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Servizi digitali innovativi nella sanità: Maps Group investe su Artexe.

COMUNICATO STAMPA

L’azienda informatica di Parma entra nel capitale della società milanese specializzata nella gestione dell’accoglienza e delle attese all’interno delle strutture sanitarie.

 
Milano, 3 settembre 2018
Maps Group entra nel capitale della società milanese Artexe S.p.AIl software solution provider parmigiano, con un aumento di capitale di 2 milioni di euro e il conferimento della controllata IG Consulting s.r.l., ha dato vita a una realtà tra le più grandi nel settore dei servizi di accoglienza delle strutture sanitarie con un fatturato di circa 6 milioni di euro. Maps Group è stata assistita in questa operazione dall’advisor Thymos Business & Consulting.

Artexe è leader nello sviluppo di soluzioni tecnologiche innovative a supporto delle strutture sanitarie, in particolare per la gestione dell’accoglienza e delle attese.


L’obiettivo di questa operazione è creare un’azienda specializzata nel settore ICT per il mercato sanità, con un piano industriale che prevede investimenti per oltre 3 milioni di euro nei prossimi tre anni e l’apertura ai mercati internazionali.

Maps Group intende far crescere la nuova realtà, che conserva il nome Artexe, attraverso investimenti, un piano industriale e una vision per il futuro, che prevede per il mercato sanitario nazionale la nascita di nuovi attori, o la profonda modifica di quelli attuali, verso una sanità più efficiente e più attenta ai bisogni del paziente.


Secondo questa vision il paziente non è un malato, ma si andrà sempre di più verso un percorso di umanizzazione in cui al centro della cura vi è prima di tutto la persona. Tale cambio di paradigma comporterà un adeguamento delle esigenze di gestione dei rapporti tra paziente e struttura sanitaria e, di conseguenza, una maggiore attenzione sulla qualità e la tempestività dei servizi sanitari.
La mission della nuova realtà sarà quella di offrire i supporti tecnologici e consulenziali alle strutture sanitarie, al fine di contribuire alla loro trasformazione in data-driven company sostenibili per gestire la relazione con i loro pazienti in un ottica di servizi a misura d’uomo.
Nel futuro, Artexe:

  • si avvantaggerà delle esperienze R&D, gestionali, e commerciali di Maps;
  • potenzierà un’offerta basata su consulenza e tecnologie per la gestione della relazione tra paziente e struttura sanitaria, mediante strumenti per l’analisi dei dati (semantica, IA) e sistemi di supporto alla governance e alla comunicazione della struttura stessa;
  • rafforzerà ulteriormente il suo ruolo di player di riferimento, per questo tipo di offerta, nel mercato italiano.

È prevista anche l’espansione all’estero grazie a investimenti dedicati.

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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

Chi ha paura delle criptomonete? Di Anna Pompilio

[dropcap3]Q[/dropcap3]uando ho iniziato a pensare ai contenuti da elaborare per la mia rubrica su #6MEMES c’era un tema che mi interessava esplorare più di altri, ma dovendolo in qualche modo circoscrivere, ho scelto infine di ricondurlo al significato del termine neofobia ben consapevole del limite di una trattazione circoscritta alla:

“paura del nuovo, o al contrario del vecchio, paura di perdere qualcuno o qualcosa, paura di dover rinunciare ai propri privilegi, paura delle strade inesplorate, paura di abbandonare vecchi paradigmi, paura dei social, paura dell’innovazione o dell’involuzione, paura dello straniero, paura della concorrenza, paura dell’informazione e della disinformazione, paura dell’algoritmo. Paura delle parole.”

Vorrei ripartire quindi da qui, dalla paura delle parole, concentrando l’attenzione su tre termini: cultura, moneta, tecnologia fin troppo spesso utilizzati per evocare i nostri peggiori timori (e sui quali finiamo per basare, consapevolmente o meno, alcune nostre scelte). Con un’appendice finale.

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[/sf_iconbox]”C” come Cultura

Viviamo immersi in un mondo fatto di software. Per dirla con le parole di Lev Manovich:

“La scuola e l’ospedale, la base militare e il laboratorio scientifico, l’aeroporto e la città: tutti i sistemi sociali, economici e culturali di una società moderna si appoggiano al software.

Il software è la colla invisibile che tiene insieme tutto questo”.  E continua: “Se non interroghiamo il software, correremo il pericolo di considerare solo i suoi effetti piuttosto che le sue cause, cioè il risultato che vediamo sullo schermo anziché i programmi e la cultura sociale che lo producono.”

Mi sono dunque chiesta, leggendo il libro di Manovich Software Culture, se possiamo annoverarci tra i paesi che si sforzano di produrre buon software, che utilizzano dunque un collante efficace, se stiamo lavorando costantemente, ogni giorno, ogni minuto, sul continuo progresso e miglioramento di quella cultura sociale che sottende la moderna società dei software.

Ci sono molti modi per accrescere il livello culturale di una società: il rispetto delle istituzioni, delle libertà e dei diritti fondamentali, del pluralismo, della diversità, della memoria, della legalità, della verità.

[bctt tweet=”Ci sono molti modi per accrescere il livello culturale di una società:…” username=”MapsGroup”]

Servono buone scuole, buone università, investimenti in ricerca, finanziamenti alle arti, innovazione distribuita, accesso ai servizi e al mondo del lavoro per tutti, occorrono politiche di inclusione e sostegno, una comunicazione degna che non sfoci in sterile propaganda.

Poi certo il digitale, la fibra, i Big Data, l’Internet e compagnia cantante, ma la prossima volta che il sito della banca non risponde, che l’app per le prenotazioni del B&B non è aggiornata, che la cartella clinica è ferma a prima dell’euro, conviene che nessuno si senta libero da responsabilità, nemmeno i nostalgici dei floppy e i fanatici dei polli ruspanti o delle ramazze di saggina.

 

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[/sf_iconbox]”M” di Moneta

Prima che “nascesse” la moneta vera e propria (verso la fine del VII secolo a. C. nelle colonie greche dell’Asia Minore) l’economia era fondata sullo scambio in natura, secondo le spontanee esigenze della domanda e dell’offerta, dirette sia verso i prodotti di prima utilità, quali derrate alimentari, che verso oggetti di valore, quali stoffe, armi, gioielli. La moneta si inserì, dunque, in un sistema commerciale già ben organizzato, che aveva dimostrato di poter prescindere da questo mezzo di pagamento.

Perché “fu inventata” la moneta? Lo studio delle società antiche ci ha dimostrato come essa non fu frutto di invenzione, ma la conclusione di un lungo processo di ricerca di un mezzo che potesse soddisfare le diverse esigenze dello scambio adeguandosi a differenti realtà, e costituire il controvalore di oggetti di varia natura. (Storia della Moneta, Origine dell’economia monetale – Università degli Studi Tor Vergata).

“La conclusione di un lungo processo di ricerca di un mezzo che potesse soddisfare le diverse esigenze dello scambio adeguandosi a differenti realtà”.

Posto in questi termini – processo, ricerca, mezzo per lo scambio ecc. – potrebbe sembrare tutto piuttosto noioso soprattutto quando è in atto da tempo una diversa narrazione intorno alla parola “moneta” che è diventa sinonimo di scetticismo, di debito, di spread, di banche, … non è più un mezzo ma è diventata la misura dell’inadeguatezza alle nuove e differenti esigenze espresse dalla moderna società dei software.

[bctt tweet=”Prima che nascesse la moneta vera e propria l’economia era fondata sullo scambio in natura.” username=”MapsGroup”]

Tuttavia, come già in altri casi esemplificati, la malattia e la cura sono le due facce della stessa medaglia, e quella stessa collettività che ripudia la moneta ufficiale sembra avere in sé gli anticorpi per impedire il definitivo decadimento del mezzo: una nuova moneta elettronica, o criptomoneta, con caratteristiche di programmabilità. Si tratta in ogni caso di un processo lungo, tutt’ora in corso, e finché ne siamo immersi è difficile comprenderne la reale portata innovativa.

 […] Le criptovalute, non sono altro che monete elettroniche basate sulla tecnologia blockchain, ovvero una banca dati distribuita costituita da blocchi di transazioni collegate tra loro (tramite un hash) a formare una catena che diventa sempre più forte al crescere del numero dei blocchi. […]

La criptomoneta ha natura digitale e si basa su un sistema di crittografia algoritmica. Si tratta di un mezzo di pagamento alternativo alle monete aventi corso legale. […]

Neha Narula, in questa celebre TED conference, del 2016 ci racconta che

“Stiamo per entrare in una nuova fase monetaria dove il futuro del denaro è programmabile. Quando uniamo software e valuta, il denaro diventa più di una statica unità di valore e non dobbiamo affidarci alle istituzioni per la sicurezza. In un mondo programmabile, togliamo gli esseri umani e le istituzioni dal circolo. 

E quando questo accade, non ci accorgiamo nemmeno che stiamo facendo transazioni. Il denaro sarà gestito dal software, e scorrerà in sicurezza e senza rischi.”

A distanza di due anni dalla conferenza, secondo l’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger della School of Management del Politecnico di Milano, 29 banche centrali al mondo hanno avviato sperimentazioni per applicare alcune caratteristiche delle criptovalute alle valute tradizionali, creando delle “criptovalute vigilate” mentre un progetto di ricerca ha provato a immaginare un “Cryptoeuro”, indagando se un sistema di criptovaluta vigilata potrebbe rendere più efficienti i processi di pagamento di alcuni settori (assicurazioni, utility, banche) con una valuta programmabile.

[bctt tweet=”Dal 2009, con lo scambio del primo Bitcoin, ad oggi, sono 894 le criptovalute attive.” username=”MapsGroup”]

Ma se i grandi player del sistema economico entrano nel mercato delle monete elettroniche, com’è inevitabile che sia, non finiranno per creare – come per Uber o AirBnB che assemblano e vendono servizi solo nominalmente etichettati come pilastri della sharing economy – una discrasia con la cultura della disintermediazione (il denaro sarà gestito dal software ecc.) che le ha originate?

Sta di fatto che dal 2009, con lo scambio del primo Bitcoin, ad oggi, il mondo della blockchain ha conosciuto una decisa evoluzione e sono 894 le criptovalute attive, per un valore complessivo di circa 327 miliardi di dollari (dato aggiornato al 16 aprile 2018) anche se ci vorrà forse un altro decennio prima che possa essere considerata un’innovazione per tutti e non per un ristretto gruppo di attori e, come di consueto, il problema delle barriere all’entrata non sarà faccenda legata alla “tecnologia” bensì alla “cultura”.

 

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[/sf_iconbox]“T” di Tecnologia

La tecnologia alla base delle criptomonete è la blockchain, catena di blocchi, che permette di effettuare transazioni peer-to-peer. La fiducia non viene stabilita da nessuna grande istituzione, ma dalla collaborazione, dalla crittografia e da un codice intelligente. È in pratica un registro pubblico che raccoglie le transazioni di una rete ed è riprodotto, così da essere sicuro e complicato da manipolare. Tutto avviene in forma privata, anonima, rapida ed economica. Nasce, dicono i più, dalla perdita di fiducia nelle istituzioni.

Non siamo più nel dominio della tecnologia, ma della tecnocrazia quindi?

La fiducia nella “tecnologia” tuttavia è altrettanto volubile di quella che concediamo alle istituzioni. Qualcuno si ricorderà di Kraken, un ottimo sito per comprare e vendere criptovalute che qualche mese fa è stato sommerso da un numero sempre maggiore di nuove iscrizioni e nuovi ordini che lo hanno congestionato al punto da renderlo quasi inutilizzabile. I gestori hanno deciso di effettuare alcuni upgrade, il primo dei quali tuttavia non è servito a molto, mentre il secondo ha mandato in crash il sistema.

[bctt tweet=”Non siamo più nel dominio della tecnologia, dunque, ma invece della tecnocrazia?” username=”MapsGroup”]

Un upgrade è questione squisitamente tecnologica, pianificare opportunamente la crescita è invece task che concerne la cultura (progettuale) dell’’impresa e che si scontra con la solita contrapposizione tra creativi e resto del mondo: come puoi chiedermi di pianificare la crescita se sto dipingendo la Cappella Sistina? Se poi arriva qualche milione di visitatori non programmati i sistemi vanno in tilt, anche se tutto si risolve tecnicamente nel giro di qualche giorno con un po’ di scompiglio tra gli utenti, la fiducia viene meno. Storia antica.

Tecnologia abilitante per tutti è dunque ancora una volta una questione culturale, attiene alla distribuzione di ricchezza, alla democraticità come valore del software e a tante altre cose che dovremmo sempre sforzarci di tenere a mente.

 

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[/sf_iconbox]L’Appendice: il “Nemico”

Anni fa a New York sono capitato con un tassista dal nome di difficile decifrazione e mi ha chiarito che era pakistano. Mi ha chiesto da dove venivo e gli ho detto dall’Italia.

Mi ha chiesto quanti siamo ed è stato colpito che fossimo così pochi e che la nostra lingua non fosse l’inglese. Infine mi ha chiesto quali sono i nostri nemici. Al mio “prego?” ha chiarito pazientemente che voleva sapere con quali popoli fossimo da secoli in guerra per rivendicazioni territoriali, odi etnici, continue violazioni di confine e così via.

Gli ho detto che non siamo in guerra con nessuno. Pazientemente mi ha spiegato che voleva sapere quali sono i nostri avversari storici, quelli che loro ammazzano noi e noi ammazziamo loro.

Gli ho ripetuto che non ne abbiamo, che l’ultima guerra l’abbiamo fatta più di mezzo secolo fa, e tra l’altro iniziandola con un nemico e finendola con un altro. Non era soddisfatto. Come è possibile che ci sia un popolo che non ha nemici? Sono sceso lasciandogli due dollari di mancia per compensarlo del nostro indolente pacifismo, poi mi è venuto in mente che cosa avrei dovuto rispondergli, e cioè che non è vero che gli italiani non hanno nemici. (Umberto Eco).

“Avere un nemico – scrive  Umberto Eco  –  è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo”.

Anche la cultura del software, intesa in tal caso nell’accezione del ruolo che quest’ultimo ricopre nella formazione della cultura contemporanea, è fatta più di nemici che amici: la “costruzione” di un nemico (seppur virtuale) attraverso le nostre paure – della tecnologia, della moneta, del sapere dominante – è diventata pratica culturale e raggiunge vette inesplorate proprio attraverso l’uso quotidiano di quei software originariamente pensati, paradossalmente, per essere luoghi di scambio e di amicizia.

A golden bitcoin
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[highlight]Approfondimenti:[/highlight]
 

Software Culture, Lev Manovich – Edizioni Olivares

Costruire il nemico: e altri scritti occasionali – Umberto Eco – Ed. Bompiani

Una breve spiegazione della Blockchain e di Bitcoin

https://www.blockchain4innovation.it/esperti/blockchain-perche-e-cosi-importante/

https://www.blockchain4innovation.it/eventi-e-convegni/blockchain-business-revolution-la-blockchain-e-una-realta-concreta-ed-e-ora-di-studiarla-davvero/

https://www.osservatori.net/it_it/osservatori/blockchain-distributed-ledger

http://www.monetaecivilta.it/storia/origine.html

http://www.techeconomy.it/2017/01/13/100646/

https://www.kraken.com/

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Le letture per l'estate consigliate da #6MEMES. In punta di parola e di dato.

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[/sf_iconbox][dropcap3]N[/dropcap3]omen omen, si dice, indicando come il “nome” di qualcosa abbia in sé il presagio del suo destino…

Eppure qui, per noi, vale il cognome…
Ci spieghiamo meglio. Da Cometa a Paura, da Montagna a Turing: questi i cognomi degli autori che abbiamo scelto per i nostri consigli di lettura per l’estate. E – ve l’assicuriamo – è stata una coincidenza fortuita.
Speriamo che sia il segno che i libri che vi proponiamo sotto l’ombrellone possano piacervi, anche se – come nostro solito – sono un po’… impegnativi 🙂
Partiamo da Perché le storie ci aiutano a vivere – La letteratura necessaria, di Michele Cometa.
Nella sua opera, Michele Cometa – docente di Storia comparata delle culture e Cultura visuale all’Università degli Studi di Palermo – esamina narrazione, fiction e letteratura nel contesto della teoria dell’evoluzione e delle scienze cognitive.
In tal modo, l’autore ci permette di giungere alla comprensione di come la narrazione abbia avuto, fin dagli albori dell’uomo, un ruolo decisivo nella costituzione del Sé, non solo agendo sul riequilibrio dei suoi deficit esistenziali e il contenimento dell’ansia, ma acquisendo anche un importante valore biologico, inteso come pratica evolutivamente vantaggiosa per la specie umana.
Passiamo poi a La singolarità nuda. Fedi tecnologiche, miti scientifici, futuri postmoderni, di Roberto Paura.
L’autore, Presidente dell’Italian Institute for the Future e specialista in comunicazione della scienza, ci racconta come
l’avvento dell’era digitale abbia dissolto le barriere tra scienza ed immaginazione, essenza e consistenza della realtà.
In questo nuovo scenario si incrociano e si ibridano antichi e nuovi saperi, credenze, speranze e spettri minacciosi di possibili distopie.
Come spiega lo stesso autore:

“Il pensiero magico e irrazionale che credevamo sconfitto ritorna sotto altre vesti; e il pensiero scientifico e razionale è costretto a farci i conti.”

Una singolarità questa che, se non tenuta a bada ma esposta, “nuda” appunto, potrebbe esasperare la speranza di guidare il corso del futuro verso orizzonti di benessere per l’umanità.
Tornando alla realtà – se così si può chiamare 🙂 – parliamo ora di Realtà virtuale e realtà aumentata, di Lorenzo Montagna.
L’autore, Advisor & Trainer per strategie aziendali, ci parla nel suo libro di Realtà Virtuale (VR) e Realtà Aumentata (AR), oltre che Mixed Reality (una combinazione di esperienza fisica e digitale definita dall’autore ‘Media Reality’).
Nella sua opera, attraverso dati, ricerche ed interviste, approfondisce il tema di questi media immersivi creatori di una realtà in grado di generare intrattenimento e informazione su nuovi ed inesplorati livelli.
Un vantaggio sia per chi ne fruirà, messo nelle condizioni di vivere in prima persona esperienze al confine tra il digitale ed il reale in un modo molto più appassionante e coinvolgente, sia per le aziende che, con questi media, creeranno nuove opportunità di business.
Concludiamo con un libro che “racconta” di un nome che non ha bisogno di presentazioni: Alan Turing – Storia di un enigma, di Andrew Hodges, Bollati Boringhieri.

Alan Turing

Questo libro infatti ripercorre, in maniera romanzata, la storia di Alan Turing, crittografo e uno dei più grandi geni del XX° secolo, considerato tra i padri della moderna informatica…
Fu ad esempio il primo a spiegare la natura e i limiti teorici delle macchine logiche e, durante la Seconda guerra mondiale mise le sue straordinarie capacità al servizio dell’Inghilterra, entrando a far parte della principale unità di crittoanalisi del Regno Unito.
Eccoci qui, infine, ad augurarvi una bella estate. Fatta di divertimento e relax, avventura e riflessione. Per non sprecarne nemmeno un secondo. E magari nemmeno un dato. Nel frattempo, anche noi ci godremo due settimane di vacanze… A presto!!!

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Il meglio di #6MEMES, ovvero gli articoli TOP del nostro blog dalla primavera all'estate: il digitale prima di tutto!

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[dropcap3]S[/dropcap3]arà stato lo strano clima che ha avvolto la nostra penisola in questi mesi, a “spingere” nelle classifiche gli articoli dal sound prettamente digital… O sarà che il topic è decisamente più “gettonato” rispetto alle precedenti tendenze, o sarà ancora che i nostri lettori si stanno abituando alle nostre peripezie online: fatto sta che la lista dei post vincitori di questa rassegna trimestrale, disdegna l’analogico in favore del digitale.
A farla da padrone, ad esempio su Twitter, è IoT e Salute: monitoraggio e diagnosi preventiva di massa, un articolo di Giulio Destri dedicato all’Internet delle Cose, declinato in special modo verso l’ambito della salute.
Nel post, infatti, ricco di contenuti come solo Giulio sa fare, si parla di IoT e Sanità e soprattutto di come, tramite uno strumento integrato in uno smartwatch o in un braccialetto, possiamo (o potremo) tenere sotto controllo la nostra salute.
Questo articolo sale così sul podio non solo di Twitter, ma pure su Linkedin, grazie ai suoi approfondimenti sul dialogo – più o meno autonomo – tra dispositivi, che si connettono tra loro e e con le grandi infrastrutture di calcolo (data center) attraverso la rete, con risultati notevoli in termini di monitoraggio e predizione.
Il post, infatti, racconta come la combinazione dei dati raccolti nel tempo dai vari questi sensori, immagazzinati in servizi cloud, permette non solo di controllare il nostro stato di forma fisica, ma anche, se vogliamo, di condividere ad esempio percorsi di trekking o ciclismo con gli amici, magari corredati di foto e selfie scattati durante la nostra impresa sportiva.
Quali sono i passaggi successivi prospettati dall’articolo?
Pensiamo a cosa è l’ECG dinamico secondo Holter: una metodica diagnostica utilizzata per monitorare l’attività elettrica del cuore durante un intervallo di tempo più o meno lungo, solitamente corrispondente a 24-48 ore, e con i registratori di ultima generazione sino ad un massimo di sette giorni…. Ecco: la stessa metodica si può applicare anche alla pressione sanguigna o ad altri parametri vitali, così che la nostra storia personale, raccolta in banche dati, porterà a prestazioni sanitarie sempre più personalizzate e in real time.
Un altro top di serie “A”, questa volta solo su Twitter, è Selezione e gestione dei fornitori: questione di prospettiva!, un  articolo di Anna Pompilio.gestione-fornitori
Un capitolo provocatorio dell’articolo, ad esempio, che parla di “Fornitori low cost di professionalità”, ci racconta come in un’impresa i fornitori vadano dalla ditta delle pulizie, a quella che vende hardware e software, alla società di servizi che si occupa della gestione di attività amministrative esternalizzate, e di come l’insieme comprenda insomma tutti quei fornitori di professionalità che sollevano l’azienda dall’onerosità del possesso.
L’approfondimento di Anna sottolinea come:

“la maggior parte delle organizzazioni si trovi prima o poi a dover reagire ad un mercato in contrazione se non in crisi” e come di conseguenza, “ fatto salvo quelle realtà – tipicamente start up – che nascono con una configurazione essenziale dei costi, la risposta ad una curva dei ricavi in caduta libera sia normalmente quella di dotarsi di strutture di costo flessibili così da poter adeguare velocemente la capacità produttiva alle oscillazioni della domanda.”

E se Linkedin vede al secondo posto in termini di gradimento il nostro precendente articolo della rassegna “Il meglio di #6MEMES” (e questa cosa ci motiva ancor di più nel nostro lavoro), andiamo avanti e passiamo a Facebook, che come sempre, ci porta verso temi meno tecnici… Primo su tutti l’intervista a Mariagrazia Villa: Il giornalista digitale è (o non è) uno stinco di santo?

“L’etica nella comunicazione digitale è scomparsa?” ci chiediamo assieme a Mariagrazia. E, “andando controcorrente, c’è qualcuno che dice no. Che pensa sia proprio la rete a permettere ai giornalisti e, in senso più ampio, ai comunicatori di professione o di diletto, dai blogger ai social media writer, ai web content manager, di esercitare delle virtù morali.”

intervista-mariagrazia-villaA dire no, è proprio lei, Mariagrazia Villa, l’autrice di Il giornalista digitale è uno stinco di santo., in cui enumera 27 virtù da conoscere per sviluppare un comportamento etico, il primo manuale pratico di etica della comunicazione online pubblicato in Italia.
Divertente e bizzarro, il libro è ricco di simpatici aneddoti, utili suggerimenti e curiosi esercizi di scrittura, per imparare a vedere il web come la nuova miniera della buona comunicazione. L’obiettivo? Raccontare le  virtù da fare proprie e da allenare, per acquisire un comportamento moralmente qualificato.
Infine: pancia nostra fatti capanna, con “Gli alti e bassi del cibo italiano. Monitoraggio online a cura di Sara Di Paolo”.
Sara, nel suo “succoso” articolo, ci ricorda infatti  che il “2018 è l’anno del Cibo Italiano, e che sono ben 69 i grandi appuntamenti in tutta Italia per celebrare il connubio arte, paesaggio, cibo.”
Fattori, questi, tutti distintivi del nostro paese, attrazioni uniche per turisti e visitatori. Secondo la ricerca Food Travel Monitor della statunitense World Food Travel Association, il 49% dei turisti globali ha partecipato ad almeno un’esperienza enogastronomica unica ed indimenticabile durante un recente viaggio.
E così dal primo dicembre 2017 – grazie alla piattaforma Webdistilled, – Sara ci racconta che

“navigo anche io per il “cibo italiano/Italian food”, passando di sito in social, leggendo articoli e blog, monitorando trasmissioni radio e tv in italiano e inglese, alla scoperta degli alti e bassi nella comunicazione sul cibo italiano.”

CIBO-ITALIANOI dati sono chiari. E fitti…
Trattano espressamente di questo tema oltre 28.000 contenuti, il 53% in italiano e il 47% in inglese. Sono ovviamente citati moltissimi prodotti e piatti. Tra quelli monitorati, in inglese vince la pizza (con 2918 menzioni), seguita da gelato (897) e tiramisù (331), rispetto alle salse da condimento il pesto (525) batte il sugo (272) seguito poi dalla carbonara (200), mentre in italiano pesto, sugo e amatriciana (molto meno citata la carbonara) se la giocano alla pari (essendo tutti e tre intorno alle 300 menzioni) e la pizza scende a 758 menzioni. (PS: che fame!!!).
E dopo questi dati che, digitali o meno che siano, ci raccontano un mondo intorno a noi che non cessa mai di innovarsi e cambiare – a rischio di lasciarci indietro – a noi non resta che darvi appuntamento tra tre mesi, al mostro prossimo appuntamento “6-memesiano” 🙂

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Visibilità: l'immaginazione che ci "piovve dentro”. Da Dante ai giorni nostri.

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La visibilità dell’invisibile

“Poi piovve dentro a l’alta fantasia.”
Dante Alighieri, Purgatorio (XVII, 25)

[dropcap3]P[/dropcap3]roseguiamo il nostro excursus sui meme di Calvino e le sue “lezioni” e approdiamo al quarto tag, quello della Visibilità.
Qui Calvino si concentra in primo luogo sul processo attraverso cui un individuo e la realtà esterna si rapportano e condizionano tra loro attraverso l’immaginazione, e lo fa partendo da Dante Alighieri che, in una sorta di meta-comunicazione, riflette sul processo creativo:

O immaginativa che ne rube
talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
perché dintorno suonin mille tube,
chi move te, se ‘l senso non ti porge?
Moveti lume che nel ciel s’informa
per sé o per voler che giù lo scorge.

Niente paura: non ci addentriamo a questo punto nella “selva oscura” dell’esegesi dantesca, ma poniamo solo l’accento su una caratteristica essenziale che riguarda la Visibilità, ovvero la capacità immaginativa dell’essere umano.
Calvino, infatti, proseguendo nella lezione, si focalizza quasi subito sul doppio binario tra interno ed esterno che riguarda il processo immaginativo e che sta alla base di ogni evento percettivo ed espressivo.
Si tratta di un flusso in andata e ritorno che si esprime in un doppio regime, contingente e direzionale, ovvero: “quello che parte dalla parola e arriva all’immagine visiva e quello che parte dall’immagine visiva e arriva all’espressione verbale.”
[bctt tweet=” Il processo immaginativo sta a sua volta alla base di ogni processo espressivo.” username=”MapsGroup”]
Si tratta di veri e propri flussi di senso che, nel caso della parola scritta (ma il discorso vale per ogni informazione o dato che passa da un emittente a un ricevente), vanno dall’interno dell’individuo-autore-emittente (che vede mentalmente, ovvero immagina, il significato che vuole esprimere) sino all’esterno, ovvero all’apparato percettivo dell’individuo-lettore-ricevente.
A questo punto si dispiega il processo contrario, ovvero l’individuo-lettore-ricevente introietta l’informazione ricevuta e vi attribuisce un senso in base alla capacità che ha quella stessa informazione di essere “visibile” ai suoi occhi, attraverso il proprio vissuto e la propria interpretazione. 
È l’immaginazione, dunque, a rendere visibile l’informazione stessa – prima all’emittente e infine al ricevente – seppure in forme non perfettamente coincidenti, ma  in qualche modo riconoscibili e sicuramente almeno parzialmente sovrapponibili.
Non deve  dunque sfuggirci – a maggior ragione ricordando la nostra intervista al prof. Gallese in merito ai neuroni specchio – il rapporto intrinseco tra immagine e azione, legame che riguarda ogni processo, appunto, di immaginazione, e che anticipa ogni ulteriore e conseguente possibile evento rappresentandone la condizione sine qua non.

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Immaginazione: parole da guardare (e afferrare)

Una sottolineatura è doverosa, a questo punto: tale processo a doppio binario non riguarda solo la scrittura e la lettura, anzi, moltissimi atti dell’essere umano (e non solo) vengono processati in maniera “anticipata” attraverso una simulazione che pre-costituisce l’azione cui darà seguito.
Banalmente: prima di prendere in mano un oggetto qualsiasi, il nostro corpo e il nostro cervello immaginano l’evento e, prima di metterlo in atto, tengono conto della distanza, prevedono la pressione necessaria da esercitare per prenderlo, il tipo di movimento con cui farlo e così via, sino ad allungare davvero il braccio e la mano e – finalmente – afferrarlo.
Il tutto in un tempo impercettibile e in maniera automatica. Più algoritmica di così, verrebbe quasi da dire… 🙂

Non solo: questa operazione di immaginazione (che potremmo chiamare di predizione simulata) avviene in maniera “invisibile”, la qual cosa ci sbalza nell’universo del paradosso.
Tale impercettibilità non è tuttavia casuale, ma è invece funzionale alla nostra immersione nel mondo: non accorgendoci di tali processi, infatti, la relazione tra noi e la realtà esterna ci appare immediata (non mediata) lasciandoci l’illusione (benefica) di non esserne del tutto estranei.
Molto della nostra vita, del resto, avviene – seppure sotto ai nostri occhi – senza che noi ce ne accorgiamo, ovvero invisibilmente.
Questo vale non solo per ciò che riguarda noi stessi (la nostra soggettività cognitiva, esperienziale e psicologica), ma anche e soprattutto per ciò che concerne il mondo esterno.
[bctt tweet=”Molto della nostra vita avviene – seppure sotto ai nostri occhi – senza che noi ce ne accorgiamo, ovvero invisibilmente.” username=”MapsGroup”]
Il limite dei nostri canali non solo percettivi, ma anche intellettivi e deduttivi, infatti, è davvero stringente, se paragonato all’immensità e alla complessità dei sistemi (fisici e naturali, culturali e sociali) in cui siamo immersi.
Eppure la tensione insita nella nostra natura – vocata e votata alla sfida che viene dalla nostra intrinseca capacità di immaginazione, ancor prima che di azione – non ci consente, da sempre, di accettare i confini imposti all’apparenza da tali prigioni sensoriali e concettuali.
Anzi: se ci pensiamo bene, ci sono almeno due “categorie” di esseri umani che da sempre dedicano il loro tempo a quest’opera di immaginazione, chiamiamola così, visionaria: gli artisti, che vedono prima (o in modo diverso, a volte “folle”) ciò che di solito è inattingibile (e quindi incondivisibile e incomunicabile) e gli scienziati, che si infilano nell’abisso della realtà per trarne ipotesi e teorie, da cui spesso conseguono invenzioni che vanno a beneficio (o a danno) di tutti.

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Immagino, dunque sono (o sarò)

Se ci pensiamo ancora meglio, questa operazione di emersione di possibili scenari di senso è quello che – oggi – tentano di fare le nuove tecnologie, le quali ampliano innanzitutto i nostri orizzonti di mondo visibile attraverso strumenti che (come vere e proprie protesi percettive e pluri-funzionali) ne indagano le componenti micro (grazie ai microscopi atomici), quelle macro (attraverso telescopi satellitari) passando anche attraverso quelle fisiche e organiche, grazie a processi di mappatura genetica e approcci molecolari.
Tali complesse tecnologie, inoltre, danno vita a sistemi di calcolo sempre più potenti e veloci, in grado di analizzare, processare e organizzare quantità inimmaginabili di dati e informazioni, evidenziando o creando sistemi statistici e modelli predittivi, che vanno ben oltre i più sfrenati scenari fantascientifici.
Tutto ciò accade attraverso algoritmi e sistemi di processo di dati che fanno emergere dall’orizzonte vago e inattingibile delle possibilità una mole infinita di percorsi di senso.
Tanto che, già nel 2015, ci si interrogava sul centro della questione: “come riusciamo ad allargare la nostra consapevolezza per pensare la complessità che si sta sviluppando – e possibilmente influire in modo sensato sull’emergere dei fenomeni?”
Noi di #6MEMES, inutile quasi dirlo, siamo pronti agli scenari più visionari…
Visibilità

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Maps News News

Nasce SmartNebula: la sicurezza e l’efficacia nella gestione di ogni documento e dei fornitori.

SmartNebula è il più completo sistema di gestione di documenti dei fornitori, rilasciato in modalità Software as a Service (S.a.a.S) su piattaforma Cloud.

Potete conoscere meglio il nuovo prodotto, creato e costantemente implementato dalla squadra di esperti di Maps Group, visitando il sito https://smartnebula.mapsgroup.it/
Ricco di informazioni, per rispondere a qualunque vostro quesito, e di agile consultazione, il sito si struttura in una home page (‘Overview’), più alcune pagine accessorie in cui si descrive il prodotto (‘Il sistema’), come questo organizza i documenti (‘Documenti’) e quando serve (‘Ambiti’).
Completa il sito la pagina ‘Case History’ in cui diamo informazioni su chi sta già utilizzando il prodotto.

In ‘Overwiev’ si riassumono i compiti svolti dal SmartNebula e i principali vantaggi offerti:

  • una gestione dei documenti veloce e semplice, che permette una verifica chiara e immediata della situazione, a prezzi contenuti e assolutamente commisurabili alle esigenze.

 
Il Sistema è la pagina in cui si spiega in cosa consiste e come tratta l’archivio documenti il sistema SmartNebula. Qualche cenno sull’architettura dell’interfaccia e la sua fruibilità in cloud, anticipano i punti di forza:

  1. L’utilizzo di infrastrutture certificate per l’erogazione del servizio per una efficiente e sicura gestione e controllo della documentazione
  2. La profilazione degli utenti e la loro responsabilizzazione per la condivisione dei dati e la gestione dell’archivio.

 

In Documenti si spiega come i documenti:

  • sono classificabili tramite tipologie e tag personalizzabili;
  • la visualizzazione è raggruppata per intestatario e in base alla classificazioneeffettuata;
  • sono gestiti da una modalità collaborativa che prevede un dialogo fra cliente e detentore.

Completano la descrizione del sistema:

  • La presenza di diversi alert automatici, per il detentore e per il cliente;
  • la tracciabilità che consente attendibilità e verifica dei dati.


Quando serve SmartNebula lo leggiamo invece nella pagina Ambiti dove sono riportati le tre grandi aree di utilizzo del prodotto:

  1. Business, o settori industriali quali Costruzioni o Concessionari di infrastrutture dove, fino a oggi, il sistema è stato molto utile.
  2. Supporto alla valutazione dei fornitori.
  3. Il Controllo e Monitoraggio per l’aderenza ai modelli organizzativi 231 o processi di audit.

SmartNebula è la risposta per gestire ogni documento con efficienza e in completa sicurezza, riducendo al minimo i costi di gestione.

 
Vuoi vedere come funziona SmartNebula? Allora richiedi una demo compilando l’apposito form a questo indirizzo: https://smartnebula.mapsgroup.it/richiedi-una-demo-smartnebula/

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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

“Eat spaghetti to forgetti your regretti”. Seconda tappa del viaggio intorno all’Italian Food. Di Sara di Paolo.

[dropcap3]C[/dropcap3]ontinua il viaggio dedicato al Cibo Italiano attraverso siti web e social network, articoli di giornale e blog, trasmissioni radio e tv, in italiano e inglese, in occasione dell’anno 2018 che lo celebra come fattore di rilevanza nazionale e internazionale. In questa seconda tappa della mia esplorazione, vi propongo una “classifica” dell’Italian Food nel mondo. Sono i 10 argomenti (eventi, persone, luoghi) che in base ad uscite, menzioni e sentiment – selezionati attraverso Webdistilled – nel corso degli ultimi mesi (e più precisamente dal primo di aprile ad oggi) hanno più influenzato la comunicazione sul tema.

La classifica dell’Italian Food

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Al primo posto in classifica c’è il Cibus di Parma, il Salone Internazionale dell’agroalimentare italiano che, lo scorso maggio, ha registrato numeri straordinari: oltre 3.000 aziende presenti, 1.300 nuovi prodotti food presentati, 82mila tra visitatori e operatori del settore. Secondo Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma che, con Federalimentare, organizza Cibus:

“Il cibo italiano di qualità si afferma nel mondo perché riesce ad essere tradizionale e al tempo stesso contemporaneo”. 

Dati confermati anche dall’export del food ‘Made in Italy’ che – secondo una ricerca delle Camere di Commercio lombarde, uscita nello stesso periodo – vale oltre 40 miliardi di euro l’anno con trend in crescita praticamente ovunque. Amano i nostri prodotti soprattutto i tedeschi, i francesi, gli americani, gli inglesi e gli spagnoli. In forte crescita la Russia, 17° nella classifica dei paesi acquirenti, e la Cina al 20° posto.

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Rimanendo in tema economico, segue a stretto giro Coldiretti con il suo #villaggiocoldiretti a Torino. Secondo posto per il week end organizzato a giugno con l’obiettivo di fare conoscere il contributo dell’agricoltura alla storia e allo sviluppo del nostro paese. L’hashtag #stocoicontadini genera un bel movimento sui social. È anche l’occasione per sottolineare come il cibo italiano sia diventato una delle principali voci di spesa per italiani e stranieri in vacanza nel nostro paese (raggiunge quota 30 miliardi di euro) mentre 110 milioni di presenze turistiche in Italia sono motivate da ragioni enogastronomiche.

[bctt tweet=”Coldiretti e il suo #villaggiocoldiretti a Torino: far conoscere il contributo dell’agricoltura alla storia e allo sviluppo del nostro paese.” username=”MapsGroup”]

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Conquistano il terzo posto della classifica sul Cibo Italiano le ‘sofferenze’. Quelle di chi è lontano da casa (“Grecia ti amo ma cibo italiano quanto mi manchi”, un recente disperato tweet) e quelle di chi è lontano dal suo ‘favourite Italian restaurant’ (il ristorante italiano preferito). Su quest’ultimo tema, fa il giro del mondo la giovane veterinaria americana Karen Chandler che – inviata in Colorado dalla Florida a gestire un’emergenza che ha colpito centinaia di capi di bestiame – dichiara di sentire un po’ di nostalgia di casa, in particolare i piatti italiani del suo ristorante preferito!

Sui social, si sprecano i post sconsolati di italiani in viaggio alle prese con barattoli ‘Italian sounding’ nelle etichette ma per niente italiani nel contenuto. Mentre web e blog in inglese pullulano di consigli su dove gustare autentico cibo italiano: dalla Malesia all’Australia, dal Canada attraverso tutti gli Stati Uniti. Persino il Pokemon Café di Tokio – che offre solamente piatti a forma di Pokemon seguendo la tradizione artistico-culinaria giapponese chiamata ‘Kawaii Tabemono’ (in italiano ‘Cibo Carino’) – propone un piatto che riproduce un Pikachu accucciato sulla pancia che si nasconde nell’erba e, all’interno, è pieno di pasta italiana!

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Fortunatamente ci viene in aiuto il Ministero dei Beni Culturali che, a dicembre scorso ha dato ufficialmente il via all’Anno del Cibo Italiano, e ora occupa il quarto posto in classifica per il grande lavoro di comunicazione e promozione delle nostre eccellenze agroalimentari. A maggio, ha presentato il GeoPortale della Cultura Alimentare, seguito da una buona copertura sui media tra i quali registra un discreto successo di pubblico il servizio su Donna Moderna, e – in occasione della Settimana dei Musei (Museum Week) – fa ben parlare di noi e del nostro patrimonio culturale alimentare.

[bctt tweet=”Ministero dei Beni Culturali e l’Anno del cibo 2018: il grande lavoro di #comunicazione e #promozione delle nostre eccellenze agroalimentari. ” username=”MapsGroup”]

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L’Italian Food torna alla ribalta grazie a Frank Sinatra e Lidia Bastianich – rispettivamente al quinto e sesto posto della classifica. Di Frank Sinatra è nota la sua passione per l’Italia e l’Italian Food ma il picco di comunicazione su di lui è in realtà dovuto al fatto che qualche giorno fa, all’età di 102 anni, è morta la sua prima moglie, Nancy. Di lei le cronache riportano che ha sempre mantenuto un rapporto amichevole con l’ex marito il quale, più volte nel corso degli anni (e dei successivi matrimoni con altre donne), le avrebbe fatto richiesta di pastasciutte e altri piatti della cucina italiana che lei sapeva preparare così bene! Grazie Nancy.

Di un’altra generazione è invece Lidia Bastianich, star della cucina italiana all’estero, proprietaria di 6 ristoranti di grande successo negli Stati Uniti, socia dei 5 Eataly USA, vincitrice quest’anno dell’Emmy Award della televisione statunitense per il suo programma “Lidia’s Kitchen”, autrice di una dozzina di libri di ricette e, non ultimo, mamma di Joe Bastianich, lo chef noto in Italia come giudice di Master Chef.

Qualche mese fa, Lidia Bastianich ha presentato il suo ultimo libro dal titolo ‘My american dream – a life of love, family and food’ (che potremmo tradurre con ‘Il mio sogno americano – una vita fatta di amore, famiglia e cibo’) dove ripercorre la sua storia a partire dalla fuga con la sua famiglia dall’Istria dopo la seconda guerra mondiale e sottolinea come i piatti della sua infanzia (piatti semplici e contadini) siano stati la sua fortuna e la base di partenza nel suo percorso professionale e imprenditoriale.

Un po’ meno fortunata invece è un’altra vicenda che in questo periodo attanaglia la comunicazione intorno agli chef di origine italiana all’estero. È quella di Mario Cudemo, chef presso il ristorante ‘Santini Pizza E Cucina’ di Torquai (Queensland), che – dopo 12 anni in Australia – rischia di non vedersi rinnovato il permesso di soggiorno. Ha qualche settimana ancora per superare il nuovo test di inglese previsto dalle leggi sull’immigrazione. Il mondo dei social si divide: “Come resisteremo senza i suoi piatti” da un lato, “Le regole vanno rispettate” dall’altro. Conclude momentaneamente il dibattito un consiglio: “Prendi i libri e studia!”

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Conquistano il settimo posto le Marche che, nel panorama dei territori italiani più collegati al cibo, se la giocano con realtà decisamente più famose dall’Emilia Romagna alla Sicilia, passando per Campania, Toscana e Piemonte. La loro presenza nel monitoraggio web, social e press, è dovuta:

  • al Verdicchio che quest’anno festeggia il 50° dal riconoscimento della Doc,
  • al lancio, durante Vinitaly, del FOOF BRAND MARCHE (un marchio unico per promuovere il territorio attraverso le sue eccellenze dell’agroalimentare) e;
  • la pizza Rossini, una margherita arricchita da uova sode e maionese. “Nessuno scandalo, è una ricetta tipica che va fortissimo” ci rassicura il blog della ‘Cucina Italiana’!

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L’ottava posizione nella classifica dell’Italian Food nel mondo la occupa il ‘colore nero’. Nero come il carbone, i tartufi e il nero di seppia. Come il cacao, il caffè, la torta al cioccolato e il tiramisù di Angie a New York. Il Times di Camberra esalta un piatto di “charcoal black gnocchi in pesto sauce and broccolini” (gnocchi neri con pesto e broccoli) mentre il Malaysian Reserve riporta una ricerca secondo la quale i cibi colorati hanno breve durata nel ciclo di notizie di Instagram, mentre i cibi neri “reggono” di più.

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Da Instagram arrivano anche i post che occupano la nona posizione in classifica, si tratta di meme diventati virali in diverse varianti (inclusa la stampa sulle magliette) o blog che propongono ‘Best Instagram captions for Italy’ (le migliori “battute” per Instagram sull’Italia e, di conseguenza, sull’Italian Food). Eccone tre di particolare successo che hanno per protagonisti tre prodotti italiani tra i più amati:

“Eat spaghetti to forgetti your regretti”

(gioco di parole per dire che mangiando spaghetti si dimenticano i dispiaceri),

“Problems come and go, pizza is forever”

(i problemi vanno e vengono, la pizza è per sempre),

“I scream for ice cream”

(una bella rima per chi ‘grida’ per avere un gelato).

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Il decimo posto lo guadagna il Pesto. Io sono Genovese e non vorrei sembrare di parte, però negli ultimi mesi il Pesto mantiene il suo primato in termini di menzioni su web, social e press rispetto alle altre salse per il condimento della pasta.

E’ seguito a breve distanza da sugo e ragù, e – con maggiore distacco – da carbonara e amatriciana. A Genova sappiamo perché!

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Questo articolo prende spunto dal monitoraggio su Cibo Italiano/Italian Food realizzato tramite la piattaforma di analisi semantica webdistilled. Dal primo aprile al 15 luglio, sono stati monitorati oltre 15.000 contenuti. Il 67% proviene da testate giornaliste online e blog, il 25% dai social e l’8% dalla carta stampata e trasmissioni radio e tv. Il 46% dei contenuti rilevati è in lingua italiana, il 54% in inglese.

Sara di Paolo

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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società

Il compito fondamentale in ICT: lo sviluppo del codice sorgente.

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[/sf_iconbox]Lo sviluppatore, o developer

 
[dropcap3]I[/dropcap3]n alcuni articoli precedenti, dopo il riconoscimento del ruolo fondamentale dell’IT nel XXI secolo, abbiamo trattato le figure professionali e la competenza che dovrebbe essere fornita dalla formazione accademica

In questo articolo ci concentriamo su una delle fasi più importanti dell’IT, lo sviluppo o scrittura del codice, e sulla figura professionale deputata a tale compito, lo sviluppatore o developer.
Per realizzare una soluzione o un servizio ICT è infatti sempre necessaria una fase di scrittura di codice, che si può suddividere tra la personalizzazione di software esistente e la scrittura vera e propria di nuovo software. Anche alcuni compiti di amministrazione di sistema richiedono la scrittura di codice (ad esempio i cosiddetti programmi batch del settore bancario, o gli shell script tipici del mondo UNIX).
Nel dettaglio, la fase di sviluppo consta materialmente nella scrittura di un insieme di file di testo contenenti istruzioni, organizzate secondo regole sintattiche molto precise e rispondenti alla grammatica del particolare linguaggio di programmazione scelto. L’insieme di tali file di testo che forma un’applicazione viene definito codice sorgente dell’applicazione stessa.
Nella maggior parte dei casi un apposito programma chiamato compilatore traduce poi tali moduli in una forma direttamente eseguibile dal computer. In altri casi il codice viene direttamente “interpretato” ed eseguito senza bisogno di compilazione ad opera di un altro tipo di programma chiamato appunto interprete.

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Codice e linguaggio? Andiamo alla sorgente…

Il codice sorgente viene scritto entro un programma apposito, chiamato editor, molto spesso facente parte di un ambiente integrato di programmazione (chiamato anche IDE, dalle iniziali delle parole inglesi Integrated Development Environment) che contiene tutte le funzioni per compilare il codice sorgente e trasformarlo in un programma eseguibile direttamente dal computer.
I linguaggi di programmazione in uso sul mercato oggi sono tanti, dall’antico e sempreverde COBOL, ai più moderni Java e C#, al Phyton, ai linguaggi PHP e JavaScript specifici per il Web, a linguaggi dedicati come l’ABAP di SAP, a linguaggi tipici per le App ecc… Molti di questi linguaggi hanno anche il proprio IDE di riferimento, come VisualStudio per il C#, oppure esistono IDE che possono consentire di scrivere in diversi linguaggi, come Eclipse con Java, C/C++, PHP ecc…
Il developer o sviluppatore è la figura professionale cui è demandato il compito di scrivere materialmente tutto il codice sorgente e/o le personalizzazioni. Questa figura professionale rientra fra quelle della normativa UNI11506-11621 ed esistono molte certificazioni proprietarie per developer, legate a linguaggi e tecnologie. Taluni paragonano ingiustamente il developer al muratore che costruisce i pilastri ed i muri che sono stati progettati da qualcun altro o all’operaio sulla linea di montaggio.
[bctt tweet=”Il developer è la figura professionale cui è demandato il compito di scrivere materialmente il codice sorgente.” username=”MapsGroup”]
In realtà, la scrittura del codice è un’attività non evitabile. Dietro ad ogni software, dai sistemi operativi (ossia i software di base che consentono ai computer, agli smartphone ed ai tablet di operare), ai programmi come Office, ai programmi gestionali, alle applicazioni Web, alle App, ai programmi che controllano robot e macchine industriali… c’è sempre questa fase di scrittura del codice sorgente che forma il software stesso.
La scrittura del codice è anche un’attività critica, in quanto errori commessi in questa fase si traducono in malfunzionamenti e/o costi maggiori durante le fasi successive di manutenzione ed evoluzione dei componenti software delle soluzioni. Molte delle problematiche di sicurezza informatica riscontrate negli ultimi anni sono proprio dovute ad errori commessi durante la fase di scrittura del codice. Il costo del software e del suo sviluppo in molti casi supera oggi di molto il costo dell’hardware che lo fa funzionare.
L’evoluzione quasi incredibile che c’è stata nell’hardware e nelle sue potenzialità non è stata purtroppo accompagnata da una contemporanea evoluzione del software. Nonostante fin dal 1968 siano state evidenziate le varie problematiche legate alla produzione del software[1] e al fatto che la scrittura di codice è un’attività compiuta a mano da operatori umani ancora oggi alcune problematiche permangono.

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La fase di sviluppo…

 
Per capire meglio occorre analizzare i dettagli. Anzitutto quali sono le tipologie di errori commessi durante la fase di sviluppo? Essenzialmente sono le seguenti:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Errori di interpretazione delle richieste del committente, che di solito sono risolti dall’esperienza del Business Analyst (o del Product Owner in un contesto di organizzazione Agile);
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Errori di strutturazione del software, ad esempio di suddivisione dei compiti fra i vari moduli che formano un applicativo, che dovrebbero essere ridotti od evitati a priori con un buon disegno tecnico del software stesso, demandato all’esperienza dei System Analyst e System Architect;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Errori veri e propri di scrittura del codice che possono essere dovuti a:

  • Problemi di trasmissione delle informazioni fra i membri del gruppo di lavoro (ad esempio ricadere nei casi precedenti, con analisi superficiali e/o incomplete).
  • Problemi di poca conoscenza del linguaggio e/o di sue librerie di funzioni.
  • Problemi di tempo, ossia di dimensioni del lavoro e quindi della quantità di codice da scrivere non adeguata ai tempi concessi per lo sviluppo.
  • Problemi di test e verifiche inadeguate.
  • Problemi di competenze di base degli sviluppatori.
  • Problemi di errori presenti entro strumenti utilizzati per lo sviluppo (in primis librerie di funzioni preconfezionate).

Alcune problematiche sorgono dal fatto che sino a pochi anni fa si pensava al software come un edificio, ossia come qualcosa che deve essere completato e poi rimane costante o quasi, mentre oggi è chiaro (o dovrebbe esserlo) che il software è un servizio, che evolve in continuazione per seguire le esigenze del business per cui esso è nato. Il software deve quindi essere sin dall’inizio progettato per poter evolversi nel tempo con la massima efficienza possibile.
[bctt tweet=”Il software è un servizio che evolve per seguire le esigenze del business per cui esso è nato.” username=”MapsGroup”]
Diversi rimedi sono stati applicati nel tempo:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Costruzione di software semi-lavorati con conseguente ridotta necessità di scrittura di codice, che si riduce a parametrizzazioni (ossia impostazioni di parametri di configurazione) per adattare software medio-piccoli alle esigenze dei clienti finali. Nel caso di software più grandi, le operazioni di adattamento richiedono comunque una parte di programmazione, detta personalizzazione.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Costruzione di librerie di funzioni molto ricche e molto testate, per ridurre la quantità di codice che gli sviluppatori devono scrivere (e quindi, statisticamente, anche gli errori che possono commettere), vendute commercialmente sul mercato.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Costruzione di strumenti grafici o semi-grafici (ad esempio i cosiddetti RAD) che consentono di generare il codice sorgente a partire da diagrammi e rappresentazioni grafiche di compiti, evitando di scrivere a mano il codice stesso.
Ma quasi tutti questi rimedi hanno portato anche svantaggi, principalmente inefficienza e vincoli di rigidità sui prodotti software ottenuti. Negli ultimi anni la rivoluzione agile, attraverso l’adozione di nuovi metodi di lavoro, ha portato finalmente un miglioramento deciso. In particolare l’adozione del DevOps [2], una metodologia che si concentra sia sullo sviluppo sia sulla fase di esercizio operativo del software, sta portando un miglioramento deciso nella qualità del software stesso.
Per poter essere veramente efficace tuttavia questa nuova organizzazione prevede che i singoli sviluppatori abbiano una notevole abilità ed esperienza o siano coadiuvati da un abile system architect, per costruire un software ben strutturato e ben scritto. E che i team di lavoro siano bene organizzati.
E questo è purtroppo in alcuni casi un punto dolente. Molti grandi progetti software italiani sono ancora basati su metodologie antiquate (anche per la non conoscenza delle nuove da parte dei capi progetto) e/o soggetti ad un rapido turn-over degli sviluppatori, oltre che a tempi compressi per sviluppo e test. Il risultato è software di cattiva qualità, che poco può competere sui mercati esteri.
Quindi, per poter raggiungere l’obiettivo di fornire produzione di software sul mercato internazionale, dato che la maggior parte dei paesi dell’est Europa e delle software house indiane ha già adottato le metodologie moderne, occorre migliorare la qualità dei processi interni, introducendo le nuove competenze necessarie.
E’ una questione strategica, necessaria se non si vuole perdere questa grande opportunità per il nostro sistema paese. E occorre anche che i nuovi programmatori siano adeguatamente preparati e che quelli esistenti siano adeguatamente aggiornati.


Bibliografia

1. G. Destri e C. Lombardi “I processi di Sviluppo Software: la storia” http://www.giuliodestri.it/documenti/D06_StoriaSviluppoSoftware.pdf
2. C. Lombardi e G. Destri “I processi di Sviluppo Software: l’evoluzione agile e il DevOps” https://www.slideshare.net/giuliodestri/i-processi-di-sviluppo-software-levoluzione-agile-ed-il-devops
codice sorgente

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge Trasparenza e Partecipazione nella PA

Impara la semplificazione e mettila da parte. Per le Pubbliche Amministrazioni e non solo.

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Semplicità? Niente di meno facile…

 

“Scusami se ti ho scritto una lettera lunga.
Non ho avuto il tempo per scriverla più corta.”

Blaise Pascal

[dropcap3]C[/dropcap3]he la semplicità sia un traguardo particolarmente complesso da raggiungere, è un dato di fatto facilmente visibile in tutti gli aspetti della nostra vita.
Più cerchiamo di semplificarcela, infatti – magari con l’ausilio di artefatti vari e nuove tecnologie – più la complichiamo nostro malgrado, trovandoci a doverne poi gestire gli aspetti manutentivi.
Questa stessa considerazione, se applicata al tema della tanto vituperata burocrazia, ci potrebbe forse portare a valutazioni più mitigate e clementi di quelle che, puntualmente, ciascuno di noi fa ogni volta che si incontra-scontra con i suoi cosiddetti “lacci e lacciuoli”.
[bctt tweet=”La complessità di molte delle procedure di semplificazione è difficile da sintetizzare.” username=”MapsGroup”]
La complessità insita in molte delle procedure di “semplificazione” in cui ci imbattiamo quotidianamente, infatti, è difficile da sintetizzare, necessitando a sua volta di cambiamenti di status, innovazioni e aggiornamenti vari.
Accade così che gli strumenti o le pratiche che ci dovrebbero consentire di attraversare indenni (o quasi) gli iter normativi e burocratici, che dobbiamo nostro malgrado adempiere, si aggrovigliano invece nel tempo, anziché sbrogliarsi. È il caso del processo (interminabile) di digitalizzazione che stiamo attraversando.
Ma, al di là dell’attualità, cercando esempi virtuosi cui fare riferimento, sembra che ci sia poco da fare, perché – incredibile ma vero – questo non è un problema solo attuale e contingente, ma si perde nella memoria dai tempi dell’uomo cosiddetto “moderno”, e prima ancora.
 

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Burocrazia: da dove viene, dove conduce.

L’origine della parola, “burocrazia”, ci riporta essa stessa alla fusione di lingue e culture differenti: l’origine francese del termine, bureaucratie, formato (sul modello di aristocrazia) con l’astratto cratie – dal greco antico krátos “forza, potere”), preceduto da bureau (“ufficio pubblico”) risale al XVIII secolo.
Continuando a essere clementi, possiamo osservare come la burocrazia, seppure ostica, sia finalizzata a rendere accessibili, attraverso iter e procedure, beni o risorse (materiali o immateriali che siano) che in altri contesti politici e sociali sono, nella migliore delle ipotesi, affidate al singolo che è in grado di attingervi (pensiamo all’istruzione) e nella peggiore sono del tutto indisponibili, come ancora oggi accade nelle teocrazie e nelle dittature (pensiamo alla libertà stessa).
[bctt tweet=”La burocrazia, seppure ostica, è finalizzata a rendere accessibili beni o risorse  in altri contesti inattingibili.” username=”MapsGroup”]
La burocrazia, quindi, con tutti i suoi limiti, è la concretizzazione di un potere amministrativo che cerca di rendere standard e disponibili (in teoria) procedure di accesso ai beni e alle risorse. Il tutto (ancora in teoria) secondo regole pubbliche e trasparenti.
Regolamenta dunque iter e percorsi che, in una società stratificata, sarebbero impossibili da gestire tramite semplici passaggi di consegne o interazioni anche di gruppo. Attinge dunque fin dal suo esordio a materie “complesse”, e tenta di normarne e favorirne (sempre in teoria) l’accesso.
Dicevamo che non sono solo “matasse” dei giorni nostri, queste, da sbrogliare. Uscendo dalla nostra lente contingente di osservazione, ad esempio, ricordiamo che uno degli istituti burocratici più antichi e utili – e che si è evoluto di recente – è ad esempio la posta.

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Va dove ti porta il postino.

Come sarebbe stato mai possibile, per un singolo, far avere un messaggio al di là dell’oceano a chiunque?
E come sarebbe stato possibile organizzare una tale “filiera” – deputata alla distribuzione delle comunicazioni e delle informazioni, anche vitali – tanto estesa geograficamente e duratura nel tempo – senza un’idonea organizzazione di tipo burocratico?
La burocrazia, seppure tanto bistrattata, può anche fare la fortuna di una nazione – pensiamo ai modelli di welfare del nord Europa – così come può sprofondarla in un labirinto kafkiano senza sbocchi –e qui i modelli da citare sarebbero fin troppi…

Per fare un esempio che non sia dei giorni nostri, ad esempio, citiamo un epoca non sospetta, ovvero i primi decenni del secondo Ottocento, in cui fu l’impero asburgico a soccombere sotto il peso di un apparato burocratico sovradimensionato rispetto alle possibilità economiche e organizzative dell’epoca.
Oggi il “pallino” – per così dire – è nel campo di gioco del famigerato passaggio dall’analogico al digitale. Che, in questo momento, fatica a decollare.
[bctt tweet=”Anche in epoche non sospette le organizzazioni dello stato hanno arrancato sotto il peso dell’apparato burocratico,” username=”MapsGroup”]

E tuttavia noi –
né apocalittici né integrati, ma inguaribilmente ottimisti – consigliamo innanzitutto la lettura un articolo che riporta una serie di casi in cui il bene comune è ben organizzato, condiviso e applicato… Si va dalla “differenziata a fastidio zero” all’Intelligenza Artificiale che risponde ai quesiti dei cittadini nei Social Network della Pubblica Amministrazione.

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Infine una notizia di cui andiamo fieri!

La nostra autrice Paola Chiesa, vice-sindaco di Baldissero, è la coordinatrice del MaB’s Ambassador, che è stato tra i vincitori del premio “Piemonte Innovazione” indetto da ANCI Piemonte e Forum PA. Si tratta di un progetto che è il primo esempio in Italia di Riserva di Biosfera in ambito urbano di cui il Comune, insieme ad altri 84, fa parte dal mese di marzo 2016.
Il progetto ha coinvolto gli studenti residenti che frequentano il Liceo Monti e l’Istituto Tecnico Vittone di Chieri, e ha potuto contare sulla collaborazione attiva dell’Ente di gestione delle Aree Protette del Po Torinese, dell’Associazione italiana Giovani per l’UNESCO – Dipartimento Piemonte, del Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, dell’Associazione culturale Albacherium.
Il tutto così, come piace a noi: quotidianamente e… semplicemente!
 
PA

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Il "turismo lento"… il Piemonte meta d'ispirazione di un nuovo trend turistico.

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Chi  va piano…

[dropcap3]I[/dropcap3]l 2016 è stato l’anno dei Cammini, il 2017 l’anno dei Borghi, il 2018 è l’anno del Cibo. Il 2019 sarà invece l’anno nazionale del “turismo lento”.
Si tratta di una tipologia di turismo che valorizza il territorio stimolandone la conoscenza e incentivando l’immersione del turista in una dimensione che gli consenta di vivere il viaggio e il soggiorno osservando, ascoltando, gustando l’ambiente che lo circonda, nei particolari.
Una forma di turismo spiccatamente individuale, e comunque per persone che non desiderano tanto evadere da se stesse, quanto piuttosto ritrovarsi.
Un dettaglio importante, che ci ricorda il legame tra il fattore tempo, la conoscenza, la cultura. Italo Calvino diceva che:

“di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda.”

Di fronte alla “trasformazione del cliente”, l’approccio tradizionale dei mercati non è più sufficiente: un solo turista straniero su dieci viene in Italia con un viaggio organizzato e sempre più i “clienti” sono non solo gli organizzatori della propria vacanza ma anche i “certificatori” che fungono da guida per altri (offline e online) e parte attiva nella creazione di prodotti turistici.
I target diventano più estesi e trasversali a culture e classi sociali, mentre cresce una maggiore sensibilità e attenzione per sostenibilità ed esperienza del territorio. Tra l’altro, si stima che entro il 2025 le transazioni legate alla sharing economy nei cinque principali settori – finanza collaborativa, alloggi tra privati, trasporti tra privati, servizi domestici a richiesta e servizi professionali a richiesta – varranno 570 miliardi di euro ovvero un valore 20 volte superiore a quello attuale che è di 28 miliardi e che rappresenta ancora solo lo 0,035% del complesso dell’economia globale.
[bctt tweet=”Di fronte alla trasformazione del cliente, cambia anche l’approccio dei mercati al turimo.” username=”MapsGroup”]
Rispetto ai trend sottesi in questa trasformazione del turista, caratteristiche quali la velocità di cambiamento, la centralità dell’esperienza e la pervasività delle tecnologie implicano da parte di chi costruisce l’offerta turistica la capacità di fornire risposte flessibili, nell’ambito di una visione che si sostanzi in soluzioni integrate e in servizi di rapida erogazione.
Restringendo il campo di analisi al Piemonte, questa regione dal punto di vista turistico ha avuto una particolare accelerazione in seguito ai giochi olimpici invernali del 2006.
Analizzando i dati dell’Osservatorio Turistico regionale, che annualmente studia l’andamento e l’evoluzione dell’offerta e della domanda del mercato turistico e monitora le attività di promozione, informazione ed accoglienza turistica in Piemonte, possiamo infatti rilevare come i trend delle presenze dei turisti, degli arrivi, degli esercizi ricettivi, dei posti letto, abbia registrato percentuali di crescita particolarmente interessanti, con trend di crescita costanti nell’arco temporale 2008-2017, come si può rilevare dalle tabelle.


I dati statistici dell’osservatorio turistico regionale trovano d’altra parte una corrispondenza anche nel monitoraggio che abbiamo effettuato con il tool Webdistilled, sulle conversazioni avvenute in tutte le province piemontesi tra gennaio ed aprile 2018.
Le attività di comunicazione, diffusione e reshare avvenute attraverso i media (in particolare quelli online) relative alla tematica turismo/cultura, rappresentano infatti – da sole – la metà delle conversazioni avvenute rispetto a quelle totali, come si ricava dal monitoraggio delle conversazioni nelle città piemontesi nel periodo che va dal mese di gennaio a quello di aprile.
 

Monitoraggio conversazioni Città di Torino, periodo gennaio/aprile 2018.

 
Monitoraggio conversazioni nelle città di Asti, Alessandria, Biella, Cuneo, Novara, Vercelli (VCO) nel mesi gennaio/aprile 2018.

 

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Il Piano Strategico del Turismo 2017-2022

Allargando nuovamente la visuale, di fronte al fenomeno di crescita globale del turismo si è reso necessario individuare uno strumento che consenta di rafforzare la vocazione dell’Italia come Paese dell’arte e della cultura e governare lo sviluppo del settore turistico.
Questo strumento si chiama Piano Strategico del Turismo (PST) ed è stato elaborato dal Comitato Permanente di Promozione del Turismo, con il coordinamento della Direzione Generale Turismo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – MiBACT. Ha un orizzonte temporale di sei anni (2017-2022), durante il quale, attraverso un metodo aperto e partecipato, declina, a livello nazionale, un nuovo “sistema organizzato” per il miglioramento della competitività turistica dell’Italia: le Amministrazioni competenti, centrali e regionali, e tutti gli operatori del turismo italiano, pubblici e privati, contribuiscono, attraverso una pluralità di strumenti di condivisione, sia di confronto diretto, sia di natura digitale, alla definizione del Piano e alle sue fasi successive.
Quali sono gli obiettivi generali del Piano da qui al 2022:

  • Innovare, specializzare e integrare l’offerta nazionale
  • Accrescere la competitività del sistema turistico
  • Sviluppare un marketing efficace
  • Incentivare una governance partecipata nel processo di elaborazione e definizione del Piano e delle politiche turistiche.

Il Piano ha in realtà, forte delle statistiche e delle previsioni positive, uno scopo molto ambizioso, che è quello di porre il settore turistico al centro delle politiche di sviluppo del Paese. Individua a tal fine tre direttrici che devono stare alla base delle strategie, degli obiettivi e degli interventi: la sostenibilità, l’innovazione e l’accessibilità/permeabilità dei territori.

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Cosa si intende esattamente?

La sostenibilità del turismo è intesa nelle sue diverse accezioni relative alla specificità dell’ ambiente, del territorio, alla salvaguardia del patrimonio, al contesto socioeconomico, alla diffusione della cultura e al coinvolgimento della cittadinanza.
L’innovazione si estende ad un vasto campo di interventi: dai prodotti ai processi, alle tecnologie, ai modelli organizzativi, alla creazione di nuove competenze.
L’accessibilità/permeabilità fisica e culturale dei luoghi punta a rafforzare la fruizione turistica per tutte le persone senza distinzione delle loro condizioni di età o di salute; l’accessibilità di luoghi e territori attraverso sistemi di mobilità sostenibile; la possibilità per i visitatori di comprendere e interpretare la storia, la complessità e la varietà del patrimonio visitato (permeabilità culturale)
Ma la vera sfida cui sono chiamati gli enti pubblici e gli operatori privati, per tradurre gli ottimi e condivisibili obiettivi, strategie e interventi in risultati efficaci, è quella di favorire l’integrazione della filiera del turismo.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Integrazione delle risorse: in primo luogo, l’attrazione e la competitività turistica dipendono dalla capacità di integrare la fruizione di risorse diverse, associando a esse prodotti distintivi, e di combinare (per la costruzione di questi prodotti) elementi come la disponibilità delle infrastrutture e dei servizi, l’accessibilità dei luoghi, la regolazione delle imprese e della concorrenza, le competenze, la promozione, le condizioni di lavoro.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Integrazione produttiva: una seconda dimensione dell’integrazione è quella produttiva: il turismo è basato sul funzionamento di un vasto sistema di interdipendenze produttive (che coinvolge settori molto diversi, dall’agricoltura ai settori manifatturieri, dai trasporti ai servizi), attiva filiere diversificate e può produrre effetti in comparti economici anche molto distanti dall’attività turistica in sé, per effetto delle modifiche generate nella qualità generale e nell’attrattività dei territori.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Integrazione dei soggetti decisori: infine, l’integrazione si definisce in relazione agli attori del sistema del turismo, che ha al suo centro le Regioni e il vastissimo e variegato sistema delle imprese. Integrare gli attori significa costruire modelli più efficaci di governance delle politiche per il turismo, attivando strumenti di coordinamento e interrelazione funzionali allo sviluppo del sistema turistico. In questo ambito un’importanza fondamentale riveste la costruzione di una promozione coordinata dei territori, anche attraverso social media strategy condivise.
Per monitorare e valutare l’efficacia delle azioni attuative del Piano, è necessario individuare una serie di indicatori di risultato: ad esempio misure di variazione del benessere, qualità della vita, attrattività e specializzazione delle mete turistiche; numero di iniziative di intermodalità avviate, misure di digitalizzazione dei servizi di promozione turistica.
Anche un’attività di monitoraggio come quella da noi effettuata, si può rivelare uno strumento strategico prezioso per intercettare e analizzare le conversazioni sui social, web e stampa, accendendo l’attenzione del mercato e captando in real-time la diffusione di messaggi fondamentali in termini di reputazione e notorietà.

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Riassumendo…

 
Cultura e turismo sono elementi inscindibili per una lungimirante politica di sviluppo del brand Italia, da proporre come un museo diffuso organizzato in alcuni cluster di punta: natura, aree protette e paesaggi naturali; borghi e patrimonio immateriale; cultura diffusa, poli museali minori e spettacolo; cammini e itinerari religiosi; food e itinerari del gusto; lusso; terme, salute e benessere della persona; sport e grandi eventi; MICE (Meetings, Incentives, Conferences and Exhibitions) quindi riunioni, esposizioni, fiere.
In questo quadro è auspicabile che la Regione operi sul territorio sempre di più come una cabina di regia, mettendo a sistema informazioni e servizi , facilitando la creazione e la gestione di reti, investendo nella formazione di nuove competenze, agevolando il confronto e la collaborazione tra i diversi soggetti pubblici e privati.
Contestualizzare e identificare in modo approfondito i cluster turistici di cui sopra all’interno della regione, può essere inoltre una modalità concreta per incentivare la partecipazione dei Comuni ai tavoli di lavoro (per esempio agli Stati Generali della Cultura e del Turismo) favorendo una conoscenza diffusa della specificità dei singoli territori, l’emersione e la condivisione di best practice, la diffusione della conoscenza.
Dal basso, producendo cultura.

Paola Chiesa


Sitografia:

Rapporti statistici dei flussi turistici in Piemonte
Piano Strategico di Sviluppo del Turismo
Stati Generali della Cultura In Piemonte
Stati Generali del Turismo per il Piemonte

Langhe