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Comunicazione extra specie Sharing Knowledge White Paper

I Quaderni Di 6memes: Scrittura, Digitale & Big Data

[dropcap3]F[/dropcap3]iglia prediletta del linguaggio, a metà strada tra l’arte e la tecnica, la scrittura è una forma esemplare di tecnologia della comunicazione che, sedimentata nei millenni della civiltà umana, continua a mutare incessantemente, attraversando di quando in quando svolte epocali che trascinano altrettanto epocali mutamenti culturali.
Eppure ogni cambiamento che la riguarda e coinvolge le forme del testo è da sempre vissuto con sospetto, spesso proprio dai quei “tecnici” che sono deputati al suo utilizzo e alla sua sorveglianza.
E siccome in questo ultimo decennio l’orizzonte dell’Editoria – e dunque della Scrittura e della Lettura – si è spostato ben oltre il consueto, abbiamo pensato di “parlarne” insieme, affrontando la questione da diversi punti di vista e raccogliendo i vari articoli in un Ebook Opens Source.
Buona… lettura!

[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]

0.1    Apocalittici o integrati?
0.2   Scripta Manent
0.3   Digitale e scrittura
0.4   Conclusioni
0.5   Sitografia

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Predictive Analysis: asset digitali emergenti

Predictive Analysis: casi d’uso e asset digitali emergenti. Di Maurizio Pontremoli.

[blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Dall’ottimizzazione degli operating process alle user experience e ai nuovi business model.


Chi si occupa, nello svolgimento della propria attività, di Dati,
si confronta ogni giorno con il fatto che in ogni fase di questo processo gli aspetti legati all’analisi dei dati sono cruciali. Volendo approfondire il tema, è proprio da qui che prende il via questa serie di articoli, ovvero dai processi analitici.
Gli obiettivi che persegue chi si occupa di analisi dati, sono essenzialmente di due tipi, entrambi riguardanti l’asse temporale, ovvero:
[icon image=”ss-crosshair” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] l’analisi dei dati al fine di comprendere e descrivere i fenomeni del passato;
[icon image=”ss-crosshair” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  la realizzazione di indagini con lo scopo di prevedere i fenomeni futuri più plausibili.
Nella nostra rubrica verrà trattata più in specifico la seconda tipologia di analisi, altrimenti chiamata Analisi Predittiva (Predictive analysis).
Uno dei motivi per cui è utile approfondire questo argomento è il crescente interesse che sta riscuotendo, come evidenziato dal grafico sottostante che riporta, a titolo di esempio, il volume delle ricerche google attinenti all’area semantica dell’analisi predittiva:
grafico trend
Nel corso degli ultimi 5 anni, come vediamo, si può apprezzare una continua crescita dell’interesse, tale da portare a un raddoppio dei volumi di ricerca. Si possono ipotizzare i motivi di tale attenzione in alcuni fenomeni consolidati o emergenti, tra cui :
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La crescita dei volumi di dati, dovuta non solo alle crescenti attività di digitalizzazione, ma soprattutto a un cambio di approccio verso lo studio dei fenomeni attraverso una maggior tendenza alla loro misurazione. Per ulteriori approfondimenti consiglio la lettura dell’articolo 6Menes “Dalla Digitalizzazione alla Datizzazione del mondo”.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La disponibilità di computer sempre più potenti e la loro capacità di memorizzazione a costi progressivamente inferiori.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La maggiore disponibilità di software in grado di trattare dati sempre più complessi in maniera sempre più semplice.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  La ricerca incessante di una maggiore competitività e differenziazione a partire da un mercato in continua evoluzione.
[bctt tweet=”L’analisi predittiva è prodromica alla creazione di applicazioni impattanti nel quotidiano.” username=”MapsGroup”]
Ma l’analisi predittiva non si ferma a uno stadio puramente teorico: è anzi prodromica alla realizzazione di strumenti e applicazioni in grado di impattare significativamente non solo sui cosiddetti massimi sistemi, ma anche nella vita di tutti i giorni. Per inoltrarci nei “meandri” della Predictive analysis, cercheremo quindi di mettere in evidenza i loro effetti sui seguenti aspetti:
[highlight]User experience:[/highlight]
Con questo termine s’intende l’insieme di sensazioni che prova un utente nell’utilizzare un servizio o un prodotto, ovvero le reazioni psicologiche e fisiche che si mettono in moto. E, con esse, le convinzioni che si attivano, le preferenze che si mettono in luce, i comportamenti e le azioni che si verificano prima, durante e dopo l’utilizzo di tale prodotto o servizio.
Il tutto tenendo conto che tali variabili possono essere modificate durante l’esperienza d’uso non solo a partire dal prodotto-servizio stesso, ma anche dalle caratteristiche dell’utente e dal contesto d’utilizzo.
Alcuni aspetti prioritari da prendere in considerazione quando si parla di user experience sono infatti:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La comprensione del cliente e dei suoi bisogni.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Gli impatti sui processi di acquisto e l’accesso ai beni e ai servizi.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] L’accesso ai servizi di assistenza cliente.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La coerenza cross-canale dell’esperienza.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] L’accesso in modalità self service.

[highlight]Business models:[/highlight]

Con questa dimensione di analisi intendiamo investigare quali nuovi business sono resi disponibili e di conseguenza quali nuovi valori vengono creati grazie ai nuovi asset digitali e alla predictive analysis. Gli aspetti che valuteremo sono, tra gli altri:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Le possibilità di miglioramento di prodotti/servizi.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La transizione di prodotti/servizi da ambienti fisici a realtà virtuali.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La creazione di nuovi prodotti digitali.

[highlight]Operating processes:[/highlight]

Il termine descrive l’analisi dei processi operativi interni all’azienda che hanno subito qualche tipo di effetto consequenziale, capace di impattare nella propria attività. Citiamo ad esempio:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] L’aumento delle performance.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La condivisione della conoscenza.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] L’avvio di aspetti decisionali legati sempre più ai dati (data-driven).
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] L’integrazione tra i vari processi interaziendali.
Si tratta dunque di uno sguardo sia orizzontale che verticale sulle tematiche che tratteremo, con un focus specifico sulla concretezza.
Nella nostra serie di articoli non ci fermeremo infatti ai vari postulati teorici del settore: cercheremo anzi di immergerci nella realtà di alcuni casi d’uso in ambiti di mercato quali l’healthcare, parlando ad esempio di supporto alla diagnosi, il finance, con la valutazione del rischio di credito, il retail, trattando dell’ottimizzazione della catena logistica, e il manufacturing, con alcune considerazioni e dati disponibili sull’automazione industriale. Vedremo insieme come dal prossimo articolo. Stay tuned!

Maurizio Pontremoli

[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

[sf_iconbox image=”ss-target” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
ABOUT MAPS GROUP
[/sf_iconbox]

Il Gruppo Maps, dalla sua nascita ad oggi, opera nei settori business intelligence, data mining e machine learning, con lo scopo di passare dai Big data ai Relevant Data.
In questa prospettiva si realizza l’attività del gruppo, che persegue gli obiettivi strategici e operativi dei propri clienti attraverso la raccolta di dati che, analizzati e adeguatamente trattati e modellati, sono in grado di creare nuovi asset digitali creando prodotti e servizi innovativi o migliorando nettamente le performance delle attività già in essere.
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[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

ABOUT MAURIZIO PONTREMOLI
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Imprenditore nel settore IT con avanzate competenze informatiche e lo sguardo di un Fisico, si occupa dello sviluppo di nuovi business nel settore dell’innovazione tecnologica.
Condivide con il Gruppo Maps, di cui è fondatore e AD, una missione specifica: trasformare in asset gli scenari sempre più complessi della Big Data Science con un sguardo attento alle pratiche più avanzate di condivisione, valore fondante della conoscenza e condizione sine qua non per l’evoluzione della stessa.
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Big Data & C. Data Complexity & Big Data

Integrazione dei dati nei sistemi interconnessi: il caso degli acquisti di gruppo. Di Anna Pompilio

Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza?
Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?
(T.S. Eliot, The Rock, 1934)

 
[dropcap3]A[/dropcap3] detta di Google ogni anno vengono prodotte 40 Exabyte di nuove informazioni, enormi quantità e varietà di dati permeano la nostra vita e ci obbligano di fatto a ripensare le cose da fare, non perché siano superate o non si possano più fare ma per rispondere ai cambiamenti prodotti dalla digital transformation. Faremo sempre più le stesse cose ma in modo diverso, in una prospettiva sempre più data-driven, basata cioè sui dati.
Anche in questo Blog, 6Memes, dedicato all’opera Six Memos for the Next Millennium (Le “Lezioni americane”) di Italo Calvino, si cerca di “mettere a nudo le potenzialità dei Dati, traducendoli nei linguaggi dell’Uomo: Cultura, Natura, Economia, Arte e, perché no, Ironia” e non solo in teoria ma anche in pratica attraverso i Virtual Labs.
Scopo dei Labs, repetita iuvant, è quello di “fornire esempi concreti di progetti, esperienze, case study tenendo conto dello scenario sociale, economico, tecnologico e culturale nel quale nascono e si sviluppano, al fine di analizzarne possibili applicazioni e prospettive future per aziende e pubblica amministrazione”.
[highlight]Integrare i dati è ancora un problema irrisolto[/highlight]

[dropcap3]Q[/dropcap3]uesto primo laboratorio tocca un argomento, l’integrazione dei dati in sistemi interconnessi (come possono essere ad esempio le aziende che fanno parte di un Gruppo), che continua a mietere vittime tra esperti – di analitycs, di codice sorgente, di database, di interfacce di integrazione, di cloud, di infrastrutture di rete ecc. – e non solo.
Uno dei motivi è quasi banale: vista la varietà, la variabilità e il volume dei dati comunemente oggetto di integrazione, affinché si possano fare tutte le necessarie elaborazioni, oltre che disponibili le informazioni devono essere in grado di riconoscersi, devono cioè “parlare la stessa lingua”. Ma come per l’apprendimento di una lingua anche il colloquio tra sistemi diversi richiede mesi, a volte anni, di studio e lavoro. La velocità e veridicità si ottiene, in tal caso, a condizione di non avere troppa fretta.
[bctt tweet=” Il colloquio tra sistemi diversi richiede mesi, a volte anni, di studio e lavoro.” username=”MapsGroup”]
Tipicamente poi, nei rapporti tra aziende di un gruppo, l’ambito in cui ci si muove è uno scenario complesso in cui i vari referenti sono chiamati a intervenire per la responsabilità dei dati di propria competenza, in un contesto fatto di ambienti tecnologici eterogenei, di posizioni di forza interne all’organigramma, di differenti partner IT (per i prodotti, per i servizi e le infrastrutture, per la gestione dei sistemi, …).
Uno scenario in cui i giocatori in campo hanno motivazioni intrinseche, necessità, saperi, interessi e obiettivi diversi, spesso in contrapposizione, e in cui le dinamiche in gioco sono molteplici e quasi mai esplicitamente dichiarate. In un simile pot-pourri, anche qualora i vantaggi dell’integrazione siano noti e condivisi, far parlare le informazioni resta ancora il problema minore: superare lo scoglio organizzativo, ripensando magari i processi, è invece il primo passo e forse il più doloroso.
[highlight]L’esperienza degli acquisiti di Gruppo.[/highlight]

[dropcap3]O[/dropcap3]ltre a muoversi in un quadro di riferimento complesso c’è anche da dire che il processo di acquisizione di nuove tecnologie all’interno di un gruppo non sempre segue un identico andamento: società diverse possono trovarsi, nello stesso momento, in punti differenti della curva.
Carlo Ratti, parlando di Big Data ha detto “I Big Data sono quello che non riuscite a mettere in un foglio Excel” con una illuminante definizione che condivido e ritengo possa essere applicata a qualunque organizzazione si trovi ad affrontare una complessa gestione di dati in cui i due estremi continuano ad essere un foglio Excel e un database. In qualche modo tutto funziona, almeno finché queste due visioni non si fronteggiano.
Quando invece si scontrano è perché la spinta al cambiamento (di norma imposta “dall’alto”) è focalizzata per lo più sugli aspetti tecnologici e sull’adozione di “nuovi strumenti”, nonostante anni di letteratura sulla condivisione, sulla partecipazione o il change management dovrebbero averci insegnato qualcosa in più sulla necessità di mediazione tra manager, programmatori, analisti, data scientist, ecc. per evitare frizioni, opposizione e mancato utilizzo.
[bctt tweet=” La necessità, in tema di integrazione di dati, è quella del colloquio tra sistemi diversi.” username=”MapsGroup”]
Supponiamo ora, per tornare al nostro caso, che all’interno delle aziende del gruppo gli ordini di acquisto dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale, caschetti di plastica gialla e scarponi antinfortunistici, per intenderci) vengano gestiti in due modi: dalla Holding attraverso un sistema basato sulla personalizzazione di un modulo ERP e da un’azienda del gruppo che invece fa uso di un’applicazione web sviluppata ad hoc.
Nel secondo caso oltre all’ordine, l’applicazione web gestisce anche le assegnazioni dei DPI e le disponibilità di magazzino. I due sistemi sono stati adottati in tempi diversi per cui nel momento in cui si decide che tutte le aziende del gruppo debbano utilizzare un unico sistema per la gestione degli ordini (il modulo ERP), si rende di fatto obsoleta una delle funzionalità web, restando invece in essere la parte di assegnazioni e magazzino.
In un’ipotesi del genere, l’integrazione dei dati tra i due sistemi diventa essenziale: l’ordine (il dato) proveniente dall’ERP di casa madre, deve necessariamente parlare con il magazzino dell’azienda del gruppo per evitare la ridondanza (in caso contrario bisognerebbe inserire manualmente il dato due volte in due sistemi diversi) e consentire quantomeno la gestione del pregresso: i dati inseriti in precedenza vanno conservati.
Ma se facciamo ancora un passo avanti e ci adoperiamo affinché il sistema di gruppo riceva a sua volta le informazioni di ritorno dal magazzino, si potrebbero agevolmente fornire al produttore di DPI le tempistiche dei nuovi ordini in sostituzione dei dispositivi in scadenza o obsoleti e quest’ultimo potrebbe di conseguenza pianificare la sua produzione accorciando i tempi di consegna.
[bctt tweet=”L’integrazione dei dati ha un impatto positivo sia sulle singole persone e aziende che sulla Società.” username=”MapsGroup”]
Se poi, continuando questo circolo virtuoso, anche la società di smaltimento dei DPI (obsoleti o scaduti) potesse accedere alle stesse informazioni per programmare l’eliminazione o il riuso dei dispositivi e, a sua volta, volesse condividere i dati relativi al tracciamento dello “scarto”, ecco che allora la condivisione e l’integrazione del dato avrebbe un impatto non solo sulle persone, sul lavoro, sulle aziende, ma anche sui temi sociali (ne abbiamo parlato anche qui).
Se si concorda dunque sulla necessità di un colloquio, il problema diventa una questione squisitamente informatica: come far parlare i sistemi, ma se ci si interroga ancora sul perché investire per valorizzare i dati allora forse il buon T.S. Eliot non aveva tutti i torti.
Anna Pompilio
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

https://it.wikipedia.org/wiki/Exabyte

https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Ratti
[/boxed_content]

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Smart Working e le nuove organizzazioni produttive: un futuro targato Internet of Things.

[dropcap3]I[/dropcap3] Big Data e l’Internet of Things, come è noto, trovano applicazione in numerosi ambiti e producono innovazione foriera di prospettive future in tanti settori, dall’industria ai servizi.
L’innovazione portata dall’analisi dei dati e dalle tecnologie Internet of Things non coinvolge solo gli oggetti della produzione, ma anche il modus operandi di aziende e imprese e quindi la loro produttività. Si stima che il valore di Big Data e IoT equivarrà nel 2025 all’11% dell’economia mondiale. Un valore che riguarderà soprattutto proprio le attività produttive.
Ecco perché un’azienda dovrebbe investire tempo e risorse nei Big Data. Dal match di dati e dalla loro analisi possono derivare ad esempio informazioni utili ad anticipare la domanda dell’utente finale (e a dargli conseguente risposta). Attraverso l’utilizzo dei dati, le imprese possono gestire le informazioni in modo talmente proattivo da ottenere una profilazione precisa della clientela, migliorare la customer experience e intervenire tempestivamente per ovviare ai difetti di un prodotto, migliorarne l’efficienza, e ridurre così tempi e costi.
Se da questo punto di vista sono evidenti i benefici che l’innovazione targata Big Data e IoT può portare alle aziende, d’altra parte è interessante anche valutare come essa possa incidere sulla vita di chi lavora all’interno di un’impresa, un ente o un’azienda, e quindi di dirigenti e operatori, influenzando così la produttività.
A tal proposito citiamo il caso di Vodafone che ha deciso di adottare lo Smart Working, dando vita a un modello operativo basato sull’utilizzo di tecnologie digitali da parte dei dipendenti e finalizzato al telelavoro. Nel caso della compagnia telefonica, un dipendente su due (3.500 su 7.000) ha deciso di aderire facendo di Vodafone “l’esperienza italiana con il maggiore numero di dipendenti coinvolti nello Smart Working”.
Anche Barilla ha ideato il suo progetto di “lavoro intelligente”, affermando tra l’altro che entro il 2020 il lavoro degli impiegati potrà svolgersi da casa. O ancora BNL: con il Flexible Working ha creato un modo innovativo di concepire l’organizzazione produttiva e il lavoro del dipendente.
Queste tre case histories mettono in luce come, attraverso lo Smart Working, sia possibile ottenere diversi vantaggi. Si stima infatti un aumento della produttività delle aziende a cui si aggiungono l’abbattimento dei costi di gestione, l’influenza positiva sulla reputazione dell’impresa, il minor spreco di energie, il maggior tempo libero e l’alto livello di soddisfazione dei lavoratori.
Ciò ha un significativo riflesso anche sui metodi valutativi: con lo Smart Working, il lavoratore potrà essere giudicato sugli obiettivi raggiunti, sui servizi forniti, sui tempi rispettati, al di fuori delle logiche tradizionali che erano basate in primo luogo sulla fisica presenza oraria sul posto di lavoro.
Una vera rivoluzione insomma, soprattutto dal punto di visto umano: se lo Smart Working diventerà una realtà diffusa cambieranno profondamente il modo di lavorare, di vivere e anche un’importante fetta della vita di relazione di ciascuno.
[bctt tweet=”Ci attende forse l’avveramento di un uomo nuovo dialogante con la macchina…” username=”MapsGroup”]
Se è vero che le nuove tecnologie agevolano il lavoro rendendolo più flessibile (pensiamo ad esempio alla conciliazione tra cure parentali e vita professionale), dall’altro lato ci sono invece mansioni destinate a essere sostituite proprio dall’introduzione dell’intelligenza artificiale. Durante il summit “World Economic Forum 2016” si è annunciato che entro il 2020 si perderanno circa 5 milioni di posti di lavoro nel mondo. Altra testimonianza di questa “disruption” lavorativa è riportata da uno studio condotto dall’Università di Oxford, secondo il quale, nei prossimi 10 anni, il 47% delle professioni potrebbe scomparire; o ancora, ecco in questo articolo le 10 mansioni che potrebbero non esistere più entro il 2022.
Nonostante questo scenario “apocalittico”, esistono limiti all’automazione che rendono evidente come non tutte le tipologie di lavoro potranno essere svolte dalle macchine. Si dovrebbe parlare piuttosto di inversione, di nuove funzioni, skills e competenze che prenderanno il posto di quelle vecchie.
Si tratta di cavalcare l’onda del cambiamento di questa rivoluzione industriale 4.0 e di intraprendere percorsi nuovi che porteranno ad un’integrazione sempre più massiccia e massiva delle nuove tecnologie nei processi produttivi. Ci attende forse l’avveramento di quell’uomo nuovo dialogante con la macchina  che tanta cultura dello scorso secolo aveva prefigurato: occorrerà (tutti) lavorare perché conservi la sua umanità… per un uomo digitale in una rete sociale!

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Big Data & C. Un Big Data al giorno

Big Data. Perché (e come) proteggere la privacy?

[dropcap3]A[/dropcap3]bbiamo già affrontato il nodo Big Data e sicurezza e le misure da adottare per garantire la protezione dei dati.
Ma perché occorre proteggerli? Quali minacce possono derivare alle persone da un uso non regolamentato dei Big Data?
Ogni individuo lascia “scie” di dati dietro di sé, il più delle volte in modo inconsapevole. Le azioni compiute online e i dati che viaggiano sul web vengono registrati e analizzati per ricavarne informazioni: gli utenti vengono profilati in base a come trascorrono il loro tempo libero, a che musica ascoltano, ai luoghi che visitano, al lavoro che fanno, alle abitudini alimentari, a ciò che comprano online. E ancora: tramite l’analisi dei social network, è possibile monitorare le loro opinioni sui temi del momento, e farne oggetto di previsioni e strategie future di marketing, da parte, ad esempio, delle aziende.
Una società misurabile, insomma, dove ogni comportamento online può essere studiato, fornendo preziose informazioni qualitative e quantitative, che a loro volta trovano diverse applicazioni. Per esempio sono utilissime per creare annunci mirati di marketing o per minuziosi customer profile. E abbiamo già visto, ad esempio, come i dati potrebbero essere utilizzati – in un futuro neanche troppo lontano – dalle compagnie assicurative per creare polizze ad personam.
Il punto di rottura in questo contesto è rappresentato dal fatto che i Big Data possono essere disponibili anche a un’utenza non specializzata e non tecnicamente preparata.
La già citata scia di dati che lasciamo sul web può rimandare infatti a informazioni riconducibili a specifici individui, rendendo noti ad esempio nome e cognome, indirizzo IP, data di nascita.
Il vero pericolo si ha quando è possibile unire diverse informazioni provenienti da diverse fonti: per esempio dati sanitari, spese online, metodi di pagamento, opinioni espresse. Una profilazione sempre più puntuale e analitica che comporta il rischio di limitazioni alla libertà personale o di discriminazioni (in base allo stato di salute, per fare un solo eclatante esempio).
[bctt tweet=”Una società misurabile dove ogni azione compiuta online può essere studiata…” username=”MapsGroup”]
Più volte il tema Big Data e privacy è stato al centro di dibatti in sede europea. Nel mese di maggio 2016 è stato emanato il nuovo regolamento sulla protezione dei dati che entrerà in vigore a partire dal 25 maggio 2018.
La normativa europea – rivolta a tutti i soggetti titolari di dati – ruota attorno a diversi punti cardine che hanno lo scopo di garantire la massima protezione dei dati sensibili in tutti i Paesi membri, assicurando che le leggi nazionali dei singoli stati non abbassino gli standard definiti.
Le novità principali riguardano vari aspetti, tra cui l’introduzione della figura del Data Protection Officer (DPO), il responsabile della protezione dei dati; il Diritto all’oblio, ovvero la possibilità di ottenere la rimozione completa dei propri dati da uno specifico servizio; la Privacy by design (per cui le misure di protezione devono essere previste sin dalla fase di progettazione), e la Privacy by default che vincola il trattamento dei dati alle finalità previste e per i tempi strettamente necessari. Infine, il Principio di accountability, in base al quale il titolare del trattamento dei dati dovrà dimostrare di adottare politiche adeguate al Regolamento.
I passi mossi a livello europeo sono significativi, in quanto segnale di una presa di coscienza collettiva sul grande potenziale dei Big Data e – allo stesso tempo – sui rischi derivanti da un uso non sapientemente regolato.
Ma, analizzate e opportunamente limitate le minacce alla privacy, occorre dire che sono molteplici anche i vantaggi; nel prossimo articolo di questa rubrica vi mostreremo come i Big Data, per esempio, possono essere alla base di efficaci sistemi di prevenzione del crimine.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.garanteprivacy.it
http://owlitalia.com
www.corrierecomunicazioni.it
[/boxed_content]

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Big Data & C. Performance da 10 e lode!

Quale futuro per la Pubblica amministrazione italiana alla luce della riforma Madia? Intervista al Prof. Enrico Deidda Gagliardo

[blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Il concetto di valore pubblico e la partecipazione dei cittadini, la centralità delle nuove tecnologie interattive nel processo di riforma del comparto pubblico sono temi più che mai rilevanti e attuali.

Approfittando della sua disponibilità, Natalia Robusti, per conto di 6MEMES, ha posto in merito alcune domande al Prof. Deidda Gagliardo, docente di Programmazione e Controllo delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l’Università degli Studi di Ferrara, toccando tematiche di grande attualità, tra i quali le performance e la trasparenza nelle PA.

 
[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Uno dei temi del nostro blog riguarda le performance delle organizzazioni: dal punto di vista delle performance quali sono le sfide principali che la PA italiana dovrà affrontare nel prossimo futuro?

Dopo la riforma Brunetta molte pubbliche amministrazioni si sono cimentate nella scomposta misurazione e valutazione di migliaia di performance organizzative specifiche, per il tramite delle performance individuali dei propri dirigenti e dipendenti, troppo spesso non coordinate tra loro e non finalizzate verso uno scopo istituzionale superiore. Occorrerebbe, invece, dare alle suddette performance un senso ed una direzione unitaria.
Diviene, quindi, fondamentale avere una visione sistemica e finalizzare le performance sia individuali che organizzative verso lo scopo nobile del mantenimento delle promesse istituzionali di mandato fatte dai Sindaci dei Comuni, dai Governatori delle Regioni, dai Rettori delle Università, e così via: ma mantenere le promesse di mandato e realizzare le politiche istituzionali non è utile, se gli effetti delle stesse non si traducono in un reale miglioramento delle condizioni di vita delle comunità di riferimento ovvero, in altri termini, nella creazione di Valore Pubblico.

Lei è stato uno dei precursori del concetto di Valore Pubblico, può spiegarne il significato ai nostri lettori?

[bctt tweet=”Il Valore Pubblico rappresenta il soddisfacimento equilibrato sia delle esigenze finali della comunità di riferimento sia di quelle funzionali dell’ente.” username=”MapsGroup”]
Penso da sempre che la missione di ogni amministrazione pubblica sia la creazione di Valore Pubblico a favore dei propri cittadini-utenti e stakeholders.
Un ente può creare Valore Pubblico se è in grado di gestire in maniera razionale le scarse risorse economiche a disposizione e se contestualmente riesce a valorizzare il proprio patrimonio intangibile, oltre che tangibile, in modo funzionale al soddisfacimento delle esigenze sociali sia dei cittadini-utenti, sia degli stakeholders.
Per Valore Pubblico intendo, dunque, il soddisfacimento equilibrato sia delle esigenze finali della comunità di riferimento sia delle esigenze funzionali dell’ente, soprattutto nei tempi di crisi economica e sociale che stiamo ancora vivendo.
E questo concetto ci aiuta a proiettarci anche nel futuro: il passaggio dall’egoistico soddisfacimento delle sole esigenze attuali dei cittadini all’adozione di comportamenti sostenibili, ovvero tesi a preservare le possibilità di soddisfacimento anche delle generazioni future, risponde ad un sacrosanto principio di equità intergenerazionale.
Se poi proviamo a calare il concetto di Valore Pubblico nella realtà degli enti territoriali locali, possiamo anche trovare una risposta alla domanda ricorrente su come generare sviluppo per i territori in tempo di crisi.Partiamo da un’analisi dei possibili comportamenti dei Comuni.
 
pubblica-amministrazione-italiana
[/boxed_content] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Dato per scontato che i comportamenti caratterizzati da sprechi economici e bassa attenzione ai bisogni della comunità di riferimento (Quadrante 1) spingono inesorabilmente i Comuni verso il baratro del fallimento istituzionale, questi ultimi devono anche evitare comportamenti esclusivamente orientati alla ricerca del consenso elettorale (purtroppo la ricerca miope del consenso realizzata negli anni ‘80 e ‘90 ha generato un’impressionante voragine nei bilanci pubblici – Quadrante 2) o comportamenti guidati dalla cieca frenesia dei tagli lineari alla spesa pubblica (l’economicità miope della stagione di “spending review” ha determinato un drastico peggioramento della qualità dei servizi pubblici – Quadrante 3). Occorre, dunque, un mix equilibrato di economicità e socialità, che poggi sulla riscoperta e sullo sfruttamento del patrimonio intangibile, oltre che tangibile, dell’ente e del suo territorio; e a tal proposito diviene necessario determinare scientificamente quale sia nell’ente il livello di economicità effettivamente compatibile con la salvaguardia e lo sviluppo anche sociale dei territori, facendo leva sul proprio patrimonio tangibile e intangibile (Quadrante 4).

Insomma, facendo leva sui valori intangibili è più probabile accrescere la salute economica del Comune e, per tale via, la sua capacità di soddisfare le esigenze sociali del proprio territorio. Ma quali sono i valori intangibili di cui parliamo?

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute organizzativa che esprime l’insieme dei punti di forza di tipo organizzativo dell’ente quali, ad esempio, la cultura aziendale, il know how, le banche dati, le reti, le strutture ed i processi organizzativi funzionali agli obiettivi, oltre al c.d. benessere organizzativo.
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute professionale o delle risorse umane che esprime il livello di conoscenza, competenza, capacità, potenziale di crescita, motivazione, ecc., delle risorse umane dell’ente.
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute relazionale che esprime la capacità di governo delle relazioni interne (ad esempio tra politici e dirigenti) ed esterne (con gli operatori del territorio, con gli stakeholder in generale);
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] La salute empatica che consiste sia nella capacità di individuare preventivamente esternalità negative – ad es., rischi di alluvioni, sacche di povertà, ecc.– e di contrastarle, sia nella capacità di individuare preventivamente esternalità positive – ad es., finanziamenti comunitari– e di sfruttarle a proprio vantaggio).
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore evolutivo che esprime il potenziale di innovazione e sviluppo dell’ente locale (ad es., il livello di digitalizzazione).
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore ambientale che esprime la compatibilità delle azioni dell’ente con il rispetto e la valorizzazione dell’ambiente;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore della integrità intesa come il livello di prevenzione e contrasto alla malamministrazione ed alla corruzione.
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il valore della trasparenza (ossia, la capacità di rendere visibile a 360° l’ente, nella sua organizzazione, nei suoi soggetti rilevanti, nelle sue attività, nei suoi atti, nei suoi risultati, nell’uso delle risorse ecc..).

Si parla sempre più spesso di trasparenza e rendicontazione al cittadino, qual è il suo pensiero su questi temi? Serve più trasparenza, più rendicontazione? Oppure sono falsi problemi?

Sono problemi reali perché testimoniano esigenze non ancora adeguatamente soddisfatte. Le amministrazioni autoreferenziali, ossia quelle che rendicontano in modo non trasparente ma soprattutto non comprensibile, l’uso che fanno del denaro dei cittadini pagheranno sempre di più il prezzo della loro disaffezione al bene comune, perdendo il loro ruolo istituzionale di guida e punto di riferimento delle comunità.

Nella creazione di valore pubblico è prevista la partecipazione degli stakeholders del territorio (cittadini, associazioni, aziende), sia in fase progettuale che di rendicontazione?

Bisogna ridisegnare le città insieme ai cittadini, alle imprese, alle altre PA e agli altri stakeholders. Occorre creare Valore per il territorio insieme al territorio. In tal senso, proprio per contrastare la disaffezione civica di cui abbiamo parlato prima, diviene strategico coinvolgere gli utenti, gli stakeholders e più in generale i cittadini prima nella co-programmazione degli obiettivi da realizzare, poi nell’eventuale co-gestione dei servizi, quindi nel co-monitoraggio dei risultati, infine nella co-valutazione dei contributi dell’ente e del territorio alla creazione di Valore Pubblico per il territorio.
[bctt tweet=”Bisogna ridisegnare le città con i cittadini, le imprese, le altre PA e gli altri stakeholders. ” username=”MapsGroup”]

Il valore pubblico sarà tanto più alto quanto più sarà attuata la normativa sulla trasparenza e sull’anticorruzione. Secondo lei le pubbliche amministrazioni italiane sono sulla buona strada?

L’attuale panorama degli Enti Territoriali Locali (ma anche delle PA italiane dei diversi comparti) mostra purtroppo bassi volumi di Valore Pubblico generato, anche in ragione dell’elevato livello di Valore consumato o addirittura distrutto da negativi fattori di contesto esterni ed interni. L’effetto dell’incapacità di molti Enti Territoriali Locali di essere baluardo di legalità, perno della tenuta economico–sociale e volano dello sviluppo è stata, negli ultimi anni, la radicalizzazione della crisi economico–finanziaria e l’espansione dei suoi pesanti riflessi sociali nei territori.
Per vincere la sfida dello sviluppo in tempo di crisi è necessario:
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] anzitutto, eliminare progressivamente i fattori che erodono il valore potenziale (che possiamo chiamare “disvalori pubblici”): ossia ad esempio, l’eccesso di complessità burocratica; la gestione frammentaria e disorganica delle risorse; la piaga della corruzione; gli sprechi di risorse pubbliche e il mancato rispetto delle promesse di mandato e degli obiettivi programmati; la deresponsabilizzazione dei politici e dei dipendenti pubblici sui punti precedenti; la penombra dei comportamenti pubblici; la disaffezione dei cittadini verso la politica;
 [icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] in seguito, predisporre le condizioni per ricominciare a creare valore economico–sociale per la collettività con azioni dirette, ad esempio: alla semplificazione; alla governance integrata delle risorse; alla prevenzione e monitoraggio della corruzione; al miglioramento delle performance quantitative, qualitative, temporali, con aggancio delle valutazioni individuali alle performance dell’ente; alla trasparenza dei comportamenti pubblici; alla partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche.

Ci sembra che il concetto di creazione di valore pubblico implichi una cultura “2.0” della PA, quindi sempre più interattiva rispetto alle sollecitazioni interne (uffici e staff) che esterne. E’ così?

Ha colto nel segno. Le buone intenzioni e i buoni modelli nulla potranno se non voleranno agili e veloci sulle ali della digitalizzazione. In tal senso, fa ben sperare l’articolo 1 della Legge n. 124 del 2015 che richiede, tramite un decreto attuativo, di “definire i criteri di digitalizzazione del processo di misurazione e valutazione della performance per permettere un coordinamento a livello nazionale”.
Immagino un giorno in cui i cittadini possano scegliere l’amministrazione da cui farsi erogare i servizi consultando on line il rating e il ranking del Valore Pubblico da esse creato. Sogno un giorno in cui i cittadini possano davvero partecipare digitalmente alla co-programmazione degli obiettivi del proprio comune, magari negoziando responsabilmente i benefici attesi e i sacrifici che sono disposti a sopportare per ottenere i primi.

Da quale esigenza è nata l’idea del Master PERF.ET.? Quali sono gli obiettivi che si pone?

Le rispondo citando una bellissima frase di Gandhi, che costituisce la prima cosa che cerco di insegnare alle nostre studentesse e ai nostri studenti: “dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”. In tal senso proviamo a dare ai nostri studenti strumenti e metodi, sempre aggiornatissimi, per affrontare le nuove sfide, lavorando su quella motivazione che costituisce il vero motore di ogni cambiamento.
[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

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Professor Enrico Deidda Gagliardo: breve presentazione

[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Il Prof. Enrico Deidda Gagliardo è docente di Programmazione e Controllo delle aziende e delle amministrazioni pubbliche presso l’Università degli Studi di Ferrara. Fra i suoi interessi scientifici spiccano i temi legati ai sistemi di programmazione, controllo e valutazione delle performance nelle PA e il loro collegamento con il concetto di “Valore Pubblico”.

Ideatore e Direttore del Master PERF.ET, in “Miglioramento delle PERFormance degli Enti Territoriali e delle altre Pubbliche Amministrazioni”, organizzato presso il Dipartimento di Economia e Management dell’Università degli Studi di Ferrara – www.masterperfet.it, ormai giunto alla quinta edizione, il Prof. Deidda Gagliardo ha collaborato con il gruppo di esperti che si è occupato dei temi della valutazione delle performance delle PA, nell’ambito della delega prevista dalla L. 124/2015 c.d. Legge Madia.

[/boxed_content] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [boxed_content title=”FOCUS SUL MASTER PERF.ET” type=”whitestroke” pb_margin_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Il Master PERF.ET di I livello e di II livello dell’Università di Ferrara affronta in maniera sistematica il tema del miglioramento delle Pubbliche Amministrazioni, con focus aggiornati sulla riforma della PA e sulle esperienze d’eccellenza nazionali ed internazionali.
Il Master, dalla prossima edizione frequentabile al 100% anche in streaming, è finalizzato ad aggiornare ed ampliare professionalità esistenti, oltre a formare professionalità specialistiche nuove, sui seguenti argomenti:

1) La PROGRAMMAZIONE nelle PA: come programmare in modo integrato le PERFORMANCE, la TRASPARENZA e l’ANTICORRUZIONE.
2) LA GESTIONE E LA RILEVAZIONE nelle PA: dalla contabilità finanziaria alla contabilità economica generale.
3) IL CONTROLLO nelle PA: il sistema dei CONTROLLI INTERNI gestionali e strategici (PERFORMANCE) e il sistema di monitoraggio della TRASPARENZA e dell’ANTICORRUZIONE.
4) LA REVISIONE E L’ARMONIZZAZIONE CONTABILE nelle PA: come strutturare i controlli a fronte della nuova architettura contabile.
5) La GESTIONE E LA VALUTAZIONE DEL PERSONALE nelle PA: obblighi normativi, soluzioni organizzative e tecniche di incentivazione e valutazione del personale.
6) I SERVIZI PUBBLICI LOCALI: dal quadro normativo alle soluzioni innovative per la governance.
7) QUALITA’ E SOSTENIBILITA’ nelle PA: dalla semplificazione alla certificazione.
8) LA CREAZIONE E LA MISURAZIONE DEL VALORE PUBBLICO: soluzioni innovative di governance pubblica in ottica di network.
9) MARKETING, ACCOUNTABILITY e COMUNICAZIONE SOCIALE, DIGITALIZZAZIONE nelle PA.
10) SPECIALIZZAZIONE TEMATICA: due indirizzi ad hoc, uno per amministratori e l’altro per dirigenti/dipendenti e professionisti. I contenuti dei 2 indirizzi specialistici vengono concordati insieme ai partecipanti al Master.
11) LABORATORI DI ORIENTAMENTO AL LAVORO.
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Social Media. Colloquiali, professionali o telegrafici: tutto (o quasi) lo spettro dei registri di comunicazione.

[dropcap3]I[/dropcap3] social media sono utilizzati con tale e tanta disinvoltura da essere ormai oggetto di un’azione comune e quotidiana. Hanno conquistato una fetta sempre maggiore di pubblico e del nostro tempo, al punto che la vita di relazione di ciascuno di fatto si svolge tra due mondi, quello reale e quello digitale, in reciproca integrazione o meno.
A proposito di social media e dinamiche sociali, conviene sottolineare che esiste una netta distinzione tra due termini che spesso vengono, a torto, usati come sinonimi. Con social networks ci si riferisce a “strutture relazionali che hanno lo scopo di connettere le persone. Queste relazioni sono sempre esistite, fin dalle origini della storia perché – scomodando Aristotele – l’uomo è un animale sociale e in quanto tale tende ad aggregarsi con altri individui.
Oggi il mezzo principale con cui avviene questo interscambio sono i social media, ovvero “applicazioni per facilitare l’interazione, la collaborazione e lo scambio di contenuti all’interno di gruppi di utenti”. I social media sono un prodotto esclusivo della Rete e del nostro tempo, di cui esistono diverse tipologie, a seconda del bisogno sociale e comunicativo che soddisfano. E proprio per questo non sfuggono alle regole di ogni mezzo di comunicazione.
Infatti, dove esistono messaggio, mittenti e destinatari, situazioni comunicative e mezzi di comunicazione, esistono anche specifici registri comunicativi, convenzioni espressive, argomenti consueti, adeguati o da evitare. Nel caso dei Social Media, dunque, tanti quante sono le piattaforme stesse. E se tali caratteristiche comunicative possono avere potenzialmente infinite varietà per gruppi omogenei di utenti (o di target se chi comunica è un’azienda ad esempio), qui ci occuperemo in generale di temi e registri “istituzionali” dei vari Social Media.
[bctt tweet=”La vita di relazione di ciascuno di fatto si svolge tra due mondi, quello reale e quello digitale…” username=”MapsGroup”]
Iniziamo allora da Facebook, il social più utilizzato al mondo, che potremmo definire “pop”, perché – così come la pop art voleva essere arte di massa in grado di rivolgersi a tutte le classi sociali – così Facebook è una piattaforma che raccoglie contenuti popolari, di ogni ispirazione e tone of voice. Su questa piattaforma il raggio d’azione è talmente ampio che si può spaziare tra i più diversi ambiti, affrontando argomenti anche importanti, ma con un livello di approfondimento sempre contenuto e un approccio divulgativo. Il pubblico a cui ci si rivolge su Facebook è costituto da reti di “amici”: per questo è utile un registro più informale, un tone of voice leggero e colloquiale, contenuti emozionali. A tale proposito, val la pena annotare che Facebook ha applicato il termine “amici” alle relazioni intessute sul web, alterandone profondamente il significato tradizionale, definendo amici persone che potrebbero anche non essersi mai incontrate, se non su Facebook appunto. Perciò se un registro informale è d’obbligo, è anche vero che talvolta gli utenti meno attenti dimenticano il contesto comunque scritto e personale, ma non del tutto privato, in cui si trovano ad agire.
Linkedin, in quanto social media specificamente dedicato al lavoro e al business, ha regole d’ingaggio comunicative molto diverse da Facebook. I post su Linkedin infatti non sono rivolti a una audience massiva, ma a un target specializzato e business oriented. I post su Linkedin dovrebbero far risaltare le competenze e le caratteristiche professionali o aziendali, incrementando di volta in volta brand awareness e brand identity o la reputazione personale. Per queste ragioni, si predilige un linguaggio formale, preciso e tecnico. Anche i contenuti, di conseguenza, si giovano di argomenti “alti” come l’attualità, la politica, innovazioni tecnologiche, notizie di finanza ed economia, a seconda del settore di riferimento.
Twitter si potrebbe collocare a metà strada tra Facebook e Linkedin. Per la sua natura “cinguettante” che vive di testi brevi e hashtag, ha il suo punto di forza in una comunicazione distillata, che arriva subito al punto, e che si presta ad essere usata sia dalla sfera privata che da quella istituzionale. Sintesi e rapidità del mezzo fanno sì che sia molto utilizzato per la comunicazione real time, ad esempio in caso di eventi, per le news e gli aggiornamenti di cronaca e attualità. I tweet ideali coniugano interesse e curiosità, per coinvolgere la community, e mentions di influencer per incrementare l’authority e creare buzz. Un registro bilanciato tra la colloquialità di Facebook e l’autorevolezza di Linkedin.
Infine un accenno a Instagram e Pinterest, i social delle immagini. Adottano un linguaggio prettamente visivo che si presta a temi come la moda, l’arte, il turismo e che può essere utilizzato anche per creare una comunicazione aziendale meno istituzionale e più “personale”. Numerosi brand e imprese, infatti, usano sia Pinterest che Instagram per mettere in evidenza “l’altro lato” della loro azienda, mettendo al centro il personale, i momenti di unione, e tutto quello che accade dietro alle quinte. I social fotografici vivono di un registro altamente personale: non ci sono regole fisse, solo creatività da liberare. Qui il testo ha una sua funzione importante sebbene didascalica, in grado di contestualizzare l’immagine, conferirle senso e valore.
Ma questi sono solo alcuni degli innumerevoli Social Media esistenti. Molti altri ne esistono: per ognuno si potrebbe vagliare lo specifico delle relazioni che vi si dispiegano, come i singoli si rispecchiano nel network di cui fanno parte e come questo a sua volta si rifletta nel linguaggio e nei registri comunicativi, giù per li rami fino a individuare – chissà! – una sorta di idioletto social.

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Reazioni non pericolose Sharing Knowledge

Business e Rifiuti: il riciclo come valore d’impresa.

[dropcap3]I[/dropcap3]l tema del riciclo dei rifiuti, oltre ad essere fondamentale per la salvaguardia dell’ambiente, riveste un’importanza primaria anche nella governance dei singoli comuni e, più in generale, nell’economia degli stati.
La responsabilità condivisa, infatti, di cui abbiamo parlato nella presentazione di questa Rubrica intitolata “Il ciclo del riciclo”, dovrebbe vedere imprese, cittadini e comuni attuare politiche virtuose in materia di riciclo e smaltimento dei rifiuti.
In Italia esistono esempi degni di nota, frutto di una efficace policy organizzativa, come i cosiddetti comuni ricicloni, amministrazioni locali impegnate in prima linea per risolvere il problema dei rifiuti. È il caso di Milano, dove la raccolta differenziata arriva al 53,4% o di Ponte delle Alpi (Belluno) che, con il suo 90%, si è classificato tra i primi a livello nazionale.
[bctt tweet=”Il rifiuto come elemento portante del business aziendale grazie al riciclo.” username=”MapsGroup”]
Se esistono case histories di eccellenze nel campo della raccolta differenziata, esistono anche esempi dove il rifiuto – grazie a un processo di innovazione – è diventato un elemento portante e redditizio del business aziendale.
Un esempio è l’impresa Mapei che, nei suoi laboratori di ricerca ha sviluppato Re-Con Zero (ovvero “Recycling concrete at zero impact”), un prodotto innovativo che permette di recuperare il calcestruzzo reso.
Altro esempio è l’azienda Lucart, che sfrutta la cellulosa contenuta nel Tetrapak per produrre tovaglioli, fazzoletti, carta igienica. Fungo Box è una cooperativa sociale milanese che – in collaborazione con Lavazza e Novamont – recupera il caffè per donargli non solo una seconda, ma una terza vita: il primo ciclo del riciclo trasforma il caffè in terriccio per produrre funghi di alta qualità, mentre il secondo riciclo avviene trasformando il terriccio residuo in fertilizzante.
Esempi, questi, di come possa esistere un’economia dai rifiuti “zero” che – ispirandosi a un modello circolare – è in grado di autogenerarsi: gli scarti diventano materie prime su cui investire per creare business reali e solidi.
Il percorso verso un’economia circolare diffusa è ancora lungo, ma anche in aziende dove il core business non è centrato sui rifiuti, possono essere applicate politiche ecosostenibili a basso costo, in grado di abbattere notevolmente l’impatto ambientale di un prodotto e di portare benefici in termini di risparmio di risorse produttive e finanziarie.
Ad esempio Barilla, semplicemente riducendo le dimensioni e modificando il packaging di uno dei suoi prodotti, ha ottenuto un risparmio del 39% di materia prima. Meno consumo, più quantità di prodotto all’interno del packaging, minor carico ambientale dell’imballaggio: ciò si traduce in minor emissioni di CO2, risparmio delle risorse idriche e di energia.
Sempre in tema di imballaggi, CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), per il terzo anno consecutivo, ha lanciato il Bando Prevenzione con lo scopo di premiare imprese che hanno rielaborato il proprio packaging in un’ottica di sostenibilità. Come si legge sul sito, il progetto presentato deve far leva su almeno uno dei seguenti fattori: “riutilizzo, risparmio di materia prima, ottimizzazione della logistica, facilitazione delle attività di riciclo, utilizzo di materie provenienti da riciclo, semplificazione del sistema imballo e ottimizzazione dei processi produttivi”.
Anche un’altra iniziativa, gli “Oscar degli imballaggi”, dal 1957 premia gli involucri progettati o commercializzati in Italia: fra i requisiti oggetto di attenzione ci sono anche le performances ambientali.
Gli esempi citati dimostrano il valore della prevenzione nella filiera del packaging. Insomma, è meglio adottare misure finalizzate a ridurre l’impatto ambientale e impiegare meno materie prime, che dover poi gestire i rifiuti, recuperando così risorse e indirettamente profitto.
Ma, se per gli imballaggi “prevenire è meglio che curare”, non sempre è possibile mettere in pratica questa stessa regola per gli altri tipi di rifiuti (pensiamo ad esempio al legno o alla carta): è in questo contesto che il rifiuto può diventare un business a tutto tondo, costituire il know-how di un’impresa e diventare foriero di introiti e di guadagni.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]

http://www.conai.org/prevenzione

http://www.istitutoimballaggio.it/
http://it.ibtimes.com/
http://www.conai.org/download-documenti
http://www.conai.org/prevenzione/pensare-al-futuro
http://www.conai.org/prevenzione/pensare-al-futuro/casi-di-successo
[/boxed_content]

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Gli autori di 6Memes Predictive Analysis: asset digitali emergenti

About Maurizio Pontremoli: non fidarsi è bene, fidarsi è meglio.

Chi non ha mai provato la sensazione sgradevole di perdere il controllo? Non mi riferisco a improvvise esplosioni di rabbia (tranquilli!), ma più in generale a quello che può accadere di imprevedibile nel lavoro o nella vita di tutti i giorni.
Io, questa sensazione, la vivo di frequente. Lo deduco da alcuni indizi, come il desiderio di affidarmi a una moneta quando devo prendere una decisione.Oppure dallo sconforto che mi assale quando – dopo aver preso la stessa decisione a parità di condizioni e nel medesimo contesto – mi trovo davanti, inevitabilmente, a risultati sempre differenti.
Dove ho sbagliato? – mi chiedo? Quale errore ho fatto, e a quale punto del mio percorso decisionale?
Mi accorgo che la situazione è grave quando – per prevedere cosa accadrà – percepisco la tentazione di leggere l’oroscopo. Per fortuna alla lettura dei tarocchi et similia non ci sono ancora arrivato. Ma non lo escluderei a priori: mai dire mai, anche se questo va contro ogni paradigma della Fisica, il percorso di studi che ho seguito mentre mi innamoravo dell’Informatica.
Passando dal faceto al serio (o quasi) penso che la mia attività professionale, a partire dalla mia esperienza personale, si possa così riassumere in queste poche parole, più facili a dirsi che a farsi: aiutare le aziende e le persone che le gestiscono a riappropriarsi del controllo, inteso come capacità di governo delle loro attività.
Alcuni esempi? La pianificazione della produzione, il controllo dei costi, la corretta gestione della logistica e il controllo delle attività di vendita.
Per farlo – oggi più mai – è imprescindibile avere accesso al maggior numero possibile delle informazioni che riguardano il contesto in cui viviamo, come insegna il Modello di crescita conoscitiva della Piramide della Conoscenza (DIKW).
Il tutto per passare da tali dati alle informazioni che racchiudono e quindi alla conoscenza dei vari fenomeni che descrivono, e, là dove è possibile, controllare di conseguenza gli sviluppi del flusso di eventi in cui siamo immersi. (Per l’ascesa alla saggezza, per quanto mi riguarda, confido molto nell’età che avanza ;-).
E’ per questo che ho contribuito ad avviare l’azienda Maps con una mission specifica: supportare le aziende nell’individuare i possibili asset nei contesti sempre più complessi della nostra società, attraverso lo sviluppo della conoscenza in generale e delle scienze legate all’analisi dei dati in particolare, secondo le pratiche più innovative e avanzate di business intelligence, data mining e machine learning.
Perché, come confessato all’inizio della mia presentazione, provo sì disagio nel perdere il controllo, ma quello che mi preoccupa maggiormente è il rischio di non prendere decisioni per il timore di sbagliare o, peggio ancora, attendere che siano gli altri a scegliere per me.
Sono infatti fermamente convinto che la paura di decidere sia l’atteggiamento in assoluto più deleterio, sia nella vita personale che professionale, e che tale comportamento non sia nemmeno lontanamente compensato dai rischi che derivano dall’eccessiva prudenza. L’importante, prima di decidere, è avere a disposizione il maggior numero di informazioni possibili sugli scenari plausibili, dopodiché occorre agire. E, una volta oltrepassata la curva, riprendere il controllo e continuare lungo il nostro percorso.
Non c’è nulla di più appagante, infatti, di fidarci di noi stessi e di chi ci sta intorno, per decidere con la nostra testa piuttosto che attendere o, peggio ancora, subire gli eventi. Ecco perché il mio motto è “non fidarsi e bene, fidarsi è meglio”.

A presto, spero!

Maurizio

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Big Data e finanza. Un investimento tira l’altro…

[dropcap3]N[/dropcap3]el corso della nostra rubrica sull’innovazione e i suoi effetti sulle macro categorie sociali, abbiamo osservato più volte il diffondersi della tecnologia dell’informazione legata ai Big Data a imprese e aziende, nei più diversi ambiti.
Si sta registrando infatti un aumento costante di realtà imprenditoriali che investono in Big Data, in un panorama multiforme che vede differenti gradi di “approccio” ai dati.
A tal proposito è interessante una definizione delle aziende secondo uno schema piramidale che vede alla base i cosiddetti “data starters”, coloro che non hanno ancora sviluppato una governance in materia di Big Data. Sopra di loro i “data movers”, le aziende e gli imprenditori che hanno iniziato a impegnare risorse nel trattamento e analisi dei dati. Mentre il vertice è occupato dai “data innovators” che investono sui dati, ne estraggono valore, creano strutture di controllo e analisi avanzate.
Proprio le aziende innovatrici sono protagoniste di un fenomeno che riguarda la finanza e la movimentazione di capitali. I Big Data infatti, da oggetto di investimento, stanno diventando fattore di investimento da parte dei più importanti fondi internazionali. Il loro potenziale è talmente attrattivo da farli diventare leva per la finanza, in grado di “orientare” gli spostamenti finanziari in borsa. Tali investimenti possono riguardare proprio le aziende che producono “tecnologia Big Data” oppure imprese che impiegano risorse e capitali per sfruttare i Big Data a fini di governance.
[bctt tweet=”I Big Data, da oggetto di investimento, stanno diventando fattore di attrazione delle risorse.” username=”MapsGroup”]
Lo spiega Jacques–Aurélien Marcireau, lead portfolio manager di Edr Fund Global Data di Edmond de Rothschild Am, come riportato in questo articolo, dove si citano i casi di aziende che – investendo sui Big Data – hanno a loro volta attratto capitali. La maggior parte di questi flussi interessa società del mercato statunitense. Giganti come Google e società innovative come Illumina, che opera nel settore biotecnologico, oppure Inovalon, che è specializzata nell’analisi dei dati sanitari. Ma anche l’Europa è ormai pronta a ricevere le “attenzioni” degli investitori verso aziende innovatrici.
Uno dei titoli europei più attraenti è ad esempio Axa, il brand assicurativo diffuso a livello globale che investe in tecnologie all’avanguardia, come con lo sviluppo– grazie ai Big Data – di polizze auto personalizzate.
Ma da dove nasce l’interesse dei gruppi finanziari? Perché investire in aziende che hanno integrato strategie fondate sui dati? Come analizzato in uno studio condotto dall’ente di certificazione DNV GL – Business Assurance e dall’istituto di ricerca GFK Eurisko, le aziende che hanno investito e reso operativi piani relativi ai Big Data, ne hanno ricavato notevole vantaggio. Nello specifico, dall’analisi emerge come i benefici riscontrati siano reali e palpabili in termini di efficienza, “miglioramento dei processi decisionali” e della soddisfazione della clientela, risparmio di risorse economiche.
Il meccanismo è “esponenziale”: le aziende creano infrastrutture innovative e sistemi di governance supportati da analisi e informazioni ricavate dai dati, e i gruppi finanziari decidono di investire su quelle stesse imprese, proprio per il valore aggiunto del fattore Big Data. Così come il serpente di Nietzsche si morde la coda, i Big Data creano valore, in un ciclo di investimenti… Insomma, un “uruboro” applicabile in finanza!