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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Big data e sicurezza: come proteggere un tesoro di dati.

[dropcap3]L'[/dropcap3] accumulo e la conservazione di dati interessa numeri per cui tocca scomodare unità di misura superiori allo zettabyte, come abbiamo visto nell’articolo Dalla ricerca all’innovazione: i Big Data e le magnifiche sorti e progressive.
L’aumento del volume, della velocità e della varietà dei dati apre numerosi scenari di gestione, fra i quali una posizione non secondaria occupa l’individuazione di una consapevole procedura finalizzata alla sicurezza di quello che potrebbe essere definito un tesoro. Dove la parola “tesoro” ha una valenza duplice: i dati come giacimento grezzo di informazioni da sfruttare a fini strategici, se opportunamente elaborati, strutturati e analizzati. Ma i dati anche come custodi di informazioni potenzialmente sensibili e quindi profondamente delicate.
Ecco perché abbiamo deciso di dedicare una rubrica all’argomento sicurezza e privacy dei dati, per passare in rassegna le possibili e varie implicazioni che comportano lo stoccaggio e l’utilizzo di Big Data.
Tali moli ingenti di dati infatti, se non adeguatamente classificate e protette, possono essere un ostacolo anziché una risorsa. O meglio, possono comportare considerevoli rischi, in termini di perdita e divulgazione di informazioni, con il conseguente corollario di danni economici e problemi legali.
Mettere in sicurezza i dati è un’operazione necessaria, dunque, ma particolarmente delicata e niente affatto ovvia. Richiede un approccio strategico, supportato da un’adeguata tecnologia che garantisca una protezione reale e continua.
Ecco allora che il primo passo da compiere è, ancora una volta, analitico. Effettuare una classificazione dei Big Data permette di determinarne il valore, stabilire eventuali implicazioni giuridiche, quotarne il livello di sensibilità e applicare diversi livelli di sicurezza in base alla tipologia delle informazioni da proteggere.
Se determinare il valore dei dati da mettere in sicurezza è un aspetto fondamentale, non sempre si tratta di un’operazione possibile nel caso dei Big Data. Anche dati non sensibili infatti possono svelare informazioni che invece lo sono, se messi in relazione con altri dati.
[bctt tweet=”Da una tutela responsabile dei Big Data passa la messa a frutto del loro potenziale tesoro…” username=”MapsGroup”]
Esistono allora delle best practice utili a limitare i rischi e ad attivare un’efficace politica di “difesa”.
Una prima azione suggerita è effettuare una razionale selezione dei dati: scegliere quali sono rilevanti e quali, invece, è possibile eliminare. In questo contesto è utile e necessario mettere sul piatto della bilancia le informazioni che possiamo trarre dai dati e il livello di rischio che portano con sé. A seconda che il piatto della bilancia penda da una parte o dall’altra si attueranno azioni diverse.
Il secondo step è creare un’efficiente policy d’accesso ai dati, custodendo ove possibile i dati offline, limitando l’accessibilità a utenti certificati e applicare, allo spazio di archiviazione, tecniche crittografiche. Queste soluzioni consentono di proteggere i dati sensibili archiviati, in transito o per il loro intero ciclo di vita. Anche le diverse fasi di trattamento dei dati, infatti, meritano una puntuale attenzione sotto l’aspetto della sicurezza, in particolare in alcuni passaggi cruciali, come la loro eliminazione o la migrazione da un sistema di archiviazione a un altro.
Con il prevedibile capillare diffondersi dell’Internet of Things, nell’interconnessione quotidiana delle nostre vite tra smart device e Rete, la privacy e la sicurezza dei dati conseguenti dovranno ricoprire un ruolo di primaria importanza. Perché da una tutela responsabile dei Big Data passa anche l’avveramento del loro potenziale “tesoro”, della loro promessa di contributo allo sviluppo e all’efficienza dei nostri sistemi sociali ed economici.

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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Futuro, ambiente e produttività: come fare dell'uso delle risorse un circolo virtuoso per chi verrà dopo di noi.

[dropcap3]L[/dropcap3]a preminenza della tutela dell’ambiente sulle attività produttive e sociali dell’Uomo è – almeno così sembra – un dato di fatto condiviso da molti degli Stati del nostro pianeta, oltre che dall’opinione pubblica.
E tuttavia le difficoltà, soprattutto economiche e a maggior ragione nelle parti del mondo ancora in via di sviluppo o in fase di crescita, non ne fanno un percorso agile da seguire e tanto meno rapido.
Se infatti il mondo occidentale, che – ignaro o meno che ne fosse a suo tempo – ha attinto abbondantemente alle risorse naturali del nostro pianeta, con un larghissimo e spesso avventato impiego delle risorse, oggi sembra tentare di ricondurre i propri comportamenti sulla retta via, lo sforzo principale è chiesto oggi proprio alle zone del mondo in cui uno sviluppo eco-compatibile cozza inesorabilmente contro la possibilità (o le volontà) di sostenerne i relativi costi a livello micro e macro economico.
Non è certamente questo il luogo in cui analizzare compiutamente un processo così streategico e complesso per il nostro futuro.
Ma siccome a ogni azione consegue una reazione (possibilmente non pericolosa) ci piace portare all’attenzione del nostro pubblico una serie di buone pratiche in tema ambientale che abbiamo trovato nelle nostre “attività serendipitiche” online.
Perchè ciascuno di noi, nel suo piccolo, può, anzi DEVE, farsi carico di questa attenzione per il nostro pianeta.
[bctt tweet=”La preminenza della tutela dell’ambiente sulle attività dell’Uomo è oggi fondamentale.” username=”MapsGroup”]
Iniziamo con il link al sito di LifeGate che ha una sezione “interamente dedicata a case history e azioni messe in pratica da aziende e imprese a livello nazionale e internazionale” con una serie davvero sorprendente di “eccezioni” virtuose che mostrano concretamente come sia “possibile fare business riducendo le emissioni di CO2 e degli altri gas serra che influiscono sul clima.”
Un altro spunto eccezionale, tutto Made in Italy, è quello che ci offre Ecosistema Urbano di Legambiente che “misura la qualità ambientale dei centri urbani e, insieme, le performance delle pubbliche amministrazioni” e che riporta nello studio “buone pratiche che hanno il pregio di introdurre significativi cambiamenti in un determinato settore e che potrebbero essere riprodotte o utilizzate come spunto per interventi analoghi anche in altre realtà locali.”
Un’ultima considerazione, prima di congedarci.
Anche noi di Maps Group abbiamo dato, nel nostro piccolo, un contributo concreto per le aziende nel settore della sicurezza ambientale. Si tratta di Greennebula, il cloud System Software e Gestionale per la gestione delle autorizzazioni ambientali pensato per le aziende che si trovano a dover smaltire i propri rifiuti gestendone e controllandone le varie autorizzazioni ambientali.

Il software, infatti, permette di invitare la rete dei fornitori a caricare sul sistema dati e autorizzazioni ambientali, evitando di dedicare risorse interne a tale compito, come spiegano queste brevi slide che mostrano il funzionamento di Greennebula step by step.

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Non ci sono più scuse, dunque, per nessuno. Ognuno deve “mettersi in moto” e fare il suo piccolo pezzo di eco-strada. Buon cammino a tutti!

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Maps News

Inaugurazione della nuova sede: il Genius loci di Maps Group

Inaugurazione della nuova sede: il Genius Loci di Maps Group

 

[dropcap3]L[/dropcap3]o sapevano bene i romani che introdussero un apposito concetto, quello del Genius Loci, ovvero il Genio che vive – respira, traspira – nel luogo abitato e frequentato dall’uomo: lo spazio in cui ci troviamo ha una sua anima, e trasmette ed evoca ben precise assonanze (o dissonanze).
Dicendolo in termini più espliciti, lo spazio fisico in cui ci troviamo e in cui trascorriamo il nostro tempo è capace di interferire e condizionare la qualità del nostro stesso esistere.

Nel nostro caso
– in occasione della serata di inaugurazione della nuova sede del gruppo Maps – il Genio cui ci siamo voluti riferire è quello delle persone con cui condividiamo la nostra avventura professionale: è grazie a loro e ai loro talenti che Maps Group sta proseguendo il proprio cammino, un giorno dopo l’altro, verso i suoi obiettivi.

[bctt tweet=”Il Genius Loci di Maps Group? Una terrazza, buon cibo, buona musica e soprattutto buona compagnia.” username=”MapsGroup”]

Nel video presentato durante l’evento – che vuole essere un tributo all’impegno di tutti – raccontiamo così un giorno in Maps, dalla mattina alla sera, con la partecipazione diretta di chi ci vive e lavora assieme alle immagini di tutto ciò che ogni giorno ci circonda e accompagna nel nostro “luogo” di lavoro.
Il nostro Genius Loci lo si può vedere bene così, in primo piano, nelle foto della serata inaugurale pubblicate di seguito, che abbiamo voluto trascorrere così, in semplicità, tra noi.
Con una bella vista dalla terrazza, buon cibo, buona musica in sottofondo, e soprattutto una buona compagnia. Perché il genio, così come il talento, è sì in parte innato, ma soprattutto va alimentato. Giorno dopo giorno.
Maps Group

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Gli autori di 6Memes

About Natalia Robusti: immagini e parole in forma perfetta (o quasi).

“Una bugia fa in tempo a viaggiare per mezzo mondo mentre la verità si sta ancora mettendo le scarpe.” – scriveva Mark Twain. E se era vero nei primi anni del ‘900, immaginiamo oggi con le piattaforme Social che accompagnano il flusso stesso dei nostri pensieri.
Scrivere – a qualsiasi titolo lo si faccia, per amor di letteratura o per finalità più concrete quali i motori di ricerca e gli algoritmi di Facebook – ha a che fare inevitabilmente con questo: le Verità. In forma rigorosamente plurale e basate su diversi punti di vista, ciascuno vero a suo modo.
Tattica di sopravvivenza evoluta, parente stretta della mimesi e del travestimento, la possibilità di evocare, alludere e omettere – sino a mentire – è una delle caratteristiche più potenti del linguaggio, unicum della nostra specie.
Comunicazione persuasiva, si definisce dunque quella di cui mi occupo principalmente nella mia attività professionale. Sul web e i social, in forma di post, claim e metadati… E – come per ogni ossimoro che si rispetti – utilizzo tecniche che fanno viaggiare di pari passo verità e bugie. O meglio, che “condividono un preciso punto di vista”.
E quasi sempre, mi credono… Facebook e Google compresi 😉

Natalia Robusti


Se vuoi connetterti con me, mi trovi qui:


 

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Big Data & C. Data Complexity & Big Data Gli autori di 6Memes

Data Complexity & Big Data Virtual Labs. Di Anna Pompilio.

Cambiare è quello che la gente fa quando non ha più nessun’altra scelta.
Holly Black

[dropcap3]N[/dropcap3]ei primi anni del ‘900 la compagnia telefonica statunitense AT&T decide di costruire la prima linea continentale per collegare New York a San Francisco e per superare i non pochi problemi tecnici di un progetto di tale portata, si convince a investire in un’ organizzazione di ricerca interdisciplinare: La Fabbrica delle Idee.

La Factory di AT&T riunisce fisici, ingegneri, esperti di materiali, tecnici del telefono e segna l’ inizio di un esperimento – i Bell Labs – che porterà gli Stati Uniti a ricoprire un ruolo di leader del settore per oltre un secolo e a sfornare un numero impressionante di innovazioni (il primo transistor, nel 1947, tassello di base per un’ ondata di applicazioni che segneranno l’ era della televisione, poi, attraverso il salto nei semiconduttori, quella del computer) e di Premi Nobel. Il resto è storia nota.
Le innovazioni – dice Walter Isaacson, autorevole firma del giornalismo tecnologico americano – avvengono quando persone con diversi talenti, diverse conoscenze, diverse mentalità, vengono riunite insieme possibilmente in una vicinanza fisica, in modo da potersi incontrare spesso”.
Questo dunque il principio ispiratore dei Bell Labs, più volte ripreso da quel primo esperimento del 1909, non ultimo da Steve Jobs che aveva a suo modo replicato il modello unendo «dei geni creativi insieme con degli esperti di prodotto e dei grandi ingegneri, in modo da collegare fra loro la tecnologia e l’ immaginazione».
[bctt tweet=”L’esperienza può e deve gestire la complessità: per correre avanti bisogna a volte guardare indietro.” username=”MapsGroup”]
Un principio che continua ad avere una sua valenza e attualità e a cui si ispira la nuova rubrica del Blog: Data Complexity & Big Data Digital Labs, che mira proprio a far incontrare talenti diversi in uno spazio non più fisico (come fu all’inizio del secolo scorso) ma virtuale, in accordo con la geografia e l’idea di prossimità ridisegnata dal digitale e dai paradigmi della network knowledge. Questo per quanto riguarda il metodo. Sui contenuti invece la parola chiave è, appunto, “Labs” ovvero fornire esempi concreti di progetti, esperienze, case study tenendo conto dello scenario sociale, economico, tecnologico e culturale nel quale nascono e si sviluppano, al fine di analizzarne possibili applicazioni e prospettive future per aziende e pubblica amministrazione.
Del resto “l’intelligenza collettiva, la cooperazione, la condivisione e la diffusione del sapere stanno cambiando le nostre vite”. E lo stesso si può dire dei famigerati Big data. ma per comprenderne la genesi e la portata, circoscriverne l’ambito, analizzarne gli impatti, valutarne i rischi e opportunità progettare, infine, cambiamento e innovazione non partiamo da zero: partiamo dall’esperienza tangibile nella gestione della complessità dei dati nella convinzione che per correre avanti bisogna a volte guardare indietro.
Guardare indietro mentre si corre in avanti ha una duplice accezione: si può guardare indietro non solo per non ripetere gli stessi errori, ma anche per cambiare e migliorare le cose che a loro modo già funzionano. In un orizzonte di crescita ed evoluzione, e non solo di necessità.
Si parte da qui. Enjoy! 🙂
 
[highlight]About Anna Pompilio[/highlight]

Business Analyst
con la passione del Blogging e Blogger con la passione dell’ informatica.
Quale informatica? Quella attiva: l’informatica dell’ascolto, del trovare insieme la migliore Soluzione che non è sempre, o non necessariamente, quella più avanzata tecnicamente. Quella del Cliente al centro anche se il paradigma può ormai sembrare “vintage”, della fiducia che si rinnova ogni giorno, della responsabilità personale, della diversità culturale e del pluralismo nei gruppi di lavoro.
L’informatica che non è Internet, o i droni o la lavatrice che dialoga con l’auto ma quella che viene prima, quella dell’intuizione, quella che non ha paura di forzare le regole e che non affida il cambiamento alla (sola) applicazione tecnica.
E dunque scrivo.
Scrivo perché c’è già un romanzo che si intitola il giorno in cui un computer scrive un romanzo, scrivo perché la tecnologia è una faccenda tremendamente seria 🙂
Anna Pompilio
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Fonti e approfondimenti[/highlight]

Jon Gertner, The Idea Factory. Bell Labs and the Great Age of American Innovation
www.nuovoeutile.it
www.wikipedia.org
[/boxed_content]
 

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Dalla ricerca all’innovazione: i Big Data e le "magnifiche sorti e progressive".

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’ambito della nostra rubrica sugli impatti concreti dell’innovazione sulla società, abbiamo preso in considerazione vari settori, come le infrastrutture, la scuola, la salute.
C’è un ambito però che si annoda all’innovazione, nel senso che la precede e la segue: la ricerca – ovvero l’indagare e lo studiare con criteri scientifici per scoprire e approfondire fatti, fenomeni e processi – produce innovazione e insieme ne è condizionata.
L’innovazione tecnologica, ad esempio, permette di compiere ricerche in campi anche lontani tra loro, che producono a loro volta innovazione, contribuendo a nutrire quelle che un celebre italiano (Giacomo Leopardi, con intento ben diverso, ci sia scusata la forzatura!) chiamava le “magnifiche sorti e progressive”.
È il caso dei Big Data: ogni giorno ne vengono prodotti flussi che hanno superato l’ordine degli Zettabyte: per trattarli e analizzarli è necessario un approccio scientifico integrato, che ha bisogno di adeguati strumenti tecnologici, infrastrutture e figure di specialisti come il data scientist capaci di riversarne il potenziale nel reale.
Abbiamo parlato in un articolo precedente del modello Emilia-Romagna, che si candida a polo europeo dei Big Data grazie a un tessuto fitto di enti, università e imprese che hanno investito risorse e ricerca.
La ricerca e la sua applicazione reale dialogano proficuamente anche in un progetto recentemente annunciato che vede protagonista la Fondazione trentina Bruno Kessler: grazie a un accordo di collaborazione con il Mit (Massachussets Institute of Technology), si punta a “sviluppare innovazioni applicabili alle aziende e al settore pubblico”.
[bctt tweet=”La ricerca produce innovazione e insieme ne è condizionata…” username=”MapsGroup”]
E pare che nel nostro paese sia stata colta almeno l’opportunità di questa sinergia tra ricerca e innovazione: secondo l’indagine effettuata dell’ente di certificazione Dnv Gl – Business Assurance e dall’istituto di ricerca Gfk Eurisko un’azienda su due in Italia ha investito sui Big Data.
Il capitale della ricerca tecnologica (come il cloud e l’Internet of Things) e quello umano di chi la studia, possono dunque incidere profondamente su numerosi settori del reale, che a loro volta diventano altrettante palestre di ricerca.
Ecco alcuni esempi di come la ricerca inneschi innovazione a effetto domino.
È il caso della cosiddetta Industry 4.0 con la digitalizzazione della produzione manifatturiera. Grazie all’Internet of Things ad esempio, è possibile mettere in contatto la fabbrica produttrice con il suo prodotto finito. Da questo incontro nascono masse enormi di informazioni che l’azienda può utilizzare per creare nuovi modelli di business, intervenire sui problemi tecnici e migliorare le prestazioni (pensiamo ad esempio al settore automobilistico).
La smart agricolture è la coltivazione abbinata a sistemi informatici e tecnologici.
Grazie all’analisi dei Big Data è possibile monitorare i parametri ambientali, avere informazioni sulle colture e sulle condizioni climatiche, migliorare la qualità del raccolto, raggiungere nuovi livelli di produttività e redditività, ma anche procedere in direzione di uno sviluppo più sostenibile.
C’è un tema infine sul quale la ricerca sui Big Data sta muovendo i primi passi, l’ambito assicurativo. Utilizzando le grandi moli di dati online le assicurazioni potrebbero godere di informazioni sui comportamenti degli assicurati e creare servizi ad personam.
Questo esempio lascia trapelare non solo le opportunità, ma le criticità che possono comportare gli effetti dell’innovazione sulla società, con riferimento a temi come la privacy e la sicurezza, che saranno oggetto di un prossimo articolo di 6memes.
E torniamo così al nostro Giacomo Leopardi, cui rubiamo ancora le parole, per chiudere dicendo che solo una ricerca scientifica seria – intesa in senso lato – porta con sé la consapevolezza della responsabilità necessaria per un’applicazione efficace e insieme valoriale dell’innovazione, perché le sorti siano – almeno un po’ più – magnifiche e progressive.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

www.lastampa.it

www.corrierecomunicazioni.it/assicurazioni-auto-il-futuro-e-nei-big-data
www.corrierecomunicazioni.it/agricoltura-iot-e-big-data-i-nuovi-alleati-in-campo
www.industriaitaliana.it
www.corrierecomunicazioni.it/come-cambiano-le-assicurazioni-ai-tempi-dei-big-data
[/boxed_content]

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Big Data & C.

All’emiliana è meglio. L’Emilia-Romagna, una regione per i Big Data.

[dropcap3]L[/dropcap3]’Emilia-Romagna, come è noto, primeggia in diversi settori, dalla cucina, al settore automobilistico, fino alla musica. Oggi può vantare un altro primato: l’incontro “Emilia–Romagna Big data Community, una piattaforma per l’innovazione, lo sviluppo e la competitività regionale” ha messo in luce come la Regione sia punto di riferimento per il calcolo e l’analisi dei Big Data, dal momento che “Il 70% della capacità nazionale di super calcolo è in Emilia–Romagna”.
Un dato cui si devono aggiungere altre cifre importanti che mostrano come la Regione sia interessata da un sistema diffuso di ricerca in questo ambito: 1.800 ricercatori (dei quali 230 stranieri), 60 corsi di alta formazione, a cui vanno aggiunti numerosi eventi internazionali, lauree magistrali e master.
[bctt tweet=”Big Data, l’Emilia-Romagna una Regione all’avanguardia…” username=”MapsGroup”]
Numeri significativi, soprattutto se letti in un’ottica economica, per il portato di sviluppo produttivo e di progresso sociale che sono in grado di rappresentare: lo scopo di questa Emilia-Romagna Big Data Community è quello di essere un punto di riferimento non solo per il mercato nazionale, ma anche per il contesto europeo, attraverso la realizzazione di un polo di ricerca in linea con i precetti di Horizon 2020.
Horizon infatti è il programma dell’Unione Europea per il finanziamento della ricerca e dell’innovazione nel periodo 2014 – 2020: un piano strategico che mira a creare nuove opportunità lavorative, uno sviluppo economico sostenibile e di crescita a lungo termine, per mettere in condizione l’Europa di affrontare le sfide del futuro.
In questo ampio e complesso contesto si inseriscono anche i Big Data, elemento cardine dello sviluppo, poiché dalla loro gestione e analisi può derivare una generale evoluzione di tutti i campi del sapere, oltre a quelli scientifici e tecnologici. E, come per le precedenti, anche questa quarta rivoluzione industriale ha il suo fattore cruciale: le infrastrutture indispensabili ai processi di estrazione di informazioni, conoscenza e saperi sedimentati nei Big Data.
Si evince allora come sia importante per lo sviluppo economico nazionale questo primato conquistato dall’Emilia-Romagna, che ha avviato anche il Piano Alte Competenze rivolto a giovani e imprese, puntando sulla formazione di profili specializzati, capaci di guidare la sfida all’innovazione.
Ma come mai sul primo gradino del podio c’è proprio l’Emilia-Romagna? La Regione deve questo primato alla presenza sul suo territorio di importanti enti nazionali, integrati da un lato con il mondo universitario (nello specifico con le Università di Bologna, Modena, Reggio Emilia, Parma e Ferrara) e dell’altro con il mondo industriale locale.
Per fare qualche esempio sono presenti in Emilia-Romagna, Cineca, il maggiore centro di supercalcolo d’Italia e d’Europa, Aster (Agenzia Innovazione Emilia Romagna), CMCC (Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici), ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie), e il Cnr (Consiglio Nazionale Ricerche). E numerose realtà private – tra cui siamo anche noi di Maps Group 🙂 che costituiscono un tessuto capillare di ricerca e applicazione dei Big Data, e che contribuiscono a fare dell’Emilia-Romagna una Regione all’avanguardia. Ecco perché i Big Data all’emiliana sono meglio!

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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

I numeri dei social: tra iperconnessione e solitudine.

[dropcap3]D[/dropcap3]ire che il mondo è piccolo è una consuetudine retorica, un’iperbole per sottolineare come gli intrecci relazionali fra le persone siano tante volte più “diretti” di quanto ci si aspetti. Oggi però il mondo sembra davvero molto piccolo: mettersi in contatto quotidiano con persone anche molto lontane è diventato semplice quasi quanto comunicare con il proprio dirimpettaio.
La nostra è infatti una società sempre più connessa grazie ai fili invisibili che Internet e i social media stanno tessendo fittamente tutto intorno a noi. A questo proposito il report di We Are Social fornisce un’interessante panoramica numerica sull’uso dei social network e su tutto ciò che ruota attorno all’universo digital. La ricerca restituisce statistiche e trend di 240 paesi con un focus approfondito su 30 tra le nazioni più influenti a livello economico.
Il primo, prevedibile, dato relativo all’anno scorso è un sostanziale aumento delle persone che accedono ad internet (3,4 miliardi di oggi contro i 3 miliardi del report precedente), con più di 2 miliardi di utenti attivi sui social network.
Lo studio mostra come sono sempre più numerosi gli utenti che navigano tramite dispositivi mobili (+4%), un dato che mette in luce un maggior uso dello smartphone a discapito del computer.
Fra le piattaforme social, Facebook è il canale più utilizzato al mondo con 1,5 miliardi di utenti, al secondo posto troviamo WhatsApp, seguito da QQ (il social network cinese).
Il report ospita anche un focus sull’Italia e anche il bel paese non si discosta dai trend mondiali: si contano oltre 37 milioni di utenti attivi su internet (con un aumento del 6% rispetto al 2015). Sono 28 milioni le persone attive sui social media e più di 24 milioni vi accedono tramite smartphone (mentre l’anno precedente erano 22 milioni).
Per quanto riguarda le piattaforme social, Facebook è lo strumento più utilizzato in Italia (33%), al secondo posto WhatsApp e al terzo Facebook Messanger. Anche il social fotografico per eccellenza, Instagram, ha registrato un sostanziale aumento, passando da una penetrazione del 6% a una del 12%.
I Social, così come internet, stanno acquistando un’importanza sempre maggiore nella vita di ciascuno, dato testimoniato dal 79% degli italiani che ha dichiarato di accedere alle piattaforme ogni giorno. Internet è molto usato anche per gli acquisti: il 48% degli italiani compra prodotti o servizi online e il 56% si informa online sui prodotti prima di procedere con l’acquisto.
[bctt tweet=”È indubbio che l’uso dei social media possa portare con sé inevitabili effetti collaterali…” username=”MapsGroup”]
Ma cosa c’è dietro ai dati e ai numeri? Quali conseguenze ha sulle nostre vite questa costante immersione nel virtuale? Da un lato infatti, sono certi e innumerevoli gli aspetti positivi di questa rivoluzione. D’altro canto però, come per ogni “mutazione” socio-antropologica, è indubbio che l’uso dei social media possa portare con sé inevitabili effetti collaterali, sin dagli aspetti apparentemente più banali o, se vogliamo, curiosi.
La docente americana Amy Cuddy dell’università di Harvard ad esempio, in un’intervista al New York Times, ha affermato che gli smartphone stanno modificando la nostra postura, facendo addirittura emergere quella che è stata definita “iGobba” (iHunch) dal fisioterapista neozelandese Steve August, dovuta alla posizione innaturale che ogni giorno assumiamo, mentre guardiamo il telefono o il tablet. Questo potrebbe avere ripercussioni anche sul nostro umore, perché la postura è in grado di amplificare uno stato emotivo: stare curvi può farci sentire depressi, impassibili, senza energie.
Anche il sociologo Zygmunt Bauman ha parlato delle possibili ripercussioni negative sulla nostra vita sociale dell’uso così pervasivo dei social media.
In un’intervista al quotidiano El Pais definisce i social network “una trappola”, perché in realtà non sono semplici aggregatori, ma costruzioni effimere che danno agli utenti l’illusione di essere parte di un gruppo: “le comunità non sono un’invenzione, o appartieni loro o ne sei fuori. Ciò che i social network possono creare è solo un surrogato.
La differenza tra una comunità e una rete è che a una comunità si appartiene, mentre una rete appartiene a voi.”
Per Bauman i social network non solo non creano relazioni, ma finiscono per operare un’azione “distruttiva”: “è così facile aggiungere o rimuovere gli amici sui social media che le persone dimenticano le regole del comportamento sociale, necessarie quando si va per strada, al lavoro, o quando ci si trova costretti ad instaurare una relazione empatica con le persone che ci stanno attorno”.
Ciò che ne deriva dunque è l’incapacità di rapportarsi agli altri, facendo scaturire quella che potremmo definire una “solitudine 2.0”: una sempre maggiore connessione digitale e una sempre più carente interazione fisica.
Sherry Turkle, docente di sociologia della scienza al Mit di Boston e definita l’”antropologa del cyber-spazio”, si interroga proprio su questo inaridimento della nostra vita di relazione. Nel libro di recente uscita “La conversazione necessaria” riafferma il valore dei legami vissuti nella realtà, “faccia a faccia”, e non perduti in un altrove digitale che rischia di dissociarci perfino da noi stessi.
Il tema “web e le sue controindicazioni” non interessa solo studiosi e filosofi, ma anche artisti. Citiamo ad esempio il reportage “Lonely Windows” della fotografa francese Julien Mauve: nei suoi scatti emergono la solitudine e il ripiegamento su se stesse delle persone intente nella comunicazione virtuale.
Condivisibili o meno nello specifico, questi punti di vista possono essere l’occasione per riflettere. Perché i social media non siano portatori di una nuova solitudine, occorre farne un uso sapiente e consapevole: sfruttarli per condividere emozioni e saperi, in modo che aggiungano (e non sottraggano) valore alla nostra socialità, quella esercitata “dal vero”.

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Maps News

Maps Group: la “dedica” come valore aggiunto in un sistema di valori aziendali condiviso.

Maps Group: la “dedica” come valore aggiunto in un sistema di valori aziendali condiviso.

 
[dropcap3]N[/dropcap3]on è semplice per un’azienda parlare dei propri valori: si rischia facilmente la retorica, così come l’auto-referenzialità. Maps Group – in occasione della realizzazione della nuova sede di Parma, da poco inaugurata ufficialmente – ha pensato così di “far parlare” altre voci e altri volti, raccontando i valori cui il gruppo si ispira attraverso i ritratti, le parole e le note biografiche di uomini e donne che li hanno non solo rappresentati, ma soprattutto incarnati in maniera esemplare durante la loro vita. L’occasione è stata la serie di “dediche” delle otto sale meeting della sede, che propongono un itinerario sì simbolico, ma anche concreto e ben visibile a tutti, grazie all’allestimento di una serie di “targhe” iconografiche*.

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Le targhe realizzate – comprendenti un ritratto del protagonista, una citazione e una breve nota biografica – sono infatti state installate all’interno delle sale stesse a rappresentare vari Maestri scelti, ciascuno esemplare a suo modo nei valori individuati da Maps.

In primis la motivazione all’agire del gruppo, in un’ottica sia interna che esterna: mettere al centro la persona, individuare possibilità e pratiche in cui l’individuo è il perno non solo di attività tecniche e professionali, ma anche significative dal punto di vista personale, esperienziale e relazionale.
Allo scopo sono stati scelti come testimonial d’eccezione le figure di Edgar Morin, la cui “Testa ben fatta” è ancora oggi un modello d’eccezione nel campo della ricerca di senso dell’Uomo, Ada Lovalace, raro esempio di emancipazione intellettuale e tecnica, Tiziano Terzani, infaticabile esploratore del cammino umano, e Loris Malaguzzi, Maestro di scuola esemplare nelle proprie linee educative e formative, ciascuno scelto in nome di uno straordinario spirito d’iniziativa e ampiezza di sguardo, sia sul presente che sul futuro.
[bctt tweet=”Maps Group e le sue dediche: otto Maestri per rappresentare valori condivisi e condivisibili.” username=”MapsGroup”]
In secondo luogo, l’attenzione espressiva e comunicativa delle “dediche” si è spostata sui valori del controllo e dell’agire consapevole, finalizzati all’esplorazione e alla condivisione della conoscenza.
Qui i Maestri citati sono Alan Turing, straordinario precursore dell’Intelligenza Artificiale, e Italo Calvino, visionario interprete del sapere umano,  entrambi capaci di integrare più linguaggi in un unico filo conduttore, lucido e fattivo.
Infine si è tracciato il Nord aziendale nei valori forse più importanti a governare il tutto: quelli etici. Coraggio e professionalità, spirito pionieristico e capacità di condurre se stessi e gli altri verso una meta affatto utopica, sono rappresentati da Giorgio Ambrosoli, raro esempio di coraggio e coscienza civile, assieme ad Adriano Olvetti, cui è dedicata la sala principale della sede – in nome della sua inconfondibile capacità strategica di capitano d’azienda – la cui vita è stata dedicata alla ricerca, sperimentazione e messa in azione di un modo etico ed efficace per lavorare “insieme”.
Figura, la sua, capace di imprimersi come stella polare in un universo di valori il cui significato più profondo non va mai perso di vista.


* I ritratti sono stati eseguiti dal pittore e illustratore tosco-emiliano Gerardo Lunatici.

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Big Data & C. Sharing Knowledge

Tra il dire, l'ascoltare e il comprendere, c'è di mezzo la comunicazione. Intervista a Luigi Drei.

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luigi-dreiOrmai è un dato di fatto, “apocalittico o integrato” che sia il nostro approccio all’attualità, siamo immersi in un oceano di conversazioni online.
Si tratta di comunicazioni di vario tipo che si tengono quasi sempre a distanza e che – ben lontane dalle corrispondenze epistolari del bel tempo che fu si svolgono rapidamente, spesso in differita, tramite ad esempio mail e SMS, e facilmente in real time, via chat, social etc. Con ciò che ne segue in termini di esaustività della comunicazione e dei vari rischi connessi, prima di tutto il pericolo di non capirsi.
Mai come oggi, dunque, i marker comunicativi tipici del canale prescelto (quali emoticon, punteggiatura e avatar vari) si impongono non tanto come accessori del nostro bla-bla online, ma come veri e propri strumenti esplicativi, indispensabili per orientarci nei confronti dei nostri interlocutori e delle loro intenzioni, più o meno esplicite.
Abbiamo così chiesto aiuto sul tema a Luigi Drei, in quanto autore del recente libroNon sono pericoloso – Manuale di Comunicazione & Linguaggio del corpo che verrà tra l’altro presentato oggi stesso, martedì 4 ottobre, presso la Coopworking Academy a Piacenza. Luigi è infatti non solo un autore, ma anche un “acrobata” della comunicazione, le cui competenze spaziano dalla formazione alla comunicazione non verbale, dall’art-direction di vecchio stampo alle tecniche più innovative di marketing relazionale.
La sua opera è dedicata a consigli PRATICI su come utilizzare gli strumenti non verbali tipici della comunicazione vis a vis, tra cui il tono di voce, la prossemica e il linguaggio gestuale. Il fine è quello di instaurare un dialogo fluido e sereno, sgombro da equivoci e fraintendimenti causati a volte da paure, aggressività e tendenze al predominio, antichi residui della nostra specie che impediscono di esprimerci appieno.
Di seguito riportiamo l’intervista di Natalia Robusti a a Luigi al quale è stato chiesto di declinare il suo sapere riferito alle dinamiche di comunicazione che avvengono sui nuovi media, alla ricerca di trucchi e segreti del mestiere, ma anche di nuovi modi di comprendere e impostare le nostre conversazioni social.
[bctt tweet=”I marker comunicativi tipici del canale prescelto si impongono come strumenti connotativi.” username=”MapsGroup”]
Intanto: grazie Luigi per aver accettato il nostro invito che, lo anticipiamo, è assolutamente non pericoloso! 🙂 Andiamo quindi al punto. La comunicazione in presenza si affianca a una serie di “segnali” illustrati compiutamente nel suo libro, capaci di connotare emotivamente la conversazione fino a innescare processi empatici ma anche riflessi involontari di aggressività. Tali segnali, nel caso di comunicazioni a distanza, vengono a mancare, almeno in parte. Come occorre muoversi in questi orizzonti conversazionali?
Rispondo con un saluto ai lettori e un grazie, a mia volta, agli autori del blog 6memes. Ritengo ci siano svariati temi interessanti di cui parlare rispetto al binomio Empatia-Web e a quello Comunicazione Online-Non pericolosità. Prima di andare oltre vorrei però definire meglio il concetto di “pericolosità” così come lo intendiamo in questa nostra chiacchierata, in modo che non venga confuso con altri pericoli tipici del web, quali il cyber bullismo, le attività di stolker etc.
Qui, infatti, parliamo di pericolosità della comunicazione in senso sociale e “antropologico”, ovvero di quelle possibili variabili portatrici di fraintendimenti, incomprensioni, o, peggio, di possibili manipolazioni.

Quando si tratta il tema delle comunicazioni a distanza, inoltre, dobbiamo distinguere se si tratta di messaggi che possono sfruttare i canali audio-video o meno. In presenza di una voce o di un canale video aperto infatti – anche se ci troviamo online – alcuni segnali vocali e prossemici (fisici e corporei) assistono comunque la comunicazione, la qualificano emozionalmente, la rendono più semplice da decifrare.
Pensate a una conversazione via skype, in streaming: la voce trasmette il contenuto e il senso della comunicazione, l’immagine video arricchisce il messaggio grazie non solo alla mimica del volto, ma anche attraverso i gesti, i movimenti del corpo e la sua occupazione dello spazio. Questo, nonostante i due interlocutori non condividano il medesimo spazio fisico.
Esistono anche delle regole più tecniche da seguire, quelle dettate dalla piattaforma comunicativa che usiamo.
Avete presente la tremenda frustrazione che proviamo quando siamo al cellulare e cerchiamo di parlare con qualcuno di una cosa importante, ma continua inesorabilmente a cadere la linea? Bene, allora capite quanto sia importante assicurarsi che i mezzi di cui disponiamo (rete internet, campo etc.) funzionino al meglio. In caso contrario, durante la conversazione, si possono generare facilmente sentimenti di frustrazione che funzionano da “rumori” indesiderati, capaci di interferire non solo sulla comunicazione ma anche sull’immagine che l’interlocutore ha di noi.

Ha qualche suggerimento pratico da seguire, ad esempio durante la classica comunicazione a distanza, magari in streaming, in cui è presente anche un contatto audio-visivo tra gli interlocutori?
[bctt tweet=”Durante una comunicazione video occorre mantenere il contatto oculare con la telecamera. ” username=”MapsGroup”]
Beh, innanzitutto bisogna essere consapevoli del fatto che la prima impressione è – sempre e in ogni contesto – importantissima.
È quindi necessario curare non solo il nostro aspetto, ma anche lo spazio intorno a noi (quello che ci incornicia nel video, per intenderci), regolando in maniera efficace le luci, l’audio e l’altezza della telecamera ed evitando la presenza di distrazioni (rumori, persone che passano, etc.) che distraggano l’interlocutore dall’altra parte dello schermo.
Non curare questi elementi o ritenerli secondari rispetto ai contenuti della conversazione è un errore tanto frequente quanto deleterio per la comunicazione: è un po’ come se ci presentassimo a un importante colloquio spettinati o con il trucco sciupato.

Durante la conversazione, inoltre, bisogna mantenere il contatto oculare con la telecamera. Attenzione: proprio con la telecamera, non con lo schermo del nostro computer dove è invece più naturale guardare, dato che lì vediamo l’immagine del nostro interlocutore e lì controlliamo la sua comunicazione paraverbale.
Per quanto possa sembrare semplice, questo compito richiede invece uno sforzo notevole, e necessita di un certo allenamento prima di riuscire a farne un comportamento naturale.

Un altro consiglio? Muovetevi poco! La telecamera è fissa e non può seguirvi, di conseguenza è meglio dosare al minimo i propri movimenti. Non solo sembrerete più affidabili e padroni di voi stessi, ma limiterete quel fastidioso effetto di “dondolio” – anche detto “mal di mare” – che si percepisce dall’altra parte dello schermo in caso di movimenti ripetuti, fatti magari involontariamente per scaricare la tensione.
Vi invito a tal proposito a guardare questo divertente ed esaustivo video come “addestramento”: Look good on Skype!!!
Da qui in avanti, “sistemato” adeguatamente il canale di comunicazione e le sue connotazioni, basta poi seguire le regole della comunicazione non verbale e di quella paraverbale (gestione della voce: tono, velocità, volume, pause, etc.) come illustrate nel mio libro.

Consigliamo a nostra volta la visione del video e andiamo a un’altra domanda: nel caso in cui lo scambio di comunicazioni avvenga in assenza di sguardo e di voce, su cosa possiamo poggiare le nostre conversazioni dal punto di vista meta-comunicativo?
In questo caso entriamo in un “regno” del tutto diverso, di fatto insidioso, come citato da una ricerca delle Università di NYC e Chicago e pubblicata dal Sole 24ORE “Un equivoco ogni due mail”.
La ricerca ci dice senza ombra di dubbio che, nei canali in cui vengono a mancare la voce e i classici segnali meta-comunicativi della conversazione, il rischio di incomprensione è tanto alto quanto inconsapevole: si crede di aver compreso e comunicato efficacemente il messaggio mentre in realtà solo il 56% ha realmente capito di cosa si stava davvero parlando.

[bctt tweet=” Solo il 56% degli interlocutori che comunicano via mail comprendono davvero  di cosa si sta parlando.” username=”MapsGroup”]
In effetti è una percentuale da non ignorare. Ha alcune avvertenze per i nostri lettori in caso di comunicazioni scritte?
Prendiamo in considerazione che, in caso di comunicazioni scritte, il nostro messaggio è interamente affidato al testo. Questo fa sì che il nostro interlocutore riceva molte meno informazioni su quello che vogliamo dire rispetto a una comunicazione tradizionale. Sembra anche questa una banalità, eppure tante volte diamo per scontato informazioni che in realtà, dall’altra parte, non sono reperibili attraverso il solo canale comunicativo che stiamo usando.
D’altro canto dobbiamo sempre aver presente, quando leggiamo un testo altrui, che il nostro “vissuto” e la nostra percezione possono interferire in maniera anche significativa nella comprensione del contenuto
.
Quello che intendo dire è che, prima di dare per certo il significato di un testo, non basta solo rileggerlo più volte, ma occorre soprattutto interpretarlo mettendosi nei panni dell’altro (di chi lo riceverà, se lo stiamo inviando noi, e di chi l’ha scritto, se lo abbiamo ricevuto). Solo così potremo essere certi – quasi del tutto – che non vi siano incomprensioni nella comunicazione.
In realtà questo sforzo di mettersi nei panni dell’altro è ciò che andrebbe fatto in ogni comunicazione, attraverso qualsiasi mezzo e con qualsiasi interlocutore, anche quello che riteniamo di conoscere (molto) bene.
Tornando poi alla domanda iniziale, dobbiamo sempre ricordare che quando parliamo, ma soprattutto quando scriviamo, “le parole sono importanti” e sono l’unica nostra “arma” per farci ascoltare, incuriosire, interessare. Insomma, conviene sceglierle con cura se vogliamo ottenere dal nostro interlocutore l’attenzione che meritiamo.
Cerchiamo infine di evitare il più possible lapsus, ripetizioni e refusi, o, peggio, errori di punteggiatura, grammatica e ortografia. Mentre i primi rivelano una mancanza di rispetto nei confronti dell’interlocutore, i secondi rischiano di essere interpretati come un temibile segno di incompetenza. Per questo, un buon lavoro di editing aiuta a evitare brutte figure. Ad ogni modo, se ci sono dubbi, meglio sempre alzare la cornetta.
Che ne dice a questo punto di darci qualche consiglio in pillole, caso per caso?
D’accordo! Quello che vi propongo di seguito è uno schema che tocca brevemente alcuni dei temi conversazionali di cui abbiamo parlato fin qui, con qualche consiglio per l’uso.
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[icon image=”ss-write” character=”” size=”large” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Meglio un testo breve o lungo?

È un tema molto dibattuto. A volte capita di aprire via mail un messaggio lunghissimo: solo questo fatto può essere un freno alla lettura.
Scrivere sinteticamente, d’altra parte, non è affatto semplice. Pascal non a caso scriveva “Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, ma non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”.
A volte scrivere di getto – a maggior ragione quando si chatta in tempo reale e non si ha tempo di rivedere, correggere o ri-editare – è una soluzione.
In questo caso gli errori si perdonano più facilmente in nome di una maggior spontaneità del flusso conversazionale.
Altre volte scrivere troppo poco rischia invece di essere percepito dall’interlocutore come un messaggio confezionato in maniera frettolosa e sbrigativa.
La brevità o meno di un testo dipendono insomma dal contesto, dall’intento, dall’interlocutore.
Non c’è purtroppo una regola fissa che valga sempre, ma occorre cercare ogni volta una giusta via di mezzo.

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[icon image=”ss-user” character=”” size=”large” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Cosa ci può dire rispetto agli Avatar?
L’Avatar è innanzitutto una metafora, la scelta di un alter-ego che ci rappresenta in assenza. Nella sua selezione un fattore fondamentale è la coerenza con la qualità-quantità degli altri contenuti testuali o emozionali da noi postati o condivisi.
È un fatto di credibilità. Esporsi a rischi di incoerenza rispetto alle aspettative può infatti sì incuriosire, ma anche destabilizzare l’interlocutore, e incrinare così la sua propensione a fidarsi di noi, soprattutto all’inizio.
Ma non c’è solo l’Avatar da considerare: anche le foto postate o condivise sulle nostre piattaforme parlano di noi attraverso forme di comunicazioni indirette.
Alcuni esempi: Posti solo selfie… Ma non hai amici che ti scattino le foto? Dici di essere una persona di un certo tipo e poi tra i tuoi amici trovo tutt’altro genere di collegamenti?… Non ci siamo!
La regola principale, anche in questo caso, come in tutte le forme di comunicazione, è ASCOLTARE. Più ascolto e più capisco l’altro e di conseguenza meglio posso adattare la mia comunicazione al mio interlocutore.

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[icon image=”ss-chat” character=”” size=”large” cont=”no” float=”left” color=”standard”] L’utilizzo delle chat è sempre più frequente. Che consigli ci può dare in questo caso?
Qui la conversazione è spesso in tempo reale e occorre quindi “farsi sentire”. Qualche consiglio? Spezzettare lunghi discorsi in più invii, così da non fare attendere troppo l’altro. E utilizzare bene le emoticon.
Mentre nella comunicazione commerciale via mail sono considerate inappropriate, nelle chat invece esercitano perfettamente il ruolo che viene attribuito al tono di voce: aiutano cioè a interpretare e a decifrare al meglio le parole scelte.
Occorre però ricordare che le emoticon non sono “naturali” né del tutto spontanee, ma addirittura possono essere utilizzate in maniera artificiosa: posso dire la cosa più crudele del mondo, perché la penso, e poi fare l’occhiolino, così da togliermi il sassolino dalla scarpa senza pagarne le conseguenze. 😉
In termini di credibilità le emoticon non hanno dunque lo stesso valore del tono di voce o di un’espressione spontanea condivisa di persona.

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[icon image=”ss-clock” character=”” size=”large” cont=”no” float=”left” color=”standard”]
I tempi di risposta possono raccontarci qualcosa sulla comunicazione in corso?
Anche in questo caso ci sono regole ben precise da considerare e rispettare. Per le mail si consiglia ad esempio di non rispondere subito (salvo reale e manifesta urgenza) e allo stesso tempo di non superare le 24 ore (Mi ignora? Non è arrivata?)
Su WhatsApp o su chat tipo Facebook – in cui vediamo la spunta di quando è stato consegnato – la tempestività è un indice di interesse. Qui entriamo nel regno del feedback, che gioca un ruolo da protagonista in tutta la comunicazione, a maggior ragione nelle forme di cui ci stiamo occupando.
Il silenzio, in comunicazione, ha infatti una doppia valenza, liberamente interpretabile. Per questo è meglio evitare silenzi troppo lunghi, sia in “andata” che in “ritorno”.
Da non scordare poi la funzione “sta scrivendo” presente nelle chat, che crea aspettativa nell’interlocutore: questa sincronia mette in condizione di attendere la risposta oppure di scrivere nel frattempo, a ruota, un altro pensiero.

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Dai suoi consigli sembra che nulla, dunque, durante una comunicazione, sia affidato al caso?
[bctt tweet=”Quando i nostri neuroni specchio funzionano ci si ritrova immediatamente in sintonia…” username=”MapsGroup”]
In realtà non è così. Le sorprese ci sono sempre, magari dietro l’angolo. A volte, ad esempio nelle chat, ci si trova in conversazioni a due piani: si risponde a più domande in contemporanea o a più persone simultaneamente, e alla fine si perde il filo del discorso. Meglio dunque evitare – come del resto in presenza – di sovrapporre più voci.
Ma il caso può anche dare vita a momenti emozionanti, come ad esempio quando durante una chiacchierata via chat si scrive in contemporanea lo stesso concetto, se non addirittura la stessa parola… E’ proprio in situazioni come queste – i momenti in cui i nostri neuroni specchio dimostrano di aver funzionato alla perfezione – che ci si ritrova immediatamente in sintonia, sullo stesso piano… Ci si percepisce come piacevoli, non pericolosi, e tutte le altre regole vanno a farsi benedire!

In effetti si tratta di una bella sensazione, che prima o poi ciascuno di noi ha sperimentato. 🙂 Per chiudere ora la nostra conversazione le chiediamo due parole più “professionali” sul tema: come inserire questi spunti nell’ambito lavorativo, soprattutto per chi si occupa di comunicazione online?
Riprendiamo un concetto che viene dal marketing e riportiamolo al contesto di comunicazione in assenza di corporeità. Da diversi anni, infatti, accanto al modello classico McChartyano delle “4 P” (Product, Price, Place, Promotion) ne sono stati sviluppati altri, nel tentativo di adattare il processo di marketing ai cambiamenti della società, ai nuovi tool e comportamenti dei consumatori.
Quello che più spesso utilizzo, perché è quello che meglio e con maggiore immediatezza mi pare interpretare il cambiamento in atto, è quello detto Marketing Mix Esteso (Booms & Bitner), che aggiunge 3 nuove P alle classiche 4.
Una di queste si chiama “Physical Evidence” e in sostanza dice che sebbene da un lato il mondo stia andando per certi versi verso l’immaterialità, noi, fatti di carne e ossa, sentiamo ancora il bisogno di conferme fisiche, percettive e sensoriali.
Da cui se ne deduce che tutto ciò che di emotivo o fisicamente simulato (lhttp://mapsgroup.it/neuroni-specchio/) possiamo inserire nella nostra conversazione a distanza è sempre utile per capire, disambiguare, farci conoscere meglio e scoprire davvero l’altro.
Non a caso, ancora oggi, nonostante i tanti nuovi canali a disposizione, credo che niente sia meglio di una bella stretta di mano per cominciare a conoscerci.

E con questo invito al “contatto” chiudiamo la nostra intervista, ricca di spunti, per la quale ringraziamo di cuore Luigi, rimandando i nostri lettori al libro “Non sono pericoloso – Manuale di Comunicazione & Linguaggio del corpo” che verrà presentato oggi stesso, martedì 4 ottobre, presso la Coopworking Academy a Piacenza.
Un piccolo manuale da non perdere per orientarci nel mare magnum delle chiacchiere di tutti i giorni sulle tante piattaforme che ci circondano.
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