[dropcap3]Q[/dropcap3]uel che non uccide fortifica, è un modo di dire entrato da tempo nel linguaggio comune. Se questa affermazione è vera per le alterne vicende cui è sottoposta la vita di ciascuno, potrebbe essere coerentemente applicata anche alla materia di cui ci siamo occupati nella rubrica “Pillole di pillole. Storie non ordinarie della scoperta di farmaci e principi attivi”.
Pubblicata sui profili Social di Maps Group e Clinika, la rubrica prendeva le mosse dalla curiosità per la natura e l’origine dei farmaci. Farmaci che – inutile dirlo – hanno da sempre una specie di fascino magico.
Semplice sollievo da piccoli mali o salvavita per patologie gravi, a preparati, pozioni, medicamenti nella storia ci si è sempre rivolti, non solo per porre rimedio a dolori e sofferenze, ma anche inseguendo, attraverso di essi, una sorta di elisir di lunga vita.
Sarà per questo che la farmacia è un luogo speciale e misterioso, che ha un suo profumo e colore particolare, che si tratti di banconi liberty dietro cui si nasconde l’antro del farmacista o moderni e asettici scaffali, porto sicuro cui approdare quando siamo afflitti da mille e più mali.
E del resto, chi di noi non ha la sua personale farmacia domestica, come un piccolo scrigno apotropaico?
Ma torniamo al nostro incipit. Scorrendo l’elenco di nomi di farmaci e relative curiose storie di scoperte e vicende farmacologiche, abbiamo notato come spesso uno stesso principio attivo a diverso dosaggio possa essere benefico o dannoso. E come, in altre circostanze, un veleno o una tossina sono diventati veri farmaci.
È pur vero che il bugiardino di qualsiasi medicinale riserva liste interminabili di effetti collaterali (di fronte ai quali di volta in volta abbiamo la tentazione di non assumere il farmaco, oppure inspiegabilmente iniziamo ad avvertire proprio i sintomi descritti). Se dunque può sembrare banale la considerazione paradossale che un farmaco possa anche far male, in realtà del binomio veleno-cura abbiamo trovato conferma, in certo qual modo storica: è infatti nell’etimologia stessa della parola farmaco, poiché il greco phàrmakon significava appunto sia medicina che veleno.
Ecco allora comparire nella nostra lista di farmaci l’atropina, un alcaloide estratto da piante come la Belladonna il cui nome “Atropa Belladonna” appunto deriva da quella delle tre Parche che recideva il filo della vita. Pare infatti che nell’antichità l’estratto fosse utilizzato come veleno. Oggi invece l’atropina è d’uso in oculistica per la sua proprietà di dilatare la pupilla, ragione per cui la pianta porta anche il nome “Belladonna”, in quanto capace di conferire allo sguardo quella caratteristica di vaghezza che si attribuiva al fascino femminile. Insomma una storia che è un concentrato di mito e costume.
Anche il taxolo, estratto vegetale da una specie di tasso e utilizzato oggi nella cura di alcune forme di tumore, pare fosse usato in antichità per rendere velenose frecce e lance. La tossina proTx-II invece è una scoperta recente, estratta dal veleno della tarantola peruviana, potrà essere impiegata per contrastare il dolore neuropatico.
Come dimostrano questi stessi esempi, un “filone” molto produttivo della nostra rubrica riguarda l’origine vegetale, animale o minerale di principi attivi e sostanze medicamentose. È il caso, fra i tanti, del chinino estratto dall’albero della China e dei polifenoli dalle proprietà antiossidanti che si trovano nel tè verde (come saggezza orientale insegna). Il resveratrolo, antiossidante e antinfiammatorio, viene ricavato invece dalla pianta chiamata Polygonum Cuspidatum, e si trova anche nell’uva e nel vino rosso. L’allicina infine si ricava dall’aglio e ha proprietà antipertensive, antiossidanti e antibiotiche.
[bctt tweet=”Spesso il caso ha giocato un ruolo da primo attore nella scoperta dei farmaci.” username=”MapsGroup”]
Andando alla ricerca di storie non ordinarie, abbiamo visto che spesso il caso ha giocato un ruolo da primo attore nella scoperta dei farmaci. La prima individuazione delle proprietà di quello che poi sarà il paracetamolo è avvenuta grazie a uno scambio di flaconi. Mentre l’eparina, che ha funzione anticoagulante, è stata scoperta da uno studente mentre cercava sostanze coagulanti nei tessuti (il nome viene dal greco hêpar ‘fegato’ dove si trova in quantità). Così anche la penicillina fu scoperta quasi per caso da Fleming nel 1929 (ma c’è un precedente italiano, lo studio del medico Vincenzo Tiberio nell’Ottocento) che notò l’eliminazione dei batteri in una coltura dove si era sviluppata muffa.
Infine, come si conviene a ogni relazione, diamo conto degli esiti, ovvero delle preferenze dei nostri follower sui Social. Quali farmaci hanno interessato di più su Facebook? Verrebbe da dire “o tempora o mores!” osservando le sostanze che hanno ottenuto più visualizzazioni, azzardandone un’interpretazione sociologica, come fossero un riflesso delle nostre moderne ansie e dei nostri tic. Si tratta infatti di principi attivi che contrastano ansia, depressione e invecchiamento, come la valeriana, nota fin dall’antichità per le sue proprietà calmanti. Curiosa anche la storia della tossina botulinica: scoperta grazie a una tossinfezione alimentare causata da salsicce, è stata impiegata prima come antispastico, poi in medicina estetica.
Anche per questa rubrica – come già per la rubrica “Viaggio attraverso il significato delle parole” – dobbiamo rilevare però la diversità di gusti del pubblico di Linkedin che invece ha mostrato curiosità per metformina (un antidiabetico che, sperimentato sui topi, ne ha ritardato l’invecchiamento), allicina e per il più comune acido acetilsalicilico.
Per concludere, abbiamo visto come molti dei principi attivi usati oggi siano in realtà provenienti dal passato. Ma il futuro? Quali scenari si prospettano per la farmacologia? Sembrerebbe che i Big Data sanitari, i progressi tecnologici e l’IoT, anche in questo ambito, promettano una nuova generazione di farmaci digitali: avremo ancora storie curiose di farmaci da raccontare? Noi scommettiamo di sì!
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
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www.treccani.it
www.agenziafarmaco.gov.it
www.agenziafarmaco.gov.it/pdf
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[dropcap3]N[/dropcap3]el mentre che infuria la tempesta su “Olimpiadi a Roma sì” e “Olimpiadi a Roma no”, spostiamo lo sguardo di lato – com’è uso del nostro blog – e diamo conto di un’importante sviluppo nel mondo dello sport che ha ormai preso piede (e corpo) in tantissimi ambiti, e che ha di conseguenza connotato anche le Olimpiadi appena concluse.
Parliamo di un team recente, e tuttavia già affiatato, tra i Big Data e la cosiddetta device wearable, ovvero quella serie di dispositivi indossabili che, integrati con sensori, software etc., connettono il corpo umano con le sue funzioni, consentendo di monitorarle e misurarle in real time sia durante l’allenamento, allo scopo di migliorarne la performance, sia durante la gara vera e propria, così da ottenere informazioni utili per quelle successive.
Con tale approccio innovativo nel rapporto tra il corpo umano, i suoi limiti e le nuove tecnologie – come anche le paralimpiadi ci hanno ben mostrato – si possono raggiungere risultati sorprendenti, e questo vale non solo per il futuro, ma per il nostro presente.
Come riportato infatti in questo articolo, sono stati diversi gli sport che ne hanno già beneficiato durante le olimpiadi del Brasile, anche se il vero e proprio debutto dei Big Data è stato a Londra nel 2012, come ricorda Sky Christopherson, ex primatista nel ciclismo: «Sperimentammo sensori sul corpo e sulla bici di ogni atleta, per studiarne biomedica e fisica. (…) Abbiamo così tarato nutrizione, allenamenti, galleria del vento per ciascuna, eliminando la routine e vincendo un argento che nessuno sognava».
Le Olimpiadi 2016 di Rio, infatti, saranno di certo ricordate per l’utilizzo massiccio di soluzioni tecnologiche in tantissimi ambiti, non da ultima anche la preparazione degli atleti, i quali si sono affidati a device wearable e alla potenza dei big data per “monitorare aspetti quali la potenza resa dagli atleti nell’esercizio”.
Ad essere utilizzati, in questo caso, sono stati ad esempio occhiali speciali, gli smart glass, in grado di seguire le le corse dei ciclisti da ogni punto di vista (atleta, mezzo e utilizzo del circuito) e istante per istante, la soluzione iBoxer, che ha fornito ai giocatori di Boxe report dettagliati sulle caratteristiche degli atleti, e ancora le squadre di velisti che hanno potuto “allenarsi utilizzando modelli virtuali basati su dati e analisi di condizioni ambientali e atmosferiche (correnti, vento…)”.
[bctt tweet=”Le Olimpiadi 2016 sono state il consolidamento di una nuova intesa tra l’Uomo e le Macchine.” username=”MapsGroup”]
Ma quali sono i temi di studio qualificanti di questa nuova “intesa” tra l’Uomo e le Macchine in ambito sportivo?
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Innanzitutto il corpo stesso, che, durante gli sforzi cui viene sottoposto (pensiamo alla corsa, alla boxe o al nuoto) viene monitorato istante per istante nelle sue funzioni vitali, ma anche appunto nei suoi risultati agonistici, consentendo di scoprirne punti forza e Talloni d’Achille.
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] In secondo luogo i circuiti di gara, per mettere meglio a punto le strategie di approccio agli ostacoli e ai percorsi previsti. È il caso della vela, della canoa, o del ciclismo, in cui gli itinerari possno essere studiati un millimetro alla volta.
[icon image=”ss-star” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Per non dimenticare schemi e strategie di gioco, facilmente studiabili e interpretabili alla luce dei nuovi strumenti di analisi. Pensiamo ad esempio al calcio, all’hockey e al rugby, che possono essere rivisti “col senno di poi” in ogni loro anche più piccola mossa.
Il tutto finalizzato da un lato ad “aggredire” gli ostacoli agonistici e gli avversari, grazie a una conoscenza più dettagliata deelle loro carattersitiche, e dall’altra migliorare le performance degli atleti con una nuova frontiera del “doping”: quello tecnologico che, almeno sembra per ora, ha certo meno effetti collaterali.
Per non dimenticare, infine, le possibilità terapeutiche di tali conoscenze approfondite dei vari atleti in caso di infortunio, e le relative possibilità di intervenire dal punto di vista terapeutico in maniera più mirata e a ragion veduta.
E tuttavia l’imprimatur tecnologico di queste Olimpiadi non si ferma all’azione, ma corre velocemente verso la condivisione globale della stessa. Secondo questo studio, infatti, le Olimpiadi di Rio 2016 lo hanno confermato che “il digital è imprescindibile” nel caso di evenyti sportivi globali. Lo attestano cifre di tutto rispetto, ovvero i 187 milioni di tweet postati sulla manifestazione, che hanno generato a loro volta 75 miliardi di impression.
Se la contemporaneità si gioca sui numeri, dunque, questi sono tali da farci facili profeti: l’Uomo, che ha già toccato i propri limiti fisici contingenti con uno sforzo “naturale”, seppure per certi versi sovrumano, ha davanti a sé traguardi prima inimmaginabili, da porsi oggi e superare domani.
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[highlight]Per saperne di più:[/highlight]
www.pcprofessionale.it
www.engage.it
www.lastampa.it
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[dropcap3]E[/dropcap3]sistono situazioni in cui il raggiungimento di un obiettivo implica il superamento di un punto di vista strettamente individuale, a vantaggio di uno collettivo. Anzi, il personale e il privato sono il luogo in cui esercitare un “io” che è prima di tutto parte di un “noi”, dove l’azione del singolo deve unirsi all’azione di un altro singolo perché si ottenga il risultato finale perseguito.
È il caso dei comportamenti responsabili in tema di ambiente: come tessere di un mosaico, se ne apprezza il valore solo se li si osserva da una prospettiva superiore e – per così dire – da una certa distanza.
Questo concetto di individualità al servizio della collettività è alla base della cosiddetta responsabilità condivisa. Se la normativa prevede infatti precise responsabilità per imprese e società nella gestione del ciclo dei rifiuti, di fatto ogni singolo cittadino è chiamato a contribuire al corretto smaltimento per quanto gli compete.
Tale responsabilità condivisa ha la sua radice in quelle che vengono definite le “4 R” dei rifiuti: Riduzione, Riutilizzo, Riciclo e Recupero – di cui abbiamo parlato nell’articolo “Buone pratiche di riciclo… anche in estate!” – e a cui si aggiunge la quinta R di Raccolta, passaggio imprescindibile per un’organizzazione efficiente del ciclo dei rifiuti.
Ma a cosa ci riferiamo di preciso quando parliamo di rifiuti? Dal sito del Ministero dell’Ambiente si ricava la seguente definizione: “Le sostanze o gli oggetti che derivano da attività umane o da cicli naturali, di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi, sono definiti rifiuti”, distinguendo tra rifiuti urbani e speciali (quelli prodotti da industrie e imprese), pericolosi e non pericolosi.
Ma soprattutto il rifiuto può diventare risorsa, ed è qui che entra in campo la responsabilità di ognuno in merito a raccolta e riciclo.
[bctt tweet=”Il rifiuto può diventare risorsa, ed è qui che entra in campo la responsabilità di ognuno.” username=”MapsGroup”]
La situazione in Italia, secondo gli ultimi rapporti di Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) riferiti all’anno 2014, vede il nostro paese a quota 75% dei rifiuti speciali riciclati, al secondo posto in Europa dove la media è del 46%.
Mentre per i rifiuti solidi urbani la percentuale di riciclaggio è del 42%, con un 31% di rifiuti ancora destinati alla discarica. Riguardo al dato della raccolta differenziata poi, i rifiuti urbani si attestano al 45,2% (il raggiungimento di un obiettivo che era stato fissato dalla normativa all’anno 2008).
E sempre per quanto riguarda la particolare categoria degli imballaggi, l’Italia vanta un modello virtuoso per il loro riciclo: si tratta di CONAI, il Consorzio Nazionale Imballaggi. Con un efficiente ciclo dei rifiuti, l’esempio di CONAI dimostra come si possano coniugare il rispetto dell’ambiente con un vantaggio sociale ed economico, visto che sono stati generati anche 37.000 posti di lavoro e un giro d’affari di 9,5 miliardi d’euro.
Tanto più se si considera la mole di rifiuti che ogni anno produciamo: nel 2014, in Italia sono stati 130,6 milioni le tonnellate di rifiuti speciali e 30 milioni di tonnellate i rifiuti urbani.
Per questo diventa importante puntare proprio sul concetto di responsabilità condivisa per valorizzare i rifiuti, recuperando materie prime, e trasformando così lo scarto in risorsa.
Come detto, le aziende hanno precisi obblighi in merito allo smaltimento dei rifiuti e alla loro tracciabilità, con il rischio di sanzioni nel caso di procedure non puntuali. Anche in questo ambito la tecnologia digitale è una risorsa significativa perché può fornire sicuri strumenti di gestione, come il cloud di Greennebula, sviluppato da Memelabs di Maps Group, proprio per gestire le autorizzazioni ambientali.
Ma anche i privati cittadini sono tenuti ad applicare un corretto smaltimento. E se è vero che chi si informa (e informa) è già a metà dell’opera, allora anche noi di 6memes faremo la nostra parte, avviando con questo articolo una rubrica che approfondirà i “cicli del riciclo”, tanto prezioso per la salvaguardia dell’ambiente, affrontando di volta in volta i vari materiali destinabili a seconda vita, come carta, vetro, acciaio, alluminio, legno e plastica.
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[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.greenme.it
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[dropcap3]I[/dropcap3]n uno dei nostri articoli precedenti, “Big data e Shahrazàd: mille e un dato”, abbiamo parlato della possibilità di raccogliere, analizzare e utilizzare i dati come della fine di un percorso che fatalmente ne apre un altro, richiamando concetti quali ciclicità, replicabilità e serialità.
E con una similitudine delle nostre – rievocando il Sultano delle “Mille e una Notte”– abbiamo messo l’accento su un dato di fatto: “Nel mondo dei Dati (…) il passaggio tra la fine di una cosa e l’inizio di un’altra è assai meno cruento: qui davvero niente si distrugge ma tutto – potremmo dire in parafrasi – si moltiplica, trasformandosi.
I dati, proprio come varianti di una storia, mattoncini di un’infrastruttura o molecole di atomi differenti, possono dare vita, grazie ai diversi legami che si possono intrecciare tra loro o con qualcos’altro, a un numero pressoché inesauribile di altri tracciati informativi.”
Per proseguire ora il discorso e cercare di capire cosa avviene prima e dopo tale limina, facciamo riferimento alla tassonomia proposta dall’indice del libro “Big data. Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere”, di Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth N., che illustra procedimenti di raccolta, analisi e riuso dei Dati che attraversano più limine, più soglie.
Come in tutti i processi successivi, infatti, tali dati – ancor prima di essere analizzati, filtrati e riorganizzati – seguono percorsi di trattamento differenti, ma tutti con la medesima finalità: trasformare dati disomogenei e di varia natura, assieme ai loro contenuti, in dati comparabili tra loro, certo, ma solo per andare oltre, in un’attività affatto nuova.
Sottolineiamo infatti come l’inizio del processo di “registrazione”, raccolta ed elaborazioni delle informazioni da parte degli esseri umani, corrisponde di fatto al superamento della linea di demarcazione tra società primitive e società avanzate.
Tutta la nostra evoluzione, in fondo, non è altro che questo, pur con drammatiche cadute ed errori anche d’interpretazione: cercare di decifrare la realtà in cui siamo immersi, non solo per garantire la nostra sopravvivenza, ma anche per dare una risposta alla nostra innata necessità di conoscenza.
Oggi, tale processo di estrapolazione, allocazione e riuso delle informazioni, avviene su larghissima scala attraverso quello che viene definito processo di Datizzazione, volto, per citare Mayer-Schönberger Viktor e Cukier Kenneth, N., a “quantificare il mondo”.
In tale processo – che, ricordiamolo, è altra cosa rispetto alla digitalizzazione, attività con cui le informazioni si convertono in codici binari affinché possano essere processati dai computer – sono innumerevoli le fonti da cui attingere, in pressoché illimitate forme, trasformando tutto – anche le parole, le immagini, le geo-localizzazioni e le interazioni – in Dati.
[bctt tweet=”Dalla digitalizzazione alla datizzazione, informazioni per quantificare il mondo.” username=”MapsGroup”]
Più in specifico, tornando al tema dei Big Data, tale processo di conoscenza, catalogazione, analisi e ri-aggregazione delle informazioni, si può effettuare a partire da due macro-tipologie di Dati, quelli diciamo così “sedimentati” – Data Mining, e quelli invece “in azione” – Data Driven.
Ed è importante mettere a fuoco come, da una materia prima all’apparenza così differente – in una serie successiva di attività cicliche, replicabili e serializzabili – si possano estrarre da entrambe le tipologie di dati informazioni da un lato “pulsanti” e per niente cristallizzate (nel loro potenziale significato) e dall’altro “stabili” e attendibili nella loro capacità in potenza di rappresentare o predire ulteriori evenienze.
Una caratteristica dei dati sedimentati, infatti, è sì quella di essersi stratificati nel tempo, e tuttavia la loro natura si presta all’azione, là dove la scintilla di una domanda, una ricerca o un’analisi può accendere tali dati, movimentandoli e infine estrapolandoli in informazioni complesse capaci di raccontarci ben di più della loro semplice storia.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Alcuni esempi di dataset in cui rintracciare tali dati (DATA MINING):[/highlight]
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] database con i nostri dati personali;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] cataloghi di prodotto;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] librerie online;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati bancari e finanziari;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati produttivi;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati clinici;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati di vendita;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati su review.
[/boxed_content]
Allo stesso modo i dati raccolti nei flussi in cui sono immersi, se guardati attraverso la lente in real time di un Grande Fratello appositamente istruito, catturano, rappresentano e rilasciano modelli e dati aggregati, che si muovono nell’insieme in cui dispiegano i loro (potenziali) significati, e attraverso tali informazioni si può arrivare a conclusioni e informazioni capaci di durare nel tempo e costituire base solida di partenza per altre esplorazioni.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Alcuni esempi di flussi di dati (DATA DRIVEN) in cui agire in real time:[/highlight]
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] tutte le comunicazioni che avvengono sui Social;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] informazioni sui consumi in tempo reale di materie prime (energia, acqua, gas…);
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi ai trasporti e alla movimentazioni di persone e merci;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi alle telecomunicazioni;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] dati relativi al clima e alle condizioni dell’ambiente;
[/boxed_content]
Basta insomma “grattare” appena sotto la superficie all’apparenza fredda e opaca di questa materia per trovarsi immersi in un oceano – o meglio in un Data Lake – nelle cui acque possiamo raccogliere e convertire ogni sostanza in “essenza”. Alla ricerca mai compiuta di risposte concrete anche alle nostre domande all’apparenza più immateriali.
[dropcap3]A[/dropcap3]prire un vocabolario e leggere, in un susseguirsi incessante, il significato e l’origine delle parole, equivale a compiere un viaggio vorticoso. Se le parole sono infatti i nervi della lingua viva di un determinato popolo in un determinato momento, sono anche i semi della sua storia. In esse è depositato e sedimentato – come negli strati di una roccia dolomitica le ere geologiche – il cammino degli uomini che le hanno usate attraverso le generazioni. Oltre il tempo e lo spazio, dall’origine in lingue antiche fino alla nostra, attraverso chissà quanti e quali scarti e salti di senso.
È la vertigine dell’etimologia (ricordando un celebre titolo di Umberto Eco, di cui abbiamo parlato nell’articolo di 6memes L’isola che non c’è e la digitalizzazione: storia di una non-biblioteca universale): l’affacciarsi su un pozzo oscuro da cui trarre in superficie – grazie a ricerche, raffronti, confronti, e a suon di ipotesi, da parte degli studiosi – l’acqua cristallina dell’origine del senso.
E un avventuroso viaggio etimologico è quello che abbiamo compiuto in una piccola rubrica, dedicata proprio alla storia delle parole, sulle pagine social di Mapsgroup e Webdistilled. Lo spunto è stato proprio Webdistilled, il software di analisi semantica del Web di Maps Group. Nell’ipertesto globale, infatti, il significato delle miriadi di parole che lo attraversano, costruisce rotte di senso, a beneficio (quando usate al meglio) di motori di ricerca e naviganti, come ben sanno gli esperti SEO, che si arrovellano su parole chiave e algoritmi capaci o meno di catturare il senso delle parole nel contesto.
[bctt tweet=”Non può forse essere ogni singola parola un racconto in sé?” username=”MapsGroup”]
Così, settimana dopo settimana, abbiamo costruito la nostra lista di parole, immergendoci nelle loro arzigogolate storie. Si è trattato di andare a caccia di termini curiosi in sé, di cui era interessante scoprire l’etimo, oppure di lasciarsi catturare proprio dall’origine particolare di una parola comune: da “ciao” a “donna”, da “precipitevolissimevolmente” a “mugugno”, da “enigma” a “sciarada”, si è generato un “catalogo” di più di ottanta parole di varia origine.
Cosa abbiamo notato attraverso questo seppur piccolissimo campione? Naturalmente è banale dire che ci siamo imbattuti di frequente nell’etimologia latina e greca delle parole scelte. Molte affondano le radici nella storia e nel mito, come nemesi dal nome di una dea greca, o ermetico da Ermete Trismegisto. Così anche cariatide ed epico: la prima, dalle donne di Caria fatte schiave e immortalate in un tempio dell’acropoli; la seconda, da quell’epos che raccoglieva le gesta degli eroi.
Sono parole che ci permettono di notare come un significato specifico e circostanziato spesso si è, per così dire, “generalizzato” nel tempo.
Esempi ne sono anche quei termini che, a partire da un nome proprio, hanno dato vita a un aggettivo. Lapalissiano ad esempio viene dal nome di un capitano francese: il verso di una canzone ne celebrava la tenacia, con l’argomento che fosse ancora in vita un quarto d’ora prima di morire; la disarmante ovvietà dell’affermazione ha generato l’aggettivo che qualifica ciò che è palese e scontato. Mentore, pur essendo in origine il nome del maestro di Telemaco, si è diffuso nel XVII secolo grazie a un libro di Fénelon, assumendo il senso attuale di ‘guida, consigliere’. Gradasso invece, il personaggio dei poemi ”Orlando Innamorato” e “Orlando Furioso”, è diventato il fanfarone per antonomasia. Mentre Paparazzo, dal film “La dolce vita di Fellini”, è ora nome comune per quei fotografi che inseguono le celebrità.
Il peso della storia si avverte in quei termini che hanno la loro origine nelle antiche tradizioni e nelle credenze religiose. È il caso di entusiasmo (‘pieno di un dio’); carnevale (‘togliere la carne’ forse incrociato con ‘carne addio’, in riferimento al periodo della Quaresima); tabù: parola importata dalla Polinesia dall’esploratore James Cook, connotava tutto ciò che era investito da un’aura sacra e dunque intoccabile; sabbatico, l’anno ogni sette in cui, nella tradizione ebraica, non si lavorano i campi, si liberavano gli schiavi e si rimettevano i crediti. Alla storia medievale si ricorre invece per spiegare certosino: una persona precisa e puntuale come erano minuziosi i monaci certosini nel cesellare i loro manoscritti.
Relitti di un mondo antico sono anche parole come ingolfare e mugugno: entrambi dal linguaggio marinaresco, il primo indicava la manovra, a rischio di stallo, per entrare in un porto; il secondo riguardava i marinai di Camogli che godevano di paga “con mugugno”, ovvero del diritto di… lamentarsi! Manfrina invece (un discorso lungo e talvolta anche tendenzioso) era una danza piemontese.
L’origine e i passaggi attraverso altre lingue mostrano invece come il patrimonio lessicale italiano sia nato da un intreccio complesso fra popoli e lingue che hanno “attraversato” il nostro paese e la sua cultura. Esempi ne sono alcol e azzardo (‘dado’) dall’arabo, dall’inglese snob (‘ciabattino’, poi chi affetta costumi raffinati) e slogan (in origine dal gaelico ‘grido di guerra’), e forfait dal francese con etimo incerto.
Alcol ci è utile anche per esemplificare i tortuosi percorsi delle parole, dal concreto all’astratto, spesso attraverso processi metaforici. In origine la parola indicava una polvere per tingere, quindi una polvere volatile e poi ‘essenza’, da cui alcohol vini e infine alcol.
Stile, dal concreto gesto dello scrivere (era la “bacchetta” con cui si incidevano le tavolette ricoperte di cera), ha preso a indicare la forma dei testi, la cifra creativa di uno scrittore, i tratti distintivi del comportamento di una persona. Altri esempi sono delirare, letteralmente ‘uscire dal solco tracciato dall’aratro’, e affibbiare ‘chiudere con un fermaglio’.
Se poi analizziamo le parole che hanno riscosso maggiore interesse nel nostro pubblico, di Facebook ad esempio, troviamo, di gran lunga al primo posto, sciarada. Poi dispotico, caleidoscopio ed enigma. Cosa hanno in comune? Forse una natura più oscura di altre. Certo sono parole affascinanti, nel suono e nel significato. Val la pena ricordarle. Sciarada ad esempio viene dal provenzale charrado ‘conversazione’: è un complicato gioco enigmistico, e si utilizza nel senso di ‘rompicapo’, ‘fatto misterioso e incomprensibile’. Dispotico invece viene da despota, il sovrano orientale. Greche anche le componenti di caleidoscopio, un oggetto relativamente recente, il cui nome ora indica anche una varietà di cose ed elementi. Curiosamente infine enigma ci riporta all’oscuro e al misterioso, sia in senso proprio che figurato.
Se poi cambiamo piattaforma, i gusti dei follower non sono gli stessi. E su Linkedin troviamo fra le parole che hanno interessato di più: giostra, paradosso, alcol, carnevale…
E per concludere, le nostre preferenze: tra le tante parole, ne scegliamo due. Disastro, perché ha il suo etimo nelle lontane stelle, da cui come i popoli antichi ancora ci sentiamo spaventati e attratti, come dimostra l’eco della recente notizia di un pianeta “vicino” simile al nostro.
Poi narrare, la cui radice etimologica rimanda al far conoscere raccontando, e ci ricorda la natura del blog 6memes: il racconto, e la condivisione del racconto, come risorsa di conoscenza. E in fondo non può forse essere ogni singola parola un racconto in sé?
[dropcap3]V[/dropcap3]edo, dunque sono. I Big Data alla prova della visibilità.
Cosa intendiamo, innanzitutto, per visibilità? Si tratta di un termine la cui origine rimanda immediatamente a ciò che è visibile, e che dunque in qualche modo si manifesta.
Nei nostri due articoli precedenti sul tema della visualizzazione, “Big Data Vision: Ultra, Extra, Large, Medium, Small… Invisible!” e “Se la bellezza è negli occhi di chi guarda… anche i Big Data raccontano l’Arte”, abbiamo parlato di visualizzazione dei dati, pur sotto aspetti differenti, iniziando a mettere a fuoco come, attraverso simboli, icone e metafore, concetti o informazioni all’apparenza impalpabili (se non del tutto incomprensibili) possano essere invece visti, o meglio mostrati, in tutto il loro significato, seppure complesso.
Il tema della visibilità – lo abbiamo sperimentato direttamente – è stato del resto anche il leitmotiv sotto traccia del blog 6memes: nel nostro report annuale “Visibilità, originalità e semplicità: ecco i numeri di “6memes”, il nuovo blog del divenire”, infatti, è stato proprio questo, tra i sei tag “calviniani” proposti, a trovarsi in pole position, seguito non a caso dal concetto di “coerenza”.
Vediamo ora insieme come la necessità di rendere visibile ciò che in prima istanza non lo è – sia che si tratti di dati, numeri o concetti – è più che mai attuale, innanzitutto per conoscere meglio denotazioni e connnotazioni della realtà, in secondo luogo per diffonderne le implicazioni e infine per fare di tali dati finalmente “visibili” il punto di partenza per nuove inferenze.
L’attualità del topic nasce dalla contingenza e dallo stato dell’arte dell’innovazione, come bene illustrato nell’articolo riportato da Luca De Biase “Ci possiamo capire qualcosa? Dirk Helbing: la crescita esponenziale di tutto aumenta la complessità” in cui si sottolinea come “la dinamica della conoscenza umana è meno veloce dell’innovazione tecnologica e delle sue conseguenze sul conoscibile.”
Da qui la necessità di rendere più accessibili, e quindi visibili, argomenti, scoperte, coincidenze e modelli che altrimenti sarebbero offuscati dall’opacità in cui sono immersi.
E se oltreoceano tale evidenza è già non solo operativa, ma in fase di diffusione e utilizzo di massa secondo standard e linee guida già messe a fuoco, come illustrato in questo articolo e in questo post, che individua una lista che raccoglie i migliori dieci tools per la visualizzazione dei dati, anche in Italia si muovono passi decisivi in questa direzione.
Citiamo ad esempio il corso formativo “L’estetica dei flussi: Open e Big Data Visualization”, che “affronta la complessa tematica degli open e big data e i processi necessari per renderli fruibili attraverso la loro visualizzazione” perché “la visualizzazione’ dei dati e delle informazioni è la nuova frontiera per il design della comunicazione visiva e le attività artistico-creative” e che, come approfondimento al suo programma, invita a seguire i link:
– armsglobe.chromeexperiments.com
– drones.pitchinteractive.com
– maulik-kamdar.com
e i numerosi articoli che piattaforme specializzate – e non solo – iniziano a diffondere sul tema.
[bctt tweet=”Complessità e visibilità: la visualizzazione dei dati come nuova forma di conoscenza.” username=”MapsGroup”]
Data la materia, così articolata e composita alla partenza, è tuttavia evidente che non tutti gli strumenti di visualizzazione sono in grado di mettere in forma d’immagine argomenti e informazioni così complessi o criptici.
Quello che occorre fare, infatti, è un’opera di traduzione vera e proprio, così da far “parlare i dati”, ovvero renderli immediatamente percepibili e comprensibili, seppure trasformati nella loro materia espressiva.
E questo non può avvenire senza utilizzare vere e proprie tecnologie comunicative, ovvero strumenti del linguaggio capaci di creare scorciatoie di pensiero tra aree divergenti, sovrapposte o intersecate. Parliamo infatti di icone, simboli, diagrammi e metafore.
Nel ricordare la celebre citazione di Deleuze: “Il diagramma è una macchina per pensare“, ci avviciniamo quindi alle varie forme che possono prendere tali dati opportunamente elaborati, con un breve, non certo esaustivo, elenco.
Quelli che più si prestano a tale opera di traduzione sembrano essere – almeno sino ad oggi – innanzitutto diagrammi e grafici in varie forme, ma anche mappe mentali e infografiche, e infine slide e video.
Ogni strumento possiede infatti alcune tipiche caratteristiche d’uso, ed è capace di connotare i dati rappresentati secondo precise convenzioni e metafore espressive. Se ad esempio un diagramma circolare (a torta, per intenderci) ha una funzione di evidenza che possiamo definire meramente comparativa, mettendo in relazione e a confronto più dati tra loro, riferiti a un “tutto” di cui fanno parte, gli istogrammi hanno un approccio più, diciamo così, competitivo, disponendosi in verticale e quindi raggiungendo, o meno, performance di estensione.
In diverso modo operano le mappe mentali o le infografiche, collocando i dati in uno scenario consecutivo, creando costruzioni rappresentative più articolate da un lato, ma anche più agevolanti per il lettore da un altro, realizzando vere e proprie narrazioni che lo accompagnano nel decifrare il “testo” illustrato.
I grafi così rappresentati, se resi applicativi, possono a loro volta interagire più o meno attivamente coi propri interlocutori, essere interpellati, modificati dal’interno, e rilasciare altri “risultati in forma di immagine” in pratica on demand, in modo da rendere sempre più specifica la visualizzazione in una sorta di mise en abyme potenzialmente illimitata.
Perché – e con questo chiudiamo il cerchio del nostro articolo – ogni messa in evidenza di realtà (e ogni dato è senza dubbio un punto di vista sull’esistente, seppur particolare) non è solo il punto di arrivo di un’opera di traduzione, ascolto, vista o lettura, ma è soprattutto l’inizio di una successiva interpretazione. Una soglia, insomma, che solo la “visibilità” è in grado di far percepire come tale, per essere, per l’appunto, oltrepassata.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.etimo.it
blog.debiase.com
www.sas.com
www.informationweek.com
www.millepiani.eu
armsglobe.chromeexperiments.com
drones.pitchianteractive.com
maulik-kamdar.com
support.google.com
[/boxed_content]
[dropcap3]L[/dropcap3]a scolarizzazione e la formazione sono fattori sociali di cruciale importanza per lo sviluppo di un Paese. Quando l’Italia fu finalmente una sola nazione, non a caso, uno dei primi problemi da porsi fu quello dell’unificazione culturale e linguistica, su cui pesava un drammatico livello di analfabetismo e che fu affrontata anche sui banchi di scuola.
Oggi siamo di fronte a nuove esigenze di alfabetizzazione. Non si tratta più di diffondere l’italiano lingua nazionale, ma il tema è di nuovo di importanza storica. Affrontiamo così un nuovo capitolo della nostra rubrica su innovazione e società, occupandoci di alfabetizzazione digitale diffusa, come chiave per concretizzare le opportunità di un’innovazione che “viaggia” attraverso Big Data e Open Data, sulla Rete e i Social Media.
Acquisire competenze digitali a diverso livello e con obiettivi molteplici (in uno scenario, quello italiano, sia detto per inciso, in cui molta strada resta da percorrere), è questione che interessa tutte le generazioni e coinvolge tanto la cosiddetta formazione continua degli adulti, che la scolarizzazione primaria e secondaria, fino ai percorsi accademici e specialistici.
E la crucialità dell’argomento sta anche nella sua duplice facciata. C’è un primo obiettivo che uno Stato sempre si pone di fronte alle proprie politiche scolastiche e formative: quello di agevolare il raggiungimento di standard produttivi ed economici che lo rendano competitivo sullo scenario mondiale. Ma, a fianco di questo fattore per così dire utilitaristico, ce n’è un altro che dovrebbe stare a cuore a ognuno. Come leggere e scrivere sono storicamente stati un passaporto di libertà, quanto meno morale, così oggigiorno saper almeno gestire la propria ineluttabile vita digitale significa essere consapevoli dei meccanismi in cui ci si trova immersi. Ad esempio in qualità di consumatori, tanto per dirne una.
[bctt tweet=”Sapere, saper fare e condividere…” username=”MapsGroup”]
Ecco allora che la questione non è limitata all’acquisizione di competenze tecniche, ma diventa più latamente culturale. Tanto che lo stesso Ministro dell’Istruzione Giannini, nel presentare il rapporto del gruppo di lavoro del Miur sui Big Data, ha parlato di “specializzazione e diffusione della cultura dei big data” e di “cultura del dato” (su cui si veda anche questo interessante spunto).
Una cultura del dato da promuovere in ogni ordine scolastico, dall’insegnamento di data science nelle Università, fino al coding insegnato a scuola.
Anche ai più piccoli, per una precoce familiarità con il pensiero computazionale, come suggerisce ad esempio un’iniziativa dello stesso MIUR in collaborazione con CINI Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica: Programma il Futuro è una piattaforma che offre, a insegnanti e scuole, strumenti e percorsi per la diffusione del coding, partendo dall’assunto che “per essere culturalmente preparato a qualunque lavoro uno studente di adesso vorrà fare da grande è indispensabile […] una comprensione dei concetti di base dell’informatica” e sottolineando “la necessità di avviare un’azione fondamentale per la crescita culturale e lo sviluppo della società italiana”.
Sempre nel quadro della promozione di una scuola digitale, si colloca anche la neonata figura dell’animatore digitale, una sorta di promotore dell’innovazione nell’apprendimento scolastico, di cui in questo articolo si racconta un’esperienza individuale controversa, ma interessante per comprendere la complessità dello scenario, tra slanci e ostacoli di un sistema a macchie di leopardo, in cui occorre liberarsi dei vecchi preconcetti per aprirsi al nuovo, all’insegna di condivisione e mentalità open, dove il concetto di apertura si può intendere in modi diversi. Non solo promuovendo la cultura degli open data a scuola e nel sistema scolastico, ma anche attraverso esperienze di una scuola diffusa e aperta, anche al di fuori dei circuiti istituzionali. È questo il caso recente della Scuola Open Source avviata a Bari che programmaticamente si ispira alla scuola Bauhaus e al movimento Roycroft, per una nuova alleanza tra cultura e tecnologia al servizio di tutti, e quello delle reti dei Makers e dei FabLab.
Sapere, saper fare e condividere, insomma, perché bambini e giovani di oggi siano protagonisti attivi della società di domani.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
ischool.startupitalia.eu
next.insem.it
www.ilfattoquotidiano.it
www.chefuturo.it
[/boxed_content]
[dropcap3]P[/dropcap3]rima di inoltrarci tra i meandri – o meglio, tra gli scaffali – di quel giacimento di saperi, significati e significanti catalogati e pronti all’uso rappresentato dal concetto di “biblioteca”, ci piace ricordare le parole di Sir James Matthew Barrie, l’immaginifico autore di Peter Pan: “C’è un’Isola-che-non-c’è per ogni bambino, e sono tutte differenti”.
Tale poetico punto di vista sulla singolarità di ciascuno rispetto alla capacità di immaginazione, vale infatti in maniera più prosaica, ma non per questo meno incisiva, per ogni altra attività che coinvolga gli aspetti percettivi e conoscitivi di ognuno di noi, ovunque siamo e a qualunque età, rispetto a ogni fonte (o frutto) della coscienza, della conoscenza e del sapere.
Non c’è infatti alcun “significante” che rimandi a un unico “significato”, ma ogni lettore, ascoltatore o spettatore cambia radicalmente, interpretandolo a proprio modo, ciascuno scritto, suono, immagine o fantasia.
Ogni testo, infatti – soprattutto nella sua accezione semiotica, ma non solo – una volta assimilato, assume un significato, un senso e un’eco diversi e irripetibili in base a chi lo ha avuto “tra le mani” o al centro dei propri pensieri.
Lo stesso accade ogni volta in cui tale atto di fruizione si ripete, anche da parte dello stesso soggetto nei confronti del medesimo oggetto. E qui la riflessione si fa “vertiginosa”: a chi non è mai capitato, ad esempio, di rileggere un libro o rivedere un film dopo un certo periodo di tempo e ricavarne impressioni non solo differenti, ma addirittura diametralmente opposte, in base al diverso vissuto maturato nel frattempo o alle differenti esperienze attraversate?
E se dunque non è possibile, nemmeno in linea astratta, rimandare a precise e univoche unità di senso date una volta per tutte, figuriamoci se è possibile anche solo immaginare nella concretezza una “biblioteca delle biblioteche” – ovvero una biblioteca universale, identificando in tale costruzione linguistica un luogo custode e depositario del sapere. Nemmeno facendo uso di sistemi complessi e tecnologie convergenti.
Tale discorso non è del resto nuovo: lo stesso Umberto Eco – che ha dato l’incipit a questa serie di articoli sul tema “apocalittici o integrati”, rispetto alla cultura in generale e all’editoria in particolare – ha affrontato in maniera esaustiva il problema della catalogazione del sapere, individuando nella “Vertigine della lista” la natura intrinsecamente illimitata, dal punto di vista rappresentativo, di ogni forma di catalogazione, che, in sé, “suggerisce quasi fisicamente l’infinito, perché di fatto esso non finisce, non si conclude in forma”. Da ciò deriva il fatto che ogni tentativo di lista o catalogo universale della conoscenza possa produrre – e indurre – vertigine.
Fu del resto un altro genio del pensiero, Jorge Luis Borges, a ricordarci che “c’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, il cui limitato impero è l’Etica; parlo dell’Infinito”.
[bctt tweet=”Come non esiste una sola “isola che non c’è” così non esiste una sola biblioteca universale.” username=”MapsGroup”]
Rispondiamo così in maniera netta e definitiva alla domanda iniziale e all’apparenza retorica del nostro articolo. No: così come non esiste nessuna isola-che-non-c’è che sia uguale a un’altra, così il sapere – o almeno i medium comunicativi che lo contengono e ne dispiegano il senso – è per sua natura talmente complesso e mutevole che, almeno per ora, non c’è una “gabbia” sufficientemente ampia e strutturata capace di contenerlo e rappresentarlo in maniera univoca e definitiva, proprio per la sua natura mutevole, camaleontica e sfuggente.
Non che la tentazione di edificare il perimetro di un tale luogo non sia mai esistita: anzi, sono tantissimi, nei millenni, i tentativi in questo senso. A partire dalla favolosa Biblioteca di Alessandria, depredata e distrutta in più occasioni.
Di certo da almeno due decenni, e forse più, anche le nuove tecnologie – forti di una capacità di assimilazione e strutturazione di quantità smisurate di dati mai vista prima – hanno dunque prodotto e riprodotto tale tentativo.
E se l’universo bibliografico del libro a stampa veniva interrogato già dagli anni ’60 tramite “il migliore strumento di intermediazione fino ad allora inventato: il catalogo, ovvero un linguaggio di interrogazione ormai evoluto e dotato di vocabolario, semantica e sintassi proprie.”, lo stesso è accaduto per il digitale, come illustrato in maniera davvero completa in questo articolo di Fabio Di Giammarco dal titolo “Dal MARC a BIBFRAME: la lunga marcia delle biblioteche per integrarsi nel Web”.
Secondo tale studio il processo di digitalizzazione e organizzazione del sapere in formato digitale inizia dai primi anni del 2000, in “una storia con quattro protagonisti: il catalogo delle biblioteche, i formati MARC e BIBFRAME, il Web. Possiamo farla iniziare nel 2002, quando il bibliotecario-tecnologo Roy Tennant pubblica il famoso articolo: ‘Marc Must Die’. Da quel momento, per il mondo delle biblioteche è chiaro che qualcosa sta davvero cambiando: con l’inizio del XXI secolo la rivoluzione del nuovo sistema dell’informazione globale lambisce ormai anche il piccolo periferico spazio chiuso del catalogo bibliografico.”
E nemmeno un gigante come quello partorito da Google, il quasi omonimo Google Books, che si auto definisce “il più grande indice di testi integrali mai esistito“, vi è a tutt’oggi riuscito, ma ha anzi dovuto almeno per ora rettificare il suo obiettivo iniziale (anche per motivi pragmatici e contingenti) spostando il suo target “dalla “biblioteca universale” alla computabilità dei libri digitalizzati – che hanno (comunque) superato i 25 milioni – per lo sviluppo di applicazioni di searchable inside e intelligenza artificiale.”
Il tentativo di conquista di una possibile “Biblioteca delle biblioteche”, comunque, è soltanto iniziato. E prosegue con una virata verso l’aspetto “semantico” del linguaggio, l’unico che, anche per noi uomini, sembra possedere almeno alcune chiavi di interpellazione e comprensione del sapere.
Ora, infatti, “Si tratta anche per le biblioteche – con l’aiuto di BIBFRAME – di percorrere la strada indicata da Tim Berners-Lee, ovvero: ‘a web of things in the world, described by data on the web’. Vale a dire, entrare ‘in una rete di cose presenti nel mondo, descritta nel web tramite dati’. ‘Cose del mondo’ collegate ad altre ‘cose del mondo’, nella fattispecie descrizioni bibliografiche collegate ad altre entità così da arricchire reciprocamente le informazioni ottenute.”
E se la digitalizzazione del sapere procede a gran velocità in tutti fronti della conoscenza (come già affrontato da 6memes in questo articolo), questo – dal punto di vista della “concentrazione” – non fa che aumentare e accrescere la necessità di reti e relazioni che interfaccino le varie biblioteche, o meglio cataloghi, proseguendo nella “vertiginosa” realizzazione di costruzioni in abisso e strutture a rizoma in cui, a ciascuna nuova connessione, relazione, scorciatoia e strada panoramica, si amplierà fatalmente il divario tra conosciuto e conoscibile.
Perché nessuna Biblioteca, nemmeno futuribile, con tutta probabilità, sarà mai in grado di contenere e semplificare il sapere, così come non esiste una sola isola-che-non-c’è, ma ci sono di certo arcipelaghi interi di sapere e immaginazione di cui cercare, e descrivere, le coordinate.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.culturadigitale.it
archivio.panorama.it
www.liceoberchet.it
[/boxed_content]
[dropcap3]U[/dropcap3]n viaggio nel mondo delle cure mediche. È quello che abbiamo compiuto con la rubrica su malattia e medicina viste attraverso le lenti del tempo, della variabilità culturale, oltre che della distanza geografica.
Abbiamo esplorato il concetto di male e di dolore, cercando di mettere a fuoco la relatività del concetto stesso di malattia a seconda del punto di vista. E abbiamo affrontato la malattia nei suoi aspetti sociali, quando ha coinvolto, nella storia e anche oggi, intere comunità, investendone i valori e provocando talvolta anche profondi sconvolgimenti demografici, economici ed etici.
Poiché la cura della malattia è profondamente legata a fattori culturali, ci siamo soffermati a considerare una panoramica delle cosiddette medicine alternative e complementari. E abbiamo affrontato, con la cautela del caso, anche la sofferenza della mente e gli approcci alla sua cura.
Da ultimo abbiamo considerato come l’uomo appartenga a un complesso sistema naturale di cui sono parte anche gli animali, che talvolta condividono il destino dell’uomo o vi interferiscono inconsapevolmente, quando si verificano casi di zoonosi all’origine di temibili malattie infettive, di portata epidemica e pandemica.
Ne abbiamo ricavato un quadro complessivo che conferma l’articolazione del tema di malattia e cura, appunto per la molteplicità dei piani che investe, da quello individuale, attraverso quello sociale e culturale, per approdare alle scelte di indirizzo politico e legislativo.
Per concludere questo nostro approfondimento su malattia e cura, e sulla loro portata storica, oltre che culturale e sociale, rivolgiamo ora la nostra attenzione non più al passato e all’altrove, ma gettiamo uno sguardo al di là dell’orizzonte, per vedere cosa ci riserva il futuro della medicina occidentale.
A inizio anno 2016, la rivista PharmaVoice ha enucleato le principali tendenze della medicina per l’anno in corso, che si candidano anche a essere più in generale linee di sviluppo di un prossimo futuro.
Tra queste, il concetto di new health economy, ovvero di un nuovo sistema di domanda e offerta sanitaria, in cui l’elemento radicalmente nuovo è il ruolo attivo del paziente. Come consumatore si informa e prende parte alle decisioni che lo riguardano; è coinvolto in una gestione tecnologica della salute ed è disponibile a impiegare le sue risorse economiche per benessere e cure.
[bctt tweet=”Il malato assume un ruolo consapevole e informato, cruciale e centrale nel processo di cura. ” username=”MapsGroup”]
Tale tendenza generale è coerente con altri trend enunciati, come la medicina di precisione: attraverso i big data e le branche di studio e ricerca afferenti alla genomica, l’obiettivo è quello di dar forma a protocolli di cura sempre più sicuri e affidabili, incentrati sul singolo paziente e sulla manifestazione “relativa” della malattia.
Il nuovo protagonismo del paziente di cui abbiamo parlato, definito patient empowerment, si rivela anche in questo ambito: il malato assume un ruolo consapevole e informato, cruciale e centrale nel processo di cura.
E questo è possibile anche grazie alla tecnologia: il paziente esplora la Rete per ricavarne informazioni di natura medica e sanitaria, partecipa alla gestione della sua storia clinica attraverso la cosiddetta sanità digitale, usufruendo anche di soluzioni di mobile health per monitorare il suo stato di salute e per gestire le attività connesse al suo benessere.
Dal canto loro, le strutture sanitarie e i decisori politici possono usufruire di una mole mai avuta prima di dati, e – come nel caso di Clinika di Maps Group, il motore di ricerca semantico dei dati clinici – possono dotarsi di nuovi strumenti analitici e predittivi in grado di analizzarli e utilizzarli. Grazie a tali strumenti, infatti, i dati raccolti possono trasformarsi in informazioni strutturate con cui pianificare l’offerta sanitaria, razionalizzarne la gestione, contribuire alla ricerca scientifica e favorirne la condivisione tra tutti i soggetti coinvolti.
L’opportunità è reale, la sfida lo è altrettanto perché chiama in causa – proprio per la complessità di cui abbiamo detto – una decisa e programmatica scelta di campo, non scevra da problemi e nodi di ordine etico da sciogliere.
[dropcap3]Q[/dropcap3]uando siamo partiti per questo articolo eravamo dubbiosi: “troveremo fonti, materiali, ispirazioni che legano arte, bellezza, cultura e Big Data?” La sorpresa è stata grande, e la vogliamo trasmettere ai nostri lettori.
Sembra proprio che l’arte, quella con la A maiuscola, si stia iniziando a interessare dell’argomento Big Data, mettendo il naso anche in questo settore all’apparenza asettico e privo di fantasia. Le iniziative che ibridano creatività e dati sono difatti innumerevoli e davvero sorprendenti. Ve ne raccontiamo qualcuna.
La prima riguarda la Data Visualization – a cui dedicheremo un prossimo articolo e che abbiamo già introdotto con il concetto di Visione – che viene identificata come “una nuova disciplina a cavallo tra l’arte e la statistica che semplifica la comunicazione di informazioni complesse”.
Riportiamo alcuni link ulteriori dell’articolo perché possiate farvi un’idea diretta di questa forma impegnata di arte, in cui si mostrano e dimostrano flussi di popolazione, statistiche sulle vittime di guerra dei droni sino ai luoghi dove sono caduti meteoriti (suddivise addirittura per tipologie) dal 1800 a oggi.
[bctt tweet=”L’arte con la A maiuscola si stia iniziando a interessare dell’argomento Big Data.” username=”MapsGroup”]Un’altra opera che vogliamo citare è un’installazione, “Persona Non Data”, che promette di rendere visibile proprio la questione significativa dei Dati, visti come: “non il semplice assunto delle nostre tracce digitali, ma la loro varietà e la capacità che queste informazioni hanno di coesistere tra loro (…)”.
Per non parlare di loro, i MUSEI, i luoghi principi deputati a conservarle e mostrarle al mondo, le opere d’arte. Ebbene: anch’essi utilizzano i dati per organizzare mostre, visite, servizi, come raccontato qui seppure in tono parzialmente polemico.
Ed è recentissima (aprile 2016), la pubblicazione dell’Atlante degli archivi fotografici e audiovisivi italiani digitalizzati, che “scheda per la prima volta il patrimonio mediale storico italiano già digitalizzato o in corso di digitalizzazione sino al dicembre 2014.”
Ma uno dei primi a parlare in qualche modo di questo fenomeno fu proprio Lev Manovich, ne Il Linguaggio dei Nuovi Media, in cui traccia le origini comuni di ogni forma di comunicazione, dai suoi albori all’avvento del digitale.
Già dalle sue prime pubblicazioni, infatti, si intravede un minimo comun denominatore tra tecnica e creatività.
Qual è dunque la massima che possiamo trarre da queste considerazioni? Che se l’arte è ciò che dà un nome a quello che prima non lo aveva, mettendone in luce forma e sostanza, allora anche i Dati sono in grado di farlo. Perché, come cita il celebre proverbio la “bellezza è negli occhi di chi guarda”, appunto. E nelle domande che uno si pone, aggiungiamo noi.