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Maps Group e il telelavoro: da sette anni sul “filo” della fiducia.

Ci sono giorni che, anche in un’azienda, rappresentano un punto di partenza e un traguardo insieme. Per Maps lo è stato giovedì 11 febbraio del 2010 quando, in notevole anticipo su quelle che erano le consuete pratiche contrattuali del tempo, ai nostri dipendenti è arrivata una mail che conteneva la prima bozza d’accordo sul TELELAVORO.
Il documento, in accordo con le parti sindacali, è stato poi perfezionato nei mesi successivi, e da allora questa pratica – considerata ancora oggi innovativa – fa parte integrante delle policy aziendali del gruppo.
Nella nostra azienda è infatti radicata da sempre la convinzione che – laddove il tipo di progetto al quale il dipendente sta lavorando lo permetta – garantire la sua massima libertà nei modi e nei tempi per svolgere l’attività sia un valore da perseguire.
Se dunque un determinato incarico può essere svolto da casa, e questa modalità porta alla persona una serie di vantaggi logistici ed esperienziali (tra cui ad esempio la possibilità di conciliare meglio gli impegni lavorativi con quelli personali), l‘azienda va incontro a queste aspettative senza alcuna remora, in un’ottica di collaborazione e compartecipazione responsabile al lavoro.
A partire da quel giorno Maps ha così “sposato” non solo una pratica concreta di telelavoro, ma ha messo in atto in maniera tangibile un rapporto professionale con i propri dipendenti che non è legato a schemi rigidi e tradizionali, ma è invece volto al raggiungimento di obiettivi comuni nel modo più agevole e soddisfacente per tutti.
La risposta, va sottolineato, è sempre stata positiva, e non solo da parte delle persone già attive in azienda (che ne hanno comunque apprezzato il valore in termini di fiducia e apertura), ma anche in fase di colloquio con nuovi possibili candidati, abituati a scenari lavorativi più tradizionali.
Il risultato di tale pratica è ampiamente positivo. Fin dall’inizio della sua applicazione, infatti, chi ne usufruisce riesce a gestire meglio il proprio tempo, evita di perdere tempo nel tragitto casa-lavoro-casa e se ha la necessità di assentarsi per brevi spazi temporali lo riesce a fare senza compromettere l’operatività e la produttività giornaliera.
Il telelavoro consente infatti una maggiore elasticità oraria (le otto ore lavorative possono essere erogate nell’arco temporale che va dalle 8.00 alle 20.00) e questo permette di recuperare agevolmente eventuali interruzioni.
Attualmente, in base alla richiesta, le ore mensili erogate in modalità di telelavoro sono il 30 – 35% del monte ore di lavoro complessivo dei nostri dipendenti, senza differenze sostanziali di genere. Questo, utilizzandolo sia come modalità standard di lavoro che come opportunità occasionale cui accedere in alcune occasioni o giorni specifici.
Con piena soddisfazione di tutti.

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Corporate

Stare bene in azienda: dai valori all'ambiente lavorativo alla logistica

“Stare bene in azienda per fare bene in azienda”: potrebbe essere racchiusa in questa frase la filosofia che guida il nostro approccio nei confronti del benessere dei propri dipendenti.
Per quanto possibile, infatti, la visione del gruppo nei confronti del lavoro pone al centro la persona quale massimo bene e miglior risorsa che l’azienda intende valorizzare e mettere nelle migliori condizioni possibili per esprimersi appieno.
Tale attenzione si declina all’interno dell’azienda sino dalla sua fondazione in varie attività. Innanzitutto la logistica: tutte le sedi sono state scelte vicino all’ingresso delle autostrade, fornite da mezzi pubblici e in zone di elevata viabilità.
Questo sia per essere facilmente raggiungibili dai clienti che per favorire i dipendenti che si devono spostare da una sede all’altra.
In secondo luogo l’ambiente lavorativo che utilizza non solo arredi, strumenti e impiantistica inappuntabili a norma di legge, ma cerca di andare in contro ai propri dipendenti in un’ottica anche di piacevolezza estetica e comfort. Per quanto riguarda invece le relazioni, in Maps Group sono le più informali possibili, compatibilmente con i ruoli e i contesti.
La gerarchia è quella minima, indispensabile a creare un’organizzazione del lavoro strutturata ed efficiente, e l’ascolto e il dialogo sono costantemente incentivati, grazie anche a una serie di attività di “socializzazione” e relazione in cui tutti possono incontrarsi.
Da non dimenticare inoltre fattori etici:
questi rappresentano infatti una componente imprescindibile dell’azienda, sostenuta dalla professionalità della dirigenza e incentivata nelle attività personale. Il tutto ampiamente esplicitato nel Codice etico cui il gruppo si attiene.
In termini di responsabilità sociale, infine, siamo consapevoli che l’azienda è una parte essenziale del tessuto sociale nel quale esercita la propria attività, e – negli anni – abbiamo sempre posto la massima attenzione alle dinamiche sociali limitrofe, aiutando e sponsorizzando attività meritevoli, tra cui cui ad esempio Noiperloro, Libera, Associazione CENTOPERUNO onlus, Teatro e Salute Mentale, Cooperativa Sociale la Bula.
Il tutto con un unico obiettivo, sia valoriale che produttivo: coltivare il benessere di ciascuno per favorire lo “stare bene” di tutti.

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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

Lo sviluppo umano e il cambiamento: dove siamo e dove stiamo andando. Da Bauer ai Big data. Di Anna Pompilio.

Niente al mondo è così potente quanto
un’idea della quale sia giunto il tempo.

Victor Hugo

Dove siamo e dove stiamo andando…

[dropcap3]Q[/dropcap3]ualche tempo fa ho ascoltato Manuel Muniz parlare di geopolitica, di governance regionale e globale, e di indice di sviluppo sociale.
Manuel Muniz, per chi se lo stesse chiedendo, è Preside della Facoltà di Relazioni Internazionali presso la IE (Instituo de Empresa) University e fondatore del centro per la Governance del Cambiamento, un istituto dedicato allo studio delle sfide poste dall’acceleramento dei mutamenti sociali e tecnologici nei settori pubblici e privati. È direttore del Programma sulle relazioni transatlantiche al Weatherhead Center di Harvard, detiene un JD (giurisprudenza) presso l’Università Complutense di Madrid, un Master in Finanza dallo IEB, un Master in Public Administration presso la Kennedy School of Government, e un DPhil (PhD) in Relazioni Internazionali presso l’Università di Oxford , oltre ad aver vinto numerosi premi… Sembrerebbe insomma uno che ne capisce 🙂

Per quanto mi riguarda non mi posso sfortunatamente annoverare tra quelli che leggono 4/5 quotidiani stranieri al giorno e che sanno esattamente la differenza che passa tra Kinnock e Corbyn o tra Gordon Brown e Pisapia, ma su alcuni “tag” si è acceso il famigerato punto interrogativo e prima di correre il rischio di lanciarmi in una qualche serissima discussione social sul programma dei DUP – e trovarmi in una lista compilata da un algoritmo sotto la voce sicumera – mi sono detta che forse vale la pena di approfondire qualcuno di questi tag qui, in questo luogo. Vado con ordine.

Indice di sviluppo umano: cos’è e perché il PIL non basta.

La nozione di indicatore sociale è stata introdotta nel 1966 da Raymond Augustine Bauer, professore ad Harvard e al MIT e sta ad indicare “statistiche, serie statistiche e ogni altra forma utile a valutare dove noi stiamo e dove stiamo andando, relativamente ai nostri valori e ai nostri scopi”. Una decina di anni dopo, nel 1977, Bauer muore poco più che sessantenne, un’età che per gli standard attuali si può considerare “giovane” e mi chiedo come sarebbe andata a finire se fosse vissuto abbastanza da vedere l’avvento dei Big Data.
[bctt tweet=”Le politiche orientate esclusivamente verso la crescita del PIL potrebbero non essere le migliori.” username=”MapsGroup”]
A partire dunque dagli anni ’60 la letteratura macroeconomica ha concepito una lunga lista di indici e indicatori sociali ed economici, i più rilevanti  dei quali possiamo qui sotto elencare:
[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Il GROSS NATIONAL HAPPINESS (GNH) ideato dal quarto re del Bhutan, il quale riteneva che lo sviluppo sociale dovesse massimizzare la felicità e non limitarsi ad un maggior consumo e all’accumulazione di ricchezza. Il GNH comprende infatti tre indicatori:

  1. conservazione ambientale,
  2. promozione della cultura tradizionale,
  3. buon governo.

[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]  L’INDEX OF SOCIAL HEALTH (ISH) di Marc Miringoff, professore di politica sociale presso l’Università di Fordham che di indicatori sociali ne racchiude addirittura sedici, rappresentativi dei settori che incidono sul benessere come salute, occupazione, reddito, istruzione e sicurezza.
[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] L’indice recepito come misuratore della qualità della vita dei vari paesi dall’ONU – INDICE DI SVILUPPO UMANO (ISU) o Human Development Index (HDI) – è stato invece elaborato nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq e si fonda sulla sintesi di tre fattori:

  1. il PIL pro capite,
  2. l’alfabetizzazione,
  3. la speranza di vita.

anche se non è esente da critiche soprattutto per quanto riguarda la variabile PIL che non permette considerazioni sulle disuguaglianze di reddito o sulla dimensione sociale (istruzione, salute, etc.) e ambientale.

“Già dagli anni Settanta diverse ricerche hanno dimostrato che la crescita del PIL è generata anche da attività che danneggiano gli individui, la società e l’ambiente. Le politiche orientate esclusivamente verso la crescita del PIL potrebbero non essere le migliori per trovare soluzioni politiche e sociali che mirino al benessere e a una crescita sostenibile. I limiti del PIL sono ampiamente riconosciuti ma se benessere, sviluppo e progresso sostenibili sono gli obbiettivi da raggiungere, allora devono essere supportati da un cambiamento degli indicatori utilizzati”

D’Orio, 2013

Ma se già dagli anni settanta diverse ricerche hanno dimostrato che la crescita del PIL è generata anche da attività che danneggiano gli individui, la società e l’ambiente, cosa spinge ancora oggi alcuni governi a portare sconsideratamente avanti politiche che prevedono una crescita non sostenibile?
Mia nonna, che ha quasi novant’anni e considera mettersi lo smalto rosso sulle unghie il massimo dell’emancipazione, liquiderebbe la questione con un categorico “invece di andare avanti andiamo indietro” ma la verità è che per spiegare l’indifferenza colpevole di alcuni ci vorrebbe Thomas Mann più che mia nonna, che pure somiglia un po’ a una nobildonna russa che parla solo francese.
rotta
 

Gestire il cambiamento, da Bauer ai Big Data: Beyond GDP.

Era il 18 marzo 1968 quando Bob Kennedy pronunciò forse il più famoso dei suoi discorsi:

“Il nostro PIL ha superato 800 miliardi di dollari l’anno, ma quel PIL – se giudichiamo gli USA in base ad esso – comprende anche l’inquinamento dell’aria, la pubblicità per le sigarette e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.
Comprende il fucile di Whitman e il coltello di Speck, ed i programmi televisivi che esaltano la violenza al fine di vendere giocattoli ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Comprende le auto blindate della polizia per fronteggiare le rivolte urbane. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere.
Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in poche parole, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.”

Lo sviluppo umano deve rappresentare dunque una nuova accezione dello sviluppo, che serve prima di tutto a ridefinire le priorità di intervento delle politiche economiche e sociali.
Qualche decennio più tardi, nel 2009, una comunicazione della Commissione Europea al Consiglio e al Parlamento Europeo conteneva ancora una volta una riflessione e “l’invito ad elaborare indicatori più completi” – Beyond GDP (Al di là del PIL) “in grado di fornire una base di conoscenze più affidabile per una migliore definizione delle politiche e dei dibattiti pubblici.”
Il lavoro della commissione poneva l’accento su “fattori quali la globalizzazione e i cambiamenti climatici che stanno trasformando sempre più velocemente l’economia, la società e l’ambiente e che rendono necessaria l’elaborazione di politiche capaci di reagire tempestivamente ai nuovi cambiamenti.” Per fare questo, “occorrono informazioni su tutti questi aspetti che siano altrettanto veloci, anche a scapito della loro accuratezza.”
pil
Al di là delle legittime raccomandazioni della Commissione c’è un ulteriore importante elemento da considerare nel quadro delineato poc’anzi: il ruolo della tecnologia che, se da un lato è la chiave di volta del cambiamento in essere (disruptive technologies), dall’altra permette il rilevamento e l’elaborazione di dati, anzi di Big data, che costituiscono in se la risposta al fabbisogno informativo finalizzato a meglio informare i responsabili politici.
[bctt tweet=”Beyond GDP: l’indicatore più affidabile per una migliore definizione delle politiche.” username=”MapsGroup”]
Torniamo per un momento alla definizione di Bauer: statistiche, serie statistiche e ogni altra forma utile per capire chi siamo e dove stiamo andando. Beh, siamo andati decisamente oltre le serie statistiche perchè possiamo:
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]osservare l’ambiente in tempo reale (stazioni di rilevamento, droni, satelliti, immagini postate dagli utenti sui social),
[icon image=”ss-inbox” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]raccogliere ed elaborare dati eterogenei,
[icon image=”fa-bar-chart” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]monitorare il risultato delle scelte pubbliche,
[icon image=”ss-write” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]partecipare alla (ri)definizione di queste ultime.
Ma il viaggio è ancora lungo.

Il Caso Italia.

Nel quadro Europeo, l’Italia è il primo Paese a collegare gli indicatori di benessere equo e sostenibile alla programmazione economica e di bilancio, attribuendogli un ruolo nell’attuazione e nel monitoraggio delle politiche pubbliche.
Nel Documento Programmatico di Bilancio 2017 (DEF) si ribadisce infatti che “la crisi e prima ancora la globalizzazione hanno reso evidenti i limiti di politiche economiche volte esclusivamente alla crescita del PIL. L’aumento delle diseguaglianze negli ultimi decenni in Italia e in gran parte dei Paesi avanzati, la perdurante insufficiente attenzione alla sostenibilità ambientale richiedono un arricchimento del dibattito pubblico e delle strategie di politica economica. In questa prospettiva il Parlamento ha inserito nella riforma della legge di contabilità e finanza pubblica il benessere equo e sostenibile tra gli obiettivi della politica economica del Governo.”
Se tuttavia solo alcuni governi, e solo in tempi recenti, stanno prendendo i primi seri provvedimenti per questioni così importanti nate quasi mezzo secolo fa non c’è da stare allegri, ma voglio augurarmi che la strada ormai sia avviata e che sia finalmente giunto il tempo.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
report.hdr.undp.org/
www.aapor.org 
www.oasis.lib.harvard.edu 
www.ravellolab.org/
www.europarl.europa.eu/
en.wikipedia.org
ec.europa.eu/
[/boxed_content]
 
 

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6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia Sharing Knowledge

In salute e in malattia: il legame d'amore-odio tra l'Uomo e il suo corpo si gioca sul filo del ben-Essere.

Non muovere mai l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima,
affinché difendendosi l’uno con l’altra, queste due parti mantengano
il loro equilibrio e la loro salute.

Platone

L’Uomo: salute e malattia in prospettiva.

[dropcap3]T[/dropcap3]empio sublime dell’anima ed entità palpabile e tentatrice, orizzonte inarrivabile di utopie amorose e carne da macello da seppellire in anonime fosse comuni: il corpo di ogni essere vivente è teatro sia immaginato che dannatamente concreto di battaglie e sogni, desideri inconfessabili e aneliti all’eternità.
In sottofondo, sempre presente, l’assillo dei bisogni stringenti, quotidiani e contingenti della corporeità: cibo, acqua, sonno, amore, azione… All’orizzonte, visibili quanto irraggiungibili, gli scenari dell’infinito cui aspirano da sempre l’anima, il cuore e il cervello dell’Uomo.
[bctt tweet=”Medicina e narrazione: la salute vista come un continuum di significati e valenze possibili.” username=”MapsGroup”]
In tale campo di battaglia di eterne, opposte istanze, si gioca sul filo dell’etimologia anche la schermaglia tra benessere e malessere. La lotta sempiterna del Bene e del Male, insomma, in senso sia concreto che simbolico.
Da qui – a partire dal corpo dell’Uomo, dunque – prendono vita una serie di riflessioni (squisitamente culturali, certo, ma non per questo meno pertinenti) dedicate al tema della cosiddetta “salute”, vista come un continuum di significati e valenze possibili, le cui coordinate cambiano non solo dal punto di vista spaziale e storico, ma anche socio-culturale.
Il tutto in una panoramica che mette in relazione i sistemi sociali deputati alla sanità con i dati (anche di profilazione) che li riguardano…
 

INDICE DEGLI ARTICOLI (in ordine di pubblicazione)

 

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Le forme di un corpo in forma, ovvero il corpo percepito, immaginato e vissuto.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Quando si dice corpo: tutti per uno, uno per tutti!

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]In salute e in malattia: dove, quando, come e perché cambiano le regole del gioco.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Stili di vita DOP e resilienza anche in caso di eventi drammatici: meglio un monitoraggio oggi che una cura domani. A patto che…

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Monitoraggio dei dati, stili di vita, ambiente e partecipazione. Un percorso complesso alla ricerca del benessere.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Dalla raccolta dei dati sensibili alla biometria comportamentale: il nostro futuro lo decidiamo noi!

 
 
In salute e malattia

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6MEMES TRENDS Ambiente, Uomo e Regole del gioco

L'oro blu: una preziosa risorsa a rischio. Di Maria Bonifacio

Così, con un gesto devoto, bere l’acqua nel cavo delle mani
o direttamente alla sorgente, fa sì che penetri in noi
il sale più segreto della terra e la pioggia del cielo.

Marguerite Yourcenar

L’oro blu, una preziosa e sempre più rara risorsa…

Polar-bear-bonifacio-acqua[dropcap3]L[/dropcap3]a vita nel nostro pianeta si è sviluppata nell’acqua e grazie a questo importantissimo, fondamentale e necessario elemento, la vita si è evoluta. Senza l’acqua nulla sarebbe stato possibile. L’acqua ricopre ben il 70% della superficie della terra tanto che il nostro Pianeta, visto dallo spazio, appare come il “pianeta azzurro” per la vastità di oceani e mari. Anche se la superficie terrestre è coperta di acqua, questa è costituita per il 97,5% da acqua salata. L’acqua dolce è per il 68,9% contenuta in ghiacciai e nevi perenni, per il 29,9% nel sottosuolo e solo lo 0,3% è localizzata in fiumi e laghi, e quindi potenzialmente disponibile. Tale quantità corrisponde allo 0,008% dell’acqua totale del pianeta. Si tratta di un quantitativo irrisorio distribuito in modo ineguale sulla superficie terrestre.
Oggi, però, questa preziosissima risorsa è seriamente a rischio a causa dell’alterazione degli equilibri ambientali di cui sono responsabili gli uomini nelle loro attività, dall’agricoltura all’industria e oggi, proprio a causa dell’intensificarsi di queste, la situazione sembra aggravarsi, tanto da allarmare gli esperti per un rischio di carenza di questa fondamentale risorsa. Infatti, gli scarichi industriali e i rifiuti di ogni genere avvelenano le acque di mari, fiumi e laghi; i pesticidi, antiparassitari ed erbicidi in agricoltura contaminano le falde acquifere del sottosuolo e, in più, in molti paesi l’agricoltura intensiva richiede sempre maggiori quantità d’acqua per sostenere la crescita dei consumi, tanto da dover utilizzare più acqua del previsto che però non può rigenerarsi velocemente, così come l’economia attuale richiede. Da tutto questo deriva una progressiva riduzione di acqua potabile e pulita a disposizione dell’umanità, soprattutto dei popoli che vivono nei paesi più poveri. L’acqua diventa, quindi, anche un elemento di disuguaglianza tra paesi ricchi e paesi poveri: per esempio, nell’Africa nera sono disponibili appena 10 litri a testa al giorno, ma la disponibilità idrica indicata dalle Nazioni Unite è di 40 litri.
Negli ultimi cinquant’anni la disponibilità d’acqua è diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi in Asia. La FAO prevede che nei prossimi anni saranno almeno 30 i paesi che dovranno far fronte a crisi idriche croniche. Il rischio è così grande che nell’anno 2025, quando la popolazione supererà gli 8 miliardi di esseri umani, il numero delle persone senza accesso all’acqua potabile potrebbe arrivare a più di 3 miliardi.

L’acqua, condizione necessaria e indispensabile.  

L’acqua è un diritto di base per tutti gli uomini:
senza acqua non c’è futuro, non c’è nemmeno democrazia.

Nelson Mandela

 
E’ quanto sosteneva il Presidente della Repubblica Sudafricana durante la Conferenza internazionale di Johannesburg del 2002 sul clima e sull’ambiente. Va da sé che l’acqua sia condizione indispensabile di ogni progresso civile, sociale ed economico.
Già nel 1994, alla Giornata Mondiale per l’Alimentazione, Papa Giovanni Paolo II sottolineava la necessità di:

“… considerare l’importanza dell’acqua per la vita e la sussistenza degli individui e delle comunità. Giacché ognuno deve avere la possibilità di accesso a rifornimenti d’acqua incontaminata, la comunità internazionale è chiamata a cooperare per proteggere questa preziosa risorsa da forme di utilizzazione non adeguate e dal suo spreco irrazionale. Senza l’ispirazione che deriva dai principi morali profondamente radicati nei cuori e nella coscienze degli uomini, gli accordi e l’armonia che dovrebbe esistere a livello internazionale per la preservazione e l’uso di questa risorsa essenziale saranno difficili da mantenere e portare avanti”.

Un uomo su quattro nel mondo, però, non dispone di acqua potabile: questo l’allarmante dato emerso dal Forum Mondiale sull’Acqua, tenutosi a Kyoto, in Giappone, nel 2003 su iniziativa dell’ONU. La disponibilità di acqua potabile è destinata a diminuire per tutti, in un futuro non lontano, se non si modificherà l’attuale sviluppo economico che ha finito per saccheggiare tutte le risorse del Pianeta. La crisi però sembra abbastanza preoccupante: siccità, effetto serra, distruzione delle foreste pluviali, abbassamento delle falde acquifere, temperature impazzite fuori stagione, permettono di visualizzare tutti i parametri della carenza delle risorse idriche che l’umanità non può e non deve sottovalutare. Se non c’è acqua non c’è vita, ma v’è di più: in alcune regioni del mondo, la scarsità di acqua potrebbe diventare quello che la crisi dei prezzi del petrolio è stato negli anni Settanta: una fonte importante di instabilità economica e politica.
[bctt tweet=”L’acqua, condizione indispensabile sia per la vita umana sia per quella economica e politica.” username=”MapsGroup”]
Tuttavia, a noi sembra davvero lontana la possibilità di non avere più acqua, ma già in alcune parti del mondo questa è un’evidenza che non solo discrimina quelle popolazioni dal resto del mondo, ma è una situazione cronica: carenza di acqua significa agricoltura insufficiente, quindi minore disponibilità di grano e riso, dunque meno cibo e povertà! Bisogna agire consapevolmente ora pensando in grande e a tutti – anche a coloro che sembrano distanti anni luce – e non al proprio orticello. Solo in questo modo, con la collaborazione tra tutti si potrà trovare un rimedio a questo gravissimo problema, che potrebbe causare la fine della nostra umanità così come la conosciamo!

L’elogio alla legge e alle buone pratiche.

L’Italia è uno dei pochi paesi che dispone di una legge di riferimento che riguarda i sistemi di trattamento delle acque potabili.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Il DM 25/2012 stabilisce prescrizioni tecniche relative alle apparecchiature per il  trattamento dell’acqua destinata al consumo umano e prevede una serie di norme a tutela del consumatore indicando, per i diversi sistemi di trattamento, le linee guida. Per ogni impianto:

  • debbono escludersi generiche definizioni di ”purificatori d’acqua”;
  • occorre presentarlo per le sue caratteristiche effettive, e accompagnarlo da un manuale d’uso e di manutenzione;
  • è necessaria la dotazione di valvole di non ritorno e di un contalitri o di un sistema che assicuri la regolare manutenzione in funzione del tempo e dei litri erogati.

Le caratteristiche del trattamento, la loro efficacia e la loro durata nel tempo devono essere validate da un protocollo sperimentale che dimostri che quanto asserito non sia frutto di “entusiasmo commerciale”, ma abbia un riscontro oggettivo.

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[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Il DL 31 del 2001 (e successive modifice DL 27 del 2002) stabilisce a priori i parametri di potabilità dell’acqua. E’ l’applicazione della direttiva europea 98/83 CE. Tutti i sistemi di trattamento non possono peggiorare in alcun modo i parametri dell’acqua in ingresso, fornita dall’ente di distribuzione.

L’installazione di questi impianti, quando non fatta in proprio, deve essere affidata ad installatori capaci di rispettare le diverse norme e di rilasciare una dichiarazione di conformità, il tutto secondo la Legge 37/08. Le norme UNI sono di guida al tecnico installatore. Questi apparecchi installati in ambiente domestico e negli uffici sono a tutti gli effetti degli elettrodomestici e devono seguire la direttiva CE.

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[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Non bisogna dimenticare che la normativa a difesa del consumatore DL 24/2002 (privato cittadino, non soggetto con partita iva) in fatto di garanzia prevede un periodo di 24 mesi di totale copertura per i costi di manodopera che di parti di ricambio (sono escluse le parti di consumo). E’ bene precisare che se l’impianto viene venduto con l’installazione compresa, il cliente ha diritto all’assistenza totalmente gratuita in loco. Nel campo pubblico, (ristoranti, alberghi, bar, mense, uffici) gli obblighi principali di legge sono il rispetto del DL 155 del 1997 che definisce la prassi per una corretta prevenzione igenico-sanitaria (HACCP).

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[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Con il DL 181 del 2003 si rende obbligatoria la comunicazione al cliente sull’origine dell’acqua servita con la precisa frase ”acqua potabile trattata/e gasata”.

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L’economia circolare salverà il pianeta?

Fatti gli opportuni cenni alla normativa, va da sé che la parola passi inevitabilmente all’economia circolare: la vera rivoluzione culturale che salverà il Pianeta.
A tal proposito, in relazione al tema dell’approvvigionamento di risorse con riferimento all’acqua, e in considerazione della carenza che si sta sperimentando in alcune zone del pianeta anche per i cambiamenti climatici in atto, il riutilizzo delle acque reflue trattate in condizioni sicure ed efficienti rispetto ai costi è individuato come un utile strumento per aumentare l’approvvigionamento idrico e alleviare la pressione sulle risorse naturali, in quanto contribuisce anche al riutilizzo dei nutrienti in sostituzione dei concimi solidi. L’uso appropriato di acqua reflua depurata:
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Dipende dalla sua qualità e, di conseguenza, dal trattamento a cui è stato sottoposto.
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Può incontrare resistenza da parte del consumatore, per cui a tale pratica va affiancato un adeguato impegno pubblico e una adeguata campagna di comunicazione.
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Va adeguatamente incentivato lo sviluppo di innovazione, tecnologie e tecniche per il riutilizzo dell’acqua, fornendo opportunità di business per il settore industria dell’acqua per arrivare a poter avere dei costi sostenibili. La stimolazione di nuove tecnologie è anche incoraggiata da iniziative quali il Partenariato europeo per l’innovazione sull’acqua.
E’ evidente che il riutilizzo irriguo dei reflui depurati può contribuire a raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del millennio delle Nazioni Unite (o MDG)
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]promuovendo una maggiore disponibilità di acqua e la riduzione della povertà attraverso l’utilizzo di soluzioni tecnologiche appropriate;
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]incentivando la sicurezza alimentare, un aumento della qualità della vita e un miglioramento della salute;
[icon image=”ss-droplet” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]favorendo il benessere dei cittadini e il miglioramento dell’ambiente urbano (si veda l’utilizzo di fontane) anche attraverso attraenti paesaggi irrigati, parchi urbani e gli impianti sportivi nelle comunità.
[bctt tweet=”Il riutilizzo dei reflui depurati può alleviare la pressione sulle risorse naturali.” username=”MapsGroup”]
Da questa disamina emerge chiaramente, a livello generale, l’importanza che sempre più assumono la ricerca e l’innovazione per lo sviluppo della bioeconomia ed il passaggio ad un’economia circolare. Nello specifico, per il tema delle risorse idriche nel contesto dell’economia circolare, si evidenzia chiaramente il ruolo che possono svolgere i Consorzi di bonifica, sia in relazione al contributo nell’individuazione e certificazione di etichette verdi riferite a processi produttivi sostenibili in termini di uso delle risorse naturali, sia con riferimento al riutilizzo irriguo dei reflui depurati.
Infatti, sono proprio i Consorzi che, in quanto enti pubblici con una presenza capillare sul territorio e dotati delle adeguate professionalità tecniche e gestionali, possono avviare un percorso di adozione di tale pratica utilizzando i fondi pubblici comunitari per la realizzazione dei necessari investimenti e l’adeguata valutazione dei  costi connessi, individuando una tariffa non penalizzante per l’utente e avviando il processo di partecipazione e condivisione con il pubblico.

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Maps Group: Knowledge & Control

[spb_row wrap_type=”full-width” row_bg_type=”image” bg_type=”cover” parallax_image_height=”content-height” parallax_image_movement=”fixed” parallax_image_speed=”0.5″ parallax_video_height=”video-height” parallax_video_overlay=”none” row_overlay_opacity=”0″ row_padding_vertical=”0″ row_margin_vertical=”0″ remove_element_spacing=”yes” row_el_class=”mt0 pt0″ width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” el_class=”mt0 pt0″ width=”1/1″ el_position=”first last”]

Maps Group

[one_half]

Maps Group:
knowledge & control

From complex data to knowledge:
guide your company into the future!

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[/spb_text_block] [blank_spacer height=”40px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [/spb_row] [spb_row wrap_type=”content-width” row_bg_type=”image” bg_type=”cover” parallax_image_height=”content-height” parallax_image_movement=”fixed” parallax_image_speed=”0.5″ parallax_video_height=”video-height” parallax_video_overlay=”none” row_overlay_opacity=”0″ row_padding_vertical=”0″ row_margin_vertical=”0″ remove_element_spacing=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”2/3″ el_position=”first”]

More than just a simple software solution provider, Maps Group has made semantics-based data organization its core business. We design and develop tools that work alongside companies and public sector entities and organizations in their decision-making and operational processes.

And we do this using systems capable of interpreting complex data and facilitating its use and sharing, including in real time, within a business context.

[/spb_text_block] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/3″ el_position=”last”]

Guide your company into the future!
Contact Maps Group.

[sf_button colour=”white” type=”standard” size=”large” link=”http://mapsgroup.it/contatti/” target=”_blank” icon=”” dropshadow=”no” extraclass=””]Contact Us[/sf_button]

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[/spb_text_block] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

From healthcare to marketing, managing environmental cycles or public administration, the products developed by Maps Group allow you to make the transition from Big Data to Relevant Data by extrapolating and accessing the information most useful to your business.

Added to this is our ability to design custom software solutions conceived to meet the specific needs of a company or public entity, by automating and simplifying all those processes that require precision, rapidity and proper handling.

[/spb_text_block] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

MAPS GROUP’S MAIN PRODUCTS

[/spb_text_block] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [/spb_row] [spb_row wrap_type=”content-width” row_bg_type=”image” bg_type=”cover” parallax_image_height=”content-height” parallax_image_movement=”fixed” parallax_image_speed=”0.5″ parallax_video_height=”video-height” parallax_video_overlay=”none” row_overlay_opacity=”0″ row_padding_vertical=”0″ row_margin_vertical=”0″ remove_element_spacing=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block title=”WEBDISTILLED” pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/4″ el_position=”first”]
Webdistilled di Maps Group

The semantic analysis system for marketing and communications agencies that is based on real-time marketing.

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[/spb_text_block] [spb_text_block title=”CLINIKA” pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/4″]
Clinika di Maps Group

Semantics-based processing tool for clinical data to provide support for strategic decision-making in the healthcare sector.

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[/spb_text_block] [spb_text_block title=”GZOOM” pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/4″]
Gzoom di Maps Group

An effective support for governance in public bodies and complex organizations, from the standpoint of transparency and efficiency.

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[/spb_text_block] [spb_text_block title=”GREENNEBULA” pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/4″ el_position=”last”]
Greennebula di Maps Group

Cloud system for online management of environmental permits without additional responsibilities regarding waste for each activity.

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[/spb_text_block] [/spb_row] [spb_row wrap_type=”content-width” row_bg_type=”image” bg_type=”cover” parallax_image_height=”content-height” parallax_image_movement=”fixed” parallax_image_speed=”0.5″ parallax_video_height=”video-height” parallax_video_overlay=”none” row_overlay_opacity=”0″ row_padding_vertical=”50″ row_margin_vertical=”0″ remove_element_spacing=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

These are the organizations and companies that have made Maps Group their partners or service providers:

[/spb_text_block] [blank_spacer height=”30px” width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
referenze maps group
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[/spb_text_block] [/spb_row] [impact_text include_button=”yes” button_style=”standard” title=”Contact Us” href=”/en/contacts” color=”lightgrey” target=”_blank” position=”cta_align_right” alt_background=”alt-five” el_class=”mb0″ width=”1/1″ el_position=”first last”]
Guide your company into the future! Contact Maps Group.
[/impact_text]

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Information and communications technology Sharing Knowledge

Le figure professionali dell'ICT: come riconoscerle. Di Giulio Destri

[dropcap3]C[/dropcap3]apita spesso che chi lavora nel settore IT o ICT abbia qualche difficoltà a spiegare in poche parole il proprio lavoro a chi non conosce bene il settore. Questo è anche dovuto all’enorme evoluzione che c’è stata nel corso degli anni. Vediamo di fare chiarezza ed esplorare le competenze di queste figure professionali.

Breve biografia istituzionale dell’ICT

L’ICT che, come visto nell’articolo precedente, “è oggi un pilastro fondamentale per la nostra società e per la nostra vita”  ha ormai decenni di attività alle spalle e ha subito una evoluzione non comparabile con quella di altri settori tecnologici umani.
In particolare, negli ultimi 15 anni si sono verificati tanti cambiamenti per i profili professionali operanti nel campo ICT, con una moltiplicazione enorme di titoli e job description, che ha portato contestualmente a un grande disordine e alla non effettiva comprensione di chi fa che cosa all’interno della definizione di l’ICT. Situazione, questa, in comune comunque con diversi altri settori professionali, all’interno dei quali sono nate nel corso degli anni professioni del tutto nuove.
In questo quadro, il 14 gennaio 2013 in Italia è stata emanata la Legge n. 4 recante “Disposizioni in materia di professioni non organizzate”, norma di particolare interesse per chi svolge professioni appunto non organizzate in ordini o collegi, a esclusione delle attività artigianali, commerciali e in generale di tutto ciò che è già normato o disciplinato.
Sulla base di questo mandato UNINFO, la sezione dedicata alla regolamentazione ICT di UNI, l’Ente Italiano di Normazione, ha emanato la norma UNI 11506:2013 dal titolo “Attività professionali non regolamentate – Figure professionali operanti nel settore ICT – Definizione dei requisiti di conoscenza, abilità e competenze”, in vigore dal 26 settembre 2013.
[bctt tweet=”La norma UNI 11506:2013 definisce i criteri per le figure professionali nel settore ICT.” username=”MapsGroup”]
Questa norma definisce i criteri generali delle figure professionali operanti nel settore ICT stabilendo i requisiti fondamentali per l’insieme di conoscenze, abilità e competenze che le contraddistinguono, e si applica alle figure professionali indipendentemente dalle modalità lavorative e dalla tipologia del rapporto di lavoro (dipendente, freelance o libero professionista iscritto a un Ordine professionale).
La norma UNI 11506 è stata redatta a partire dal quadro europeo di riferimento delle competenze e dei relativi skill “eCompetence Framework (e-CF)”, trasferendolo al contesto italiano. L’Italia, con la norma UNI 11506, è stata la prima nazione a livello europeo a dotarsi di uno standard per le competenze ICT, diventando per la prima volta anche propositore e anticipando altre nazioni: l’organo di normazione della Unione Europea, il CEN, ha rilasciato nella primavera 2016 la nuova norma EN 16458-1, basata sulla nostra UNI11506, con tanto di traduzione italiana già pronta.
La continua crescita e la necessità di costruire un sistema evolvibile ha infine portato alla normativa completa attualmente in essere dal 2016, la UNI 11506-11621, norma “multi-parte” che definisce:
[icon image=”ss-layergroup” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Livello 1: le 6 famiglie fondamentali di profili, legate alle specifiche funzioni necessarie per tutto il ciclo di vita di un servizio ICT, e le regole per costruire un profilo professionale ad esse legato.
[icon image=”ss-layergroup” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Livello 2: entro una (o più) di queste funzioni i 23 profili professionali fondamentali dell’ICT, detti anche profili di “seconda generazione”.
[icon image=”ss-layergroup” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Livello 3 e successivi: profili di “terza generazione”, definiti seguendo le regole del livello 1 e collegati con i profili di seconda generazione.

I fornitori del servizio ICT: famiglie e profili


Vediamo ora le “famiglie” fondamentali in cui sono suddivisi i profili, tenendo presente che viene riconosciuta la necessità di strutturare un piano di business in cui inserire il progetto di un servizio ICT, dal suo concepimento alla sua entrata in servizio, sino alla sua dismissione. Ricordiamo inoltre che per servizio ICT si intende una unità funzionale, composta di software, hardware e reti, che eroga un valore per i suoi utenti. Esempi di servizi ICT possono essere un social media come Facebook, un servzio mail come GMail, un software ERP come SAP, un software come la suite Office di Microsoft o una app come quella per pagare un parcheggio.
Diventano quindi necessari gli ambiti:
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Business Management: gestione dal punto di vista business ed economico, deve garantire un ROI per il servizio.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Technical Management: gestione metodologica e tecnica, presuppone l’uso delle tecniche di Project Management applicate al contesto ICT.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Design e Plan: progettazione tecnica ed architetturale, dove è compresa la raccolta dei requisiti e la definizione delle esigenze funzionali cui il progetto pone una risposta.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Build: costruzione tecnica del servizio obiettivo del progetto, quindi sviluppo, integrazione e collaudi.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Run: parte di esercizio, in cui il servizio deve svolgere il compito per cui è stato creato rispettando i parametri di funzionamento stabiliti durante le fasi precedenti.
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Enable: tutto l’insieme delle attività di supporto che abilitano il funzionamento del servizio, che comprendono anche le relazioni commerciali tra entità giuridiche diverse (ad esempio clienti-fornitori).
ICT-Destr1
Il quadro va pensato in termini temporali: tutti i servizi sopra citati non sono entità statiche, che una volta realizzate rimangono costanti, ma strumenti che evolvono nel tempo, seguendo le mutevoli esigenze funzionali di chi le usa. Pensiamo, ad esempio, a come nel tempo si sono evoluti Facebook o GMail. Ne deriva che, in realtà, il ciclo plan-build-run si ripete continuamente nel tempo, con l’aggiunta di funzionalità sempre nuove e la correzione di errori e imprecisioni.

Altri profili e prossime sfide

Nel diagramma sottostante sono invece rappresentati, inquadrandoli nei 6 ambiti fondamentali, i ruoli di seconda generazione, che devono svolgere le funzioni degli ambiti fondamentali. Tra di essi sono riconoscibili alcuni ruoli “storici” come il developer o sviluppatore, il CIO – evoluzione dell’ EDP/IT Manager, l’IT Project Manager, il Business Analyst o analista funzionale, il Sysadmin o sistemista [2].
 
ICT-Destri2
 
Alcuni ruoli sono di collocazione “varia”, come l’ICT Consultant, che è a cavallo fra diversi ambiti. O il Service Manager, che si colloca fra la gestione tecnica ed il run. Altri ruoli sono nati con le nuove tecnologie, come il Business Information Manager, responsabile, fra l’altro, delle informazioni e della conoscenza in un’azienda e figura funzionale che dovrà un domani dirigere chi si occupa materialmente di Big Data.
In ogni caso è stabilita una nomenclatura standard, che identifica ruoli precisi e gli associati compiti e definisce ordine nel mare magnum dell’ICT, finora molto anarchico. Il quadro sicuramente si evolverà nel tempo al procedere della evoluzione dell’ICT e nuovi profili dovranno essere creati.
La certificazione professionale [3], disponibile per profili come il Security Specialist, l’IT Project Manager ed il Business Analyst, aggiunge valore alla figura del professionista che la possiede, in quanto riconosciuta da Accredia, l’Ente Italiano di Accreditamento.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
Inquadrato il discorso in ambito generale, proviamo ora a entrare più nello specifico. 
[/sf_iconbox]

[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un’azienda di informatica italiana, come ad esempio il Gruppo Maps, di che profili ha bisogno? 

Senz’altro di molti Developer, Test Specialist e Digital Media Specialist, di alcuni sysadmin, DBA, network specialist e technical specialist, di diversi Business Analyst, System Analyst e Systems Architect, di diversi Project Manager e Account Manager, di almeno un Quality Assurance Manager. Il tutto tenendo conto del fatto che più ruoli possono essere ricoperti dalla stessa persona, magari in diversi progetti, purché essa abbia gli skill necessari e il tempo uomo sufficiente a disposizione.

[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un’azienda non di informatica, invece, di che profili ha la necessità?

Sicuramente di un CIO, di un Security Manager, di diversi sysadmin, network specialist e DBA, di service desk agent. Inoltre di ICT Consultant e Technical Specialist, questi ultimi tipicamente esterni. Se è presente un settore di sviluppo interno saranno necessari anche diversi developer.

[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Un’ultima questione: chi si affaccia per la prima volta al mondo dell’ICT può, da subito, aspirare a ricoprire uno qualsiasi di questi profili?

Nella maggior parte dei casi no, perché i ruoli più manageriali richiedono sicuramente anche esperienza operativa sul campo.

Nel prossimo articolo vedremo come l’Università prepara le persone che diventeranno i professionisti ICT di domani.
 
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
[1] www.wikipedia.org
[2] Giulio Destri, “Sistemi Informativi. Il pilastro digitale di servizi ed organizzazioni”, Ed. FrancoAngeli, 2013
[3] www.certificazioneprofessioni.org
 
[/boxed_content]
 
 

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Performance da 10 e lode! Sharing Knowledge

Si parla tanto di velocità (di connessione, di risposta etc), ma le performance "naturali" ci stupiscono ancora!

[dropcap3]A[/dropcap3]bituati come siamo, ultimamente, a celebrare le meraviglie dell’innovazione e della tecnologia, rischiamo di dimenticare l’origine prima di ogni invenzione umana: l’esempio che l’orizzonte del Regno naturale e delle sue tante creature viventi ci regala ogni giorno.

Velocità e Rapidità: il Rondone

Il rondone caduto sul marciapiede,
aveva le ali ingrommate di catrame,
non poteva volare.

Eugenio Montale, Il rondone.

Uno degli esempi prima accennati, campione di velocità e rapidità, è il rondone. Capita di vederli in cielo in gruppo, a primavera inoltrata, impegnati in picchiate e risalite. Persino oggetto di una delle liriche di Eugenio Montale, i rondoni sono uccelli capaci di sorprendere per le loro eccezionali prestazioni fisiche e per le incredibili performance.
In grado di viaggiare fino a 900 chilometri in un giorno, il rondone comune (Apus apus) può rimanere in volo per ben sedici ore senza una sosta. Ciò gli permette di percorrere, nella propria vita, circa 5 milioni di chilometri, pari a 125 giri completi della Terra e 6 volte la distanza tra terra e luna!
Incredibili sono anche le prestazioni del rondone maggiore (Tachymarptis melba): grazie alle registrazioni di un chip innestato su alcuni esemplari, durante uno studio scientifico condotto qualche anno fa, è stato confermato come si nutrano e si riposino in volo, senza atterrare, addirittura per sei mesi consecutivi.
[bctt tweet=”L’orizzonte del mondo naturale ci regala ogni giorno performance di straordinarie creature viventi.” username=”MapsGroup”]

I segreti del Rondone

Il segreto di queste prestazioni eccezionali sta nella particolare conformazione del loro corpo, che pare creato apposta dalla natura per sostenere la fatica e i lunghi voli. Minuto, dalla testa schiacciata, è dotato di una coda che funge da perfetto timone, mentre le zampe sono piccole e retrattili, peraltro incapaci – ironia della sorte – di sostenere il salto per spiccare il volo qualora un rondone cada accidentalmente a terra e voglia riprendere la via dell’aria. I lunghi artigli gli permettono però di aggrapparsi a sporgenze di rocce e muri e – fendendo l’aria a gran velocità con la bocca aperta, in un volo scomposto dovuto alla ricerca costante di prede – è anche in grado di inghiottire una gran quantità di insetti sempre rimanendo in volo.

E se il rondone è un prodigio di aerodinamicità, in ciò è perfettamente coadiuvato dalla particolare conformazione delle ali. Articolate da muscoli forti, sottili e curve, provviste di penne dure e taglienti, attraverso le varie geometrie che possono assumere, permettono infatti al rondone di variare velocità e volo. Tirandole indietro, il rondone accelera ed è in grado di arrivare fino a 170 Km all’ora, mentre le distende perpendicolarmente al resto del corpo per rallentare, volando a una media di 80-90 chilometri all’ora (pare sia in queste condizioni che il rondone ne approfitta per riposare in volo).
Insomma, il rondone può mangiare, riposarsi e perfino accoppiarsi in volo, cosicché la sua vita trascorre sospesa, senza necessità di atterrare fra noi comuni mortali, che siamo – come direbbe il già citato Montale – della razza di coloro che restano a terra…
Animale dalle molteplici performance, si narra che persino la dipartita del rondone sia spettacolare. Quando sente il momento della fine avvicinarsi, si getta in un volo forsennato, dando fondo a tutte le energie finché, per lo sforzo smisurato, il cuore cede e il piccolo prodigio alato muore. Verità? Leggenda? Cosa importa in fondo… è bello immaginarlo come una freccia scoccata verso l’alto che non si arrende alla caduta.
Così – anche in questi tempi di ipervelocità di banda e di megaconnessioni rapidissime – è bene ogni tanto dare a Cesare ciò che è di Cesare. Pardon, del Rondone!
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.lescienze.it
www.focus.it
www.sapere.it
www.focus.it
[/boxed_content]
 

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6MEMES TRENDS Pillole di Open Data e PA

Trasparenza amministrativa, ascolto e informazione: le buone pratiche di un buon Ente Pubblico. Di Paola Chiesa

[dropcap3]S[/dropcap3]cuola, piattaforme social, mondo delle imprese e media, tutti abbiamo una responsabilità di fronte alla diffusione di false notizie, e tutti possiamo fare qualcosa, perché la falsa notizia non solo distorce la realtà, ma indebolisce le nostre democrazie.

Clicca sull’immagine per ingrandirla

Questo condivisibile invito è stato rivolto dalla Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini il 21 aprile 2017 in occasione della giornata di lavori #bastabufale a Montecitorio.
La responsabilità di cui dobbiamo sentirci investiti, riguarda le varie fasi attraverso cui una notizia, quindi un contenuto, viene alla luce, dalla sua creazione, al corretto utilizzo della lingua, alla divulgazione nei canali informativi, offline ed online.
Chiamiamola pure “responsabilità morale” del cittadino di fronte alla società, che comporta doveri di iniziativa e di partecipazione consapevole estesi a tutti, compresi i giovani e i giovanissimi, come ci ha insegnato il giurista Alessandro Galante Garrone, quando ancora si studiava Educazione Civica a scuola. Perché la società nella quale viviamo può e deve essere da noi continuamente migliorata.
[bctt tweet=”La creazione e la divulgazione di una notizia debbono sottostare ad una responsabilità morale.” username=”MapsGroup”]
A ben vedere, però, già il tema della diffusione in sé delle notizie, prima ancora di analizzare la loro veridicità o meno, si presta a valutazioni interessanti, soprattutto se estendiamo il campo di indagine ad un particolare destinatario: l’ente pubblico, cioé quel soggetto deputato all’esercizio della funzione amministrativa per conseguire l’interesse pubblico. In questo caso infatti, il problema che spesso si riscontra è legato:

  1. alla carenza stessa di informazioni approfondite,
  2. alla loro difficoltà di reperimento,

il tutto frutto di una cultura consolidata nell’ente pubblico che considera la comunicazione come un servizio opzionale, quasi “on demand”, anziché esso stesso un servizio per portare le attività svolte a conoscenza dei cittadini.
Mentre invece, il tema della trasparenza amministrativa e dell’anticorruzione trova tutto sommato un’adeguata disciplina e diffusione nell’ente pubblico, grazie al “decreto trasparenza” (d.lgs n. 33/2012), così come modificato d.lgs. n. 97/2016, per citare i provvedimenti legislativi più recenti che incentivano la cultura della legalità e promuovono il potere di controllo dei cittadini, contribuendo di fatto ad alimentare il rapporto di fiducia tra cittadino e pubblica amministrazione (vedi il nostro white paper “Open Data e Valore Pubblico).

Cosa e come comunica un ente pubblico? L’esempio di un ente pubblico: il Comune.

L’attività di un Comune è espressione di linee guida di natura politica, individuate dagli amministratori e tradotte in azioni dagli uffici. Nello specifico, gli amministratori gestiscono risorse e producono servizi, in applicazione delle politiche cui i cittadini hanno attribuito fiducia attraverso il loro voto.
I risultati dell’attività di gestione sono quindi portati a conoscenza dei cittadini attraverso l’attività di comunicazione.
Il Piano di Comunicazione è lo strumento strategico che permette il coordinamento di tutte le attività di comunicazione, siano esse rivolte all’esterno, o rivolte all’interno dell’ente. L’aggiornamento di tale documento, permette inoltre di misurare i risultati che la comunicazione ha prodotto.
[bctt tweet=”Il Piano di Comunicazione è uno degli strumenti strategici di un Ente.” username=”MapsGroup”]

Quali sono i risultati attesi?

Se l’attività di un Comune è finalizzata a conseguire gli obiettivi che sono stati affidati all’Amministrazione scelta dagli elettori, è normale che il punto di partenza sia costituito dal programma elettorale, che per l’occasione viene adeguatamente suddiviso in una sezione strategica ed in una operativa. Il tutto confluisce nel cosiddetto documento unico di programmazione – DUP – che unisce in sé la capacità politica di prefigurare finalità di ampio respiro con la necessità di dimensionare gli obiettivi alle reali risorse disponibili.
Per questo motivo, pur essendo un documento di durata triennale, le linee programmatiche di mandato e gli indirizzi strategici vengono aggiornati con cadenza annuale, in base alle mutate esigenze; allo stesso modo le decisioni strategiche vengono adeguatamente calibrate con un taglio realistico ed operativo, individuando le risorse finanziarie, umane e strumentali. Di pari passo, quindi, anche la comunicazione non può che essere considerata come un processo in continuo divenire, in quanto al cambiamento di obiettivi e contenuti, mutano necessariamente modalità e strumenti con i quali si comunica.

La comunicazione al tempo dei social media

Se in un Comune l’attività comunicativa esterna tradizionale, fatta di riunioni, assemblee pubbliche, comunicati stampa, gestione dei rapporti con i media, con le associazioni e gli operatori del territorio, è tutto sommato ancora rappresentativa di un modello di comunicazione “verso” il cittadino, l’avvento dei social media ha generato delle conseguenze importanti nel modo di comunicare, relativamente ai tempi di gestione – divenuti molto più rapidi – all’interazione con il cittadino, all’organizzazione interna del lavoro, al coordinamento degli uffici, alla necessità di promuovere la formazione e le competenze digitali tra il personale.
Questa nuovo paradigma della comunicazione “con” il cittadino, se da un lato evidenzia un percorso democratico di avvicinamento delle istituzioni agli interlocutori, dall’altro mette sul piatto importanti questioni da affrontare e risolvere da parte di un ente pubblico, e di un Comune in particolare che, per sua natura, rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo:
[icon image=”ss-highvolume” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]capacità di ascoltare,
[icon image=”fa-comments-o” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]capacità di distinguere la conversazione dall’informazione,
[icon image=”fa-users” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]capacità di considerare il cittadino non solo come portatore di un bisogno, ma anche di competenze e soluzioni.
Questioni, anzi vere e proprie sfide che, se gestite al meglio, possono attribuire al Comune, più che ad ogni altro ente, il ruolo privilegiato di ricostruire quel rapporto di fiducia che si è incrinato tra l’amministratore pubblico ed il cittadino.
Perché allora non provare anche noi, nel nostro piccolo, a gettare qualche seme per consentire la ricostruzione di quel rapporto di fiducia, applicando a noi stessi il cambiamento che vorremmo vedere negli altri, come diceva Gandhi, e sentendoci investiti in prima persona di quella responsabilità morale da cui siamo partiti? Cercando i dati, “ascoltandoli”, analizzandoli, estraendone informazioni utili a comprendere quali sono i bisogni della collettività, mettendoli anche a confronto su area vasta. Con metodo scientifico, per arrivare ad individuare i temi di maggior interesse per i cittadini, lo stadio di conoscenza diffusa, le politiche più adatte per potervi positivamente incidere.
Lo faremo grazie a Webdistilled, un potente software di Social Media Monitoring e Analisi della Reputazione Semantica Online, conducendo un’analisi sui Comuni “social” capoluogo di provincia del Piemonte, ovvero: Torino, Cuneo, Novara, Vercelli, Biella, Alessandria.
Provando ad immaginare, partendo dai dati, un modello di comunicazione sui social che possa incidere positivamente sulla strategia politica e sulla pianificazione operativa di un Comune. Restituendo, infine, ancora dati, risultati, e una Pubblica Amministrazione efficace.
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.lastampa.it
www.harvardmagazine.com
www.futura.news
www.newsandcoffee.it
[/boxed_content]
 

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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

Come apprendono le macchine? L’umanità degli algoritmi e della visione artificiale. Di Anna Pompilio.

“[dropcap3]C[/dropcap3]osi è la vita, in ogni suo momento e soprattutto alla fine, quando sembra di avere appena incominciato a vivere e si scopre – come Husserl – che dobbiamo imparare a morire, e ovviamente non c’è più tempo”.
(Maurizio Ferraris, L’imbecillità è un cosa seria)

La mente umana apprende, cresce e si sviluppa in base a ciò che riceve.

Anche le macchine apprendono, crescono e si sviluppano in base a ciò che ricevono e per nutrire la loro intelligenza hanno bisogno di ricevere una serie di input sottoforma di dati. Anzi, Big data. Parliamo dunque di Machine Learning, di macchine che apprendono. Ma come apprendono le macchine?
[bctt tweet=”Machine Learning: le macchine apprendono, crescono e si sviluppano attraverso i Big Data. ” username=”MapsGroup”]

Gli algoritmi

Le Intelligenze Artificiali apprendono innanzitutto attraverso algoritmi capaci di migliorare automaticamente attraverso l’esperienza.
Per spiegare come funziona la faccenda supponiamo, ad esempio, di voler analizzare il sentiment associato ad un brand e di procedere a tale scopo alla categorizzazione di un testo attraverso (appunto) algoritmi.
I diversi algoritmi necessari alla classificazione di un testo si dividono, tipicamente, in supervisionati e non supervisionati.

  1. Nei metodi non-supervisionati le categorie semantiche a cui appartengono i dati vengono identificate a posteriori andando a cercare ricorrenze all’interno dei gruppi di testi classificati come omogenei, oppure tramite l’incrocio di dizionari di termini o archivi.
  2. Nei metodi supervisionati, al contrario, le categorie semantiche sono conosciute a priori o vengono identificate manualmente in un sottoinsieme di testi, il cosiddetto training set che sarà in seguito utilizzato per programmare l’analisi dei testi. In tal caso si avranno dunque algoritmi che ricevono come input un set di testi – training set – e che restituiranno come output un modello generale da applicare ai testi successivi. In pratica il modello impara le relazioni presenti nel training set per classificare i testi.

Qualunque sia il metodo scelto, il risultato che stiamo indagando – il sentiment associato ad un brand –non è esente da ostacoli e bisognerà tener conto, nello sviluppo del modello, di alcuni punti di attenzione:
[icon image=”fa-cubes” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]attenzione nella costruzione del training set (l’algoritmo non può lavorare efficacemente se le informazioni iniziali sono state ricavate da un training set inaffidabile),
[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]attenzione nella scelta delle features di partenza dove il punto di vista dell’analista potrebbe influenzare l’analisi del problema,
[icon image=”fa-commenting-o” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]attenzione alle ambiguità del linguaggio e ai sistemi di codifica dei dati.
E la lista sarebbe molto lunga…

“Col machine learning – spiega Rosario Sica, Amministratore Delegato di OpenKnowledge – i computer scrivono i loro programmi e imparano algoritmi di straordinaria complessità, che noi non sapremmo riprodurre. Il modo in cui questo accade ha quasi del magico e consiste nel rovesciare i termini della questione. Quando un algoritmo è creato da un programmatore umano esso viene prima di tutto. Poi lo si applica a dei dati. E da questo derivano i risultati. Con il machine learning il processo viene invertito. I computer sono anzitutto nutriti di dati. Poi si definiscono i risultati attesi. E da questo i computer – se provvisti davvero di molti dati e di esempi da cui apprendere – elaborano autonomamente gli algoritmi”.
Molti dati e molti esempi da cui apprendere costituiscono dunque cibo per la mente artificiale: ma se questo nutrimento è composto da cibo spazzatura – visioni distorte, rumore, ridondanza, training set inaffidabili, features discutibili – non finiremo prima o poi in un mondo popolato da droidi ciccioni? 🙂

La visione artificiale

Abbiamo detto poc’anzi che le macchine apprendono attraverso algoritmi ma non è l’unico modo e forse neanche il più efficace.
Nella Visione Artificiale il cibo per la mente artificiale, ossia il set di dati da dare in pasto ai computer, è formato da immagini e si basa sull’intuizione che, invece di concentrarsi solo su algoritmi sempre migliori, è possibile fornire ai computer dei dati per insegnargli a vedere e apprendere autonomamente. Esattamente come fanno i bambini nei primi anni di età, quando imparano attraverso le immagini del mondo reale.
Centinaia di migliaia di milioni di miliardi di rappresentazioni da cui le macchine apprendono. Così riassunta la questione sembra quasi banale se non fosse per il rischio di legare questo apprendimento ad un immaginario collettivo che raccoglie non di rado immagini dubbie, sessiste, razziste, intolleranti e dove il contesto è fatto di avvenimenti falsi, pericolosi, sbilanciati .
[bctt tweet=”Nella Visione Artificiale il Machine Learning è formato da set di immagini e si basa sull’intuizione.” username=”MapsGroup”]
Vi siete mai chiesti ad esempio perché gli assistenti digitali hanno spesso nomi femminili? Sembra, da alcune ricerche, che le persone reagiscono meglio a ordini presi da una voce di donna. Ma bisognerebbe forse sondare su come è stato costruito il training set dell’indagine… Se, dunque, il contesto influenza l’evoluzione delle persone, il risultato di questa evoluzione si trasmette a sua volta ai sistemi di Machine Learning, in una continua estenuante iterazione…
È questo il futuro?

Il caso Microsoft TAY

Tay è un chatbot ed era stato progettato, nelle intenzioni originali di Microsoft, per gestire il rapporti con gli utenti reali impiegando algoritmi di intelligenza artificiale.

“Quanto più si chatta con Tay, tanto più diventa intelligente, imparando a coinvolgere le persone attraverso la conversazione informale e giocosa”.

Così era stato presentato dall’azienda di Redmond ma l’esperimento ha preso ben presto un andamento imprevisto. In meno di 24 ore l’adolescente virtuale Tay, partita dal definire il genere umano “super cool” ha iniziato a divulgare messaggi poco tranquillizzanti che hanno messo in evidenza la sua nuova natura razzista e misantropa. Microsoft ha scelto di disattivare Tay in attesa di modifiche per evitare la diffusione di contenuti offensivi: “Il chatbot Tay è un progetto di machine learning, ideato per l’engagement umano e, man mano che apprende, parte delle sue risposte sono inappropriate e indicative della tipologia di interazione che alcune persone stanno avendo con esso. Stiamo facendo alcune modifiche a Tay”.
In sostanza, dice Microsoft, Tay è lo specchio del mondo con cui si interfaccia e tocca “correggerne” l’evoluzione troppo umana.
[bctt tweet=”Il Machine Learning è influenzato dalla tipologia di interazione con cui si interfaccia.” username=”MapsGroup”]

Dove andremo a finire?

Senza pretesa di dare risposte a domande più grandi di noi, forse può avere un senso ripartire dall’inizio: tornando a quello che si diceva prima – “Quando un algoritmo è creato da un programmatore umano esso viene prima di tutto” – proverei a ribaltare ancora una volta i termini la questione: quando un programmatore umano crea un algoritmo, o influenza l’elaborazione di algoritmi generati autonomamente dalle macchine, il programmatore viene prima di tutto. E dato che la tecnologia, il web o che dir si voglia ha trasformato tutti noi, nessuno escluso, in programmatori (o quantomeno in fornitori di contenuti), dovremmo sforzarci se non altro di essere dei buoni programmatori, di apprendere meglio, di coltivare il senso critico, di non ingannare noi stessi, di usare il metodo dell’immaginazione, del gioco, dell’intrattenimento per inventare nuovi scenari e magari en passant di sbagliare meno.
Non che sia facile, ma così è la vita…
[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]approfondimenti
[highlight]Per saperne di più[/highlight]
www.wikipedia.it
www.ed.com
www.hwupgrade.it
www.internazionale.it
www.ingenium-magazine.it
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