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6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia

Il testamento biologico: tutela della persona e responsabilità del professionista. Intervista all'avvocato Fabrizio Torre.

[dropcap3]I[/dropcap3]l 31 gennaio appena trascorso è entrata in vigore la legge n. 219, approvata in via definitiva dal Senato il 14 dicembre 2017, recante: “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”.
La disposizione normativa è stata considerata la prima concreta espressione dell’esigenza di disciplinare la delicatissima materia dei rapporti tra il paziente e il suo medico, al fine soprattutto di esaltare del primo il principio di autodeterminazione, regolamentandone in maniera più minuziosa gli aspetti, e di estenderlo sino al momento in cui il paziente stesso non è più in grado personalmente di esercitarlo.
La legge, infatti, dedica il primo degli otto articoli di cui si compone all’individuazione degli elementi fondamentali del c.d. “consenso informato”, nel quale “si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza,l’autonomia professionale e la responsabilità del medico”, e che si esprime attraverso il diritto” di ogni persona di:

“conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo, aggiornato e a lei comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati, nonché riguardo alle possibili alternative e alle conseguenze dell’eventuale rifiuto del trattamento sanitario e dell’accertamento diagnostico o della rinuncia ai medesimi.”

L’esposizione oggettiva dei richiamati principi si realizza dinamicamente attraverso una “pianificazione condivisa delle cure”, che il Legislatore disciplina all’articolo 5, e che esalta la relazione tra il paziente e il suo medico al fine di addivenire ad una vera e propria pianificazione dell’iter di cura, che dovrà tener conto dell’evoluzione della malattia in caso di malaugurata prognosi infausta, dando concreta realizzazione alle terapie precedentemente concordate.
Tale eventualità introduce quella che potrebbe considerarsi una vera novità, ovvero la facoltà concessa ad ogni persona di redigere proprie “disposizioni anticipate di trattamento”.
Nel rispetto delle modalità previste dall’articolo 4 della Legge, ognuno può redigere infatti il proprio testamento biologico, ovvero rendere palesi i propri intendimenti qualora, non disponendo più della capacità di autodeterminarsi e quindi di decidere, si rendesse necessario prendere in considerazione l’eventualità di applicare trattamenti sanitari particolari, dar luogo ad accertamenti diagnostici, e/o porre in essere scelte terapeutiche e/o singoli trattamenti sanitari.
Nel proprio testamento – e questa è la novità più dirompente introdotta dalla Legge – la persona disponente indica un proprio fiduciario, ovvero una persona di sua fiducia “che ne faccia le veci e la rappresenti nelle relazioni con il medico con le strutture sanitarie”.
Le novità, le problematiche e le numerose e delicatissime implicazioni che sono conseguite e certamente conseguiranno all’applicazione della legge, sono state evidenziate e discusse in un importante convegno interdisciplinare di livello nazionale, organizzato dall’A.G.IT. Assogiuridica italiana, e celebratosi lo scorso 18 maggio a Salerno sul tema: “Il testamento biologico: Dalla tutela della persona alla responsabilità del professionista”.
In considerazione del particolare interesse che suscita la materia e delle difficili problematiche che si prefigge di disciplinare, abbiamo colto l’occasione di tale evento per discuterne insieme al presidente dell’A.G.IT., l’avvocato Fabrizio Torre, proponendo all’avvocato Maria Bonifacio, già autrice del nostro blog, di intervistarlo e di parlarci non solo del Convegno appena conclusosi e delle novità scientifiche, anche de iure condendo, ma anche dell’attuale “stato dell’arte” della complessa materia.
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Grazie avvocato Fabrizio Torre per aver accettato il nostro invito. Può già fornirci qualche cenno sulle principali novità della legge?

Sono io che ringrazio voi per aver mostrato il Vostro interesse su di un tema così impegnativo, difficile, e denso di numerose implicazioni di ordine pratico.
Proprio a tale proposito, ovvero per sgombrare il campo dal pericolo che chi ci legge possa considerare la nuova disciplina come un insieme di principi noiosi, frutto di elucubrazioni giuridiche fuori dalla realtà, vorrei iniziare questo nostro dialogo facendo riferimento ad un caso pratico.
Nel non lontanissimo 2006 il Tribunale di Roma venne chiamato a decidere su una richiesta avanzata al fine di ottenere un provvedimento d’urgenza, attraverso il quale il Giudice adito avrebbe dovuto disporre d’imperio l’interruzione dell’alimentazione forzata ad un malato terminale, e mettere così fine alle sue sofferenze.
Ebbene, il Tribunale rifiutò – sottolineo suo malgrado – il provvedimento, sostenendo (a ragione) di non poter emetterlo “in assenza della previsione normativa degli elementi concreti, di natura fattuale e scientifica, di una delimitazione giuridica di ciò che va considerato accanimento terapeutico”.

Il Tribunale romano – riporto il testo del suo provvedimento – poneva infatti in evidenza che:
“solo la determinazione politica e legislativa, facendosi carico d’interpretare l’accresciuta sensibilità sociale e culturale verso le problematiche relative alla cura dei malati terminali, di dare risposte alla solitudine e alla disperazione dei malati di fronte alle richieste disattese, ai disagi degli operatori sanitari e alle istanze di fare chiarezza nel definire concetti e comportamenti”.
Quel particolare “vuoto di disciplina” – così concludeva l’estensore del provvedimento – non poteva essere colmato neppure “sulla base di solidi e condivisi presupposti scientifici che consentano di prevenire abusi e discriminazioni”.
Ebbene, anche la Legge n. 219/2017 non ha certamente risolto tutti i problemi, né ha fornito soluzioni che riescano ad evitare dubbi e perplessità che comunque permangono, ma nessuno potrà negare che se all’epoca del richiamato giudizio fossero state in vigore le nuove norme sul consenso informato che la Legge ha introdotto, quel provvedimento d’urgenza richiesto non sarebbe stato negato.

La Sua affermazione è davvero interessante. Che cosa avrebbe potuto comportare l’applicazione della legge?

Anche nel rispondere a questa domanda, voglio riferirmi ad un altro caso concreto, che rappresenta una delle primissime applicazioni delle novità introdotte dalla legge. Prima, però, occorre fare una premessa di ordine sistematico.
La 219 del 2017 prevede, infatti, al comma terzo del suo primo articolo, il diritto di ogni paziente di autodeterminarsi, ovvero di decidere se e quali provvedimenti adottare per la cura della sua malattia.
Al paziente è addirittura riconosciuto il diritto di non voler ricevere notizie al riguardo, ma di delegare i suoi familiari o “una persona di sua fiducia” affinché si rapportino direttamente con il medico curante e con l’équipe sanitaria per pianificare in maniera condivisa, come dispone l’articolo 8 della legge, le eventuali cure, ed esprimano “il consenso in sua vece”.
Il precedente articolo 4 – ed è questa la novità che più ha fatto notizia sui media – prevede che:
“ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere” possa esprimere proprie “disposizioni anticipate di trattamento” attraverso le quali, “dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte”, intenda “esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari”.

Il paziente, in pratica, potrà esprimersi direttamente, chiarendo, ad esempio, di rifiutare cure palliative o accadimenti terapeutici, o desiderarne invece l’applicazione, anche a tutti i costi.
Quel che però la legge sottolinea – e ciò mi dà il destro per far riferimento al caso concreto cui facevo cenno – è che questa disposizione possa essere applicata anche retroattivamente alla sua entrata in vigore ai casi in cui il potenziale disponente sia un minore, un incapace, un interdetto, o un inabilitato.

Tranne che per quest’ultimo caso, il Legislatore, all’articolo 3, ha previsto la nomina di un tutore da parte del giudice, che, facendo le veci del rappresentato ma tenendo comunque conto della sua volontà, esprima il proprio consenso o il rifiuto a cure e/o ad eventuali trattamenti.
In presenza, invece, di un inabilitato, così come di un soggetto che a causa dell’insorgente malattia non disponga della capacità di decidere, il richiamato articolo prevede la nomina di un amministratore di sostegno, cui è comunque demandato il potere di scelta in ordine a materia relativa all’ambito sanitario.
In applicazione di questo specifico articolo della Legge, il Tribunale di Modena, in una recentissima sentenza resa nei primi giorni di maggio, ha nominato amministratore di sostegno il padre ottantenne di una ragazza in coma da tre mesi, alimentata artificialmente ed incapace di manifestare la propria volontà. Il giudice, nel confermare la nomina del richiedente, gli ha imposto di decidere nel migliore interesse della figliola, nonché di impegnarsi a ricostruirne la volontà in tema di cure sanitarie e patrimoniali.
Anche qui possiamo tranquillamente affermare che, se questa legge avesse avuto rapida applicazione, non vi sarebbe stato alcun caso Welby o Englaro.

Ma allora anche il caso Cappato non avrebbe avuto ragion d’essere? Ricordiamo che Marco Cappato è stato incriminato ai sensi dell’art. 580 del codice penale, per istigazione o aiuto al suicidio di Fabiano Antoniani, noto come D.J. Fabo.

No, il caso che Lei mi prospetta è diverso, e non è direttamente preso in considerazione dalla 219 del 2017.
Lo è, però, indirettamente, in quanto la Legge non muta il consolidato ed assoluto divieto alla pratica dell’eutanasia, ovvero alla morte procurata da altri su richiesta dello stesso interessato.
In ogni caso, la Corte di Assise di Milano, chiamata a giudicare al riguardo, ha sollevato questione di incostituzionalità della richiamata norma, depositando un’ordinanza che, nel riferirsi ad un “diritto a morire” di ogni cittadino del tutto assente nel nostro ordinamento giuridico, ha suscitato non poche polemiche e perplessità.

Tornando alla Legge 219 del 2017, può darci qualche ragguaglio su come si redigono le disposizioni anticipate di trattamento, meglio note come DAT?

Diciamo innanzitutto che altro è il consenso informato, ribadito ed ancor meglio disciplinato dalla legge; altro sono invece le DAT. Potremmo anzi dire che queste ultime sono quasi figlie del primo, nel senso che sarà molto più semplice redigere le DAT se il loro contenuto rappresenti l’espressione delle informazioni dettagliate che il medico è tenuto a fornire sulla malattia, sulla sua prognosi, sulle cure da approntare e sulle conseguenze che potrebbero derivarne.
Informazioni – sarà bene ribadire – che devono necessariamente rappresentare il frutto della “relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico”, basata, come ribadisce l’articolo 1 della legge, “sul consenso informato nel quale si incontrano l’autonomia decisionale del paziente e la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico.”
L’articolo 4 dispone che le DAT, peraltro sempre modificabili, debbano essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata, ovvero anche attraverso una scrittura privata che il disponente deve consegnare personalmente presso l’ufficio dello stato civile del comune di residenza. L’ufficiale che dovesse raccogliere l’atto dovrà poi annotarlo in un apposito registro, ove istituito, o presso le strutture sanitarie, in ordine alle quali si auspica l’adozione di modalità telematiche di gestione della cartella clinica, del fascicolo sanitario elettronico, o di altre modalità informatiche.
Con le DAT, il disponente nomina un proprio “fiduciario”, chiamato a rappresentarlo dinanzi al medico qualora egli non sia più in grado di manifestare la propria volontà sul consenso o sull’eventuale rifiuto alle cure da somministrarsi. Qualora, poi, manchi nelle DAT questa indicazione, sarà il giudice tutelare a nominare un amministratore di sostegno al disponente conformemente alla disciplina all’uopo già prevista dal codice civile, confermando l’efficacia delle disposizioni a suo tempo redatte.
E’ proprio facendo applicazione di tale previsione che il giudice del Tribunale di Modena ha reso il provvedimento cui poco fa mi riferivo.
Inoltre, le DAT vanno esenti dalla corresponsione di qualsiasi tributo e/o imposta, e possono essere rese anche attraverso videoregistrazioni o dispositivi che consentano alla persona con disabilità di comunicare. Con le stesse modalità, le DAT possono essere revocate in qualsiasi momento dal disponente o addirittura, qualora per ragioni di urgenza ciò sia impossibile con le forme previste dalla norma, attraverso apposita dichiarazione verbale raccolta o videoregistrata da un medico, con l’assistenza di due testimoni.

Lei ha accennato a problematiche che nemmeno questa stessa Legge è stata in grado di regolamentare. A cosa si riferisce in particolare?

La ringrazio di questa domanda perché mi consente di evidenziare la rilevante portata dei lavori che hanno interessato il convegno sul testamento biologico organizzato dall’A.G.IT. Assogiuridica italiana, che ho l’onore di presiedere e rappresentare, tenutosi a Salerno il 18 maggio scorso.
Tenendo fede alle linee guide dell’attività associativa, in applicazione delle quali intendiamo approfondire con afflato interdisciplinare lo studio e la ricerca su tematiche giuridiche e sociali di interesse nazionale, abbiamo inteso affrontare le problematiche che scaturiscono dalla lettura dell’articolato normativo coinvolgendo esponenti di grande rilievo del mondo forense, universitario, medico, notarile ed ecclesiastico.
Ognuno, quindi, è stato chiamato a dire la sua sulla Legge, evidenziandone gli aspetti positivi e quelli che possono eventualmente ritenersi negativi, al fine di fornire un fattivo contributo per il suo auspicabile miglioramento.
Si è, così, discusso della Legge esaminandola sotto diversi angoli di visuale, e sottoponendola anche al vaglio dei principi etico-morali maggiormente sentiti nell’attuale contesto sociale.
Ne è derivato un dibattito stimolante ed estremamente costruttivo, nel corso del quale, pur evidenziata l’importanza della normativa, da ritenersi come primo orientamento alle complesse ed assai liquide problematiche oggetto delle sue previsioni, se ne sono evidenziati i limiti e proposti correttivi.
Solo per fare qualche rapido esempio, si è discusso sugli eventuali limiti applicativi del diritto di autodeterminazione del paziente, e fino a che punto esso sia potenzialmente in grado di ledere l’autonomia professionale e decisionale del medico; così come sull’interpretazione – peraltro assai difficoltosa anche per gli addetti ai lavori – che occorre adottare per distinguere tra rimedi di mero “accanimento terapeutico” ed interventi terapeutici potenzialmente utili e razionali; od ancora sui conflitti deontologici tra la volontà del paziente e la sua applicabilità da parte del medico, in caso soprattutto di disposizioni che – così statuisce il comma quinto dell’articolo 4 – “appaiano palesemente incongrue”; nonché sulla condotta che il notaio dovrebbe assumere al riguardo.
Si è anche evidenziata la mancanza di linee-guida della legge, necessarie per rendere uniformi su tutto il territorio nazionale l’applicazione della nuova regolamentazione normativa; sugli eventuali percorsi normativi necessari per la loro enucleazione ed approvazione; nonché sulla auspicabile unità di vedute in ordine alle modalità in ottemperanza delle quali le DAT dovrebbero essere redatte da ciascun disponente.
I lavori, conclusisi con una stimolante tavola rotonda – alla quale sono stati chiamati ad intervenire i rappresentanti degli ordini professionali interessati dalla Legge insieme ad esponenti di spicco del modo universitario ed ecclesiale – hanno favorito un fecondo scambio di idee ed una serie di ulteriori proposte normative, che ci si augura di sviluppare in future occasioni culturali e di realizzare poi concretamente nelle sedi legislative a ciò deputate.

Grazie avvocato Torre per le sue osservazioni, che ci chiariscono meglio la portata di questo nuovo strumento normativo.

Sono io a ringraziare Voi per il Vostro interessamento. Ritengo che una buona comunicazione e idonee attività di divulgazione debbano essere necessaria per la buona applicazione di questa legge così importante e innovativa, così come per l’adeguata conoscenza dei suoi elementi e delle sue modalità applicative.
E’ infatti compito di ciascuno di noi, ed in particolare di tutti gli addetti ai lavori, fare tutto ciò che è in nostro potere per evitare che l’ignoranza non solo sull’effettiva portata dei diritti introdotti dalla Legge, ma anche sui suoi limiti, induca chi è chiamato ad applicarne le regole ad optare per una comoda – quanto asociale – via del disinteresse e dell’immobilismo.

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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società Information and communications technology

Comunicazione interpersonale nei settori tecnici e specialistici. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]ei precedenti articoli abbiamo visto i nuovi scenari di servizio resi possibili dalle nuove tecnologie, il ruolo delle persone entro i settori tecnici e specialistici, in primis l’ICT., e analizzato con precisione la figura del Business Analyst, che deve essere dotato di grandissime doti comunicative.
Vediamo ora più nel dettaglio questo focus, ovvero analizziamo il ruolo del professionista tecnico-specialistico nei suoi aspetti di vero e proprio “comunicatore”.
Oggi, infatti, sia nel lavoro che nella vita quotidiana, operiamo in un mondo sempre più complesso e interdipendente. Le aziende e le organizzazioni tendono ad essere divise in compartimenti funzionali (ufficio vendite, ufficio acquisti, controllo qualità…) dotati a loro volta di interfacce di comunicazione attraverso cui interagiscono.
L’iper-specializzazione degli individui, inoltre, tende a rendere la comunicazione più difficoltosa: se un esperto di marketing deve comunicare con un esperto di infrastrutture informatiche, ad esempio, ciascuno dei due si cimenterà (quasi) con un’altra “lingua”.
[bctt tweet=” Il ruolo del professionista tecnico-specialistico si avvicina sempre più a quello di un vero e proprio comunicatore.” username=”MapsGroup”]
E tuttavia, mai come oggi, è necessario comunicare con tutti gli interlocutori coinvolti nei processi aziendali, per fare sì che l’impresa stessa svolga per intero il suo ruolo nel mercato.
Chi si trova a gestire ruoli di analisi e/o coordinamento (come ad esempio vale per i Manager, i Project Manager, i Business Analyst o i Direttori di Cantiere nel contesto di Ingegneria Civile e Industriale), diventa molto spesso l’interfaccia privilegiata di comunicazione fra entità organizzative differenti, a loro volta composte da individui che hanno cononoscenze, storia professionale e linguaggi specialistici diversi, come viene schematizzato nella figura seguente:
 

 
Gli stessi team di lavoro – in molti casi – sono eterogenei in partenza, e riuniscono al proprio interno professionalità diverse. Un gruppo di lavoro sulla sicurezza delle informazioni e/o sulla privacy, per esempio, potrebbe comprendere informatici, avvocati e ingegneri gestionali, oltre che Etical Hacker.
In una prima approssimazione si può pensare che, per realizzare questa comunicazione in modo efficace, sia sufficiente uno dei metodi classici di Business Analysis degli anni ’80 e ’90, che presuppone che basti imparare il lessico dei vari settori e usarlo con precisione nella comunicazione.
In fin dei conti – si ritiene il più delle volte – si tratta di comunicazione lavorativa, e dunque per sua definizione puramente razionale, a basso contenuto emotivo e destinata alla mente logico-razionale dei destinatari. Comunicazione intrinsecamente diversa, quindi, da quella orientata alla vendita e/o al marketing, a maggior ragione in un settore all’apparenza puramente logico come l’ICT…
Ma è veramente così? Non proprio, come vedremo tra poco.
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Le norme stesse lo dicono: bisogna saper comunicare

Nella scheda del profilo del Business Analyst definita dalle norme UNI 11506, UNI 11621-2 e EAN 16348 (normativa dell’Unione Europea che estende a tutta Europa le due precedenti) si individuano come competenze assolutamente necessarie le seguenti, definite a loro volte nell’European E-Competence Framework:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Allineamento strategie tra Sistemi Informativi e Business.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Sviluppo del Business Plan.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Miglioramento di Processo.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Identificazione dei fabbisogni.
E nella definizione di queste competenze, a sua volta l’E-Competence Framework definisce come basilari, tra le altre competenze e skill, le:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] tecniche di comunicazione;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]tecniche di narrazione (“Story telling”);
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]capacità di proporre i cambiamenti di processo (che richiede enormi capacità comunicative e di convincimento).
Analogamente, nella normativa ISO/IEC 27021, che definisce il ruolo del professionista dei sistemi di gestione della sicurezza delle informazioni, sono nominate esplicitamente come conoscenze fondamentali:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Leadership.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Teoria e metodi di comunicazione.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Tecniche di comunicazione.
Quindi, già a livello normativo, viene riconosciuta la necessità di saper comunicare anche per figure in apparenza tecniche o di congiunzione fra il settore tecnico e il business. I migliori manager sanno già che saper comunicare è fondamentale in qualsiasi ambito, anche “tecnico puro”.
Se analizziamo i dettagli delle richieste delle norme sopra elencate troviamo che saper comunicare significa:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Apparire come leader – e quindi essere ascoltati.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Guidare nel cambiamento – e quindi motivare e convincere.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Usare tecniche complesse con contenuto emotivo come lo storytelling.
La comunicazione tecnica, pertanto, non è soltanto una traduzione di contenuti, ma ha anche un forte impatto emotivo. Ecco quindi che, per realizzare una comunicazione tecnica efficace, presupposto fondamentale per il successo di progetti ed aziende, bisogna costruire una metodologia molto più ampia.

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Un modello per la comunicazione tecnico-specialistica efficace

Nei miei anni di esperienza sul campo – esercitata in vari ruoli nei settori sia organizzativi che e tecnologici – ho potuto vedere, sentire e toccare con mano quanto, durante una comunicazione tecnica, sia importante l’aspetto emotivo e la vicinanza al “modello mentale” dell’interlocutore.
Allo stesso modo – studiando Coaching, PNL per la comunicazione, intelligenza emotiva e neuro-marketing – ho potuto apprendere e comprendere le basi culturali, psicologiche e percettive che stanno alla base di tali punti di vista.
[bctt tweet=”La comunicazione tecnica non è solo traduzione di contenuti, ma ha un forte impatto emotivo. ” username=”MapsGroup”]
Infine, dopo avere insegnato questo tipo di comunicazione in molte edizioni di corsi per Business Analyst e Project Manager, mi sono reso conto della necessità di applicare tali metodologie in tanti altri contesti lavorativi, sia professionali che aziendali, ricavandone infine un corso specifico che ho erogato con successo in contesti complessi quali ad esempio gli ordini professionali e gli istituti di ricerca. A riprova ulteriore di come il tema sia assolutamente sensibile.
Per comprenderne i “fondamentali” di tale approccio, partiamo dunque da un presupposto di base, ovvero:

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[/sf_iconbox]Cosa è la comunicazione?

Tradizionalmente, essa si definisce attraverso gli scopi che persegue nonché gli attori che investe (e il loro contesto) e infine la tecnologia che utilizza per dispiegarsi. Il filo “narrante” del processo comunicativo è così riassumibile:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]lo scopo della comunicazione è trasmettere informazione da un mittente ad un destinatario;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]ricevere informazione aumenta la conoscenza del destinatario;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il destinatario, di solito, attiva una re-azione all’informazione ricevuta.
Il modello base per la comunicazione è mostrato nella figura sottostante:
 
Grafico
A questo punto, è importante soffermarci su alcuni concetti specifici.
Nel caso della comunicazione interpersonale, infatti, la sorgente è la mente del mittente, che contiene le “idee” che a loro volta vengono convertite in parole attraverso la conoscenza del mondo del mittente (ossia il suo “modello mentale”) e le relative associazioni idee-parole (tramite il processo di codifica delle idee in parole).
Nel caso di linguaggio parlato, inoltre, è bene ricordare che, accanto alle parole, tante informazioni vengono trasmesse anche dal modo con cui le pronunciamo (linguaggio paraverbale) e dalle espressioni del viso e del corpo con cui le accompagniamo (linguaggio non verbale).
Occorre anche avere presente che – come dimostrato già negli anni ’60 da Albert Merhabian – in caso di non coerenza fra il contenuto verbale, paraverbale e non verbale di un messaggio, l’ultima e la seconda prevalgono sulla prima. E di questo ci accorgiamo in tutti quei casi in cui, pur essendo il contenuto verbale impeccabile, “qualcosa” ci ha trasmesso non coerenza, creando in noi un senso di sospetto e diffidenza.
[bctt tweet=” in caso di non coerenza fra il contenuto verbale, paraverbale e non verbale di un messaggio, la parte verbale ha la peggio.” username=”MapsGroup”]
Nel caso del linguaggio scritto, infine, la punteggiatura, il corsivo e il grassetto possono corrispondere alla componente paraverbale, mentre l’uso dei font e la formattazione possono ricondurre alla componente non verbale.
In generale, comunque, accade che il messaggio, sotto forma di onde sonore (per le componenti verbali e paraverbali) e di luce (per le componenti non verbali) viaggia nell’aria e giunge ai ricevitori del destinatario (ossia gli organi di senso), che compiono la prima parte della decodifica.
Ma non tutto fila sempre così liscio, anzi: durante il tragitto il messaggio può subire alterazioni (per esempio, in una telefonata con qualità dell’audio pessima) o essere offuscato da una serie di disturbi (si pensi, ad esempio, a una conversazione in ambiente rumoroso). Facilmente, quindi, potrà giungere al destinatario in modo imperfetto.
Come se non bastasse, una volta raggiunto il destinatario, il messaggio, per essere compreso, necessiterà di un ulteriore e complesso processo di elaborazione da parte del ricevente.
Se ne deduce che ciascun mittente – se vuole conseguire il suo scopo ed essere efficace nella sua esposizione, riducendo a priori i possibili rischi di fraintendimento o non comprensione – deve conoscere e comprendere a priori tutte queste caratteristiche della comunicazione, in maniera da garantire il più possibile il suo approdo efficace alla destinazione finale. Destinazione che – nel caso la comunicazione sia di tipo tecnico – è definibile come la componente logico-razionale della mente del destinatario.
Essere consapevoli di ciascuno di questi meccanismi, inoltre, non serve solo per acquisire leadership o vendere bene, ma anche e soprattutto per lavorare meglio ogni giorno.
E’ dunque importante che questo tipo di competenza – conforme tra l’altro a quanto richiesto dalle normative – diventi progressivamente sempre più patrimonio di base dei professionisti dei settori tecnici ed organizzativi.
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Approfondimenti:

Robert Dilts – Creare Modelli con la PNL – Ed. Astrolabio, 2003.
Shelle Rose Charvet – Le parole della Mente: eccellere nel linguaggio di Influenza – Ed. FrancoAngeli, 2013.
Oren Klaff – Pitch Anything: la presentazione perfetta – Ed. ROI Edizioni, 2017.
Daniel Goleman – Lavorare con Intelligenza Emotiva – Ed. BUR, 1998.
Paolo Borzacchiello – PNL per la vendita – Ed. Alessio Roberti Editore, 2015.
Giulio Destri – Manuale di PNL per la pratica nella Vita Professionale – Ed. Amazon, 2016.

 

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

La “mediazione” come pratica sociale essenziale per lo sviluppo (pacifico) dell'Uomo. Intervista al dott. Vincenzo Antonio Orefice.

[dropcap3]P[/dropcap3]robabilmente nessuno di noi, anche soltanto pochi anni fa, immaginava un’estensione delle potenziali “aree di conflitto” come è purtroppo quella attuale, intendendo con tali aree non tanto (o non solo) quelle geografiche, ma anche e soprattutto quelle sociali e culturali, con la recrudescenza di temi dirompenti in materia ad esempio di diritti e doveri, solidarietà e sovranità, accoglienza e diritto all’autodifesa, solo per citarne alcuni.
L’immanente trasformazione degli scenari e degli equilibri socio-economici, politici e ambientali, infatti, a livello non solo globale, ma anche locale, è accelerata (non per questo semplificata, ma, anzi complicata) dalle attuali enormi possibilità comunicative, in-formative o de-formative che siano.
[bctt tweet=”Nuove contingenze rendono gli attori dei potenziali conflitti g-locali pericolosamente vicini.” username=”MapsGroup”]
Queste contingenze rendono gli attori dei potenziali conflitti pericolosamente “vicini” dal punto di vista della possibilità di incontro-scontro, mantenendoli però su versanti irrimediabilmente opposti (e contrapposti) se non adeguatamente indirizzati e contenuti in contesti dialettici piuttosto che conflittuali.
Risulta quindi evidente quanto sia di primo interesse la capacità dialogante di chi – per professione o per vocazione – si pone come argine mediativo e compositivo in qualsivoglia contesto capace di innescare pericoli, a volte irreversibili, di frattura al dialogo e quindi alla convivenza pacifica.
E questo riguarda tutti i sistemi sociali: dalla scuola alla politica, dalle questioni di genere a quelle lavorative.
Per affrontare in maniera approfondita la questione, noi di 6MEMES abbiamo proposto all’avvocato Maria Bonifacio, già autrice del nostro blog, di intervistare sul tema il dott. Vincenzo Antonio Orefice, Giudice Onorario emerito presso la Corte di Appello di Napoli (sezione Minorenni), figura oltremodo esperta nel campo delle Scienze sociali e laureato in Scienze dell’Educazione, Teologia e Pedagogia.

Il topic scelto è, evidentemente, quello della Mediazione nella sua eccezione più estesa, intesa come luogo terzo e neutrale per accogliere tutte le istanze, anche diametralmente opposte tra loro, e ricondurle in una possibilità dialettica di relazione “pacifica” e soprattutto costruttiva.

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Grazie dott. Vincenzo Antonio Orefice per aver accettato il nostro invito. Iniziamo con una domanda introduttiva: come esperto in Mediazione, di cosa si occupa in particolare?

Grazie a voi per avermi dato la possibilità di condividere il mio pensiero e la mia esperienza nell’ambito della mediazione. In quanto mediatore, mi considero innanzitutto un facilitatore del dialogo tra le parti che non consiglia né giudica, ma resta neutrale, equi-vicino ed equi-prossimo.

La pratica della mediazione, a tal proposito, può rappresentare – in sé – un vero e proprio modus operandi nella gestione dei conflitti?

Certamente. La mediazione rappresenta in concreto la modalità attualmente considerata come maggiormente in grado di produrre cambiamenti positivi nelle relazioni e nelle situazioni conflittuali di raggiungere obiettivi sorprendenti.

Nel corso dell’ultimo trentennio sono emersi nuovi ambiti d’intervento e nuove strategie che hanno portato ad elaborare modelli operativi e schemi teorici.

La mediazione del conflitto è una disciplina innovativa che aiuta a dialogare facendo scoprire alle parti la bellezza della collaborazione e la creatività nella ricerca di soluzioni soddisfacenti per entrambe le parti.

La mediazione fa passare dalla convinzione del “vicolo cieco” alla scoperta di “autostrade”. Essa si differenzia dai più tradizionali e noti interventi nei campi della psicoterapia, del counseling, della consulenza, dell’intervento educativo o giuridico.

G.V. Pisapia definisce non a caso la mediazione come una “terra di mezzo” che si caratterizza come luogo di ri-costruzione della connessione, attraverso l’individuazione di uno spazio sociale al cui interno possano svilupparsi gli in-contri “ricostitutivi” tra le parti in conflitto.

Nel contesto sociale in cui viviamo, il conflitto è esasperato e improntato ai massimi sistemi su tutti i fronti: sociali, ideali, economici. A suo parere, quanto incide la componente mass mediale nell’aumentare i toni e, dunque, il conflitto stesso?

I conflitti in famiglia, nella scuola, negli ambiti comunitari, nella strada e sui territori informali sono alla base dell’assalto mediatico.

Tuttavia, sebbene esistano in molte città, centri e servizi per la “mediazione” dei conflitti che stanno producendo risultati di notevole interesse, in particolare sui modelli di convivenza territoriale dei cittadini, l’attenzione dei media rimane tutta rivolta alle tragedie.

L’etica e i valori pedagogici sono sacrificati all’audience. Sarebbe opportuno che i media, invece, divulgassero maggiormente la cultura della mediazione, ad esempio la mediazione sociale, che può rispondere ai conflitti di seconda generazione, quelli cioè di vicinato, di quartiere, familiari, interculturali, di ambiente e sul posto di lavoro.

Tutto ciò, laddove si possono vivere una serie di incomprensioni, offese e violenze, più o meno palesi, che necessitano di una riparazione da parte della vittima possibilmente non vendicativa – anche se legittimata da una legge dello Stato – ma che vada nel senso di una giustizia riparativa e che porti a una evoluzione del reo, ridonando, al contempo, fiducia e soddisfazione alla vittima. Stante il fenomeno emulativo, direi che i media potrebbero fare davvero la differenza.

Quello che la formazione delle parti in causa deve trasmettere è quindi la consapevolezza che, nel rispetto dell’autonomia delle parti, il mediatore è l’ingrediente necessario per modificare orizzonti e prospettive e deve giocare quel ruolo fino in fondo?

Le decisioni che le parti raggiungono sono prese esclusivamente da loro e non influenzate o indirizzate dal mediatore.

Senza una chiara differenziazione nella sua pratica, la mediazione può perdere il suo valore unico e le persone possono non cogliere nessuna diversità fra tale attività e le altre forme di intervento di terze parti.

Inoltre, non c’è nessun’altra occasione di intervento sul conflitto come la Mediazione che consenta alle parti di migliorare la loro interazione affrontando nel contempo il conflitto stesso.

Se la mediazione perde di vista questo obiettivo, niente altro potrà sostituirla nei suoi risultati e l’opportunità per le parti di crescere individualmente e il riconoscimento andrà perduta.

Si può affermare, dunque, che vi sia bisogno di una vera e propria rivoluzione culturale?

Assolutamente sì. Tenuto conto che con il ventesimo secolo si è affermata definitivamente l’idea che l’uomo meriti una uguaglianza e un pari trattamento di fronte a quel dolore che egli decide di non vivere in silenzio, e per il quale egli reclama una condivisione di senso.

È indubitabile che, nel corso del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle, la forma primaria di responsabilizzazione e di riparazione con il risarcimento del danno ha rappresentato l’unica modalità di dialogo e l’unico modo di dare un valore, un prezzo ed una qualità alla sofferenza.

A mio avviso, la modalità risarcitoria, se non si accompagna ad altre forme di riparazione, corre il rischio di finire semplicisticamente col sovrapporsi alla perdita irreparabile sofferta, all’offesa subita: il denaro diverrebbe così il doppio equivoco della sofferenza. Lo sviluppo della cultura e dell’intervento della mediazione, sottolineano l’importanza di adottare una logica allargata dove anche l’intervento sulla cultura della comunità risulta centrale.

Considerato che il conflitto si riverbera nei vari ambiti, sia privati intra-familiari che professionali e aziendali, a suo avviso si potrebbe strutturare un modello di mediazione aziendale? Se sì, in che modo?

Certamente.
Questo, muovendo dall’assunto che fare mediazione significa, prima di tutto, prendersi cura (seppure con modalità inedite sul piano socio istituzionale) di comportamenti cosiddetti antisociali e/o antigiuridici che compulsivamente, im-mediatamente producono in noi stessi e negli altri sentimenti molto potenti di rivolta e risentimento, tradimento e rabbia, desiderio di vendetta e disonore, umiliazione e senso di colpa… tutte emozioni non solo difficilmente contenibili, ma capaci anzi di auto-alimentarsi.

Per fare mediazione, dunque, occorre anzitutto reggere la paura dei potenziali effetti distruttivi di questi sentimenti sociali.

E’ da tale non-luogo che il mediatore cerca di incontrare la fonte di quei conflitti che creano un vuoto, un isolamento dei singoli configgenti nel proprio vissuto, nella propria versione dei fatti, nella propria solitudine e separazione dall’altro.

Le parti possono raggiungere una diversa percezione l’una dell’altra, scoprire un nuovo linguaggio per parlare, provare a (ri)costruire la loro relazione elaborando nuove regole che saranno utili per affrontare concretamente gli effetti del conflitto e del disagio che stanno vivendo.

Mediare, come forma verbale che connota l’attività di mediazione, vuol dire ricollegare quello che è adesso sconnesso perché la relazione e il circuito si sono interrotti, ma il circuito e la relazione erano e potranno essere in funzione.

In altre parole, la mutua responsabilità da far emergere in un contesto aziendale. Bisognerebbe lavorare sulla capacità e possibilità delle risorse/contendenti di trovare da soli una soluzione alla propria controversia aumentando il processo di crescita di ciascuno e il riconoscimento reciproco.

Questo, consentirebbe di trasformare gradualmente la qualità delle interazioni da oppositive e conflittuali a costruttive e collaborative, portando  a cambiamenti fruttuosi sia nelle relazioni che nella qualità del contesto ambientale dell’Azienda.

Quando si parla di necessità di ricerca e di innovazione nelle Aziende, ci si deve riferire principalmente a quella legata alla principale risorsa dell’Impresa e cioè le persone che fanno la differenza e possono dare alla Società il valore aggiunto che tante altre non hanno.

Grazie dott. Orefice. È stato davvero incisivo e innovativo nelle sue considerazioni: ne faremo tesoro.

Maria Bonifacio


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In conclusione, per i nostri lettori, potremmo dire che il discorso sulla mediazione apra nuovi orizzonti di senso. Nel panorama sociale attuale, in cui l’identità è in continua ridefinizione, non vi è bisogno di giudizi né di “cure” prescrittive, ma di decifrazioni pazienti.

Pensare alla mediazione non come ad una modalità capace di attivare “speranze di cambiamento e redenzione”, e tanto meno come a una (o, peggio, LA) soluzione, ma piuttosto come a una modalità cognitivamente più aperta e disponibile a passare dal momento distruttivo a quello curativo, per accogliere il disordine che le società odierne esprimono e convogliarlo in un flusso costruttivo.


 

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6MEMES TRENDS Trasparenza e Partecipazione nella PA

La città della trasparenza. Di Michele Vianello.

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Il diritto di partecipare alla vita della Pubblica Amministrazione

 
[dropcap3]N[/dropcap3]el mio precedente articolo ho argomentato su come una forte e incisiva riforma della Pubblica Amministrazione possa avvenire a condizione che i cittadini siano consapevoli della possibilità di esercizio di una serie di diritti che la nuova legislazione, CAD (Codice dell’amministrazione digitale) e FOIA (Freedom of Information Act) in primis, mette a loro disposizione.
La legislazione più recente, infatti, si limita – ed è un eufemismo, ovviamente – a sancire i diritti per il cittadino, affidando poi all’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) o all’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) il compito di indicare le forme regolamentari che rendono esercitabili tali diritti.
Viene così sancito, per il cittadino, il diritto di partecipare a ogni procedimento che lo riguarda attraverso strumenti digitali, con l’attestazione ad esempio del diritto di avere una propria e univoca identità digitale, di poter eleggere un domicilio digitale, di effettuare i pagamenti alla P.A. attraverso strumenti digitali e così via.
SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) e PAGO PA (il sistema nazionale per i pagamenti a favore della Pubblica Amministrazione) sono due esempi specifici attraverso i quali il cittadino esercita propri diritti. A ogni diritto, infatti, deve corrispondere un servizio di cui usufruire attraverso specifiche piattaforme web e grazie a una “buona digitalizzazione” dell’Ente inreressato.
Tutto ciò premesso, tuttavia, fino a quando l’AgID  non varerà le norme e i regolamenti applicativi, queste innovazioni rimarranno teoria anziché divenire pratica, e tali aspettative resteranno, in larga parte, inespresse.
Di più ancora: non essendo a tuttoggi il cittadino a conoscenza dei propri nuovi diritti, non li eserciterà, ritardando così a sua volta – e suo malgrado – il processo di innovazione della Pubblica Amministrazione.
[bctt tweet=”Anche la velocità dei processi di cambiamento si basa sui principi della domanda e dell’offerta.” username=”MapsGroup”]
D’altronde, al di là delle previsioni legislative, la velocità dei processi di cambiamento si basa sui principi della domanda e dell’offerta, e accelerarne il processo non è semplice. Quanto più i cittadini (ovvero la domanda) chiederanno di fruire dei servizi utilizzando strumenti digitali, tanto più la Pubblica Amministrazione (ovvero l’offerta) sarà tenuta ad adeguarsi.
Questo vale anche per la legislazione in materia di trasparenza.
Mi riferisco in larga parte a ciò che è previsto – ormai da tempo – dal D.Lgs. n. 33 del 2013. A causa della storia recente del nostro Paese, infatti, il principio di trasparenza, sul piano normativo, è legato indissolubilmente alla lotta alla corruzione.
Non è un caso che ogni anno le Pubbliche Amministrazioni debbano varare un unico Piano sia per le azioni anticorruzione che per la trasparenza. Così non dovrebbe essere, perché la trasparenza costituisce in sé il valore fondante su cui si consolida l’attività della Pubblica Amministrazione.
I modelli organizzativi, ad esempio, dovrebbero essere pensati, realizzati, finalizzati e traguardati alla trasparenza sia nell’azione amministrativa che nell’accesso alla produzione di dati, atti, documenti etc. di una P.A..
Alcuni esempi concreti: un sito Istituzionale costruito “correttamente” è una condizione sine qua non per esercitare il diritto all’accesso e alla trasparenza. Allo stesso modo, un ciclo documentale interamente digitalizzato è la condizione ottimale sia per reperire le relative informazioni che per poterne fruire. Anche in questi casi, è utile ricordarlo, il cittadino – così come le imprese, i professionisti e le organizzazioni in genere – potranno esercitare un ruolo decisivo.
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Cittadini consapevoli e informati

 
È opportuno, a questo punto, ricordare a tutti noi quanto previsto all’art. 1 (comma 1) del D.Lgs. n. 33/2013:

“La trasparenza è intesa come accessibilità totale dei dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, allo scopo di tutelare i diritti dei cittadini, promuovere la partecipazione degli interessati all’attività amministrativa e favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.”

Ancora, all’art 3 (comma 1), la legge recita:

“Tutti i documenti, le informazioni e i dati oggetto di accesso civico, ivi compresi quelli oggetto di pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente sono pubblici e chiunque ha diritto di conoscerli, di fruirne gratuitamente, e di utilizzarli e riutilizzarli ai sensi dell’articolo 7.”.

Come si capisce, anche in questo caso, il legislatore ha messo nelle mani dei cittadini importanti opportunità.
I dati e i documenti detenuti dalla P.A. sono resi accessibili al cittadino nella loro totalità (con un unico limite posto negli “interessi giuridicamente tutelabili”, come ad esempio vale per i dati sensibili, giudiziari, a tutela della proprietà intellettuale ecc.), affinché quest’ ultimo possa partecipare in maniera “consapevole” e “informata” alla vita pubblica.
[bctt tweet=”I dati e i documenti detenuti dalla Pubblica Amministrazione sono resi accessibili al cittadino nella loro totalità.” username=”MapsGroup”]
Il cittadino, con tali informazioni, sarà infatti messo in condizioni di vigilare sulle finalità di una P.A. a partire da conoscenze reali e dettagliate.
A tutto questo si deve aggiungere l’obbligo per una P.A. di mettere a disposizione della collettività anche per fini commerciali (Art. 1, comma ter del CAD) dati e documenti per poter essere trasformati e riutilizzati. L’articolo 6, inoltre, verte sulla “Qualità delle informazioni”, riportando che

Le pubbliche amministrazioni garantiscono la qualità delle informazioni riportate nei sitiistituzionali nel rispetto degli obblighi di pubblicazione previsti dalla legge, assicurandone l’integrità, il costante aggiornamento, la completezza, la tempestività, la semplicità di consultazione, la comprensibilità, l’omogeneità, la facile accessibilità, nonché la conformità ai documenti originali in possesso dell’amministrazione, l’indicazione della loro provenienza e la riutilizzabilità secondo quanto previsto dall’articolo 7.”

A questo punto la sfida é davvero rilevante, perché può cambiare il rapporto stesso tra la Pubblica Amministrazione e il cittadino.
Se la P.A. deve essere trasparente come regola generale, e inoltre ha l’obbligo dimettere a disposizione dati e documenti, il cittadino, dal canto suo, ha il dovere (e la convenienza) di partecipare alla vita pubblica in modo informato riutilizzando a sua volta, anche per fini commerciali, tali dati e documenti, partecipando così alla loro ulteriore valorizzazione.
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Conoscenza diffusa per esercitare meglio
i diritti di cittadinanza attiva

 
Se potessi utilizzare una definizione “importante”, direi che il D.Lgs. n. 33 crea le condizioni per l’esercizio di una cittadinanza attiva. Quello che non deve sfuggirci, infatti, é che l’ambito applicativo di queste disposizioni non riguarda solo la P.A. in quanto tale, ma anche tutto il mondo di chi gestisce servizi pubblici, compresi i soggetti imprenditoriali di diritto privato.
Ma anche il mondo dei servizi pubblici locali e della sanità é pienamente interessato da queste disposizioni, e dunque la gestione dell’acqua, della salute, dell’aria, dei rifiuti e del trasporto pubblico locale sono servizi anch’essi soggetti a obblighi di trasparenza nei confronti del cittadino.
Ne deriva che il perimetro delle conoscenze potenzialmente a disposizione dei cittadini e delle imprese, così come il confine dell’esercizio del controllo e della partecipazione in questi stessi ambiti, si possono estendere di gran lunga. Anzi: se ci pensiamo bene, a questo punto, é l’intero ambito urbano a poter essere indagato e “partecipato”.
Potremmo ad esempio avvalerci di tali diritti – nel caso venissero esercitati dai cittadini in modo organizzato – non solo individualmente, ma anche attraverso corpi intermedi, cambiando così le basi della convivenza e dell’esercizio della partecipazione democratica anche in ambito urbano.
Grazie a queste normative – di fattto – la stessa idea di smart city potrebbe essere rivista e resa maggiormente attuale. Si potrebbe ad esempio passare dall’idea di smartness (basata sull’uso intensivo delle tecnologie digitali) alla rivisitazione del concetto di egovernment (non più ridotto alla diffusione dell’uso di servizi on line).
[bctt tweet=”Si potrebbe ad esempio passare dall’idea di smartness alla rivisitazione del concetto di egovernment. ” username=”MapsGroup”]
I principi di partecipazione e inclusione avrebbero basi più solide in quanto fondati su conoscenze reali; lo stesso varrebbe per la tutela dell’ambiente e così via.
Eppure, la partecipazione fondata sulla conoscenza e il civismo consapevole non paiono essere “di moda”, tanto che a volte penso che queste mie riflessioni si riducano a mera utopia. Il digitale sembra essere diventato una ideologia e i social network un’arena dove disputare al di fuori della conoscenza dei fatti (e spesso contro la stessa) in maniera meramente ideologica, così che il mondo della condivisione digitale sembra essere diventato lo scenario privilegiato di una disputa tra “tribù confliggenti”.
In questo contesto è ovvio che le Pubbliche Amministrazioni che non vogliono innovare possono arroccarsi agevolnente sull’esistente e difendere gli “antichi mondi”.  E tuttavia, una volta tanto, il quadro normativo e di principio sono chiari, e quella della trasparenza é una opportunità che non possiamo lasciarci sfuggire.
È di fatto iniziata – e di questo sono convinto – una lunga traversata in “terrae incognite”. L’esito non sarà certo, ma questa é un’altra battaglia che vale la pena di combattere.

Michele Vianello

Smart city

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

L'Esattezza ai tempi dei Big Data… Cartografia di una meta (quasi) impossibile da raggiungere.

Esattezza?

[dropcap3]”L[/dropcap3]a precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, dea della bilancia. Il geroglifico di Maat indicava anche l’unità di lunghezza, i 33 centimetri del mattone unitario (…)”
Questo l’incipit di Calvino sulla lezione dedicata al suo terzo meme, l’Esattezza Il prologo prosegue enumerandone addirittura le caratteristiche più significative:

“Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose:
1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili;
3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.”

L’autore, diversamente dal proprio consueto stile letterario, dà subito conto di una descrizione terminologica puntuale, in grado di disambiguare immediatamente significati all’apparenza sovrapponibili.
Il tutto mettendoci in guardia da un pericolo che oggi corriamo all’ennesima volta: la tentazione di semplificazione che, a partire dalla forma a prima vista superficiale del linguaggio, non corrisponde in realtà alla sua sostanza più profonda.
Set in medieval cartography

Questione di misure

Andiamo dunque più a fondo nelle sue parole. Nonostante si parli di letteratura, il tema evocato del disegno – che deve essere ben definito e calcolato, con visuali nitide, incisive e il più preciso possibile, sia sul piano del lessico che dell’immaginazione  mette a fuoco con estrema precisione (o meglio, esattezza) il nucleo di significato più profondo del termine.
Esatta non deve essere infatti solo la forma con cui si rappresenta un concetto (o un oggetto o un dato), ma anche la sua individuazione e selezione alla fonte, secondo coordinate che siano in qualche modo obiettive, riscontrabili. Di più ancora: memorabili e incisive.
Calvino, in questo modo, si avvicina con altre parole alla definizione di Esattezza secondo il Devoto-Oli, che l’identifica come “l’inappuntabile coincidenza con la forma o la sostanza dovuta”. Termine che la Teccani riferisce “all’essere corretto, rispondente al vero”.
Non caso, in quasi tutti i dizionari, gli esempi sono riferiti a un “calcolo. Che richiede cura e diligenza”.
[bctt tweet=”Esatta non deve essere solo la forma con cui si rappresenta un concetto, ma anche la sua selezione alla fonte,” username=”MapsGroup”]
Essere Esatti, in sintesi, non necessita solo l’essere precisi, ma anche in qualche modo obiettivi (veritieri) nell’individuare l’oggetto di analisi. Questo, compatibilmente con le nostre capacità e secondo le possibilità di cui ci dotano i tempi in cui viviamo in quel momento.
Tale doppio binario, infatti quello dell’esattezza dell’individuazione dell’oggetto e quello l’esattezza della sua rappresentazione è fortemente dipendente dagli strumenti di cui dispone colui che osserva, che possono essere non solo tecnici e tecnologici, ma anche intellettivi e culturali.

Un esempio di questo concetto è una scienza assai significativa in termini di precisione: la Cartografia. Con una premessa: ogni unità di misura, ancorché condivisa, è lontana dall’essere un dato vero in sé, ma è piuttosto una consuetudine, un punto di vista arbitrario. Questo vale per la letteratura, i dati, le informazioni e, a maggior ragione, per le cartine. 🙂

Caccia alla mappa anziché al tesoro

Set in medieval cartography
È emozionante vedere come una scienza vocata per nascita all’esattezza e alla verosimiglianza e dedicata  all’identificazione di un determinato luogo – sia esso un piccolo paese, un continente o un mondo –  abbia sortito, nel tempo, effetti di precisione così differenti.
Questo, nonostante la cura e la dedizione che senza dubbio ciascun cartografo ha impiegato nelle sue varie rappresentazioni.
In termini di coordinate, infatti, nelle cartine e nelle mappe,  non sono espressi soltanto i dati geografici, ma anche il punto di vista di chi le ha disegnate, quasi sempre su commissione.
Lo stesso territorio può essere così inquadrato mettendone in evidenza i confini geografici piuttosto che i regnanti, o ancora i fiumi e le vette piuttosto che gli insediamenti abitati… Il tutto modificando in maniera significativa l’impressione che fa la cartina stessa e gli effetti che sortisce.
[bctt tweet=”Espressi in coordinate non sono solo i dati, ma anche i punti di vista di chi li ha raccolti e ordinati.” username=”MapsGroup”]
Fa ad esempio una certa impressione osservare una delle prime mappe della terra (che la immaginava rotonda, con un’aura di mare intorno) e paragonarla alle nostre telescopiche visioni sul pianeta grazie ai satelliti e a Google.
L’esempio della cartografia è così calzante anche per ragionare, oggi, sull’esattezza con cui non solo diffondiamo e analizziamo i dati di cui disponiamo, ma soprattutto su come (e anche perché) li raccogliamo.
Prima di andare oltre, però, segnalo due siti: il primo, in uno dei suoi articoli, dà conto del progresso, nel tempo, della cartografia: www.ilsileno.it.
Il secondo, davvero fantasmagorico, www.davidrumsey.com, contiene decine di migliaia di mappe, ma soprattutto ne permette una consultazione rapida per nomi oppure per area geografica in base all’epoca in cui è stata rappresentata. In questa ricerca si può così vedere la differente “esattezza” applicata dai vari cartografi nel tempo. Ne consiglio assolutamente la visione!

Misura la cosa esatta

Usciamo dal magnifico contesto della cartografia e torniamo a noi, o meglio, ai dati, oggetto principe (e principessa) del nostro blog.
Con un’avvertenza: così come una mappa mal dimensionata – per errore o per dolo – può far cadere lo sventurato viaggiatore in un luogo affatto coincidente con quello ricercato, lo stesso vale oggi le nostre “mappe” e i nostri “grafi” concettuali e statistici, per lo più strategici, che possono segnare e indirizzare in maniera anche irreparabile le nostre decisioni, e dunque le nostre azioni.
Il tema dell’esattezza e della veridicità – a proposito di dati – è dunque cruciale, tanto che è uno dei quattro parametri principali con cui si individuano i big data (assieme al volume, la velocità e la varietà).
Auto-citandoci, ricordiamo a tal proposito che il termine “si riferisce alla connotazione qualitativa del dato raccolto e analizzato (in termini di interoperabilità e affidabilità), fattore davvero cruciale, essendo questi dati alla base di una serie di attività inferenziali il cui esito dipende appunto dalla qualità della materia prima da cui si parte.”
E qui si apre una questione cruciale, in termini di Esattezza.
Proprio perché sappiamo bene che non esiste nulla, in termini umani, di realmente obiettivo e neutro in sé – né in forma astratta e tanto meno percettiva – la veridicità di ogni inferenza ed espressione umana dipende da tanti fattori, da quelli personali a quelli del contesto sociale.
L’unica possibilità di Esattezza che ci appartiene, dunque, può riguardare il metodo auto-riflessivo con cui ciascun di noi analizza, elabora e propone le proprie informazioni o le proprie considerazioni. Con uno sforzo continuo di controllo e riscontro, verifica e messa alla prova. Vale per i numeri e vale, a maggior ragione, per le parole e i concetti che li esprimono.
[bctt tweet=”La veridicità di ogni inferenza umana dipende da tanti fattori, da quelli personali a quelli sociali.” username=”MapsGroup”]
Non a caso una tavola rotonda tenuta a gennaio di quest’anno sulla Data Economy  mette in evidenza l’importanza della veridicità dei dati (non solo nella fase di raccolta, ma anche di aggregazione ed uso) e il loro conseguente valore, e sottolinea come a maggior ragione occorrano una serie di garanzie per far sì che:

“(…) i Big Data siano gradualmente accompagnati da una riflessione, etica e deontologica, sui limiti di una logica di sfruttamento seriale delle scelte individuali di interazione e sulle conseguenze di questo sfruttamento.”
terra

Per non andare troppo lontano ci basti pensare alle recenti polemiche (e problematiche) aperte dalle questioni legate all’uso dei dati raccolti su Facebook: si tratta di riflessioni che portano inevitabilmente a fattori etici.
Voglio così chiudere con parole non mie, ma estrapolate da una recente intervista che il nostro blog ha fatto a una giornalista italiana, in proposito di comunicazione (e informazione) etica.

“L’Esattezza, scrive infatti Mariagrazia, è una virtù etica che ho inserito anche nel mio libro. Essere esatti significa andare in una direzione opposta a quella dell’entropia, cioè comunicare con gli altri, mirando alla coerenza, all’armonia, al significato.
L’esattezza costruisce l’uomo, perché lo ritaglia dal caos e gli fornisce i mezzi per conoscere il mondo senza averne paura, diventando un soggetto morale libero di scegliere e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, sia in ambito pubblico che privato.”

Occorrerà tenerlo bene a mente. Ai tempi di Twitter e e Trump, Facebook e Zuckerberg. E ancor di più ai tempi dei dati e dei Big Data. Per non finire… fuori strada!

Natalia Robusti

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6MEMES TRENDS Predictive Analysis: asset digitali emergenti

Industry 4.0: viaggio nelle “fabbriche” di questo millennio. Operating process, user experience e business model.

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[/sf_iconbox]Manifattura e Industria 4.0

[dropcap3]N[/dropcap3]ei precedenti articoli abbiamo potuto osservare, tramite la ricerca di casi d’uso, come la digitalizzazione dei processi abbia aperto nuovi fronti di innovazione nei settori della sanità e delle telecomunicazioni grazie all’analisi predittiva dei dati.
Come di consueto, seguendo l’impostazione argomentativa tipica della nostra rubrica, vedremo insieme in questo articolo i casi d’uso più significativi nel settore manifatturiero, analizzandoli:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]dal punto di vista dell’ottimizzazione dei processi (operating process);
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]in base all‘impatto che gli stessi hanno prodotto in termini di esperienza d’uso (user experience);
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]attraverso la presentazione di nuovi modelli di business (business model).
Siete pronti per un viaggio nel mondo nelle “fabbriche” di questo millennio? Bene: partiamo con l’analisi dei casi di successo dove le tecniche predittive contribuiscono a cambiare significativamente il settore manifatturiero.

[sf_iconbox image=”ss-repeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Operating process

L’ottimizzazione dei processi operativi è l’area in cui – naturalmente – ci si aspetta la gran parte dei casi d’uso, e in effetti esistono moltissime esperienze dalle quali è possibile trarre ispirazione…
Da parte mia ho cercato di selezionare i casi che, a mio avviso, sono i più significativi.
Il primo è rappresentato dal gigante dei semiconduttori Intel, che ha utilizzato l’analisi predittiva per ridurre il tempo di durata dei test di controllo della qualità nella produzione dei chip.
Si tratta di una mole di tempo risparmiato davvero consistente. Secondo quanto riportato in questo report, infatti, ogni chip della linea di produzione Intel richiede circa 19.000 test. L’analisi predittiva – possibile grazie alla disponibilità di un set significativo di dati storici – ha consentito di diminuire del 25% il tempo di dei processi di controllo qualità.
La conseguente riduzione dei costi è stata altrettanto significativa: su una sola linea di produzione dei processori il risparmio è stato pari a 3M$.
Un altro esempio simile, ma applicato alla produzione dei dischi rigidi (HDD), viene descritto qui (slide 9-12). Sempre grazie all’analisi predittiva, si cerca di ridurre i tempi dei controlli di affidabilità sui nuovi materiali, pratiche che oggi arrivano ad impiegare circa 3 mesi di tempo.
[bctt tweet=”L’ottimizzazione dei processi operativi è l’area in cui  troviamo gran parte dei casi d’uso in termini predittivi…” username=”MapsGroup”]
Migliorare la qualità nei processi produttivi significa, dunque, identificare quali parametri dei processi produttivi che influenzano maggiormente la qualità dei prodotti.
In questo ulteriore caso viene preso in esame il processo produttivo di una delle più grandi aziende produttrici di adesivi del mondo. Analizzando oltre 3 anni di dati provenienti dagli impianti produttivi è stato possibile determinare quali parametri dei processi produttivi influenzavano la qualità dei prodotti. Si stima che il risparmio potenziale, una volta che il sistema sarà a regime, sarà di diverse decine di milioni di dollari.
Rimaniamo sempre nel settore della chimica citando l’ottimizzazione dei processi produttivi che l’industria BASF ha ottenuto grazie all’analisi dei dati provenienti in real time da sensori dislocati sulla catena produttiva. Grazie alla disponibilità di questo flusso di dati e alle tecniche di analisi in tempo reale, l’azienda ha potuto mettere in campo nuove tecniche di controllo in modalità continua, che porta benefici in termini di consumo di materie prime, risparmio energetici e qualità dei prodotti finiti.
Lasciamo ora l’aspetto dell’ottimizzazione dei processi per addentrarci in quella che – probabilmente – è la vera trasformazione che la digitalizzazione sta apportando al settore manifatturiero: i nuovi servizi che vengono proposti successivamente all’acquisto di un prodotto o a forme di business alternative alla produzione e vendita di un bene.
Iniziamo dalle nuove esperienze d’uso, e verifichiamo insieme quali sono stati gli impatti per l’utente finale del bene, resi possibili dall’analisi predittiva.

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]User experience

Come abbiamo visto, l’introduzione di sensori nei processi produttivi ha consentito di applicare le tecniche di analisi predittiva al fine di migliorare i processi stessi, con grandi vantaggi in termini di riduzione costi e sui tempi di produzione.
Una vera e propria rivoluzione si sta delineando, facendo si che nuovi specifici sensori vengano inseriti nei prodotti venduti, in modo che possano generare dati anche dopo che avranno lasciato la fabbrica e saranno in uso dai clienti.
Accade così che l’analisi dei dati raccolti – come ad esempio la frequenza d’uso, l’intensità e le modalità di utilizzo dei beni – può migliorare notevolmente i tradizionali servizi di assistenza che il produttore può erogare nei confronti dei propri clienti.
Un esempio concreto è rappresentato dall’italianissima azienda Carpigiani che da alcuni anni ha sviluppato un servizio che aiuta i propri clienti nel gestire le operazioni di pulizia e manutenzione delle macchine sulla base del loro utilizzo, permettendo inoltre di programmare i servizi di sostituzione delle parti usurate prima che queste si rompano, causando dei costosi blocchi di produzione.
Lo stesso flusso di dati raccolti viene utilizzato anche per programmare le attività di manutenzione ordinaria, come il lavaggio delle macchine, al fine di massimizzare l’utilizzo delle materie prime e il risparmio di energia, sulla base delle esigenze di produzione dei clienti.
Ad oggi più di 8.000 macchine per la produzione del gelato sono connesse al servizio di Carpigiani, un gran flusso di dati che migliorano la qualità dei servizi di post vendita, generando valore per i clienti che percepiscono un servizio di alta qualità contribuendo a creare una grossa fidelizzazione nei confronti della marca.

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[/sf_iconbox]Business model

Nel nostro stesso blog, in questo articolo, abbiamo visto che i servizi legati alla digitalizzazione hanno contribuito a creare nuovi modelli di business che hanno superato la classica distinzione tra prodotto e servizio.
Ampliando ora il concetto, ho quindi cercato di illustrare ulteriori casi d’uso, magari meno noti, ma che comunque confermano questa tendenza alla creazione di nuovi servizi alternativi o complementari alla vendita di prodotti.
In questa categoria di servizi rientrano senz’altro quelli di post vendita, che – oltre a generare nuovi flussi di ricavi – hanno la caratteristica di avere maggiore continuità rispetto alla vendita di nuovi prodotti.
Alcuni studi, inoltre, indicano come, mediamente, le marginalità sui servizi di post-vendita sono almeno il doppio rispetto a quelle associate alla vendita del prodotto.
[bctt tweet=”Si conferma la tendenza alla creazione di nuovi servizi alternativi o complementari alla venditai.” username=”MapsGroup”]
Un esempio significativo è quello dell’azienda Daikin, dove l’applicazione dei sensori all’interno dei condizionatori permette all’azienda di controllare l’efficienza della macchina nel suo complesso e lo stato di ogni suo componente, in modo da intervenire tempestivamente prima dell’eventuale rottura. Mediante l’analisi dei dati, inoltre, l’azienda è in grado di erogare un servizio attraverso il quale il cliente controlla il livello di comfort richiesto ottimizzando al contempo i consumi energetici.
I dati acquisiti permettono di fornire informazioni previsionali su come gli apparati reagiranno alle richieste di maggior comfort, indicando l’incremento di consumo energetico previsto.
Risulta così evidente come sia possibile per l’azienda Daikin andare oltre alla semplice vendita del condizionatore, offrendo invece un servizio basato sul livello di comfort richiesto dal cliente. Un’affascinante rivoluzione che cerca di indirizzare il soddisfacimento primario dei bisogni del cliente.

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[/sf_iconbox]Conclusioni

Come abbiamo visto anche il settore manifatturiero è in una fase di grande trasformazione, tanto che è stato coniato nel 2011 il termine Industry 4.0, che identifica i fenomeni di digitalizzazione e conseguente automazione dei processi produttivi tramite sistemi ciber-fisici.
Sono tutti scenari affascinanti, ma che aprono qualche punto interrogativo rispetto ai risvolti sociali che tali trasformazioni potrebbero portare.
Già in precedenza ci siamo soffermati, sempre nel nostro blog, sulla preoccupante riduzione dei posti di lavoro necessari per la manodopera, che tale trasformazione sembra poter causare.
Realisticamente, è davvero difficile prevedere quale sarà il nuovo livello di equilibrio tra domanda e offerta di lavoro in seguito a queste trasformazioni. Da parte mia credo che si possa osservare, attraverso i casi d’uso individuati, come la stessa analisi su questi dati raccolti possa rappresentare la strada per creare nuove opportunità per le aziende e, di conseguenza, una nuova domanda di occupazione.
Certo, si tratterà In primis di creare le condizioni per lo sviluppo di nuove figure professionali necessarie per l’analisi dei dati, e, successivamente, per l’individuazione di nuovi ruoli (e relative competenze) idonei a implementare gli scenari produttivi e di servizio che emergeranno in futuro da tali innovazioni.

Maurizio Pontremoli

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Maps News

Managing Service Desk processes with AI: introducing Smart Desk Assistant by Maps.

Growing automation in company processes, in the most varied of sectors, leads to the generation of vast amounts of data which, if not properly handled, can lead to the registering of incidents, problems and change requests.

Service Desk is a system of people, processes and products which acts as an interface between users and all corporate ICT services, managing assistance request steps and the resolution of all incidents and problems.

The use of Artificial Intelligence (AI) and machine learning can streamline decision-making processes and improve the speed and accuracy of business processes.
In coordinating service desk operations AI can therefore:

  1. Facilitate the restoration of normal service operation in the shortest possible time.
  2. Reduce the effort needed to resolve notifications of incidents and process service requests.
  3. Support less expert operators with knowledge acquired from the best.
  4. Lead to significant improvements in the quality of the service desk itself and
  5. significantly reduce costs.

Maps Smart Desk Assistant: AI supporting better Service Desk management.

Smart Desk Assistant (SDA) by Maps is the Intelligent Automation system based on machine learning techniques which sets out to:

  1. make suggestions to operators for the purpose of uniforming knowledge within the service desk team and support them during periods of intense activity or stress;
  2. provide support for team supervisors.

In the first case, to make suggestions to the operator, Smart Desk Assistant can be:

  • integrated with the API of the tracking system (for example ServiceNow);
  • used as an independent application;
  • integrated with a conversation bot which can simulate an intelligent conversation with the user. In this way, Smart Desk Assistant can understand the intent and interest of the user and propose solutions.

In the second case, to offer support to supervisors, Smart Desk Assistant

  • allows supervisors to monitor the work of the team;
  • it can be used to approve the work of both the virtual assistant (Smart Desk Assistant) and the human operator.

How does Smart Desk Assistant work?

  • It fills in key fields (category, subcategory, assignment group, urgency, impact and other) and functions with any selected set of request attributes;
  • it automatically adjusts itself to organizational changes,
  • it learns even in the presence of human error;
  • it connects to ServiceNow (or other similar system) with different integration techniques.

Service management lies at the center of the Smart Desk Assistant system to guarantee the correct delivery of services, an increase in the capacity of corporate resources (with a marked reduction in costs) and the strengthening of corporate workflow automation processes.

And that’s not all, the system

  • reduces breaches of the Service Level Agreement;
  • reduces request classification errors and speeds up processing of the same, putting in place a highly accurate classification (the same if not better than that of a human operator).

And for anyone using ITIL? Maps and intervention for EFSA.

An example of Smart Desk Assistant use is that of the EFSA, the European Food Safety Authority which has adopted ITIL (Information Technology Infrastructure Library), a series of guidelines for the management of IT services.

 
The use of Smart Desk Assistant in an ITIL context has brought with it the following benefits:

  1. Continuous improvement in the service: SDA is configured as a useful support tool for the supervisor;
  2. For service Operators: SDA becomes a valid help for routing and classifying tickets;
  3. Service Management: with SDA, calculation of the Service Level Agreement is more objective.

If you want to try out how SDA works, take a look at a work diagram as shown in the figure:

Throughout the trial period you will be able to use the following applications:

[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox] ‘Suggestion’ application
for classifying new tickets and suggesting solutions from previously resolved cases.

[sf_iconbox image=”fa-dashboard” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox] ‘Control’ application
for an in-depth analysis of faults.

 
In the Digital Transformation and Internet of Things era, the need is to continuously speed up functions and only thanks to an evolved service management, which takes care of managing work processes, is this possible.
Because streamlining and simplification are achieved through automation. And through Smart Desk Assistant by Maps.

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Maps News

Introducing ROSE, the tool for better energy consumption and production management.

How can you promote innovation and reduce electricity costs? With smart grids.

New technologies for using renewable energy sources and storing energy will be the sectors of challenge over the coming years. The energy industry is placing its expectations in Smart Grids, in order to exploit technological innovation in the energy sector.
In fact the concept of interconnected systems comes from the idea of smart grids, an intelligent grid in the true sense of the word which can:

  • determine thermal and electrical energy demands in advance,
  • channel the flow of energy in an active and bi-directional way with the aid of electronics, IT systems and telecommunications,
  • create interaction between producers and consumers so that peaks in demand can be managed with greater efficiency.

Smart grids are already a reality and one of Europe’s very first smart grid pilot plants is right here in Italy.

We are talking of a 50,000-m2 area on the Savona University Campus which houses the Smart Polygeneration Microgrid (SPM), an energy distribution system (thermal and electrical) equipped with central intelligence supervised by the  DEMS (Decentralized Energy Management System) platform, an energy management system developed by Siemens.
Maps Group undertook to create and test an innovative control system in the Savona Smart Grid which, also through the use of predictive models for predicting thermal and electrical loads and energy production from renewable sources, makes it possible to plan optimum management of the Campus energy resources in real time.
The aim was to implement a node in a Demand Response system capable of:

  • receiving peak shaving requests from the DSO (Energy Distributor);
  • optimizing available energy resources (energy sources, accumulation units and charges).

To achieve this aim, Maps developed ROSE. This product is based on the integration and development of advanced ICT tools and represents a verticalization of the SmartAggregator tool

which makes it possible to:

  • acquire data from sensors and semantically manage the interpretation of these values,
  • analyze information for predictive purposes and to support decision-making processes.


To adapt ROSE to the characteristics of the Savona SPM it was necessary to customize certain components. To do this the Maps Group Research & Development department availed itself of the domain competences of Genoa University researchers, Michela Robba and Mansueto Rossi.

By perfecting and using a special neural network model and subsequent validation of the proposed model’s performance, it was shown how the ROSE project was able to accurately predict user demand and the behavior of different energy sources.

ROSE can therefore be an essential tool for the correct and optimal management of complex grids. But the conception and modeling of an intelligent electrical grid require practice and commitment.

This is why the Maps Group, with the ROSE project, wishes to propose advanced ICT systems for the purpose of following the evolution of the times to ensure a service which is efficient and as avant-garde as possible.

A service which can:

  1. Dialog with the distributor’s systems (DSO) in order to operate with distributor in managing energy flows.
  2. Operate optimal control in real time of the energy production, consumption and storage systems.
  3. Optimize thermal and electrical energy consumptions, minimizing CO2 emissions, annual operating costs and the consumption of primary energy.


Knowing how to best manage these innovative scenarios is therefore the new challenge which Maps Group has set itself.
If you want to know more, simply download the White Paper free of charge and read more details on the management and control strategies in the Smart Polygeneration Microgrid on the Savona University Campus made possible thanks to ROSE!

To download the White Paper click on the cover image:

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Il giornalista digitale è (o non è) uno stinco di santo? Intervista a Mariagrazia Villa.

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Iniziamo l’intervista di Natalia Robusti a Mariagrazia Villa, autrice di “Il giornalista digitale è uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico”, con una domanda: l’etica nella comunicazione digitale è scomparsa?

Andando controcorrente, l’autrice dice no. Scopriamo insieme come e perchè, chiacchierando con Mariagrazia su questi temi, più che mai attuali.

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[/sf_iconbox]Innanzitutto un commmento personale: il titolo del tuo libro è fantastico! Da cosa è nata l’idea di questa pubblicazione?

Dal desiderio di raccontare la mia visione positiva della comunicazione digitale. In un momento storico in cui tutti accusano la rete di essere la mamma di tutti i mali, e di avere dei parti plurigemellari, io sono andata controcorrente: per me il web è una miniera di risorse etiche, se lo sappiamo ascoltare e utilizzare correttamente.
Chi comunica per professione o per diletto, dai giornalisti ai blogger, dai web content editor ai social media manager, ha nella rete una grande opportunità, non solo di crescita personale, ma anche di servizio agli altri.
Il post-web ha ancora in sé la potenzialità democratica e altamente civile degli albori del web: costruire uno spazio comune di relazione tra noi e gli altri, in cui condividere il dono di chi siamo, nella prospettiva di un’intesa e non di una separazione.

A partire dal tuo ruolo (anche) di docente universitaria, hai notato una differenza generazionale sul sentiment che ruota intorno al tema dell’etica?

Da qualche anno, ho il privilegio di insegnare etica della comunicazione nei corsi di laurea triennale e magistrale all’università IUSVE di Venezia e Verona.
Ho, quindi, a che fare con ragazzi che hanno poco più di vent’anni. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i giovani sono sempre più interessati a una prospettiva etica sulla loro vita e su quella che diventerà la loro professione.
Non sempre sono consapevoli  dell’influenza che il loro agire comunicativo può aver in rete e peccano di superficialità, ma in loro la tensione a comunicare bene in senso etico è senz’altro presente.
Non a caso, molti miei studenti sono attivamente coinvolti in progetti di media education all’interno delle scuole secondarie. Trovo che siano più disilluse e ciniche le persone che hanno l’età dei loro genitori, i cinquantenni insomma.
È come se non credessero nella possibilità di sviluppare un comportamento moralmente qualificato in rete e giudicassero l’ambiente digitale come l’anticamera dell’inferno.
Forse, almeno per la mia esperienza, si intravede più attenzione etica nelle persone più grandi, che stanno cercando di darsi da fare perdiventare portatori di luce anche nel web.

Si parla sempre più di disintermediazione. Quale è la tua opinione in proposito, in particolare nel settore del giornalismo?

Il giornalismo digitale ha cambiato profondamente la professione: oggi il giornalista non è più  il “proprietario” della notizia, ma colui che condivide la notizia data dalla rete.
Credo, però, chequesta figura professionale non abbia perso il proprio ruolo di costruttore di senso rispetto alla realtà, perché possiede tutte le competenze per individuare il focus di un evento e raccontarlo ai lettori. La funzione di intermediazione, in realtà, non è scomparsa.
E questo vale anche per i lean journalist, ossia i blogger e tutti coloro che, in rete, svolgono una funzione informativa, senza essere giornalisti.
L’informazione sembra data in modo più agile e meno strutturato, con un piglio così spontaneo da rasentare il naif, ma anche in questo caso chi informa ha una strategia comunicativa e la applica al messaggio che arriva al destinatario della notizia.

Che ruolo riveste oggi il concetto di network, che sembra in qualche modo prendere il posto di quello più classico di redazione?

Il concetto di network è oggi fondamentale, per svolgere il mestiere del comunicatore digitale. La rete, come sottolineo nel mio libro, è l’incarnazione di quella che Karl-Otto Apel ha chiamato “la comunità illimitata della comunicazione”, in cui ogni locutore è sempre interlocutore.
Per comunicare in modo efficiente ed efficace, bisogna assolutamente appoggiarsi alla rete di coloro di cui ci fidiamo; nel caso del giornalista, ai colleghi, alle fonti, ai lettori stessi.
Come nell’allegoria buddhista della rete di Indra, ogni nodo di questa “redazione diffusa” nel tempo e nello spazio, è luminoso perché ha luce in sé, ma anche perché riflette la luce di tutti gli altri nodi.
Il comunicatore ha bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di lui: sul piano della comunicazione, ha una responsabilità che è sempre co-responsabilità.

Quanto incide secondo te l’internazionalizzazione dell’informazione da questo punto di vista?

L’etica della comunicazione nasce, come disciplina, in ambito anglosassone, nella seconda metà del  Novecento. In Italia, è solo da una ventina d’anni che si ragiona su questo tema.
Si può dire, quindi, che la riflessione filosofica avvenuta all’estero su una questione così spinosa e delicata come i comportamenti morali in ambito comunicativo abbia avuto una positiva ricaduta anche da noi.
Speriamo che gli studi e i contributi sul tema proseguano e mettano a punto una visione anche italiana, sia a livello critico che ermeneutico.
Io, per esempio, ho recuperato l’antico concetto di virtù, affermando che la rete ci permette di esprimere determinate virtù etiche nell’agirecomunicativo.
Ho inteso la virtù come un dispositivo di miglioramento continuo della persona, una tecnologia del Sé, avrebbe detto Michel Foucault.

E quale è il ruolo del cosiddetto real time?

Il concetto di real time può rivelarsi una bella fregatura, dal punto di vista etico, perché  nel  dare la notizia il comunicatore vive con l’ossessione di arrivare primo, senza preoccuparsi di arrivare pronto.
È importante, in questo caso, esercitare la virtù della tempestività, ossia la capacità di comunicare al momento opportuno, né troppo presto né troppo tardi, ossia quando è più utile che il messaggio giunga al destinatario.
È chiaro che un messaggio non verificato né supportato da fonti reali non è utile al nostro lettore… Crea solo spazzatura digitale, e direi che la discarica web è giàstracolma.

Torniamo ora al libro… quali puoi indicarci, tra quelle che hai selezionato, come Top virtù?

Ne ho i potizzate 27, e non sapremo mai perché non me ne sono venute in mente 30!
È difficile dire quali siano le top, perché tutte servono. Lo sviluppo della coscienza è come lo sguardo di Dio: c’è già tutto e in contemporanea.
Di sicuro, alcune virtù sono come i primi ominidi ad andatura bipede, ossia primarie nell’evoluzione dell’etica della comunicazione digitale.
Per esempio, l’ascolto di sé e degli altri. Altre appartengono già al genere Homo, come la lealtà nello stipulare un’alleanza e nel non tradirla. Poi, vengono le virtù definibili esemplari sapiens, come la generosità, la creatività o lavisione.

E tra i tag dell’opera di Calvino cui il nostro blog è dedicato, quali sono i più emblematici?

Tra le sei proposte  per il terzo millennio indicate da Calvino nelle sue memorabili Lezioni americane, credo che un giornalista digitale possa diventare uno stinco di santo, se è in grado disviluppare quella dell’esattezza.
È una virtù etica che ho inserito anche nel mio libro. Essere esatti significa andare in una direzione opposta a quella dell’entropia, cioè comunicare con gli altri, mirando alla coerenza, all’armonia, al significato.
L’esattezza costruisce l’uomo, perché lo ritaglia dal caos e gli fornisce i mezzi per conoscere il mondo senza averne paura, diventando un soggetto morale libero di scegliere e di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, sia in ambito pubblico che privato.

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Ringraziamo Mariagrazia per l’intervista e rimandiamo i nostri lettori alla lettura del suo libro, da non perdere assolutamente!

Natalia Robusti

[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content title=”ABOUT MARIAGRAZIA VILLA” type=”coloured” custom_bg_colour=”#CCCCCC” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Mariagrazia VillaMariagrazia Villa, giornalista, copywriter e docente universitaria di etica dei media (IUSVE, Venezia e Verona), ha lavorato per vent’anni, come giornalista culturale, per Gazzetta di Parma e per altre testate locali e nazionali. Come copywriter e foodwriter, ha collaborato per quindici anni con il Gruppo Barilla.
Attualmente insegna Etica e deontologiaEtica e media e New Journalism nei corsi di laurea triennale e magistrale dello IUSVE (Istituto Universitario Salesiano di Venezia) a Venezia e a Verona e conduce laboratori di Food Writing in un master postuniversitario in IUSVE e all’Università degli Studi di Parma, per il corso di laurea in Giornalismo e cultura editoriale.
Da dieci anni si occupa anche di comunicazione sociale: cura l’ufficio stampa e le relazioni con i media per l’Assistenza Pubblica Parma Onlus, per la quale dirige il periodico La Pubblica.
[/boxed_content] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il giornalista digitale è uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico.
Dario Flaccovio Editore, Palermo

L’etica nella comunicazione digitale è scomparsa? Andando controcorrente, c’è qualcuno che dice no. Che pensa sia proprio la rete a permettere ai giornalisti e, in senso più ampio, ai comunicatori di professione o di diletto, dai blogger ai social media writer, ai web content manager, di esercitare delle virtù morali.
A dire no, è Mariagrazia Villa, l’autrice di Il giornalista digitale è uno stinco di santo. 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico (Dario Flaccovio Editore, Palermo, 2018, pp. 288, € 28).
È il primo manuale pratico di etica della comunicazione online pubblicato in Italia: divertente e bizzarro, è ricco di simpatici aneddoti, utili suggerimenti e curiosi esercizi di scrittura, per imparare a vedere il web come la nuova miniera della buona comunicazione. L’obiettivo? Raccontare ventisette virtù da fare proprie e da allenare, per acquisire un comportamento moralmente qualificato.
Perché il giornalista digitale è un santo, sì, ma non santo subito. Perciò è chiamato a riflettere sul suo agire comunicativo sul web e a rimboccarsi le maniche della coscienza. In sostanza, deve salvare le farfalle e prendersi cura del pulcino, tralasciando i maiali.
Per saperne di più, non ti resta che andare in una fattoria o leggere questo manuale. La seconda è più pratica. E ti sporchi meno.
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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

Selezione e gestione dei fornitori: questione di prospettiva!

Se c’è un modo di far meglio, trovalo.
Thomas Edison

[dropcap3]N[/dropcap3]el precedente articolo di questa rubrica abbiamo esplorato alcuni aspetti legati alla selezione delle risorse, soffermandoci in particolare sull’opportunità di superare, nel processo di recruiting, il criterio del “minor costo”, perseguito dalle aziende a garanzia di quel prezzo più basso necessario secondo alcuni per la loro stessa sopravvivenza.
Riprendiamo ora la nostra analisi spostando il focus nell’ambito della selezione e gestione dei fornitori dove la situazione sembrerebbe di primo acchito analoga alla precedente e la scelta basata, ancora una volta, sul prezzo più basso o al massimo sull’offerta economicamente più vantaggiosa.

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[/sf_iconbox]Fornitori low cost di professionalità

Cominciamo col dire che in un’impresa i fornitori vanno dalla ditta delle pulizie, a quella che vende hardware e software, alla società di servizi che si occupa della gestione di attività amministrative esternalizzate: l’insieme comprende insomma tutti quei fornitori di professionalità che sollevano l’azienda dall’onerosità del possesso.
[bctt tweet=”L’insieme dei fornitori di un’impresa è composto da tutti coloro che sollevano l’azienda dall’onerosità del possesso.” username=”MapsGroup”]
La maggior parte delle organizzazioni infatti si trova prima o poi a dover reagire ad un mercato in contrazione se non in crisi e, fatto salvo quelle realtà – tipicamente start up- che nascono con una configurazione essenziale dei costi, la risposta ad una curva dei ricavi in caduta libera è normalmente quella di dotarsi di strutture di costo flessibili così da poter adeguare velocemente la capacità produttiva alle oscillazioni della domanda.
Il cortocircuito tuttavia è dietro l’angolo: SpaceX, contrariamente a quanto assunto dal modello fin qui descritto, produce un razzo ad un prezzo molto più basso del mercato grazie, pare, all’integrazione verticale. Dunque il razzo di Elon Musk è low cost (90 milioni di dollari a fronte dei 350 della concorrenza) perché la maggior parte del lavoro non viene esternalizzato. Ma anche qui la faccenda appare controversa. A voler dare credito alle indiscrezioni sulla politica del personale del fondatore, il contenimento dei costi ha ben poco di innovativo ma si basa sull’impiego di un esercito di nuovi schiavi.
Fin dai tempi delle Piramidi sembra dunque che imprese eccezionali siano raggiungibili unicamente grazie allo sfruttamento indiscriminato di forza lavoro e che sia necessario, per avere i conti in ordine, non fare alcune cose: non pagare le tasse, non remunerare adeguatamente i collaboratori, non creare lavoro ma offrire lavoretti.

[sf_iconbox image=”ss-rows” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il (sotto)processo di selezione

In contesti Enterprise o PAC la selezione dei fornitori fa parte tipicamente di un processo più ampio che si occupa di definire le strategie di approvvigionamento e i sistemi per la qualificazione dei fornitori.
Gli elementi che concorrono a qualificare un fornitore sono dettati dalle normative vigenti, dai regolamenti interni, dalla cultura dell’approvvigionatore e il procedimento di verifica dei requisiti può essere articolato a piacere, coinvolgere diverse compagini aziendali – dalle aree tecniche alla qualità -, prevedere la nomina di apposite commissioni o il compimento di verifiche ispettive. Mesi di lavoro certosino da ambo i lati solo per chiudere la procedura di iscrizione all’albo o la stipula di un Accordo Quadro.
Per l’approvvigionatore obiettivo di questa fase è arrivare a definire un database di prestatori di servizi e fornitori di beni a cui possa attingere in caso di necessità e che banalmente risponda alla più classica delle domande: la botte piena e la moglie ubriaca;-). Detto in termini meno poetici: il sogno proibito di ogni Ufficio Acquisti è avere fornitori low cost e hight value. Il che, forse, salva solo Amazon.
[bctt tweet=” Il sogno proibito di ogni Ufficio Acquisti è avere fornitori low cost e hight value.” username=”MapsGroup”]
Qualora dunque nella selezione di un fornitore si persegua, ancora una volta, il criterio del prezzo più basso, il lavoro affidato finirà per essere pagato inevitabilmente troppo poco, nonostante l’applicazione di “pesi” agli elementi di valutazione o l’attuazione di verifiche di congruità: professionalità certo, ma low cost.
Torniamo allora al punto di partenza: si attivano processi lunghi e onerosi a carico di tutti gli attori coinvolti che richiedono mesi di lavoro per selezionare aziende che pur di riuscire ad entrare nella lista dei fornitori qualificati offrono sulla carta servizi eccellenti e prezzi bassi che potranno sostenere fondamentalmente in due modi, ovvero fornendo servizi appena al di qua della linea di confine delle penali previste dal contratto (o risorse sottopagate ma con professionalità inadeguata) oppure facendosi venire un’idea.
Eppure tirarsi fuori dallo scacchiere del prezzo non sembra impossibile e una strategia attuabile può essere ad esempio la specializzazione che permette di creare un vantaggio competitivo agendo sui fattori produttivi fondamentali – capitale, lavoro e materie prime – per rendere non riproducibile in altro luogo il prodotto o servizio offerto, oppure l’uso di tecnologie innovative.
[sf_iconbox image=”ss-sunrise” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

Un esempio di innovazione internazionale

Maps Group
Progetto della Red Line North Underground di Doha – Modello degli impianti di un tunnel

Supponiamo di essere un’impresa regolarmente iscritta all’albo dei fornitori per gli appalti pubblici di una metropoli estera e supponiamo di essere chiamati a rispondere a una procedura per l’affidamento di un appalto per la costruzione di una nuova linea della Metropolitana, ad esempio la Red Line North Underground di Doha.*
Supponiamo anche che l’affidamento avverrà sulla base dell’Offerta economicamente più vantaggiosa: il che significa, banalmente, che se si vuole evitare un ribasso insostenibile bisogna ottenere il massimo punteggio qualitativo per l’offerta tecnica.

Che fare dunque?

Una risposta possibile potrebbe essere quella di proporre una progettazione basata sul BIM che permette ad esempio la modellazione automatizzata, ovvero l’impiego di una procedura software che partendo ad esempio dalle coordinate di un tracciato e dalla posizione relativa degli impianti rispetto alla sezione di un tunnel, in automatico, riesce a modellare tutti gli impianti del tunnel in pochissimo tempo (con tutti i vantaggi che ne derivano anche in caso di varianti).

Maps Group
Flusso di archiviazione della documentazione di progetto sulla piattaforma di collaborazione

Il ricorso alla progettazione in BIM permette allo stesso tempo l’utilizzo di piattaforme di collaborazione su Cloud per condividere tutti i file e la documentazione di progetto, a cui possono accedere i membri del team beneficiando ancora una volta di un notevole risparmio di tempo e di risorse e riducendo la possibilità di errore.
È chiaro che una proposta tecnica di questo spessore implica una strategia dell’impresa fornitrice fortemente spinta verso l’innovazione (non solo tecnologica), un background di respiro internazionale, lungimiranza, investimenti in formazione, ricerca e sviluppo, cultura.
Non è qualcosa che può fare chiunque, ma è esattamente questo il senso, no?
E d’altro canto il “selezionatore” che sta approvvigionando deve avere le competenze necessarie per valutare adeguatamente proposte fuori dai soliti schemi ingessati, perseguire interoperabilità e trasparenza, soprattutto deve avere la capacità di premiarle e la forza per metterle in atto.

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[/sf_iconbox]

Un esempio made in italy: Smartnebula

 

SmartNebula di Maps Group
SmartNebula di Maps Group

Non occorre necessariamente andare così lontano per trovare sistemi di gestione e selezione dei fornitori innovativi e in grado di creare volani di efficienza.
È il caso del servizio – made in Maps Group – che di nome fa Smartnebula, e che persegue la condivisione della conoscenza in ambito business. In questo caso, consentendo un utilizzo condiviso della documentazione, snellendo e mettendo a regime pratiche ceh diversamente sono altamente dispendiose.
Il prodotto/servizio è strutturato per soddisfare le esigenze delle aziende, soprattutto di quelle di una certa dimensione che ad esempio, a causa di una consistente dislocazione sul territorio, hanno la necessità di rendere più efficiente la raccolta e la strutturazione di documenti dei propri fornitori.
Lo strumento, in questo caso, serve anche per i fornitori stessi, che sono sottoposti alle stesse richieste dei medesimi documenti magari proprio da sedi diverse della stessa azienda cliente.
Più in generale, la piattaforma permette una condivisione snella, efficiente e in real time di informazioni e documenti fra clienti e fornitori.Questa condivisione può avvenire in modalità “broadcast” (come nel caso delle autorizzazioni ambientali) oppure con un vero e proprio dialogo tra clienti e fornitori, al fine di soddisfare le richieste dei primi in maniera il più puntuale e tempestiva possibile.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Tutto ciò premesso… Dov’è il gorilla?

 
Fermo restando dunque che i problemi legati al perseguimento di politiche di prezzo al ribasso siano noti e le modalità per superarle condivise, da un lato si fa fatica a comprendere perché è così difficile attuarle – nella maggior parte dei casi, a voler approfondire, la difficoltà è quasi sempre di tipo culturale – e dall’altro perché è così difficile, nonostante tutto, immaginare una seria rivoluzione copernicana.

Swiss Miss (Avventura a Vallechiara)
Swiss Miss – Avventura a Vallechiara: attenti al gorilla!!!

In una famosa scena del film Swiss Miss (Avventura a Vallechiara), si vedono Stanlio e Ollio alle prese con un pianoforte da far passare da una parte all’altra di un ponte di legno, sospeso fra le Alpi Svizzere.
La storia parte da qui, con i due che spingono il pianoforte a centinaia di metri d’altezza e la certezza che qualcosa andrà storto.
Ma cosa potrebbe andare storto? All’epoca del film sul set era sempre presente un tizio, spesso ubriaco, che aveva esattamente questo compito, chiedersi: cosa succederà adesso? E tirar fuori idee folli. Nel caso si Swiss Miss il tizio suggerì che potessero incontrare un gorilla …
L’omino ubriaco aveva avuto un’idea innovativa: l’idea del gorilla. La storia del cinema è del resto questa: è la storia delle innovazioni.
Ed è la storia di quelle aziende che invece di abbassare il prezzo si fanno venire un’idea, di quelle disposte a dar credito all’omino ubriaco, di quelle che sanno sempre cosa andrà storto e da dove sbucherà fuori il gorilla.
 


Approfondimenti

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The story of film, un film di Mark Cousins
*Marcella Faraone, BIM Coordinator Progetto della Red Line North Underground di Doha