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MAPS sponsor del C1A0 EXPO 2019: come guidare il futuro del paese con l’aiuto della AI

Maps Group è uno degli sponsor di C1A0_EXPO Intelligenza Artificiale Exposition, in programma a Genova dal 15 al 16 novembre 2019. Vieri Emiliani, Head of Innovation di Maps Group sarà presente, assieme ad importanti e noti professionisti del settore, nel Panel in programma Venerdì 15 dal titolo: “L’AI e la digitalizzazione delle reti elettriche come strategia per la crescita del paese”.

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]C1A0_EXPO 2019: facciamo il punto sull’intelligenza artificiale?[/sf_iconbox]

È la prima Fiera Internazionale dedicata all’Intelligenza Artificiale (AI) e avrà sede a Genova dal 15 al 16 novembre 2019, a Palazzo San Giorgio: parliamo di C1A0_EXPO 2019. L’evento, che ha come partner istituzionali la Regione Liguria e il Comune di Genova, è supportato anche da numerose realtà del territorio che si occupano di intelligenza artificiale ed il suo sviluppo.

È ormai evidente come si stia vivendo una AI-First age, nella quale il machine learning si sta sempre più affermando in settori fondamentali quali economia, salute e comunicazione con applicazioni concrete in grado di risolvere problemi, o svolgere compiti e attività tipici della mente e delle abilità umane.
Non a caso, l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla società del futuro è proprio il tema di questa C1A0_EXPO 2019. Esposizioni, laboratori e workshop formativi, panel e incontri si alterneranno nei tre luoghi della fiera, Mainstage, Arena e Tech Garden, per mostrare a pubblico e professionisti un futuro non così distante e il suo rapido, e a tratti imprevedibile, sviluppo, continua fonte di accesi dibattiti.

[sf_iconbox image=”fa-battery-4″ character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]MAPS e i grandi nomi dell’Energy Data Management per proporre il futuro energetico del paese[/sf_iconbox]

Maps Group, che figura tra gli sponsor della Fiera, sarà presente con Vieri Emiliani, Head of Innovation del Gruppo, nella giornata ricca di attività del 15 novembre all’interno dello spazio Arena.
Nel luogo della Fiera dedicato al mondo del business, con panel, incontri B2B e spazi condivisi per startup AI-Powered allo scopo di stimolare la contaminazione tra i vari attori, Vieri Emiliani parteciperà al Panel in programma per le 15.30 dal titolo: “L’AI e la digitalizzazione delle reti elettriche come strategia per la crescita del paese”. Assieme a lui, un nutrito gruppo dei importanti e noti professionisti del settore:

  • Enrico Pochettino, Head of Innovation and Internationalisation department del Gruppo IREN, una delle più importanti e dinamiche multiutility del panorama italiano nei settori dell’energia.
  • Simone Corbo, Head Of Energy Management & Trading di AXPO, uno dei maggiori player con una presenza lungo l’intera catena dell’energia.
  • Pier Vittorio Rebba, Technology Manager, Power & Water di ABB, leader nella guida alla trasformazione digitale delle industrie.
  • Andrea Gaspari, Responsabile delle operazioni eoliche e solari di ERG SpA.

Un moderatore scelto da Digital Tree, membri del comitato esecutivo della Fiera, preparerà il palinsesto del panel e le domande per ogni partecipante.

[sf_iconbox image=”ss-like” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Un futuro sostenibile e ‘intelligente’[/sf_iconbox]

L’Intelligenza Artificiale e il suo coinvolgimento nell’etica, l’educazione e il lavoro nella società del Futuro: C1A0_EXPO vuole condividere innovazione e conoscenze per consentire al grande pubblico di cogliere la portata di questa tecnologia e dei suoi risvolti nella vita quotidiana.
L’Intelligenza artificiale è un’importante opportunità di crescita e Maps Group, solida realtà nel settore della Digital Transformation e l’innovazione tecnologica, esporrà le sue soluzioni per garantire l’adempimento a un impegno importante: un futuro all’insegna della sostenibilità energetica.
Affiancata da professionisti con una visione d’avanguardia del settore energetico, sempre più orientato ad un approccio digital e a modelli di energia low carbon, Maps è pronta a offrire il proprio contributo per un accesso a sistemi di energia affidabili, sostenibili e moderni.


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

GRUPPO MAPS

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business. Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion. Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

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CONTATTI

Per maggiori informazioni
Contatti Società:
MAPS | Tel +39 0521 052300
 info@mapsgroup.it
Contatti Nominated Adviser
BPER Banca | Tel +39 0272 74 92 29 |
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Contatti Investor Relations & Financial Media
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Credits Immagini
Immagine di copertina da C1A0 Expo
Immagini processore da Pixabay
Immagine Intelligenza Artificiale da Pixabay
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6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia Sharing Knowledge

Dalla raccolta dei dati sensibili alla biometria comportamentale: il nostro futuro lo decidiamo noi!

[dropcap3]R[/dropcap3]iprendiamo il filo del discorso sulla mappatura dei dati sanitari lasciato nell’ultimo articolo, dopo aver introdotto nel primo post i topic su stili di vita, salute e monitoraggio, e ripartiamo dal tema della raccolta di informazioni degli utenti (in tema di salute e ambiente) e del loro utilizzo da parte – tra gli altri – di Facebook e Google.
Lo facciamo citando l’epilogo del documento pubblicato in occasione della presentazione della task Force Ambiente e Sanità. Come riportato nella pubblicazione, infatti, l’auspicio della neo-insediata TFAS è:

“che attraverso il contributo qualificato di questo tavolo tecnico si possa finalmente costruire la tanto attesa integrazione tra le strutture organizzative sanitarie e ambientali, valorizzando esperienze e buone pratiche già avviate e consolidate in diverse regioni italiane e stimolare l’attività normativa, ove possibile, per superare ostacoli, criticità e inadempienze.”

Preso dunque atto (evidentemente) dello stato di attuale ritardo con cui le organizzazioni e le istituzioni (soprattutto italiane, ma non solo) si trovano a livello di interoperabilità tra dati riguardanti ambiente, persone, benessere e stili di vita – e generazione conseguente di informazioni rilevanti in tema di salute e prevenzione – torniamo alla velocità (impressionante) con cui ad esempio Facebook sta agendo in questi versanti.
Lo vorrei fare in maniera critica, da un lato, ma anche razionale e ragionevole.
Perché se è vero – ed è verissimo – che esistono moltissime criticità in tali attività (alcune francamente non ancora immaginabili), dall’altro è obiettivamente impossibile – per la complessità delle variabili e delle varianti in campo – procedere in maniera univoca, coerente e graduale in tale immane impresa, così come accade in ogni vera rivoluzione tecnologia e culturale, del resto.
Dobbiamo quindi non solo vigilare sulla reale “capacità” di algoritmi e intelligenze artificiali in divenire di raccogliere ed elaborare i nostri dati in maniera veritiera e pertinente, ma dobbiamo fare – sia come singoli che in quanto comunità umana – un passo ulteriore in termini di consapevolezza e partecipazione.

[sf_iconbox image=”ss-bike” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Voluta dunque la bicicletta, pedaliamo ora!
(Che fa pure bene alla salute).

Torniamo innanzitutto all’articolo del Professor Paolo Benanti, Mappe di Facebook per la salute pubblica: alcune considerazioni. L’accademico, nel post (da leggere assolutamente) ci spiega come Facebook abbia (già):

creato delle mappe della popolazione altamente dettagliate per aiutare le organizzazioni sanitarie, i ricercatori e le università a combattere le epidemie e pianificare campagne di salute pubblica. Le mappe si concentrano sulla densità di popolazione con stime demografiche, su come le persone si muovono e sulla copertura di rete.”

Facebook, prosegue il Professore, il 20 maggio scorso ha infatti lanciato tre tipi diverse di mappe finalizzate ad aiutare le ONG e le Università che operano nella sanità pubblica a “superare le epidemie e raggiungere le comunità vulnerabili in modo più efficace”.
Quelle così introdotte, illustra Benanti, sono “mappe della densità di popolazione complete di stime demografiche, mappe di movimento e mappe di copertura della rete (…).”
Ognuna di queste differenti tipologie di mappe, dunque, raccoglie e soprattutto aggrega i dati in modi diversi, e in effetti adempie a bisogni altrimenti impossibili da gestire. Esse sono, nello specifico:
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Mappe di densità della popolazione, comprese le stime demografiche – [che] stimano non solo il numero di persone che vivono all’interno di tessere della griglia di 30 metri, ma forniscono anche approfondimenti sui dati demografici. (…)
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Mappe di movimento – [create tramite] l’associazione delle informazioni del sistema sanitario con i dati sulla mobilità umana (…). Questi dati sono utili alle organizzazioni sanitarie che guardano alla diffusione di malattie infettive, come l’influenza.
[icon image=”ss-play” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Mappe di copertura di rete – [che sfruttano il fatto che] la maggior parte delle persone utilizza Facebook su telefoni cellulari che si basano su reti cellulari, [così che] è possibile creare mappe [delle persone] in tempo reale.
Una delle cose che mi colpisce di più è che queste mappe non sono create soltanto con le informazioni raccolte da Facebook, ma sono integrate con altre fonti di dati di tipo sanitario, e non solo.
E questo – come lo scandalo di Cambridge Analytica insegna e come le pubblicazioni del professore approfondiscono – è in parte inquietante, anche tenendo presente la possibilità di queste informazioni di interagire con AI di tipo predittivo.
Ora, come se non bastasse questo tipo di scenario, nella mia ricerca su questi temi mi sono imbattuta in un articolo riferito alla “biometria comportamentale”, con una strategia di profilazione che va oltre alla mappatura, ai dati sanitari e agli stili di vita perché di fatto li raggruppa tutti, assieme ad altre informazioni personali raccolte e gestite attraverso i nostri device.
La finalità di tali sistemi di profilazione (come illustrato nell’articolo linkato) riguarda un tema di tutto rispetto, ovvero la sicurezza di accesso al proprio dispositivo:

“Un’azienda specializzata nelle soluzioni per l’autenticazione biometrica ha sfruttato i sensori presenti negli smartphone per sviluppare un sistema di sicurezza basato sul comportamento tipico degli utenti.”

Dobbiamo tuttavia registrare che questa metodologia mette insieme in maniera sistematica metriche che legano noi, il nostro corpo, l’ambiente in cui viviamo e il nostro stesso modo di esistere e muoverci.

Che cosa s’intende, infatti , per biometria comportamentale? Si tratta:
“di una tecnica profilazione di una persona basata sulle sue abitudini d’uso dello smartphone, raccolti ad esempio dai dati registrati dagli accelerometri, dai sensori a scansione e da altri strumenti già presenti negli smartphone.”
Questi dati, ad esempio,“possono rivelare se in un dato momento l’utente cammina in maniera inusuale o digita sulla tastiera virtuale in modo diverso dal solito. (…) Riguardo all’andatura, ad esempio, ci sono peculiarità indicative come quanti passi compie mediamente una persona in un minuto e quale piede appoggia abitualmente per primo.”

In un’intervista con l’Economist, il numero uno di UnifyID, John Whaley, ha quindi spiegato che la sua azienda:

“ha analizzato l’andatura di circa 50.000 tipi diversi di dispositivi per mettere a punto la sua tecnologia. Ha incrociato quelli relativi alla pressione delle dita che una persona applica abitualmente quando tocca lo schermo, al modo in cui impugna tipicamente lo smartphone e altri dettagli.”

Come dire: si tratta di una sorta d’impronta digitale comportamentale capace di identificarci in maniera univoca. (GASP!)

[sf_iconbox image=”ss-star” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]L’altra faccia della medaglia, o meglio, delle medaglie…

Giunta (quasi) al termine di questa ricognizione sullo stato dell’arte tra noi umani, la nostra salute, i nostri stili di vita e l’ambiente in cui viviamo – affiancando il tutto ad alcuni dei sistemi di monitoraggio, mappatura e profilatura di tali dati – direi che le preoccupazioni, così come le opportunità, sono tante.
La cosa che in primo luogo emerge, io credo – stabilito una volta per tutte che non solo i nostri dati clinici e medici sono rilevanti in termine di predizione dello stato presente (e futuro) del benessere di una persona, così come di una comunità, perfino a livello continentale e planetario – è che il livello di informazione e di alert di ciascuno sull’uso dei propri dati (sensibili, ma non solo) deve essere davvero alto.
Perché, come illustra in maniera ineccepibile questo articolo, “Il futuro non succede e basta. Lo stiamo costruendo continuamente.”
Ma in queste riflessioni si mette ancor più a fuoco un dato cruciale (già affrontato anche nel libro del Professor Benanti): la rilevanza dei singoli operatori dei dati e delle organizzazioni in cui operano nella gestione e nel governo delle informazioni di cui la nostra società iper-connessa ormai dispone.
Quello che viene proposto (anzi, ri-proposto) ad esempio da Hannah Fry, Professore Associato di Matematica presso l’University College di Londra, è interessante, anche a livello simbolico:

“Abbiamo bisogno di un giuramento di Ippocrate nello stesso modo in cui esiste per la medicina”, ha detto Fry. “In medicina, impari sull’etica sin dal primo giorno. In matematica, nella migliore delle ipotesi è un fulmine. Deve essere presente fin dal primo giorno e in prima linea in ogni passo che fai.”

E, ha aggiunto:

“Matematici, ingegneri informatici e scienziati in settori correlati dovrebbero prestare giuramento a Ippocrate per proteggere il pubblico dalle potenti nuove tecnologie in fase di sviluppo nei laboratori e nelle aziende tecnologiche”.

Non è l’unico, del resto, ad aver sollevato il problema, anzi. Come riporta l’articolo, infatti:

“Il caso di un giuramento di Ippocrate per gli scienziati è stato avanzato in precedenza, anche dal filosofo Karl Popper, che scrisse nel 1969: ‘Una delle poche cose che possiamo fare è cercare di mantenere viva, in tutti gli scienziati, la consapevolezza della loro responsabilità’ (…). Trenta anni dopo, Sir Joseph Rotblat (che abbandonò il progetto di una bomba nucleare da parte degli alleati proprio per motivi morali) approvò un impegno scritto in questo senso dal Gruppo studentesco Pugwash degli Stati Uniti’.

Io non so, francamente, se questa proposta dal Professor Fry sia una strada plausibile e percorribile. E nemmeno se sia, nel caso, dirimente.
Credo però che una delle prime garanzie che ciascuno di noi in quanto singoli cittadini o parti di comunità e società – deve pretendere in questi ambiti sono non soltanto elevati standard di sicurezza, ma anche comprovati comportamenti etici da parte di tutte le organizzazioni che se ne occupano, siano esse pubbliche o private.
Allo stesso modo, è ovvio che anche da parte di noi “singoli” la responsabilità non può essere delegata né dal punto di vista lavorativo né da quello personale e familiare: penso ad esempio alla tutela dei dati dei propri figli e all’educazione che si deve offrire loro anche in tema di riserbo e controllo.
Credo anche che le Istituzioni – e i monitoraggi post-sisma di cui abbiamo parlato all’inizio insegnano – abbiano un ruolo cruciale nel dare linee-guida che perseguano interessi comuni di elevato orizzonte etico. Penso al tema dell’ambiente e dell’inquinamento – che così tanto impatta anche in termini di benessere e salute – ma anche delle pandemie ed epidemie che si potrebbero in qualche modo “governare” in tutto il mondo con adeguati investimenti (vedi le citate mappe di Facebook).
Questo, perché il progresso – o meglio, l’evoluzione – non si ferma, e nemmeno sarebbe utile che lo facesse: l’aumento della longevità e la possibilità, oggi, di curare malattie una volta mortali, ne sono un esempio sostanziale.
La cosa che tuttavia mi auguro è che noi umani – sia come singoli che in quanto società – ci dimostriamo all’altezza della sfida e riusciamo a contribuire in maniera attiva e partecipativa all’elaborazione di questi temi, anche attraverso riflessioni, scambi di idee, letture ed eventi…
Alla prossima!
Natalia


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6MEMES TRENDS Information and communications technology White Paper

Digital Transformation: luci ed ombre del cambiamento. White Paper di Giulio Destri.

[dropcap3]L[/dropcap3]’avvento del digitale sta trasformando la società nel suo insieme e le singole unità che la compongono, aziende comprese, che altro non sono che unità organizzativo-economiche umane fondamentali per la nostra società.
Ogni azienda, infatti, produce beni e servizi per i propri clienti e mercato per i propri fornitori, generando così ricchezza (monetaria e non), sia per i suoi proprietari sia per il territorio in cui si colloca e opera, in relazione con altre altre unità organizzative quali enti pubblici, associazioni etc. che forniscono a loro volta servizi direttamente ai cittadini e/o alle aziende stesse.
In questo white Paper Giulio Destri parte da ciò che sta producendo la trasformazione digitale e ne esamina alcuni effetti. Infine, concentrandosi sull’interno delle organizzazioni, esamina come si dovrebbe procedere per coglierne i vantaggi e limitare gli effetti negativi – confrontandosi anche con errori compiuti nel passato – e parla di metodi per cogliere al meglio le sue potenzialità.
PS: in calce all’articolo, troverete anche un vero e proprio “cammeo” di 6MEMES: dall’articolo di Giulio sulla Storia vista come vero e propio “modello” per comprendere e (forse) predire i comportamenti della nostra società,  abbiamo infatti ricavato un secondo White Paper, anche questo free e scaricabile da questa pagina.
Alla prossima!

[highlight]Contenuti del White Paper su la DIGITAL TRANSFORMATION[/highlight]


Indice

Introduzione

Indice

01 Gli effetti della Digital Transformation sul mercato e nelle aziende.

02 Un modello di insieme per il “sistema azienda”: l’approccio con l’Architettura Enterprise.

03 Un modello per l’azienda-tipo italiana: l’Azienda come insieme di centri di servizio.

04 L’obiettivo del cambiamento e il cosiddetto TO-BE.

Approfondimenti

About


PER SCARICARE IL WHITE PAPER IN PDF CLICCARE SULL’IMMAGINE


White Paper “Modelli del passato per capire (e predire)
il futuro? La lezione della Storia”


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MAPS sponsor della WTO Conference: a confronto con la comunità imprenditoriale mondiale.

Il 29 ottobre 2019 si svolgerà a Ginevra la WTO Conference, evento di networking di notevole interesse promosso dall’Associazione Internazionale delle Camere di Commercio (AICC) in collaborazione con la Camera di Commercio Italiana per la Svizzera. Roberto Azevêdo, direttore generale del WTO, sarà il relatore ospite dell’evento. Maps già presente come sponsor, parteciperà con Giuseppe Franceschelli, Head of Strategic Relationships and Alliances del gruppo.

[sf_iconbox image=”fa-codepen” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Un luogo, la comunità imprenditoriale mondiale[/sf_iconbox]

L’Organizzazione mondiale del commercio (o WTO) è l’unica organizzazione internazionale globale che si occupa delle regole del commercio tra le nazioni. Le decisioni e gli accordi presi in sede alla WTO sono negoziati e firmati dalla maggior parte delle nazioni del mondo e, in seguito, ratificati nei loro parlamenti. L’obiettivo è aiutare i produttori di beni e servizi, gli esportatori e gli importatori a condurre le loro attività sostenendo un mercato di scambio internazionale che vada a beneficio di ogni attore coinvolto.
LA WTO Conference rappresenterà un importante occasione

  • per ascoltare il discorso del Direttore Generale Roberto Azevêdo “Il Futuro del commercio”
  • condividere l’evento e incontrare circa 400 individui, di oltre 15 nazionalità diverse, appartenenti alla comunità imprenditoriale mondiale.

Oltre a partecipare come sponsor dell’evento, Maps sarà presente con Giuseppe Franceschelli, Head of Strategic Relationships and Alliances del gruppo.

[sf_iconbox image=”fa-line-chart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Maps e il Futuro[/sf_iconbox]

Maps, si proporrà come solida e innovativa realtà imprenditoriale nel settore della Digital Transformation, mostrando la propria esperienza

Nel dettaglio, Maps potrà presentare alla comunità imprenditoriale:

  1. Le tecnologie sviluppate per migliorare la clinical governance e l’efficienza in ambito sanitario.
  2. La piattaforma che attualmente registra i dati di produzione, presso lo stabilimento Philip Morris di Bologna, degli stick di tabacco della sigaretta elettronica IQOS, salvando e storicizzando fino a 12.000 differenti parametri al secondo per ottimizzazione dei processi produttivi.
  3. Il sistema di Smart Desk Assistant, sempre sviluppato per Philip Morris e basato su algoritmi di Machine Learning, per la classificazione e l’instradamento delle richieste utente al Service Desk interno.
  4. La piattaforma di Enterprise Content Management, progettata per WIPO con l’implementazione di vari moduli open text, per la gestione dei documenti, processi, informazione e Records.

Importante evento, la WTO Conference permetterà a Maps di presentarsi a tavoli influenti della comunità imprenditoriale mondiale e avviare così possibili sviluppi industriali e finanziari in Svizzera e, più in generale, nel territorio europeo.


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

GRUPPO MAPS

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business. Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion. Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

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6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia Medicina & Narrazione

Monitoraggio dei dati, stili di vita, ambiente e partecipazione. Un percorso complesso alla ricerca del benessere.

[dropcap3]C[/dropcap3]i siamo lasciati nell‘articolo precedente parlando dei monitoraggi sul tema della salute attualmente in corso da parte di alcuni “colossi” del web.
Dall’avvio del Project Baseline ad oggi, ad esempio, la raccolta dei dati è andata avanti, su base partecipativa e volontaria, con diversi livelli di partecipazione degli utenti per raggiungere differenti obiettivi, come illustrano le pagine del sito rivolte direttamente al visitatore:

“Project Baseline è un’iniziativa pensata per rendere semplice e coinvolgente per le persone il fatto di contribuire alla creazione di una mappa della salute umana e partecipare direttamente alla ricerca clinica.”

Insieme a “ricercatori, clinici, ingegneri, progettisti, sostenitori e volontari”, la piattaforma propone così una collaborazione diretta con gli utenti per “costruire la prossima generazione di strumenti e servizi sanitari”.
Ma quali sono i  “premi” previsti per i partecipanti?
Non sono pochi e soprattutto sono progettati secondo differenti linee di senso (e di target), con la promessa ambiziosa di “colmare il divario tra la ricerca e l’assistenza clinica”.
I benefit  immaginati per la collettività –  proposti all’utente-volontario secondo una logica di ingaggio valoriale – fanno infatti leva su alcuni aspetti in cui i partecipanti si possono identificare facilmente attraverso la proposta di ricerche che hanno, come obiettivo dichiarato, la creazione di:

  • un mondo in cui ciascuno può avere informazioni utili e pertinenti sulla propria salute in un ogni momento, e non solo quando è malato;
  • un sistema in cui il proprio medico può accedere a una mappatura completa della salute del suo paziente e delle decisioni terapeutiche che lo riguardano.

Per raggiungere questi obiettivi – che aprono a uno stile di vita ben più che salutista, incentrato come è sulla gestione in prima persona del proprio benessere  – la piattaforma ha dato il via a una vera e propria campagna di reclutamento, con la possibilità di scegliere se contribuire a ricerche cliniche piuttosto che a sondaggi, focus group e altro ancora.
I premi, dicevamo, sono particolarmente interessanti. I soggetti coinvolti, infatti, possono:

  • essere i primi a sapere quando si attivano i progetti di studi corrispondono alle proprie preferenze;
  • provare in anteprima nuovi strumenti, tecnologie e trattamenti sanitari;
  • ottenere accesso esclusivo ad aggiornamenti, contatti diretti con leader nei settori e ad eventi della community.

Ad ora, ad esempio, queste sono alcune delle opportunità di ricerca attive:

  • uno studio sui biomarcatori cardiaci per comprendere un dato fattore di rischio per le malattie cardiache;
  • uno studio di co-design e usabilità, in cui collaborare a testare nuove tecnologie e dispositivi medico-sanitari;
  • uno studio dell’umore, che prevede la ricerca su come gli smartphone possono prevedere cambiamenti di umore e di comportamento.

Il tutto corredato con tanto di FAQ e testimonianze dei partecipanti.

[sf_iconbox image=”ss-nosmoking” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Stili di vita?
Niente palla di cristallo, ma inferenze!

L’ultima voce che abbiamo appena visto nell’elenco – quella sulla previsione di “cambiamenti di umore e di comportamento”è particolarmente interessante per le nostre riflessioni perché mette a sistema molte delle cose che abbiamo visto fin dall’inizio di questa serie di articoli.
In sintesi, qui, si mostra infatti in maniera lineare e coerente come, dalla raccolta dei dati in ambito sanitario, non solo si possa passare alla loro mappatura e analisi, ma anche come, attraverso l’accorpamento di questi stessi dati e la loro rielaborazione, li si possa utilizzare in un’ottica predittiva, soprattutto se restiamo sul tema della salute e del benessere.
Prima di andare avanti nelle nostre riflessioni, tuttavia, facciamo un rapido passo indietro rispetto agli “stili di vita” di cui abbiamo parlato fin dall’inizio di questa serie di articoli.
Uno studio della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria che ho reperito online (un po’ datato, ma molto completo), metteva in luce già nel 2005 quella che oggi vediamo essere la realtà, individuando in anteprima molti marker pertinenti al legame tra stile di vita e longevità.*
Lo studio, pubblicato sul Giornale di Gerontologia. 53. (2005/10/01) della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, parla dello Stile di vita come della

“sintesi dei modi con cui ci rapportiamo con noi stessi (autostima, umore), con gli altri (amore, amicizia, lavoro, disponibilità, fede, ostilità, diffidenza), con i problemi (serenità, ansia, stress), del tipo di dieta (quantità e qualità degli alimenti), delle abitudini voluttuarie (fumo, alcol, caffè, droghe), dell’attività fisica e della gestione del tempo libero.”

L’articolo ha posto il focus sulla longevità e indica che, allora come ora:

“il progressivo allungamento dell’aspettativa di vita ha comportato come conseguenza negativa un incremento degli anni vissuti in disabilità che in Italia ammontano mediamente nei due sessi a 6,9 anni.”

Dunque, dietro a semplici comportamenti quotidiani a breve-medio termine – la maggior parte dei quali compulsivi o legati alle condizioni ambientali e culturali in cui si vive – si sa da molto tempo che si nascondono insidie a lungo termine, costose non solo per il singolo (in termini di salute), ma anche per la collettività, in termini di energie e welfare a sostegno di una così lunga ed estesa disabilità.
E c’è poco da stare allegri, se a questi dati sugli stili di vita aggiungiamo quelli raccolti sull’ambiente, come vedremo tra poco.
[bctt tweet=”A proposito di stili di vita, dietro a semplici comportamenti quotidiani a breve-medio termine – la maggior parte dei quali legati alle condizioni ambientali e culturali – da molto tempo si sa che si nascondono insidie a lungo termine.” username=”MapsGroup”]
In questo articolo, ad esempio, in cui si annuncia la recente istituzione in Italia di una task force nazionale per promuovere il dialogo e l’integrazione tra il sistema dell’Ambiente e quello della Salute, si mette a fuoco innanzitutto l’obiettivo stesso dell’istituto:

“Insediata nel gennaio scorso [2018] presso il ministero della Salute, questi i suoi principali obiettivi operativi: supporto alle politiche di miglioramento della qualità dell’aria, dell’acqua, suolo secondo il modello della ‘salute in tutte le politiche’; potenziamento della sorveglianza epidemiologica; disponibilità di strumenti e percorsi interdisciplinari validi per la valutazione preventiva degli impatti sulla salute dei fattori inquinanti; formazione degli operatori del settore sanitario e ambientale e comunicazione del rischio in modo strutturato e sistematico.”

I dati riportati sono a dir poco impressionanti. Già il modello di politica europea per la salute adottato dalla regione europea dell’Oms nel 2012, Salute 2020, indicava infatti che:

“l’inquinamento delle matrici ambientali tra i principali determinanti dello stato di salute della popolazione. Secondo le ultime stime, circa il 24% di tutte le malattie e il 23 % di tutte le morti premature nel mondo sono dovute all’esposizione a fattori ambientali.
Più di un terzo delle malattie nei bambini al di sotto dei 5 anni è legato a fattori ambientali evitabili.” [1,2,3]

Non solo.

“Recenti studi nel campo dell’epigenetica attestano l’influenza determinante dell’ambiente sul genoma. Dimostrano come l’ambiente sia in grado di modificare la corretta espressione del nostro DNA, inducendo cambiamenti potenzialmente trasmissibili alle generazioni successive.”

Un dato positivo raggiunto da allora fino ad oggi, tuttavia – come ben emerge dalla presentazione della task force – è che l’opinione pubblica è finalmente allertata:

“Dall’ultima indagine statistica della Commissione Europea [4] sulle percezioni dei cittadini europei riguardo all’ambiente emerge una convinta tendenza da parte sia degli europei (94%) che degli Italiani (95%) a considerare la protezione dell’ambiente un problema importante. (…)
Più dei tre quarti degli europei (81%) e quasi la totalità degli Italiani (90%) ritiene che le questioni ambientali abbiano un effetto diretto sulla vita quotidiana. (…)
Quanto alle responsabilità, la maggior parte dei cittadini europei ritiene che non si stia facendo abbastanza. Emerge un atteggiamento di sfiducia e di biasimo soprattutto nei confronti delle istituzioni e degli enti preposti alle decisioni in materia di ambiente e salute pubblica.

La stessa Agenda 2030  per lo Sviluppo Sostenibile (sottoscritta nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU) sottolinea del resto che:

“la salute è indissolubilmente legata a fattori quali povertà, disuguaglianza, cambiamenti climatici e inquinamento e pongono una forte attenzione all’equità“, e anche l’Italia si è impegnata in questo senso, nel declinare gli obiettivi dell’Agenda nell’ambito della propria programmazione economica, sociale e ambientale.”

E anche se – come per tutto ciò che riguarda l’Italia – la situazione appare a mappa di leopardo, ovvero è diversificata regione per regione, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è “chiamato a dare risposte efficaci, interventi tempestivi, coordinati e di sistema.”
Per ulteriori approfondimenti su Agenda 2030 vi invito (se non lo avete già fatto) a leggere l’articolo che la nostra autrice Paola Chiesa vi ha da poco dedicato.

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Valutazione di Impatto sanitario (VIS):
dallo stile di vita allo stile di governance

Quello che a me, in queste sede, preme sottolineare ora, è la forbice (a tre punte) esistente tra:

  • la consapevolezza ormai diffusa dei problemi da affrontare  in materia di prevenzione (e predizione) in tema di stili di vita, salute (e ambiente), come dimostrano l’esistenza di varie relazioni sin qui condivise;
  • l’attuale disponibilità di mezzi, processi e sistemi in grado di raccogliere, gestire ed elaborare dati utili, così da evidenziare informazioni pertinenti e di valore da perseguire per raggiungere gli obiettivi;
  • la distanza tra queste due realtà entrambe attuali e la tempestiva possibilità da parte delle istituzioni di mettere a frutto in tempi brevi tali esperienza, dati statistici e modelli simulativi e predittivi.

Come dice il report citato sopra, infatti:

“Sebbene negli ultimi decenni si sia assistito a una rapida espansione delle metodologie di studio e di ricerca circa le relazioni tra esposizioni ambientali ed esiti sanitari, la valutazione degli impatti sanitari delle modificazioni ambientali indotte dalle politiche settoriali soffre ancora di scarse integrazione e sistematicità e di una visione interdisciplinare.”

Non a caso, nel recente evento dell’ISDE – Associazione Medici per l’Ambiente, la Task Force ministeriale AMBIENTE CLIMA E SALUTE ha rilasciato un elaborato esaustivo, in cui si raccolgono e presentano dati allarmanti sia sul tema della salute, dell’ambiente e dell’inquinamento, che vi invito ad approfondire.
Per quanto riguarda la to do list a breve, vista la complessità e l’inter-disciplinarietà dei temi da trattare, è previsto “un primo ciclo di attività, suddiviso per aree di lavoro, ciascuna area affidata a uno specifico Gruppo di Lavoro, che in una prima fase affronteranno le seguenti tematiche”:

  • Linee Guida sulla VIS e gestione dei rischi sanitari nel contesto delle diverse tematiche e matrici ambientali.
  • Linee Guida sulla Comunicazione del rischio.
  • Linee Guida sulla Formazione e Ricerca.
  • Linee Guida per lo sviluppo di sinergie tra strutture sanitarie di prevenzione e strutture del sistema nazionale a rete per la protezione ambientale (…)

Il tutto, al di là degli intenti positivi e del tutto auspicabili dei vari progetti in essere, presenta tuttavia il rischio di proporsi come un insieme di intenzioni teoriche non ancora in grado di cogliere, per lo meno a breve termine, le potenzialità innovative già oggi tecnicamente disponibili.
Il divario tra quello che si potrebbe fare e quello che concretamente si fa a livello istituzionale, in questo ambito, appare dunque elevato, mentre l’attuale settore privato sembra avanzare ben più spedito: pensiamo ad esempio allo stile assolutamente smart del Project Baseline, anche dal punto di vista comunicativo e partecipativo.
Ma di questo parleremo nel prossimo, ultimo articolo che tratterà, tra i vari temi, della biometria comportamentale e delle Mappe di Facebook, come magistralmente illustrato dal professor Benanti.
Vi lascio con un’anticipazione che fa meglio comprendere la portata di quello che sta accadendo. Volete sapere cosa illustra la mappa qui sotto, ad esempio? Semplice: la distribuzione di donne in età riproduttiva (età 18-49) in tutta la Tanzania, tratte da una combinazione di dati del censimento e immagini satellitari.

Stay tuned, Natalia Robusti

 


NOTE
[*]Stile di vita, invecchiamento e longevità. (Lifestyle, aging and longevity).Giornale di Gerontologia. 53. (2005/10/01). V. Nicita-Mauro, G. Basile, G. Maltese, A. Mento, M. Mazza, C. Nicita-Mauro, A. Lasco.Cattedra di Geriatria e Gerontologia, Dipartimento di Medicina Interna, Università di Messina.
[1]Report “Healty environment, Healty People”, 2016 UNEP.
[2]Ambient air pollution: A global assessment of exposure and burden of disease, WHO, 2016.
[3]Editorial. A Commission on Climate change. Lancet 2009;373:1659.
[4]Commissione Europea (2017) – Special Eurobarometer 468 “Attitudes of European citizens towards the environment”.


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Maps News News

MAPS a Parigi e Londra: incontro con la Comunità Finanziaria Internazionale

Maps Group ha partecipato all’’European Large & Midcap Event 2019’, a Parigi, e alla ‘AIM Italia Conference 2019’, a Londra, eventi dove ha potuto incontrato la Comunità Finanziaria Internazionale.

[sf_iconbox image=”ss-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]European Large & Midcap Event 2019[/sf_iconbox]

Si è svolto a Parigi, dal 14 al 15 ottobre 2019, l’’European Large & Midcap Event 2019’, organizzato da CF&B Communication.
Agenzia di comunicazione finanziaria indipendente, la CF&B Communication programma da decenni i “MidCap Events®”, incontri one-to-one che si tengono in Europa, ogni anno, tra società quotate e investitori istituzionali.

Dedicati alle PMI, spesso oscurate nel grande mercato finanziario, i MidCap Events® sono diventati appuntamenti importanti e imperdibili nel settore economico.
Anche i numeri di quest’anno sono stati notevoli

  • 400 gli investitori, proveniente da Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi bassi, Spagna, Svizzera, e Regno Unito.
  • più di 4.000 le riunioni in forma di one-to-one, one-to-poew, presentazioni di gruppo o workshop.
  • 150 le aziende partecipanti da Australia, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Stati Uniti.

Senza dubbio uno degli eventi IR più importanti in Europa, con una agenda ottimizzata e la possibilità di conoscere e dialogare con investitori realmente interessati.

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]AIM Italia Conference 2019[/sf_iconbox]

Il mercato AIM Italia, di Borsa Italiana, ha invece incontrato lunedì 21 Ottobre 2019, a Londra, la comunità finanziaria italiana ed internazionale.

L’evento, organizzato da Borsa Italiana,

  • ha voluto offrire ad aziende e investitori l’opportunità di fare il punto sui risultati raggiunti e sulle prospettive future;
  • ha concesso alle PMI, quotate sul mercato AIM Italia, una vetrina per farsi conoscere.

[sf_iconbox image=”fa-line-chart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Future Maps[/sf_iconbox]

Ai due eventi hanno partecipato, per conto di Maps, Marco Ciscato – Presidente del gruppo – e Gian Luca Cattani – R&D Director che hanno incontrato un selezionato numero di investitori professionali e istituzionali (circa 20) in one to one a Parigi e group meeting a Londra.
Scopi degli incontri è stato quello di presentare Maps come solida e innovativa realtà imprenditoriale nel settore della Digital Transformation e generare  così interesse ad investire nel titolo.

Tutto questo non solo nell’ottica di cercare nuovi capitali per finanziare i suoi piani di sviluppo ma anche per consolidare la cultura della trasparenza e della sostenibilità. Caratteristiche di una moderna pubblic company quale vuole essere Maps, su ogni livello.

 


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

GRUPPO MAPS

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business. Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion. Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Una bella “energia”: la squadra di 6MEMES vola alto tra innovazione, sostenibilità e un pizzico di creatività.

[dropcap3]A[/dropcap3]l termine dell’estate, come è nostra consuetudine in questo periodo, tiriamo le somme del nostro blog per fare (insieme) una panoramica su ciò che i nostri lettori hanno più apprezzato, così da trarne le dovute – e sempre piacevoli, – conclusioni.
Il trimestre precedente ha infatti premiato contenuti che hanno un filo comune: lo stretto legame tra le (migliori) pratiche di innovazione e quella che viene chiamata (per semplificazione) sostenibilità. Concetto che riguarda non solo l’ambiente naturale che ci ospita, ma anche – e a volte soprattutto – l’ambiente sociale in cui viviamo e che contribuiamo a costruire, anche se a volte con effetti non proprio positivi per il pianeta in cui viviamo.
A maggior ragione questa nostra recente classifica dei post più apprezzati sui vari social ci conforta: temi importanti – tutti contrassegnati da un alto livello di responsabilità – sono stati tra i più apprezzati, e questo ci pare un buon auspicio.
Iniziamo con il primo su tutti sulla piattaforma di Twitter, un’ottima performance anche su quella di Linkedin e un inaspettato terzo posto su Facebook, nonostante il topic non proprio facile.
Si tratta dell’intervista “Innovazione, energia e co-produzione di valore” che ci ha gentilmente concesso con la professoressa Paola Girdinio, Consigliere d’Amministrazione ENEL e Presidente dell’Osservatorio Nazionale per la Cyber Security, Resilienza e Business Continuity dei Sistemi Elettrici. La nostra “ospite”, inoltre, visto il suo impegno in ambito accademico e professionale, è stata inserita nell’albo degli esperti in innovazione tecnologica, istituito dal Ministero dello Sviluppo Economico.
Approfittando delle sue competenze ed esperienze, di così alto profilo, le abbiamo chiesto il suo punto di vista su temi preminenti, come lo stato dell’arte nel nostro paese in termini di digitalizzazione e co-generazione di valore – passando attraverso istituzioni quali l’Università – e in ambiti più prettamente produttivi – quali l’energia, l’ambiente e l’innovazione. Consigliamo dunque con vero piacere la lettura dell’intervista.
Al primo posto su Linkedin e al secondo su Twitter è invece la nostra “nuova” creatura comunicativa, MEMEnto6, la newsletter del Blog 6MEMES.
D’altra parte, ci speravamo, in un buon risultato: dal momento della sua nascita, nel 2015, ad oggi, il blog 6MEMES ha infatti percorso un lungo cammino durante il quale mai ha smesso di guardarsi attorno, attingendo dall’attualità e dai cambiamenti dettati dal multiforme mondo dei Dati…
E, siccome il mondo cambia velocemente, 6MEMES ha deciso come fosse necessario scegliere un nuovo compagno di viaggio per proseguire la sua avventura: il suo nome è MEMEnto6. MEMEnto6 è la Newsletter del blog 6MEMES: discreta e dal design grafico elegante, raggiungerà i suoi lettori con una cadenza trimestrale, offrendo interessanti spunti e argomenti di conversazione. Che altro dire: se ancora non lo avete fatto, iscrivetevi!
ClimaProseguendo nella nostra rassegna, incontriamo un’altra delle autrici di punta del blog che ha avuto ottimi riscontri su Twitter: si tratta di Paola Chiesa, che ci parla proprio di  “Sostenibilità: la governance territoriale come evoluzione della cultura di protezione civile nella P.A”.
Come ci racconta Paola, infatti, “Vivere un territorio da dentro – come accade ad ogni amministratore pubblico – significa toccarne con mano, e in prima persona, non solo le criticità ma anche le grandi potenzialità.”
L’autrice, amministratore e comunicatore pubblico, ci illustra questi temi importanti cercando di delineare contesti normativi, scenari strategici e opportunità concrete in tale ambito, con un focus specifico alle pratiche di protezione civile collegate al tema, più generale, della sostenibilità.
Concludiamo la nostra rassegna con un tris dei nostri autori più “tecnici”. Food
Innanzitutto Sara Di Paolo (esperta di Comunicazione) che da qualche mese, grazie alla piattaforma di analisi semantica Webdistilled, creata da Maps Group, ha monitorato cosa viene pubblicato nel mondo intorno al tema del #FoodTech.
In questo nuovo intervento sul blog #6MEMES, con il suo articolo Food Tech, dal frigorifero di casa alle risorse e alle sfide del pianeta, si è occupata delle espressioni “democrazia”, “tradizione” e “sostenibilità”: non troppo troppo virali o frequenti nel dibattito su media, new media e social, ma certamente molto potenti quando si va ad approfondire.
Perché, come ci ricorda Sara premiata sia da Facebook che da Linkedin  “Indagare su quanto viene detto e scritto su cibo e futuro sposta la nostra visione dal frigorifero di casa alle grandi sfide del pianeta.”
Data DrivenConcludiamo infine  la rassegna con un po’ di dati (come piace a noi).
Surrealismo in salsa Data Driven: quando i conti (da soli) non tornano, di Anna Pompilio, conquista la platea su Facebook, e ci racconta che “un modello data-driven non raggiunge mai la sua conclusione proprio perché i dati cambiano nel tempo generando continuamente nuovo potenziale: è dunque un’opera viva, in evoluzione.
E se il contesto culturale ce lo permette, non ne dovremmo essere spaventati ma galvanizzati e pronti a recepire le occasioni moltiplicate dal lavoro comune, dallo scambio di idee, dal sedersi intorno a un tavolo per dare vita a qualcosa di aperto con insite opportunità di aggiunte…”
Sempre di modelli e di cultura di parla anche Giulio Destri, anche se in riferimento all’impresa, con il suo articolo “Un modello di insieme per il “sistema azienda”, contributo tra i più condivisi su Linkedin.Azienda
Se infatti nel precedente articolo Giulio ha esaminato gli effetti della Digital Transformation sul mercato (e, quindi, sull’ambiente esterno dell’azienda), in questo post ci ha presentato invece la costruzione di modelli dell’azienda, la cosiddetta Architettura Enterprise, ossia la disciplina che permette di conoscere la sua struttura interna, i suoi componenti e le relazioni che fra essi intercorrono (da un punto di vista sia statico che dinamico).
Questo, al fine di analizzarne punti di forza e punti di debolezza per capire come e dove si può intervenire attraverso la trasformazione digitale.
In questo modo, i Dati tornano nuovamente protagonisti di questa rassegna, non solo come fonte di innovazione e produzione di valore in vari ambiti (energia, industria, salute e sanità) ma anche come vera e propria “sostanza” culturale e sociale atta a nutrire una trasformazione del mondo (digitale e sociale) che sia il più possibile all’insegna della sostenibilità.
Al prossimo trimestre, dunque, con il nostro “meglio”!
 


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Abitare la complessità: tra riduzione e semplificazione. Ne parliamo col professor Piero Dominici.

[dropcap3]C[/dropcap3]i siamo lasciati, nella prima parte dell’intervista, parlando di conoscenze, competenze e formazione come dei più potenti (e forse unici) “strumenti” per essere all’altezza, in quanto esseri umani, delle sfide che l’iper-complessità emergente ci pone sempre più.

Entriamo ora nel dettaglio di alcuni altri valori connessi a questi temi per verificare quanto sia indispensabile perseguirli – come ci illustrerà il Professor Dominici in questa intervista a cura di Natalia Robusti – rispetto all’attuale situazione culturale e sociale.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Oggi si parla molto di “gestire”, “governare” e “semplificare” la complessità, anche rispetto alle nuove tecnologie che consentono la gestione e l’utilizzo di una mole inaudita di dati e informazioni, magari in tempo reale, riguardanti anche le relazioni umane, ad esempio attraverso i social. Qual è il suo pensiero in proposito?

Come ho avuto modo di affermare in passato, stiamo provando ad abitare un’era ipertecnologica, sempre più segnata da “spinte” entropiche e caotiche che, al di là delle innegabili accelerazioni e avanzamenti in ogni campo della prassi sociale e umana, avrebbe dovuto definire e determinare condizioni ideali anche in termini di controllo e prevedibilità dei comportamenti, dei processi, dei sistemi. Una fase di mutamento radicale e globale che, come ribadito più volte anche in passato, ci costringe a ripensare categorie, codici, linguaggi, strumenti, identità, soggettività, norme e modelli culturali, comunità (aperte), spazi relazionali e comunicativi, ambienti, ecosistemi.

Mai, come in questo momento, l’innovazione tecnologica, con tutti i rischi/le opportunità che essa comporta, pone gli attori sociali e le organizzazioni di fronte alla possibilità di operare un ulteriore e irreversibile salto di qualità. Questo progressivo impossessarsi delle leve della propria evoluzione mette radicalmente in discussione modelli e categorie tradizionali, obbligandoci a rivedere/riformulare addirittura anche la stessa definizione del concetto di Persona. A ripensare l’umano e la sua interazione, per certi versi, ambigua con la tecnica e il tecnologico: un’interazione da cui non può che scaturire una sintesi complessa di cui non siamo ancora in grado di valutare prospettive, sviluppi e implicazioni.

Siamo dentro la società interconnessa/iperconnessa che, come ho avuto modo di affermare in passato, è una società ipercomplessa, in cui il trattamento e l’elaborazione delle informazioni e della conoscenza sono ormai divenute le risorse principali; una tipo di società in cui alla crescita esponenziale delle opportunità di connessione e di trasmissione delle informazioni, che costituiscono dei fattori fondamentali di sviluppo economico e sociale, non corrisponde ancora un analogo aumento delle opportunità di comunicazione, da noi intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza che implica pariteticità e reciprocità (inclusione). La tecnologia, i social network e, più in generale, la rivoluzione digitale, pur avendo determinato un cambio di paradigma, creando le condizioni strutturali per l’interdipendenza (e l’efficienza) dei sistemi e delle organizzazioni e intensificando i flussi immateriali tra gli attori sociali, non sono tuttora in grado di garantire che le reti di interazione create generino relazioni, fino in fondo, comunicative, basate cioè su rapporti simmetrici e di reale condivisione. In altre parole, la Rete crea un nuovo ecosistema della comunicazione (1996) ma, pur ridefinendo lo spazio del sapere, non può garantire, in sé e per sé, orizzontalità o relazioni più simmetriche. La differenza, ancora una volta, è, e sarà, nelle persone e negli utilizzi che si fanno della tecnologia, al di là dei tanti interessi in gioco.

Per queste stesse ragioni, ho sempre parlato di “tecnologie della connessione” e non di “tecnologie della comunicazione” (Dominici 1996, 2014 e sgg.). Il nuovo ecosistema globale, sempre fondato sul modo di produzione capitalistico, vive e si alimenta, a differenza del passato, di risorse immateriali, e di logiche della condivisione, che hanno fatto progressivamente saltare vecchi assetti e logiche di controllo, tipici della cosiddetta società industriale.

Di fatto questa smaterializzazione, questa virtualizzazione di tutti i processi e delle dinamiche, va a ridefinire confini e culture, linguaggi e pratiche; scardina logiche e pratiche consolidate. Si passa da processi e dinamiche materiali, in qualche modo controllabili e gestibili, a dimensioni immateriali, che, non soltanto per la straordinaria accelerazione introdotta dal digitale (che è cultura/culture!), si rivelano instabili e imprevedibili. A ciò si aggiunga che – come ripeto sempre – la conoscenza è una “risorsa” del tutto particolare: non perde il proprio valore con la sua riproduzione, distribuzione, condivisione. Non possiamo non rilevare, in ogni caso, come la civiltà ipertecnologica e iperconnessa sia caratterizzata anche da paradossi e contraddizioni, oltre alla poca consapevolezza delle implicazioni epistemologiche della cosiddetta rivoluzione digitale.

Campo frattale

Il digitale, d’altra parte, non è uno strumento, non è un insieme/sistema di strumenti, il digitale è cultura, anzi è culture e non soltanto ambienti interconnessi e iperconnessi. E, prima o poi, dovremmo anche provare a superare quella falsa dicotomia tra cultura e tecnologia (1996), non cadendo nell’errore o nella tentazione di pensare che le tecnologie e il digitale, da soli, possano ricreare il legame sociale e riattivare i meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione, laddove questi sono in crisi. Le tecnologie possono rivelarsi estremamente importanti e utili nel tentativo di colmare la nostra incompletezza e le nostre vulnerabilità come esseri umani; ma le condizioni sociali e culturali di condivisione, di accesso, di inclusione e cittadinanza, possono essere garantite solo mettendo seriamente mano all’educazione e alla formazione. Altrimenti, le tecnologie possono diventare fattori di divisione, separazione e asimmetria.

Un’altra questione riguarda l’impatto che queste tecnologie hanno (e avranno) sui nostri valori. Ritengo che, anche a livello di ricerca scientifica, non abbiamo ancora preso consapevolezza, fino in fondo, del cambiamento profondo che il digitale e le nuove tecnologie della connessione determinano, essendo entrate a far parte, appunto, della sintesi di nuovi valori e di nuovi criteri di giudizio (1995). Gli strumenti tecnologici a nostra disposizione, di cui ancora non sappiamo valutare le implicazioni, e le straordinarie scoperte scientifiche, mettono in discussione i codici, i modelli culturali, ma anche le identità e le soggettività, il rapporto dell’individuo con la società, il nostro stesso modo di pensare la vita, la prospettiva della vita umana. L’affidarsi alle tecnologie, a questo livello di analisi, è una via inevitabile – con tutti i rischi di una delega in bianco -, ma fondamentale deve essere pensato e integrato dentro una “nuova cultura della comunicazione” che ponga al centro, concretamente, l’incontro con la persona e l’ascolto dell’Altro.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”] Sembra un compito non facile, quello di ridurre la complessità a forme e modi che siano abitabili e, in qualche modo, “vivibili”. Dal punto di vista delle competenze necessarie per farlo – anche dal punto di vista professionale – quali sono i suoi consigli, anche nelle sue vesti di formatore in contesti internazionali di eccellenza?

Si tratta di temi e questioni fondamentali che meriterebbero ben altro approfondimento. In estrema sintesi: a mio avviso, abbiamo bisogno di educare e formare figure ibride (non “tuttologi”), assieme a quelli che chiamo (soltanto per esigenze di sintesi e semplificazione, perché la complessità non si può gestire!) Manager della complessità. Concetti importanti, di cui ho fornito in passato le relative definizioni operative. Si tratta, in sintesi, di profili professionali che, con una comune base di conoscenze e competenze metodologiche, logiche ed epistemologiche, siano in grado di fondere e integrare immaginazione e razionalità, creatività e rigore metodologico; che sappiano tenere insieme immaginazione e razionalità, creatività e rigore metodologico, preparati all’imprevedibile e all’emergente, per ricomporre la frattura tra l’Umano e il Tecnologico.

Per realizzare un obiettivo così ambizioso, oltre ad investimenti significativi su educazione, formazione, ricerca, abbiamo un disperato bisogno di riportare la creatività, l’immaginazione, le emozioni dentro i processi educativi e formativi, dentro le istituzioni educative e formative.

È proprio la complessità del mutamento in atto – ambivalente, veloce ed imprevedibile – ad averci mostrato tutta l’inadeguatezza degli attuali processi educativi e formativi, oltre che l’inconsistenza delle spiegazioni riduzionistiche e dei tradizionali modelli interpretativi lineari. Siamo ancora dentro l’illusione di poter gestire la complessità coinvolgendo, peraltro, soltanto quei saperi che sembrano più in grado di fornire certezze.

D’altra parte, abitiamo una civiltà ipertecnologica, basata su sistemi di automazione e simulazione, che marginalizzano l’umano e lo spazio della responsabilità, nell’illusione di poter eliminare l’errore e l’imprevedibilità dai sistemi. Siamo di fronte a un paradigma culturale che vede nell’eliminazione dell’errore e dell’imprevedibilità la nostra possibilità di avvicinarci alle macchine, alla perfezione. Ma sono proprio gli errori e l’imprevedibilità che connotano l’essere umano e la sua libertà, che è in primo luogo la libertà di poter pensare di sbagliare ma anche di sbagliare. Tuttavia, la tecnologia non è in grado di creare relazioni basate su rapporti simmetrici, orizzontali e di reale condivisione. Si manifestano, quindi, nuove forme di diseguaglianza e di esclusione sempre più legate all’accesso, non soltanto fisico, alle informazioni e alle conoscenze, alla capacità o meno di elaborarle e dar loro sistematicità.

La differenza, in ogni caso, la faranno sempre le persone e il modo in cui vengono utilizzate da loro le tecnologie. Nella società ipercomplessa non sono più sufficienti il “sapere” o il “saper fare”: si deve anche “saper comunicare il sapere” e “saper comunicare il saper fare”.

Come ripetuto più volte: “il futuro è nelle mani di chi sarà in grado di ricomporre la frattura tra l’umano e il tecnologico, di chi riuscirà a ridefinire e ripensare la relazione complessa tra naturale e artificiale, di chi saprà coniugare conoscenze e competenze, di chi saprà fondere cultura umanistica e cultura scientifica, sia a livello di educazione e formazione, sia a livello di definizione di profili e competenze professionali”.

Quello che occorre fare è agire non soltanto nei processi educativi e di socializzazione, ma soprattutto nella rappresentazione e nella percezione di dinamiche e processi evolutivi sistemici che riguardano da vicino anche la produzione dei saperi, nonché degli “strumenti” di conoscenza scientifica, in grado di contrastare l’imprevedibilità che connota i sistemi organizzativi e sociali” (Dominici, 2003).

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Quello che lei propone è di ripensare radicalmente educazione e formazione, nella prospettiva della complessità… Con quali strumenti, modi e tempi occorrerebbe dunque agire?

Su questo tema non ho timore di apparire ripetitivo, perché si tratta della “questione” delle questioni. Anche alla luce delle precedenti considerazioni, infatti, il tema dell’educazione alla complessità non è mai stato così di vitale importanza (Dominici 1996, 2003, 2011 e sgg.).

Oggi, purtroppo, siamo ancora dentro logiche di “breve periodo” – che sono quelle della risposta immediata, del controllo, dell’equilibrio a tutti i costi, dell’emergenza – mentre occorrerebbe ribaltare la questione in un’ottica di medio e lungo periodo, a maggior ragione in un’epoca di rapida obsolescenza delle conoscenze e delle competenze (Dominici, 2003).

In altre parole, il problema è questo: come possiamo ripensare la Scuola e l’Università (sono un unico sistema) ? Come possiamo riprogettare gli attuali percorsi didattico-formativi? Come occorre ridefinire i profili curricolari e professionali in una fase così segnata da traiettorie irregolari e ricche di discontinuità? Inutile nasconderlo: si tratta di un’operazione tutt’altro che semplice, oltre che di “lungo periodo”. La stessa ricerca scientifica si basa, attualmente, su logiche che scoraggiano, ostacolano apertamente il dialogo tra i saperi e l’interdisciplinarità, pre-requisiti essenziali per poter affrontare i dilemmi e le sfide della ipercomplessità.

In questo senso – come ho sostenuto anche in tempi non sospetti – si rivela estremamente rischioso, oltre che fuorviante, pensare di poter definire con pertinenza non solo i percorsi didattico-formativi e curricolari, ma anche gli stessi profili professionali, solo ed esclusivamente sulla base delle cosiddette “esigenze del mercato” e/o delle richieste (sempre più specifiche e specializzate) da parte delle imprese.

Detto in termini più espliciti: ha ancora senso continuare a rincorrere un mercato imprevedibile e in costante evoluzione? Il rischio, estremamente concreto, è quello di continuare a “rincorrere l’innovazione tecnologica e digitale”, subendola, senza neanche sapere se ci sarà il tempo necessario per adattarvisi e provare a gestirla.

In questa prospettiva, al di là dei tanti paradossi del mutamento in atto, il “grande equivoco”, nella/della civiltà ipertecnologica e ipercomplessa, è proprio quello di continuare a pensare l’educazione e i processi educativi (vale anche per la formazione) come “questioni esclusivamente di natura tecnica”, un problema soltanto di “competenze”, legato al “saper fare” (punto e basta).

Sono consapevole come siano in molti (la maggioranza degli addetti ai lavori e dei cosiddetti esperti), a pensarla in maniera diametralmente opposta, ma ritengo questa impostazione estremamente sbagliata, e non soltanto rispetto alla natura ed agli obiettivi che le istituzioni educative e formative dovrebbero avere. Se non si ripensa l’educazione e, ancor di più, il pensiero sull’educazione, modificando in tale direzione le scelte e le strategie riguardanti sia la didattica che la formazione (continua e sistematica, con una parte flessibile e modulare) di tutte le figure coinvolte ai vari livelli anche decisionali, non andremo molto lontano e continueremo a tentare di cavalcare il mutamento, la sua ambiguità e indeterminatezza, ricorrendo alle vecchie logiche di breve periodo e, dunque, navigando a vista.

E – come dico sempre – continueremo a raccontarci che la tecnologia va più veloce della cultura, come se la prima fosse un qualcosa di “esterno” alla seconda. Al contrario (mi ripeto), abbiamo bisogno di educare e formare persone e professionisti capaci di vedere opportunità in quelli che oggi definiamo e riconosciamo come rischi, vulnerabilità, variabili disordinate e pericolose in potenza, capaci di rendere ancor più instabili e insicuri i sistemi e la vita sociale.

Mai come oggi, si avverte l’urgenza di un’educazione (non soltanto digitale) che dev’essere immaginata e ripensata, comunque e sempre, nella direzione della costruzione sociale e culturale della Persona (prima) e del Cittadino (poi).

Per farlo, occorre educare alla complessità, al metodo scientifico e al pensiero critico nutrendo e alimentando un pensiero che non può che essere multidimensionale e multidisciplinare, anziché segmentato e/o specializzato.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Per quello che vale, anche noi di 6MEMES crediamo fortemente in quello che lei argomenta e ipotizza, e confidiamo che, prima o poi, questo approccio emerga anche a livelli direttivi e istituzionali. Ma ora, prima di concludere, un’ultima considerazione. Che ruolo individua lei oggi nell’Arte, se lo individua, rispetto alle attività di condivisione del sapere che occorrerà mettere in campo?

Nel passaggio dalla linearità alla complessità, dall’ordine al caos, dalla misura all’indefinito; percorsi, traiettorie, discontinuità che sottolineano ancor una volta la debolezza, l’incompletezza e l’inadeguatezza dei modelli interpretativi lineari e, più in generale, dei modelli culturali che caratterizzano l’attuale prassi sociale e organizzativa. Un’inadeguatezza che contraddistingue tutte le forme di riduzionismo e determinismo.

Mai come in questa fase storica di mutamento, segnata dalla rapida obsolescenza delle conoscenze e delle competenze, abbiamo un disperato bisogno di educare e formare “teste ben fatte” (Montaigne), caratterizzate da una “curiosità creativa” e da un pensiero che non può che essere sistemico e multidimensionale.

Quella “curiosità creativa” che contraddistingue sia l’arte che la scienza. D’altra parte, l’Arte non soltanto è complessità: è anche il linguaggio, il codice più complesso e articolato in grado di rappresentare le connessioni della complessità, rendendole evidenti, percepibili e tangibili.

L’Arte, con i suoi linguaggi complessi e immediati allo stesso tempo, è in grado di rendere l’invisibile e l’impossibile visibile e possibile. Si tratta dell’unica forma di mediazione simbolica (Cassirer) capace di non ingabbiare la vitalità dello spirito, rafforzando le connessioni tra le partiF e trascendendo – andando “oltre”- i modelli lineari tradizionali, i consueti ragionamenti dialogici e le polarizzazioni dei discorsi e dei tentativi interpretativi. A tal proposito, deve far riflettere molto come la dimensione artistica (quella più creativa) sia stata ridimensionata o persino esclusa dai percorsi didattico-formativi delle nostre scuole e università. Attualmente, anche i tentativi di ri-trovare le intersezioni tra i diversi campi del sapere e della prassi, come per esempio nelle cd. digital humanities, finiscono in ultima analisi per favorire, e alimentare, proprio quella stessa separazione tra tecnologia e cultura, che tentato di contrastare.

Esiste ancora poca consapevolezza di come l’Arte sia capace di gettare lo sguardo sui dettagli e sulla totalità, rappresentando un fondamentale “dispositivo”, anche e soprattutto, per insegnare il pensiero sistemico ed educare alla complessità. In tal senso, il contributo dell’Arte è fondamentale per ripensare i processi educativi e provare a ricomporre la frattura tra forma e contenuto, tra cultura e tecnologia, tra formazione umanistica e formazione scientifica, tra immaginazione e razionalità.

Da tempo, infatti, non sappiamo più guardare/osservare l’insieme, il sistema, l’intero, la globalità, il sistema di relazioni e/o interazioni che li caratterizzano; in altre parole, ne riconosciamo con difficoltà legami, correlazioni, nessi di causalità: proprio perché siamo stati educati e formati (nella migliore delle ipotesi) a descrivere, registrare regolarità, ai “come” e non ai “perché”; siamo stati educati e formati a cercare (?) e ad accontentarci di risposte semplici e/o pre-codificate, in ogni caso, ottenute in poco tempo: eppure, in futuro, per affrontare l’ipercomplessità, dovremo essere in grado di farlo, di invertire queste preoccupanti tendenze, sempre nella piena consapevolezza della rilevanza strategica del processo inarrestabile di specializzazione di saperi e conoscenze. Occorrono – come già detto – scelte strategiche ed una nuova sensibilità etica per le problematiche riguardanti gli attori sociali, il sistema delle relazioni e lo spazio del sapere: rimettere al centro la Persona, le emozioni, la creatività, l’immaginazione, l’immaginario, lo spazio relazionale, i processi educativi.

 

La ringraziamo di cuore, Professore, per il tempo che ci ha dedicato e le sue preziose risposte. È sempre illuminante parlare con lei e leggerla: farlo, apre qualche cono di luce su un orizzonte che oggi, francamente, ha più ombre che luci. 

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PROFESSOR DOMINICI PIERO
BREVE PROFILO BIOGRAFICO
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Fellow della World Academy of Art & Science, è Scientific Director del Complexity Education Project e Director (Scientific Listening) presso il Global Listening Centre. Insegna Comunicazione pubblica, Attività di Intelligence e Sociologia dei Fenomeni Politici presso l’Università degli Studi di Perugia. Visiting Professor presso l’Universidad Complutense di Madrid, ha partecipato, e tuttora partecipa, a progetti di rilevanza nazionale e internazionale, con funzioni di coordinamento; inoltre, ha tenuto lezioni e conferenze in numerosi atenei nazionali e internazionali.

È Membro dell’Albo dei Revisori MIUR e del WCSA (World Complexity Science Academy), fa parte di Comitati scientifici nazionali e internazionali. Si occupa da oltre vent’anni (didattica, ricerca, formazione) di complessità e di teoria dei sistemi con particolare riferimento alle organizzazioni complesse ed alle tematiche riguardanti l’educazione, la comunicazione, l’innovazione, la cittadinanza, la democrazia, l’etica pubblica. Da molti anni, collabora con riviste scientifiche e di cultura, oltre che con diverse testate. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, tra le quali:

Pubblicazioni scientifiche (una selezione):

Per un’etica dei new-media (1996-98); La comunicazione nella società ipercomplessa. Istanze per l’agire comunicativo (2005); La società dell’irresponsabilità (2010); La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento (2011); Dentro la Società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione (2014); Communication and Social Production of Knowledge. A new contract for the Society of Individuals, in «Comunicazioni Sociali», n°1/2015, Vita & Pensiero, Milano 2015; La filosofia come “dispositivo” di risposta alla società asimmetrica e ipercomplessa in AA.VV., Il diritto alla filosofia. Quale filosofia nel terzo millennio?, Bologna 2016; Post-Humanist Utopia and the Search for a New Humanism in the Hypercomplex Society in «Comunicazioni Sociali», n°3/2016, Vita & Pensiero, Milano 2016; Dominici P., Oltre la libertà …di “essere sudditi”, Casa della Cultura, Milano 2017; Sicurezza è Complessità sociale in AA.VV. (a cura di), Sociologia della sicurezza. Teorie e problemi, Mondadori, Milano 2017; The Hypercomplex Society and the Development of a New Global Public Sphere: Elements for a Critical Analysis, in, RAZÓN Y PALABRA, Vol. 21, No.2_97, Abril-junio 2017; (2017), Of Security and Liberty, of Control and Cooperation. Terrorism and the New Ecosystem communication. Italian Sociological Review, 7 (2); Fake News and Post-Truths? The “real” issue is how democracy is faring lately”, in «Sicurezza e scienze sociali», V, 3/2017, FrancoAngeli, 2018; Objects as systems. The educational and communicative challenges of the hypertechnological civilization, 2018; Oltre la linearità. Esplorare le connessioni…tra ordine e caos, in Programmare il mondo. Sfida e opportunità, OTM, Media Duemila, 2018; For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological, in, European Journal of Future Research, Springer, 2017;The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity. A New Humanism for the Hypercomplex Society” in, AA.VV., Governing Turbolence, Risk and Opportunities in the Complexity Age, Cambridge 2017; Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era, in, A.Fabris & G.Scarafile, Controversies in the Contemporary World, © John Benjamins Publishing Company, 2019.

Tra le pubblicazioni scientifiche:
For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological in EJFR

[English]
Prof. Piero Dominici (PhD), Fellow of the World Academy of Art & Science (WAAS), is Director (Scientific Listening) at the Global Listening Center and Scientific Director of the Complexity Education Project; he teaches Public Communication, Sociology and Intelligence Activities at the University of Perugia. As scientific researcher, educator, author and international speaker, his main areas of expertise and interest encompass (hyper)complexity, interdisciplinarity and knowledge sharing in the fields of education, systems theory, technology, innovation, intelligence, security, citizenship and communication. Member of the MIUR Register of Revisers, (Italian Ministry of Higher Education and Research), and of the WCSA (World Complexity Science Academy), he is also standing member of several of the most prestigious national and international scientific committees. Author of numerous essays, scientific articles and books, his published works include (a selection): Per un’etica dei new-media [Ethics for the new media] (1996-1998); La comunicazione nella società ipercomplessa. Istanze per l’agire comunicativo [Communication in the Hypercomplex Society. Solicitations for Communicative Action (2005); La società dell’irresponsabilità [The Society of Irresponsibility] (2010); La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento [Communication in the Hypercomplex Society. Sharing Knowledge to Cope with Change] (2011); Dentro la Società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione [Inside the interconnected society. Ethical Prospect for a New Ecosystem of Communication] (2014); Communication and Social Production of Knowledge. A new contract for the Society of Individuals, in «Comunicazioni Sociali», n°1/2015, Vita & Pensiero, Milano 2015; La filosofia come “dispositivo” di risposta alla società asimmetrica e ipercomplessa [Philosophy as a “Device” for Reacting to the Asymmetrical and Hypercomplex Society] in AA.VV., Il diritto alla filosofia. Quale filosofia nel terzo millennio?, Diogene Multimedia, Bologna 2016; [Post-Humanist Utopia and the Search for a New Humanism in the Hypercomplex Society] in «Comunicazioni Sociali», n°3/2016, Vita & Pensiero, Milano 2016; Dominici P., Oltre la libertà …di “essere sudditi”, in F.Varanini (a cura di), Corpi, menti, macchine per pensare, Casa della Cultura, Anno 2, numero 4, Milano 2017; Sicurezza è Complessità sociale in M.C.Federici, A. Romeo (a cura di), Sociologia della sicurezza. Teorie e problemi, Mondadori, Milano 2017, pp.49-65; The Hypercomplex Society and the Development of a New Global Public Sphere: Elements for a Critical Analysis, in, RAZÓN Y PALABRA, Vol. 21, No.2_97, Abril-junio 2017; (2017), Of Security and Liberty, of Control and Cooperation. Terrorism and the New Ecosystem communication. [Italian Sociological Review, 7 (2) [DOI: 10.13136/isr.v7i2.XX]; “Fake News and Post-Truths? The “real” issue is how democracy is faring lately”, in «Sicurezza e scienze sociali», V, 3/2017, FrancoAngeli, Milano 2018, pp.175-188; “Objects as systems. The educational and communicative challenges of the hypertechnological civilization”, in P.L.Capucci, G.Cipolletta (eds), The New and History. Art*Science, Noema, Ravenna 2018 – pp.121-133; “Oltre la linearità. Esplorare le connessioni…tra ordine e caos”, in Programmare il mondo. Sfida e opportunità, OTM, Media Duemila, n. 1 – anno 2018; “For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological”, in, European Journal of Future Research, Springer, 2017; “The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity. A New Humanism for the Hypercomplex Society” in, AA.VV., Governing Turbolence, Risk and Opportunities in the Complexity Age, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge 2017; Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era, in, A.Fabris & G.Scarafile, Controversies in the Contemporary World, © John Benjamins Publishing Company, 2019.


CONTATTI


SITOGRAFIA DELL’INTERVISTA


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CREDITS IMMAGINI
Ritratto Note biografiche

Immagine di copertina (rielaborata)
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Campo frattale
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Maps News News

Roialty, un nuovo progetto di customer experience per Eni gas e luce.


Lo scorso 2 aprile Stefano Tonella – Responsabile Customer Experience Solutions di Roialty, società acquisita nel maggio 2019 da Maps – ha presentato una soluzione innovativa di Customer Experience durante il primo Demo Day 2019, di Open Italy – Elis.
‘Open Innovation’ è il programma di sales accelerator organizzato da Open Italy ed Elis, in partnership con Ernst & Young, che coniuga le esigenze di innovazione delle grandi imprese con le soluzioni innovative offerte da Startup, PMI, centri di ricerca e spin-off universitari.

Eni gas e luce ha selezionato Roialty per attivare un progetto pilota di customer experience, della durata di dodici settimane, che è parte del programma ‘Open Innovation’.

Dopo il kick off del 17 settembre 2019, ora la sfida è quella di costruire un progetto di successo che soddisfi i KPI previsti.

Eni gas e luce è la società, costituita nel 2017 e controllata al 100% da Eni S.p.a., dedicata alla commercializzazione di gas, luce e soluzioni energetiche a famiglie, condomini e imprese.
Proprio il 17 (ed il 18) settembre, presso Le Village by CA a Milano, si sono tenuti i Kick-off Days dove Corporate e Startup, hanno pianificato e gettato le basi dei nuovi progetti di co-innovazione 2019.  
Il progetto si svolgerà su OneExperience, il prodotto Roialty che permette ai brand di integrare, nel loro ecosistema digitale esistente, la gamification e le dinamiche di engagement (come missioni, premi, punti e livelli). Una soluzione che estende le tradizionali promozioni e i meccanismi di fidelizzazione ai canali digitali, grazie ad un configuratore flessibile con il quale gestire facilmente concorsi online, vincite istantanee, estrazioni e punti.

In tal modo, in collaborazione con Roialty, Eni gas e luce sarà in grado di testare nuove modalità digitali per coinvolgere e fidelizzare la clientela, in alternativa alla carta fedeltà.

A breve, ulteriori nuovi aggiornamenti sul progetto di co-innovazione.


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Immagine di copertina da 1234rf. ID 111632453; Photo by Marina Putilova
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6MEMES TRENDS Dati e ICT nelle imprese e nella società

Imprese, aziende e organizzazioni: l'obiettivo del cambiamento. Di Giulio Destri.

[sf_iconbox image=”ss-crosshair” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]L’obiettivo del cambiamento

[dropcap3]N[/dropcap3]egli articoli precedenti abbiamo visto come realizzare modelli per analizzare la realtà del mondo, in particolare la realtà di aziende ed organizzazioni, e come usare questi modelli per individuare dove è necessario un miglioramento, in particolare dove occorre applicare la digital transformation. E, per migliorare le cose, serve cambiarle. Il miglioramento presuppone quindi un cambiamento.

In questo articolo analizzeremo il cambiamento, concentrandoci sull’obiettivo del cambiamento stesso (ossia la situazione finale dopo il cambiamento, il cosiddetto TO-BE).

[bctt tweet=”Per migliorare le cose, serve cambiarle. Il miglioramento presuppone quindi un cambiamento.” username=”MapsGroup”]
Nel contesto dell’azienda e delle organizzazioni definire l’obiettivo è compito della Business Analysis [0], trattata in un articolo precedente con particolare riferimento alla figura del Business Analyst, attività strettamente connessa con la gestione dei progetti o Project Management e con la gestione del cambiamento in generale o Change Management.
Molte caratteristiche dell’obiettivo “aziendale” sono anche comuni con gli obiettivi “personali” che, sia in ambito lavorativo, sia sportivo, sia di vita personale, vengono perseguiti dalle persone, eventualmente coadiuvate da professionisti attraverso attività di Coaching.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]I componenti dell’obiettivo

Perché nel contesto aziendale occorre intraprendere un cambiamento, organizzandolo attraverso un progetto di trasformazione (digitale)? Perché, come visto negli articoli precedenti, in un contesto estremamente competitivo e instabile come il mercato odierno, le aziende non si possono permettere punti di debolezza, pena la loro stessa sopravvivenza.
Analogamente, in un contesto personale, il cambiamento può essere importo dalle circostanze. Oppure una persona nel corso del tempo si può rendere conto che ci sono punti di “insoddisfazione” o “debolezza” nella propria vita, ovvero caratteristiche di questa che non lo/la soddisfano (più).
E questa può essere la motivazione che spinge al cambiamento nel momento in cui supera una determinata soglia critica. Ma rendersi conto di dovere cambiare (o di volere cambiare) non basta.
Come bisogna cambiare? Cosa bisogna cambiare della propria vita e di se stessi in particolare? Per rispondere a queste domande occorre definire con chiarezza il risultato del cambiamento, ossia l’obiettivo che si vuole e si deve raggiungere con il cambiamento.
L’obiettivo può essere qualcosa che riguarda direttamente noi (ad esempio, perdere peso, smettere di fumare, avere più vita sociale…), qualcosa che riguarda gli “strumenti base” della nostra vita (ad esempio, cambiare auto, cambiare casa, cambiare lavoro…). O, nel contesto aziendale, cambiare per esempio uno strumento, un processo, un modello organizzativo…, come abbiamo visto negli articoli precedenti.
In generale, in termini aziendali, l’obiettivo è associato al risolvere un problema o al cogliere una opportunità. Per esempio, l’introduzione di tecnologie digitali per rendere più rapido lo svolgimento di un processo è la risoluzione di un problema. L’adozione di tecnologie digitali per collegare una rete di negozi in estremo oriente ai sistemi informativi aziendali in Italia è invece uno degli elementi necessari per cogliere una opportunità di espansione nel mercato asiatico.
Quindi, riassumendo, l’obiettivo è formato almeno da un risultato (come vedremo fra poco, misurabile), dalle risorse necessarie per ottenerlo (ad esempio, soldi) e dai passi necessari per raggiungerlo (un percorso nel tempo, come schematizzato in figura 1).

Innovazione
Figura 1: il passaggio dall’AS-IS al TO-BE nel tempo

Infatti, obiettivi complicati o complessi  (e, talvolta, anche obiettivi semplici) richiedono una successione più o meno ampia di passaggi, organizzati opportunamente secondo un progetto.
In alcuni casi, per arrivare alla successione di passaggi necessaria a raggiungere l’obiettivo, si può disegnare la successione lineare di essi a partire dal primo passo, quindi anche nella progettazione dei passaggi si segue l’ordine cronologico con cui essi saranno realizzati.
Al crescere della complicazione dell’obiettivo (situazione in cui l’obiettivo è associato a un insieme di parti difficili da codificare) o della complessità dell’obiettivo (situazione in cui l’obiettivo è associato ad una molteplicità di parti interdipendenti tra loro) questa tecnica può non bastare.
In tali casi una delle tecniche maggiormente usate per definire tali passaggi è la cosiddetta tecnica dello scalatore  che consiste in sostanza nel partire dall’obiettivo finale (la cima che lo scalatore vuole raggiungere), individuare un piccolo passo (un punto di partenza nelle vicinanze della cima) da cui si può raggiungere l’obiettivo in modo “facile”. Poi si ripete il processo facendo diventare tale punto di partenza la nuova meta e cercando un punto ad esso “vicino” da cui si possa raggiungere la nuova meta in modo “facile”. E così via sino a giungere al punto di partenza.
Logicamente simile è il metodo della WBS  (Work Breakdown Structure o Scomposizione Strutturata del Lavoro), molto usato nel Project Management, che consiste nell’individuare gli obiettivi parziali necessari per raggiungere quello finale e di definire cosa è necessario per raggiungere tali obiettivi parziali, in termini di attività e risorse. Ad esempio, per organizzare una cena di paese con moltissimi invitati, bisogna scegliere la location e definire come attrezzarla, definire gli invitati e il menu in base anche ad eventuali intolleranze alimentari, dopodiché si potrà definire la lista degli ingredienti, stabilire chi fa cosa e così via.
Altri metodi ancora per raggiungere l’obiettivo sono dati dal Problem Solving Strategico,  di cui la tecnica dello scalatore è un componente.
Senza la definizione di questi passaggi il rischio di fallimento del cambiamento è altissimo.
Tornando all’obiettivo, ora formalizziamo i passaggi per la sua definizione “precisa”.

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[/sf_iconbox]L’obiettivo “chiaramente definito”: obiettivo S.M.A.R.T.

L’obiettivo S.M.A.R.T. è definito in vari ambiti del Project Management [1] e del Coaching [2]. SMART è un acronimo, in cui ciascuna lettera rappresenta una caratteristica fondamentale che l’obiettivo deve possedere:

  • S – Specific (Specifico)
  • M – Measurable (Misurabile)
  • A – Achievable (rAggiungibile)
  • R – Relevant (Rilevanti)
  • T – Time-bounded (Tempo-limitato o Tempificato)

Esaminiamo una per una tali caratteristiche.

  • Specifico: deve essere descritto chiaramente, per cui deve diventare chiaro e non ambiguo come vogliamo ottenere l’obiettivo stesso. Ad esempio, “vogliamo aumentare il fatturato” non è un obiettivo specifico, mentre “vogliamo aumentare il fatturato attraverso l’acquisizione di nuovi clienti” è specifico.
  • Misurabile: deve essere possibile, attraverso misure, esperienze sensoriali, verificare che l’obiettivo è stato raggiunto o ottenuto. Ad esempio, “vogliamo aumentare il fatturato” non è misurabile, mentre “vogliamo aumentare il fatturato del 10%” è misurabile.
  • Raggiungibile: l’obiettivo deve essere raggiungibile nel contesto, cioè deve essere ottenibile dati i vincoli esistenti. Ad esempio il vincolo potrebbe essere il budget o il numero di persone impiegate nel team che deve ottenere l’obiettivo.
  • Rilevante: il risultato dell’obiettivo deve essere significativo rispetto alla strategia ed al contesto aziendale. In questo senso quindi l’obiettivo deve essere motivante.
  • Tempo-limitato: l’obiettivo deve avere un limite temporale entro il quale deve essere raggiunto. Ad esempio “vogliamo aumentare il fatturato” non è tempo-limitato, mentre “vogliamo aumentare il fatturato (del 10%) entro 12 mesi” ha una ben definita scadenza temporale.

Mettendo insieme tutte le caratteristiche per l’obiettivo del fatturato, una espressione SMART di esso diventa: “vogliamo aumentare il fatturato globale dell’azienda del 10% entro 12 mesi attraverso l’acquisizione di nuovi clienti, investendo 1 milione di Euro, con un team di 30 persone dedicate al progetto”.
Ovviamente con il collocamento nel contesto specifico dell’azienda si può capire se questo obiettivo è effettivamente raggiungibile per l’azienda stessa. E un aumento del fatturato del 10% può essere rilevante oppure no, dipende dall’azienda.
Vediamo altri esempi di obiettivi non-SMART che possono essere resi “più SMART”, ovvero, con il termine comparativo inglese, SMARTer (che, ricordiamo, significa anche “più intelligenti”):

  • Migliorare la quantità di prodotti venduti all’estero.
  • Rafforzare le competenze di nostri rappresentanti commerciali.
  • Ridurre i tempi di produzione.

Che, resi SMARTer, diventano:

  • Aumentare il volume delle vendite del nostro prodotto di punta sui mercati esteri nella UE dell’8% in un anno.
  • Sviluppare un programma di formazione di 40 ore sulle tecniche di negoziazione internazionale entro Maggio prossimo per tutti i rappresentanti commerciali dell’area estero.
  • Ridisegnare i processi di produzione per abbattere il tempo di attraversamento della linea produttiva di 10 minuti entro la fine dell’anno.

E’ evidente la maggiore chiarezza e significatività degli obiettivi espressi nella forma SMART. In tale forma gli obiettivi sono anche più motivanti e, soprattutto, alla scadenza temporale sarà misurabile (e quindi dimostrabile) se effettivamente sono stati raggiunti oppure no, ovvero se l’azione di cambiamento avrà avuto successo (raggiungendo l’obiettivo) o no.
Un obiettivo non-SMART quindi ha, tra i vari rischi, quello di non essere dimostrabile: può non essere possibile capire se lo si è raggiunto oppure no.
In un contesto di digital transformation, ad esempio, un obiettivo SMART legato alla logistica potrebbe essere “attraverso la digitalizzazione completa dei documenti di carico e trasporto e il collegamento informatico con il magazzino, ridurre i tempi di carico di un TIR da 20 tonnellate a massimo 30 minuti entro 12 mesi”.
[bctt tweet=”Un obiettivo non-SMART ha, tra i vari rischi, quello di non essere dimostrabile: può non essere possibile capire se lo si è raggiunto oppure no.” username=”MapsGroup”]
Vediamo anche obiettivi personali non necessariamente di carattere aziendale:

  • “Voglio diminuire di peso” per essere SMART diventa “Voglio perdere 8 chili in un anno”. Ovviamente servirà poi un piano di azione adeguato per realizzarlo, previa valutazione della fattibilità rispetto a motivi medici, ambientali ecc…
  • Voglio guadagnare di più” diventa “Voglio aumentare il mio guadagno del 20% in 18 mesi”.
  • “Voglio essere più veloce nella corsa” diventa “Voglio correre i 10 km in 30 minuti entro 12 mesi”.

L’obiettivo SMART è sicuramente il primo passo per poter definire e porre in atto un cambiamento. In un contesto aziendale, applicando le metodologie di Project Management, deve essere poi impostato un progetto, corredato da un opportuno piano di azione, per raggiungerlo.
Ovviamente l’obiettivo (TO-BE) va rapportato anche alla situazione di partenza (AS-IS). Il gap risultante dal confronto ci può indicare che, nella situazione corrente, l’obiettivo non è raggiungibile entro la scadenza temporale prevista, o con il budget previsto. E questo è fondamentale: troppe volte nel passato si sono affrontati progetti senza avere chiaro l’obiettivo o tralasciando l’ampiezza del gap… con conseguenze quasi sempre disastrose, fino al fallimento del progetto stesso.
In un contesto personale, dove entrano in gioco tante dinamiche interiori e dove le tecniche di Project Management spesso non sono applicabili perché sovradimensionate e richiedenti uno sforzo eccessivo, la semplice definizione dell’obiettivo in modo SMART può non essere sufficiente.

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[/sf_iconbox]L’estensione dell’obiettivo S.M.A.R.T.: Obiettivo Ben Formato

Come dice il nome, l’Obiettivo Ben Formato (OBF) è l’obiettivo chiaramente delineato, anche nel modo per ottenerlo. Nella sua stessa definizione aggiunge quindi informazioni rispetto a quelle di un obiettivo SMART, consentendo una migliore valutazione dell’obiettivo e della sua fattibilità o raggiungibilità rispetto al contesto esistente, permettendo quindi una eventuale sua ridefinizione.
E’ nato nel contesto del Coaching [2] [3] [4], anche se si può estendere in alcuni casi anche nel Project Management. Serve a dare attuazione alla sequenza del cambiamento attraverso il Coaching, esprimibile attraverso i seguenti passaggi:

  • 1. Stabilire lo stato desiderato (TO-BE)
  • 2. Valutare lo stato attuale (AS-IS)
  • 3. Quali azioni son da fare per andare dall’AS-IS al TO-BE? In particolare, quale è la strada migliore (ad esempio, meno costosa in termini di energie interiori) per andare da AS-IS a TO-BE?
  • 4. Porre in essere la strada scelta attraverso la esecuzione della sequenza di azioni che la compone.

Un OBF, per essere tale, deve possedere le seguenti caratteristiche:
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]1. Essere espresso in modo Positivo e Specifico
Bisogna esprimere l’obiettivo al positivo e in modo specifico (come la S dello SMART). Per “positivo” si intende essere espresso con una affermazione e non con una negazione. Ad esempio “voglio lavorare in un’azienda con piani di carriera ben definiti” è espresso al positivo, mentre “non voglio lavorare più in quest’azienda” è espresso in negativo e non porta alla definizione di un obiettivo vero e proprio.
Vedremo più avanti che questa espressione è anche legata alla motivazione, attraverso la leva decisionale [5] dell’andare verso. Se l’obiettivo è molto ampio e/o la sua realizzazione è molto in là nel tempo, bisogna definire una direzione macro dove andare, ma mantenersi aperti ai microcambiamenti in corso d’opera, quasi sempre imposti da cambiamenti nella situazione al contorno che avvengono per cause su cui non abbiamo controllo. Questa necessità ha condotto alle metodologie agili  di conduzione dei progetti, come ad esempio SCRUM, che sono ormai riconosciute come necessarie anche fuori dal campo IT dove sono nate, come dimostrato dall’inclusione stessa di tale metodologie nel nuovo PMBoK [1].
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]2. Essere Orientato al Risultato
Il cervello umano è attratto da immagini, suoni, sensazioni specifiche “piacevoli”. Esprimere l’obiettivo in termini positivi ci aiuta a definire in termini di risultato e di suo significato l’obiettivo stesso [6]. Questo punto è l’estensione della R (Rilevante) di SMART, che diventa in questo caso importante e motivante. Per questo è necessario descrivere l’obiettivo in termini “sensorialmente percepibili”.
Nello stesso tempo, soprattutto se l’obiettivo è la soluzione ad un problema, concentrare l’attenzione sulla soluzione (ovvero pensare in termini di soluzione) distoglie l’attenzione (spesso ossessiva) dal problema, evitando che possano intervenire meccanismi limitanti (come il sopravvalutare il gap, il dirsi “non ce la posso fare”, ecc…).
Per questo molte metodologie raccomandano di definire prima l’obiettivo e solo dopo di fare l’analisi della situazione corrente (ossia, prima di prendere in esame i dettagli del problema, avere già una ipotesi di soluzione, con conseguente sensazione di “sollievo”). Per esempio, se dobbiamo scalare una montagna e partiamo dalla base percorrendo mentalmente tutto il cammino, è probabile che proviamo una sensazione di sconforto pensando a tutta la fatica necessaria.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]3. Essere descritto con precisione in termini sensoriali
Questa caratteristica è strettamente legata alla precedente ed è l’estensione della M (Misurabile) dello SMART. Risponde alla domanda: come saprai di avere raggiunto l’obiettivo?
Un obiettivo infatti, anche personale, può essere misurabile (ad esempio, “voglio correre la maratona entro 3 ore”) oppure no, nel qual caso ci deve essere una evidenza percettiva sensoriale, che definisce i criteri di successo legati al raggiungimento dell’obiettivo.
Nel caso di obiettivi personali è molto importante che la persona abbia individuato i propri criteri di rappresentazione dell’obiettivo e quindi la propria rappresentazione mentale sensoriale dell’obiettivo stesso. Ognuno di noi ha i propri criteri, non esiste un criterio “oggettivo puro”. Nel Coaching, il coach deve evitare di proiettare sul cliente il proprio modello mentale del mondo, ma fare al cliente le domande giuste “per entrare nel profondo, aprendo una stanza dopo l’altra, come se sfogliasse una margherita” [4].
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]4. Avere un tempo finito di realizzazione
Questa caratteristica è la T di SMART. L’obiettivo deve essere raggiunto entro un tempo massimo. Quindi i passaggi dovranno essere programmati tenendo conto delle scadenze temporali e degli scenari che si verranno a creare.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]5. Essere in Armonia con i valori della persona
Questa caratteristica e la successiva sono l’estensione della A (rAggiungbile) di SMART. Un obiettivo può essere attrattivo, ma, nel contempo, non essere in sintonia con i valori della persona, che quindi non sarà “realmente motivata” ad impegnarsi per raggiungerlo.
Ad esempio, se l’obiettivo per la mia carriera è raggiungere un fatturato e fare calare i costi, ma questo significa tagliare posti di lavoro e quest’azione è contraria ai miei valori, tenderò a non farla, o a farla con un enorme stress, che potrebbe avere impatti negativi sulla mia salute.
Gli obiettivi assorbono tempo ed energie. E’ importante capire l’impatto delle azioni fatte sulla propria vita [7].
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]6. Essere ecologico
Questa caratteristica è molto strettamente legata alla precedente, di cui può essere vista come l’”estensione temporale”. Per questo motivo alcuni autori le mettono insieme in una sola.
Un obiettivo è ecologico se l’insieme delle azioni necessarie al suo raggiungimento è compatibile con le altre caratteristiche della vita della persona (se personale), come per esempio la famiglia, le relazioni di coppia o con gli amici o con le caratteristiche dell’azienda (se aziendale), come per esempio i posti di lavoro, nel presente e nel futuro.
Per capire se un obiettivo è ecologico, al suo inizio e, soprattutto, durante tutto il tempo necessario per il suo raggiungimento, è necessario portarsi al momento temporale del risultato. Vivere il risultato, se possibile “assaporarlo e gustarlo”.
[bctt tweet=”Per capire se un obiettivo è ecologico, al suo inizio e, soprattutto, durante tutto il tempo necessario per il suo raggiungimento, è necessario portarsi al momento temporale del risultato. ” username=”MapsGroup”]
Poi “girarsi indietro” lungo la linea del tempo che porta dal momento presente a quello del raggiungimento dell’obiettivo e verificare tutto il percorso. Se necessario applicando un dettaglio simile alla tecnica dello scalatore sopra descritto. E, durante il percorso, valutare l’impatto che le azioni necessarie per l’obiettivo hanno avuto sulla propria vita. E capire, a livello emotivo e con un bilancio costi-benefici, se ne è valsa la pena… prima di intraprendere il cammino per l’obiettivo stesso. Se non ne vale la pena, occorre riformulare l’obiettivo stesso in modo tale che sia ecologico [8].
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]7. Avere definite le Risorse necessarie

Questa caratteristica è l’altro aspetto della A di SMART. Quali risorse, di ogni tipo (ad esempio, denaro), servono per raggiungere l’obiettivo? Quante di queste sono già disponibili e quali invece devono essere ottenute? La pianificazione dovrà ovviamente tenere conto di queste risposte.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]8. Essere sotto controllo (almeno per le parti fondamentali)

Questa caratteristica è legata alla precedente. Risponde alla domanda: Puoi controllare l’obiettivo? Quale parte dell’obiettivo dipende da te? Quale parte è invece esterna e non sotto il tuo controllo?
Ad esempio, se l’obiettivo è “sposare una persona specifica” e questa persona non è ancora nemmeno con noi fidanzata, esiste una ampia parte dell’obiettivo che non è sotto il nostro controllo. Anche in questo caso, nel Coaching, il coach deve porre attenzione a non proiettare i propri criteri sul coachee e deve guidare il processo in modo tale da fare formulare al cliente l’obiettivo in modo che sia sotto il suo controllo.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]9. Essere scritto

L’obiettivo, ben formato ed espresso al positivo, è stato scritto? Nel corso del tempo, durante l’esecuzione del piano d’azione, serve rivedere, fare verifiche, e controllare che l’obiettivo sia ancora raggiungibile come visto già alla caratteristica 1 (positivo e specifico). Anche nel Project Management tradizionale questo viene fatto attraverso le riunioni/verifiche di Stato Avanzamento Lavori (SAL) [1].
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]10. Avere un piano di azione
Bisogna passare dalla teoria alla pratica: come si arriva all’obiettivo? E qui valgono tutte le considerazioni viste sopra nel paragrafo delle caratteristiche dell’obiettivo.
Una raccomandazione che ho sentito molto spesso è: “durante la pianificazione, bisogna prepararsi (prepar-azione, ovvero prepararsi all’azione) e NON preoccuparsi (pre-occupazione, ovvero occuparsi in anticipo delle cose, spendendo inutilmente tempo ed energie in più)”.
Le domande-guida per costruire un obiettivo ben formato sono quindi:

  • 1. E’ specifico ed espresso in positivo?
  • 2. E’ orientato al risultato (e non al problema/punto di partenza)?
  • 3. Come saprai di avere raggiunto l’obiettivo? O, in altri termini, cosa vedrai, ascolterai, ti dirai, percepirai (con i sensi) quando avrai raggiunto l’obiettivo?
  • 4. Quando? In quanto tempo?
  • 5. E’ in armonia (con i valori, con te stesso)?
  • 6. E’ ecologico?
  • 7. Quali risorse (di ogni tipo) servono? Quali sono già in tuo possesso?
  • 8. Puoi controllarlo?
  • 9. E’ scritto?
  • 10. Hai (fatto) il piano di azione?

[sf_iconbox image=”ss-star” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Raggiungere l’obiettivo: il tempo e la motivazione

Nel Coaching la linea del tempo  o timeline è la rappresentazione mentale che noi diamo alla successione di ricordi del passato e di pianificazioni, immaginazioni relative al futuro. Senza entrare nei dettagli, che richiederebbero almeno un articolo dedicato, nel paragrafo precedente abbiamo visto che valutare l’ecologia di un obiettivo nel corso del tempo serve per capire se, in relazione agli altri aspetti della vita personale o aziendale, questa potrà essere mantenuta ad un livello adeguato, ossia sarà sostenibile nel tempo [2] [3] [8].
Insieme a questo controllo può essere utile applicare la regola della leva decisionale sulle motivazioni per cui inizia un progetto (o comunque il cammino) per raggiungere un obiettivo.
La leva decisionale chiamata anche “via da-andare verso” [5] è un meccanismo mentale inconscio (metaprogramma) sulla base del cui agire prendiamo la maggioranza delle nostre decisioni.
La decisione si basa sull’andare verso quando siamo attratti da qualcosa. Ad esempio, accettiamo una nuova posizione di lavoro, anche se eravamo contenti della precedente, in base alle maggiori opportunità (economiche, di carriera, ecc…) che essa ci offre. Siamo quindi attirati direttamente dalla meta, dall’obiettivo. Ma magari ci preoccupa il periodo di transizione che vediamo prima dell’obiettivo, rallentando l’inizio del cambiamento.
[bctt tweet=”La leva decisionale è un meccanismo mentale inconscio (metaprogramma) sulla base del cui agire prendiamo la maggioranza delle nostre decisioni.” username=”MapsGroup”]
In particolare la decisione si basa sul via da quando noi vogliamo evitare qualcosa nel futuro (per esempio giudicandolo simile ad esperienze passate spiacevoli) o andare via da qualcosa nel presente [6]. Per esempio, possiamo decidere l’acquisto di una particolare auto perché “solida” e richiedente poca manutenzione, sulla base del nostro desiderio di evitare la manutenzione. In un altro caso, vogliamo cambiare posto di lavoro, magari anche senza avere chiaro ancora dove andare, perché il posto di lavoro attuale non ci piace per nulla. Spesso la motivazione basata sul via da è molto forte all’inizio, poi potrebbe decrescere perché ne vengono meno le cause.
La motivazione migliore è quella che presenta entrambi insieme, chiamata anche propulsion system [6][9] in analogia con l’effetto fionda usato nelle missioni spaziali interplanetarie.
Prima viene innescata “insoddisfazione” verso la situazione corrente (via da) in modo tale da innescare il cambiamento (l’inizio della fase di trasformazione) e poi l’interesse verso l’obiettivo (andare verso), per mantenere la motivazione durante la trasformazione. Ovviamente considerando che l’obiettivo sia anche ecologico ed il suo impatto sulla vita personale o aziendale sia sostenibile, come visto nel paragrafo precedente.

***

Si chiude qui la mia serie di articoli per 6MEMES di quest’anno. L’appuntamento è dunque ai primi mesi del 2020.
Alla prossima! Giulio.


[highlight]Approfondimenti[/highlight]
[0] S. Berti – Business analysis ed analisi per i sistemi informativi – Ed. Ferentino
[1] Project Management Institute – Project Management Body of Knowledge (PMBoK) version 6
[2] J. Whitmore – Coaching – Ed. UniComunicazione
[3] R. Dilts – Il Manuale del Coach – Ed. UniComunicazione
[4] G. Destri e M. De Padova – Guida all’essenza del Coaching – Ed. Amazon
[5] S.R. Charvet – Le parole della mente – Ed. FrancoAngeli
[6] G. Destri – Manuale di PNL per la pratica nella vita professionale – Ed. Amazon
[7] A. Mora e R. Liguori – Pensieri Straordinari – Ed. EKIS
[8] A. Roberti e A. Rizzuto – Il meglio di te con il Coaching – Ed. UniComunicazione
[9] P. Borzacchiello – PNL per la vendita – Ed. UniComunicazione


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina (rielaborata)

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