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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società

Total cost of ownership: spese di costruzione e di esercizio di un sistema IT

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[/sf_iconbox]I servizi IT e la loro evoluzione

[dropcap3]N[/dropcap3]egli articoli precedenti abbiamo trattato due figure professionali fondamentali dell’IT: lo sviluppatore di software(o developer) e l’amministratore di sistema (o sysadmin) e il problema generale della evoluzione dei servizi software. Il DevOps e la gestione del ciclo di vita dell’intero servizio hanno migliorato moltissimo le cose, riducendo i problemi e migliorando le performance.
Nel corso del ciclo di vita – dal momento della sua ideazione, passando per la sua progettazione, implementazione ed entrata in esercizio, sino al momento del suo ritiro definitivo – un servizio IT subisce moltissime trasformazioni. Nel panorama di oggi un servizio IT deve cambiare sia dal punto di vista tecnologico, seguendo l’evoluzione della tecnologia, sia  dal punto di vista funzionale, aggiungendo via via nuove funzioni e capacità in base alle esigenze del business. Un servizio IT, dunque, non è qualcosa di statico che opera sempre allo stesso modo costante nel tempo, ma è qualcosa che si evolve in base alle esigenze del business e alla tecnologia. Il servizio IT alternerà, nel corso degli anni, momenti in cui il suo funzionamento rimane costante a momenti in cui si evolve e si trasforma.
[bctt tweet=”Un servizio IT non è qualcosa di statico che opera sempre allo stesso modo costante nel tempo, ma è qualcosa che si evolve in base alle esigenze del business e alla tecnologia. ” username=”MapsGroup”]
In passato, la necessità di fare evolvere continuamente un servizio è stata affrontata con la distribuzione, magari tramite CD o dischetti spediti via posta fisica, di aggiornamenti (patch) software, destinati ad essere applicati ai servizi seguendo opportune procedure. Poi gli aggiornamenti sono stati scaricati da Internet, come avviene, ad esempio, con gli aggiornamenti periodici dei browser. Per quanto riguarda i grandi servizi, come i portali Web, l’aggiornamento diventa qualcosa di continuo, con la necessità da un lato di evolvere le funzioni e dall’altro di seguire la tecnologia.
In questo articolo affronteremo il tema dei servizi IT e della loro evoluzione da due punti di vista collegati: quello architetturale e quello dei costi.
Accanto al costo di progettazione e realizzazione di un servizio, ovvero il costo complessivo del progetto iniziale che porta a costruire e rendere disponibile per gli utenti il servizio, c’è, infatti, anche il costo di mantenimento, suddiviso fra le spese necessarie per il funzionamento quotidiano e le spese per i progetti di trasformazione che, per i motivi suddetti, il servizio IT dovrà subire, per rimanere allineato nel tempo con gli obiettivi di business. In termini economici, quindi, occorre – in un progetto – considerare il “Total Cost of Ownership “, ossia il costo totale di possesso, somma di tutti i costi di realizzazione e mantenimento in esercizio, all’interno del ciclo di vita di un servizio IT.

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[/sf_iconbox]Progettare per l’evoluzione: controllo dei costi

Partiamo con un esempio (ogni riferimento a fatti realmente accaduti è…). Supponiamo di avere realizzato un servizio IT fruibile via Web, ad esempio un portale di e-commerce, e che il servizio abbia successo ed il suo uso si espanda. Ecco i fattori di carico che aumentano:

  • Il numero totale degli utenti del servizio cresce: statisticamente, anche gli utenti collegati in un dato momento aumentano;
  • Il numero dei dati contenuti nel servizio cresce progressivamente;
  • Le singole operazioni svolte dagli utenti possono diventare più pesanti, sia perché vi sono più dati e più utenti collegati, sia perché, in una evoluzione funzionale, potrebbe aumentare il peso stesso delle singole operazioni, arricchite di nuovi componenti.

Risultato: le prestazioni rallentano e, di fronte al rischio di diventare inusabile per eccessiva lentezza, i gestori del servizio decidono di aumentare la potenza hardware sottostante (“il ferro – ossia l’hardware – costa poco…”).
10 anni fa questo significava acquistare nuovi server fisici e porli nel data center facendo funzionare anche su di essi l’applicazione, oppure sostituire direttamente l’insieme dei server con altri più potenti. E sorgono alcune domande:

  • L’applicazione è veramente progettata per sfruttare al meglio una architettura hardware in cui vi sono più server?
  • Di conseguenza, quanta potenza computazionale non stiamo usando al meglio?
  • Le componenti di software proprietari presenti, ad esempio il DBMS, come aumentano le licenze al crescere della potenza hardware sottostante?

E quindi poteva verificarsi il caso in cui occorreva aggiungere molti server o molte CPU per ottenere nuovamente prestazioni accettabili. E questo faceva crescere di molto i costi delle licenze annuali del software proprietario, con conseguente aumento enorme del costo di esercizio della struttura.
“Poco male” – si potrebbe dire – È il passato. Oggi, con i server virtuali ed il cloud…” Bene: oggi, con i server virtuali diventa possibile aggiungere dinamicamente CPU e/o RAM e spazio disco ad un server virtuale, se e solo se queste risorse hardware sono presenti nell’insieme di macchine fisiche su cui le macchine virtuali funzionano entro un data center aziendale.
Quindi, se non si sono tali risorse, sarà necessario nuovamente procedere all’acquisto. E la licenza del software proprietario segue la stessa politica, per cui aumentare il numero di CPU anche virtuali significa aumentare i costi delle licenze.
[bctt tweet=”Oggi, con i server virtuali, diventa possibile aggiungere dinamicamente CPU e/o RAM e spazio disco a un server virtuale, soltanto se queste risorse hardware sono presenti nell’insieme di macchine fisiche aziendali su cui le macchine virtuali funzionano.” username=”MapsGroup”]
“Allora spostiamoci sul cloud, dove le risorse sono illimitate” – in molti penseranno a questo punto. E in parte potrebbe eessere così: il cloud di grandi operatori di mercato, come Amazon, Microsoft Azure, Google, ecc… è basato su grandi data center e teoricamente illimitato come risorse.
Ma quando acquistiamo queste risorse, le paghiamo. Ogni CPU a nostra disposizione sul cloud viene pagata, lo spazio disco in più viene pagato. Software presenti come servizi nel cloud hanno un costo di licenza.
In alcuni tipi di contratto il pagamento viene fatto proprio in base ai clicli di funzionamento delle CPU virtuali del cloud usate dai servizi che abbiamo posto nel cloud stesso, calcolate dall’operatore come se fossero minuti telefonici. Quindi le risorse usate si pagano. E lo stesso vale per le licenze di software proprietario, quotate quasi sempre in modo proporzionale al numero di CPU coinvolte nel servizio basato su tale software proprietario.
Chiaramente, se il servizio è a pagamento, produce un valore per i clienti e questi pagano, il fatto che i clienti aumentano dovrebbe significare maggiori incassi e quindi coprire ampiamente le maggiori spese.
Ma è veramente così? Sicuramente, per servizi a pagamento, gli incassi aumentano. Ma per servizi interni ad una azienda e fruiti da dipendenti e collaboratori dell’azienda stessa? E, soprattutto, l’aumento delle richieste di risorse (e quindi i corrispondenti costi di esercizio), cresce in modo proporzionale all’aumento della qualità dei servizi erogati (e quindi ai corrispondenti benefici ed eventuali incassi)?

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[/sf_iconbox]Progettare per l’evoluzione: architetture ottimizzate e scalabili

Ricapitolando quanto appena visto, il risultato è quindi che il servizio IT richiede alla propria infrastruttura IT che ne consente il funzionamento:

  • Più CPU, ovvero più potenza computazionale, per poter garantire al singolo utente tempi accettabili per la elaborazione dei propri dati e poterli trattare in mezzo ad una mole di dati crescenti;
  • Più memoria RAM per elaborare i dati in memoria;
  • Più capacità di storage per memorizzre i dati che crescono.

Questo aumento dipende dal tipo di soluzione software: se l’applicazione è costruita bene vengono minimizzate le necessità di aumento , che però sono fisiologiche e non sono eliminabili.
Ma c’è una bella differenza fra dover raddoppiare le risorse hardware/cloud se si raddoppiano, ad esempio, il numero di utenti o la quantità di dati e doverle quadruplicare, o più, perché il software non è stato progettato in modo da essere scalabile ed occorre trovare soluzioni.
[bctt tweet=”C’è una bella differenza fra dover raddoppiare le risorse hardware/cloud nel caso in cui si raddoppino ad esempio il numero di utenti, oppure doverlo fare perché il software non è stato progettato in modo da essere scalabile.” username=”MapsGroup”]
Cosa significa questo in pratica? Che occorre cambiare il modo di progettare le soluzioni IT. Se non sono veramente molto specifiche per risolvere un problema ben delimitato, dovrebbero essere pensate sin dall’inizio per poter evolversi:

  • In senso funzionale, con l’arricchimento delle funzionalità che offrono.
  • Rispetto alla richiesta, con l’aumento del numero di utenti.
  • Rispetto ai dati in esse contenuti, al crescere dei dati stessi.
  • Rispetto alla disponibilità temporale, qualora necessario che siano disponibili anche in ore inizialmente previste (a questo proposito: accettereste, per esempio, un sistema di home banking che non è disponibile dalle 23 alle 6 del mattino?).

costi storage
Gli standard e i framework di buone pratiche dicono proprio questo. Ad esempio, il framework ITIL, il più diffuso nell’ambito della gestione dei servizi IT, come schematizzato in figura, afferma che per ogni servizio IT il valore è dato sicuramente dall’aspetto funzionale, ma anche dalle caratteristiche di:

  • disponibilità (availability): il servizio deve essere disponibile solo in ore ufficio o 24x7x365 (24 ore per tutti i giorni della settimana per tutti i giorni dell’anno)?
  • Capacità (Capacity): il servizio ha sufficienti capacità per garantire il suo uso accettabile? E’ stato previsto un meccanismo di ampliamento delle capacità se necessario?
  • Affidabilità/continuità (continuity): il servizio è robusto ed affidabile? In caso di guasto ci sono tutte le risorse tecniche ed organizzative necessarie per ripristinare tempestivamente le sue funzionalità?
  • Sicurezza (security): il servizio è sicuro? I dati contenuti in esso sono mantenuti come:
    • Riservati: accesso garantito soltanto alle persone autorizzate e negato a chiunque altro.
    • Disponibili: accessibili tutte le volte che è necessario.
    • Integri: i dati non si corrompono e non subiscono modifiche non autorizzate.

E queste caratteristiche non devono essere aggiunte in seguito, ma essere presenti fin dalla fase di progettazione. Approccio pienamente conforme anche agli articoli 25 e 32 del GDPR.
La progettazione tecnica quindi deve seguire queste linee guida. Una volta definito al meglio l’insieme dei requisiti funzionali che esprimono il valore di business che il servizio IT dovrà erogare quando entra in esercizio (compito che è in capo al Business Analyst), è necessario tradurre questi in una architettura tecnica che rispetti i principi sopra descritti.
E che quindi possa evolvere nel tempo seguendo le esigenze del business senza nel contempo avere l’esplosione dei costi dovuti a licenze o a massicci potenziamenti dell’hardware. Per molto tempo si è tralasciato questo aspetto, contando sul fatto che l’hardware costa poco… E in parte è davvero così, ma quello che esce dalla porta, entra poi dalla finestra, visti i costi dei servizi cloud e delle licenze software.
Bisogna quindi sviluppare una filosofia della gestione della Capacità (Capacity Management) dei servizi IT, rendendoli il più possibile adattabili; inoltre, dove sono disponibili i dati relativi, occorre prevedere le curve di crescita della richiesta di capacità, soprattutto per quanto riguarda l’area di storage (memorizzazione di massa).
[bctt tweet=”Occorre sviluppare una filosofia della gestione della Capacità dei servizi IT, rendendoli il più possibile adattabili e, dove sono disponibili i dati, prevedere le curve di crescita della richiesta di capacità per quanto riguarda l’area di storage. ” username=”MapsGroup”]
Un disco da un terabyte costa poco, oggi, ma – se vi salviamo dentro molti dati multimediali – fa anche presto a riempirsi. E, in un sistema di storage aziendale RAID, ove i dati sono protetti da incidenti grazie alla ridondanza multipla, il costo di un terabyte di spazio è decisamente superiore. Tutto ciò richiede una professionalità più elevata nei progettisti, e più tipicamente le competenze della figura del System Architect, di cui abbiamo già parlato verso la fine di questo articolo.
E’ davvero necessario? Per servizi IT “piccoli”, e in cui non è prevista una crescita grande, direi di no, ma per servizi di maggiori dimensioni, in contesti ampi (cioè per le grandi aziende, o per l’esposizione su Internet), certamente si, se si vuole risparmiare sui costi di mantenimento.
Purtroppo passare a questo tipo di visione, almeno in Italia, è un vero e proprio cambiamento di paradigma. Il problema della gestione della fase di esercizio e dei suoi costi non è infatti solo nell’IT, ma anche in altri settori strategici per il paese, come purtroppo hanno dimostrato recenti avvenimenti.
Cloud e storage ITC
 


Credits immagini:
1: akub Jirsak
2: Iqoncept

 

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie

Il meglio di 6MEMES di questa estate? Roba per “palati fini”…

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[/sf_iconbox]Il meglio di 6MEMES di questi ultimi mesi?

[dropcap3]P[/dropcap3]ossiamo dire come anticipato nel titolo che è stata un’immersione a metà strada tra “sogno” e “realtà”, entrambi virgolettati perché siamo pur sempre in un un ambito virtuale, quello del nostro blog.
Partiamo poi da un altro assunto: ogni monitoraggio – in qualsiasi area si effettui – è un’attività non solo consuntiva, ma, almeno in parte, predittiva.
Più in dettaglio: osservando il flusso di informazioni che abbiamo a disposizione nel periodo della nostra osservazione, possiamo fare qualche ipotesi di previsione sui dati che ci troveremo davanti nel periodo ancora da venire.
Nel caso di contenuti culturali – come speriamo siano in grado di produrre il nostro blog – la misura degli stessi in termini di visualizzazione, gradimento e coinvolgimento è una finestra con una vista in più: individua i trend selezionati dai lettori.
E lo fa – in maniera implicita – anche in relazione e reazione al mondo circostante e ai suoi topic, più o meno sedimentati, più o meno contingenti.
Per questi motivi, per noi di 6MEMES la fase di raccolta de “Il meglio di” è sempre molto significativa in termini qualitativi, al di là delle indicazioni quantitative che ne derivano.
[bctt tweet=”Ogni monitoraggio – in qualsiasi area si effettui – è un’attività non solo consuntiva, ma, almeno in parte, predittiva.” username=”MapsGroup”]
Facciamo un esempio più concreto.
Se confrontiamo i “record” di questi post estivi con quelli del trimestre precedente, abbiamo una prima conferma di tipo, diciamo così, stagionale: la vicinanza dell’estate al periodo di rilevazione degli articoli (da luglio a settembre compresi) si fa sentire.
Non è infatti un caso che, sia su Twitter che su Linkedin, il primo per numero di visite sia stato l’articolo con cui Sara di Paolo propone una “classifica” di 10 argomenti inerenti l’Italian Food nel mondo, ovvero “Eat spaghetti to forgetti your regretti”.
In questa seconda tappa del viaggio dedicato al Cibo Italiano attraverso siti web e social network, articoli di giornale e blog, trasmissioni radio e tv, in italiano e inglese, Sara propone una “classifica” di 10 argomenti inerenti il topic – selezionati attraverso Webdistilled, in un monitoraggio di oltre 15.000 contenuti – che, in base alla pubblicazione, condivisione e sentiment,  hanno influenzato la comunicazione sul tema.CIBO-ITALIANO
E che sia stata anche l’estate a far risalire l’acquolina nella mente dei nostri lettori, lo dimostra il fatto che lo stesso tema, nella rassegna precedente con il suo primo articolo, aveva raggiunto sì alte vette nelle nostre statalistiche, ma non il primo posto in ben due social.
Eppure, sempre su Linkedin, il secondo gradino sul podio spetta – con poche visualizzazioni in meno rispetto alla medaglia d’oro – un articolo ben più pesante: “Impara la semplificazione e mettila da parte. Per le Pubbliche Amministrazioni e non solo”, di Natalia Robusti.
Si tratta di un articolo in cui l’autrice tenta una difesa (non d’ufficio) della tanto vituperata burocrazia e i tentativi di snellimento che la riguardano, ricordandoci che “la complessità insita in molte delle procedure di semplificazione in cui ci imbattiamo quotidianamente è difficile da sintetizzare, necessitando a sua volta di cambiamenti di status, innovazioni e aggiornamenti vari.”
[bctt tweet=”La complessità insita in molte delle procedure di semplificazione in cui ci imbattiamo quotidianamente è difficile da sintetizzare, necessitando a sua volta di cambiamenti di status, innovazioni e aggiornamenti vari.” username=”MapsGroup”]
I valori più ricreativi vengono lasciati in secondo piano, sempre su Linkedin e Twitter, anche per quanto riguarda il terzo articolo in classifica. Si tratta del tecnicissimo “Ricaduta del GDPR sulla legge 231 con riferimento agli Organismi di controllo” di Maria Bonifacio, che raccoglie la componente del nostro blog vocata al business e all’innovazione.

Maria Bonifacio prosegue infatti la sua analisi sulla responsabilità sociale d’impresa e approfondisce la ricaduta del GDPR sui modelli 231, con particolare attenzione all’individuazione del ruolo assunto nel trattamento di dati personali.
Tornando a Twitter – subito dopo l’articoli sul cibo, e prima di quello del GDPR – la piattaforma mette in evidenza la predilezione del social alle News su eventi ed editoria: al secondo posto si piazza infatti l’articolo articoli dedicato ai nostri consigli di letture estive.
E sì che non sono certo libri “facili”: da Cometa a Paura, da Montagna a Turing: questi i cognomi degli autori che 6MEMES ha scelto per i suoi ombrelloni durante l’estate. “Le letture per l’estate consigliate da #6MEMES. In punta di parola e di dato” consiglia infatti temi come l’evoluzione e delle scienze cognitive, l’avvento del digitale, i media immersivi al confine tra il digitale ed il reale e la biografia romanzata di Alan Turing. Roba per palati difficili, insomma.
È invece Facebook che, tradendo la sua vocazione più “leggera”, premia un post, diciamo così, intrigante ma di settore: “Chi ha paura delle criptomonete?” E non è un caso…
Nel suo nuovo intervento, infatti, Anna Pompilio riparte proprio dalla paura delle parole, concentrando l’attenzione su tre termini: cultura, moneta, tecnologia, fin troppo spesso utilizzati per evocare i nostri peggiori timori.
L’autrice si addentra nel mondo delle criptovalute, monete elettroniche basate sulla tecnologia blockchain che, dal 2009 – con lo scambio del primo Bitcoin – ad oggi, ha conosciuto una decisa evoluzione.
Digital cryptocurrency
E si interroga sulla necessità di rendere non solo questa ma la tecnologia in generale, abilitante per tutti. Dovrebbe trattarsi di una questione culturale, auspica l’autrice, che attiene alla distribuzione di ricchezza e alla democraticità come valore del software: un principio etico che sarebbe bene sforzarsi di tenere sempre a mente.
[bctt tweet=”Criptomonete? Dovrebbe trattarsi di una questione culturale che attiene alla distribuzione di ricchezza e alla democraticità come valore del software: un principio etico che sarebbe bene sforzarsi di tenere sempre a mente.” username=”MapsGroup”]
Finita la nostra panoramica torniamo un ultimo istante alle nostre premesse sull’attività predittiva della nostra misurazione…
Se infatti nel trimestre estivo il top degli articoli è stato centrato sulle delizie del palato, allora volentieri vi anticipiamo qualcosa sul piano editoriale del prossimo anno: ci saranno novità, sorprese e anteprime…
Assieme a un bel fuoco di artificio di fine 2018: tanti bei Quaderni di 6MEMES in arrivo, da leggere con calma nella pausa di fine anno. Ce ne sarà per tutti gusti e i palati.
Del resto: “Palato fine, mente sottile”, diceva Ernst Bloch. Come dargli torto? Alla prossima… chicca!
 

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6MEMES TRENDS Trasparenza e Partecipazione nella PA

Rivoluzione digitale: ci aiuta a risolvere problemi complessi, ma non le complessità dell’epoca moderna.

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[dropcap3]T[/dropcap3]utto ciò che attiene all’innovazione digitale è profondamente intriso di complessità.
Le piattaforme digitali, i device digitali, pervadono in modo orizzontale ogni ambito della nostra vita nel suo divenire. Proprio per questo le piattaforme digitali si imbevono delle contraddizioni che tutti noi produciamo nel nostro modo di vivere.
Anzi, le diverse piattaforme diffondono e divulgano le nostre complessità.
Un algoritmo facilita molte nostre attività nei svariati campi della vita, ma un algoritmo non risolve i problemi.
Le diverse forme di intelligenza artificiale possono facilitare e ottimizzare la predittività, ma esse sono alimentate dagli impulsi dei cervelli di milioni di persone. Gli algoritmi sono scritti da esseri umani, secondo indirizzi umani; le diverse risposte sono “commissionate” da altri esseri umani secondo le loro necessità.
Ecco perché le piattaforme e i device digitali ci possono aiutare a risolvere “problemi complessi”, ma non risolvono le diverse complessità dell’epoca moderna. Facciamo alcuni esempi:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]1) Le piattaforme digitali maggiormente utilizzate dall’umanità in modo pervasivo (grazie alla diffusione dei cellulari e dei tablet) sono i social network.
Anzi, un’infinita quantità di persone è convinta che il digitale e internet siano i social network, o, ancora meglio, sono convinti che il digitale sia Facebook. Non sto scherzando, purtroppo.
Per molto tempo siamo stati tutti certi  che i social network fossero uno strumento che, in modo incomprimibile, avrebbero aiutato il diffondersi della democrazia nel mondo.
Abbiamo sostenuto che le “primavere arabe” (e movimenti similari in tutto il mondo) avessero trovato in Twitter e in Facebook lo strumento per diffondere il messaggio di libertà e di democrazia.
Questa convinzione aveva un suo fondamento. Ovviamente, come ha poi dimostrato la storia, dopo la caduta dei regimi più o meno totalitari, purtroppo non si è affermata una nuova stagione di democrazia.
[bctt tweet=”Le piattaforme e i device digitali ci possono aiutare a risolvere problemi complessi, ma non risolvono le diverse complessità dell’epoca moderna.” username=”MapsGroup”]
Oggi, anzi, le piattaforme di social networking sono spesso lo strumento principale di disinformazione di massa, che consente di minare le fondamenta del processo democratico.
Ancora una volta ciò che fa la differenza è il genere umano. È un essere umano a diffondere le fake news, è un essere umano che è sollecitato nei peggiori istinti alimentando ogni forma di insicurezza. Soprattutto, è un essere umano a concepire l’algoritmo che decide chi è la tua cerchia di “amici”, cosa condividi e con chi.
[bctt tweet=”Piattaforme social e democrazia? Ancora una volta ciò che fa la differenza è il genere umano.” username=”MapsGroup”]
Sono le modalità espressive del social networking che uccidono il pensiero complesso, l’argomentare, la visione strategica. Il messaggio “di successo”sui social network esalta la risposta immediata, lo slogan. Insomma, distrugge la complessità.
Il mondo moderno ha bisogno di ragionamenti complessi, il messaggio veicolato dai social impedisce il dispiegarsi della cultura.
Non è un caso che le piattaforme di social networking siano lo strumento principale attraverso il quale è messa in discussione l’autorevolezza della scienza e degli scienziati.
Il caso vaccini è la dimostrazione palese di tutto ciò.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]2) Le piattaforme digitali, i robot, i diversi device digitali stanno impattando sempre di più sul mondo della produzione.
Ormai da tempo, di parla di industria 4.0, di stampamti 3D, di weareable technologies, di intelligenza artificiale.
Ovviamente queste modalità di produzione e di riorganizzazione della produzione e della distribuzione dei beni (logistica, ma anche punti di vendita)  ha innumerevoli aspetti positivi sotto il versante dell’aumento della produttività per le imprese.
[bctt tweet=”Il mondo moderno ha bisogno di ragionamenti complessi, il messaggio veicolato dai social impedisce il dispiegarsi della cultura.” username=”MapsGroup”]
La Pubblica Amministrazione italiana, ad esempio, avrebbe un beneficio infinito dalla diffusione di modelli organizzativi che, basati sull’utilizzo del digitale, consentano maggiore trasparenza per i cittadini e più efficienza nella fruizione dei servizi.
Nessuno tuttavia si nasconde l’impatto importante che le piattaforme digitali hanno sui livelli occupazionali, soprattutto sulle figure professionali facilmente sostituibili da un robot o dall’intelligenza artificiale.
complessitaCiò vale per il lavoro dipendente in tutti i comparti dell’industria e dei servizi, ma anche nel mondo delle libere professioni.
Spesso a questa affermazione i “guru del digitale” rispondono riesumando impropri paragoni con il “luddismo”. Si dimenticano costoro che la diffusione del digitale è avvenuta durante la peggiore crisi economica degli ultimi decenni.
Talché gli incrementi di produttività dovuti alla massiccia introduzione del digitale non si sono tradotti in una distribuzione del reddito e dell’occupazione.
La risposta – anche al luddismo – è il rafforzamento delle politiche di inclusione e di welfare. Il problema vero è che il welfare dell’epoca digitale non è il welfare del mondo operaio del secolo scorso.
Gli strumenti di welfare vanno interamente ripensati in modo radicalmente diverso –una sorta di discontinuità culturale- rispetto al passato. Innanzitutto perché quello “state” che si accompagna a “welfare” è sempre stato inteso come lo stato nazionale, ma ciò non ha senso nell’epoca della globalizzazione.
[bctt tweet=”La risposta – anche al luddismo – è il rafforzamento delle politiche di inclusione e di welfare. Il problema vero è che il welfare dell’epoca digitale non è il welfare del mondo operaio del secolo scorso.” username=”MapsGroup”]
In secondo luogo nessuno può più chiedere un aumento della pressione fiscale o un indebitamento della Stato (nazionale ma non solo) in un mondo globalizzato. Anche questa è una contraddizione di quest’epoca complessa.
Il digitale genera infiniti benefici alla produzione ma, in assenza di strumenti di tangibile redistribuzione, contribuisce a creare disoccupazione e malessere diffusi…
Venti anni fa, in modo ingenuo, c’era chi teorizzava l’avvento delle nuove classi creative favorite anch’esse dall’avvento del digitale. Oggi, sul piano politico, vincono le forze che sono sostenute dagli esclusi dei benefici del digitale o, peggio, da coloro che sono colpiti dall’avvento del mondo digitale globalizzato.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]3) Da tempo sostengo che la vera sfida sia quella tra l’attuale modello proprietario nell’uso dei dati generati dall’uso del digitale e la riappropiazione e la valorizzazione della conoscenza e del valore generati dall’uso del digitale da parte di miliardi di persone.
Sono sempre di più convinto che il limite nella diffusione delle piattaforme e dei device digitali stia nel necessario coinvolgimento delle persone, del genere umano.

Le piattaforme digitali hanno diffuso modelli pervasivi ma “stupidi” (Facebook in primis), o modelli basati sulla possibilità senza limiiti di consumare (Apple, Amazon), o modelli che si sono appropriati, senza darci un ritorno adeguato, dei dati prodotti dalla nostra attività (Google), o modelli produttivi che stanno espellendo quote importanti di forza lavoro.
[bctt tweet=”Sono sempre di più convinto che il limite nella diffusione delle piattaforme e dei device digitali stia nel necessario coinvolgimento delle persone, del genere umano.” username=”MapsGroup”]
In ognuno di questi modelli ci sono aspetti positivi per il genere umano ma, la sostanza sta nella capacità di condividere la conoscenza. Più apprendiamo grazie al digitale, più “consumeremo” digitale.
Poiché il successo del digitale si basa sul coinvolgimento delle persone (produttori inconsapevoli di dati), sarà necessario ragionare sui modi affinché consapevolmente anche i cittadini possano fruire tangibilmente della ricchezza e dei vantaggi generati dall’uso delle diverse piattaforme digitali.
[bctt tweet=”Il successo del digitale si basa sul coinvolgimento delle persone , quali produttori – anche se inconsapevoli – di dati.” username=”MapsGroup”]
Mi viene sempre in mente la celebre scena finale di Blade Runner nella quale un essere “non umano” afferma “Ho visto cose ….”. Non abbiamo riflettuto a sufficienza che quelle cose “che voi umani non potete immaginarvi” sono il frutto di una conoscenza non condivisa. Ciò che non è condiviso nel mondo digitale ha scarso valore. Ecco perché un mondo smart sarà solo quello governato da un modello democratico di condivisione della conoscenza e del sapere.
Il nostro obiettivo non è quindi quello di eliminare la complessità, bensì quella di governarla ricavandone sapere e conoscenza condivisi.

Michele Vianellocomplessita

 

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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società

Sviluppo versus funzionamento operativo di servizi IT: coordinare esigenze in apparenza contrapposte

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[/sf_iconbox]Sviluppo ed Esercizio

[dropcap3]N[/dropcap3]ei due articoli precedenti abbiamo trattato due figure professionali fondamentali dell’IT: lo sviluppatore di software (o developer) e l’amministratore di sistema (o sysadmin). Due professionalità molto importanti che in Italia sono spesso anche il ruolo di ingresso nel lavoro, talora punto di inizio di carriere professionali che conducono a posizioni come responsabili commerciali, manager, imprenditori.

In questo articolo esaminiamo invece i processi di cui queste figure sono protagonisti: lo sviluppo del prodotto software e/o del servizio IT cui esso da origine e la fase di esercizio di quel software ovvero del servizio IT su di esso basato.
Apparentemente essi hanno caratteristiche ed esigenze di ottimizzazione opposte e che potrebbero venire in contrapposizione.
Lo sviluppo del software, in special modo quello del software custom, cioè costruito ad hoc per le esigenze specifiche di un cliente è un progetto, è definito, seguendo la terminologia “canonica” del Project Management Institute: “uno sforzo temporaneo intrapreso allo scopo di creare un prodotto, un servizio o un risultato unici”, dove temporaneo significa limitato nel tempo.
Il progetto software ha un inizio, che di solito parte con l’analisi, e una fine con un suo esito: il prodotto software viene realizzato e gli errori corretti (in gergo debuggato) o almeno con la maggior parte di essi corretti e consegnato al cliente o rilasciato sul mercato.
Il modello “canonico”, tutt’ora molto usato, è il modello a cascata o waterfall (si veda [1]). La manutenzione ordinaria ed evolutiva (quindi, con l’aggiunta di nuove caratteristiche) di software come, ad esempio, MS Word ha portato ai cicli di sviluppo, un primo passo verso il passaggio da progetto (attività una tantum) a processo (attività ripetitiva).
Ma, quasi sempre, fino ad anni recenti, il focus manageriale in relazione allo sviluppo software è stato incentrato sul completare la fase di sviluppo e rilasciare il software o la versione X del software, caratterizzata da un certo insieme di caratteristiche funzionali, nel minor tempo possibile, con la migliore qualità possibile (caratteristica essenzialmente letta come “con il minor numero di errori possibile”) e al minor costo possibile. Non sempre queste tre esigenze sono compatibili fra loro. Il fatto che poi il software entra in uso in azienda o presso privati e diventa il componente fondamentale di un servizio IT, che deve produrre un valore per il cliente con il proprio funzionamento non era adeguatamente considerato.
[bctt tweet=”Quasi sempre, fino ad anni recenti, il focus manageriale in relazione allo sviluppo software è stato incentrato sul completare la fase di sviluppo e rilasciare il software o la versione X del software. ” username=”MapsGroup”]
La fase di esercizio di un software a formare un servizio IT è un processo, ossia “un insieme di attività coordinate tra loro atte a produrre un valore per i clienti/utenti del processo stesso e ripetute nel tempo”. Sono quindi attività che si ripetono, in modo più o meno ciclico.
L’ottimizzazione di tali attività ha come obiettivo produrre un servizio misurabile con parametri opportuni, come per esempio la velocità di risposta di un programma gestionale a un’interrogazione dell’archivio clienti, il cui valore si mantiene costante nel tempo con un costo per unità di tempo circa costante nel tempo. Quindi le caratteristiche più apprezzabili sono stabilità e duratività.
In alcuni casi questo ha portato all’estrema conservatività: le persone incaricate dell’esercizio dei sistemi tendevano a voler conservare l’esistente nel corso degli anni, opponendosi addirittura ai cambiamenti nei sistemi stessi, in maniera più o meno evidente.

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[/sf_iconbox]L’evoluzione temporale dei sistemi informativi e dei loro servizi IT

Entro le aziende o le organizzazioni come la pubblica amministrazione i servizi IT sono un supporto per le attività di business. L’arroccarsi sulla conservazione dell’esistente (“ciò che funziona non si cambia”) si scontra quindi con due esigenze che sono diventate nel tempo sempre più importanti:

  1. Disporre di soluzioni software conformi alle esigenze di business dell’azienda; all’inizio dell’introduzione dell’IT in azienda (in Italia, tra gli anni’60 e gli anni ’80) tali esigenze erano stabili o variavano poco nel tempo, consentendo quindi pause di stabilità abbastanza lunghe fra un aggiornamento software ed un altro; oggi, in un mercato instabile, l’azienda deve cogliere tutte le opportunità possibili ed l’IT deve seguire e supportare queste esigenze di business;
  2. Ridurre i costi di esercizio: tecnologie proprietarie di aziende vendor, che sino a non molto tempo fa dominavano il mercato oggi sono molto meno frequenti per gli alti costi di esercizio pagati sotto forma di licenze d’uso e canoni di manutenzione di software ed hardware.

A partire da fine anni’90 in poi questo ha prodotto, nelle piccole e medie imprese, il passaggio ad architetture più aperte (spesso basate sui PC), con costi di acquisto e manutenzione molto minori e la scoperta successiva di un costo non considerato, legato alla minore qualità di esercizio: il tempo di fermo macchina, in cui l’azienda subisce il danno della impossibilità, da parte degli operatori, di usare le risorse IT nel proprio lavoro.
Negli anni, trend di mercato tesi a riportare indietro le cose a soluzioni più “centralizzate” e in apparenza più controllabili, si sono alternati a ondate di decentralizzazione, spesso in entrambi i casi pilotati abilmente dagli uffici marketing delle grandi aziende di informatica interessati a vendere.
[bctt tweet=”ITC: negli anni, trend di mercato tesi a riportare indietro le cose a soluzioni più centralizzate – e in apparenza più controllabili – si sono alternati a ondate di decentralizzazione,  in entrambi i casi pilotati spesso e abilmente dagli uffici marketing delle grandi aziende di informatica interessati a vendere.” username=”MapsGroup”]
Questo ha prodotto, in molte aziende, soprattutto in Italia, una sfiducia generale nell’IT, vista come “un male necessario” e non uno strumento di innovazione. In molti casi, tale visione ha scavato un solco sempre più profondo fra le posizioni degli sviluppatori o dei responsabili degli applicativi da un lato e quelle dei sistemisti dall’altro. Questo, sia nel caso in cui gli sviluppatori siano esterni all’azienda che usa il software sia, spesso a maggior ragione, nel caso in cui siano interni.
Estremizzando, secondo gli sviluppatori i sistemisti sono spesso “conservatori sino all’eccesso, si oppongono a tutte le novità, hanno bisogno che gli si scriva tutte le informazioni relative ad un software perché non sono capaci di arrivarci da soli e sono pigri”.
Dall’altra parte, secondo i sistemisti, gli sviluppatori “lavorano male, non fanno adeguate verifiche, non ci danno le informazioni necessarie per installare e gestire i software che, quasi sempre, sono pieni di errori e dobbiamo essere noi a correggere e fare funzionare”.
Queste posizioni, in apparenza inconciliabili, stanno venendo superate, come è necessario che sia. In diverse mie attività di consulenza e coaching aziendale ho operato proprio in questo senso: la prima azione necessaria è stato applicare le tecniche di coaching per fare superare la diffidenza reciproca ai reparti.

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[/sf_iconbox]La soluzione: gestire tutto il ciclo di vita

Per superare le problematiche il primo stadio è stato l’avvento di modelli di gestione riguardanti tutta la fase di vita di un prodotto software, dal momento in cui questo viene concepito, come evoluzione di sistemi precedenti o ex-novo, al momento in cui entra in esercizio e per tutta la durata dell’esercizio, sino a versioni successive o alla sua dismissione (si veda anche [1]).
Un esempio di ciclo è rappresentato nella figura sottostante:
ITC
Il modello forse più diffuso è quello del ciclo di vita del servizio del framework ITIL, ripreso poi nello standard ISO20000 e descritto in questo articolo.
Essenzialmente un ciclo di questo tipo si può suddividere in 5 fasi:

  1. Azione strategica (in ITIL: Service Strategy), in cui viene deciso, in funzione delle esigenze di business se un servizio o un software deve essere realizzato o evoluto e quali obiettivi esso dovrà raggiungere, oltre che quale budget dedicare al progetto di realizzazione e/o evoluzione; corrisponde ai blocchi di definizione strategica del ciclo in figura;
  2. Azione progettuale (in ITIL: Service Design), in cui vengono raccolti i requisiti di dettaglio, compiuta un’analisi funzionale completa e svolta la progettazione, pianificato il lavoro di realizzazione e svolta l’implementazione (blocchi raccolta requisiti, analisi, design, pianificazione e implementazione in figura);
  3. Azione di installazione (in ITIL: Service Transition), in cui il prodotto realizzato viene verificato, collaudato e installato (blocchi test, collaudo, avvio);
  4. Azione di esercizio (in ITIL: Service Operation), in cui il servizio IT basato sul prodotto realizzato funziona normalmente ed eroga il valore per cui è stato creato al business;
  5. Azione di monitoraggio e valutazione necessità di cambiamento (in ITIL: Continual Service Improvement), in cui periodicamente si valuta la rispondenza del servizio ai bisogni presenti del business e le eventuali necessità di modifica e/o evoluzione.

L’insieme dei prodotti (deliverable) di ogni fase diventa poi l’ingresso della fase successiva.
Da un punto di vista manageriale, seguire il modello significa sia gestire perfettamente ogni fase (garantendo che il prodotto relativo sia il migliore possibile) che, soprattutto, gestire il coordinamento del passaggio di consegne tra le fasi.
Tipicamente, infatti, le persone coinvolte operativamente nel ciclo sono impegnate solo in una delle diverse fasi, mentre tra i prodotti di ogni fase deve essere realizzata e condivisa la documentazione necessaria alla trasmissione di ogni informazione necessaria. Questo rende indispensabile la presenza di un manager che sovraintende a tutto il ciclo.
Il problema legato alla implementazione pratica e operativa di tutto ciò è la scarsa percezione del valore delle documentazioni: se non c’è il passaggio delle informazioni necessarie tra le fasi tutti i problemi sopra descritti riemergono con forza.

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[/sf_iconbox]L’evoluzione: l’approccio Agile e il DevOps

L’evoluzione progressiva ha portato prima all’introduzione delle metodologie Agili (si veda [2]) e in particolare del metodo SCRUM, che segmenta un macro progetto in tante fasi di durata limitata, ciascuna delle quali deve produrre un risultato significativo per il business, con un rischio basso.
E poi all’adozione dei processi di Continuous Development [2], ossia un insieme di tecniche per permettere lo sviluppo iterativo continuo delle applicazioni che formano i servizi IT.
Le fasi di ogni iterazione sviluppo-collaudo-rilascio sono ben codificate e coordinate in modo da ridurre la necessità di passaggio di informazioni al minimo indispensabile. Ove possibile, inoltre, le azioni ripetitive come le installazioni vengono automatizzate mediante ampio uso di strumenti software appositi, governati con opportuni linguaggi di vera e propria programmazione.
ITC
L’evoluzione ulteriore ha condotto al DevOps (Development and Operations), una metodologia di implementazione pratica della gestione del ciclo di vita, in particolare del passaggio dallo sviluppo alla messa in produzione. DevOps enfatizza al massimo la collaborazione, la comunicazione e l’integrazione tra sviluppatori software e professionisti IT (sysadmins, DBA, etc.).
[bctt tweet=”DevOps enfatizza al massimo la collaborazione, la comunicazione e l’integrazione tra sviluppatori software e professionisti IT (sysadmins, DBA, etc.).” username=”MapsGroup”]
Lo scopo di questa metodologia è mettere un’organizzazione in grado di fornire prodotti e servizi software in tempi rapidi, evitando i “conflitti” descritti sopra.
DevOps, non a caso, è nato nel contesto di aziende come Twitter ed Amazon, dove cioè il servizio IT e le sue componenti software sono parte fondamentale del business e dove il business stesso evolve rapidamente per seguire le necessità commerciali, così che il software deve essere in grado di stare al passo.
Questo significa che gli sviluppi e i rilasci in produzione (con sostituzioni di componenti precedenti) diventano una necessità globale, magari con più cambiamenti in una stessa giornata di lavoro.
Come mostrato nella  figura, infatti, DevOps prevede l’integrazione globale fra i tre pilastri dei sistemi informativi rappresentati in figura: sviluppo, qualità (test, verifiche, collaudo) e operations. Quindi coordinamento tra i reparti è la soluzione. Arrivare a questo obiettivo prevede un grande cambiamento dentro le aziende, possibile con vere e proprie azioni di coaching per i team.
Per chiudere un commento personale: ho vissuto sul campo la prova pratica di tutto ciò anche in ambito universitario. Alcuni anni fa ho infatti partecipato come relatore di tesi al progetto svolto sul tema di un brillante studente lavoratore che è poi diventato responsabile sviluppo presso l’importante portale Web di servizi dove già lavorava.
L’introduzione del DevOps in questo caso ha portato alla riduzione del 40% della durata di ogni ciclo di sviluppo, con contemporanea riduzione a meno della metà degli errori riscontrati nei software prodotti a formare un servizio IT fondamentale per l’azione di tutto il portale.

Bibliografia

[1] Giulio Destri e Corrado Lombardi – I processi di sviluppo software: la storia
https://www.slideshare.net/giuliodestri/d06-storia-svilupposoftware

[2] Corrado Lombardi e Giulio Destri – I processi di sviluppo software: l’evoluzione agile e il DevOps
https://www.slideshare.net/giuliodestri/i-processi-di-sviluppo-software-levoluzione-agile-ed-il-devops

 

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CLINICAL DATA WAREHOUSE, ne parliamo al Digital Health Summit 2018.

A Milano, dal 10 al 12 ottobre, è in programma Digital Health Summit in sui si parlerà di Sanità 4.0, tra innovazione nei modelli di assistenza socio-sanitaria e nuove tecnologie.

L’evento, nato dalla partnership tra l’Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità (AISIS) e il team che organizza il Life Tech Forum – iniziativa di riferimento dell’e-Health svoltasi a Genova nel 2016 e a Venezia nel 2017 – mette insieme tutti gli attori della sanità digitale.
Nella tre giorni di tavole rotonde e incontri si alterneranno istituzioni, fornitori, operatori del settore ed esponenti del mondo accademico con testimonianze ed esperienze internazionali.

Tra i temi sul tavolo:

  • l’innovazione nei modelli di assistenza socio-sanitaria nel contesto italiano e internazionale, con un focus sulla gestione dei cronici, degli anziani e sull’assistenza a distanza;
  • la trasformazione digitale in ambito farmaceutico e dei dispositivi medici;
  • le tecnologie abilitanti e quelle di frontiera, con i relativi usi e impatti (robotica, strumenti di ‘patient engagement’, Machine Learning & Big data, Telehealth e Telecare) e la conseguente innovazione ‘culturale’.

Proprio nella giornata dedicata all’innovazione di sistema, tecnologica e culturale, venerdì 12 ottobre dalle 11.30, è previsto l’intervento di Maurizio Pontremoli, Business Development Manager delle soluzioni Data Driven Decision di Artexe, che parlerà di ‘Clinical data warehouse: limiti e potenzialità nell’analisi di dati amministrativi e clinici’.

Il tema è molto attuale e riguarda la possibilità per i sistemi informativi sanitari di acquisire un nuovo patrimonio d’informazioni che oggi ha forma narrativa, come referti, lettere di dimissioni e prescrizioni, mettendoli a valore e a sistema.

Contiamo quindi di incontrarvi a Milano, il giorno 12 ottobre, a partire dalle ore 11.30.


Potete trovare maggiori informazioni sull’intera agenda dell’evento nel sito del Convegno oppure sulla pagina Facebook.
 

Il team di comunicazione di Artexe (gruppo Maps).

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Patient journey, Artexe si presenta al mercato tedesco.

Nella storica cornice bavarese del castello Graf Arco, il 20 settembre 2018, Artexe ha avuto l’occasione di presentare alcuni dei suoi servizi innovativi nell’ambito di un convegno dedicato al Patient Journey.

L’evento ‘Der Patient im Mittelpunkt: Patient Journey’, organizzato da Medical-IT Valley – azienda specializzata nella consulenza e fornitura di servizi e prodotti per ospedali e strutture sanitarie in Germania – ha messo sul tavolo argomenti relativi all’innovazione tecnologica paziente-centrica nelle strutture sanitarie tedesche, con particolare attenzione ai temi dell’esperienza del paziente.
Hanno partecipato 22 rappresentanti del top management di importanti aziende assicuratrici, ospedali e provider tecnologici in Germania.

L’incontro ha preso il via con una presentazione di Artexe: grazie alla connessione in remoto con la demo room presso la sede di Milano è stata effettuata una dimostrazione dal vivo di un esempio di Patient Journey, evidenziando in tempo reale i passaggi chiave e i supporti tecnologici utilizzati.
La possibilità di interagire in modalità live con i partecipanti ha consentito:

  • un’efficace comunicazione degli elementi distintivi delle soluzioni Artexe;
  • un importante scambio di idee e suggerimenti.

In particolare, sono stati apprezzati l’approccio Artexe al Patient Journey e le soluzioni di supporto al Patient Flow management.
Dopo una breve discussione su spunti e opinioni degli esperti 2018, in particolare sul controllo orientato alla domanda dell’assistenza sanitaria, il workshop interattivo previsto nel programma del convegno si è soffermato su:

  1. Percorsi del paziente e controllo dell’assicurato.
  2. Strategia informatica per gli ospedali incentrata sul paziente.
  3. Ruolo della cartella clinica elettronica fino al 2021, come parte della pianificazione politica e opportunità per l’industria.

Artexe ha portato un importante contributo alla discussione sull’innovazione nei processi di erogazione dei servizi sanitari attraverso l’applicazione, focalizzata sul paziente, delle tecnologie digitali. Dall’evento sono scaturiti alcuni importanti contatti il cui obiettivo è quello di partire con un progetto demo in Germania nei primi mesi del 2019.

Artexe ha raggiunto un interessante livello di copertura nel mercato italiano delle soluzioni per l’accoglienza ospedaliera e il Patient Flow Management.
Avendo sviluppato una profonda conoscenza delle necessità legate ai percorsi dei pazienti lungo le diverse fasi dei processi di cura, Artexe è ora in grado di consentire la pianificazione di politiche di espansione all’estero.

A tal riguardo sono attualmente in corso iniziative importanti di marketing e pre-sales, in particolare nell’area DACH (Germania, Austria, Svizzera).

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Molteplicità (parte due): ode all'incompiuto? Letteratura e modelli automatici, algoritmi e punti di vista.

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[/sf_iconbox]Uno nessuno o centomila?

[dropcap3]R[/dropcap3]iprendiamo il tema della molteplicità da uno dei tanti fili narrativi lasciati aperti nel precedente post: l’incapacità a concludere che cita Calvino nella sua lezione riferendosi non solo alle opere di Carlo Emilio Gadda, ma anche – tra gli altri – a quelle di Robert Musil e Marcel Proust.
Il seme dell’incompiutezza – come abbiamo già visto molto più prosaicamente nel nostro primo articolo a proposito del buffet sterminato della colazione di un Gran Hotel 😉 – sta infatti proprio nella varietà delle unità che compongono la molteplicità, tale da essere in “perenne espansione”.

Dal punto di vista letterario, Calvino cita “L’uomo senza Qualità” di Musil, in cui l’autore dà conto della conoscenza stessa come della consapevolezza “dell’inconciliabilità di due polarità contrapposte”, la prima chiamata di volta in volta esattezza, matematica, spirito puro, la seconda definita ora “anima ora irrazionalità ora umanità ora caos”…
Non diverso è l’approccio al medesimo tema di Proust e “La ricerca del tempo perduto” in cui “ non certo per mancanza di disegno (…) “il mondo si dilata fino a diventare inafferrabile” e “va infoltendosi e dilatandosi dal di dentro in forza del suo stesso sistema vitale.”
[bctt tweet=”Il seme dell’incompiutezza sta proprio nella varietà delle unità che compongono la molteplicità, tale da essere in perenne espansione.” username=”MapsGroup”]
Sin qui Calvino sembra procedere in una sorta di ode all’incompiutezza, nella vertigine delle sue strutture in abisso tendenti all’infinito. Ma non è così. L’autore lo dice a chiare lettere:

“Tra i valori che vorrei fossero tramandati al prossimo millennio c’è soprattutto questo: una letteratura che abbia fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia e nello stesso tempo della scienza e della filosofia, come quella del Valery pensatore.”

Calvino, a tal proposito, approda a Jorge Luis Borges, perché:

“(…) ogni suo testo contiene un modello dell’universo o d’un attributo dell’universo: l’infinito, l’innumerabile, il tempo, eterno o compresente o ciclico (…)”

Parliamo di regole e modelli, dunque, e della natura combinatoria del mondo, ancor prima che della letteratura.
 

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Esercizi di stile (e di liste)

Ed ecco che Calvino, nella sua ultima lezione compiuta – la penultima di sei, di cui quella conclusiva non vide la luce, se non postuma – anticipa termini che oggi ci circondano da ogni dove:

“Direi che oggi la regola dello ‘scrivere breve’ viene confermata anche dai romanzi lunghi, che presentano una struttura accumulativa, modulare, combinatoria”.

L’autore racconta mirabilmente di un approccio capace di inquadrare la molteplicità in una materia di senso che, anche se non è compiuto appieno, è iniziato e ha un suo percorso in qualche modo tracciato.
Nel farlo, predilige che una struttura che tuttavia non sia automatica, ma anzi capace di contemplare in sé gli aspetti irrazionali, creativi e poetici tipici della natura umana.
[bctt tweet=”Calvino insegue un metodo capace di oltrepassare il senso del limite generato dall’inattingibile varietà del mondo attraverso l’azzardo di una struttura cumulativa, modulare e combinatoria.” username=”MapsGroup”]
Attraverso questo salto culturale, ancor prima che semantico, Calvino – citando Raymond Queneau – ci parla di “libertà compositiva del testo (che) lungi dall’essere mortificata, viene invece esaltata”.
E immediatamente ci riporta a una delle opere più celebri di Queneau, Esercizi di Stile, in cui l’autore si cimenta nella virtuosa collezione di 99 racconti della medesima breve storia rivisitata ogni volta in uno stile differente, riuscendo a rappresentare la molteplicità attraverso un numero finito, seppure consistente, di varianti.
Si tratta di uno sguardo simile a quello proposto da Umberto Eco in merito al problema della catalogazione del sapere, individuando nella “Vertigine della lista”  la natura di ogni forma di catalogazione che “suggerisce quasi fisicamente l’infinito, perché di fatto essa non finisce”.
Si apre così una finestra spazio temporale sulla natura paradossale della molteplicità che, a partire da uno scorcio parziale, rende visibile l’assoluto.
 

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[/sf_iconbox]L’autodeterminazione della molteplicità (e del palato).

Torniamo ora all’esempio un po’ naïf  fatto nella parte prima del nostro discorso sulla molteplicità, ovvero al buffet sterminato delle colazioni del Grand Hotel.
Immaginiamo che – in uno sforzo di volontà obiettivamente incompatibile con lo stile ozioso di una vacanza degna di questo nome – l’approccio al nostro breakfast sia stato diverso rispetto a quello standard, dettato dalla nostra golosità e dalle nostre abitudini alimentari.
Proseguiamo nella nostra simulazione immaginando di avere invece preventivamente stilato in maniera “cumulativa, modulare e combinatoria” una lista dei vari piatti, suddividendoli secondo le varie tipologie di cibo (dolce, salato, agrodolce…), di ingredienti (locali o esotici, dietetici o calorici…) e di trattamento del cibo stesso (conservato o fresco, cotto o crudo)…
E che poi – in base a varianti del tutto personali e contingenti, ovvero il nostro gusto, la curiosità e la “salubrità” degli ingredienti – abbiamo selezionato dalla lista un numero di piatti sì limitato, ma esteso a ogni variante di cibo, e che di questa sotto-lista abbiamo infine assaggiato tutto quello che il nostro palato e la nostra pancia potevano ingurgitare.
[bctt tweet=”Siamo sicuri che – nel momento in cui non interveniamo attivamente e consapevolmente nel momento di ogni nostra selezione e decisione – sia proprio solo il caso, a fare da padrone?” username=”MapsGroup”]
A quel punto, ne sono certa, la nostra colazione sarebbe stata sì più faticosa e meno spontanea, ma sarebbe risultata anche più varia e gustosa, rappresentando un’esperienza a suo modo appagante, perlomeno rispetto alla molteplicità.
E se il Grand Hotel non fosse stato in una località per noi facilmente raggiungibile, ma si fosse trovato dall’altra parte del mondo, rappresentando un’occasione irripetibile per assaggiare sapori altrimenti introvabili, magari la fatica sarebbe valsa la pena.
E comunque: siamo sicuri che – nel momento in cui di fronte a un evenienza simile non interveniamo attivamente e consapevolmente nel momento della selezione – sia proprio solo il caso, a fare da padrone?
Siamo certi che, di fronte alla molteplicità di scelte possibili, l’agire per istinto o secondo il caso ci porti a risultati “vergini” da ogni calcolo? O non ci esponga al rischio, piuttosto, che sia qualcosa o qualcun altro a decidere per noi?
Nel caso del buffet la vicinanza del piatto e del suo tavolo alla nostra postazione, ad esempio, o la scelta fatta all’ultimo momento del nostro vicino di tavolo che ci ha inavvertitamente condizionato, o ancora la dislocazione dei cibi scelta accuratamente da un cameriere esperto in merchandising che ha disposto in piatti in maniera economicamente conveniente per il Gran Hotel (così, tanto per pensare male!).

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[/sf_iconbox]Chi decide, cosa e perché?

Stiamo ragionando per paradossi, certo. Eppure…
La molteplicità – e le nostre possibili reazioni a essa, che da un lato possono inibire i nostri processi di scelta e dall’altra esporci a un rilancio continuo destinato all’inconcludenza – non sta certo ferma lì ad aspettare le nostre scelte. Se non decidiamo noi come comportarci di fronte alla sua pianura sterminata di evenienze, altri (o altro) lo faranno prima o poi al nostro posto. È inevitabile.
Facendola scomparire come possibilità di scelta, ad esempio, perché abbiamo atteso troppo nel deciderci. Come per quelle opportunità che, se non le prendi al volo, qualcuno ti sfila da davanti al naso.
[bctt tweet=”È nella quotidianità che la complessità si infila nel vuoto decisionale cui la stessa molteplicità ci espone.” username=”MapsGroup”]
O facendo leva sulle nostre motivazioni più irrazionali e contingenti, che non coincidono necessariamente con i nostri effettivi interessi, reali o percepiti che siano. Come accade per quelle scelte di fuga d’impulso innanzi a situazioni pericolose, in cui magari scappare è la soluzione più rischiosa. O, ancora, travolgendoci alle spalle a tradimento piuttosto che davanti in uno scontro frontale, come accade per quegli eventi complessi di cui non abbiamo saputo (o potuto) percepire per tempo l’avvento, tipo quegli investimenti improvvidi (di risorse o tempo) in cui siamo caduti in pieno per non aver saputo orientarci in tempo?
Perché – uscendo dalle considerazioni generali sul tema, e tornando al concreto – è proprio nel nostro panorama quotidiano che questa molteplicità-complessità sta facendo danni, infilandosi nel “vuoto decisionale” – questo sì, paradossale – cui la stessa molteplicità ci espone.
È in questa precisa direzione – ovvero quella di filtrare ad hoc la molteplicità a monte – che si sta dispiegando la macchina comunicativa e sociale della contemporaneità, in termini sia di consumo che di consenso. Sarà un bene? Sarà un male?
La complessità – ricordiamolo – non è mai un problema in quanto tale, ma lo è sempre in proporzione alla nostra capacità di elaborazione delle informazioni che la stessa raccoglie in maniera più o meno accessibile.
La risposta a questa domanda, quindi, è: dipenderà dalla nostra disponibilità o meno nell’interrogarci e riflettere su temi all’apparenza ostici come questo, cercando di trovare – assieme ad altri – qualche bussola affidabile in questo viaggio.
Perché, stiamone certi, in tanti si stanno già adoperando nell’applicare al posto nostro metodi capaci di oltrepassare il senso del limite generato dall’inattingibile varietà del mondo attraverso strutture cumulative, modulari e combinatorie, prediligendo strutture automatiche capaci di manipolarci per bene senza che ne accorgiamo.

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[/sf_iconbox]Le gioiose macchine da guerra

Alla fine di questo meme mi sono divertita a selezionare alcuni esempi già attuali di come altri gestiscono la molteplicità al posto nostro, servendoci su un vassoio all’apparenza d’argento tutta una scelta fatta e compiuta di deliziosi bocconcini avvelenati.
La panoramica che ho avuto davanti agli occhi è stata anch’essa portatrice di molteplici punti di vista :-).
Il primo esempio che voglio fare è quello della selezione a monte delle informazioni che ci arrivano a fronte di un panorama sterminato di possibilità.
Quello che in sociologia si chiama “agenda setting”  si estende oggi non solo ai media tradizionali, ma a tutti, e in particolar modo ai risultati dei vari motori di ricerca. Il tutto per riportarci una selezione di risultati che – in base a filtri arbitrari dei vari algoritmi di ricerca – ci rendono visibili o meno alcune informazioni, mettendole in primo piano o censurandole nei fatti.
Alcuni di questi algoritmi li incrociamo tutti i giorni e fanno parte della nostra involontaria brigata di aiutanti quotidiani nella gestione della molteplicità delle fonti:

  • PageRank, l’algoritmo di ricerca di Google, che selezione ordine, pertinenza e preminenza dei risultati delle nostre ricerche, magari anche in base alla nostra geo-localizzazione.
  • EdgeRank, l’algoritmo del news Feed di Facebook che decide chi e cosa dobbiamo vedere o meno nella nostra bacheca social.
  • Ad Rank, l’algoritmo di AdWords, che gestisce la visualizzandone dell’advertisting di Google nei nostri dispositivi online.

Il secondo esempio riguarda la veridicità o meno delle informazioni che ci arrivano e di come, se gestite ad hoc, anche le Fake News più improbabili ci arrivano direttamente sulle nostre pagine social senza che nemmeno le abbiamo ricercate.
E non si tratta nemmeno in questo caso di una novità: le cosiddette bufale risultano databili già dal medioevo. Tra queste citiamo “quella che vedeva l’imperatore Costantino miracolosamente guarito dalla lebbra da papa Silvestro e che, in segno di gratitudine, si era convertito al cristianesimo e aveva donato un terzo del suo impero alla Chiesa.”
Passiamo poi al “modo” con cui le informazioni ci vengono presentate, attraverso ad esempio l’uso più o meno spericolato di trucchi e balocchi. I criteri, in questo caso, sono quelli dell’usabilità che – in nome di una nostra presunta o reale facilità di navigazione – dirigono quasi tenendoci per mano non solo la direzione del nostro sguardo – decidendo cosa e come mettere ad esempio subito in alto a sinistra e cosa dopo – ma anche del nostro pensiero, utilizzando alcuni dei nostri processi di decifratura semplificata del mondo.
[bctt tweet=”Se non aumentiamo la nostra capacità di interagire con la molteplicità e la complessità del mondo, sarà proprio il mondo a semplificare noi.” username=”MapsGroup”]
Un esempio suggestivo è dato dal potenziale uso ad hoc delle immagini parassita, qui così ben descritte dal professor Paolo Schianchi:

“Le immagini parassita sono tutte quelle raffigurazioni talmente annidate in noi da non accorgerci della loro esistenza. Per fare un esempio si prenda un uomo barbuto e gli si scatti un primo piano. Cosa vedo? La pubblicità di un prodotto per la cura del viso? Un’immagine di moda dedicata agli hipster? E se gli mettiamo un turbante in testa che accade? Diventa immediatamente un terrorista, senza alcun margine di dubbio. Si comportano come quei gesti o quelle parole che tendiamo inconsapevolmente ad associare.”

Arriviamo infine alle automatizzazioni, con alcune pratiche ormai consolidatissime, quali:
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La pubblicità comportamentale che fa leva sulle nostre emozioni
“Una storia vi ha commosso? Una notizia ha catturato la vostra attenzione più delle altre? Nelle redazioni dei più grandi giornali ed emittenti del mondo ne stanno tenendo conto, investendo in tecnologie che possano leggere le emozioni degli utenti per trasformarle in contenuti personalizzati.
Il tutto attraverso spot differenti a seconda degli stati d’animo e contenuti personalizzati.”
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il marketing automatico attraverso software
“I software di marketing automation registrano le attività online tenute da una persona dal momento in cui entra in contatto con l’azienda, generalmente tramite un modulo di contatto. Da questo istante, il software è capace di registrare tutte le attività che questa persona compie sul sito dell’azienda, spedire una sequenza programmata di email a questa persona a seconda delle attività compiute, dare un punteggio a questa persona a seconda delle attività compiute (…) in modo da comprendere quanto è attiva.”
E questi sono solo esempi riferiti alla comunicazione e al marketing, lasciando da parte il mare steminato degli algoritmi decisionali.
Ma se pensiamo il tutto in termini che so, di informazione economica e politica, culturale ed etica, e moltiplichiamo il problema all’ennesima pensando a come tali attività hanno già invaso il nostro quotidiano, allora è chiara una cosa, semplice, lineare e per niente complicata, né da dire né da capire.

Ovvero: se non aumentiamo la nostra capacità di interagire con la molteplicità e la complessità del mondo, sarà proprio il mondo a semplificare noi!
Siamo proprio sicuri di voler correre il rischio, magari per “la briga” di fare per tempo un elenco di dolci e bevande? 🙂 🙂 🙂
PS: un ultimo consiglio spassionato, anzi no, pensandoci meglio, decisamente convinto: seguite il lavoro del professor Piero Dominici. Troverete indicazioni preziose su come:

recuperare le dimensioni complesse della complessità educativa: l’empatia, il pensiero critico, una visione sistemica dei fenomeni, l’educazione alla comunicazione, oltre a dimensioni volutamente rimosse, come l’immaginario e la creatività. Si può fare solo abitando i confini e le tensioni.
 

complessità quotidiana
 

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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

Futuristi visuali e conversazionali… et voilà le interfacce!

Futuristi visuali e conversazionali…

[dropcap3]P[/dropcap3]rendiamola alla larga e proviamo a tirare un filo tra immaginazione, futuristi visuali, il cityspeak, l’esperanto, la linguistica, la tecnologia, i progetti, le Interfacce vocali… C’è poi un aspetto non secondario della faccenda, ma lo affronteremo alla fine, con tutta calma.
Le interfacce vocali si basano sulla voce e trovano nella linguistica, pragmatica e semantica il loro ambito d’azione così come le interfacce grafiche lo trovano nel mondo della visione e della semiotica.
[bctt tweet=”Le interfacce vocali si basano sulla voce e trovano nella linguistica, pragmatica e semantica il loro ambito d’azione.” username=”MapsGroup”]
Finirà dunque che cominceremo a utilizzare una nuova lingua inventata per le macchine? Magari un linguaggio simile al baby-talk, per semplificarne l’apprendimento e la diffusione? Una lingua fittizia come il cityspeak, un misto di spagnolo, francese, cinese, tedesco, ungherese e giapponese che gli abitanti di Los Angeles utilizzano in Blade Runner nel 2019?
È pur vero che siamo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia anche rispetto a quanto ipotizzavano i futuristi visuali – uno per tutti: Syd Mead che nel 1982 immaginava un’auto volante a decollo verticale che rimane tuttora un’ipotesi confinata al futuro distopico del cinema di fantascienza – eppure…

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[/sf_iconbox]Il sapere linguistico delle macchine

Immaginate per un momento di far parte dell’equipaggio della Dark Star e di dover convincere una bomba innescata erroneamente, per un malfunzionamento del sistema, a non farsi esplodere.
Immaginate che l’unico modo che avete per convincerla sia quello di parlare alla bomba che a sua volta disquisisce sul fatto che una macchina è in realtà un essere intelligente (Penso, dunque sono) e alla fine decide di farsi esplodere comunque, paragonandosi a Dio (In principio era il buio e io venni dopo il buio. E luce sia!).
Anche senza voler scomodare Dio e Carpenter basterebbe forse pensare al giorno in cui, grazie alle applicazioni IoT, potreste trovarvi, per un bug nel sistema, a conversare amichevolmente con la porta di casa vostra cercando di convincerla a farvi entrare – nella speranza che il progettista dell’interfaccia conversazionale non abbia saltato le lezioni sul trattamento degli errori del corso di design dell’interazione uomo-macchina – prima di rassegnarvi a passare la notte sul pianerottolo.
Ma come si parla a una porta?
Per l’essere “umano” la competenza del parlante è il sistema di regole che è nella mente di chi parla e che costituisce il suo sapere linguistico. La competenza del parlante incontra il sapere linguistico delle macchine (della porta, della bomba, …) anch’esso costituito da un sistema di regole.
[bctt tweet=”Interfaccia vocale: la competenza del parlante incontra il sapere linguistico delle macchine.” username=”MapsGroup”]
Un “sistema di regole” è alla base ad esempio dell’esperanto, una lingua artificiale, sviluppata tra il 1872 e il 1887 dall’oftalmologo polacco di origini ebraiche Ludwik Lejzer Zamenhof la cui logica si presta a minimizzare l’ambiguità, il che la rende adatta all’impiego in informatica, nella linguistica computazionale, per il riconoscimento automatico del linguaggio. Lo scopo dell’esperanto, è di introdurre, attraverso una cultura, appunto, esperantista, una lingua comune a tutto il genere umano. Una lingua perfetta.
[…] La storia delle lingue perfette è la storia di un’utopia, e di una serie di fallimenti. Ma non è detto che la storia di una serie di fallimenti risulti fallimentare. […] i vari progetti non si sono affermati ma hanno lasciato come una scia di strascichi benefici. […] Molte delle teorie che oggi pratichiamo o delle pratiche di cui teorizziamo (dalle tassonomie delle scienze naturali alla linguistica comparata, dai linguaggi formalizzati sino ai progetti di Intelligenza Artificiale e alle ricerche delle scienze cognitive) sono nati come effetti collaterali di una ricerca sulla lingua perfetta. E dunque è giusto riconoscere il merito di averci dato qualcosa, anche se non era quello che ci promettevano. (Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea).
[bctt tweet=”Conoscere la stessa lingua ci fa condividere la stessa visione del mondo.” username=”MapsGroup”]
Ma al di là del fatto che il tema della confusione delle lingue e il tentativo di porvi rimedio grazie al ritrovamento o all’invenzione di una lingua comune a tutto il genere umano attraversa la storia di tutte le culture, l’idea di una lingua universale non è pour parler visto che uno dei motivi per cui in Italia le interfacce vocali e i voice assistants sono ancora misconosciutinonostante la grande diffusione ad esempio negli USA – è il fatto che Amazon Alexa non parla ancora la lingua italiana. Se tutti invece parlassimo nel 2019 una lingua comune come in Blade runner, che sia essa progettata a tavolino o frutto di convergenza linguistica, i responsabili marketing avrebbero un problema in meno. Forse.
Conoscere la stessa lingua ci fa condividere la stessa visione del mondo. L’inglese per esempio, non distingue il genere. […] Invece in italiano il genere è accuratamente segnalato sia dagli articoli, sia dalle concordanze. La psicolinguistica ipotizza che certe differenze possono influenzare la percezione che i parlanti hanno delle cose. La casa, la madre, il fuoco, il sole e la luna, sebbene non possano avere un sesso, in fondo alla mente di un italiano è probabile che ce l’abbiamo: pensiamo a fratello sole e sorella luna, a madre terra.” (Yvonne Bindi, Language Design).
Le implicazioni legate alla lingua che si utilizza nello sviluppo delle interfacce conversazionali non sono dissimili da analoghe considerazioni dibattute in questa sede per le immagini nel machine learning, ma in fin dei conti l’output non può che dipendere dall’input .

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[/sf_iconbox]Tecnologie emergenti: interfacce ibride o multimodali

Quando si parla di “tecnologia” tendo a condividere, con un pizzico di apprensione, un pensiero di Jackie Lang che ho colto, per rimanere in tema cinematografico, nella sua recensione di Blade runner (quello vecchio ) sul magazine online dedicato al cinema i400calci e riferito alle storie di Philip Dick:la tecnologia mette in questione chi siamo, cioè che più avanza il progresso più è in questione l’identità individuale. L’impossibilità di capire chi si sia o dove si sia o anche solo se sì sia nella realtà o in un sogno è la componente più importante di queste storie stordenti. La tecnologia come la droga, fonte di spaesamento.”
Nella vita mi sono sempre tenuta alla larga dai paradisi artificiali, ma dalla tecnologia non riesco onestamente ad affrancarmi e preferisco allora avere almeno una qualche idea di cosa spinge l’umanità a parlare con una porta o a discutere con una bomba pronta a esplodere (penso, dunque sono;-)).
Gli esperti di progettazione di interfacce vocali affermano che è utile stabilire la personalità che dovrà avere l’assistente vocale, allo stesso modo in cui si crea il personaggio di un racconto, di un film, di una pièce teatrale… man mano poi che le interfacce evolveranno e le loro caratteristiche saranno sempre più rispondenti alle nostre aspettative, dovrà crescere contestualmente la nostra capacità di interagire e “comunicare” con loro nel modo giusto, nel modo cioè che permette di ottenere il risultato voluto.
[bctt tweet=”Nella progettazione delle interfacce vocali  è utile stabilire la personalità che dovrà avere l’assistente vocale.” username=”MapsGroup”]
Cosa dico alla bomba (per convincerla a tornare nel suo alloggiamento)?” Chiede il tenente Doolitle al Capitano Powell (che vive in uno stato di animazione sospesa criostatica dopo che la sua console gli è esplosa in faccia, viene interpellato solo nei casi di estrema emergenza e di solito fornisce risposte sconclusionate). “Devi parlargli da uomo e uomoTi consiglio la fenomenologia…” è la risposta.
Alcune interfacce vocali assolvono già al loro compito di educatori: “nella ricerca ho trovato la pagina tal dei tali. Vuoi che la legga?”. La domanda in questo caso introduce altre funzionalità che l’utente potrebbe non conoscere e permette allo stesso tempo l’(auto)apprendimento della “macchina” che sulla base della risposta saprà come “regolarsi” da allora in poi in situazioni simili. Non solo: man mano che l’intelligenza artificiale dei nostri dispositivi acquisirà una conoscenza sempre maggiore, i dispositivi stessi non si limiteranno a rispondere ai comandi ma inizieranno a conversare con frasi complete, arricchite della corretta intonazione ed emozione. 
Frotte di progettisti, sviluppatori, ingegneri, matematici, filosofi, designer e futuristi visuali, sulla base delle proprie capacità, competenze, conoscenze, inclinazioni – sulla base della propria cultura (cinematografica) – e delle indicazioni dei responsabili marketing, dei risultati delle analisi dei big data, dell’intelligenza artificiale ecc. introdurranno sul mercato interfacce conversazionali sempre più su misura e in connessione con il nostro mondo, in grado non solo di dialogare fluidamente di qualunque argomento (o quasi) con noi e con altre interfacce, ma anche di anticipare i nostri desideri, alleggerire le nostre incombenze, pianificare le nostre attività quotidiane: chiamare il nutrizionista per rivedere la dieta che non sta dando i risultati sperati, comunicargli il risultato delle ultime analisi messe a disposizione dai sistemi del centro diagnostico, aggiornare la lista della spesa da ordinare su Amazon, aprire la porta al corriere dando istruzioni su come riporre la spesa, senza dimenticare di ringraziarlo calorosamente della consegna…
[bctt tweet=”Si introdurranno sul mercato interfacce conversazionali sempre più su misura e in connessione con il nostro mondo.” username=”MapsGroup”]
Non siamo tuttavia ancora pronti, per molte interazioni, ad avere interfacce esclusivamente vocali (voice first) ma si va piuttosto verso l’ibridazione: sia attraverso l’estensione con interfacce di output visuali (interazione multimodale: acustico/visivo), sia attraverso applicazioni che integrano ad esempio contenuti audio preregistrati da esseri umani, con altri forniti su richiesta dell’utente da un voicebot.
L’impiego delle interfacce conversazionali avrà, secondo gli analisti, un intenso sviluppo nei prossimi anni. Del resto, come abbiamo visto, non è difficile immaginarne i molteplici impieghi, ma mi si permetta una digressione: in Blade Runner (quello vecchio) il giovane regista Scott, laureato all’accademia di belle arti e con una vastità di interessi che vanno dalla cartellonistica déco, al fumetto di Enki Bilal, all’arte classica, ha messo insieme un manipolo di gente tosta come Syd Mead, Vangelis, Douglas Trumbull, Jordan Cronenweth per immaginare e creare una visione nuova che può sembrare forgiata da zero e invece è mashup, è il contributo di molti talenti differenti.
Ecco, credo che il punto fondamentale, quello che non ci stanchiamo mai di ripetere in questa rubrica, sia sempre lo stesso, lo ribadisco per i distratti che si sono persi i post precedenti e hanno saltato l’inizio di questo capitolo, non si tratta solo di tecnologia: non è l’ultima versione di Alexa o Siri. Si tratta di noi, di sapere chi siamo, dove stiamo andando e soprattutto con chi stiamo facendo questo viaggio.

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Tutto chiaro fin qui?

Mentre studiavo per scrivere questo pezzo mi sono chiesta COSA stessi cercando di dire e a CHI. La risposta è stata: ai produttori di tecnologia. Non tutti s’intende. Quei produttori che – se dico “progettazione di interfacce conversazionali” – sanno già di cosa parlo perché hanno già nel loro organico team con competenze distintive, metodologie strutturate, processi ben definiti. Quelli che se dico “progettazione di interfacce conversazionali” rispondono “ok, e adesso ditemi qualcosa che non so;-)”.
Così mi viene di raccontare questa storia qui, la storia dell’impresa titanica di Jodorowsky – scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista teatrale, cineasta, studioso dei tarocchi, compositore e poeta cileno naturalizzato francese – che nel dicembre 1974, all’apice della sua fama come autore underground, si rinchiuse per settimane in un castello francese con la sola compagnia di “Dune, il romanzo fantascientifico di Frank Herbert, e ne uscì pronto a mettere insieme un team di guerrieri spirituali per la realizzazione del film più importante di tutti i tempi:

  • Jean Giraud, in arte Moebius, uno tra i più grandi fumettisti francesi di sempre, che inizia subito ad elaborare uno storyboard dettagliatissimo, inquadratura per inquadratura;
  • Dan O’Bannon per gli effetti speciali (lo stesso di Dark Star), Pink Floyd e Magma per le musiche; David Carradine; Salvador Dalì, con contratto che prevedeva un compenso di 100.000 dollari per ogni minuto effettivo di screentime, oltre alla possibilità di recitare perennemente seduto sopra un trono sontuoso, decorato da teste di delfino in oro che avrebbero avuto la funzione di “wc imperiali”;
  • e poi Amanda Lear, Gloria Swanson, Geraldine Chaplin, Orson Welles, Mick Jagger e Udo Kier…

Jodorowsky e il suo team diedero vita a un colossale libro contenente la sceneggiatura del film, gli storyboard completi (con descrizioni dettagliate di ogni singolo movimento di macchina) nonché i bozzetti di ogni singolo costume e di ogni veicolo spaziale, oltre alle note tecniche di O’Bannon relative ad ogni effetto visivo da realizzare per la pellicola.
Un lavoro monumentale, di oltre mille pagine, al punto da far dire che il film sia già pronto anche senza riprese ma nessun produttore sarà disposto a finanziare la parte mancante del budget e il film verrà cancellato ad un passo dall’entrata in produzione.
[bctt tweet=”La storia del cinema (e delle lingue perfette) è costellata di progetti mai portati a termine…” username=”MapsGroup”]
La storia del cinema (e delle lingue perfette, aggiungo io) è costellata di progetti mai portati a termine che ci fanno pensare spesso a come sarebbero cambiate le cose se, al contrario, fossero stati effettivamente realizzati e distribuiti. Tutti questi discorsi basati sul what if non valgono per questa storia: non valgono perché oggi sappiamo con certezza che questo film, pur non essendo mai stato girato, è stato comunque una delle opere più influenti del proprio tempo e fonte d’ispirazione per i successivi decenni di cinema e fumetto.
E se dunque pensate che un progetto sia troppo grande per essere realizzato assicuratevi quantomeno che chi vi sta prospettando l’idea di una nuova Torre di Babele non sia imparentato con qualche scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista, cineasta, studioso dei tarocchi, compositore e poeta, con una discreta storia di progetti fallimentari alle spalle e che è finito, per una di quelle eccentriche acrobazie del mercato del lavoro o del caso, nel vostro team di guerrieri.
Dopo di ché ringraziate la vostra buona stella, tirate fuori il vile denaro, sedetevi comodamente su un trono sontuoso e preparatevi a passare alla storia.
Interfacce conversazionali

Approfondimenti & Sitografia

Umberto Eco, La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea
Yvonne Bindi, Language Design
https://convcomp.it/il-2018-%C3%A8-lanno-delle-voice-user-interfaces-3134ca939497
https://convcomp.it/perché-utilizzare-le-interfacce-vocali-e-come-progettarle-a1b8e69e4274
https://www.tonifontana.it/architettura-dellinformazione-conversazionale/
https://hbr.org/2018/05/marketing-in-the-age-of-alexa
https://www.conflux.it/blog/alexa-google-siri-come-le-interfacce-vocali-cambieranno-il-business
https://www.intel.it/content/www/it/it/it-managers/conversational-ai.html
http://padis.uniroma1.it/bitstream/10805/2629/1/Tesi_dottorato_Poroli.pdf
https://medium.com/uxtales/progettare-per-la-voce-ea8e65827b7d
https://it.wikipedia.org/wiki/Portale:Linguistica
https://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_esperanto
http://www.segretidipulcinella.it/sdp48/temp_03.htm
http://www.simoneguidi.info/che-la-luce-sia-dark-star-e-il-fatto-che-le-bombe-non-dovrebbero-mai-citare-lantico-testamento/
https://auralcrave.com/2018/02/14/dune-di-jodorowsky-il-film-mai-realizzato-che-cambio-il-cinema/
 

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Molteplicità (parte uno): che sia tanto oppure poco, il MOLTO può essere ABBASTANZA?

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[/sf_iconbox]Molteplicità: la complessità in 2D.

[dropcap3]P[/dropcap3]roseguiamo il nostro itinerario nei meme di Lezioni Americane con una domanda. Che sia tanto oppure poco, il MOLTO è abbastanza?
Quello che sembra un gioco di parole non lo è poi tanto. Calvino, nelle sue Lezioni, ci ha del resto abituato a tag che puntano in alto, anzi altissimo, e si fermano appena di diventare assoluti.
Sono parole che, come vere e proprie pietre di paragone, indicano una soglia possibile, ma non la raggiungono e tuttavia vi anelano in una perenne rincorsa. Molteplicità è una di queste.
Evoca l’idea dell’abbondanza, un che di immaginario surplus, ma, subito dopo, dispiega la sua difficoltà intrinseca a essere misurata, comparata, e dunque concepita appieno.
Molteplicità, infatti, non si riferisce tanto a una moltitudine di soggetti od oggetti tutti uguali tra di loro, ma piuttosto a una moltitudine di soggetti/oggetti che, facilmente, possono essere differenti tra di loro, seppure appartenenti a una “casa” semantica comune. Molteplicità di fattori o di punti di vista, di effetti e di cause, di interessi e così via.
Non molto di qualcosa, dunque, ma molto di molte cose: “più d’uno e di vario genere o aspetto”.
[bctt tweet=”Il termine molteplicità evoca l’idea dell’abbondanza, un che di surplus, ma, subito dopo, dispiega la sua difficoltà intrinseca a essere misurata e dunque concepita appieno.” username=”MapsGroup”]
Come tutto ciò che esiste di interessante in questo mondo, il termine sembra approdare a un piano di realtà, quello dell’abbondanza, ma ne insegue in segreto un altro, quello della varietà. Nasconde così un nucleo di senso inattingibile, che varia tanto più si estende a causa della vastità che sottintende.
Una sorta di complessità in 2D, appunto, a cui può anche mancare la terza dimensione perché la si può immaginare in assenza di profondità, facendo affidamento al concetto di moltiplicazione.
Approfondiamo le connotazioni del termine.
Quando la si immagina, la parola ammicca a un carattere a prima vista gratificante. Avere molto di qualcosa, infatti, in generale (a meno che non si tratti di soggetti-oggetti con un valore negativo), è meglio rispetto all’averne poco…
Il famoso detto Melius abundare quam deficere la pensa esattamente in questo modo. Eppure non è detto che sia così. Facciamo un esempio banale.
Immaginiamoci il buffet di un Grand Hotel: sterminato, con tanti tavoli, piatti e portate, con molteplici varianti di dolce e salato, e una sezione per i cibi dietetici, uno per quelli vegani e anche una per chi soffre di celiachia. Aggiungiamoci poi la zona per la frutta fresca, essiccata e sciroppata, il pane fresco, quello confezionato o integrale o tostato, le torte di giornata, i cereali e tutte le bevande, oltre ai classici tè, caffè e cappuccino.
Il tutto in una molteplicità tale di possibilità che – all’inizio – inibisce addirittura la scelta di cosa prendere per colazione: mangiare tutto sarebbe impossibile anche per Ciacco!
La cosa più inaspettata, oltre al tempo perso a girare per i tavoli imbanditi? Alla fine, a colazione, chiunque potrà mangiare, di tale moltitudini di piatti, che so… un centesimo? Se il buffet è quello a cui penso io :), la percentuale sarà anche inferiore.
[bctt tweet=”Il prezzo da pagare della molteplicità? Il mare magnum della vastità che fa capolino, ma sai già che non la potrai afferrare.” username=”MapsGroup”]
Sarà in ogni modo molto meno quello che chiunque avrà gustato rispetto a quello che potrà rimpiangere di non aver assaggiato. A meno che uno non ci stia  tre o quattro settimane in quel Grand Hotel! Ma, anche in quel caso: e se ogni giorno cambiasse il menù? Il danno sarebbe irreparabile!
Tanto da pensare che – forse – era meglio quel B&B dell’anno prima dove di scelta ce ne era tanta, ma comunque alla portata reale sia del palato che dello stomaco. E dove, all’uscita della colazione, uno si sentiva soddisfatto e appagato senza rimpiangere tanto ben di dio abbandonato a se stesso.
Ed eccolo qui: il prezzo da pagare della molteplicità: il mare magnum della vastità che, anche se fa capolino, sai già fin dall’inizio che non lo potrai mai attraversare del tutto.
E questo potrebbe già spiegare molto dei tempi nostri. Potrebbe raccontare di come – nonostante le tante possibilità che ciascuno di noi incontri tutti i giorni (di comprendere e scoprire, scegliere o rifiutare, sapere o ignorare) – i nostri orizzonti non sembrano ampliarsi in proporzione. Anzi: a ben vedere sembrano invece ripiegarsi su se stessi, chiudersi, retrocedere…
[sf_iconbox image=”ss-wind” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

L’eccessiva “ambizione dei propositi”,
ovvero il groviglio

A volte è proprio un ventaglio troppo esteso di possibilità a rimbalzarci indietro,  alla ricerca di una nicchia rassicurante, di una tana, di un luogo conosciuto, limitato, circoscritto e dunque (in teoria) protetto. Una sorta di sindrome del foglio bianco al contrario: la paralisi causata dall’eccedenza piuttosto che dal vuoto.
E subito, nell’attualizzare il meme, ci troviamo sbalzati ai tempi nostri, in un’epoca dove la molteplicità – forma della complessità in potenza – rischia di annichilirsi, diventare istanza di riduzione, chiusura, respingimento. E qui la contemporaneità ci dà una varietà tale di esempi da invadere l’orizzonte.
[bctt tweet=”Una sindrome del foglio bianco al contrario: la paralisi causata dall’eccedenza invece che dal vuoto.” username=”MapsGroup”]
Calvino – nella sua genialità anche predittiva – affronta di petto la questione e introduce la lezione dedicata alla Molteplicità citando un altro genio della letteratura italiana, il meraviglioso Carlo Emilio Gadda, ingegnere intriso di cultura filosofica, letteraria e scientifica.
Calvino sceglie Gadda perché:

“Vede il mondo come un ‘sistema di sistemi‘, in cui ogni sistema singolo condiziona gli altri e ne è condizionato” e cerca “di rappresentare il mondo come un garbuglio (…) senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento.”

Proposito ambizioso e azzardato, certo, ma, continua Calvino, dando un vero e proprio “compito” alla cultura, non solo letteraria:

“Da quando la scienza diffida dalle spiegazioni generali e dalle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del mondo”.

Ed ecco che ci viene lasciato tra le mani un salvacondotto, oltre a una direzione, una sorta di bussola per attraversare la molteplicità: saper tenere tutto insieme attraverso la tessitura della conoscenza, l’incrocio dei codici, la visione plurima, nonostante l’impossibilità certa di operare in una direzione certa, univoca, conclusiva. Ridando potere alla scelta del singolo, al primo passo, e al secondo, al terzo, in una griglia  di percorsi successivi.

Perché, citando il monito di Gadda:

“Le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto a dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa singolare – scrive Carlo Emilio Gadda – ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti”.

[bctt tweet=”Molto – che non è tutto – è tuttavia parecchio :)” username=”MapsGroup”]
Ed  è proprio qui – dove la molteplicità si mostra nella sua natura a tante teste, simile alla temibile Idra – che si rivela lo straordinario potere della scelta, della selezione e dell’indirizzo, capace di decidere il destino di un individuo, di un’organizzazione e infine di una società, con un bivio inequivocabile in cui occorre:

  • non abbandonare in partenza la sfida, lasciandosi andare a regressioni e semplificazioni auto-consolatorie all’apparenza, ma in realtà distruttive;
  • non scegliere il tutto e subito, riempiendosi la pancia sino ad abbuffarsi, e magari fare un’inutile razzia senza nulla lasciare agli altri;
  • godere sì del qui e ora, ma rinunciare al superfluo e procrastinare in un altro momento, in un altro luogo, e con qualcun altro, l’uso e lo sfruttamento della parte residua, così che faccia da carburante per la prosecuzione del viaggio.

Certo, è un modo di vedere – e di agire – complesso. In cui giocoforza bisogna introdurre una terza dimensione, quella del tempo, o della profondità.
[bctt tweet=”Occorre ridare potere alla scelta del singolo, al primo passo, e al secondo, al terzo, in una tessitura continua di percorso.” username=”MapsGroup”]
Ma è in ciascun singolo bivio, in ciascuna singola decisione, che si determina il primo passo “verso”, e si realizza l’unico modo sufficientemente vasto e vario da attraversare indenni la molteplicità.  Anche utilizzando le sterminate possibilità che le nuove scoperte – e conseguenti tecnologie – ci hanno imbandito dinanzi ai nostri occhi, come vedremo insieme nel prossimo articolo.
Parleremo ancora di molteplicità, ma in forma non più solo astratta, bensì anche concreta: di fonti e argomenti, mete e punti di partenza. Di molteplicità intriganti, ma anche invadenti, di complessità vertiginose, ma anche claustrofobiche, di algoritmi e di immagini parassita, di marketing automatico e pubblicità emotiva, oltre che di torte e pasticcini. 🙂
E vedremo di orientarci in questi labirinti insieme.
Molteplicità

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6MEMES TRENDS Information and communications technology

A me le "reti": la figura del buon amministratore (di sistema)!

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[/sf_iconbox]I servizi IT al lavoro: la fase di operations e le figure professionali deputate

In alcuni articoli precedenti, dopo il riconoscimento del ruolo fondamentale dell’IT nel XXI secolo, abbiamo trattato le figure professionali e la competenza che dovrebbe essere fornita dalla formazione accademica e nell’articolo precedente ci siamo occupati della fase di sviluppo e della figura professionale ad essa deputata, il developer.
La fase di sviluppo è importantissima per le qualità che il servizio IT realizzato avrà, ma il servizio esprime il suo valore per gli utenti, adempiendo lo scopo per cui è stato creato, nella successiva fase di operations o di run, indicata in italiano anche come fase di produzione (cui potremmo sottointendere produzione di valore) o di esercizio.
Questa è la fase principale della vita di un servizio IT o anche di un semplice strumento software. Questa è la fase in cui gli utenti usano il servizio o il software, traendone vantaggi. Ad esempio, in questa fase gli utenti interagiscono con un sistema di posta elettronica usando le caselle, con un sistema di geolocalizzazione e mappe virtuali, o con un software come la videoscrittura, traendone vantaggio per il proprio lavoro e la propria vita.
[bctt tweet=”La fase di operations, detta anche di run, è la fase principale della vita di un servizio IT. ” username=”MapsGroup”]
In molti casi, ingenuamente, si può pensare che questa fase avvenga in modo quasi automatico, ma non è così. Infatti, se consideriamo un PC o uno smartphone, l’uso di un software da parte dell’utente con quel dispositivo hardware presuppone che il dispositivo stesso sia stato configurato a dovere da parte di un tecnico specialista (o, in taluni casi, dall’utente stesso guidato da un sistema di aiuto scritto da un tecnico specialista) e può esservi necessità, in caso di guasti o errori gravi compiuti da parte dell’utente, di un intervento tecnico e specializzato.
A maggior ragione questo è vero per i grandi servizi che oggi consideriamo indispensabili per la nostra vita, come ad esempio Google Maps, e per i grandi software aziendali, come ad esempio l’ERP (il software di gestione delle operazioni dell’azienda).
Infatti, i sistemi informatici che rendono possibile il funzionamento dei servizi IT sono composti di molte parti, sia hardware sia software. Ad esempio, un sistema di posta elettronica è formato da tanti elementi diversi, come indicato in figura:
grafico ITC
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un sistema di memorizzazione permanente (storage) dove sono memorizzati tutti i file e le cartelle che formano le caselle di posta elettronica.
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Una infrastruttura di rete, che collega le postazioni di lavoro, gli smartphone ed i tablet con cui gli utenti accedono alle caselle di posta con i server e i server di posta fra loro.
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un computer server, dove opera il programma applicazione di posta elettronica.
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un’applicazione di posta elettronica, che opera gestendo lo storage ed i file e cartelle che formano le caselle, nonché gli accessi in lettura e le spedizioni e recapiti dei vari messaggi.
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un sistema di directory (vale entro le aziende) che contiene la rubrica aziendale degli indirizzzi.
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Una postazione di lavoro (o smartphone o tablet), non indicata in figura.
A sua volta, il server potrebbe essere virtuale ed operare entro un sistema di virtualizzazione con sottostante cluster hardware di server fisici, aggiungendo ulteriore complessità al sistema.
Tutti gli elementi, coordinati tra loro, contribuiscono al servizio “posta elettronica”. Un malfunzionamento in uno degli elementi può portare al blocco del servizio. L’utente vede il servizio come una unica entità, a cui accede attraverso una opportuna interfaccia utente (grafica, app o web nella maggior parte dei casi).
Il funzionamento ottimale dei sistemi informatici viene garantito da figure professionali dedicate, gli amministratori di sistema. Spesso essi sono coadiuvati da altre figure professionali, gli specialisti hardware e software.
La figura professionale dell’amministratore di sistema è in realtà suddivisa in vari profili specifici, definiti anche nella normativa UNI-11506 – UNI-11621-2:
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]System Administrator, che opera normalmente su hardware, sistemi operativi come Windows o Linux, sistemi di gestione credenziali e diritti di accesso a risorse, applicativi specifici, svolgendo azioni di installazione, configurazione, monitoraggio e risoluzione di incidenti (ossia interruzioni non programmate del funzionamento normale) e di problemi (ossia le cause dei malfunzionamenti);
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]DBA (DataBase Administrator), che opera specificamente sui DBMS, ossia i sistemi di gestione dei dati, per ottimizzarne il funzionamento e garantirne le prestazioni ottimali rispetto agli specifici insiemi di dati che contengono, oltre che per risolvere problematiche ed errori che si possono verificare sui dati stessi durante le normali operazioni; spesso deve anche realizzare strumenti di reportistica o integrazione fra basi dati diverse;
[icon image=”ss-navigateright” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Nework Administrator, che opera sugli strumenti di rete, dai router agli switch, spesso gestisce anche i sistemi di cavi che collegano i computer tra loro, che stabilisce anche gli accordi con i fornitori di connettività dati/fonia, e di solito è anche responsabile dei firewall.
Nelle aziende molto piccole può esistere una unica figura, magari un professionista esterno, che fa tutto, mentre nelle aziende grandi e strutturate esistono team diversi che coprono ciascuno dei tre ruoli. Un compito trasversale, spesso affidato a più di una figura specializzata, è il backup o salvaguardia dei dati. E’ un compito fondamentale: i dati informatici devono essere salvaguardati da incidenti software e hardware, da disastri come inondazioni o incendi, e da attacchi e sabotaggi deliberati, oltre che da errori involontari degli utenti.
[bctt tweet=”Il funzionamento ottimale dei sistemi informatici è garantito da figure professionali dedicate, gli amministratori di sistema. ” username=”MapsGroup”]
Gli specialisti hardware e software, definiti nella UNI-11506 – UNI11621-2 dal ruolo Technical Specialist, sono tecnici altamente specializzati su un prodotto hardware (un tipo di server, un router, un dispositivo…) o software (un sistema di virtualizzazione, un ERP…), quasi sempre appartenenti a ditte partner del produttore dell’hardware o del software, che hanno seguito percorsi di formazione specifici e che si occupano sia della installazione iniziale sia della risoluzione di problematiche specifiche come i cambi di versione.
Quindi possiamo affermare che tutti i sistemi IT che rendono possibili i servizi IT funzionano grazie a team di lavoro composti da queste figure professionali. Le competenze dei singoli individui sono sicuramente importanti per il buon risultato, ma altrettanto lo è l’organizzazione dei team e, in particolare, l’uso di buone pratiche per la gestione delle attività, come quelle definite in ITIL e in ISO20000, framework e standard internazionale per la gestione dei servizi IT (IT Service Management) [1].
[bctt tweet=”I sistemi informatici che rendono possibile il funzionamento dei servizi IT sono composti di parti hardware e software.” username=”MapsGroup”]
Pertanto la qualità di un servizio IT dipende, quasi in egual misura, sia dalla qualità dei componenti software e hardware che lo formano, e quindi dalla qualità professionale degli sviluppatori che hanno scritto il codice e dalle metodologie di sviluppo (come visto nel precedente articolo), sia dalla qualità professionale degli amministratori e dalle metodologie da essi seguite.
Le figure sopra descritte hanno competenze e capacità che variano molto in funzione del ruolo e del contesto. In un ambiente piccolo/semplice possono essere sufficienti poche nozioni per svolgere al meglio il proprio lavoro. Nello specifico, quelle necessarie per governare i sistemi e i servizi IT affidati nelle operazioni “quotidiane”.
Per esempio una buona conoscenza di windows 10 può rendere un tecnico un ottimo amministratore di postazioni di lavoro (ossia del servizio IT “postazione di lavoro”). In contesti più grandi/complessi, come un data center, possono essere necessarie ottime conoscenze di più di un sistema operativo (es. Windows Server e Linux), di sistemi di virtualizzazione (es. VMWare ESX, KVM, Hyper-V…), di piattaforme e application server (es. JBoss, Docker…), di tanti DBMS (es. Oracle, MS SQL Server, IBM DB2…).
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Vediamo più da vicino i percorsi con cui si raggiungono tali traguardi professionali…

 
Recenti rapporti di UnionCamere (si vedano qui e qui) dimostrano che in Italia gli specialisti IT (sia nell’area dell’amministrazione di sistema sia in quella dello sviluppo di codice) sono tra le figure più difficili da trovare.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]L’amministratore di sistema junior (cosi come, del resto, lo sviluppatore junior) è molto spesso il primo ruolo con cui si entra nel mondo del lavoro ICT. Un amministratore di sistema dovrà sempre tenersi aggiornato durante tutta la sua vita professionale, che potrà evolvere per diventare amministratore di sistemi complessi, o tecnico specialista, o system architect.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il System Architect è una figura professionale (anche essa definita nella UNI -11506 . UNI-11621-2) che ha il compito di progettare, integrare e realizzare soluzioni e servizi IT complessi da un punto di vista tecnico. Deve anche garantire che le soluzioni tecniche, le procedure e i modelli di sviluppo siano aggiornati e conformi agli standard, oltre che agire spesso da team leader verso tecnici specialisti.
[icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un altro percorso conduce alla posizione di CIO (Chief Information Officer) o IT Manager, ovvero il responsabile dei sistemi informativi (spesso avente la qualifica di dirigente) di un’azienda o di una organizzazione [1].
La difficoltà di reperire tali figure non è una novità: anche in passato molte persone assorbite nel mondo IT e ICT avevano alle spalle percorsi di studi completamente diversi. Quello che ora cambia è la estrema complessità delle tecnologie, che rendono difficile (e soprattutto lungo, cosa molto pesante per le aziende che devono eventualmente finanziare un percorso di formazione e crescita professionale) l’apprendimento “sul campo” per chi non ha basi scolastiche e/o accademiche nel mondo ICT.
[bctt tweet=”Recenti rapporti di UnionCamere dimostrano che in Italia gli specialisti IT  sono tra le figure più difficili da trovare.” username=”MapsGroup”]
Molti posti di lavoro restano scoperti… mentre tante persone sono disoccupate, avendo seguito percorsi formativi con pochi sbocchi di mercato. E spesso queste persone devono “riconvertirsi”, frequentando corsi di formazione professionale “compatti” e limitati nel tempo, che rendono possibile acquisire le nozioni minime necessarie per un ingresso nel mondo del lavoro ICT, seppure a prezzo di enormi sforzi per gli allievi.
Unico neo di questa situazione: la scarsa presenza femminile. Nel mondo dello sviluppo software si varia da aziende in cui la presenza è inferiore al 10% ad aziende in cui si arriva al 40-45%, quindi quasi un rapporto di parità. Nel mondo della amministrazione di sistema invece la presenza femminile è più bassa, tipicamente inferiore al 20%, soprattutto nel comparto della amministrazione di infrastrutture o di data center complessi, dove esistono molti gruppi di lavoro numerosi composti da soli uomini. Questo è essenzialmente effetto di uno stereotipo culturale: i migliori sistemisti sono “nerd” e uomini. E, per la mia esperienza, completamente errato: ho conosciuto donne amministratore di sistema, tecnico specialista, system architect ed anche CIO, tutte estremamente competenti e valide nel loro ruolo.
Un’altra differenza che si osserva entro il mondo degli amministratori di sistema è quella tra coloro che per il loro ruolo (soprattutto gli amministratori di applicativi) hanno a che fare con gli utenti (e con la risoluzione dei loro problemi e necessità) e quelli che invece hanno poco a che fare con gli utenti (soprattutto gli amministratori di componenti infrastrutturali come i server) e “vedono” gli utenti attraverso gli amministratori di applicativi con cui interagiscono (e, spesso, si scontrano).
Chi opera a contatto con gli utenti deve sapersi mettere nei loro panni, stabilire la giusta comunicazione con loro. Ma, in generale, il contatto fra il reparto ICT di un’azienda e gli utenti è qualcosa che va governato e gestito a livello aziendale, come consigliano tutti i sistemi di buone pratiche. Altrimenti il rischio di incomprensioni e di nascita di fratture, con l’arroccamento del reparto ICT sulla difensiva, è molto alto. In generale tutto questo va gestito all’interno del ciclo di evoluzione dei servizi IT, di cui tratteremo nel prossimo articolo.

Per approfondimenti:

1. G. Destri “Sistemi Informativi il pilastro digitale di servizi e organizzazioni” Ed. FrancoAngeli, 2013