[dropcap3]C[/dropcap3]he il Natale sia diventato quasi un sinonimo di consumismo, è un dato di fatto che non staremo a confutare. Allo stesso modo le motivazioni e le credenze personali, famigliari e sociali che ne ammantano il significato, rappresentano ancora oggi un valore rilevante, affettivo, culturale o religioso che sia. E anche qui non staremo a dimostrare l’ovvio.
Ma se l’anno scorso, più o meno in questo periodo, abbiamo affrontato il tema del Natale dal punto di vista dei “dati”, in questa occasione vogliamo porre l’accento su un altro topic, quello della scelta del regalo da farsi, lasciandoci ispirare come sempre dalla rete.
Nel bene e nel male, infatti, il “regalo di Natale” è un argomento di conversazione in cui tutti siamo coinvolti, in un turbinio di luci e colori, pranzi e cene, che racconta – a volte suo malgrado – tante cose.
Occasione imperdibile di comunicazione (e meta-comunicazione), il regalo può essere infatti “incartato” in tanti modi, che possono esaltare oppure mimetizzare le reali motivazioni del donatore, più o meno consce che siano, e può rappresentare non soltanto un dono, ma anche un premio, addirittura un tributo e infine un trofeo. Può infine rivelarsi un’ammonizione, una punizione e perfino una vendetta. Il tutto rigorosamente celato sotto a una sfavillante confezione.
Non a caso l’interesse per l’argomento sale mano a mano che si avvicina la data fatidica, come dimostra il grafico rilasciato da Google Trends sulla query di ricerca “Regali di Natale” nel mese di novembre 2016:

Forse per questo è nata un’applicazione inventata e realizzata da giovani italiani sparsi per l’Europa (i cui nome fanno: Rocco, Vittorio, Stella, Pasquale) che suggerisce regali a seconda delle caratteristiche della persona, in base all’occasione e al budget, trovando le migliori corrispondenze per il regalo perfetto, risparmiando pure tempo.
E, per fare le cose perbene, hanno pure pubblicato un EBook con tutte le istruzioni del caso. Perché “sappiamo che ogni regalo è più di un oggetto, è soprattutto un gesto, quindi ci impegniamo per offrire più possibilità agli utenti”.
Che la scelta del regalo “giusto” non sia impresa da poco lo dimostra del resto una volta ancora Google, che – non a caso – si impegna moltissimo (anche lui) nell’aiutarci a cercare quello giusto in base alle ricerche effettuate più spesso sulla rete. Alcuni esempi? Eccoli.
Si va dai regali di natale originali, per i più creativi, ai regali di natale originali e economici per quelli che vogliono la botte piena e la moglie ubriaca, sino ai regali di natale originali a poco prezzo, per coloro che proprio non hanno pudore nel fare le loro ricerche online. Per i più generosi ci sono invece i regali di natale fatti a mano e i regali di natale originali per bambini, con tutte le varianti di regali di natale per lui, per lei e per beneficenza… Insomma: regalo che chiedi, suggerimento che trovi.
E voi, di che specie di regalo siete??? Pensateci con calma, non c’è fretta: il nostro Blog va in vacanza. Ci ritroviamo con l’anno nuovo. Buoni regali a tutti!

[dropcap3]I[/dropcap3]mmaginate di essere un operatore o un ente per il turismo e di poter esattamente sapere cosa pensano i turisti che visitano il nostro paese: potervi basare su dati effettivi e reali, e non su scontati “stereotipi” o finte recensioni.
Immaginate di avere a disposizione un gigantesco database ricco delle più svariate informazioni e di poter estrapolare comportamenti, preferenze, abitudini, sentiment dei viaggiatori, o di conoscere reputazione ed efficienza delle strutture di accoglienza nei punti più remoti della nostra penisola. Avreste un patrimonio inestimabile di dati con cui organizzare servizi e offerte, programmare azioni di marketing e – nel caso di enti locali o nazionali – pianificare politiche di sviluppo del territorio sotto il profilo dell’incoming.
È la promessa dei Big Data turistici che possono fornirci una visione d’insieme esaustiva non solo per prevedere il futuro dei flussi turistici, ma anche per mettere in campo soluzioni in grado di fare la differenza. E ciò risulta particolarmente interessante per un paese come l’Italia, che potrebbe trarre dal turismo la linfa vitale di cui ha bisogno, mentre ancora oggi – come spesso si evidenzia – le risorse, le infrastrutture, i servizi non sono sufficienti o sufficientemente organizzati e integrati.
C’è poi un aspetto profondamente connesso al turismo, ed è quello della mobilità garantita dai trasporti. I Big Data per il turismo non offrono solo insight sui comportamenti collettivi, ma forniscono informazioni preziose anche sugli spostamenti dei singoli. Ed è in questi due ambiti – turismo e trasporto – che si stanno creando APP e software sempre più sofisticati.
Citiamo un caso, quello di Amadeus (un’azienda multinazionale leader nel mercato turistico e dei viaggi) che sta lavorando al progetto Global Travel Ecosystem con lo scopo di creare un unico sistema intelligente e dinamico che unisca compagnie aeree, agenzie di viaggio, aeroporti e alberghi, per rispondere in modo efficace alle esigenze di turisti e viaggiatori. Amadeus sarà in grado infatti di elaborare offerte ad personam, esclusive e dedicate al singolo utente.
Per quanto riguarda i trasporti, è interessante anche la partnership tra Uber – la famosa app per il trasporto urbano – e la città di Boston. Uber ha messo a disposizione della città i propri dati con lo scopo di migliorarne il traffico, ridurre l’inquinamento, monitorare le strade, registrare le ore di maggiore affluenza. I Big Data rilasciati da Uber saranno in grado di influenzare le future scelte in tema di trasporto e creare soluzioni innovative.
[bctt tweet=”Il turismo sta iniziando il suo viaggio verso il futuro: un biglietto solo andata targato Big Data…” username=”MapsGroup”]
I Big Data turistici inoltre possono svolgere un ruolo importante per servizi di customer care innovativi e profilati. Ad esempio le compagnie aree potranno assegnare i posti a sedere prevedendo le esigenze dei passeggeri (viaggiatori single, famiglie con bambini, coppie, persone anziane) e fornire la combinazione migliore. O ancora, incrociando i dati delle sim telefoniche, dei GPS, dei check–in, dei contenuti dei social network e degli acquisti dei trasporti online, le strutture ricettive potranno modellare un sistema di accoglienza diverso ogni giorno e magari potenziare/depotenziare lo staff, i trasporti, i collegamenti a seconda delle necessità.
A ricavarne vantaggio saranno i consumatori dunque, ma anche le aziende erogatrici di servizi che potranno adottare policy più efficienti, con un ritorno economico da non sottovalutare: perché un cliente soddisfatto è un cliente che è propenso a spendere e soprattutto a tornare.
Se il futuro del turismo è targato Big Data, domani potremmo dire addio alle lunghe code al casello, alle spiagge affollate, alle interminabili file ai musei, ai parcheggi esauriti, perché il nostro passaggio sarà già stato già predetto e analizzato.
E se invece vi sentite viaggiatori, più che turisti, e considerate avventura e imprevisti come elemento cruciale dell’esperienza, allora sparite dai radar e muovetevi in incognito, avendo cura di non lasciare tracce online!
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
http://mapsgroup.it/big-data-trasporti/
[/boxed_content]
Maps Group: “dedications” as added value in a system of shared corporate values.
[dropcap3]I[/dropcap3]t is not easy for a company to talk about its own values. It risks sounding rhetorical, or self-referential. As part of the creation of its new and recently-inaugruated headquarters in Parma, Maps Group decided to let other voices and faces talk about the values that inspire the group, through the portraits, words and short biographies of men and women who have not only represented those values, but have embodied them in exemplary fashion their whole lives. The occasion was a series of “dedications” of the eight conference rooms in the headquarters which offer an itinerary that is symbolic but also tangible and fully visible to all, thanks to the display of a series of iconographic plaques*.
[rev_slider dediche-sale-meeting]
The plaques—which include a portrait of the individual, a quote and a short biography—have been hung in the rooms to pay homage to these great men and women, each exemplary in his or her own way, of Maps values.
First the driving force both inside and outside the group: putting people first, identifying opportunities and the means by which the individual is not only the lynchpin of technical and professional activities, but also important from a personal, experiential and relational standpoint.
Also selected as oustanding testimonials were Edgar Morin, whose “La Tête bien faite” is still an exemplary model in the search for meaning for Man, Ada Lovelace, a rare example of intellectual and technical emancipation, Tiziano Terzani, untiring explorer of the human odyssey, and Loris Malaguzzi, whose excellence as a teacher is reflected in his approach to education and learning. Each chosen because of an extraordinary spirit of initiative and breadth of vision, both present and future.
[bctt tweet=”Maps Group and the two dedications: eight leaders that represent values both shared and sharable.” username=”MapsGroup”]
Secondly, the expressive and communicational attention of the dedications shifted to the values of control and acting consciously, with the goal of being able to explore and share knowledge.
Here the leaders cited were Alan Turing, an extraordinary forerunner in artificial intelligence, and Italo Calvino, a visionary interpreter of human knowledge, both men capable of combining various languages and modes of expression into a single lucid and pro-active theme.
And, finally, the company’s own North Star was reflected in perhaps the most important values for governance: ethics. Courage and professionalism, a pioneering spirit and ability to conduct oneself and others towards a goal that is anything but utopian, can be seen in Giorgio Ambrosoli, a rare example of courage and civil conscience, together with Giorgio Ambrosoli to whom the main meeting room in the headquarters is dedicated—in recognition of his unique strategic ability as a captain of industry—whose life was dedicated to the search, experimentation and implementation of an ethical and effective way of working “together”.
A guide capable of acting as a polar star in a universe of values whose most profound significance must never be lost sight of.
* The portraits were done by Gerardo Lunatici, a Tuscan-Emilian painter and illustrator.
[dropcap3]Q[/dropcap3]ualcuno doveva aver calunniato Josef K., poiché un mattino, senza che avesse fatto nulla di male, egli fu arrestato: questo l’incipit del romanzo Il processo di Kakfa, con l’arresto del protagonista per cause che resteranno ignote fino all’ultima riga.
Il tema di una giustizia occhiuta che agisce con modalità misteriose e subdole riecheggia in tanta letteratura, come in uno dei più celebri fra i romanzi distopici, 1984 di George Orwell dove si immagina un futuro in cui il ben noto Grande Fratello aleggia di casa in casa, spia, ascolta, sussurra e soprattutto sa tutto quello che accade ai cittadini.
Si tratta di scenari non lontani dalla realtà. E non solo perché evocano modalità e sistemi di regimi totalitari, rimandando anche a possibili subdole dinamiche coercitive e persuasorie di quelli democratici. Ma perché – fuor di metafora – il tema della prevenzione del crimine per via tecnologica sta in un qualche modo avverandosi. Software e programmi fondati sull’analisi dei Big Data, infatti, sono in grado di studiare i crimini e, in alcuni casi, addirittura di “prevederli”.
In questo ambito passi da gigante sono stati fatti dalla Cina che sta creando un software in grado di “stanare i sovversivi prima che compiano attività di sabotaggio verso il partito cinese”. L’enorme e ambizioso progetto – in corso di realizzazione da parte della società di telecomunicazioni China Technology – non a caso nell’articolo citato è paragonato al racconto di Philip K. Dick Minority Report, in cui la polizia è in grado di fermare i criminali prima ancora che commettano il reato cui sono fatalmente destinati, colpendone non solo l’intenzione, ma letteralmente predicendolo. Ecco che l’obiettivo del software è di operare una netta divisione della popolazione tra “sovversivi” e “non sovversivi”. I cittadini vengono etichettati in base ai risultati forniti dall’analisi di alcuni dati come chiamate internazionali, conto corrente, improvviso cambio di tenore di vita, livello dei consumi, orari, luoghi frequentati. In base agli esiti, a ogni individuo verrà dato un punteggio e relativa attribuzione del tasso di probabilità che egli sia un sovversivo. Fino all’ultimo e più inquietante step: i cittadini oltre un certo punteggio fissato saranno oggetto di misure preventive.
Esistono altri esempi di software impiegati dalle autorità inquirenti in diverse parti del mondo. PredPol, creato dalla polizia di Los Angeles in collaborazione con l’Università della California, è usato da oltre 60 città statunitensi e permette di prevedere dove verranno compiuti i delitti. Se da un lato si è registrato un effettivo abbassamento del tasso di criminalità, dall’altro un simile sistema suscita forti dubbi. Infatti il programma elabora le sue “sentenze” analizzando i reati passati e in questo modo finisce per puntare il dito contro i quartieri più disagiati, andando così a incidere sulle discriminazioni sociali.
[bctt tweet=”La prevenzione del crimine per via tecnologica sta in un qualche modo avverandosi…” username=”MapsGroup”]
Anche l’Italia ha il suo “Grande Fratello”: dal 2007 alla questura di Milano viene usato KeyCrime, un software che per ogni reato elabora una serie di dati – come luogo, orario, obiettivo, tipologia e comportamento – per dare luogo a statistiche con cui “studiare l’uomo nell’azione del crimine, con l’ambizione di predirne le evoluzioni comportamentali future, nonostante l’unicità e diversità degli individui, e dimostrando che […] ciò è davvero possibile”.
L’uso dei Big Data può essere dunque un’arma potentissima per analizzare i crimini e mettere in atto misure per prevenirli o scoprirne i colpevoli, con evidenti vantaggi, come l’ottimizzazione delle risorse, l’efficienza, la riduzione dei tempi di indagine. Ma è indubbio che simili modalità di gestione della sicurezza sollevino importanti domande etiche che riguardano la libertà degli individui. Laddove il perseguimento della pubblica sicurezza motivasse un controllo indiscriminato di ogni singolo spostamento, chiamata, movimento bancario, post pubblicato sui social, si attenterebbe immotivatamente alla privacy dei singoli, fino – chissà – a configurare le situazioni paradossali del nostro incipit.
Insomma, auspichiamo che i terribili scenari ipotizzati da Kakfa, Orwell o Dick rimangano lucide metafore e ammonimenti, non prefigurazioni letterarie di un prossimo futuro. E che questi software non abbiano mai “l’ultima parola”, ma siano uno strumento di supporto per le forze di polizia, lasciando al senno umano l’ultimo giudizio. Perché la presunzione di innocenza avvenga fino a prova contraria, non fino alla prossima “predizione” algoritmica.
[dropcap3]N[/dropcap3]on sempre – e non dappertutto – il concetto tutto umano di malattia, così come quello di cura, ha avuto uguale genesi né seguito la medesima filosofia interpretativa, e nemmeno ha individuato le stesse patologie.
Se vogliamo dirla tutta, certe malattie, in alcune culture, sono state considerate addirittura come segno di una manifestazione divina o comunque spirituale, e dunque non necessariamente negative. C’è stato inoltre, e agli antipodi, l’esempio di Sparta, in cui chi non era in perfette condizioni fisiche o mentali faceva un salto giù dalla rupe…
Senza andare oltre nel citare quelli che sono per un certo verso luoghi comuni, è infine evidente come la “malattia”, in ognuno dei suoi molteplici sensi, è una prova cui ciascun singolo e ogni collettività sono prima o poi sottoposti, con l’avvento di patologie sempre nuove e, a volte, fatali o comunque pandemiche. Tanto vale affrontare tali prove con alcune conoscenze in più in questa materia, confidando – se possibile – di mantenere l’esperienza solamente a livello “virtuale”. 🙂
Procediamo quindi in un breve, ma interessante viaggio nel tema della malattia e della salute, gettando lo sguardo oltre i confini della nostra cultura e verso i molteplici approcci alle cure, anche quelle che ci prospettano le nuove incombenti tecnologie.
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
0.1 Premessa
0.2 L’influenza delle malattie nella storia dell’Uomo.
0.3 Le cure del corpo: tradizionali, alternative e naturali.
0.4 Le cure della mente: diagnosi e terapie organiche e funzionali.
0.5 Epidemie, pandemie e zoonosi.
0.6 Conclusione.
0.7 Sitografia.
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[dropcap3]I[/dropcap3]niziamo questo articolo-intervista con alcune domande. Prima di tutto: come ha inizio un processo di apprendimento? E poi: quali sono le informazioni fondanti per la crescita e lo sviluppo di un bambino che dovrà misurarsi con un mondo i cui sviluppi sono ad oggi del tutto sconosciuti?
Non sono domande da poco, eppure sono soltanto alcuni dei quesiti cui ha cercato di dare una risposta concreta la nuova avventura di Riccardo Lodi che – con il contributo di alcuni sponsor, Maps Group di Parma, Comeser di Fidenza ed Esselunga – ha dato il via all’edizione made in Italy di un progetto che nel mondo non ha confini.
Per raccontare tutta la vicenda – prima di chiedere direttamente lumi al promotore di questa bella iniziativa – dobbiamo andare indietro nella storia del prof. Sugata Mitra (oggi docente di tecnologie didattiche presso l’Università di Newcastle), che, già nel 1999, decise assieme ad alcuni colleghi di portare un raggio di luce in una baraccopoli urbana a New Delhi, facendo letteralmente breccia in un muro, installandovi un PC collegato a Internet e lasciando tutto lì, con una telecamera nascosta a osservare quello che sarebbe accaduto.
Il risultato andò oltre ogni aspettativa: i bimbi iniziarono a utilizzare il computer per giocare, fare domande, interfacciarsi con il mondo e, in questo processo libero e autogestito, impararono non solo ad utilizzare lo strumento, ma si insegnarono l’un l’altro come fare. Il tutto in assenza di una qualsiasi vigilanza, docenza e tanto meno metodo di studio, in una “corsa” alla conoscenza spinta da un solo carburante: la curiosità.
Tale approccio, in seguito, è stato definito non a caso dal prof. Mitra come “educazione minimamente invasiva”.
La sua iniziativa, sperimentata per 14 anni e chiamata appunto S.O.L.E. (Self Organized Learning Environments), gli è valsa il Premio TED Prize nel 2013 con annessa l’assegnazione di 1 milione di dollari. Tale finanziamento è stato destinato a sostenere un progetto globale in grado di dar vita a una tipologia di scuola capace, grazie al cloud, di abbattere le barriere economico-logistiche-culturali in ogni dove, e di far crescere nei bambini la voglia di conoscenza alimentando nel frattempo il loro senso critico. Competenza, oggi, indispensabile.
Il progetto, da allora, di strada ne ha fatta tanta, sino a comprendere una ventina di “presidi” negli USA, in Inghilterra, in Australia, in Messico, in Spagna, in Grecia, in Corea del Sud, in India in Africa, in Colombia e in Nuova Zelanda. La scuola inoltre, grazie alla sua piattaforma online, permette a chiunque lo desideri di impostare progetti simili in qualsiasi territorio.
[bctt tweet=”S.O.L.E.: un giorno, grazie a Riccardo Lodi, la “scuola nel cloud” è arrivata anche da noi.” username=”MapsGroup”]
In questo giro del mondo, un giorno, grazie a Riccardo, la “scuola nel cloud” è arrivata anche da noi. Approfittiamo quindi della sua disponibilità per sapere come, quando e perché, e soprattutto quali saranno le prossime mosse.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Ciao Riccardo. Grazie intanto per l’intervista e soprattutto complimenti per il tuo progetto. Siamo curiosi: come sei venuto a conoscenza di questa iniziativa?
Tutto nasce, come spesso accade, da un fatto personale. Avendo due figli in età scolare cercavo spunti per stimolarli ed essergli d’aiuto nella loro crescita.
Curiosando sulla piattaforma TED – che consiglio a tutti di esplorare – mi sono imbattuto nella conferenza di presentazione del progetto S.O.L.E.
Subito mi ha colpito la “semplice” genialità di un progetto che prevede l’uso di strumenti per noi ormai quotidiani eppure spesso connotati negativamente (a volte addirittura demonizzati), oppure, al contrario, considerati in se stessi risolutivi per criticità le più disparate, quando in realtà si tratta di strumenti che vanno sì utilizzati appieno per le immense possibilità che conferiscono a chi li utilizza, ma anche gestiti e governati con spirito critico e buon senso, a causa dei rischi di vario tipo che il loro utilizzo improprio può comportare.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Cosa ti ha mosso nella tua decisione di “importare” il progetto in Italia?
Come dicevo all’inizio, il progetto mi ha appassionato fin da subito. Nel tentativo di approfondirne la conoscenza e ricercando contatti in Italia che potessero darmi più informazioni, mi sono accorto che, nel nostro paese, non c’era nulla di simile nel nostro paese. A questo punto la mia esperienza professionale è entrata in campo, accendendo – come si dice – una lampadina. Occupandomi infatti da tanti anni di dipendenze di vario tipo, sono consapevole del fatto che il miglior modo per aiutare i giovani a utilizzare il computer, il web e tutto l’ecosistema digitale senza diventarne vittime (come purtroppo invece accade) è innanzitutto quello di conoscerlo e comprenderlo, così da padroneggiarlo anziché subirlo.
Una volta messe insieme queste due informazioni – l’esistenza del progetto SOLE e la mia consapevolezza sui rischi-opportunità per i giovani riguardo alle tecnologie online – mi sono messo in contatto con il dipartimento dell’Università di Newcastle che si occupa direttamente del progetto, così da avere maggiori informazioni e qualche suggerimento.
Nell’approfondire quindi ulteriormente queste tematiche mi sono reso conto di come possano essere del tutto complementari agli attuali percorsi scolastici in atto nel nostro paese.
A tal proposito, vorrei citare Rosetta Zan (Dipartimento di Matematica, Università di Pisa) che, in un suo testo riguardante l’insegnamento della matematica, ma applicabile a mio parere a tutte le scienze, afferma: “In un esercizio dato, l’errore è semplicemente l’indicatore di un fallimento, la prova di aver fatto qualcosa che non andava. (…) Affrontando un problema più complesso, invece, si prova una situazione nuova, senza una procedura da seguire. Così l’errore è messo nel conto, e se da un lato è percepito come inevitabile, dall’altro si pensa già a come superarlo. Questo assegna responsabilità ai ragazzi e li prepara alle sfide della vita”.
In questo preciso punto si inserisce il cuore del progetto SOLE, in cui esemplari non sono solo l’apprendimento lineare e in qualche modo istituzionalizzato della realtà, ma anche l’esperienza diretta e perfino l’errore.
Vorrei inoltre ricordare il progetto “Benchmarks for Scientific Literacy” della A.A.A.S. (American Association for the Advancement of Science), che, già nel 2013, metteva a fuoco come il processo di apprendimento nei bambini, specie in ambito scientifico, si sviluppi fin dai primi anni di scuola, mettendo le basi per le competenze e abilità necessarie, nel tempo, a gestire spiegazioni più complesse, suggerendo che l’educazione scientifica, inizialmente, dovrebbe concentrarsi nell’acquisire esperienza diretta dei fenomeni naturali e sociali, cimentandovisi in prima persona.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Come hai messo in pratica questi spunti e linee guida? Quali sono i risultati raggiunti di mano in mano?
L’esperienza iniziale, anche in questo caso, l’ho fatta in prima persona, grazie alla spinta di alcuni amici che, visto il mio entusiasmo, mi hanno stimolato a mettermi in gioco. Il primo laboratorio quindi l’ho realizzato con i miei due figli, che allora avevano 7 e 10 anni, e altri due bambini, immolati alla causa dai rispettivi genitori :-).
Nell’autunno del 2014 ho proseguito nell’avventura sistemando i bimbi in casa mia per un’ora alla settimana.
All’inizio chi ha avuto maggiori difficoltà sono stato proprio io: non capivo come pormi nei vari momenti dedicati alla ricerca, non riuscivo cioè a comprendere come fare per affiancarli, ma, nello stesso tempo, lasciare a loro l’autonomia e responsabilità della ricerca.
Ho chiesto così aiuto ai gestori della piattaforma S.O.L.E., ho migliorato il mio approccio, e, nel frattempo, ho ricevuto l’offerta di aiuto di una nonna americana che, all’interno del progetto Granny cloud, era disposta a collegarsi con noi ad ogni sessione per essere da stimolo ai bambini. L’arrivo di Kitty (questo è il suo nome) ha dato un notevole valore aggiunto alle mie sperimentazioni: utilizzando il cosiddetto metodo “wow” riusciva a coinvolgere tantissimo i bambini.
Le cose da lì in poi sono andate talmente bene che la sperimentazione è durata sino alla fine dell’anno scolastico, motivando i bambini a fare ricerche su argomenti che difficilmente vengono toccati nei percorsi scolastici tradizionali in quanto considerati troppo elevati per la loro età. Grazie poi all’interazione con Kitty, nello “zaino” della scuola nel cloud si è infilata anche la lingua inglese 🙂
Così anche l’anno seguente (2015/2016), e sempre a casa mia, ho proseguito l’avventura con 8 bambini che hanno partecipato alle sessioni (ottobre/maggio) tutti i venerdì dalle 18.30 alle 19.30… E sottolineo il giorno e l’ora perché credo siano paradigmatici dell’entusiasmo dei bambini, trattandosi di un’ora tarda a fine settimana, dopo ben cinque giorni di scuola.
Quest’anno infine, grazie a don Francesco, parroco di Fognano (Parma) ho avuto la possibilità di utilizzare una stanza della parrocchia. Al suo aiuto si è aggiunto quello di alcuni sponsor grazie ho potuto allestire un ambiente adatto a portare avanti le sessioni con più di 10 bambini. A ottobre sono diventati poi 13, ed ora siamo in 20… L’aula è diventata un po’ stretta e tuttavia – contro ogni mia previsione, lo ammetto – nessuno “molla”! Anzi: qualcuno si lamenta pure, quando, per motivi di lavoro improcrastinabili, devo annullare una sessione.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Beh, questi sono risultati davvero positivi! Vista la riuscita del progetto, quindi, in quale modo pensi di proseguire questa avventura?
In questi due anni e mezzo di sperimentazione ho consolidato alcune convinzioni e metodologie, mentre ne ho modificate altre.
Prima di tutto mi sono reso conto che questo progetto può integrarsi perfettamente nel percorso scolastico durante tutta la scuola dell’obbligo e anche oltre, cosa che dà la possibilità al progetto di essere messo in pratica senza creare né sovrapposizione educativa né affaticamento nei bambini interessati a seguirlo. Negli ultimi due anni, infatti, ho portato avanti alcune sessioni in due diverse scuole della provincia di Parma, e devo dire che ogni volta la risposta dei bambini è stata sorprendente.
È però importantissima la fascia d’età, individuabile tra gli otto e i tredici anni: in questa fase, infatti, i bambini sfruttano ancora la loro innata curiosità e possono innamorarsi del “Sapere”.
Una modifica importante che ho apportato al progetto è stata poi quella di coinvolgere esperti in varie materie che potessero porre ai bambini le domande giuste, così da essere loro di maggior stimolo rispetto al sottoscritto, che è sì dotato di molto entusiasmo, ma non certo non ha tutte le competenze necessarie al progetto.
Ad oggi la sperimentazione con gli esperti coinvolti (che ho riunito in un gruppo di cosiddetti “amici di SOLE Italia”), ha dato ottimi frutti: abbiamo portato avanti sessioni con un’esperta di matematica, una Psichiatra, una ricercatrice in medicina, e, se tutto andrà come spero, quest’anno dovrei riuscire a coinvolgere un paio di grandi nomi del mondo della Medicina e dell’Economia, oltre ad avere la disponibilità di una Chimica e di un Geologo.
Giunto a questo punto la meta ideale che vorrei prefiggermi è quella di un modulo progettuale dedicato al dopo-scuola, che permetta ai bambini di fare non solo i compiti assegnati, ma, in accordo con gli insegnanti, faccia anche scoprire loro il lato più spontaneo e entusiasmante legato all’apprendimento in sé, stimolandoli nella loro naturale, fecondissima curiosità.
Questo modulo potrebbe comprendere anche l’organizzazione di sessioni ad hoc su richiesta delle scuole, per integrare alcune materie scolastiche e ampliare le conoscenze dei bambini/ragazzi.
Uno dei fari che tengo sempre presente nel proseguire nel mio cammino progettuale è una lettera che Albert Einstein (tanto vale puntare in alto!) inviò a una bambina poco prima di morire.
Eravamo nel 1955, quando scrisse: “La cosa importante è non fermarsi mai di porre domande. La curiosità ha in sé la propria ragione di esistere. Non si può che non essere travolti dalla meraviglia contemplando i misteri del tempo, della vita, della meravigliosa struttura della realtà. E’ sufficiente se uno cerca semplicemente di comprendere un poco di questo mistero ogni giorno. Non smettere mai di meravigliarti”.
Questo punto di vista è il mio intento, la mia speranza e il mio obiettivo insieme!
Che altro aggiungere da parte nostra? Anche 6Memes è nato innanzitutto per porsi delle domande, ancora prima di avere le risposte. Perché ogni nuova scoperta parte da qui. Il nostro più grande augurio, quindi, di continuare a trovare e ispirare tanti, tantissimi interrogativi!
[sf_iconbox image=”fa-envelope” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
Per informazioni sull’iniziativa:
Riccardo Lodi, Parma. Email: lodiric@libero.it.
[/sf_iconbox]
[dropcap3]C[/dropcap3]osa sono i Big Data? A cosa servono? Come si raccolgono e come si utilizzano?
Queste alcune delle domande cui cercheremo di dare una risposta alla maniera di 6Memes, facendo cioè parlare tra loro “linguaggi” e punti di vista diversi.
Perché se fino a qualche anno fa parlare di Big Data voleva dire farlo con pochi interlocutori interessati, oggi il tema si affaccia sempre più spesso nell’orizzonte delle conversazioni, aprendo anche a noi comuni mortali finestre d’interesse verso parole quali Big Data, Open Data, Big Data Analytics etc.
Non c’è nulla, oggi, di più complesso e articolato del quantitativo di informazioni, dati e numeri che la nostra società produce ogni istante in tutto il pianeta a partire dal fenomeno della digitalizzazione, che genera una vera e propria esplosione di dati in tutti i settori della nostra società, nessuno escluso.
Ne parliamo insieme in questo EBook made in 6MEMES.
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
0.1 Introduzione.
0.2 Premessa: cosa sono i Big Data?
0.3 Dal digitale alla datizzazione del mondo.
0.4 Fonte e origine dei dati: Data Mining, Data Driven, Open Data.
0.5 Dati che parlano tra loro… e a volte anche con noi.
0.6 Una palla di vetro al posto di montagne di Dati.
0.7 Conclusioni.
0.8 Sitografia.
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[dropcap3]U[/dropcap3]n giro d’affari che nel 2015 sfiora i 29 miliardi d’euro nella sola Italia, mentre si conta che nel 2016 gli acquisti in Rete in Europa occidentale abbiano toccato i 351,4 miliardi di dollari, con un incremento del 10,5% rispetto al 2015. Si tratta di dati che evidenziano come la vendita online sia una fonte di introiti niente affatto secondaria, destinata a crescere e a mutare le abitudini di acquisto e il marketing stesso.
Abbiamo già affrontato il tema della “logistica” dell’e-commerce: la necessità che a una piattaforma di vendite online corrisponda una struttura ben organizzata, in grado di funzionare con precisione e tempestività.
Ma a monte della vendita, c’è un segmento determinante della catena commerciale, che ne costituisce forse l’elemento più dirompente, e che chiama in causa i Big Data: la profilazione dell’utente, protagonista con il commercio online, di esperienze, modalità e abitudini d’acquisto del tutto nuove.
Una case history interessante, che illustra queste dinamiche, è il recente model business applicato dalla piattaforma di e-commerce cinese Alibabà. Il fondatore Jack Ma ha lanciato, in occasione della giornata dei single, una serie di sconti speciali sui prodotti dell’e-commerce. Lo scorso 11 novembre, il successo è stato tale che nelle prime dodici ore la piattaforma online ha fatturato 11,9 miliardi di dollari. Alibabà ha sfruttato così un piano di marketing che ha colpito un target specifico, già interessato ai servizi che la società cinese era in grado di offrire. È in un contesto similare infatti che entra in gioco l’analisi del comportamento dell’utente e la sua conseguente profilazione.
[bctt tweet=”Il negozio online diventerà punto di riferimento per lo shopping…” username=”MapsGroup”]
Per profilazione si intende l’insieme di attività di raccolta ed elaborazione dei dati inerenti a un utente: mediante questa attività con i Big Data Analytics si possono per esempio identificare, per conto di un’azienda, età, sesso, locazione geografica, abitudini, gusti personali del target di riferimento.
Di conseguenza le imprese possono utilizzare queste informazioni per configurare strategie di marketing, piani di comunicazione, migliorare i parametri di visualizzazione del sito, personalizzare l’esperienza d’acquisto e creare prodotti e servizi “taylor-made”. Non solo per riproporre all’utente prodotti e servizi inerenti ad acquisti già fatti, ma anche per suggerirgli acquisti che rientrano nei suoi potenziali interessi. In questo modo le aziende non si limitano a seguire – e talvolta a “inseguire” il consumatore – ma anticipano i suoi bisogni e desideri.
Ogni singolo click, la navigazione sui siti internet, i post pubblicati sui social, i “mi piace”, le pagine che seguiamo, sono tracce del nostro DNA di acquirenti e consumatori, che vengono impiegate per attuare non solo marketing, ma remarketing. Con questo termine si intende infatti una forma di pubblicità online che si rivolge agli utenti in base alle loro precedenti azioni sul web: permette di ricontattare gli utenti che hanno precedentemente visitato un determinato sito e mostrare loro annunci online attraverso strumenti come la rete display di Google.
I vantaggi di questo tipo di sistema di vendita online sono evidenti: nel commercio attuale, dove lo spazio per il rischio e per le “scommesse” è sempre meno, la profilazione è uno strumento potente per ottimizzare i tempi, per velocizzare i processi di acquisto e di vendita, e ridurre di conseguenza gli errori e le spese.
E se si confermerà, con il passare del tempo, questa tendenza, il negozio online diventerà punto di riferimento per lo shopping, mutando ulteriormente le abitudini di acquisto e diffondendo un nuovo modo di fare marketing, cucito sulle esigenze del singolo consumatore, in cui – inutile dirlo – i Big Data giocheranno un ruolo fondamentale.
Il mondo, il nostro mondo, esiste dalla notte dei tempi, ma ogni giorno noi dobbiamo crearlo di nuovo.
Se noi non camminassimo sulla terra, essa non esisterebbe.
Breyten Breytenbach
[dropcap3]N[/dropcap3]el primo articolo di questa rubrica abbiamo cominciato ad esplorare i problemi legati alla complessità dei dati nelle organizzazioni. In questo secondo post la domanda è invece una sola: cosa è (o cosa non è) Big Data?
Dati (complessi) e Big Data hanno spesso lessico simile, radici comuni, iconografia quasi indistinguibile e rotte di confluenza semantica. Esiste dunque un “rischio di confusione” tra i due insiemi, che se pure dovesse infine sfociare in un approfondimento dei secondi rispetto ai primi non di rado porta a presunzioni del tipo: “le cose che facciamo nella nostra azienda non riguardano i Big Data”.
Una linea di pensiero che implica non solo la perdita di opportunità, di valorizzazione e di crescita dell’azienda o del Gruppo, ma che potrebbe condizionarne la stessa sopravvivenza. Se infatti le tecnologie digitali permettono oggi, a chi si è adeguatamente attrezzato, di prendere decisioni consapevolmente e velocemente, come si può pensare di competere nel mercato di riferimento utilizzando vecchie logiche e strumenti obsoleti? Non dimentichiamo che esistono interi settori della nostra economia il cui lessico comune è Ordine di Servizio .
[bctt tweet=”La prima chiave dell’innovazione: fare le stesse cose in modo diverso. ” username=”MapsGroup”]
Del resto l’abbiamo già detto: faremo sempre di più le stesse cose ma in modo diverso. Ma fare le stesse cose in modo diverso non è mai stata faccenda di poco conto.
[highlight]I fondamenti di un progetto di Big Data[/highlight]
Big data is sexy dice Bernard Marr e in effetti sembrerebbero avere quel certo je ne sais quoi che li rende quasi irresistibili. Se non possiamo ignorarne il fascino e la portata innovativa, è vitale tuttavia interrogarsi sulla reale applicabilità al contesto specifico.
Quali sono dunque gli elementi (minimi) necessari da tenere in considerazione nell’analisi dei potenziali scenari di sviluppo in ambito Big Data, per la nostra organizzazione?
Ne abbiamo individuato due che ne chiariscono l’essenza (l’essenza delle cose, ciò che le cose sono, è costituita dalle proprietà che la caratterizzano) e la forma (l’insieme strutturato dei suoi caratteri essenziali):
- Scala. Quando parliamo di Big Data ci riferiamo a una gigantesca mole di dati eterogenei, non strutturati, prodotti da molte sorgenti differenti, le cui caratteristiche primarie sono: volume, velocità, varietà, variabilità, veridicità e complessità. I Big Data offrono dunque (attraverso piattaforme IT che raccolgono, aggregano, analizzano ed estraggono informazioni personalizzabili) la possibilità di accedere ad una serie molto ampia di dati provenienti da fonti diverse, interne ed esterne all’organizzazione (archivi aziendali, database e filesystem, blog e social media, dati internet delle grandi web company), per l’analisi e il supporto alle decisioni.
- Ontologia. L’ontologia racchiude “una schematizzazione concettuale (rappresentazione di un modello di un dominio dato) di natura esplicita e non ambigua, formalmente espressa in un linguaggio conosciuto secondo una conoscenza condivisa” (Dati, bigdata e città intelligenti. Riflessioni e caso studio per monitoraggi ambientali – Giacomo Chiesa, Dipartimento DAD, Politecnico di Torino).
[bctt tweet=”Fondamenti di un progetto Big Data: scala e ontologia.” username=”MapsGroup”]
In una modalità di elaborazione dati “tradizionale” basata su database strutturati, l’ontologia dei dati e delle variabili è fondamentale per poter procedere con l’analisi e il confronto tra le informazioni. È anche indispensabile che i dati siano omogenei e ordinati per poter essere utilizzati e processati. Tuttavia, gli strumenti che operano su grandi dataset non hanno necessariamente bisogno dell’operazione di estrazione, trasferimento e carico dei dati per l’analisi. In altre parole si presume “che i dati non siano omogenei e ordinati – anzi, si assume che siano troppo ingenti per poterli ripulire prima di processarli” (Mayer-Schönberger and Cukier, 2013).
Non esiste dunque per i Big Data l’ontologia ma molteplici ontologie: a quella tradizionale si può aggiungere ad esempio un’ontologia capace di rappresentare e relazionare tra loro informazioni riguardanti le comunità online (blog, wiki, forum, mailing list, ecc.) oppure di descrivere dati riguardanti le persone e le loro relazioni (anagrafe).
Dal punto di vista IT esistono ontologie (informatiche) standard il cui uso permette di aumentare il livello di interoperabilità semantica – ossia “la capacità di elaborare informazioni da fonti esterne o secondarie senza perdere il reale significato delle informazioni stesse nel processo di elaborazione”.
Uno degli esempi a cui spesso si ricorre quando si parla di Big Data è il caso Wal-Mart che rappresenta una delle best practice più popolari nell’utilizzo di questi ultimi. […] Wal-Mart è la più grande catena di distribuzione di beni di consumo del mondo, nonché la prima azienda della classifica di Fortune 500. Ogni ora colleziona dati relativi a circa un milione di transazioni commerciali e li relaziona a fattori quali tempo, luogo, combinazione nel carrello, disponibilità a magazzino, frequenza di acquisto, etc. Se un cliente ha acquistato in passato un barbecue e spesso compra prodotti accessori, molto probabilmente sarà interessato ad articoli non ancora acquistati. Analizzando la disponibilità a magazzino, le informazioni meteo, i dati di localizzazione degli smartphone etc., il sistema invierà dei buoni per invogliare il cliente all’acquisto, ma solo se possiede un barbecue, il tempo nel weekend sarà bello e si trova in un raggio di tre miglia dal negozio.[…].
Gli esempi possono essere tuttavia infiniti, così come le possibili applicazioni ma estrarre il valore tangibile dai Big Data è possibile solo a patto che l’azienda si sia fatta prima (senza psichismi) le domande giuste, quelle rispondenti alle logiche di Business (è già cliente? ha acquistato un barbecue?), e che si continui anche dopo (ci sarà il sole nel weekend?), in un processo iterativo che porta all’esplorazione dinamica dei nodi di conoscenza via via che le informazioni si rendono disponibili. (Nel 2013 Walmart scoprì che prima di un uragano le vendite delle strawberry pop-tarts aumentavano del 700% e da allora, se il meteo minaccia tormenta, le strawberry pop-tarts vengono spostate vicino alle casse, per dire).
[bctt tweet=”Il valore dei Big Data: rispondere correttamente alle domande giuste.” username=”MapsGroup”]
Qualcuno potrebbe ancora chiedersi, giunti a questo punto, ma qual è il vero elemento di novità relativamente ai Big Data?
La migliore risposta, finora, mi pare di intravederla nelle parole dello scienziato Alessandro Curioni : “quello dei Big Data non è un metodo ma un approccio alla ricerca. Certo, servono le ontologie giuste, servono scienziati esperti in grado di costruire le mappe in modo da suggerire alcune dinamiche di base. Ma la qualità della ricerca prima che nella capacità di elaborare ipotesi si concretizza nella formulazione delle domande. Proprio per questo, i big data oggi sono prima di tutto un approccio alla conoscenza.”
Dunque – ce lo insegna in primo luogo la semantica – si può descrivere un concetto anche a partire dal confine che lo distingue dall’orizzonte di significati e significanti che lo circondano, identificando in primo luogo ciò che non è, e da lì partire per successive inferenze. A proposito: nemmeno l’informatica e le scienze legate all’innovazione tecnologica sono esenti da questo semplice (all’apparenza) postulato.
Ma per alleggerire un po’ il registro della nostra conversazione, vorrei portare un altro esempio, che potrà sembrare fuori tema, e invece non lo è. Si tratta di un aneddoto. 😉
La storia è questa: ero alla Basilica di Massenzio per il Festival delle letterature 2016 per festeggiare il 100° libro di Camilleri (L’altro capo del filo) e sul palco ad omaggiarlo c’erano Lella Costa e Renzo Arbore che ha raccontato diversi aneddoti divertenti legati al suo lavoro, tra cui un episodio esilarante che coinvolgeva Mario Marenco, attore, umorista, architetto e designer italiano.
Durante la trasmissione radiofonica “Alto gradimento”, raccontava Arbore ancora divertito dal ricordo, si decide di affidare a Marenco un ennesimo personaggio, un micologo. Arbore e Boncompagni pensano che la sua passione nell’inventare termini in latino sia ideale per i nomi dei funghi. Marenco arriva al momento di andare in onda, senza aver preparato nulla, ed esordisce con: “allora per prima cosa distinguiamo tra funghi e non funghi. Sono non funghi: la sedia, l’automobile, la libertà, la lavatrice, il cavallo…” :-). Sono andati avanti per una settimana, e senza mai dire – e intendo MAI – il nome di un solo fungo. Nemmeno il più piccolo fungo del mondo.
Senza arrivare a un tale paradosso, parlando di Big Data, si può anche partire dall’approccio apofatico alla Marenco: cosa NON è Big Data?
Mettiamola così: se NON sono presenti neanche i due elementi descritti all’inizio, allora potrebbero NON essere Big Data (magari potrebbero essere funghi?). Ma quello che è certo è che non basta la richiesta ai Sistemi Informativi aziendali di un’installazione di Hadoop o la sostituzione di una soluzione SQL con una NoSQL per definire un progetto “in ambito Big Data”.
Prendiamo appunti. Per il prossimo articolo!
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.ap-institute.com
www.dataskills.it
http://nova.ilsole24ore.com
https://it.wikipedia.org
www.linkedin.com
www.dezyre.com
http://bridg.com
[/boxed_content]
[dropcap3]I[/dropcap3]l tema della complessità e della molteplicità dei dati e delle informazioni disponibili – in realtà e in potenza – è sempre più frequente argomento di dibattito, soprattutto (ma non solo) quando si parla di Innovazione Tecnologica e di Internet of Thing.
Sono argomenti, ça va sans dire, complessi e di non facile interpretazione, ma ricchi di spunti e – perché no – di suggestioni. E che riguardano soprattutto pratiche di ottimizzazione, controllo e governance non solo di organizzazioni complesse, ma anche e soprattutto di settori interi delle nostre società, a livello globale. Si tratta dunque di questioni che non devono e non possono essere ignorate, e che debbono essere portate all’attenzione di tutti, opinione pubblica compresa.
Abbiamo così pensato di raccogliere in questa mini-sitografia – in realtà una vera e propria lista – i principali articoli e le fonti più consultate dal nostro Blog, così da condividerne la conoscenza e incentivare la natura “sertendipitica” dei nostri lettori.
I temi sono i più diversi: dagli Open Data alla digitalizzazione della cultura, dalle Performance alla Conoscenza, sempre alla ricerca di un’unica cosa: un filo di Arianna da seguire in questo Labirinto di informazioni.
Un’unica avvertenza, prima di consultare la Lista: l’ordine è quello alfabetico, e non di rilevanza. Buona… passeggiata. 🙂
SITOGRAFIA
www.agid.gov.it/agenda-digitale/open-data
www.archeomatica.it
www.armsglobe.chromeexperiments.com
www.blog.okfn.org/
www.bologna.repubblica.it
www.corrierecomunicazioni.it/agricoltura-iot-e-big-data-i-nuovi-alleati-in-campo
www.corrierecomunicazioni.it/assicurazioni-auto-il-futuro-e-nei-big-data
www.corrierecomunicazioni.it/come-cambiano-le-assicurazioni-ai-tempi-dei-big-data
www.culturadigitale.it/wp/biblioteca-digitale
www.culturadigitale.it/wp/digitalizzazione
www.data.gouv.fr
www.data.gov.uk
www.dati.comune.matera.it
www.datiopen.it/it/opendata-per-tematica
www.dati.piemonte.it
www.drones.pitchianteractive.com
www.engage.it/blog/big-data-sport-le-regole-un-oro-data-driven
www.ec.europa.eu/digital-agenda/en/open-data-portals
www.ec.europa.eu/programmes/horizon2020/
www.forumpa.it
www.ilsole24ore.com
www.industriaitaliana.it
www.infodata.ilsole24ore.com
www.informationweek.com
www.lastampa.it/2016/08/18/sport
www.lineaamica.gov.it/opendata
www.log.debiase.com
www.millepiani.eu
www.opendatafoundation.org
www.opendatahandbook.org
www.rainews.it
www.regione.emilia-romagna.it
www.sas.com
www.schoolofdata.org