacità delle persone di aumentare o diminuire la velocità di questa attività cerebrale, con un impatto sul comportamento:

“La nostra esperienza soggettiva dell’ambiente circostante è data da oggetti ed eventi legati a un particolare momento (‘adesso’) e a uno specifico spazio tridimensionale (‘qui’). Nel processo attraverso il quale il cervello costruisce la percezione dello spazio e del tempo i singoli neuroni rispondono a specifici dettagli locali, nell’ambito di sistemi di coordinate spaziali e con intervalli di tempo diversi.(…) Il progetto ha studiato i meccanismi che sottostanno alle nostre esperienze soggettive di spazio e tempo continui per scoprire in che modo le risposte ‘frammentate’ danno luogo all’esperienza multi-sensoriale di spazio-tempo ‘unificata’.”

In sostanza la nostra rapidità di elaborazione degli stimoli – ovvero il nostro Spirito – è governato da una sorta di pattern a ritmo variabile che riconduce il real-time degli eventi a entità da noi percepibili, e dunque decifrabili.
Ed è impossibile non pensare agli attuali strumenti di analisi dei dati, nella nostra incessante ricerca di comprensione della realtà istante per istante.

[sf_iconbox image=”fa-fighter-jet” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Velocità e Rapidità: onore al merito.


[dropcap3]I[/dropcap3]l concetto stesso di Rapidità,
attualizzato secondo i risvolti più recenti sia in termini di scoperte scientifiche che speculazioni di pensiero, potrebbe essere oggi dunque valorizzato proprio nei suoi aspetti più complessi e articolati. Ed è forse uno dei tag a cui i nostri tempi dovrebbero più dedicarsi…
Se infatti in ogni epoca l’evoluzione tecnologica avanza veloce come un treno, a noi – come individui e come società – tocca l’arduo compito di essere invece rapidi.
Non solo immediati, responsivi e repentini nella nostra capacità di reazione, ma anche abili, tattici e strategici nella nostra propensione all’azione ella capacità di previsione degli effetti e delle conseguenze che il cambiamento porterà con sé.
Lo scopo? Cercare di prendere in mano l’evolvere degli scenari per lo meno dal punto di vista della consapevolezza, per cercare di governarne, almeno in parte, gli effetti.
Perché la velocità del cambiamento, per sua natura, somiglia a una pratica intensiva, a tratti speculativa, che segue spesso le cosìddette leggi del mercato, inseguendo i maggior numero di risultati nel minor tempo possibile.
[bctt tweet=”La velocità del cambiamento, per sua natura, somiglia a una pratica intensiva, a tratti speculativa…” username=”MapsGroup”]
A sua differenza, la nostra rapidità di azione e reazione, ci potrebbe consegnare una prontezza di risposta capace di mettere a frutto in maniera estensiva piuttosto che intensiva i traguardi raggiunti, se di traguardi si tratta.
Difficile sia a dirsi che a farsi. Ma doveroso, almeno, da dirsi!

***

Detto questo, vorrei spezzare una lancia (figurata) in onore della velocità, ricordando il debutto nello spazio del razzo pesante di SpaceX, partito la sera del 6 febbraio da Cape Canaveral. Si tratta del razzo più potente mai costruito che, partito dalla Terra, potrebbe un giorno portarci su Marte.
Le condizioni meteo locali sono state favorevoli al lancio 🙂
Buon viaggio!!!