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Medici imPazienti: il passaggio dall'analogico al digitale è ormai impellente anche nella Sanità.

[dropcap3]E[/dropcap3]bbene sì, ci siamo! Anche in Italia il salto culturale tra analogico e digitale nel settore della Sanità si inizia ad avvertire come urgente.
Tale aspettativa trova il suo incipit naturale non solo nei cosiddetti “pazienti” – ovvero noi cittadini – ma anche nei Medici, chiamati in prima linea a rispondere in emergenza a necessità che potevano invece, almeno in parte, essere prevenute o almeno previste.
E se – come abbiamo visto nel precedente articolo – la telemedicina è una delle risposte possibili in termini di tempestività ed efficienza, manteniamo ora la nostra promessa di approfondimenti fatta in quello stesso articolo e andiamo oltre, alla ricerca di buone pratiche in questo settore… nevralgico sotto tanti punti di vista 🙂
[bctt tweet=”Telemedicina: tempestività ed efficienza per il salto di qualità!” username=”MapsGroup”]

Medici digitalizzati

Intanto parliamo proprio di loro, dei nostri Medici, che – come illustrato in questo articolo – si stanno sempre più digitalizzando:

“il 76% dei medici internisti italiani consulta referti e immagini in formato digitale, il 47% gestisce le informazioni degli assistiti su data base, il 52% comunica con i pazienti anche grazie a Whatsapp.”

I dati, emersi dalla ricerca “L’innovazione digitale per i medici di medicina interna”, effettuata dall’Osservatorio innovazione digitale in sanità della School of Management del Politecnico di Milano, vanno ancora oltre, dimostrando che tra i medici:

è diffusa la consapevolezza dell’importanza delle competenze digitali nella loro professione: il 53% le considera infatti importanti in funzione delle esigenze professionali, il 41% rilevanti al pari delle altre competenze”.

[bctt tweet=”I Medici italiani vogliono accrescere le loro competenze digitali.” username=”MapsGroup”]
E se il digitale avanza anche nella Sanità, è forse anche a causa di noi Pazienti che a volte, magari a sproposito (e alzi la mano non l’ha mai fatto) navighiamo su e giù nel web alla ricerca di diagnosi, prognosi e soluzioni ai nostri “mali” (veri e percepiti).
Se ancora abbiamo dei dubbi in proposito, ci pensa un’indagine coordinata da Gfk Eurisko, a dissiparli una volta per tutte:

sono 11,5 milioni gli italiani (il 42% degli adulti) che cercano in rete informazioni relative alla salute, la cura e le patologie. Internet e i social media si collocano in terza posizione tra le fonti principalmente impiegate dai cittadini, subito dopo il medico di famiglia e lo specialista.”

Di necessità virtù, quindi, tutti i dati – sia dei Medici che dei Pazienti – portano al digitale, tanto da azzardare una previsione per il 2017 di tutto rispetto.
Il 2017 potrebbe segnare un momento di svolta nel settore della digital health: finora l’informatizzazione del mondo sanitario ha toccato soprattutto i processi gestionali, ma oggi le componenti cliniche e decisionali sono pronte ad abbracciare soluzioni digitali direttamente correlate con l’attività clinica.

Buone notizie…a pochi passi da casa.

E – per finire con un’ultima buona notizia – eccovi un eccellente esempio di innovazione a due passi da noi. Si tratta della messa in opera di un algoritmo che – grazie anche a una procedura statistica che combina oltre 500 variabili demografiche e di salute – è in grado di “predire” il rischio di ricovero in ospedale.
Ed è proprio la Regione Emilia-Romagna che lo ha fatto, sviluppando “un percorso di presa in carico delle persone più a rischio” in una sperimentazione che “si sta svolgendo in 25 Case della salute – da Busseto, in provincia di Parma, a Rimini – con il coinvolgimento di quasi 16.000 cittadini (15.583) e 221 medici di famiglia.”
Insomma, il sistema, seppure a macchia di leopardo, muove i primi passi a ritmo binario. A noi non resta che attendere, e, nel frattempo, continuare a spulciare (con cautela) il web, in cerca di sintomi e cure della nonna… digitale.

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Ambiente, Uomo e Regole del gioco

L'aria e la mamma "green". Le norme di controllo dell'inquinamento atmosferico. Di Maria Bonifacio

[dropcap3]T[/dropcap3]ommaso Maria è il nome di mio figlio. Oggi, all’uscita da scuola, siamo entrati in auto ed io, presa come sempre dai ritmi quotidiani, ho acceso il motore per portarmi all’altro capo della città e recuperare la collega di studio che in bici era stata colta dalla pioggia.
Ad un tratto il piccolo mi ha detto:

“Sai mamma, la composizione dell’aria è rimasta immutata per milioni di anni, ma con lo sviluppo industriale e l’urbanizzazione è cominciato il suo progressivo inquinamento, ovvero la presenza di sostanze che modificano la sua composizione e il suo equilibrio dinamico”.

Ho fermato l’auto e spento il motore. Tommaso ha proseguito leggendomi la ricerca che avevano fatto a scuola.

E tu cosa fai (per prevenire e ridurre l’inquinamento dell’aria?).

Queste sostanze causano, nel breve o nel lungo periodo, su scala locale o su scala globale, effetti dannosi per l’uomo e per il mondo animale e vegetale. Gli inquinanti vengono classificati in:

  1. inquinanti di origine “antropica”, in quanto derivano dall’attività dell’uomo;
  2. inquinanti di origine naturale, derivanti, ad esempio, dalle eruzioni vulcaniche.

L’inquinamento di origine antropica è generato da:

  • grandi sorgenti fisse come le industrie;
  • sorgenti fisse di piccole dimensioni, come gli impianti di riscaldamento;
  • sorgenti mobili quali il traffico dei veicoli.

Tuttavia, dopo un periodo più o meno lungo di permanenza nell’atmosfera, la natura riesce a rimuoverne una determinata quantità. Per citare un esempio, l’anidride carbonica, prodotta dalla combustione di combustibili fossili e dalla respirazione degli organismi viventi animali e vegetali, viene in parte assorbita dalla vegetazione con la fotosintesi, e anche neutralizzata in grande quantità dalle acque del mare, che sono in grado di fissarla attraverso il fitoplacton e di stabilizzarla sotto forma di rocce sedimentarie carbonatiche. Parliamo di equilibrio dinamico, la cui stabilità dipende dalla capacità di questi processi di “autodepurazione” di neutralizzare, o almeno limitare, gli effetti negativi delle attività umane. Il problema nasce quando le quantità di inquinanti emessi nell’atmosfera superano la sua capacità di “autodepurazione”, aumentano la loro concentrazione nell’aria e raggiungono limiti dannosi per l’uomo e per la natura. In questo caso il modello di sviluppo dell’uomo e di un paese può divenire non più “sostenibile” nel lungo periodo.
Preoccupata per l’assottigliamento della fascia di ozono stratosferico e per i cambiamenti climatici che ostacolano lo sviluppo di vaste regioni della Terra, la comunità internazionale ha adottato, nel corso degli anni, una serie di provvedimenti per la tutela dell’atmosfera:

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

Il Protocollo di Montreal, adottato nel 1987, ha avviato una strategia globale per la protezione della fascia di ozono: ai Paesi industrializzati, e dal 2004 anche ai Paesi in via di sviluppo, è vietata la produzione e il consumo delle sostanze ritenute responsabili della distruzione dell’ozono stratosferico.
Un passaggio indubbiamente significativo nella risposta ai cambiamenti climatici fu l’adozione dell’ormai noto Protocollo di Kyoto, adottato formalmente nel 1997, ed entrato in vigore nel 2005, anche se mai ratificato dagli Stati Uniti, il principale emettitore fra i paesi industrializzati. Il Protocollo di Kyoto impegna legalmente i paesi sviluppati a specifici obiettivi di riduzione delle emissioni dei gas ritenuti responsabili dell’effetto serra.


La maggior parte delle nostre città è interessata dal problema dell’inquinamento dell’aria. Lo confermano le centraline che misurano le concentrazioni degli inquinanti ma, anche se le stazioni di monitoraggio non sono presenti, a volte qualche fastidio o difficoltà nel respirare ci fa pensare che la qualità dell’aria non sia buona. Il traffico urbano è oggi la principale fonte di inquinamento atmosferico di tutte le città. A questo si aggiungono le emissioni degli impianti di riscaldamento durante l’inverno. Le sostanze inquinanti sono causate dalla combustione che avviene nei motori degli autoveicoli e negli impianti termici. Tra tutti gli inquinanti prodotti, le polveri sottili rappresentano il maggior problema per le nostre città. Infatti, in molte città italiane, il particolato sospeso con diametro inferiore a 10 micron, detto PM10, supera sempre più spesso le soglie di concentrazione indicate dalla normativa.
Per cercare di ridurre la concentrazione di PM10, le amministrazioni pubbliche prendono provvedimenti quali:

  1. la circolazione a targhe alterne,
  2. i blocchi del traffico,
  3. la creazione di zone chiuse al traffico dei veicoli più inquinanti.

Questi provvedimenti, però, non bastano ad abbattere l’inquinamento urbano, perché spesso si tratta di misure solo temporanee, come le domeniche senza auto. Per ridurre sensibilmente l’inquinamento urbano sono necessari cambiamenti nei comportamenti di ognuno di noi. Esistono le cosiddette buone pratiche per ridurre l’inquinamento delle nostre città:

  • limitare il più possibile l’uso dell’auto privata privilegiando altri mezzi di trasporto. 
  • Guidare a velocità moderata così producendo meno sostanze inquinanti e risparmiando.
  • Non parcheggiare in modo da intralciare il traffico.
  • Ove possibile, non sostare con il motore acceso e spegnere il motore quando si è fermi in coda per lungo tempo.
  • Controllare periodicamente il motore e lo scarico delle proprie vetture.
    Utilizzare i mezzi pubblici, la bicicletta e i piedi.
  • Se proprio bisogna usare l’auto, cerca di viaggiare con più passeggeri e organizzarsi per fare car pooling.
    Acquistare casomai un’automobile ecologica.
  • Insieme ad altri cittadini chiedere alle amministrazioni locali di realizzare piste ciclabili, pedonali o zone pedonali e a traffico limitato.

Le organizzazioni internazionali, i governi nazionali e le imprese possono impegnarsi nella riduzione delle emissioni inquinanti e di “gas serra” adottando politiche ambientali specifiche. In molti paesi si sono già ottenuti dei buoni risultati e le imprese prestano particolare attenzione nel ridurre sempre più le emissioni in aria di inquinanti.
Anche ciascuno di noi, singolarmente, può dare il proprio contributo adottando quotidianamente alcune buone pratiche! La qualità dell’aria che respiriamo dipende da tutti noi: con piccole attenzioni quotidiane, ognuno di noi può contribuire a ridurre le emissioni di inquinanti nell’aria, e non solo: anche il nostro portafoglio ne trarrà beneficio.
Uno spot recitava:” Più fresco tu, più fresca la Terra”. In inverno, se si abbassasse la temperatura media delle aule di un solo grado centigrado, si potrebbe risparmiare il 7% delle emissioni di CO2 della scuola. Inoltre, l’utilizzo di materiali isolanti per le finestre, tetti e muri permette di ridurre i consumi per il riscaldamento e quindi di risparmiare energia. La manutenzione ordinaria delle caldaie e degli impianti di riscaldamento e il controllo dei fumi sono periodicamente necessari per ridurre le emissioni degli impianti termici. Infine, la metanizzazione degli impianti, l’utilizzo di pannelli solari e fotovoltaici ed il risparmio energetico in genere contribuiscono a limitare le emissioni da impianti termici. E così via…La carta poi è sempre giovane! Anche riciclando la carta possiamo diminuire l’emissione di gas pericolosi. Per produrre la carta occorre energia, si abbattono gli alberi e vengono utilizzati prodotti chimici, come leganti, sbiancanti e solventi, che producono inquinamento atmosferico.
Tu cosa puoi fare per prevenire e ridurre l’inquinamento dell’aria e contrastare l’effetto serra antropico? Parola d’ordine: scegliere, differenziare e riciclare. Lo smaltimento dei rifiuti emette in atmosfera una grande quantità di gas pericolosi. Per esempio, per ogni chilogrammo di rifiuto organico si producono 0,31 kg di metano, un pericoloso gas serra. Scegliamo i prodotti confezionati con imballaggi riciclabili.”
[bctt tweet=”Differenziare e riciclare i rifiuti significa produrre meno gas nocivi per l’ambiente.” username=”MapsGroup”]

L’elogio della legge – 1. Norme in materia di controllo dell’inquinamento atmosferico.

Solo per dare un seguito tecnico all’elogio della legge: la norma quadro in materia di controllo dell’inquinamento atmosferico è rappresentata dal Decreto Legislativo n. 155/2010 che contiene le definizioni di valore limite, valore obiettivo, soglia di informazione e di allarme, livelli critici, obiettivi a lungo termine e valori obiettivo. Il Decreto individua l’elenco degli inquinanti per i quali è obbligatorio il monitoraggio e stabilisce le modalità della trasmissione e i contenuti delle informazioni sullo stato della qualità dell’aria, da inviare al Ministero dell’Ambiente.
Il provvedimento individua nelle Regioni le autorità competenti per effettuare la valutazione della qualità dell’aria e per la redazione dei Piani di Risanamento della qualità dell’aria nelle aree nelle quali sono stati superati i valori limite. Sono stabilite anche le modalità per la realizzazione o l’adeguamento delle reti di monitoraggio della qualità dell’aria.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Di recente sono stati emanati:

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il DM Ambiente 29 novembre 2012, che, in attuazione del Decreto Legislativo n.155/2010,  individua le stazioni speciali di misurazione della qualità dell’aria,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il Decreto Legislativo n.250/2012, che modifica ed integra il Decreto Legislativo n.155/2010, definendo anche il metodo di riferimento per la misurazione dei composti organici volatili,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM Ambiente 22 febbraio 2013che stabilisce il formato per la trasmissione del progetto di adeguamento della rete di monitoraggio,
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM Ambiente 13 marzo 2013che individua le stazioni per le quali deve essere calcolato l’indice di esposizione media per il PM2,5.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Inoltre:

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il DM 5 maggio 2015 stabilisce i metodi di valutazione delle stazioni di misurazione della qualità dell’aria di cui all’articolo 6 del Decreto Legislativo n.155/2010;
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il DM 26 gennaio 2017 modifica ulteriormente il Decreto Legislativo n.155/2010, recependo i contenuti della Direttiva 1480/2015 in materia di metodi di riferimento per la determinazione degli inquinanti, procedure per la garanzia di qualità per le reti e la comunicazione dei dati rilevati e in materia di scelta e documentazione dei siti di monitoraggio.

L’elogio della Legge – 2. Norme in materia di prevenzione e limitazione delle emissioni in atmosfera.

La norma quadro in materia di prevenzione e limitazione delle emissioni in atmosfera è costituita dal Decreto Legislativo 3 aprile 2006 n. 152, parte Vche si applica a tutti gli impianti (compresi quelli civili) ed alle attività che producono emissioni in atmosfera stabilendo valori di emissione, prescrizioni,  metodi di campionamento e analisi delle emissioni oltre che i criteri per la valutazione della conformità dei valori misurati ai limiti di legge.
Il Decreto è stato aggiornato dal D.Lgs. n.128/2010. Di recente il D.Lgs. n.152/2006 ha subito ulteriori modifiche a seguito dell’entrata in vigore del D.Lgs 4 marzo 2014, n. 46 , che oltre a modificarne le Parti II, III, IV e V, ha assorbito ed integrato i contenuti del D.Lgs. 11 maggio 2005, n. 33 sull’incenerimento e coincenerimento dei rifiuti. Quest’ultimo decreto sarà abrogato a partire dal 1° gennaio 2016.
Per gli impianti sottoposti ad autorizzazione integrata ambientale (AIA) vale quanto previsto dal D.Lgs. 152/2006 (parte II) che ha ripreso, in toto, i contenuti del D.Lgs. 18 febbraio 2005, n. 59 (già abrogato dal D.Lgs. 128/2010).

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Inoltre:

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il 13 marzo 2013 è stato emanato il DPR n. 59/2013 che, oltre a regolamentare e semplificare gli adempimenti in materia di autorizzazione unica ambientale per gli impianti non soggetti ad autorizzazione integrata ambientale, obbliga gli stabilimenti, in cui sono presenti attività ad emissioni scarsamente rilevanti, all’adozione delle autorizzazioni di carattere generale riportate in Allegato I al  DPR n. 59/2013 stesso.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il 16 aprile 2013 è stato emanato anche il DPR n.74/2013ovvero il Regolamento recante definizione dei criteri generali in materia di esercizio, conduzione, controllo, manutenzione e ispezione degli impianti termici per la climatizzazione invernale ed estiva degli edifici e per la preparazione dell’acqua calda per usi igienici sanitari.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Per quanto attiene il contenimento delle emissioni e dei gas ad effetto serra, il D. Lgs n. 171 del 21 maggio 2004 (attuazione della Direttiva 2001/81/CE), stabilisce i limiti nazionali di emissione di SO2, NOX, COV, NH3, che dovevano essere raggiunti entro il 2010.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La Direttiva 2001/81/CE sarà in vigore fino al 1° luglio 2018, data entro la quale il Governo Italiano dovrà recepire la nuova Direttiva n. 2284 del 14 dicembre 2016 concernente la riduzione delle emissioni nazionali di determinati inquinanti atmosferici. Quest’ultima stabilisce i nuovi impegni nazionali di riduzione delle emissioni di biossido di zolfo (SO2), ossidi di azoto (NOx), composti organici volatili non metanici (COVNM), ammoniaca (NH3) e particolato fine (PM2,5).


Bene, ora andiamo a prendere la collega all’altro capo della città perché sta piovendo. E poi, da domani, tutti in bici sulle piste ciclabili parmigiane a prendere una boccata di aria fresca.

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6MEMES TRENDS Information and communications technology

L’IT nel XXI secolo: il compromesso tra velocità di evoluzione ed equilibrio. Di Giulio Destri

L’Information Technology (IT o, in termini più completi, ICT, comprendendo anche il fattore legato alle Comunicazioni), come visto nell’articolo precedente, oggi è un pilastro fondamentale per la nostra società e per la nostra vita.
Si considera data di nascita dell’IT l’anno 1946, quando furono immessi sul mercato i primi calcolatori elettronici programmabili, come evoluzione dei sistemi precedenti. Quindi nel 2016 l’IT ha compiuto 70 anni e, in questi decenni, ha subito una grande evoluzione, incomparabile con altri settori dell’attività umana.
L’inizio dell’uso dell’IT nelle aziende è stato alla fine degli anni ’50 negli USA e nei primi anni ’60 in Italia, anche se da noi la vera diffusione dell’IT nelle piccole e medie imprese e nella pubblica amministrazione locale avvenne solo con l’avvento dei PC nei primi anni ’80, soprattutto per problemi di costo delle tecnologie precedenti. Infine, con l’avvento di Internet aperta a tutti negli anni ’90 sono apparsi servizi per il grande pubblico, come ad esempio i negozi virtuali come Amazon.
Nel corso della evoluzione, dopo i primi momenti di “fai da te”, sono stati creati standard internazionali (come, ad esempio, ITIL) che hanno definito buone pratiche per realizzare (e mantenere nel tempo) i sistemi informatici, sia interni alle aziende, sia diretti verso i clienti delle aziende. In particolare viene riconosciuto in questi standard l’importanza dei sistemi informatici ed il valore (anche monetario) da essi procurato al business. In questo articolo vedremo:

  1. gli aspetti fondamentali del ciclo di vita dei sistemi IT;
  2. il loro legame con il business e con il valore che essi procurano ai propri clienti/utenti, interni od esterni all’azienda cui appartengono.

Le buone pratiche non valgono solo in un contesto aziendale, ma possono essere applicate anche al libero professionista od al privato.

Il concetto di servizio IT

Per servizio IT s’intende una unità funzionale, composta di software, hardware e reti, che eroga un valore per i suoi utenti e che, spesso, nasce come soluzione ad una specifica esigenza e poi si evolve nel tempo.
All’interno di una azienda alcuni servizi IT sono: la posta elettronica aziendale, un software ERP come SAP (o, più precisamente, i moduli che lo formano), un sistema di gestione relazioni coi clienti (CRM), la singola postazione di lavoro composta dal PC e da una suite Office, o software specifici come il CAD.
Se l’azienda ha un reparto di produzione allora entrano in gioco le Operation Technology (OT), ossia le tecnologie di automazione basate sull’IT, alla base della Industry 4.0. Quindi sono servizi IT anche un sistema di supervisione e controllo di una catena di montaggio, un magazzino automatico o i software per un terminale logistico.
Orientati verso il grande pubblico, sono servizi IT anche un sistema di Home Banking, un social media come Facebook, un servzio mail come GMail, un software come la suite Office di Microsoft usato in casa, una app come quella per pagare un parcheggio (o meglio, tutto il sistema con tale app connesso e di cui la app è soltanto la interfaccia utente), ecc…

[bctt tweet=”Servizi IT: unità composte di software, hardware e reti. Un valore per gli utenti.” username=”MapsGroup”]

Nell’ambito interno dell’azienda è quasi immediato il valore che tali servizi erogano, anche se non sempre è calcolabile con precisione il contributo che essi danno al business. Anche per i clienti esterni è chiaro il valore: pensiamo al tempo risparmiato svolgendo le pratiche di pagamento attraverso gli strumenti di home banking, o alla possibilità di acquistare prodotti o altro su Internet senza recarsi presso un negozio (attività che per molte persone, soggette ai frequenti ritmi frenetici del mondo di oggi, diventa quasi un lusso…).

Le buone pratiche per un servizio IT efficiente.

Le buone pratiche riconoscono la necessità di strutturare un piano di business, in cui inserire il progetto di un servizio IT, dal suo concepimento, alla sua realizzazione, alla sua entrata in servizio, alle sue evoluzioni successive, sino alla sua dismissione. Questo concetto è applicabile sia ad un grande servizio interno ad un’azienda, sia ad un servizio rivolto al grande pubblico, sia ad un servizio interno ad una famiglia, come per esempio il PC di casa.
Nella figura è mostrato il ciclo di vita di un servizio IT, versione semplificata del ciclo standard presente in ITIL.
 

 
Un servizio IT viene ideato per rispondere ad una precisa esigenza, come per esempio automatizzare una determinata funzione aziendale o renderla più veloce, e nasce entro una strategia legata agli obiettivi del business. Il suo processo di creazione, realizzazione e mantenumento può essere suddiviso nelle seguenti fasi:
[icon image=”ss-desktop” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Service Strategy (insieme di obiettivi, parametri di misurazione e budget da dedicare).
[icon image=”ss-compose” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Service Design (insieme dei requisiti legati agli obiettivi e i criteri di garanzia del servizio).
[icon image=”ss-fork” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Service Transition (insieme dei passaggi necessari alla realizzazione effettiva del servizio).
[icon image=”ss-merge” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Service Operation (realizzazione effettiva del servizio e sua messa in opera).
[icon image=”ss-barchart” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Continual Service Improuvement (insieme delle valutazioni periodiche sulla necessità di evoluzione del servizio e il conseguente avvio di un nuovo ciclo evolutivo).
 

[sf_iconbox image=”ss-desktop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”] [/sf_iconbox]La parte detta Service Strategy deve quindi definire per il servizio obiettivi, parametri di misurazione e budget da dedicare. E’ in questa fase che, attraverso uno studio di fattibilità, si può decidere se il servizio deve essere effettivamente costruito, quali esigenze deve soddisfare e in che tempi deve diventare operativo.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”] [/sf_iconbox]Nella fase successiva, detta Service Design devono essere:

  1. individuati con precisione tutti i requisiti legati agli obiettivi definiti nella fase precedente che il servizio deve realizzare (attività che fa parte della Business Analysis che viene chiamata anche Requirement Engineering);
  2. definiti i criteri di garanzia del servizio, come per esempio la sua disponibilità temporale (il servizio deve essere disponibile 24 ore per tutti i giorni della settimana? Oppure soltanto in orario di ufficio?), oppure la capacità del servizio (ad esempio numero di utenti che si possono collegare simultaneamente al servizio o numero di documenti che possono essere memorizzati in formato elettronico dal servizio).

In base a tali criteri il servizio viene progettato in modo da fornire ad essi soluzione. E, in base alla struttura dell’azienda ed alla convenienza economica, si decide se:
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il servizio viene realizzato in toto entro l’azienda stessa (make),
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]il servizio viene acquistato completamente all’esterno, ovvero la sua realizzazione è completamente appaltata all’esterno (buy) o,
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la realizzazione è ibrida (customize).
La gestione del progetto di realizzazione e messa in opera dovrà essere svolta secondo i criteri dell’IT Project Management.
[sf_iconbox image=”ss-fork” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Nella fase di Service Transition vengono svolti tutti i passaggi necessari alla realizzazione effettiva del servizio ed alla sua messa in opera entro il contesto dove dovrà operare. Il punto fondamentale di questa fase è la installazione dei componenti del servizio stesso e la gestione opportuna del cambiamento relativo in modo tale da minimizzare gli impatti su altri servizi che stanno funzionando.
[sf_iconbox image=”ss-merge” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]La fase di Service Operation è la più importante di tutte: in questa fase il servizio IT è installato, funziona e svolge il compito per cui è stato creato, erogando ai suoi utenti il valore associato a tale compito. Problemi di funzionamento, guasti ed errori devono essere corretti nel minor tempo possibile per ripristinare le normali condizioni di esercizio del servizio stesso, con una apposita organizzazione.
[sf_iconbox image=”ss-barchart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]Le esigenze di business che cambiano nel tempo, vincoli di legislazione, o anche esigenze operative come il numero di utenti che aumenta possono richiedere che il servizio si evolva. Per mantenersi adeguato in un mondo mutevole, il servizio deve essere “vivo”, deve evolvere in base al bisogno. La fase di Continual Service Improuvement (ogni riferimento del risultante acronimo CSI alla omonima serie televisiva è, a mio parere, tutto meno che casuale…) prevede proprio valutazioni periodiche sulla necessità di evolvere il servizio e il conseguente avvio di un nuovo ciclo evolutivo, che, se gli obiettivi di business del servizio non cambiano, non parte dal Service Strategy, ma direttamente da Service Design o, se la modifica è piccola, dal Service Transition.

Qualche esempio di applicazione del ciclo di vita di un servizio IT.

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]In un contesto aziendale un servizio IT potrebbe essere un sistema di CRM analitico, che viene disegnato in base agli obiettivi di business di migliorare la penetrazione in un segmento di mercato, che viene comprato in Cloud da un fornitore, che viene attivato per un numero di utenti dell’azienda e che, dopo un anno, viene arricchito di funzionalità di cui è emersa la necessità in base all’esperienza fatta.
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]In un contesto di servizio verso il pubblico pensiamo ad un portale di servizi turistici, che nasce per permettere agli utenti di prenotare alberghi e viaggi e che viene continuamente arricchito di funzionalità per rimanere competitivo sul mercato.
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]In un contesto domestico, pensiamo al PC di casa: nostro figlio o nostra figlia arriva in una nuova scuola per cui è necessario l’acquisto di un PC più potente, che durerà alcuni anni e per il quale acquisteremo nuovi software man mano che se ne presenta la necessità. Eventualmente stipuleremo un contratto di garanzia ed assistenza con il fornitore per potere avere il PC sempre funzionante. Un discorso analogo vale per lo smartphone, o anche altri elettrodomestici come la smart TV.

Servizio IT: che lezioni traiamo da questi esempi?

Per la reralizzazione di un servizio IT diventa necessario mettere in atto e gestire efficientemente progetti anche complessi, con tante professionalità coinvolte. Questo perchè:

  1. Ogni strumento/servizio IT ha uno scopo o più di uno e può essere evoluto o sostituito in base all’evoluzione dello scopo; questa cosa vale anche per altri strumenti, come per esempio l’automobile che dobbiamo sostituire quando in famiglia si cresce di numero; non scordiamo anche le operazioni di passaggio: se nel nostro smartphone è una rubrica con 1000 contatti, essa è un patrimonio che dobbiamo trasferire in un nuovo strumento, senza dover ribattere tutti i contatti;
  2. Quando pianifichiamo l’acquisto o la costruzione di uno strumento/servizio IT, ricordiamo che esso dovrà evolvere nel tempo a seguire il bisogno, ma che dovrà anche funzionare in modo sufficiente per il bisogno per un certo tempo;
  3. Nel contesto di servizi grandi, interni all’azienda o per il pubblico/cliente, sono necessarie analisi strategiche, analisi dei rischi, analisi di requisiti, design tecnico, pianificazioni, realizzazioni, integrazioni, ossia una serie di  azioni molto diverse, che coinvolgono professionalità diverse.

[bctt tweet=”Ogni servizio IT si modifica in base all’evoluzione del proprio scopo.” username=”MapsGroup”]

Nel prossimo articolo tratteremo delle caratteristiche e il riconoscimento dei profili professionali del mondo IT.

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Big Data & C. Sharing Knowledge

Il meglio di 6MEMES: i contenuti più graditi dal nostro pubblico da gennaio ad oggi!

[dropcap3]C[/dropcap3]ome anticipato nell’articolo sul gradimento dei diversi post di 6MEMES tra le varie piattaforme social, siamo giunti al primo appuntamento con la rassegna trimestrale “Il meglio di 6MEMES”.
La finalità è quella di creare una sorta di rassegna stampa interna sui contenuti che il pubblico ha dimostrato di apprezzare maggiormente; la differenziazione che proponiamo è in base alla piattaforma social di condivisione degli stessi, così da ricavarne informazioni utili anche in base ai diversi codici comunicativi.

La multi valenza di Facebook

Iniziamo con Facebook, il social network con il maggior numero di utenti e il più frequentato, in grado ancora di esprimere l’evoluzione delle tendenze nell’uso della rete e la curiosità del pubblico verso le novità.
Non a caso si confermano sul podio due post che approfondiscono l’evoluzione in atto del nostro blog “6MEMES”.
I contenuti con il più alto valore di gradimento sono stati infatti il report sul valore comunicativo delle varie piattaforme social di MAPS nell’anno appena concluso, e l’articolo sul restyling del blog “6memes”, che ne presenta la nuova ed elegante “forma” e la consistente “sostanza”, che cercano di interpretare “a tutto tondo il valore della condivisione della conoscenza”.
Sul terzo gradino del podio si colloca un argomento più settoriale, il percorso della sanità verso la predictiveanalysis, esposto da Maurizio Pontremoli con una scrittura semplice, breve e mirata a ciò che si vuole comunicare, e che racconta dal “di dentro” un ambito tecnico di grande attualità: la predictive analysis in ambito sanitario.
[bctt tweet=”Il pubblico dei social non apprezza solo la leggerezza, ma anche il valore della conoscenza.” username=”MapsGroup”]

Come ci parla invece Linkedin?

Continuiamo la nostra navigazione nel mare-web di Linkedin, il social orientato allo sviluppo di contatti professionali. E proprio il pubblico di professionisti, senza dubbio competente ed interessato agli sviluppi in campo tecnologico, premia con ben 2.299 visualizzazioni il post con il quale si inaugura la nuova rubrica “Information and communications technology” curata dal Prof. Giulio Destri, ingegnere elettronico ed ICT project manager, il quale ci conduce attraverso la tecnologia sulla quale si basa ormai il nostro quotidiano e l’operatività delle aziende.
Segue con uno scarto di poche decine di visualizzazioni – confermandosi vincente anche in questo contesto social – il post che ci illustra come il blog 6memes ha acquistato “maturità e un pizzico di saggezza in più”. La cultura trionfa anche sul terzo gradino del podio dove, nel post in questione, Raffaele Gaito ci racconta del progetto Hetor e di come, grazie a social ed Open Data, la Regione Campania ha intrapreso un percorso digitale per mostrare le sue ricchezze turistiche ed eno-gastronomiche.

Le conferme di Twitter

Per quanto riguarda infine Twitter, la classifica dei tweet più apprezzati sia dal punto di vista delle visualizzazioni che delle condivisioni conferma e valorizza al primo posto l’approfondimento sul progetto HETOR, con ben 1.668 visualizzazioni e 24 interazioni del pubblico (tra clic, mi piace e retweet), seguito da due nostre “conoscenze”: l’articolo di Maurizio Pontremoli sulla Predictive Analysis e la notizia del “trucco e parrucco” di arricchimento, soprattutto contenutistico, del nostro blog.
Eccoli dunque in bella mostra i contenuti che, sulle varie pagine social, hanno riscosso l’apprezzamento maggiore.

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Clicca sull’immagine per ingrandirla!

Per concludere…

Continueremo a monitorare il blog nei prossimi mesi, fornendo al pubblico dei nostri lettori un’analisi puntuale su cosa piace e stimola attenzione, con l’obiettivo di utilizzare questi riscontri in un’ottica di continuo miglioramento perché:

Ogni qualvolta cerchiamo di essere migliori di quello che siamo, anche tutto quanto ci circonda diventa migliore.
Paulo Coelho

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6MEMES TRENDS Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Smart Home, la casa intelligente che salva l'ambiente, le tasche… e pure la vita!

[dropcap3]P[/dropcap3]arlare di domotica – forse anche a causa di una certa assonanza linguistica – fa pensare perlopiù ad ambiti tecnologici, robotici, e comunque complessi se non tipicamente industriali.
In realtàcome la cronaca ha dimostrato anche di recente – la domotica può rivelarsi più che mai utile nella vita di tutti giorni anche grazie ai sistemi che hanno, tutto sommato, un impatto davvero relativo, personalizzabile e alla portata di tutti.
Il caso di cui parlavamo, infatti, è quello in cui una donna vittima di un incendio domestico che è stata tratta in salvo grazie al sistema di allerta automatizzato della sua abitazione, che ha chiamato i soccorsi in tempo al posto suo mentre lei, priva di sensi, non era in grado di farlo.
[bctt tweet=”La casa intelligente salva l’ambiente, le tasche e pure la vita!” username=”MapsGroup”]
Ma per comprendere tutti i benefici della robotica – tranquilli 😉 – non occorre riferirci a evenienze così drammatiche.

L’universo della robotica domestica… e non solo.

Come illustra infatti in maniera compiuta quest’articolo del sole 24 ore molto spesso abbiamo accessori “domotici” nelle nostre case senza nemmeno rendercene conto:

“Internet delle cose, algoritmi e strumenti di analytics, interfacce tattili e ad attivazione vocale, sensori, persino il cognitive computing: dentro la casa, ormai, c’è un universo di tecnologie in grado di aprire una frontiera che la domotica, anni fa, aveva solo iniziato ad esplorare. La casa, insomma, è veramente avviata a diventare smart”.

E se quello che sembra mancare a livello strategico nella nostra società è un progetto complessivo di agevolazione e diffusione della conoscenza di questi sistemi, alcune case produttrici che fanno del settore il loro business (ad esempio quello degli elettrodomestici) hanno da tempo superato il problema avviando la produzione nuovi prodotti ampiamente dotati di intelligenza domotica.
Mettendo di fatto il piede, anzi tutti e due, in un progetto – che poi coincide con uno stile di vita – che è conosciuto dall’opinione pubblica come Smart Home.
Harriet Green, Global Head di Ibm Watson IoT, ha non a caso di recente sostenuto che:

“Milioni di sensori forniscono oggi occhi e orecchie ad apparecchiature e dispositivi, aumentando la loro intelligenza integrata e consentendo loro di interagire con noi in modo più efficace”.

Si parla di sensori che – attraverso dispositivi come apparecchi medicali ed elettrodomestici – raccolgono dati non solo per utilizzarli nello svolgimento del proprio compito, ma per rendere quegli stessi sistemi sempre più sofisticati e, magari, produrne di nuovi.
Da qui a pensare che il nostro vivere quotidiano in quanto individui e quello dell’organizzazione in cui lavoriamo potranno essere presto influenzate in maniera decisiva dalla domotica (e forse in parte lo sono già), il passo è molto breve.
E i vantaggi in termini di performance e ottimizzazione delle nostre risorse sono indubitabili.
[bctt tweet=”Domotica e vita di tuttti i giorni: i vantaggi sono indubitabili.” username=”MapsGroup”]

Un notevole risparmio (di tempo e libertà).

Immaginiamo infatti di affidare in automatico alla nostra casa (o al nostro ufficio) tutte quelle incombenze quotidiane che ci portano via tempo, come accendere la lavatrice, chiudere le tapparelle, avviare ilo riscaldamento e così via… il risparmio di tempo (e di conseguenza la maggiore libertà d’azione) è palese per chiunque. Soprattutto quando tali pratiche, anziché essere come oggi a disposizione di pochi illuminati, saranno ampiamente diffuse e integrate tra loro.
Non a caso un colosso come Amazon ha già una sezione apposita nel suo sterminato supermercato online:

Una grande vetrina online in cui chiunque (o quasi) può applicare il fai-da-te non solo ai lavoretti di falegnameria, ma alla messa a punto, tanto per fare un esempio, dell’impianto di allarme di casa in pochissimo tempo… Non male vero?
A proposito di tempo: come utilizzeremo poi noi quello libero e residuo?
Noi ci auguriamo che possa essere dedicato ad attività niente affatto automatiche: stare in compagnia con gli amici, leggere un libro, fare una passeggiata. Intanto che la nostra Smart Home provvede a tutto!

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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data Sharing Knowledge

La buona gestione delle informazioni tra Scienza, Presidenti e Imprenditori dei dati. Di Anna Pompilio.

 

[dropcap3]N[/dropcap3]on sono mai stato in grado di concepire come un essere dotato di intelletto possa prefiggersi di raggiungere la propria felicità attraverso l’esercizio di un potere sugli altri.”
Thomas Jefferson

Partiamo (come piace a noi) da lontano…

La villa di Thomas Jefferson a Charlottesville, in Virginia, si chiama Monticello: lo scienziato, naturalista, botanico, architetto, pensatore e statista, autore della Dichiarazione d’Indipendenza , Presidente degli Stati Uniti d’America dal 1801 al 1809 era un grande estimatore dell’architettura palladiana e aveva letto che la Rotonda sorgeva, appunto, su “un monticello”, da qui il nome.
Thomas Jefferson è anche uno dei volti ritratti sul monte Rushmore accanto a quelli di George Washington, Abraham Lincoln e Theodore Roosevelt ed è stato il fautore di quel repubblicanesimo agrario che riteneva che l’unico modo per ottenere felicità e indipendenza fosse attraverso la totale concentrazione sui valori della terra.
Tornando all’attualità, Donald Trump – per raccontarla nei termini di una delle tante biografie on line che lo riguardano – è il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America dal 9 novembre 2016.
E forse la nostra riflessione potrebbe già fermarsi qua…
[bctt tweet=”Oggi con le innovazioni tecnologiche è più semplice manipolare l’ambiente.” username=”MapsGroup”]

E adesso andiamo oltre… 

Celebre imprenditore, impegnato in diversi settori, soprattutto quello immobiliare, è considerato uno degli uomini più ricchi del mondo e contrariamente al suo predecessore ottocentesco ha battezzato la maggior parte delle sue proprietà immobiliari con il nome Trump (Trump Tower, Trump Building, Trump Plaza, ecc.).
E di certo non sono mai stati i valori della terra ad ispirarlo, almeno a giudicare dall’ordine esecutivo firmato in questi giorni per revocare le politiche a difesa dell’ambiente e le misure contro i cambiamenti climatici portate avanti dalla precedente amministrazione.
Viene da chiedersi come sia possibile tanta miopia, tanto oscurantismo ai tempi di Internet, della rete, dell’informazione che viaggia veloce, dei Big Data… O forse è possibile proprio grazie a questi nuovi strumenti, il cui effetto amplificatore non distingue di per sé tra buono e cattivo.
Del resto quando il mondo si è interrogato sull’elezione di Trump c’era chi sottolineava l’importanza dell’utilizzo del Data science per le campagne elettorali e l’approccio scientifico che combina raccolta, analisi di dati e marketing digitale.
Viene di nuovo da chiedersi se Etica e sostenibilità ambientale pagano ancora, o se invece nell’era dei dati i costi legati agli adempimenti in rapporto ai danni derivanti dalla perdita d’immagine non ne vanifichi il potenziale effetto deterrente: l’utilizzo dei Big Data permette infatti alle organizzazioni di valutare meglio il rischio di una crisi e allo stesso tempo di prepararsi per tempo alla sua gestione.
Lo scandalo Volkswagen dei motori truccati, ad esempio, è costato alla casa automobilistica tedesca circa 15 miliardi di dollari e una macchia bella grossa sulla propria reputazione ma a ben pensarci gli strumenti oggi disponibili per recuperare terreno, per analizzare il sentiment e parlare con i clienti, per attuare una strategia comunicativa volta a smorzare l’effetto della vicenda sono molti di più rispetto al passato prossimo, molto più veloci e molto più efficaci.
Se da un lato dunque le preoccupazioni sui cambiamenti climatici, un tempo indirizzate ai Paesi in via di sviluppo per il timore che dessero priorità ai valori del PIL rispetto alla cura dell’ambiente, riguarda oggi tutti i paesi, anche quelli più ricchi ed “evoluti” come dimostra il caso della Germania o degli Stati Uniti, dall’altra le innovazioni scientifiche e tecnologiche hanno messo nelle mani dell’uomo un potere di manipolazione dell’ambiente che non ha eguali. Maggior potere significa però maggiore responsabilità e significa soprattutto progettare visioni del mondo in grado di garantire il rispetto dell’ecosistema e deve necessariamente essere oggetto di politiche economiche-sociali ben ponderate nella consapevolezza che ne va del futuro dell’umanità intera.
[bctt tweet=”La corretta gestione delle risorse del pianeta passa attraverso un uso efficiente delle informazioni.” username=”MapsGroup”]

Le buone pratiche

I modelli di imprenditoria sostenibile tuttavia non mancano e non mancano le buone pratiche sostenute dal digitale e dalle nuove tecnologie (a dimostrazione com’è ovvio, che non è lo strumento il problema ma banalmente come lo si usa):
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]è il caso del Gruppo Hera che tra le tante iniziative propone un programma di educazione ambientale rivolto alle scuole, La Grande Macchina del Mondo, educational box per gli insegnanti, un gioco a squadre che utilizza l’App “il Rifiutologo”, in cui gli studenti trovano informazioni dettagliate su come riciclare ogni scarto, pacchetto o confezione, affinando così le loro conoscenze in materia di rifiuti;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]è il caso del CNR che con il suo dipartimento Ingegneria, ICT e tecnologie per l’energia e i trasporti svolge attività scientifiche in aree prioritarie per l’innovazione del Paese con applicazione in molti settori produttivi: dall’energia ai trasporti, dall’ingegneria industriale alle costruzioni, dal biomedicale fino a settori quali l’aero-spazio, i beni culturali, la sicurezza, l’ambiente, l’agricoltura e la cantieristica e si occupa di problematiche ambientali, dello sviluppo di soluzioni avanzate per il miglioramento dei sistemi di produzione, della mobilità intelligente e sostenibile, della tracciabilità delle reti di produzione e distribuzione nei diversi settori merceologici;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]è il caso di Italferr, la società di ingegneria delle Ferrovie dello Stato, che ha scelto di “regalare” i pc dismessi ma ancora funzionanti attraverso accordi con le amministrazioni pubbliche locali, risparmiando in tal modo sui costi di smaltimento e allo stesso tempo sovvenzionando l’informatizzazione degli enti. Un recupero virtuoso che è stato possibile proprio grazie all’incontro e alla visione illuminata di manager pubblici e privati consapevoli che un approccio indifferente o addirittura “predatorio” delle risorse non ha senso.
Perchè le tecnologie abilitano ma il mondo nuovo non può essere circoscritto al solo uso (o abuso) dei dati.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.eea.europa.eu
www.edilia2000.it
www.cnr.it/it
www.slideshare.net
www.educarsialfuturo.it
[/boxed_content]
 

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Clinika Medicina & Narrazione

Scriva 33! Telemedicina: tempestività di trattamento e gestione delle cronicità.

[dropcap3]I[/dropcap3] valori di efficienza e tempestività di un sistema sanitario, se espressi in termini non solo quantitativi, ma anche e soprattutto qualitativi, sono molto spesso la linea di demarcazione tra una società in grado di far fronte alle necessità dei propri cittadini e una collettività destinata invece a deludere, spesso con conseguenze molto gravi, tali legittime aspettative.
Le novità di questo settore, non solo tecnologiche, sono ormai quasi sconfinate. Per non parlare dell’incremento di performance delle pratiche di diagnostica e d’intervento, e della disponibilità di farmaci innovativi sempre più personalizzati e mirati. Tuttavia, nel nostro paese, la messa a sistema di nuovi modelli di cura e prevenzione procede a rilento.
E se a questo si aggiunge l’aumento dell’età media della popolazione, che convive spesso con patologie di tipo cronico, ecco che le pratiche cliniche e sanitarie sono sempre più complesse da somministrare e suscettibili di divaricare a vari livelli la forbice potenzialmente esistente tra un processo di cura efficiente e quello non perfettamente funzionante e dunque efficace.
[bctt tweet=”Scriva 33… Telemedicina: tempestività di trattamento e gestione delle cronicità.” username=”MapsGroup”]
La telemedicina sembra essere, a breve, uno strumento in grado di ovviare ad alcune criticità. Ma il salto da fare, ancora una volta, è di tipo culturale, nonostante il concetto non sia propriamente nuovo.
Già nel 1997, infatti, L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) adotta la seguente definizione:

“La telemedicina è l’erogazione di servizi sanitari, quando la distanza è un fattore critico, per cui è necessario usare, da parte degli operatori, le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni al fine di scambiare informazioni utili alla diagnosi, al trattamento ed alla prevenzione delle malattie e per garantire un’informazione continua agli erogatori di prestazioni sanitarie e supportare la ricerca e la valutazione della cura”.

Se ne ricava che, fin dall’inizio, la telemedicina non si pone come nuova disciplina medica, ma una differente modalità di somministrare assistenza e cura ai cittadini-pazienti.
[bctt tweet=”Telemedicina: una diversa modalità di affiancamento e sostegno al paziente.” username=”MapsGroup”]
Nessun cambio di paradigma terapeutico, dunque, ma solo una diversa modalità di affiancamento e sostegno al cittadino, o meglio, al paziente.
Di esempi, in Italia, già ce ne sono, e dimostrano non solo la loro efficacia, ma soprattutto la capacità di razionalizzare da un lato le risorse e dall’altro di accompagnare con più tempestività e personalizzazione il processo di cura e prevenzione.
Vedremo in un prossimo articolo alcune di queste pratiche, ed entreremo più nel dettaglio delle varie “branche” della telemedicina, con la speranza di concorrere anche noi, nel nostro piccolo, a diffondere nuovi approcci culturali e pragmatici a uno dei temi più strategici e rilevanti della vita di tutti noi, la salute e il benessere.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.forumpa.it
www.salute.gov.it
[/boxed_content]

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Maps News

Master PERF.ET.: Maps Group promuove il cambiamento!

[dropcap3]I[/dropcap3]l 31 marzo 2017 dalle 9.00 alle 13.00 nell’Aula Magna del Dipartimento di Economia e Management (Università degli studi di Ferrara) si terrà il Convegno Inaugurale della VI Edizione del MASTER PERF.ET. L’incipit all’evento è esaustivo:

“Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere”.

Lo sfondo dell’iniziativa, non a caso, è istituzionale, sia per gli illustri invitati, sia per il tema del Master che per il focus: “MISURAZIONE E VALUTAZIONE DELLA PERFORMANCE DELLE PA: esperienze operative e traiettorie di sviluppo della riforma Madia”.
E’ essenziale come ogni cambiamento all’interno di una società debba trovare slancio a partire dalla sua classe dirigente, e come sia necessario poter “misurare” dati e informazioni di ogni percorso per sviluppare un reale processo di crescita e di riforma che passi dalla teoria alla pratica.
Per questi motivi Maps Group è un convinto sponsor del Master e ne persegue esso stesso i valori fondanti, nella ricerca di nuove traiettorie di efficienza all’interno dell’Amministrazione Pubblica, delle sue organizzazioni e dei suoi dirigenti. Cominciando innanzitutto dalla formazione così come questo innovativo Master propone ai suoi iscritti.
Alla presentazione seguiranno le tavole rotonde “IL NUOVO QUADRO ISTITUZIONALE E NORMATIVO” edESPERIENZE DI MISURAZIONE E VALUTAZIONE DELLA PERFORMANCE A CONFRONTO”.
Per informazioni:
www.masterperfet.it
masterperfet@unife.it 

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PROGRAMMA DELL’EVENTO
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INDIRIZZI DI SALUTO

Saluti delle Autorità

Prof. Giorgio ZAULI, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Ferrara.
Prof.ssa Simonetta RENGA, Direttore del Dipartimento di Economia e Management.
Avv. Tiziano TAGLIANI, Sindaco del Comune di Ferrara e Presidente della Provincia di Ferrara.

Saluti dei Partner

AVVIO DELLA VI EDIZIONE DEL MASTER PERF.ET

Prof. Enrico DEIDDA GAGLIARDO, Direttore scientifico del Master PERF.ET

PROGRAMMA DEL CONVEGNO 

Coordinamento dei lavori e conclusioni. Prof. Enrico DEIDDA GAGLIARDO – Prorettore Vicario dell’Università degli studi di Ferrara, Componente della Commissione Tecnica per la Performance.

IL NUOVO QUADRO ISTITUZIONALE E NORMATIVO

Il ruolo del Dipartimento della Funzione Pubblica in materia di misurazione e valutazione della Performance: le principali novità.
Relatore: Cons. Marco DE GIORGI – Dirigente dell’Ufficio per la valutazione della performance presso il Dipartimento della Funzione Pubblica.

Il nuovo decreto sulla valutazione della performance: analisi delle novità e dei punti fermi.
Relatore: Prof.ssa Elisa D’ALTERIO – Università degli Studi di Catania, componente dell’Unità per la semplificazione e la qualità della regolazione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

ESPERIENZE DI MISURAZIONE E VALUTAZIONE DELLA PERFORMANCE.

Le esperienze operative delle Università e degli Enti di Ricerca Pubblica. 
Relatore: Dott. Adriano SCALETTA – Responsabile valutazione Performance ANVUR.

Le esperienze operative delle Aziende Pubbliche di Servizi.
Relatore: Dott. Francesco MIGGIANI – Consulente di Business Development, Componente della Commissione Tecnica per la Performance.

Le esperienze operative delle Regioni.
Relatore: Dott. Andrea TARDIOLA – Segretario Generale della Giunta della Regione Lazio, Componente della Commissione Tecnica per la Performance.

Le esperienze operative degli Enti Locali.
Relatore: Dott. Vito LECCESE – Capo di Gabinetto del Sindaco di Bari, Componente della Commissione Tecnica per la Performance.

Le esperienze operative delle Forme Associative Locali.
Relatore: Dott.ssa Stefania TAGLIABUE – Dirigente Settore Personale Organizzazione del Comune di Cesena e dell’Unione dei Comuni Valle di Savio.

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Ambiente, Uomo e Regole del gioco

Il modello 231 quale strumento di prevenzione. Di Maria Bonifacio

[dropcap3]I[/dropcap3]l Decreto Legislativo 231 del 2001 ha introdotto la responsabilità amministrativa delle società, con conseguenze pecuniarie per la società stessa e penali per i suoi vertici qualora abbiano commesso dei reati durante lo svolgimento delle loro funzioni aziendali.

Il modello 231

Il Decreto Legislativo 231 del 2001, introducendo la responsabilità penale della persona fisica, colpisce direttamente anche il patrimonio dell’Ente o dell’azienda che hanno tratto profitto dal reato commesso da una o più persone che, al momento della violazione, stavano rappresentando l’azienda stessa.
Ed è per questo che sono sempre più numerose le aziende che hanno deciso di adottare il Modello 231, ovvero il modello di organizzazione, gestione e controllo per enti pubblici e imprese previsto dal d.lgs. n. 231/2001, quale insieme delle regole e delle procedure organizzative dell’ente volte a prevenire la commissione dei reati.
L’approvazione di un Modello idoneo a prevenire i reati costituisce causa di esclusione o limitazione della responsabilità dell’ente ai sensi del nominato d.lgs. n. 231/2001. A ciò aggiungasi che, per partecipare a bandi o concorsi e ottenere particolari autorizzazioni o concessioni di fondi e contributi, un requisito fondamentale richiesto è proprio la presenza di un modello organizzativo 231. Ecco spiegata l’aumentata adesione.
[bctt tweet=”Strategici, economici e di compliance. I vantaggi di adottare il modello aziendale della Legge 231.” username=”MapsGroup”]
Ad ogni modo, per essere efficace, e quindi dispiegare la sua funzione esimente, è necessario che tale documento sia studiato ad hoc, attraverso una disamina dell’organizzazione aziendale e delle responsabilità correlate, al fine di identificare quali aree di rischio dei reati presupposte sussistano.
All’esito di tale indagine, viene redatto il Modello Organizzativo, che introduce (o integra, se già presenti) le procedure per la formazione e l’attuazione delle decisioni aziendali alle quali l’ente si deve adeguare per evitare che vengano commessi i reati richiamati dalla normativa.
Il Modello 231 deve, inoltre, individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie e stabilire misure sanzionatorie adeguate in caso di violazioni delle sue prescrizioni.
Alla base della necessità di redigere e rispettare un preciso modello organizzativo amministrativo ed economico vi sono una serie di fattori come per esempio:

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] l’aumento esponenziale dei dati da gestire;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] l’aumento dei sistemi di gestione (sicurezza, privacy, qualità, IT, ambiente);
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] un numero molto elevato di norme e regolamenti regionali, nazionali e provinciali;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il crescente numero di persone coinvolte nelle attività;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] il bisogno di condividere informazioni.

Senza una corretta analisi dei potenziali rischi in cui l’azienda può incorrere e senza la creazione di un modello e di un codice etico che regoli tutte le attività che si svolgono al suo interno, l’eventualità di incorrere in multe e sanzioni più gravi non è così remota.
Oltre alla creazione di protocolli conformi alla legge e all’istituzione di un organo che vigili sul pieno rispetto del modello 231, è necessario anche pensare a dei percorsi formativi per tutti i dipendenti, al fine di istruirli e renderli consapevoli sui potenziali rischi che corrono, prima di tutto loro stessi e, di conseguenza, anche la propria azienda, violando le regole previste.
Ma il rispetto della Legge 231 non deve essere visto solo come pura e semplice burocrazia o una perdita di tempo. Scegliere di adottare un modello organizzativo all’interno della propria società infatti può apportare numerosi vantaggi:
[icon image=”ss-crosshair” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] strategici: sono molte le aziende che chiedono ai propri potenziali partner informazioni su sistemi di controllo e organizzazione. È una forma di tutela del brand per chi effettua i controlli e una possibilità di business per chi si propone ad altre imprese;
[icon image=”ss-like” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] economici: si possono evitare con più facilità multe e altre sanzioni e ci si inserisce sul mercato in modo più competitivo;
[icon image=”ss-outbox” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] compliance: un’organizzazione chiara e definita nei ruoli e nelle responsabilità agevola il rispetto delle regole stabilite e una migliore comunicazione tra le parti.

Districarsi nel labirinto normativo.

È intuitivo che risulti insidioso e, dunque, pericoloso indicare un modello organizzativo standard, dal momento che il modello 231 deve essere ideato con riferimento alle specifiche esigenze di ciascuna organizzazione. Per meglio chiarire e districarsi nel labirinto normativo, senza con ciò assumere un atteggiamento di sfiducia e di rassegnazione, dunque, auspicando di proseguire nell’elogio della legge, si è pensato di procedere adottando lo schema riassuntivo dei punti che il Decreto impone ad ogni modello organizzativo:

  1. individuare le attività nel cui ambito possono essere commessi reati;
  2. prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dell’ente in relazione ai reati da prevenire;
  3. individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei reati;
  4. prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli;
  5. introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello.

Tali punti chiave vengono forniti al top management onde consentirgli di ridurre il rischio di illecito. Ciò che veramente risulterà decisivo in tribunale (e che infatti manca nella stragrande maggioranza dei modelli organizzativi, puntualmente stroncati dal magistrato di turno) sarà la concretezza del sistema preventivo, che dovrà fornire una puntuale risposta ai seguenti passaggi:
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] individuo con chiarezza i reati che posso commettere e quelli estranei alla mia organizzazione;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] tra i reati che posso commettere, distinguo quelli più a rischio rispetto agli altri, possibilmente tenendo conto dei criteri concorrenti della probabilità e dell’impatto;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] individuo, per tali reati, in quali aree aziendali è più facile che si realizzi l’illecito;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] ciò stabilito, definisco un sistema di contromisure interne, che parta dal riesaminare quelle già in vigore ed arrivi a definirne di nuove, in relazione ai rischi individuati;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] redigo e consegno a tutti gli addetti un codice etico, contenente i principi comportamentali prescritti dall’azienda;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  emetto, per le singole aree aziendali, dei protocolli di comportamento coerenti con l’analisi dei rischi di illecito;
[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] nomino un Organismo di Vigilanza, effettivamente indipendente e competente, dandogli pieno mandato di adeguare il sistema preventivo e di vigilare sul rispetto delle contromisure definite dall’alta direzione da parte di tutti gli addetti dell’ente.
Se veramente il sistema elaborato riuscirà, nel corso del tempo, a fornire evidenza rispetto a questi passaggi, potrà reputarsi non solo “a prova di magistrato” ma anche un utile investimento per l’azienda.

In conclusione…

La ricaduta sulla gestione dell’ente è evidente: il sistema interno di prevenzione penale (modello organizzativo – codice etico – Organismo di Vigilanza) dovrà prevedere un sistema di controlli e contromisure che sia riferibile certamente a tutto il personale ed ai collaboratori esterni, ma soprattutto che sia particolarmente rigoroso e dettagliato nei confronti dell’alta direzione. Difficilissimo da realizzare nella pratica, dal momento che sarà la stessa alta direzione a curare la definizione del modello organizzativo ed a nominare (e soprattutto retribuire) i componenti dell’Organismo di Vigilanza che dovrebbe controllarne la legalità e l’eticità della condotta.
In effetti, essendo la Legge da applicare piuttosto che da criticare, non occorre mai dimenticare che, al di là della burocrazia che i modelli organizzativi spesso comportano (anche per le cattive pratiche seguite da molti consulenti), alla magistratura penale interesserà essenzialmente verificare un passaggio: l’effettiva indipendenza dell’Organismo di Vigilanza rispetto al controllato.

Maria Bonifacio

Attività produttive pulite

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Predictive Analysis: asset digitali emergenti

L'informatizzazione clinica orientata all'analisi predittiva. Di Maurizio Pontremoli

[dropcap3]M[/dropcap3]ai come nel settore della sanità, l’impulso della digitalizzazione delle informazioni è stato così forte come negli ultimi anni.

Mi riferisco senz’altro alla diffusione sempre più ampia dei sistemi EHR (Electronic Health Record), ma anche alla più recente disponibilità di informazioni su stili di vita e di monitoraggio sui parametri vitali che stanno arrivando grazie all’utilizzo dei Wearables Devices .
Sono tuttavia consapevole che le difficoltà di aggregare le informazioni cliniche che giungono da fonti diverse sono molto lontane dall’essere risolte, rendendo critico e pieno di ostacoli il percorso dell’informatizzazione orientata all’analisi predittiva.
In questo situazione, che potremmo definire a metà del guado, è ancora più interessante analizzare i vari casi d’uso raccolti nelle tre categorie:

[icon image=”ss-user” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] user experience

[icon image=”ss-share” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] business models

[icon image=”ss-repeat” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] operating processes

E’ bene sottolineare come in questo articolo mi sono occupato principalmente della User Experience relativa al medico/struttura sanitaria, individuando i casi d’uso correlati direttamente alla creazione di nuove procedure diagnostiche o terapeutiche.

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[/sf_iconbox]L’utente e la digitalizzazione delle informazioni: user experience.

In generale possiamo osservare una rapida espansione delle cosiddette applicazioni di Electronic Health care Predictive Analytic (e-HPA).

Sono ben noti nel settore medico dei modelli facilmente utilizzabili anche senza la necessità di numerosi e complessi calcoli matematici. Un esempio è APACHE (Acute Physiology and Chronic Health Examination) un sistema per attribuire una misura del rischio di mortalità nei reparti di cure intensive.
Con le applicazioni e-HPA si identificano invece quelle pratiche in cui l’analisi di grandi quantità di dati e l’utilizzo di sofisticati modelli matematici rendono necessario l’affiancamento di un computer al medico.
[bctt tweet=”Le applicazioni e-HPA sono pratiche in cui l’analisi di dati e l’utilizzo di modelli matematici necessitano dell’affiancamento di un medico.” username=”MapsGroup”]
Un esempio ne è il caso di un modello matematico che riesce a predire i blocchi renali in quei paziente afflitti da una patologia cronica del rene. Questa malattia, che purtroppo affligge una grande percentuale della popolazione mondiale, ha delle caratteristiche di progressione molto diverse, ed è quindi particolarmente significativo poter identificare tempestivamente le situazioni più critiche al fine di evitare conseguenze irreparabili. Applicando tecniche di tipo “fuzzy expert systems”, i ricercatori di questo studio, analizzando i dati clinici e di laboratorio di 465 pazienti, sono riusciti a predire il valore di un indicatore (GFR) direttamente collegato alla funzione renale, con un errore del 4% su periodi di 6, 12 e 18 mesi.
Oltre a questi casi concreti esistono inoltre diversi annunci di sperimentazioni avviate, con l’utilizzo di tecniche analoghe, finalizzate alla prevenzione dei suicidi o alla previsione dell’insorgere del Morbo di Parkinson. Tali sperimentazioni, così come altre similari, richiedono ancora lunghi processi di validazione dei risultati, ma le premesse sono comunque interessanti e – se le aspettative risulteranno confermate – le ricadute saranno di notevole portata.

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[/sf_iconbox]I nuovi valori creati grazie ai nuovi asset digitali: business model.

Se volgiamo lo sguardo oltre a quelle che sono le ricadute più dirette, ossia alla creazione di nuovi percorsi diagnostici o di cura e alle evetuali  ricadute economiche ottenibili con nuovi modelli di business, troviamo casi che fanno intuire un nuovo modo di “fare” sanità: un caso d’uso particolarmente esemplificativo è legato al contesto delle modalità di rimborso da parte delle assicurazioni private basate sulle performance.
Tali modalità stanno infatti spingendo i fornitori di servizi sanitari a una maggiore proattività, sino ad arrivare ad approcci che mirano al mantenimento del livello di salute del paziente piuttosto che all’erogazione di un processo di cura secondario a una malattia, ed è chiaro come – con tale obiettivo – il paziente sia sicuramente uno degli attori principali del processo evolutivo. Di conseguenza si stanno sviluppando modelli di business nei quali il paziente viene letteralmente ricompensato se accetta di modificare alcuni suoi stili di vita potenzialmente a rischio.
[bctt tweet=”Nuovi modelli di business in sanità: il paziente è ricompensato se abbandona stili di vita a rischio per la sua salute.” username=”MapsGroup”]
E’ ciò che fa la società Weltok, ad esempio, che riconosce premi in denaro a coloro che accettano di adeguarsi a precisi piani di intervento preventivo, finalizzati ad esempio a perdere peso, ad aumentare l’attività fisica, a migliorare la regolarità nel seguire le procedure terapeutiche nel caso di pazienti cronici e così via.
Tale azienda, infatti, essendo in grado di acquisire milioni di dati da differenti fonti, realizza modelli predittivi che le consentono di attribuire un valore a ogni buona pratica, e, di conseguenza, di monetizzarla in termini premiali.
Chi paga per questi premi? Di volta in volta le assicurazioni sanitarie, le aziende nell’ambito dei loro piani di welness, le pubbliche amministrazioni… In pratica secodno questo modello vincono tutti: il paziente riceve un premio e le assicurazioni sanitarie vedono ridursi i rischi di incidenti, mentre in generale si ottiene una popolazione più in salute, con meno costi sanitari pubblici ed aziendali.

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[/sf_iconbox]I miglioramenti dei processi operativi interni: operating processes

In conclusione alla panoramica effettuata, valutiamo alcuni casi d’uso in cui la predictive analysis è stata applicata per rendere più efficienti gli attuali processi operativi sanitari. È evidente come avventurarsi in questi argomenti – senza aver prima di tutto stabilito come misurare il cosiddetto “outcome”, ovvero i risultati misurabili ottenuti – sia un percorso denso di insidie.
Un indicatore che viene utilizzato in tali contesti è la percentuale delle riammissioni ospedaliere successive ai ricoveri fattore che è stato ad esempio considerato presso l’University of Pennsylvania, che ha individuata un’apposita metrica ottenuta attraverso la combinazione di molteplici misurazioni a partire da dati di monitoraggio, clinici e di laboratorio. Il fine è quello di  individuare i pazienti che sono a rischio di rientrare nel percorso ospedaliero nei successivi 30 giorni post-ricovero.
L’obiettivo che si sono posti i ricercatori, in questo caso, è dunque quello di ottimizzare gli interventi di cura su quei pazienti che sono maggiormente a rischio di ricadute nei primi giorni successivi alle dimissioni. L’ospedale, grazie a queste tecniche di profilazione, può così differenziare i protocolli di dimissione su pazienti specifici, al fine di ridurre il rischio di riammissione. Come? Ad esempio avviando  pratiche di educazione sullo stile di vita, o prevedere appuntamenti telefonici per monitorare l’andamento dello stato di salute del paziente anche al di fuori dal ricovero, approntare tecniche di riconciliazione farmacologica…
[bctt tweet=”Indicatori  a partire da dati di monitoraggio, clinici e di laboratorio, valutano il rischio. ” username=”MapsGroup”]
L’impatto positivo sulle finanze degli ospedali rispetto alla criticità delle riammissioni ospedaliere può essere particolarmente importante. In uno studio realizzato dalla Regione Toscana del 2014 relativo ad alcune patologie, si indicava ad esempio un indice di riammissione compreso tra il 15% e il 18%. E se purtroppo ad oggi non sono ancora disponibili i risultati ottenuti in questa specifica sperimentazione, altri dati della letteratura scientifica dimostrano come la riduzione del rischio di riammissione, usando i modelli predittivi, può raggiungere il 12%.
Un caso analogo è quello applicato in un grande ospedale texano che utilizza i dati presenti nei sistemi EHR (Electronic Health Record), per identificare già dalle prime ore del ricovero i pazienti con maggiore rischio di riammissione. In questo modo si concentrano le cure più appropriate fin dall’inizio del ricovero. Il modello utilizzato acquisisce 29 tipologie di dati clinici, sociali e sullo stile di vita del soggetto, identificando i pazienti a maggior rischio di riammissione. Le pratiche cliniche conseguenti hanno permesso di ridurre la percentuale di riammissione dal 26,2% al 21,2% nei pazienti con malattie cardiache.
[bctt tweet=”Le cure più appropriate, utilizzando sistemi predittivi, possono essere stabilite fin dal ricovero” username=”MapsGroup”]
Un ulteriore sistema predittivo, operativo nella Unit per le cure intensive (PICU) del Children’s Hospital of Pittsburgh, permette di prevedere se e quando i piccoli pazienti subiranno dei cambiamenti significativi delle loro condizioni di salute. Tali campanelli di allarme – altrimenti difficili da decifrare da parte dello staff medico – evitano spesso le conseguenze altrimenti dovute a eventuali interventi tardivi.
In questo caso i medici monitorano un altro indice (pRI), che aggrega 26 variabili cliniche importanti con le quali valutare il rischio complessivo sul paziente. Il sistema individua quindi in via preventiva le situazioni che potrebbero vedere peggiorare lo pRI del singolo paziente, permettendo di intervenire in maniera tempestiva e sistematica. In questo modo, tra l’altro, si riduce il rischio di mancato intervento.
I risultati relativi all’utilizzo di tale pratica sono consultabili a questo link, dove si evince che l’utilizzo dell’indice pRI è uno strumento predittivo ad alta specificità (99%), mentre rimane ancora da migliorare dal punto di vista della sensibilità (dal 13% dei casi meno gravi, al 56% dei casi molto gravi).
Le pratiche di monitoraggio standard sono quindi ancora insostituibili, ma questi studi mostrano che questi tipi di strumenti permettono di ridurre significativamente l’errore umano.

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Ciò che non si tocca con mano, ma al quale credere.

Analizzando questi casi d’uso si può affermare che l’influenza delle tecniche di predictive analysis, nel settore sanità, possono essere ancora solo intuite, più che toccate con mano, ma ciò che è veramente notevole, in questo caso, sono i possibili impatti delle stesse una volta messe a punto.
Su tutti e tre gli ambiti analizzati possiamo affermare infatti che vi sono potenziali di innovazione elevatissimi, sia nell’ambito del miglioramento delle attuali procedure terapeutiche che delle nuove procedure diagnostiche.
Ma ancora più interessante sono i nuovi approcci che, agevolati da tali innovazioni tecnologiche, mirano a ridefinire il ruolo dell’organizzazione sanitaria nell’ottica di preservare la salute a monte piuttosto che intervenire in termini di diagnosi (e cura) a valle dell’eventuale malattia.
Benvenuti quindi ai big (o small) data, se sono accompagnati da algoritmi e modelli predittivi che renderanno concrete tali promesse.

Maurizio Pontremoli

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ABOUT MAPS GROUP
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Il Gruppo Maps, dalla sua nascita ad oggi, opera nei settori business intelligence, data mining e machine learning, con lo scopo di passare dai Big data ai Relevant Data.
In questa prospettiva si realizza l’attività del gruppo, che persegue gli obiettivi strategici e operativi dei propri clienti attraverso la raccolta di dati che, analizzati e adeguatamente trattati e modellati, sono in grado di creare nuovi asset digitali creando prodotti e servizi innovativi o migliorando nettamente le performance delle attività già in essere.
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ABOUT MAURIZIO PONTREMOLI
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Imprenditore nel settore IT con avanzate competenze informatiche e lo sguardo di un Fisico, si occupa dello sviluppo di nuovi business nel settore dell’innovazione tecnologica.
Condivide con il Gruppo Maps, di cui è fondatore e AD, una missione specifica: trasformare in asset gli scenari sempre più complessi della Big Data Science con un sguardo attento alle pratiche più avanzate di condivisione, valore fondante della conoscenza e condizione sine qua non per l’evoluzione della stessa.
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