A quasi due anni dal suo esordio il nostro blog è diventato… grande, e – giustamente – si dà qualche aria in più, inaugurando la nuova testata dedicata al nostro genio ispiratore, Italo Calvino!
E ampliando le proprie penne, grazie a un manipolo” di autori– Maria Bonifacio, Paola Chiesa, Giulio Destri, Anna Pompilio, Maurizio Pontremoli – che hanno deciso di metterci come si dice la faccia e di realizzare inedite rubriche tematiche, spaziando dall’ITC all’ambiente, dall’informatica al bene comune.
Il tutto attraverso un nuovo format che mette in primo piano loro, gli articoli, suddivisi e articolati secondo percorsi di lettura dedicati, grazie al nuovo menù laterale. Immutato invece è lo spirito: condividere e contaminare tra loro conoscenza e sapere, tecnologia e cultura, alla ricerca di un modo accessibile per parlare di innovazione nelle sue forme non solo astratte e strategiche, ma anche quotidiane e concrete.
[bctt tweet=”6MEMES: l’integrazione tra due mondi a volte non interoperabili, quello tecnico-scientifico e quello umanistico.” username=”MapsGroup”]
Allo stesso modo, sempre fedele a se stesso è lo sguardo del blog: a tratti incisivo, a tratti ironico, sempre critico e in cerca di inediti punti di vista con cui raccontare le pressoché infinite novità che questi anni ci consegnano tra le mani senza che neppure ce ne accorgiamo.
L’orizzonte complessivo è quello che il Gruppo Maps persegue dalla sua fondazione: il confronto e l’integrazione tra due mondi a volte non “interoperabili”, quello tecnico-scientifico delle tecnologie e quello più sociale e umanistico del linguaggio, sia esso naturale o artificiale. La visione del blog, che predilige la condivisione di un sapere positivo che possa migliorare la vita di ognuno in rapporto alla contemporaneità, fa dunque da sfondo ad approfondimenti non solo tecnici, ma anche divulgativi e a volte divertenti, cercando di allargare l’orizzonte di un sapere solitamente custodito nelle mani di pochi addetti ai lavori. Confidiamo ora in voi, cari lettori, nella vostra presenza e partecipazione!
[dropcap3]S[/dropcap3]mART: sembra un gioco di parole (e lo è 🙂 eppure, come spesso accade, dietro ai giochi si nasconde qualcosa di significativo.
Nel nostro caso, celato sotto alla sottile patina ludico-verbale, c’è un vero e proprio asset in grado di rendere l’ARTE parte non solo integrante, ma trainante dell’economia di un territorio, in primo luogo delle città, ma non solo. Il tutto in una nuova idea di Rinascimento che metta finalmente di nuovo insieme Arte e Scienza anche alle nostre latitudini, e non solo oltreoceano. Gli esempi ci sono già, ed è un vero piacere illustrarli ai nostri lettori con una serie di buone pratiche che “cavalcano” davvero quell’idea di eccellenza tanto spesso cercata e così di rado toccata con mano.
Ci spieghiamo meglio.
Si fa un gran parlare di Smart in riferimento a quelli che possiamo definire i massimi sistemi: energia, applicazione, mobilità, sostenibilità varie – settori senz’altro strategici e basilari per ogni società – eppure quello che non va dimenticato è che alla base d’ogni salto qualitativo nello sviluppo duraturo di una comunità, sono quelle pratiche che dal loro basso (o dall’alto, a seconda della prospettiva e del tema) coinvolgono in primo luogo energie e talenti del luogo cui appartengono.
Il nostro focus esplora dunque un tema che ci sta particolarmente a cuore: le pratiche culturali e artistiche di una comunità e di un territorio declinate secondo il sapere e le opportunità dell’innovazione anche tecnologica. L’Italia è del resto un “ambiente”, per questi aspetti, esemplare.
Nei due sensi: sia in quello positivo, ovvero come luogo deputato dalla storia dell’arte ad essere tra i più ricchi del pianeta (forse il più ricco), sia come esempio invece di una non piena messa a frutto di tali e tanti ricchezze…
Ebbene, con una certa soddisfazione, possiamo affermare che qualcosa sta cambiando, ed entrambi i sensi di tale prospettiva stanno convergendo in una serie di progetti emblematici.
Citiamo in primo luogo noi stessi, con questo articolo su HETOR, un progetto formativo di eccellenza e con il monitoraggio realizzato sui venti musei italiani a seguito della designazione dei loro nuovi Direttori.
[bctt tweet=”Confidiamo in una nuova idea di Rinascimento che metta insieme Arte e Scienza alle nostre latitudini.” username=”MapsGroup”]
Sarà poi un caso, ad esempio – o forse no – che proprio la città di Palermo sia stata da poco eletta Capitale della cultura per il 2018 dopo che, solo due anni fa, è stato presentato il progetto Smart City Italia “Innovazione e cultura per una città “intelligente”” con il compito di “creare un nuovo rapporto di consapevolezza dei cittadini con il territorio e a far comprendere ai giovani che è possibile vivere processi di innovazione senza andare all’estero”.
Lo scorso anno, inoltre, è stata la città di Savona ad ospitare Be Sm/ART, un progetto artistico-scientifico che “per due mesi ha animato il Campus di Savona con azioni performative e interventi site specific ideati dagli artisti dell’associazione Cherimus chiamati a interpretare creativamente la sperimentazione sulla Smart City condotta nelle aule del Polo Universitario ligure.”
Come illustrato in questo articolo, del resto, sembra proprio che il 2015 sia stato l’anno spartiacque per le “Smart Cities” italiane, anno in cui è stato messo a punto a cura dall’Osservatorio dell’ANCI di uno strumento “per il campionamento delle attività svolte, o in corso di svolgimento, sul territorio nazionale (…) con la voglia di confrontarsi, tenersi in contatto, stringere collaborazioni e scambiare best practice”. Da parte nostra, dopo questa breve excursus sul tema, continueremo a monitorare – come si dice – la query, con un occhio (ormai allenato) a cogliere le più sottili sfumature e i più impercettibili indicatori che dimostrino che, sì, Smart è bello, ma SmART lo è ancora di più!
Stay tuned!
“[dropcap3]A[/dropcap3] volte sono in giro per lavoro e, specie a colazione, mi capita di provare una strana sensazione, guardandomi in giro e riflettendo. Spesso negli alberghi si tengono riunioni o convention di grandi aziende, di gloriose Big Company che hanno fatto i soldi e il successo in un mondo che non esiste più …”
Il mondo che c’è, ma non esiste.
Qualche settimana fa Rudy Bandiera ha pubblicato su Facebook lo status da cui è tratto l’inciso e leggendolo mi sono resa conto di quanto sia profondamente e semplicemente vero: c’è un mondo che non esiste più, se non per qualche nostalgico dell’edonismo reaganiano. E molti attribuiscono la responsabilità della sua scomparsa all’innovazione tecnologica, al digitale, all’intelligenza artificiale, alla scienza, ai “robot”, alla IV rivoluzione industriale, ai Big data, alle cavallette…
Sottotraccia, è chiaro, il rumor che si agita minaccioso è quello che riguarda il lavoro, o meglio, la possibilità affatto remota di perderlo e di non essere più all’altezza di tali e tanti cambiamenti. Come se le antiche profezie letterarie, più o meno fantascientifiche, si stessero per avverare, con un’Umanità destinata a soccombere sotto al peso (o alla leggerezza) della tecnologia.
Ora, con l’informatica ho a che fare ogni giorno, è il settore in cui ho investito professionalmente e costruito le mie maggiori competenze. Così, quando sento dire che i lavori più richiesti oggi non esistevano 10 anni fa e che l’universo del lavoro verso cui stiamo viaggiando è destinato a dissolversi, provo ad approfondire, consapevole del fatto che, spesso, la resistenza al cambiamento è il principale nemico di ognuno di noi.
[bctt tweet=”Il rumor che si agita minaccioso è quello che riguarda il lavoro e la possibilità di perderlo.” username=”MapsGroup”]
Ma andiamo per gradi. Secondo il World Economic Forum, già nei prossimi 5 anni:
“I fattori tecnologici e demografici influenzeranno profondamente l’evoluzione del lavoro. Alcuni (come la tecnologia del cloud e la flessibilizzazione del lavoro) stanno influenzando le dinamiche già adesso e lo faranno ancora di più nei prossimi 2-3 anni. L’effetto sarà la creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, ma contemporaneamente ne spariranno 7, con un saldo netto negativo – quindi – di oltre 5 milioni di posti di lavoro”.
“La maggior parte delle imprese coinvolte ritiene che la chiave per gestire con successo queste dinamiche di lungo termine del mercato del lavoro sia investire nelle competenze, più che assumere lavoratori a termine o telelavoratori“.
Oltre alla tecnologia, la seconda grande protagonista invocata quando si vuole attribuire una responsabilità in questo nuovo contesto lavorativo internazionale è la crisi. Dice Luca De Biase
“Questa crisi non è un periodo che termina con il ritorno alla crescita. Questo è un periodo di trasformazione che termina quando ci saremo adattati. Nella dinamica culturale questo adattamento parte dalla presa di coscienza dei cambiamenti strutturali che sono intervenuti. L’avvento del digitale non è il futuro ma il passato“.
Qualcosa sembra muoversi, proprio in questi giorni alla Camera dei Deputati si è tenuto il convegno Lavoro 2025: come evolverà il lavoro nel prossimo decennio, anche se poi, da altre fonti, leggo che per risolvere la crisi servono “le startup”. Ma, anche qui, basta qualche numero per smorzare i facili entusiasmi e le ricette definitive. Citando ancora Luca De Biase:
“Le startup sono una soluzione necessaria per l’innovazione dell’ecosistema. Ma di certo non sono la soluzione sufficiente. Ci vuole finanza, ci vuole ascolto da parte della grande impresa, ci vuole educazione e ci vogliono professionalità. (…) stiamo parlando di un mondo che potrebbe valere al massimo 200mila addetti, diretti e indiretti. Non è sufficiente di per sé. E anche raddoppiando quella cifra saremmo sempre in proporzioni limitate per un paese grande come l’Italia. Significa che vogliamo che almeno una parte di quelle startup diventino grandi aziende”.
Nessuna facile soluzione all’orizzonte, dunque. Anzi, sul mercato del lavoro e sulla sua frammentazione vale la pena di spendere qualche riflessione. Come di consueto in questa rubrica, dunque, cerchiamo di farci almeno le domande giuste, in attesa che le risposte arrivino.
Risorse Umane o Umane Risorse?
Chiarito che il mondo del lavoro è cambiato ed è destinato a farlo sempre di più, il primo quesito è addirittura banale: se già da qualche anno si parla di Intelligenza collaborativa, di telelavoro, di smart working, di cultura convergente e partecipativa, di social organization, di mass collaboration… se da almeno un decennio si discute della necessità di un superamento dello Scientific Management a favore di un Humanistic Management basato sulla centralità del lavoratore e dell’individuo… se tutto ciò vale oggi per le grandi imprese, ma varrà nel futuro per tutte, indipendentemente dalle dimensioni, cosa mai impedisce l’applicazione dei nuovi paradigmi e il passaggio dalle risorse umane alle umane risorse, su vasta scala?
Non c’è, com’è prevedibile, una risposta univoca. Un fatto tuttavia sembrerebbe auspicabile da molti studiosi dei fenomeni fin qui accennati: non può più valere nelle circostanze attuali la “contrapposizione” tra azienda e lavoratore, ma entrambi devono trarre vantaggio da politiche di engaged o advocacy employee. Allo stesso modo non può né potrà esserci contrapposizione tra identità personale e sociale (estesa alle componenti più strettamente “social”) e non potrà esserci a maggior ragione contrapposizione tra cultura tecnologica e cultura umanistica.
[bctt tweet=”Cosa impedisce il passaggio dalle risorse umane alle umane risorse?” username=”MapsGroup”] La creazione di Valore si fonda già e lo farà sempre di più sulla collaborazione e l’apertura dei confini organizzativi, sulla trasparenza e la partecipazione, sulla condivisione di informazioni, opinioni ed esperienze di tutti gli attori coinvolti.
Torniamo ora alla nostra Umanità in cerca di nuove prospettive. A partire dai presupposti appena esposti sembra assai probabile che saranno soprattutto le persone in grado di destreggiarsi tra le nuove competenze richieste dal mercato ad avere maggiori chances di scivolare indenni nel nuovo millennio lavorativo.
Stiamo parlando dell’Industria 4.0 e della nuova economia social, del codice umanistico, dei big data e della linguistica computazionale, della metadisciplinarità. Ma anche qui c’è chi invece sostiene che non saranno tanto le competenze a fare la differenza, quanto le attitudini, i comportamenti, le motivazioni. In una parola sola, l’ingegno.
In entrambi i casi è fin troppo facile ipotizzare che chi ha acquisito competenze o attitudini rendendosi necessario a un’azienda in trasformazione avrà maggiori opportunità di mantenere o migliorare i propri livelli occupazionali, così come dall’altra parte saranno proprio le aziende che sapranno riconoscere e mantenere quelle stesse competenze e attitudini nel loro organico ad avere maggiori possibilità di trovare nuovi modi per connettersi e dialogare con i mercati.
Andiamo quindi avanti nel nostro discorso, e riposizioniamo la lente di ingrandimento sull’incipit del nostro vagabondare tematico, ovvero l’onda d’urto dell’innovazione che, veloce e dirompente, rischia di travolgere tutto e tutti, soprattutto in termini di occupazione.
Nell’evoluzione (non solo digitale) del lavoro, saranno le Direzioni RU, volenti o nolenti, a giocare un ruolo cruciale nel determinare gli esiti di tali scenari, con il non facile compito di attrarre le migliori risorse e soprattutto permettergli di esprimere liberamente se stessi e il proprio talento, ovvero di essere fautori della mass collaboration, incentivare le politiche di engagement ecc. E – per fare questo – dovranno anch’esse seguire la regola prima dell’innovazione, quelle relativa alla capacità di trasformazione, dotandosi di strumenti e pratiche idonee per governare al meglio tali cambiamenti e ripensando i propri processi di azione e selezione, così da adattarsi al cambiamento in atto, in special modo per quanto riguarda la ricerca e la valutazione dei candidati.
[bctt tweet=”Nell’evoluzione non solo digitale del lavoro, saranno le Direzioni RU a giocare un ruolo cruciale.” username=”MapsGroup”] Attenzione: non parliamo qui dell’uso più o meno spinto di Recruitment Management Software (per gli anglosassoni Applicant Tracking System), con cui si finisce spesso per controllare che, nel curricula, siano inserite parole chiave precedentemente scelte scartando magari candidati potenzialmente interessanti, quanto piuttosto di immaginare di poter innescare, nella fase di Candidate Acquisition, i dati provenienti dall’attività di social listening. Source: Gartner RAS Core Research, “Magic Quadrant for E-Recruitment Software” Vediamo ora se e come è possibile, facendo una serie di esempi concreti.
L’analisi Semantica Online per la valutazione preliminare dei candidati
Gli strumenti a disposizione per questo tipo di selezione, volendo, sono già identificabili nella metodologia di analisi definita “ricerca in chiave semantica”, che si attua attraverso una serie di azioni ad oggi messe in atto per lo più dalle organizzazioni e dai brand (ma non solo, pensiamo ad esempio alle ultime vicende elettorali oltreoceano) soprattutto in ottica marketing, con il preciso intento di profilare il proprio target.
Mi spiego meglio: immaginiamo una persona che esprime un giudizio su un libro in un social post… un altro utente lo segue lascia un commento… un altro ancora decide di regalare il libro a un amico che a sua volta apprezza l’autore dell’opera, e così via… Ognuno di questi fatti altro non è che una traccia digitale, e ciascuna traccia costituisce un frammento informativo. Ne consegue che la registrazione delle nostre impronte (digitali, sì, seppure in questo caso virtuali :-)) – e soprattutto la loro mappatura attraverso l’analisi semantica, gli algoritmi, l’ipotesi distribuzionale, la linguistica computazionale ecc. – permette ai brand sopracitati il monitoraggio (e di conseguenza l’analisi) non solo delle loro preferenze e dei loro stili di vita, ma anche della loro reputazione online e del sentiment che provano rispetto ai vari prodotti e servizi intercettati. Le aziende, attraverso questi strumenti detti di social listening, si mettono dunque “in ascolto” al fine di intercettare tempestivamente aria di tempesta, cogliere occasioni di marketing, aggiustare il tiro della comunicazione… Facciamo ora un piccolo salto in avanti, e immaginiamo di utilizzare lo stesso approccio – nonostante i limiti ancora esistenti derivanti dall’applicazione di modelli matematici e statistici al linguaggio – nella gestione delle Risorse Umane, applicando l’analisi semantica della reputazione online anche ai potenziali candidati a un ruolo aziendale… Un po’ come accade già in alcuni ambiti, vedi quello assicurativo, in cui le aziende tentano di ridurre il rischio proprio grazie all’analisi dei dati. (Non potrebbe del resto essere anche questo il caso? Ovvero la possibilità di valutare in via preliminare i candidati al fine di ridurre il rischio di assumere persone non adatte al ruolo?).
Nell’ambito della ricerca del personale, ad esempio, sarebbe possibile comprendere, analizzando le sue tracce digitali (utilizzando strumenti di analisi semantica online come accade già per un prodotto o servizio) se il candidato ideale per una posizione chiave possiede, oltre alle competenze, le famose attitudini richieste da un ambiente contraddistinto da continue trasformazioni sociali, culturali, tecnologiche e di mercato. E non nascondiamoci dietro pretestuosi fattori di privacy, partendo dal presupposto che la raccolta dei dati deve naturalmente tenerne conto nella massima tutela delle informazioni sulla vita personale e non deve essere strumento di discriminazione… Già oggi, infatti, anche in assenza di strumenti dedicati, molti responsabili del personale fanno già da tempo verifiche sui candidati online per vedere ad esempio come sono attivi sui social ed esistono, d’altro canto, diverse piattaforme che permettono agli utenti stessi di monitorare la propria reputazione online.
Un esempio concreto…
Supponiamo di essere titolari di una grande azienda che, spontaneamente, riceve e deve processare 100 CV al giorno. E ipotizziamo che la maggior parte dei candidati, sapendo che il CV da solo non basta, abbia anche un Blog e svariati profili social. Come “sfoglio” io, responsabile delle Risorse Umane, la margherita dei profili disponibili per arrivare ad una rosa appetibile di candidati già idonei e selezionati per un eventuale colloquio? Una volta definiti i criteri di esclusione o inclusione o i parametri che definiscono il mio candidato ideale, potrei, perché no, affidare la mia selezione iniziale a un software, in grado di seguire le tracce online dei miei candidati e di profilarli a ragion veduta anche secondo le loro attitudini e le loro preferenze, e non soltanto i loro profili curricolari. E se ci fosse, tra i “petali” della margherita, qualche candidato particolarmente avveduto, potrebbe anche essere il caso che il mio software non faccia altro che seguire le briciole di pane che lui stesso ha appositamente seminato, così da farsi trovare per primo e trasformarsi da preda a cacciatore!
Si tratta solo di ipotesi immaginifiche?
Senz’altro no, a prescindere dall’attuale contingenza in cui i robot e l’intelligenza artificiale sono ancora ben lontani dal poter davvero sostituire gli umani nelle loro attività più complesse ed elevate. É solo che molto spesso, nella “malattia” e nelle situazioni di crisi – in questo caso i cambiamenti ipotizzati nel mercato del lavoro – sono già insiti i semi della “cura” e gli indicatori delle soluzioni possibili.
Facile o difficile a farsi?
Senza dubbio difficile. Ed è per questo che la maggior parte delle nostre risorse e del nostro “lavoro” deve andare in una sola direzione: aumentare la creatività, accrescere l’ingegno, favorire la nostra propensione al cambiamento e diminuire il più possibili le criticità del digital divide.
Perché solo chi ha capacità di cambiare, plasmarsi, adattarsi e non smette mai di impararepuò cavalcare l’onda dell’innovazione e non farsi travolgere dalla stessa.
[dropcap3]P[/dropcap3]iù che una mela al giorno, a toglierci d’intorno i tanto temuti medici, sono e saranno sempre di più i dati clinici a farlo, a patto che siano analizzati, trattati e utilizzati in chiave predittiva e in piena “scienza e coscienza”, come si dice. Le novità in ambito clinico e medico – le stiamo vedendo più o meno tutti – sono infatti ormai quasi quotidiane, a partire da una coppia dirompente: l’aumento della vita media e l’evoluzione tecnologica.
E sembra proprio che a questi Dati sia data oggi – scusate il gioco di parole – la chances di migliorare la qualità della nostra esistenza, e non solo di allungarne la durata, a partire da invenzioni e applicazioni che ci accompagnano e accompagneranno istante dopo istante, fedeli come veri e propri angeli custodi della nostra salute.
Ne proponiamo una rapida panoramica a partire da uno studio proposto nell’articolo Digital Health: i 10 trend del 2016. A farla da padrone in questo nuovo orizzonte è il paradigma della prevenzione, grazie allo “sviluppo di nuove pratiche e nuovi processi e di conseguenza di nuove e utili soluzioni di digital health che faranno parte del continuum terapeutico”. Altra parola parole chiave del prossimo futuro in ambito clinico e medico è sempre lei, l’IA (intelligenza artificiale) che declina la prevenzione come leva di riduzione del rischio anche in presenza di fattori critici. Il monitoraggio in real time delle nostre condizioni di salute, infatti, grazie alle applicazioni d’intelligenza artificiale, sarà in grado di “dialogare” con il nostro corpo e, attraverso sensori, dispositivi, app e nuove tecnologie, di allertare chi di dovere nel caso di dati clinici sospetti.
Insomma, il nostro stresso organismo sarà messo in grado di interagire con una vera e propria rete di guardiani della salute composta da cloud, dati e, perché no, dai nostri smartphones, sempre più polivalenti e multifunzionali. Alcuni esempi già attuali? Eccone uno, legato al cuore, in cui un “software incrocia i dati degli esami del sangue con quelli di una risonanza magnetica che analizza i movimenti del muscolo cardiaco ad ogni battito in 30mila punti diversi”. Ma si parla anche di diagnosi precoce in ambito oncologico, grazie a un “sistema high-tech per la diagnosi precoce del cancro” in cui “gli algoritmi ad alta velocità e l’intelligenza artificiale sono fondamentali per la diagnosi precoce di malattie”.
[bctt tweet=”Uno dei trend più promettenti è legato alla ricerca omica, cioè alle discipline biomolecolari. ” username=”MapsGroup”] Tutti i sistemi sanitari più avanzati si stanno insomma dirigendo verso un approccio “intelligente” alla salute, grazie anche “ai progressi in settori come la robotica, l’intelligenza artificiale e la scienza comportamentale” e alla loro relazione sempre più stretta con i Big Data. Non solo. Grazie alle attuali sofisticate tecnologie, uno dei trend più promettenti è quello legato alla cosiddetta ricerca “omica”, neologismo che indica un ampio numero di discipline biomolecolari che hanno come oggetto di studio ad esempio il nostro genoma. Il paziente come individuo, dunque, sembra essere messo la centro di terapie preventive e prescrittive altamente mirate dal punto di vista qualitativo anziché quantitativo, come lo studio Growth Opportunities for Healthcare Big Data—An Analysis of Global Case Studies illustra. “Nei prossimi cinque anni diversi paesi in Europa e nella regione Asia-Pacifico adotteranno modelli di cura che premiano il personale clinico che migliora gli esiti a lungo termine nei pazienti, specialmente per le malattie croniche, piuttosto che il volume delle cure erogate”. Tutte notizie positive per il presente e il futuro, dunque, almeno in questo ambito. Come si dice? Chi si curerà vedrà.
[dropcap3]L'[/dropcap3]ambiente e la sua tutela rappresentano una tematica di grande attualitàche – senza alcuna pretesa di esaustività – cercheremo di approfondire insieme. Il focus scelto è un punto di vista non solo tecnico, ma anche culturale, che parte dalla prevenzione del danno e arriva alla sua eventuale riparazione.
Nel mezzo vi è la normativa, indagata criticamente mediante un excursus che approdi a quello che poi è il tema centrale della rubrica, ossia quello di rintracciare il senso fondante della legge, pur nella logica del divenire, e di interpretarne alla luce dell’attualità i nodi più significativi.
La Genesi Legislativa
La Carta Costituzionale, risalente al 1948, pur non contenendo norme che indicavano l’ambiente come oggetto di tutela, aveva in nuce alcuni riferimenti al diritto alla salute e ai valori legati alla tutela ambientale.
Un primo importante input alla disciplina legislativa connessa espressamente con gli interessi ambientali si è avuto con la legge 13 agosto 1966, n. 615.
Ma sappiamo che l’ambiente è costituito da fattori molteplici, a volte assai complessi e connessi in vario modo gli uni con gli altri e, dunque, suscettibili di valutazione da una molteplicità di soggetti, mossi da interessi e idee spesso in irrimediabile conflitto.
Tuttavia, rispetto al rapporto con l’essere umano il concetto di ambiente si può ricondurre in due categorie concettuali:
la concezione “antropocentrica” che vede l’uomo porsi come soggetto attivo nei confronti dei beni e degli equilibri ambientali
la concezione “ecocentrica”che vede l’ambiente e la natura come valori a sé stanti e l’uomo come elemento vitale, ma che trova il suo posto, indipendente, nell’equilibrio della biosfera.
Diciamo che se la prima concezione trova riscontro nella normativa, la seconda vi trova all’apparenza meno spazio, e tuttavia, nei fatti, la prospettiva ecocentrica risulta essere la fonte principale dei cambiamenti più rilevanti in essere, riguardanti questioni basate sul riconoscimento dei diritti dell’ambiente e della sua tutela. Prodromico all’elogio della legge è, non a caso, il principio di precauzione, ossia una rivisitazione in chiave moderna del principio di Ippocrate “Primum non nocere”, da cui deriva una condotta cautelativa per quanto riguarda le decisioni politiche ed economiche sulla gestione delle questioni scientificamente controverse.
Il principio di precauzione si applica non a pericoli già identificati, come può essere per il principio di prevenzione, ma a pericoli potenziali, di cui non si ha ancora conoscenza. Vi è, difatti, differenza tra: [icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il concetto di “prevenzione”, ovvero la limitazione di rischi oggettivi e provati, [icon image=”ss-check” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il concetto di “precauzione”, ovvero la limitazione di rischi ipotetici o basati su indizi.
Gli organismi: Nazionali, Europei, Internazionali.
Il moderno dibattito sul principio di precauzione è nato durante gli anni ’70, promosso dai primi movimenti ambientalisti ed ecologisti e successivamente analizzato in termini economici ovvero relazioni causa-effetto, incertezza, rischi, irreversibilità delle decisioni da vari autori come Arrow e Fischer (1974), Epstein (1980), Gollier (2000). La Dichiarazione di Rio del 1992, fra i principi proposti per lo sviluppo sostenibile, al punto 15 ha stabilito: «Al fine di proteggere l’ambiente, un approccio cautelativo dovrebbe essere ampiamente utilizzato dagli Stati in funzione delle proprie capacità. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di una piena certezza scientifica non deve costituire un motivo per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale». A livello internazionale, tale principio di precauzione è riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, in particolare nell’Accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie e nell’Accordo sugli ostacoli tecnici al commercio.
Nell’ambito di questi accordi, uno Stato membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha il diritto di porre delle barriere all’importazione basandosi sul principio di precauzione allorquando siano identificati rischi ambientali o sanitari su cui non c’è certezza scientifica.
[bctt tweet=”A livello internazionale, il principio di precauzione è riconosciuto dall’OMC.” username=”MapsGroup”]
Gli accordi tuttavia ribadiscono il principio che tali misure debbano considerarsi provvisorie e che lo Stato che le attua deve fare lo sforzo di ottenere tutte le informazioni necessarie per completare la valutazione del rischio entro un termine ragionevole.
La Commissione Europea ha inoltre specificato che il campo di intervento deve comprendere tutte le situazioni in cui si identifichi un rischio potenziale. Tra le più importanti applicazioni di tale punto di vista c’é ad esempio quella della sicurezza alimentare, concetto visto nel contesto più ampio di protezione della salute. La legge quadro in materia di sicurezza alimentare (Regolamento EC No. 178/2002) riporta infatti il principio di precauzione come uno degli strumenti da utilizzare per assicurare un elevato livello di protezione dei consumatori.
Al riguardo, va ricordato tuttavia che il principio di precauzione non è un metodo di ricerca né un principio scientifico, ma uno strumento politico di gestione del rischio, e che in quanto tale, a livello legislativo, è stato più volte strutturalmente modificato tenendo conto della necessità di un equo rapporto tra gli eventuali costi-benefici cui l’applicazione della legge espone ipoteticamente coloro che sono tenuti ai vari adempimenti. L’utilità e opportunità dell’utilizzo di tale principio è così giocoforza – anche a livello decisionale – un punto ampiamente controverso sia in ambito politico che scientifico, anche perché essendo l’ambiente – per definizione – il contesto in cui noi tutti viviamo, il suo legame con il nostro benessere va di pari passo.
[bctt tweet=”Il principio di precauzione non è un principio scientifico, ma uno strumento di gestione del rischio.” username=”MapsGroup”] I suoi sostenitori ritengono, non a caso, che il principio di precauzione sia imprescindibile e che, ad esempio, se si fosse applicato il principio ai primi sospetti sulla cancerogenicità dell’amianto (risalenti agli anni sessanta), si sarebbe evitato l’eccessivo diffondersi di materiali edili dannosi che ha generato danni alla salute (asbestosi e mesotelioma polmonare) ed enormi costi per le successive bonifiche.
Altri esempi clamorosi sono: [icon image=”ss-dislike” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il piombo e il benzene (additivi nella benzina), [icon image=”ss-dislike” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il cadmio (nelle batterie), [icon image=”ss-dislike” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] i clorofluorocarburi (nei circuiti refrigeranti). I detrattori criticano il principio in quanto freno eccessivo allo sviluppo e alla diffusione di nuove tecnologie. In questo contesto, in effetti, l’applicazione troppo rigida del principio potrebbe e può portare a un rallentamento o addirittura a uno stop della ricerca, oltre che a strumentalizzazioni protezionistiche in ambito economico. Ad esempio, nel caso degli alimenti derivati da OGM, il principio di precauzione è stato invocato da alcuni Paesi Europei, tra cui l’Italia, per bloccarne sia la coltivazione che la commercializzazione. In questo caso, nell’ambito del dibattito sugli OGM, il ricorso al principio di precauzione, secondo alcuni, era motivato più da ragioni di ordine economico e protezionistico, che da reali indizi di potenziali rischi.
Ciò è stato tra l’altro supportato dal fatto che gli Stati in questione non sono stati in grado di fornire prove scientifiche a supporto di tali misure, motivazione che è stata alla base dell’annullamento di alcune delle misure stesse. Ne è un esempio per l’Italia il Decreto cosiddetto “Amato” del 2000, annullato dal TAR del Lazio quattro anni dopo per mancanza di prove della presenza di rischi.
Questo esempio, che vale chiaramente solo per sé, mette tuttavia in luce un punto sostanziale in questo ambito: lo stretto rapporto tra la necessaria tutela dell’ambiente in cui viviamo e le novità che l’evoluzione tecnologica e scientifica comportano, con le relative e potenzialmente contrastanti conseguenze per le comunità di riferimento.
Alcune riflessioni…
Concludiamo, dunque, questa rapida panoramica sui fondamenti della legislazione ambientale con alcune conseguenti riflessioni, consapevoli dell’importanza della tutela dell’ambiente in cui viviamo rispetto alle numerose minacce provenienti dalle svariate forme di inquinamento che la società produce… Non v’è dubbio che la coscienza del problema sia ormai fortemente radicata, tanto da essere alla base di numerose leggi la cui finalità è quella di tutelare l’ambiente dalle immissioni nocive, siano esse costituite da rifiuti, da liquami, da vapori, polveri e simili.
[bctt tweet=”Il tema ambientale è un frequente terreno di scontro tra istanze e interessi differenti.” username=”MapsGroup”]
E tuttavia, in un ambito che vede lo sviluppo produttivo espandersi sotto molteplici punti di vista, il tema è un potenziale se non un frequente terreno di scontro tra istanze differenti, ciascuna con i propri portatori d’interesse al seguito.
Mai come in questo caso, dunque, possiamo tessere un elogio alla legge, soprattutto nel caso in cui il principio di precauzione che ne sta alla base, rappresenti l’antecedente non solo logico, ma anche culturale, in grado di sensibilizzare le coscienze e di generare circuiti virtuosi di progresso e crescita, piuttosto che costituire un ineludibile snodo di meri adempimenti burocratici. Vedremo insieme come, nei prossimi articoli, le normative ambientali attraversino differenti settori e riguardino soggetti diversi tra di loro, attraverso una serie di leggi che, direttamente o indirettamente, si prefiggono di tutelare l’ambiente.
[dropcap3]I[/dropcap3]CT è l’acronimo di Information Communication Technology, ossia l’insieme delle nuove tecnologie in ambito informatico ed elettronico che consente di trattare e scambiare le informazioni in formato digitale.
Esse sono alla base di una vera e propria rivoluzione tecnologica odierna non solo nel settore economico ed industriale ma anche nella vita di tutti i giorni dove l’ICT sta trasformando il modo in cui lavoriamo, viaggiamo, comunichiamo e viviamo.
Con il pertinente contributo del Prof. Giulio Destri cercheremo di guardare al futuro per prepararci a sfruttare in pieno le opportunità fornite da questa nuova e già essenziale risorsa.
[highlight]About Giulio Destri[/highlight]
Giulio Destri è ingegnere elettronico e Ph.D. in ingegneria informatica.
Opera come Digital Transformation Advisor e Innovation Manager per aziende e pubbliche amministrazioni. Dal 2003 è professore a contratto di Sistemi Informativi presso l’Università di Parma, per la quale ha scritto anche il libro di testo ‘Sistemi informativi. Il pilastro digitale di servizi e organizzazioni’.
Dal 2008 svolge anche attività di mentoring e business coaching, diventate parte integrante del suo lavoro di advisor.
È certificato ISO27001LA, ISO27021, ITIL, COBIT, SCRUM Master, NLP Coach con specializzazione in Business e Team Coaching, NLP AMP, Oracle, ECF Professional Business Analyst ed esaminatore UNI11506-UNI11621. Appassionato di arti marziali e trekking, scrive articoli, racconti e poesie e gli piace fare fotografie di viaggi e paesaggi.
[dropcap3]C[/dropcap3]osa rappresenta l’Information e Communication Technology (ICT) oggi, nelle aziende e, soprattutto, nella nostra vita di tutti i giorni? Un buon modo per rispondere a questa domanda è analizzare una “normale” giornata della nostra vita.
La vita di tutti i giorni…
La sveglia che ci desta è, molto probabilmente, data da una app entro un cellulare o un tablet che è, sostanzialmente, un computer. Mentre in auto ci spostiamo verso il luogo di lavoro siamo guidati da un navigatore, molto probabilmente connesso ad Internet o anche esso realizzato da una app entro un cellulare o tablet. L’auto su cui ci muoviamo è un concentrato di elettronica, probabilmente ospita un sistema di informazione ed intrattenimento (infotainment) attraverso cui riceviamo informazioni sul mondo. Se ci spostiamo su un mezzo pubblico come un autobus o un treno, la pianificazione degli orari di questo è ottenuta attraverso sistemi informatici. In alcuni casi, come per esempio la linea 5 della metropolitana milanese, il mezzo stesso è guidato da computer. Magari durante il tragitto osserviamo comunicazioni dirette al nostro profilo Facebook o di un altro social network, grazie ad una complessa infrastruttura ICT che gestisce le piattaforme social e le comunicazioni verso il nostro cellulare/tablet.
Giungiamo nel nostro luogo di lavoro e – qualunque esso sia – abbiamo a che fare con dei computer e il software in essi operante. Se abbiamo bisogno di cercare qualcosa accediamo a enormi banche dati su Internet, dove è concentrato l’intero scibile umano. Le comunicazioni di lavoro con clienti, fornitori e anche con nostri colleghi che, magari, lavorano in una sede estera della nostra azienda e non abbiamo mai incontrato di persona, sono principalmente basate sulla posta elettronica. Anche molte delle nostre attività professionali sono realizzate attraverso sistemi informatici, per esempio la registrazione della fattura di un fornitore o la verifica della pratica di un cliente.
[bctt tweet=”Il nostro quotidiano è basato sulla tecnologia, ma il settore ICT necessita di tante competenze.” username=”MapsGroup”]
Se la nostra è un’azienda manifatturiera, buona parte delle operazioni nei reparti di produzione sono pianificate e realizzate da sistemi di automazione industriale controllati da computer. La logistica di approvvigionamento e trasporto dei prodotti finiti è pianificata attraverso sistemi informatici. I camion che trasportano le merci sono controllati tramite sensori connessi ai satelliti.
Se dobbiamo pianificare un viaggio scegliamo e prenotiamo alberghi e mezzi di trasporto, e spesso scegliamo anche dove andare, tramite Internet. Possiamo poi andare in un centro sportivo e, mentre usiamo un attrezzo, possiamo controllare il nostro stato di forma fisica attraverso uno smart watch o un altro strumento simile. I dati raccolti sono un utile ausilio per controllare il nostro stato di salute. Durante ogni visita medica sarà usato uno strumento elettromedicale come ad esempio un ecografo, che esporterà i nostri dati clinici in un formato digitale. Queste stesse informazioni saranno disponibili presso una banca dati medica e accessibili tramite Internet. Ma non finisce qui… Accanto agli interventi “diretti” di così tanti strumenti ICT nella nostra vita quotidiana, esistono anche tanti altri indiretti, non meno importanti. Il nostro stesso modo di vivere è infatti basato su grandi reti infrastrutturali che trasportano l’energia elettrica, l’acqua, il gas… Accanto ad esse ci sono le infrastrutture di trasporto (strade, ferrovie, porti ed aeroporti), le già citate infrastrutture sanitarie, di pubblica sicurezza, della pubblica amministrazione, ecc… Tutte queste infrastrutture sono, più o meno direttamente, controllate attraverso grandi sistemi informatici.
In conclusione possiamo affermare che, oggi, è l’ICT a fare funzionare tutto il nostro mondo e a rendere possibile il nostro modo di vivere. Quindi la nostra vita è basata sulla tecnologia? Sì. E l’ICT è soltanto la tecnologia? No, perché per rendere possibile il funzionamento dell’ICT sono necessarie tante componenti.
Persone e tecnologie alla base dell’ICT
Andiamo con ordine: si definisce sistema informativo un insieme di persone, procedure, prodotti tecnologici che ha il compito di raccogliere, archiviare, gestire e rendere disponibili le informazioni e i servizi che esse abilitano entro un’azienda, una pubblica amministrazione o anche tutta una nazione. Quindi, partendo ciò che lo standard ITIL definisce per l’interno delle aziende, possiamo affermare che, dietro ad uno qualsiasi dei servizi sopra indicati che compaiono nella nostra vita quotidiana, ci sono almeno 4 componenti:
La tecnologia stessa, ossia i prodotti tecnologici, ulteriormente suddivisibili in varie categorie, come i terminali finali (cellulari, smartphone, tablet, PC…), componenti server, software, infrastrutture di rete etc.
Le persone che producono l’hardware, quelle che lo installano/vendono, quelle che realizzano il software, quelle che gestiscono i sistemi e li fanno funzionare etc.
Le procedure, le leggi ed i regolamenti che governano (o dovrebbero governare) il funzionamento dei servizi esistenti e la pianificazione di servizi futuri.
Le relazioni e le partnership fra le varie entità giuridiche la cui collaborazione rende possibili i servizi per l’utente finale, ad esempio i fornitori di servizi di connettività ad Internet (Telecom Italia, Vodafone, 3, Fastweb…), i fornitori di servizi Internet (Google, Facebook, Trivago…), i fornitori di terminali (Apple, Samsung, HP, Dell…), i fornitori di software (Microsoft, IBM, SAP…) etc.
Accanto a questi 4 pilastri, ci sono poi altre componenti che completano il quadro che rende possibili i nostri servizi:
[icon image=”ss-crosshair” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Per realizzare procedure e processi e impostare le relazioni fra le varie entità giuridiche servono strutture organizzative, composte di persone.
[icon image=”ss-crosshair” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Le procedure vanno impostate in base a leggi fatte con consapevolezza, da persone che, direttamente o indirettamente, possono basarsi sulle opportune conoscenze.
[icon image=”ss-crosshair” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Per operare a qualsiasi livello entro le organizzazioni che realizzano i servizi servono opportune conoscenze.
Ecco quindi che il quadro prende forma: diventa fondamentale il ruolo delle persone che lavorano entro l’ICT, a vari livelli. Diventano fondamentali le conoscenze e le capacità che tali persone devono avere e saper usare. Conoscenze e capacità che non sono solo tecniche ma devono anche essere manageriali, organizzative, relazionali interne ai team e verso utenti, clienti e fornitori… Oggi siamo immersi in una grande trasformazione e ancora non sappiamo dove ci condurrà. Accanto ai servizi sopra descritti, che già fanno parte della nostra realtà quotidiana, ne stanno nascendo altri. I Big Data, l’Internet delle Cose e la collegata rivoluzione industriale 4.0 trasformeranno ancora il nostro modo di vivere. L’economia di paesi industriali come il nostro ne sarà dipendente. Chi non riuscirà a cavalcare le trasformazioni corre il rischio di esserne travolto e di dover affrontare una pesante decadenza economica. Questa rubrica è dedicata alla IT Governance, intesa come capacità di governare e guidare le profonde trasformazioni rese possibili dalla tecnologia nel nostro mondo.
Nei prossimi articoli parleremo di formazione per l’ICT, di singole figure professionali vecchie e nuove e delle collegate prospettive di carriera per chi è già dentro l’ICT o chi vuole entrare in questo settore. Parleremo anche di conseguenze sociali ed economiche delle trasformazioni in corso, nonché delle scelte che gli IT Manager delle aziende si trovano o si troveranno presto a dover compiere. E della più che mai indispensabile necessità di una consapevolezza diffusa riguardante causa ed effetto in merito a strumenti e servizi che tutti, anche i non addetti ai lavori, utilizzano continuamente magari senza farci caso.
Iniziamo l’articolo con un breve preambolo. Quando il blog 6MEMES è nato, nell’aprile del 2015, il focus degli argomenti che abbiamo scelto, ovvero Sharing Knowledge e Big Data, sembrava un azzardo, non essendo tematiche frequentate né dai media e tanto meno da un pubblico generalista, ma solo da una platea limitata al settore tecnico di riferimento. E’ accaduto invece che – inconsapevolmente fedeli a uno dei tag più frequentati dai nostri articoli sull’innovazione, ovvero quello della “predizione” – abbiamo intercettato un trend allora nascente e oggi compiutamente decollato, con molti indizi di una sua elevata possibilità di durata nel tempo. Tant’è che nel frattempo sono stati pubblicati progetti dal passo ben più lungo del nostro, quali ad esempio Ingenium. E tuttavia, o forse a maggior ragione, il nostro angolo di osservazione resta inimitato e invariato. Fondere tra loro tecnica, arte e cultura, considerandoli non compartimenti stagni, ma vasi comunicanti: questo è il nostro punto di vista distintivo sulle tecnologie innovative, anche se a volte può risultare ellittico. I risultati – in questi mesi – sono stati con noi: 6MEMES inizia a porsi come una vera e propria comunità di autori e di figure professionali che collaborano a vario titolo nella redazione e pubblicazione delle nostre news e che interpretano a tutto tondo il valore della condivisione della conoscenza. Abbiamo così deciso – prima di inaugurare una nuova pratica, quella di una rassegna trimestrale dal titolo “Il meglio di 6memes” – di realizzare un report sull’anno appena concluso, muovendoci tra le varie piattaforme social che 6MEMES ha utilizzato per la divulgazione dei propri contenuti e “vedere di nascosto l’effetto che fa”. Partiamo da Facebook, il social più “generalista”.
Analizzando il numero di utenti raggiunti e le azioni svolte dagli stessi sui post, possiamo senza dubbio dire che hanno riscosso un maggior successo post specializzati, a conferma della capacità da parte di tali argomenti tecnici di relazionarsi in maniera trasversale con temi più squisitamente culturali.
[bctt tweet=”Gli argomenti tecnici si relazionano in maniera trasversale con temi squisitamente culturali.” username=”MapsGroup”]
Non a caso, infatti, il post con il maggior gradimento è stato quello di inaugurazione della rubrica “Data complexity e Big Data Digital Lab”, curata dalla blogger nonché informatica Anna Pompilio, rubrica in cui un argomento decisamente settoriale (le possibili applicazioni di analisi dei Big Data e le conseguenti prospettive per le aziende e la Pubblica Amministrazione), viene raccontato in maniera accessibile e semplice. Gli altri due post sul podio fanno riferimento ad articoli dove argomenti di cultura e interesse generale si incastrano perfettamente tra loro. Parliamo di un articolo sul monitoraggio del patrimonio artistico nazionalee di uno sulle tecnologie mobile e social nelle pratiche turistiche, entrambi in grado di “mettere a nudo le potenzialità dei Dati, traducendoli nei linguaggi dell’Uomo: Cultura, Natura, Economia, Arte”. Un primato importante, almeno dal punto di vista delle visualizzazioni, ce l’ha infine anche un altro tema tecnico legato agli Open Data, in un articolo a firma della dottoressa Paola Chiesa.
Tale risultato su Facebook giunge forse inaspettato, considerando la natura del social in questione, e tuttavia conferma un interesse di pubblico che, seppur lentamente, si sta interessando sempre più ai nostri temi. Clicca sull’immagine per ingrandirla! Addentrandoci ora in un altro social, LinkedIn, di respiro più professionale, ciò che risulta evidente, rispetto ai post sulla pagina Facebook, è che il numero di visualizzazioni è superiore di circa circa 2,5-3 volte, e che gli argomenti premiati si spostano ancor di più verso un pubblico competente e partecipe.
I post più apprezzati sia dal punto di vista delle visualizzazioni che delle condivisioni sono infatti correlati ad articoli che trattano argomenti specifici legati sia ai dati che alla comunicazione, come gli articoli della rubrica già citata sulla complessità dei dati e un’interessante intervista a Luigi Drei sulla Comunicazione non verbale.
Per quanto riguarda infine Twitter, i temi di maggior successo nell’anno 2016 in termini di engagement riguardano articoli scritti non a caso da due esperti nei rispettivi settori,la dottoressa Paola Chiesa e il Professor Deidda Gagliardo, assieme a un contenuto riguardante la scrittura digitale e a un articolo sulla presenza femminile nell’universo tecnologico. Cosa aggiungere?
Intanto la nostra gratitudine ai lettori di 6MEMES, che ci incoraggiano nella prosecuzione della nostra avventura. E infine la nostra promessa di continuare a monitore l’evoluzione del blog nei prossimi mesi, così da utilizzare a nostra volta i dati (anche se non propriamente Big) per migliorare il blog e diffonderne nel miglior modo possibile, i contenuti. Al prossimo post!
[dropcap3]Q[/dropcap3]uando si parla di innovazione e trasparenza nell’ambito della Pubblica Amministrazione, si apre spesso la porta a luoghi comuni e dietrologie che nascondono sotto a una patina impenetrabile il valore non solo ideale, ma anche fattivo e concreto che sta alla base di tali concetti, quando e soprattutto se tradotti in buone pratiche nell’amministrare il bene comune.
Senza pretese di esaustività sul tema, di per sé ampissimo, e con uno sguardo sia specializzato che trasversale – grazie alle sue competenze in ambito giuridico, comunicativo e amministrativo – la dottoressa Paola Chiesa ha realizzato assieme a 6MEMES e a GZOOM un White Paper che parla in maniera chiara e comprensibile di Amministrazione Pubblica. L’itinerario della narrazione parte dalle radici delle nostre istituzioni, addentrandosi nei suoi valori fondanti – legislativi, etici e sociali – per spostarsi su argomenti pragmatici, con esempi concreti su cosa significano parole chiave come rendicontazione, misurazione, performance e trasparenza nell’amministrazione pubblica, e tornare infine alla base valoriale del bene comune: la sua appartenenza a tutti e a ciascuno, grazie alla pratica ancora troppo poco condivisa della partecipazione. Da tenere a mente.
[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]
0.0 Introduzione. 0.1 Struttura, organizzazione e finalità della Pubblica Amministrazione. 0.2 Efficienza e imparzialità della PA. 0.3 Trasparenza, anticorruzione e accountability nelle PA. 0.4 Il patto territoriale tra gli enti e la rete sociale del quartiere. 0.5 Conclusioni.
[dropcap3]I[/dropcap3]niziamo il nuovo anno con un articolo che raggruppa in un colpo solo tutti i tag calviniani del nostro progetto editoriale: leggerezza, rapidità, esattezza, molteplicità, coerenza, visibilità. E, per cavalcare l’onda corta delle buone notizie (perché si sa: le brutte notizie, l’onda, ce l’hanno spesso lunga), parliamo di una bella, anzi bellissima avventura. Non è un caso che si tratti di un tragitto incrociato tra diverse forme di conoscenza e fonti di informazione. E nemmeno che in questa intersezione di saperi ci siano:
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il patrimonio culturale ineguagliabile del nostro Paese, in specifico quello della Regione Campania;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] un progetto, di nome HETOR, che raccoglie ed elabora Open Datasui Beni Culturali della Regione stessa; [icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]un gruppo di studenti appassionati che hanno intrapreso un percorso di studi vocato all’innovazione; [icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] due istituzioni d’eccellenza, il Distretto ad Alta Tecnologia per i Beni Culturali l’Università e UniSa (Università degli Studi di Salerno), attraverso un master in ICT per i Beni Culturali; [icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] un docente e comunicatore d’eccezione,Raffaele Gaito, che, nelle vesti di data scientist, ha utilizzato la lente d’ingrandimento della comunicazione transmediale per mettere in evidenza i dati di valore presenti nei vari dataset. Non è un caso, dicevamo, che tale drappello di protagonisti si sia trovato accomunato in quest’avventura, perché leimprese esemplari raccontano in fondo sempre la stessa cosa: come trasformare la realtà in meglio, partendo spesso da situazioni complesse, trascendendole e concretizzandone gli aspetti più salienti.
[bctt tweet=”Le imprese esemplari raccontano sempre la stessa avventura: come trasformare la realtà in meglio.” username=”MapsGroup”]
E così, attraverso la molteplicità dei dati raccolti e la loro messa alla prova, attraverso strumenti di rapida e coerente elaborazione, sono state rese visibili informazioni preziose sulle ricchezze turistiche ed eno-gastronomiche di un territorio culturalmente assai più florido di quanto sia attualmente percepibile.
Entriamo ora nel dettaglio del progetto.
Un numero per tutti: sono ben 11.060 i dataset utilizzatidal progetto HETOR che raccoglie dati provenienti da ISTAT, MIBACT, MIUR e Regione Campania. Ciascuno di questi – da solo o intrecciato con altri – è potenzialmente in grado di dare informazioni sia sul territorio che i suo residenti, turisti e beni architettonici, paesaggistici ed eno-gastronomici. Ma occorrono, per farlo, una serie di condizioni non semplici da realizzare.
E qui torniamo alla nostra avventura, e più in specifico al Master UniSA in ICT per i Beni Culturali cui hanno partecipato ragazzi con una formazione umanistica (beni culturali, nel 90% dei casi) e a cui è stato illustrato come la tecnologia (in senso lato) poteva essere di supporto alla loro attività di promozione culturale.
In primo luogo attraverso una traduzione dei dati presenti, in secondo luogo grazie alla loro “conversione” in contenuti dai differenti formati. Il tutto mostrato e pubblicato nella pagina Facebook e nel blog dedicato.
In uno degli ultimi moduli del Master, infatti, Raffaele Gaito e la sua classehanno utilizzato tali piattaforme di HETOR quasi in un gioco di prestigio, rendendo accessibili a tutti – in primo luogo agli stessi studenti – dati e informazioni altrimenti impossibili da leggere, perché formulate per addetti ai lavori ed espresse in un linguaggio tipicamente “nerd”. Gli studenti, infine, guidati dal loro prof., hanno messo mano e sguardo nella strategia comunicativa del progetto con una finalità: mettere in primo piano le “gemme” di sapere rintracciate da Hetor e diffonderne il valore attraverso contenuti in grado di intercettare anche i palati più esigenti, così come quelli più distratti. Il tutto in un itinerario di “dati” che va dal numero di fortezze longobarde presenti nella Regione Campania ai nomi dei pregiati vini del territorio, dai suggestivi Teatri e Anfiteatri all’aperto della regione agli inebrianti sapori del Cilento, “raccontati” in forma di post, gif, immagini, quiz e quant’altro…
Ascoltiamo ora il racconto di quest’avventura dalla voce di Raffaele Gaito:
“Il mio ruolo all’interno del corso di studi è stato quello di far capire loro come poter dare una nuova linfa a quei dati utilizzando gli strumenti giusti e, soprattutto, i formati giusti. In pratica abbiamo preso in gestione una pagina Facebook e un blog collegati al Master che già esistevano (ma venivano utilizzati male) e li abbiamo rivoltati come un calzino.
Come? Innanzitutto verificando insieme day-by-day come questi strumenti potessero essere di supporto alla loro attività, soprattutto da due punti di vista: riutilizzo e diffusione degli open data. Per farlo abbiamo utilizzato dati che non erano altro che righe dentro database e li abbiamo trasformati in immagini, in quiz, in gif, in post su WordPress e tanto altro, rivisitando i vari gli aspetti comunicativi esistenti (logo, cover, descrizione, etc) e lavorando sui contenuti. I risultati sono stati sorprendenti: abbiamo preso una pagina con una trentina di like e un paio di post “morti” 🙂 e l’abbiamo portata (in maniera organica) a quasi 600 like in qualche settimana, facendo un lavoro di content marketing da manuale, strutturato in vari media a seconda del contesto: quiz per fidelizzare i visitatori più difficili da interessare, immagini evocative per suscitare emozione e interesse, gif animate per intrattenere il nostro pubblico.
Nessun numero clamoroso, forse, ma per un argomento così di nicchia (i beni culturali attraverso gli Open Data in Campania) è una bella soddisfazione, tenendo conto di come le immagini vengono condivise, commentate, etc: c’è un tasso di engagement dei nostri utenti davvero entusiasmante.”
E con questa testimonianza diretta la nostra storia finisce – o inizia – qui.
In un’epoca in cui la cosiddetta tecnologia avanza alla velocità della luce è ormai evidente che solo uno sguardo competente e multidisciplinare è in grado di intercettarne e soprattutto governarne il potenziale. Gli ingredienti ci sono tutti, e risultati pure, come dimostra l’avventura che abbiamo raccontato e che rappresenta in maniera esemplare quello che deve, o dovrebbe, essere il senso dell’innovazione: comprendere il mondo in cui viviamo, trovare un orizzonte in cui crescere, svelarne i confini e percorrerne le nuove rotte tracciate. Dato molto più sociale e culturale che matematico-numerico, direte? Ebbene sì 🙂 Un grazie speciale a Hetor, a Raffaele e alla sua classe da tutti noi di 6MEMES.
Se volete saperne di più, ecco il video ufficiale del progetto. Buona visione!