Categorie
6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia Sharing Knowledge

Le forme di un corpo in forma, ovvero il corpo percepito, immaginato e vissuto. Parte prima. Di Natalia Robusti.

La coscienza acuta di avere un corpo:
ecco cos’è l’assenza di salute.

Emil Cioran

Le forme del corpo

[dropcap3]I[/dropcap3]niziamo questo itinerario a tappe sulla rappresentazione culturale della salute e della malattia parlando di quello che ci contiene e – insieme – ci circonda: il nostro corpo.
Il mito della sua cura, infatti, al pari di quello della bellezza e della giovinezza, è un vero e proprio archetipo. Tanto che a ogni latitudine e in ogni tempo il corpo è raffigurato in variabilissime forme espressive che ne rappresentano – ma anche mimetizzano, contrastano, esaltano o censurano – la fragile e sofisticata natura.
Le forme del corpo umano, più o meno “belle”, più o meno in salute, sono non a caso celebrate da sempre dall’arte, nei secoli dei secoli, con alcune eccezioni storico-geografico-culturali che, ancora oggi, lo imbrigliano in una serie di censure e tabù spesso brutali. Dimostrando – loro malgrado – il ruolo cruciale che esso, il corpo, riveste nella cultura di ciascuno.
[bctt tweet=”Il corpo: dalla celebrazione nell’#arte al mito della sua #cura. ” username=”MapsGroup”]
E siccome là, dove si celebra una forma, non possono né debbono mancare adeguate unità di misura, proseguo le mie riflessioni parlando di “canoni”.

Le cifre del corpo

[dropcap3]P[/dropcap3]er canone, in questo ambito, si intendono gli schemi ripetibili e le formule matematiche (o, più in generale, le regole) che le varie parti del corpo debbono rispettare affinché questo risulti “bello” e armonioso.
Già nel 3000 a.C., in Egitto, è individuato ad esempio uno schema canonico particolarmente rigoroso rispetto alle sculture: le statue sono realizzate dividendo l’immagine (di solito rappresentante il Faraone) in ventuno parti.
In tale proporzione il giro-vita corrisponde all’undicesima parte e, così andando, il canone detta i vari numeri da seguire per ogni parte del corpo.

La stessa riflessione sul tema del bello, d’altro canto – che estende le sue ramificazioni verso opposti confini concettuali (tra cui da un lato quello dei sensi, e, dall’altro, quello della verità) – ha origini antiche: l’”Estetica” (cioè la disciplina che studia la bellezza in senso ampio) è argomento principe della filosofia greca, tanto che Aristotele le ha dedicato una delle sue opere più celebri.
Per questo, ancora oggi, si parla di canoni “classici” della bellezza, cui contrapporre – quasi fossero in antitesi – tutti gli altri.
Ma se il tema del bello è collegato al mondo dell’arte in una sorta di simbiosi simbolica (la stessa produzione artistica è spesso motivata dal desiderio di rappresentare la bellezza), il suo valore artistico non coincide con quello, chiamiamolo così, naturale. Non è infatti detto che il ritratto di un bel paesaggio sia necessariamente un bel quadro.
Accade così che il sistema sociale deputato per antonomasia alla valutazione della bellezza, ovvero quello dell’arte e la cultura, ha a sua volta altri canoni di riferimento, in una sorta di rappresentazione in forma di scatole cinesi in cui è impossibile trovare “la più bella del reame”.
Non bastasse questo, il senso del bello – quello che solitamente chiamiamo Gusto – si modifica nel tempo: esiste quindi un bello legato all’attualità, dunque all’estetica di un certo periodo, che in un’altra epoca si può ribaltare completamente.
E non parliamo di ere geologiche: pensiamo al sistema della moda, ad esempio, e a come appaiono ridicoli accessori e mise che solo pochi anni prima erano considerati top di gamma.
Non è bello ciò che è bello, insomma, ma è bello ciò che piace. E così facciamo contenti tutti.
Ma cosa c’entra tutto questo questo con il benessere? C’entra, e parecchio.
Non a caso sono moltissimi i detti popolari che ne declamano l’intreccio, legando l’estetica del corpo al suo stato di salute, tanto da dire che “non ha un bell’aspetto” di chi manifesta uno stato visibile di deperimento fisico.
[bctt tweet=”I detti popolari lo ricordano: l’#estetica del #corpo è legata al suo stato di #salute. ” username=”MapsGroup”]
E qui facciamo un giro di boa attorno a un altro concetto legato alla corporeità e alla sua immagine: quello del “corpo percepito”, avvicinandoci in un battibaleno al legame indissolubile che vincola la sua forma alla sua salute.

Il corpo percepito

[dropcap3]A[/dropcap3]bbiamo presentato l’articolo, non a caso, con una citazione di Cioran, che mette in piena luce un concetto all’apparenza banale eppure denso di significati molto spesso contrapposti, come accade per tutti i concetti complessi ben mimetizzati… Il nostro corpo, nel pieno delle sue funzioni, è per lo più silente, e dà segni di sé solo in occasioni – diciamo così – fuori scala.
Ciò che diamo quasi sempre per scontato, ovvero la nostra stessa percezione del corpo, non lo è affatto.
Potremmo anzi esordire con una sorta di gioco di parole: per sapere di avere un corpo, occorre prima di tutto avere un cervello. Perché – un po’ come per l’uovo e la gallina – anche in questo caso siamo in presenza di un’incerta filogenesi della questione.

Dicevamo del “cervello”, intendendo metaforicamente con questo termine tutte quelle attività di ricezione, elaborazione e condivisione delle informazioni di ogni natura (anche o forse soprattutto fisico-chimiche) che, in quanto esseri viventi, processiamo in ogni istante senza esserne consapevoli attraverso il nostro corpo.
Nel pieno delle sue frenetiche funzioni, infatti, il corpo scompare alla nostra percezione, per poi ricomparire – spesso in maniera dirompente – quando qualcosa non funziona dentro di noi (il corpo che ci contiene, con i suoi organi, i suoi apparati, i suoi meccanismi vitali) o fuori di noi (il corpo che ci circonda, e che attraverso gli organi di senso ci dà conto dell’ambiente in cui siamo immersi).
In questi casi la nostra percezione del corpo si fa più “viva”, attraverso meccanismi che potremmo sintetizzare in due parole: piacere o dolore. Bene o male, insomma. Concetti che, anche in questo caso, non sono necessariamente trasparenti come può sembrare.
[bctt tweet=”Quando non funziona qualcosa dentro o fuori di noi il #corpo riappare nella nostra #percezione.” username=”MapsGroup”]
Un esempio per tutti? Le sostanze stupefacenti, che ci fanno sentire bene anche se ci procurano danni, o le dipendenze in genere, che ci fanno sentire liberi nello stesso istante in cui ci legano a catene invisibili.
Ma c’è un’altra evenienza in cui il corpo si mostra, ed è anch’essa estetica (torniamo alle prime considerazioni), almeno nella sua manifestazione più evidente. La definizione esatta della questione passa attraverso un altro tag, quello dell’immagine corporea.

L’immagine corporea

L’immagine corporea è l’immagine e l’apparenza del corpo umano che ci formiamo nella mente,
e cioè il modo in cui il nostro corpo ci appare.

Paul Schilder – 1935

[dropcap3]E[/dropcap3] qui gli anche gli specchi giocano brutti scherzi, dimostrandoci in primo luogo che la stessa rappresentazione del nostro corpo muta nel tempo, in una metamorfosi percettiva che spesso non porta con sé alcun cambiamento di forma, ma piuttosto una modifica del nostro sguardo.
È custodita nel vissuto di ciascuno, credo, la sensazione di starci più o meno bene, nel proprio corpo, in base a fattori spesso irrazionali, come il fatto di essere di volta in volta troppo alti o troppo bassi, troppo grassi piuttosto che magri…
Assai comune – soprattutto nel passaggio adolescenziale – questo sentiment valeva un tempo di più per le donne (cultura impera), ma, ultimamente, la questione è cambiata anche per gli uomini.

In uno sviluppo evolutivo che segmenta la rappresentazione del corpo in un continuum che parte dall’età infantile, attraversa l’adolescenza e raggiunge l’età adulta, la sensazione di “stare bene con sé stessi” è quindi minata fin dalle sue basi e più o meno consapevolmente dal nostro cervello, o, in questo caso, dalla sua estensione più inattingibile, ovvero la nostra “mente”.
Questa, sulla nostra immagine corporea, ci mette il suo carico da novanta aprendo le porte dall’interno a quella sorta di auto-profezia che si avvera che è la somatizzazione: da malessere interiore il problema si incarna come una stimmate, fino a raggiungere lo stadio di malattia vera e propria.
A complicare la questione c’è il concetto di schema corporeo, la cui primissima rappresentazione si “può far risalire alla seconda metà del XIX secolo nella ricerca fisiologica e neurologica dell’epoca.”
Tale schema, sinteticamente, affianca la nostra immagine corporea alla sua messa in azione, attraverso processi di consapevolezza attivati ad esempio da:

[icon image=”fa-cogs” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la percezione della posizione del corpo (in special modo degli arti) nello spazio;

[icon image=”fa-cogs” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la localizzazione dei vari stimoli cutanei avvertiti come piacevoli o meno;

[icon image=”fa-cogs” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la programmazione di movimenti di stasi, azione o difesa in base all’esterno.

Tale schema, attraverso l’ennesimo “set” di canoni culturali che ci portiamo appresso – ci guida nell’occupare, attraverso il nostro corpo, i luoghi fisici e culturali in cui ci muoviamo.
Ed è interessante notare come, anche in questo caso, lo stesso uso del corpo sia normato in maniera completamente diversa a seconda delle epoche e delle culture in cui è chiamato ad agire.
Pensiamo al fatto di gesticolare, ad esempio, più o meno consentito in base alle circostanze e ai luoghi sociali in cui abitiamo, ma anche alla postura, alla prossemica, a tutte le norme insomma della cosiddetta educazione.
Si tratta in questo caso dunque non di semplici “canoni”, ma di veri e propri script comportamentali che si debbono attivare o meno in base ai “frame” culturali di riferimento e che vincolano la nostra libertà di movimento tanto quanto le vere e proprie Leggi, arrivando a condizionare in maniera soprendentemente stringente il ben-essere o il mal-essere (reale o percepito) del nostro stesso Corpo.
E così, passo dopo passo, ci avviciniamo al tema del prossimo articolo, ovvero: “Quando si dice corpo: uno per tutti, tutti per uno”.

Categorie
6MEMES TRENDS Ambiente, Uomo e Regole del gioco Sharing Knowledge

La saggezza dei Padri: l'economia circolare prima che si chiamasse così. Di Maria Bonifacio.

[dropcap3]L[/dropcap3]’Elogio della Legge non poteva trovare un epilogo diverso: l’Economia Circolare, intesa non come una rivoluzione culturale, figlia della società moderna, bensì come una necessità che affonda le sue radici nella saggezza dei nostri padri.

Giambattista Vico, corsi e ricorsi…

Giambattista Vico, noto filosofo napoletano vissuto a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo, elaborò una teoria sulla storia umana assai singolare.
Secondo il pensiero vichiano, la storia era caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti:

[icon image=”ss-sync” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’età primitiva e divina,

[icon image=”ss-sync” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’età poetica ed eroica,

[icon image=”ss-sync” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’età civile e veramente umana.

Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso, ma era predeterminato e regolamentato dalla provvidenza. Filosofia di pensiero nota come teoria dei corsi e dei ricorsi storici.
In altre parole e per non essere troppo ermetici, Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo, non per puro caso, ma in base ad un preciso disegno della divina provvidenza.

La storia si ripete e un ciclo si conclude.

Nel corso della storia abbiamo assistito a situazioni che ci hanno ricordato precedenti periodi storici, seppur in forme diverse, che ci evidenziavano come un ciclo si stesse per concludere facendo largo al nuovo.
Attualmente stiamo vivendo un periodo che ha letteralmente “tirato troppo la corda”: la mancanza di ciò che è da considerarsi basilare per il semplice vivere dell’essere umano, la carenza e il calpestio dei valori fondanti, quali il rispetto dell’altro, il bisogno del non percepire più il vivere come un sopravvivere, i diritti umani, la libertà d’espressione, la ricerca della verità, la tutela dell’ambiente.
Credo che se volessimo attingere alla nominata teoria vichiana, il ciclo che si sta concludendo è quello dell’età poetica ed eroica. Mentre, il terzo stadio, quello Umano, era considerato da Giambattista Vico il più evoluto, ovvero quello in cui la società sarebbe stata dominata dalla ragione con conseguente uguaglianza tra gli uomini.
Ebbene, dando uno sguardo alle informazioni che viaggiano in rete e alla velocità ivi presente, siamo indotti a sperare che uno di questi giorni si possa improvvisamente assistere all’evoluzione vera e propria.
[bctt tweet=”Oggi manca ciò che è basilare per il semplice #vivere: i #valori fondanti.” username=”MapsGroup”]

E l’economia Circolare?

E da questa premessa passerei a parlare dell’economia circolare che rappresenta, in questo dato momento storico, uno dei principali motori di spinta in ambito economico e di approvvigionamento, nonché di business legato alla green economy. Evocando sempre Vico e andando indietro nel tempo, o meglio di una o due generazioni, la società era basata sul concetto del “non si butta niente, ma si recupera”. I nostri nonni in povertà recuperavano il cibo, il vestiario, le relazioni umane e le bici rotte. Nei fatti sono stati i precursori della teoria dell’Economia Circolare. Dovremmo, dunque, ritornare ai principi di quel tempo in una visione moderna e articolata, tipica delle grandi conquiste fatte da allora ad oggi.
Volendo soffermarsi nello specifico sul problema dei rifiuti in Italia è pacifico che esso richieda un indirizzo legislativo, che vadano, altresì, divulgate e condivise le buone pratiche mediante lo strumento della comunicazione, nonché le soluzioni innovative per la loro gestione e tutto questo, chiaramente, presuppone una revisione organica della normativa.
A tal proposito, gli orientamenti politici della Commissione Europea fanno dell’economia circolare uno dei punti cardini dell’agenda politica UE. Difatti, il 2 dicembre 2015 è stato pubblicato un pacchetto ad hoc – a cui per brevità si fa espresso rinvio – che promuove proprio tale transizione e indica alcune azioni che premono sulla realizzazione di progetti innovativi di riutilizzo e valorizzazione delle risorse. Per dare un’idea, in sintesi, il primo vicepresidente Frans Timmermans, responsabile per lo sviluppo sostenibile ha dichiarato:

“La creazione di un’economia circolare in Europa costituisce una priorità fondamentale per questa Commissione. Oltre ai progressi già messi a segno stiamo elaborando nuove iniziative per il 2017. Siamo in procinto di chiudere il cerchio di progettazione, produzione, consumo e gestione dei rifiuti per creare un’Europa verde, circolare e competitiva“.

Qualche flash.

Secondo la Commissione Europea,

una buona gestione dei rifiuti, la progettazione ecocompatibile e il riutilizzo, possono portare risparmi netti per le imprese europee pari a 600 miliardi di euro, ossia l’8% del fatturato annuo, riducendo l’emissione di gas a effetto serra del 2-4%. I settori del riutilizzo e della rigenerazione sono considerati una fonte di risparmio: se il 95% dei telefoni cellulari fosse raccolto si potrebbero generare risparmi sui costi dei materiali di fabbricazione pari a oltre 1 miliardo di euro”.

La Commissione ha stabilito di fissare tali obiettivi comuni:

[icon image=”ss-trash” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]riciclare il 65% dei rifiuti urbani entro il 2030,

[icon image=”ss-uploadbox” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]riciclare il 75% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030,

[icon image=”fa-expeditedssl” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]fissare un vincolo di collocamento in discarica per ridurre tale pratica al massimo al 10% di tutti i rifiuti entro il 2030.

Sull’efficacia dell’economia circolare sono, inoltre, sbocciate iniziative volte a diffondere e indirizzare, come la Ellen MacArthur Foundation, la WRAP, il Circular Europe Network.
Premesso che in Italia il problema rifiuti è davvero un serio problema, orientarsi verso un modello di economia circolare presuppone il superamento di due ostacoli:

  1. Il primo è l’essere legati alla vecchia economia lineare, che ha portato al problema smaltimento, il cui risultato è che i rifiuti urbani spesso sono gestiti e smaltiti da discariche – con tutte le relative conseguenze negative – e che soprattutto nel sud, ma anche al centro, scarseggiano ancora gli impianti per trattare e avviare a riciclo i rifiuti.
  2. Il secondo blocco è rappresentato dai costi: la Gran Bretagna ha stimato che la creazione di un sistema efficiente per il riutilizzo e il riciclo delle risorse verrebbe a costare nel proprio territorio circa 14 miliardi di euro. Per citare un esempio.

A ciò aggiungasi lo stop delle politiche governative che stentano a muoversi nella direzione dell’economia circolare in modo deciso così che la valorizzazione del rifiuto non è efficacemente supportata.
[bctt tweet=”Le #politiche #governative stentano a muoversi nella direzione della #circulareconomy.” username=”MapsGroup”]
Al contrario le imprese leader hanno recepito le ricadute che l’economia circolare potrà avere sulla loro competitività e a livello locale spesso si registra la volontà di muoversi su questa strada, con la raccolta differenziata, le isole ecologiche, i consorzi pubblici e privati, le aziende virtuose, nonché gli ecodistretti.
In tal senso bisognerebbe fornire alle autorità locali un indirizzo normativo, facilitare la condivisione delle buone pratiche e delle soluzioni innovative per sviluppare sistemi sostenibili di gestione dei rifiuti e riduzione degli sprechi. D’altra parte esiste un’altra necessità non trascurabile ossia la revisione organica delle norme, con principi diversi, per superare i limiti dei rischi amministrativi legati al riciclo e avviare la tutela di chi decide di iniziare attività di riciclo: recuperare ad esempio le bottiglie di vetro è un valido progetto, ma per l’imprenditore non è davvero così semplice il recupero e riutilizzo poiché va incontro a responsabilità di natura sanitaria, burocratica e quant’altro.
[bctt tweet=”Revisionare la normativa e condividere buone pratiche per gestire i rifiuti e ridurre gli sprechi.” username=”MapsGroup”]
Aiutare gli imprenditori interessati a superare tali criticità convertendole in opportunità è uno degli elementi su cui la Pubblica Amministrazione centrale e locale può giocare un importante ruolo costruttivo.
E’ intuitivo che si tratti di un dovere etico e sociale. L’economia circolare, come detto, rappresenta uno dei principale motori di business legato alla green economy, e non possiamo più pensare di farne a meno.
Tale sviluppo potrebbe senz’altro individuare l’approdo nel terzo ciclo di Vico, quello Umano dominato dalla ragione.

Categorie
6MEMES TRENDS Information and communications technology

La formazione accademica: come si diventa professionista ICT. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]egli ultimi anni le aziende spesso lamentano carenze nella preparazione che scuole ed università danno ai nuovi professionisti del settore ICT. E, talvolta, le stesse lamentele giungono anche dagli allievi. Ciò comunque non impedisce ai neolaureati in Informatica ed Ingegneria Informatica di trovare rapidamente lavoro, almeno in molte zone d’Italia. E le stime di agenzie internazionali come Modis, confermate dall’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale), indicano in alcune decine di migliaia i posti di lavoro nel settore ICT destinati a non essere coperti per mancanza di figure professionali adeguate, da qui al 2020.

Quale è l’obiettivo della formazione accademica “tecnica”?

Una domanda che sorge spontanea è questa: quale è l’obiettivo della formazione accademica “tecnica”? O, in altri termini, quale deve essere la preparazione di un laureato in informatica/ingegneria informatica? Per rispondere devo fare riferimento sia alle mie esperienze accademiche come professore a contratto dal 2003 presso il corso di Laurea in Informatica e, per alcuni periodi, anche presso quello di Ingegneria Informatica a Parma, sia alle mie esperienze come formatore aziendale nel comparto ICT.
Nell’articolo precedente ho trattato il tema dei profili professionali dell’ICT definiti nella normativa UNI11506-11621 e riconosciuti a livello di Unione Europea. Alcuni di tali profili richiedono, oltre alla preparazione teorica, un certo livello di esperienza sul campo e quindi non possono essere rivestiti subito da neolaureati. Ma possono ovviamente esserlo dopo alcuni anni di esperienza lavorativa.
[bctt tweet=”Molti profili #ICT richiedono preparazione teorica ed #esperienza sul campo. ” username=”MapsGroup”]

Cosa significa questo?

Chi affronta lo studio di un corso di laurea orientato verso il settore ICT, come Informatica o Ingegneria Informatica, deve essere consapevole che dovrà dedicare una parte del proprio tempo lavorativo (o anche del proprio tempo libero) al continuo aggiornamento, ovvero che lo studio non termina con l’Università, ma prosegue per sempre.
D’altronde l’Università non deve solo formare per i primi ruoli che le persone incontreranno nel mondo del lavoro, ma deve invece formare professionisti, abili e consapevoli, che possano poi crescere gradualmente, integrando lo studio e l’aggiornamento autonomo con l’esperienza sul campo.
Per questo possiamo riassumere le competenze che l’Università deve trasmettere in alcune grandi aree:

[sf_iconbox image=”ss-desktop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]AREA TECNICA – per la quale occorrono competenze tecniche di programmazione, sistemiche e metodologie sistemiche. In pratica il neolaureato:

  • deve essere in grado di disegnare e realizzare programmi secondo i paradigmi moderni di programmazione e, soprattutto, deve essere in grado di apprendere rapidamente anche nuovi linguaggi di programmazione; non c’è spazio nel mercato futuro per persone solo abituate al copia e incolla di codice;
  • deve conoscere bene almeno un sistema operativo come Windows o Linux;
  • deve essere consapevole dell’”ecosistema digitale” in cui si troverà ad operare e dei pericoli che si corrono al suo interno e, soprattutto, deve essere consapevole che il software o i sistemi su cui lavorerà sono parte di un enorme intrico di sistemi connessi fra loro in rete.

[/sf_iconbox]

[sf_iconbox image=”fa-book” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]AREA CULTURALE – per la quale occorrono competenze di cultura scientifica generale e competenze linguistiche. Normalmente sottostimate:

  • una cultura scientifica generale è invece importante, in primis per tutti coloro che operano in settori collaterali all’ICT, come l’automazione industriale e la robotica (ovvero le Operation Technologies o OT) mentre;
  • le competenze linguistiche sono di fondamentale importanza per la comunicazione, sia nella stesura di documenti tecnici, sia nella creazione di presentazioni a clienti e testi commerciali chiari. Non sono tollerabili errori grossolani di italiano in una tesi di laurea o in un report, meno che mai durante un colloquio con un cliente; ovviamente è necessaria anche la buona conoscenza della lingua inglese.

[/sf_iconbox]

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]AREA LAVORATIVA – per la quale occorrono competenze econometriche e competenze relazionali e di lavoro in team. In pratica, il neolaureato:

  • deve essere consapevole di come è organizzato normalmente il lavoro entro le aziende in cui entrerà a lavorare e di come inserirsi proficuamente in un team;
  • deve essere consapevole sia dello scopo ultimo dell’ICT (uno strumento di supporto al business e per fare business) sia, soprattutto, degli aspetti economici di un progetto ICT; questo aspetto diventerà fondamentale qualora il neolaureato divenga poi capo progetto o voglia intraprendere una carriera da libero professionista o imprenditore.

[/sf_iconbox]

Sono sempre necessarie tutte queste competenze? Alcune possono essere create, a fatica, durante il lavoro. Ma in ogni caso se già in possesso del neolaureato, esse sono un plus.

Un altro aspetto che il neolaureato deve ricordare è: essere orgoglioso delle proprie conoscenze e delle proprie potenzialità, ma allo stesso tempo essere consapevole delle proprie carenze e disposto all’apprendimento sul campo. Infatti in alcuni casi i neolaureati si comportano da primedonne, arrivando in aziende e gruppi di lavoro con anni (o decenni) di esperienza alle spalle, e generando un rifiuto da parte degli altri membri del gruppo e la conseguente progressiva emarginazione dall’organizzazione, di solito seguita dalle loro dimissioni o dalla non conferma dopo il periodo di prova.
Ovviamente il neolaureato inserito bene potrebbe, dopo un po’ di tempo, preferire un’altra azienda a quella in cui si trova, per svariati motivi. Così come esistono aziende in cui il lavoro è particolarmente impegnativo e di conseguenza il turn-over è molto alto, con un basso tempo di permanenza delle persone.

In sostanza quale è il punto?

Le aziende italiane del mondo ICT, nonostante molte non usino le metodologie tecniche ed organizzative di ultima generazione, hanno un patrimonio umano di esperienze molto vasto e ricco. Se adeguatamente integrate da una nuova generazione di professionisti e modernizzate con le apposite metodologie (come, per esempio, la organizzazione agile) le aziende italiane si possono proporre sul mercato internazionale. Le aziende italiane possono entrare in competizione con le aziende indiane, meno flessibili, e quelle dell’Europa orientale, i cui costi stanno rapidamente crescendo.
L’Italia può e deve approfittare di questa opportunità di portare lavoro tecnologico in casa nostra. Ma, per sfruttare questa opportunità, è necessario che ci sia presto sul mercato una nuova generazione di professionisti ICT ben preparati. Non ha senso che per aumentare il numero si abbassi la qualità della preparazione. Ciò significa quindi che i giovani che intraprendono la carriera nel settore ICT devono essere disposti all’investimento in uno studio molto intenso durante il periodo accademico. E che le aziende devono essere disposte a modernizzarsi per fare rendere il nuovo capitale umano, anche con retribuzioni adeguate.
[bctt tweet=”Il mondo #ICT deve integrare nuovi professionisti e modernizzarsi con apposite #metodologie.” username=”MapsGroup”]
Nel prossimo articolo porremo attenzione su una delle questioni più rilevanti del mondo ICT, ovvero la sicurezza dei dati.

Categorie
Maps News

SMARTNEBULA: la conoscenza si fa smart e vola più in alto che mai.

[spb_row row_bg_type=”image” parallax_image_height=”content-height” parallax_image_movement=”fixed” parallax_image_speed=”0.5″ parallax_video_height=”video-height” parallax_video_overlay=”none” row_overlay_opacity=”0″ width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]
Smartnebula
[/spb_text_block] [/spb_row] [spb_row wrap_type=”content-width” row_bg_type=”image” bg_type=”cover” parallax_image_height=”content-height” parallax_image_movement=”fixed” parallax_image_speed=”0.5″ parallax_video_height=”video-height” parallax_video_overlay=”none” row_overlay_opacity=”0″ row_padding_vertical=”0″ row_margin_vertical=”0″ remove_element_spacing=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Smartnebula: la condivisione della conoscenza in ambito business!

[/spb_text_block] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

C’è una nuova “nuvola” all’orizzonte di Maps Group, e non porta pioggia, ma buone pratiche di condivisione: si tratta di Smartnebula, un cloud di condivisione della conoscenza capace di declinarsi in diversi ambiti di business.

Ne abbiamo chiesto di più ad Andrea Mannelli, Principal Consultant of the Solutions, Research & Development Unit per Maps S.p.A. che vanta un’esperienza di oltre vent’anni nella progettazione di soluzioni informatiche per medie e grandi aziende.

Andrea MannelliMannelli, infatti, che dispone di specifiche competenze nella realizzazione di prodotti informatici per l’automazione dei processi del ciclo ambientale, da quando si trova nel gruppo Maps si occupa dell’identificazione dei bisogni delle aziende e della progettazione di soluzioni cloud per la gestione delle informazioni.

Il tutto finalizzato alla creazione di strumenti collaborativi interaziendali. Ma andiamo all’intervista, che chiarirà molti punti.

 
[/spb_text_block] [spb_text_block pb_margin_bottom=”no” pb_border_bottom=”no” width=”1/1″ el_position=”first last”]

Quando e perché è nata l’idea di progettare Smartnebula?

L’idea di una piattaforma di condivisione della conoscenza da declinare su varie tematiche è nata circa cinque anni fa, con la convinzione che servisse un “cloud” per permettere alle aziende di scambiarsi documenti in modo strutturato e governato da processi definiti e prevedibili.

La nostra considerazione era nata dall’osservazione del fatto che l’impegno da parte delle aziende nell’automatizzazione dei processi interni – in un contesto globalizzato e interconnesso come il nostro – non poteva e non può più essere sufficiente a garantirne performance ed efficienza.

La visione di Maps Group ha infatti sempre visto nei processi di automatizzazione di un’azienda verso l’esterno, in questo caso verso i fornitori, un fattore particolarmente strategico.

A partire da queste considerazioni abbiamo progettato un’architettura cloud alla cui base vi sono efficaci funzionalità collaborative interaziendali supportate da automatismi innovativi.

Proprio nello stesso periodo si è presentata l’occasione di soddisfare una specifica esigenza relativa ai processi connessi con lo smaltimento dei rifiuti industriali.
In tale contesto abbiamo quindi contestualizzato il nostro “cloud” in una piattaforma per la condivisione delle informazioni relative alle autorizzazioni tra i vari soggetti che compongono la filiere in ambito ambientale di ogni attività. È nato così “Greennebula”. Poi – come si dice – da cloud nasce cloud…

A quali aspettative avete pensato di corrispondere grazie al cloud condivisivo?

Da un lato abbiamo pensato a soddisfare o le esigenze delle aziende, soprattutto di quelle di una certa dimensione che, a causa di una consistente dislocazione sul territorio, hanno la necessità di rendere più efficiente la raccolta e la strutturazione di documenti dei propri fornitori.

Dall’altro lato abbiamo pensato ai fornitori, che sono sottoposti alle stesse richieste dei medesimi documenti magari proprio da sedi diverse della stessa azienda cliente.

Questo in fase di avvio del progetto, in specifico per quanto riguarda il prodotto pilota Greennebula.
Più in generale, oggi, la nostra piattaforma permette una condivisione snella, efficiente e in real time di informazioni e documenti fra clienti e fornitori.

Questa condivisione può avvenire in modalità “broadcast” (come nel caso delle autorizzazioni ambientali) oppure con un vero e proprio dialogo tra clienti e fornitori, al fine di soddisfare le richieste dei primi in maniera il più puntuale e tempestiva possibile.

Quanto tempo è trascorso dalla fase dell’ideazione a quella della progettazione vera e propria e infine alla commercializzazione del prodotto?

L’idea del software è nata nel 2012 e si è potuta concretizzare grazie al contributo di un team iniziale costituito da quattro persone esperte nel settore gestionale intorno all’ambiente.

Da lì alla realizzazione il passo è stato breve, e già in quella sede – grazie a una serie di sondaggi tra le aziende già conosciute – abbiamo riscontrato un notevole interesse per la soluzione.

La commercializzazione vera e propria è iniziata nel giugno 2013 con la la prima presentazione ufficiale del prodotto Greennebula.

Com’era composto il team di sviluppo?

Nel team c’ero io per la parte di analisi mentre alcuni tecnici esperti di software Enterprise si sono occupati dell’architettura del software. Un altro gruppo di colleghi, esperti di gestionali ambientali, erano invece incaricati dello sviluppo. È stato – come quasi sempre nel nostro settore – un bel lavoro di squadra.

All’inizio abbiamo anche provveduto a una fase di test, coinvolgendo quattro-cinque aziende interessate, sia dal lato dei clienti che dei fornitori.

La messa in opera è stata realizzata in maniera spedita, perché tutto era facilitato e ulteriormente semplificato grazie anche al servizio di supporto che abbiamo dato soprattutto ai fornitori. Approccio che si è rivelato vincente.
A questo proposito, ci tengo a sottolineare che le nostre soluzioni in cloud prevedono tale servizio di supporto in una formula completamente gratuita.

Quale è oggi lo stato dell’arte di Smartnebula? E quali sono le sue prospettive di implementazione?

Ci sono diversi filoni di sviluppo in corso per completare sempre di più il sistema, ed è nato il cloud LEGALITY & TRANSPARENCY che si occupa di un tema più che mai cruciale, quello di gestire il protocollo di legalità delle commesse, in particolare di quelle pubbliche.

Il modulo, infatti, permette di gestire e tracciare non solo contratti e certificati antimafia della “rete” di fornitori, ma anche di specificare permessi e ingressi di eventuale personale del fornitore nei cantieri, concorrendo al monitoraggio trasparente di tutte le sue attività in questi ambiti.

La nostra ulteriore intenzione è quella di farlo evolvere in un’ottica social, in grado così di generare un ancor più elevato flusso di condivisione delle informazioni. Un altro filone di sviluppo è quello di rendere sempre di più automatico il reperimento delle informazioni e il loro instradamento.

Stiamo infatti studiando l’integrazione con le nostre tecnologie di semantic computing per classificare automaticamente i documenti ed estrarre metadati utili per il routing del documento o per alimentare i sistemi gestionali delle aziende.

La nostra aspirazione è quella di fornire ai nostri clienti strumenti sempre più intelligenti che li sollevino dai compiti più ripetitivi o a maggior rischio di errore.

[/spb_text_block] [/spb_row]

Categorie
Maps News

Università di Parma: debutta la Laurea in Ingegneria dei Sistemi Informativi (ICT).

All’Università degli studi di Parma debutta il nuovo Corso di Laurea Triennale in Ingegneria dei Sistemi Informativi (ICT).

Clicca sull’immagine per aprire il Comunicato Stampa dell’Università.

Sarà attivo al via dell’anno accademico 2017/2018. Nato dalla sinergia fra l’Ateneo e l’Unione Parmense degli Industriali, è stato progettato pensando alle esigenze delle aziende del territorio.
Iscrizioni aperte dal 17 luglio.
 

Categorie
6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

6MEMES sotto l'ombrellone: libri, libroni e libricini consigliati.

I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi,
i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna;
la libreria era il mondo chiuso in uno specchio;
di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà,
l’imprevedibilità.

Jean-Paul Sartre

 
[dropcap3]C[/dropcap3]onsigliare letture per l’estate è meno facile di ciò appare. Anche per questo compito, infatti – esattamente come quando si scrive – bisogna innanzitutto avere in mente il proprio lettore modello, che nel nostro caso sarà uno stormo di lettori (speriamo numeroso) i quali, a vario titolo – approderanno sul nostro blog o nei suoi profili social.
E siccome è a loro (e a voi) che sono rivolte le nostre attenzioni, dichiriamo fin da subito – in nome di una Captatio benevolentiae mal celata – le nostre intenzioni: il focus, come sempre, è sulla condivisione della conoscenza, e soprattutto sulla contaminazione dei saperi.
Ben sapendo che, alla fine, ciascuno di voi-noi connoterà col proprio unico, intimo e silenzioso timbro di voce interna la lettura delle pagine, anche tecniche, che consigliamo.
Perché leggere – a differenza di altre forme di condivisione del sapere – battezza con voce, ritmo e inflessione unici (individuo per individuo, parola per parola momento per momento) ciò che qualcun altro chissà dove ha scritto chissà quando. (Più diacronico di così…).
Buona estate e buona lettura, allora. E – ci raccomandiamo: non leggete (troppo) ad alta voce. 🙂
[bctt tweet=”#Leggere e #comunicare per condividere la #conoscenza e contaminare i saperi!” username=”MapsGroup”]

ELENCO DEI LIBRI CONSIGLIATI

 
Fisica sociale. Come si propagano le buone idee. Di Alex Pentland. Università Bocconi Editore. Si tratta di un’opera di Alex Pentland, considerato uno dei più importanti data scientist al mondo e oggi a capo del MIT Connection Science and Human Dynamics Lab. Il libro è un’interessante lettura per capire come i big data possono migliorare la società in cui viviamo.
Il Cerchio. Di Dave Eggers. Mondadori Editore. Già consigliato in precedenza, riproponiamo questo libro attualissimo, un “romanzo-saggio che assume i toni di una disarmante indagine sulle questioni della memoria, della privacy, della democrazia e dei limiti posti alla conoscenza umana”.
Intelligenza artificiale. Un approccio moderno. Di Stuart J. Russell e Peter Norvig. L’opera in questione – un classico nell’ambito della letteratura sull’intelligenza artificiale – si presenta in un’edizione rinnovata e aggiornata riguardo i progressi scientifici e tecnologici emersi in questi ultimi decenni quali domotica, self-driving e tecnologie di traduzione e riconoscimento vocale nonché gli algoritmi di apprendimento, elaborati appositamente creati per raccogliere, interpretare e strutturare i dati complessi in nuovi strumenti di governance o business. Gli argomenti, per volontà degli autori, sono presentati in un contesto comune, allo scopo di trasmettere con una scrittura semplice e mirata le idee emerse negli ultimi sessant’anni di ricerca nel campo dell’IA e nei due precedenti millenni di pensiero.
Atlante delle smart city. Comunità intelligenti europee ed asiatiche. Di Eleonara e Raffaella RIva Sanseverino e Valentina Vaccaro. Franco Angeli Editore. Chi non vorrebbe vivere in una città che rispecchi e metta in atto tali ideali? E’ l’utopia della Smart City, la città “intelligente” e amica del cittadino, della quale si riporta nel volume, costantemente aggiornato, un nutrito gruppo di case history. Le tre autrici descrivono esempi nazionali ed esteri di governance partecipativa, utilizzo di tecnologie a sostegno della pianificazione e gestione urbana intelligente, e Internet of Things. Il volume, corredato da un allegato multimediale, si conclude con un’interessante proposta di pianificazione energetico-territoriale smart sull’isola di Pantelleria.
Nativi Digitali. Di Paolo Ferri. Bruno Mondadori. Fu Marc Prensky, scrittore statunitense, a coniare il termine “Nativi Digitali”, intendendo con esso le giovani generazioni nate dopo il 1980 che utilizzavano come lingua-madre la lingua della rete web. Paolo Ferri, professore ordinario di Teoria e tecniche dei nuovi media nonché autore di numerose pubblicazioni sul rapporto tra media e società, in questo saggio del 2011, cerca di ricostruire la storia della nuova forma evolutiva di Homo Sapiens Sapiens legata all’affermarsi della cultura digitale. Chi sono i nativi digitali? Simbionti con le innovazioni tecnologiche, ibridi tra carne, anima e mobile devices, strumenti ormai assimilabili a protesi che i Nativi utilizzano fin dall’infanzia e sono parte integrante della loro identità individuale e sociale. Nuovi mostri di Frankenstein o creature da mitologia? No, semplicemente umani con intelligenze meta-artificiali cresciute in modo senziente all’ombra degli schermi interattivi.
Web Content che converte. Infine, per chi cerca una guida nei meandri del web e del social in cerca di riscontri reali, concreti e misurabili, consigliamo il nuovo libro di Valentina Turchetti, Web Content che converte – Guida pratica per creare contenuti che incrementano il tuo business, un libro che “vuole essere una guida pratica, focalizzata su case history reali, per capire concretamente come applicare strategie e metodi di Web Content sui diversi canali online e per le differenti attività di Web Marketing, con l’obiettivo di far crescere il proprio business.”
Buone vacanze, dunque, anche per la mente!

 

Categorie
6MEMES TRENDS So Social: traduzione e tradimento nella comunicazione digitale.

Serialità, narrazione e social media: il triangolo della comunicazione. Di Natalia Robusti.

Tutto il problema della vita è questo:
come rompere la propria solitudine,
come comunicare con gli altri.

Cesare Pavese

 
Occuparsi di comunicazione, oggi, non può prescindere da nessuno dei tre concetti anticipati dal titolo: narrazione, serialità e social media. Perché? Perché ciascuna di questa “stringa” di testo è protagonista a suo modo di quella che viene chiamata Analisi delle reti sociali (Social Network Analysis).
Come qualsiasi analisi quali-quantitativa, infatti, anche questa pratica, all’apparenza settoriale, non può prescindere innanzitutto dai punti di vista attraverso cui l’analisi stessa osserva la realtà, ovvero:

[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]quello del monitoraggio messo in opera a monte dell’analisi;

[icon image=”fa-bar-chart-o” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]quello dell’inferenza e delle valutazioni a valle dei dati raccolti.

Questo, tenendo a mente che non sempre tali punti di vista coincidono e che, quando parliamo di social media, si “maneggiano” comunque emozioni, o perlomeno quàlia.
Emozioni che, al termine del processo di analisi, sfoceranno inevitabilmente in una narrazione, ovvero nella traduzione dei dati raccolti in un percorso di senso che ne rivelerà, seppure arbitrariamente, il significato.
Questo significato – e qui occorre fare particolare attenzione – non sarà solo contingente, ma si riverberà gioco forza in una sorta di prospettiva predittiva, attraverso la traccia del suo evolversi nel tempo.
[bctt tweet=”Le #emozioni dei #social sfociano in una #narrazione che si riverberà in una prospettiva predittiva.” username=”MapsGroup”]

Arriviamo all’ultimo dei tag introdotti dal titolo, la serialità…

Quando si parla di comunicazione, a maggior ragione social, gli oggetti del contendere sono quelli fondanti ogni comunità, ovvero le reti di relazioni che legano tra loro individui differenti accomunati da valori e intenti condivisi.
E se la serialità, ovvero il “carattere di ciò che è ordinato in serie”, è una pratica ripetitiva di istanze che fissa nello spazio e nel tempo abitudini e stili di vita, allora questo vale anche per le narrazioni. Ne sono forse anzi alla base, come insegnano i primi racconti condivisi attorno al fuoco dei nostri antenati e le favole narrate ai nostri figli prima di dormire, in un carosello simbolico di attività che acconpagna ogni nostro (santo) giorno.
Storytelling
Questa pratica, infatti – valida sempre e comunque, a qualiasi latitudine e coordinata temporale di ciascuna società – ha come scopo più o meno subliminale quello di ripetere, sincronizzare e radicare culturalmente gli enunciati proposti, ammantandoli in un’aurea di continuità consolatoria e rassicurante.
Il tutto, con ogni evidenza, non può non non riverberarsi nelle attività svolte sui social media. Anzi, ne fa parte intrinseca. Che sia per piattaforma, timing, fascia oraria o tipologia di argomenti selezionati, la ricorrenza, la frequenza e la continuità con cui ciascuno di noi partecipa ai vari social non può che definirsi una pratica seriale, cioè riprodotta nel tempo secondo schemi – o meglio abitudini – non soltanto condivise,ma anche fondate su precise aspettative comunicative, dettate da una sorta di galateo social intra-social.
Là dove tale pratica non è riscontrabile a prima vista, è perché la sua capacità di mimesi è proporzionale solo alla sua diffusione.
I travestimenti si concretizzano a ogni livello: nel messaggio, nel canale, nel contesto, ogni qual volta la capacità sincretica dei contenuti digitali permette agli stessi di interfacciarsi contemporaneamente su più livelli sensoriali, quasi che il messaggio stesso diventasse un media.
La cosiddetta realtà aumentata e le attività di gamification, ad esempio, sembrano essere le frontiere contemporanee di questo nuovo iper-realismo digitale, cosìcché grazie anche alle varie applicazioni proposte ora dall’una ora dall’altra piattaforma, ciascuno di noi non fa che aumentare sempre più le connotazioni del proprio messaggio, rischiando di fagocitare il contenuto vero e proprio.
[bctt tweet=”Realtà aumentata e #gamification, sono le frontiere del nuovo iper-realismo #digitale.” username=”MapsGroup”]

So Social: traduzione (e tradimento) nella comunicazione digitale.

Da parte mia, in questa serie di articoli inseriti nella rubrica So Social – con i limiti delle mie competenze, gli azzardi creativi che mi sono propri e il “bottino” pluridecennale (ahimé) delle mie espertienze professionali – cercherò di indagare sul come, quando e perché di queste pratiche, affrontandone uno per uno i nuclei, tra cui:

  • la comunicazione sincretica;
  • la traduzione inter e intra semiotica;
  • le soglie comunicative;
  • la serialità nella narrazione;
  • le metriche di analisi del testo, dal “verso” in poi.

Il mio, di “verso”, sarà quello di cercare di dare un senso più creativo e meno automatico al contemporaneo flusso comunicativo che – per densità, frequenza e intensità – viaggia a una velocità che neppure la luce probabilmente è in grado di illuminare…
[bctt tweet=”Cerchiamo un senso più #creativo e meno #automatico al #contemporaneo flusso comunicativo.” username=”MapsGroup”]

Categorie
6MEMES TRENDS Open Data Pillole di Open Data e PA

Social Media e PA: dal virtuale al reale. Di Paola Chiesa.

Un monitoraggio in cerca dei bisogni dei cittadini e di una risposta alle loro richieste…

[dropcap3]I[/dropcap3]n un periodo in cui il tema del rapporto tra cittadini e amministrazione occupa molto spazio in tutti i media, in particolare nel panorama attuale – in cui le pratiche social di condivisione e diffusione dei contenuti sta alimentando non poche polemiche – il punto di vista che propone questa serie di articoli punta al concreto.
È forse paradossale dirlo, per certi versi, perché si tratta di un monitoraggio sulle conversazioni dei cittadini di un dato territorio in un dato periodo di tempo…
Eppure, come vedremo, si tratta di DATI che, se raccolti e analizzati con criteri e metodologie adeguate, sono in grado innanzitutto di raccontarci “dal basso” quali sono le preoccupazioni dei nostri concittadini, e, in secondo luogo, permettono di provare a individuare risposte adeguate. Vediamo insieme come.

Il monitoraggio

Una delle caratteristiche dominanti delle conversazioni social è la loro distribuzione e diffusione, secondo trend lineari piuttosto che esponenziali.
Dal punto di vista qualitativo, ad esempio, la rapidità e densità con cui le conversazioni e i relativi topic diventano virali e si dispiegano è uno dei dati che dà maggiori informazioni di rilevanza, soprattutto se confrontati con altri.
Per questo motivo, vista la molteplicità degli argomenti riguardanti l’Amministrazione Pubblica analizzati dal nostro monitoraggio (realizzato con il tool Webdistilled), il metodo scelto è stato quello di analizzare mese per mese le attività più dense di conversazioni, in cerca di input ed evidenze da confrontarsi tra loro.
[bctt tweet=”La rapidità con cui i #topic diventano #virali è uno dei #dati di #rilevanza.” username=”MapsGroup”]
L’attività di studio e analisi riguarda, in questo articolo, le attività comunicative monitorate nel capoluogo della Regione Piemonte, ovvero Torino, in un intervallo di tempo che va dal 1° febbraio al 10 giugno 2017.
In questo periodo e contesto socio-territoriale abbiamo:

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]cercato i temi di interesse attorno ai quali si è concentrata l’attenzione dei cittadini, e analizzato di conseguenza la relativa portata e diffusione;

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]cercato di estrarne informazioni utili per comprendere lo stadio di conoscenza diffusa che emerge dalle conversazioni non solo sui social, ma anche il “mainstream” e la stampa.

Le evidenze raccolte

Da un’analisi di dettaglio condotta su base mensile, sono emerse come prevalenti:

[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]le tematiche legate alle politiche sociali, in particolare focalizzate sugli stranieri, sulle periferie della città,

[icon image=”ss-zoomin” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]ma anche le tematiche legate al bilancio, in particolare ai tagli in campo culturale.

Da ultimo, i topic più recenti e quantitativamente più significativi dal punto di vista del numero di conversazioni e menzioni sul web, sono stati quelli relativa alla sicurezza.

Vediamo nel dettaglio

Le conversazioni raccolte, e i relativi temi, si muovono come stormi di post, buzz, condivisioni, commenti e like, seguendo flussi altamente variabili – sia qualitativamente che quantitativamente – in base a ciò che la realtà impone come topic in quel momento.
[bctt tweet=”Post, #buzz, #like sono elementi per misurare il #sentiment reale o percepito degli utenti.” username=”MapsGroup”]
Accade così che gli eventi – se analizzati anche (o, forse, soprattutto) dal punto di vista comunicativo – sono una sorta di cartina al tornasole per misurare il sentiment reale o percepito dei cittadini rispetto a un determinato tema.
Vediamo di seguito come – mese per mese – i flussi comunicativi si sono dispiegati.

[sf_iconbox image=”ss-clock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Febbraio 2017
[/sf_iconbox]

Andamento delle conversazioni del mese di Febbraio

Nel mese di Febbraio, con un numero di clips (generiche estrazioni di contenuto dal web) pari a 11.136 ed una media giornaliera di 397 mentions, si nota un picco di attenzione il 24/02/17, con 873 mentions nella diffusione delle notizie, generato fondamentalmente da un paio di eventi.
1) la questione degli stranieri nati in Italia che non hanno la cittadinanza italiana:

“Hanno intonato l’Inno d’Italia per dire che loro, stranieri nati nel nostro Paese, si sentono Italiani pur non avendo la cittadinanza. E’ il flash mob organizzato oggi davanti alla Prefettura di Torino nell’ambito della campagna L’Italia sono anch’io – Italiani senza cittadinanza.”

2) lo sgombero di un centro sociale a Torino, situato in un’area periferica:

“Questa mattina l’amministrazione comunale a guida M5S di Torino ha ordinato lo sgombero a viva forza del Centro Popolare Torino Miccichè, ubicato nel quartiere periferico Pietra Alta, uno dei quartieri più poveri e desertificati della città. Lo sgombero effettuato dalla polizia in tenuta antisommossa ha interessato uno stabile di proprietà comunale da tempo inutilizzato e proprio per questo adibito a punto di incontro dei comitati del quartiere impegnati nella lotta contro gli sfratti, per il diritto alla casa.”

Queste due notizie, come si evince dai grafici, hanno mobilitato moltissime risposte. Ci siamo quindi chiesti il motivo di tale selezione da parte dell’opinione pubblica rispetto all’offerta di altre notizie potenzialmente altrettanto rilevanti.

Suddivisione percentuale dei topic.

Quali bisogni sottintendono, queste informazioni? Quali riflessioni inducono? Quali approfondimenti suggeriscono?
A chi conosca la realtà del territorio – e anche in base all’analisi dei commenti – è del tutto evidente che si delinea nettamente un problema di riqualificazione delle periferie urbane, che passa anche attraverso  la valorizzazione e il riconoscimento delle attività per il diritto alla casa, alla cittadinanza sociale, di contrasto alla povertà, di integrazione degli stranieri.
La lettura del grafico a torta ce lo conferma: le categorie “Famiglie e giovani”, “Stranieri”, “Enti e istituzioni”, da sole costituiscono il 32,5% delle conversazioni del mese di febbraio.
I due topic, anche se differenti a un primo, più superficiale sguardo, riconducono invece a un unico argomento: la difficoltà dell’integrazione e il suo ruolo strategico per tutti, italiani e non, in un destino che ha tratti di sentiment in comune nonostante le visioni apparentemente inconciliabili, soprattutto dal punto di vista ideologico, che li accompagnano.
Un’amministrazione consapevole e lungimirante potrebbe:

[icon image=”ss-like” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]utilizzare proattivamente queste considerazioni, sia dal punto di vista politico che comunicativo, informando la cittadinanza sulle politiche che l’Amministrazione sta portando avanti sul tema, sui tavoli di lavoro in corso, sulle soluzioni che sono state adottate.

[icon image=”ss-like” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]argomentare sulle difficoltà che realisticamente si sono incontrate, incentivando anche la partecipazione dei cittadini per trovare spunti e soluzioni più adeguate e tarate sul target di riferimento.

Il coinvolgimento, inteso anche come modalità per creare relazioni evolute tra la pubblica amministrazione ed i cittadini, soprattutto se supportato da dati, potrebbe rivelarsi peraltro un modo per diffondere buone pratiche di educazione civica, migliorando la percezione della realtà, governando il sentiment e contenendo la tendenza alle derive sociali di tipo conflittuale.

[sf_iconbox image=”ss-clock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Marzo 2017

[/sf_iconbox]

Andamento delle conversazioni del mese di Marzo.

Nel mese di Marzo, con un numero di clips pari a 16.951 ed una media giornaliera di 546 mentions, abbiamo un picco di attenzione il 27/03/17, con ben 922 mentions.
Il tema in questione riguarda i tagli alla cultura effettuati dall’amministrazione comunale di Torino nella misura di 5,8 milioni di euro e, a margine, la questione dei 61 milioni che il Sindaco Appendino chiede al Governo per la restituzione del’ICI 2012 e dei tagli conseguenti subiti dal Comune di Torino nel 2013, 2014 e 2015.
Le domande indotte da queste notizie riguardano ad esempio:

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’opportunità di studiare modalità alternative per “fare cultura”, disponendo di risorse economiche inferiori;

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]la promozione di formule partecipative dal basso nelle produzione di eventi culturali;

[icon image=”ss-search” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’eventualità di stimolare nuove partnership pubblico-private per ridurre o in taluni casi ovviare al disagio creato dalla minore spesa pubblica.

In questo caso è interessante notare come la mobilitazione dell’opinione pubblica si muova attorno a un tema che mette in luce un potenziale costruttivo.

Suddivisione percentuale dei topic.

La Pubblica Amministrazione, in questo caso, una volta consapevole del dato, potrebbe coltivare nei cittadini lo stimolo a proporre soluzioni alternative, laddove ci si limiti alla sola protesta: è fondamentale che la cultura e la sua tutela vengano viste come una opportunità economica da contrapporre a situazioni di crisi e ristagno economico, sia politicamente che da un punto di vista comunicativo ed educativo. Lavorando così nuovamente in ottica di prevenzione e miglioramento.

[sf_iconbox image=”ss-clock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Aprile 2017

[/sf_iconbox]

Andamento delle conversazioni del mese di Aprile.

Nel mese di Aprile, caratterizzato da un numero di clips pari a 14171 ed una media giornaliera di 472 mentions, il picco di attenzione lo abbiamo in data 03/04/17 con 884 mention.
Il tema in questione è ancora quello del contenzioso tra l’amministrazione locale torinese ed il Governo sulla restituzione dei fondi dell’Imu, con l’apertura del Ministro Delrio, possibilista sul fatto che possa essere trovato un accordo per l’ammontare e le modalità della restituzione.
Trovo importante sottolineare come la questione della restituzione dei fondi sia caratterizzata da una sostanziale condivisione nel merito tra le forze politiche, trattandosi di una battaglia portata avanti dalla precendente amministrazione comunale (Fassino, PD) ed ora dalla nuova (Appendino, M5S).
[bctt tweet=”La #PubblicaAmministrazione in possesso dei #dati, può stimolare i #cittadini a proporre #soluzioni.” username=”MapsGroup”]
Diventerebbe così fondamentale stimolare nel cittadino un approccio costruttivo che vada oltre le barricate, dimostrando che sui temi di comune interesse si può e si deve lavorare sinergicamente, per avere maggiori probabilità di raggiungere lo scopo.
A questo tema si aggiunge a margine quello della contrapposizione tra il Sindaco Chiara Appendino e il Sottosegretario Maria Elena Boschi.
Suddivisione percentuale dei topic.

La domanda indotta da questa notizia, rappresentativa del periodo, riguarda la questione femminile nella comunicazione pubblica, in particolare come e quanto un argomento politico venga affrontato diversamente se, ad avere visioni diverse su un argomento, sono due donne.
Ancora una volta, dunque, l’opinione pubblica si raccoglie e aggrega attorno a un tema strategico, la differenza di genere, e si trasforma in uno spaccato culturale capace di raccontare molto della realtà sociale in esame.
Come amministratrice pubblica, oltre che donna, non posso quindi non cogliere lo spunto per riflettere sull’opportunità e sull’efficacia politica e comunicativa della questione di genere.
In questo caso la comunicazione ha eroso l’importanza del tema politico “condiviso” della restituzione dei fondi, sminuendone la portata per sottolineare una contrapposizione tra due donne di potere, l’una rappresentante del Governo, l’altra prima cittadina di Torino, dove comunque non emerge un approfondimento significativo delle relative posizioni di merito. Con ciò focalizzando l’attenzione dei cittadini semplicemente sul braccio di ferro tra due donne.

[sf_iconbox image=”ss-clock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Maggio 2017

[/sf_iconbox]

Andamento delle conversazioni del mese di Maggio.

Nel mese di Maggio, con un numero di clips pari a 16703 ed una media giornaliera di 538 mentions, abbiamo un picco di attenzione il 04/05/17 con 810 mentions.
Il picco di questo mese riguarda sostanzialmente notizie in ambito sportivo, dalla cerimonia a Superga per il 68° anniversario in cui persero la vita capitan Mazzola e i compagni del Grande Torino, alla candidatura di Torino ad ospitare la Final four di Coppa Davis e Fed Cup.
Suddivisione percentuale dei topic.

E se ad un primo approccio il tema sembra riguardare l’intrattenimento in sé, in realtà proattivamente l’amministrazione pubblica potrebbe sensibilizzare i cittadini sull’opportunità di incentivare le politiche di una città nell’ospitare eventi sportivi internazionali.
Quanto è strategico per una città come Torino, e quali ricadute può avere sull’economia locale? Torna quindi in primo piano un asset strategico che i cittadini sono in grado di individuare e a cui l’amministrazione pubblica potrebbe dare una risposta concreta, anche attraverso un loro coinvolgimento, così come l’inevitabile opportunità di rilanciare il turismo e le attività commerciali.

[sf_iconbox image=”ss-clock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]

Giugno 2017

[/sf_iconbox]


Il mese di Giugno è caratterizzato da un andamento particolare: nei soli primi dieci giorni, con un numero di clips pari a 10384 ed una media giornaliera di 1038 mentions, abbiamo un picco nei giorni 4 e 5 giugno, rispettivamente con 1903 e 1967 mentions.
Cosa è successo? La notizia in questione riguarda l’evento di Piazza San Carlo a Torino, in cui centinaia di persone che stavano guardando la finale di Champions tra Juventus e Real Madrid sono scappate dopo un falso allarme: nella ressa oltre 1500 persone sono rimaste ferite, 3 gravemente.

Suddivisione percentuale dei topic.

Interessante la lettura delle fonti delle notizie, perché – mentre in tutti gli altri mesi analizzati c’è una prevalenza di fonti “mainstream” – in questo caso c’è un’assoluta preponderanza della fonte “social”, il cui tenore è questo:


Il dato è stato tale da indurmi, al di là del piano editoriale previsto, a farne un caso di studio che proporrò nel prossimo articolo.
In sostanza, nella mia duplice veste di comunicatrice e amministratrice pubblica, posso rendere evidente come la gestione politica di un tema non possa prescindere dal coinvolgimento dei cittadini, dalla informazione sulle politiche avviate, dalla formazione sull’educazione civica.
Solo dopo aver seguito questo iter procedurale, possiamo parlare di comunicazione e ragionare di conseguenza su un percepito che rappresenta uno stato di coscienza diffuso, che va ben al di là del “sentiment.”
Vedremo insieme come nei prossimi mesi in base alle evidenze che i nuovi dati porteranno con sé.
 

Paola Chiesa


Webdistilled

Il monitoraggio è stato realizzato utilizzando Webdistilled,  il sistema di analisi semantica delle conversazioni online che fa del real time marketing il proprio punto di forza.


Categorie
Corporate

A “scuola” con Maps Group: aggiornamento continuo.

Occupandoci di “conoscenza” – espressa per lo più in forma di dati – siamo consapevoli sin dalla nostra fondazione della necessità strategica di supportare e ampliare le conoscenze dei nostri dirigenti e dipendenti tramite l’erogazione mirata di attività di formazione.
La nostra – visto il settore di mercato in cui operiamo – è infatti un’azienda di “cervelli”, e questo si traduce in un senso di maggiore responsabilità, al fine di creare le condizioni ottimali per poterci esprimere al meglio.
È inoltre innegabile che, nei contesti di riferimento, l’evoluzione e l’innovazione sono il leit motiv stesso delle attività da svolgere, e questa vocazione richiede competenze (soprattutto di tipo tecnico, ma non solo) sempre aggiornate, sia per poter essere competitivi sul mercato che per assolvere al meglio le richieste inoltrate dai nostri clienti e utenti.
La nostra azienda, per questo, dispone di un fondo apposito dedicato alla formazione e all’aggiornamento, mettendo in campo non solo proprie risorse, ma anche attivando e attingendo ai fondi esterni di vario tipo cui le normative consentono di accedere.
Le aree di interesse formativo essenzialmente tre:

  • soft skills;
  • formazione linguistica (inglese);
  • formazione tecnica.

Le iniziative vengono messe in atto sia su proposta del personale che della dirigenza, individuando le figure che necessitano di aggiornamento sia in base a vari criteri – tra cui le richieste del mercato ed eventuali necessità specifiche. Prevalente è il fattore legato alla necessità di riempire eventuali gap di competenza propri di alcuni ruoli oppure di tipo interazionale-comunicativo, anche in base all’utilizzo che l’azienda farà delle competenze acquisite.
I corsi vengono solitamente erogati in azienda. A Parma, in specifico, è stata prevista una sala formazione dedicata a a tali attività che, ospitando persone provenienti dalle diverse sedi, diventano anche occasione di incontro tra colleghi che solitamente lavorano in luoghi diversi.
L’elevata partecipazione a tali attività – nel 2016 sono state registrate nel nostro gestionale ben 2938 ore di formazione – ci restituisce numeri che parlano da soli, incoraggiandoci in questa pratica.

Categorie
Corporate

Welfare aziendale: il capitale umano prima di tutto.

Far parte di una comunità – anche se aziendale – significa non solo cercare di raggiungere obiettivi comuni sul piano professionale, ma anche condividere opportunità e momenti che riguardano anche altre sfere più personali o comunque non legate all’attività lavorativa.

In questo insieme di pratiche, andando oltre le tradizionali relazioni intra-aziendali in termini di “dare” e “avere”, Maps Group già da alcuni anni ha individuato nel Welfare aziendale un canale privilegiato per dotare i propri dipendenti di benefit di diverso genere da “spendere” in diverse aree funzionali.
Questo, attraverso l’utilizzo di strumenti quali i voucher, i rimborsi spese e le attività culturali e ricreative, che vanno incontro ad esigenze specifiche dei dipendenti o ne sostengono le spese in alcuni ambiti condivisi.
Il tutto anche in un’ottica di employer brand aziendale: proporsi nel mercato del lavoro come un’organizzazione orientata concretamente al benessere dei dipendenti, contribuisce ad attrarre e fidelizzare le persone che condividono questa visione del lavoro e ne percepiscono il valore e i vantaggi.
In questi anni, in maniera particolare, attraverso il sistema di Welfare aziendale e tanto per citarne alcuni, sono stati erogati voucher da impiegarsi, a scelta, in librerie, palestre, cinema, pacchetti-salute e trasporti…
È stato inoltre previsto un rimborso previsto per tutte quelle spese connesse all’istruzione/formazione dei figli (per attività svolte prima e dopo l’orario scolastico), tra cui l’acquisto di libri scolastici, la partecipazione a corsi di lingue, vacanze studio, campi estivi, e la frequentazione di mense scolastiche, asili nido etc.
A tali gettoni di rimborso spesa è stata inoltre affiancata l’organizzazione di seminari, attività culturali, corsi di formazione ed eventi ricreativi pensati in funzione di un’azienda concepita non solo come luogo di lavoro in cui svolgere incarichi professionali, ma anche come possibilità di incontro, socializzazione ed opportunità di sviluppo della propria conoscenza.
Questo, pensando non solo alla contingenza e al presente delle persone che lavorano con noi, ma anche in un’ottica di investimento valoriale nel futuro di ciascuno, sia dal punto di vista professionale che personale ed Inter-generazionale.
Per concludere, desideriamo sottolineare che tali incentivi – in ognuna delle loro forme – sono graditi dai dipendenti, che ne usufruiscono con una percentuale che va ben oltre il 90%.
Il tutto a significare che l‘impegno che il gruppo investe nella valorizzazione del “capitale” umano – in una concreta relazione collaborativa con le persone che lavorano nell’azienda – è corrisposto.