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Interoper-abilità Uomo-Uomo: dal panico morale alla condivisione del sapere e delle emozioni. Intervista a Sonia Bertinat

[Intervista di Natalia Robusti]

[dropcap3]B[/dropcap3]envenuta Sonia nel nostro blog e grazie davvero per aver accettato la nostra intervista. Come sai, quest’anno, ci occupiamo di “interoperabilità”, termine tecnico all’apparenza un po’ astruso che — riversato dall’ambito tecnologico e quello più umanistico – può essere riassunto come la possibilità di “traduzione” — concettuale, affettiva, psicologica, corporea ed emozionale – dello stato, le istanze e delle aspettative di ogni essere vivente verso un altro, in questo caso umano.

È chiaro che il punto di partenza di questa possibilità di interazione sta nella DIVERSITÀ dei soggetti in questione, diversità che necessitano di un collegamento, un ponte…
Questo – in un momento di forte evoluzione non solo tecnologica, ma anche culturale sociale, come quella che stiamo vivendo – può essere un punto cruciale.
A maggior ragione se questa opera di “traduzione” non riesce, e gli individui e le comunità di riferimento non riescono a generare una sorta di zona franca in cui le diverse persone – istanze, bisogni, aspettative – riescano a convivere meglio tra loro. Questo vale per i singoli e le famiglie, la scuola, i media e gli ambiti professionali e lavorativi.
Andiamo quindi alla nostra prima domanda

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Partendo dallo stato dell’arte dei social (e del loro uso) spesso veicoli di istanze anche violente di avversione verso ciò che è altro da sé (o diverso), in uno dei tuoi articoli hai parlato di panico morale… Puoi illustrarci meglio il concetto?

Volentieri! E grazie a voi per l’invito: sono temi di cui mi occupo da tempo, anche se in altri modi 🙂
Il panico morale è un concetto proposto dal sociologo Stanley Cohen nel 1972 nel suo libro “Demoni popolari e panico morale (1)

Con il termine Panico Morale si intende un fenomeno di panico collettivo ingiustificato nei confronti di un qualcosa vissuto come minaccia e che viene alimentato da notizie miranti a scatenarlo o alimentarlo.

Nel momento in cui si attiva una risposta istituzionale al panico morale è possibile che vengano attuati dei cambiamenti sociali che mirano a sedare la minaccia. Se pensiamo a molti fenomeni della nostra attualità (la teoria gender, i migranti, la tecnologia) riscontriamo i meccanismi e i passaggi identificati da Cohen:

  • Preoccupazione: viene identificata o creata e poi amplificata.
  • Ostilità: la preoccupazione si trasforma in atteggiamento ostile.
  • Consenso: il supporto al panico avviene su larga scala.
  • Disproporzionalità: non c’è una correlazione reale tra il fenomeno e il suo impatto e la paura generata dal panico morale.
  • Volatilità: le minacce identificate possono cambiare nel giro di poco tempo e all’epoca dei social aumenta la velocità con cui mutano. 

In generale, ciò che viene osteggiato è il cambiamento e l’evoluzione di una società in quanto il permanere o il ripristino dello status quo è più tranquillizzante in quanto conosciuto. Il cambiamento genera sempre timore, il timore dell’ignoto, e diventa terreno fertile per chi non vuole che si attui (2).Ne deriva anche una questione legata al Potere: chi traghetta verso il cambiamento, come posso mantenere la mia posizione di potere in un mondo cambiato?

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Grazie mille, Sonia. Trovo davvero puntuale e pertinenti i concetti che hai condiviso con noi. 

Andiamo alla seconda domanda. La tecnologia, come sempre, porta con sé due differenti orizzonti, uno più “integrato” e uno “apocalittico”. Come si traduce oggi questa dicotomia rispetto alle diverse generazioni? Quali sono gli aspetti psicologici in gioco?

Come dicevo sopra, la tecnologia è uno di quei temi nei confronti del quale assistiamo a molte ondate di panico morale. 
Timori in alcuni casi non del tutto infondati, magari, ma sicuramente ingigantiti e distorti. danah boyd (si scrive minuscolo per volere dell’autrice) in un suo libro (3) ci dice che lo stesso panico legato alla salute delle persone sia stato innescato ad esempio dalla macchina da cucire o dai walkman. 
Ad ogni cambiamento è necessario lasciare andare qualcosa delle nostre abitudini, del nostro modo di affrontare le coseÈ inevitabile ma non catastrofico.
Purtroppo la reazione al panico morale tecnologico spesso è rigidamente dicotomica tra chi si pone sul polo esclusivamente favorevole ed entusiasta rispetto alle innovazioni e chi le demonizza tout court. È palese come non sia mai utile una polarizzazione di questo tipo in quanto entrambi i poli rischiano di non portare nella loro posizione le criticità che possono essere proposte. 
Proprio perché i cambiamenti sono importanti e comportano dei passaggi in cui si abbandonano alcune abitudini (o tecniche) vanno affrontati nel modo più chiaro e realistico possibile e le criticità non vanno cavalcate, ma nemmeno messe a tacere.
Affrontare i cambiamenti avendo tutti gli aspetti in mente, positivi e negativi, permette di non fare dei salti nel vuoto.
Un rischio che si corre, ad esempio, è quello di adattare a nuovi contesti modalità tecniche e organizzative che richiederebbero invece, per essere sviluppate in tutta la loro potenzialità, un nuovo modo di pensare. Il rischio, altrimenti, è che tali cambiamenti vengano considerati fallimentari o poco utili e quindi di tornare indietro alle vecchie modalità operative.
In questo il gap generazionale è molto presente tra chi è approdato alla tecnologia con vecchi modi di pensare e chi vi ci è nato “dentro”adattando il pensiero al nuovo mezzo. Vedo ancora molti contesti in cui si stampano le email o le fatture elettroniche, per esempio. Al di là del discorso ecologico, sottende un processo di pensiero che non riesce a trattare in maniera compiuta ciò che è dematerializzato. 
Il passare completamente a qualcosa di nuovo sottende a un pericolo psicologico legato all’essere tagliato fuori, alla paura di non essere in grado, alla perdita di importanza del background culturale o operativo passato. E quando si rischia di diventare “inutili” ci si difende.
Vengono messe in gioco le gerarchie e i ruoli quando ad esempio chi è in posizione di apice ha meno competenze di chi è più giovane. Lo vediamo tutti noi nel nostro piccolo, nelle relazioni familiari dove spesso i genitori non hanno gli strumenti educativi per affrontare i cambiamenti che la tecnologia immette nella vita quotidiana dei loro figli. Ma lo vediamo anche in campo aziendale, dove la leadership fatica a far spazio alle innovazioni perché non ha gli strumenti per maneggiarla e teme di perdere il controllo (e il potere).E allora si svaluta ciò che non si conosce e chi (o ciò che) è portatore del nuovo.
A volte però i cambiamenti sono inevitabili e solo la consapevolezza dei limiti e delle resistenze (spesso irrazionali e non legate all’oggetto del cambiamento in sé), oltre al necessario dialogo tra le parti, può garantire la proficua evoluzione ed evitare la polarizzazione.
Il “vecchio” deve aprirsi al “nuovo” (lo intendo a livello concettuale e non generazionale) svincolando il proprio sapere acquisito dagli oggetti o dalle procedure e trasmetterlo a livello di concetti e principi. E il “nuovo” deve attingere a quegli stessi concetti e principi per non ridurre il cambiamento alla mera tecnica.
Per farti un esempio più nel mio campo, i genitori si vivono come impreparati nel  gestire cose tecniche e quotidiane, come il tempo dedicato ai videogiochi dei figli, ad esempio, senza riuscire a capire come limitarlo. Il risultato è che magari nascondono la console o tolgono la wifi… È ovvio che un atteggiamento del genere non produrrà dialogo. Con ciò non voglio dire che i genitori non debbano mettere limiti: questo è il loro ruolo e i ragazzi necessitano di cornici chiare in cui muoversi, ma non è nelle azioni che passiamo quei limiti, quanto piuttosto nei principi che trasmettiamo (Shapiro, 2019) (4).
Se facciamo una traslazione di senso e consideriamo i senior aziendali come genitori e gli junior come figli il discorso non cambia. Non è limitando o osteggiando l’innovazione che l’azienda progredisce, ma può farlo tramite lo scambio di competenze (non necessariamente tecniche) integrando saperi anche molto diversi tra loro e sfruttando anzi quanto di utile può apportare un occhio esterno al processo. Per riprendere l’esempio della mail stampata, in questo passaggio c’è un messaggio concettuale: la necessità di mettere in atto una modalità di archiviazione sicura in cui la stampa si configura come mero adattamento del vecchio al nuovo. Viceversa, al nuovo si potrebbe portare tale criticità percepita sulla sicurezza  dell’archiviazione ed aprirsi alle soluzioni che questo potrebbe portare a tale necessità.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Perfetto, Sonia. Questo ci conduce di nuovo al tema dell’interoperabilità, ovvero alla possibilità che ha ogni capacità comunicativa di far dialogare (interagire, tradurre) tra di loro culture, saperi, orizzonti anche completamente diversi tra loro. 

Quali sono i consigli che puoi dare a livello personale e istituzionale per muoversi in questo orizzonte?

In parte ho già affrontato la questione nella domanda precedente parlando di dialogo tra generazioni e ruoli di potere. Ma il discorso fatto si adatta perfettamente anche all’interoperabilità. 

Prendo in prestito l’incipit della definizione che ne dà Treccani “Capacità di due o più sistemi, reti, mezzi, applicazioni o componenti, di scambiare informazioni tra loro e di essere poi in grado di utilizzarle. Capacità di due o più sistemi, reti, mezzi, applicazioni o componenti, di scambiare informazioni tra loro e di essere poi in grado di utilizzarle.” Il termine più rilevante per me è “scambio”.

Il concetto parte dal presupposto che non sia esclusivamente un sistema a detenere il sapere assoluto su quel campo, ma che, invece, ci siano più sistemi che – seppure in modo diverso – ne detengono una porzione.  

Lo scambio non diventa solo auspicabile, quindi, ma necessario se si vuole dare a quel campo tutto il know how possibile per favorirne la crescita e lo sviluppo. 

Un esempio sicuramente è quello dell’”usability” nel campo della progettistica. Un sistema metterà in campo le sue conoscenze tecniche per la realizzazione dello strumento, ma affinché se ne possa fruire non potrà non dialogare con il sistema che si occupa di come quello strumento verrà usato, assieme alla messa a punto dei modi idonei a facilitarne l’utilizzo. 

Tutto ciò sembra palese, ma spesso si tende a rimanere chiusi nelle proprie procedure, pur standardizzate e corrette, senza pensare che possano non essere esaustive. I prodotti che escono dalle aziende (che siano oggetti o siano servizi) non possono prescindere dallo sguardo verso l’utilizzatore finale se no ci troviamo a viaggiare con ruote quadrate che hanno rispettato tutti i dettami procedurali ma che poi sono inutilizzabili oppure oggetti di design bellissimi dal punto di vista artistico ma assolutamente inutilizzabili per la funzione per cui erano stati studiati. 

Bisogna avere il coraggio non solo di aprirsi a sguardi e pensieri “altri”, ma anche di lasciarsi contaminare. Ciò comporta spostare il focus sul campo (concetto, prodotto servizio) e non sulle proprie peculiarità. Bisogna mettere al centro del tavolo il servizio o prodotto e far sedere intorno al tavolo tutti i sistemi che hanno qualcosa da dire su ciò che c’è al centro. 

In campo digital lo vedo spesso tramite i miei contatti che si occupano ad esempio di Social Media Marketing. La loro difficoltà più grande è contrastare la tendenza delle aziende o dei liberi professionisti di riversare sul digitale le modalità operative messe in atto nell’offline. Il professionista incaricato diventa un mero esecutore ai loro occhi di questo travaso ma non gli viene data voce in capitolo per mettere nel campo la sua competenza. Per poi, di fronte a un fallimento o uno scarso risultato, precipitarsi a dare la colpa al mezzo, allo strumento digitale pur di non mettere in discussione il  proprio modo di pensare al “nuovo”.
 

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Mi ritrovo molto nelle tue parole, Sonia, e mi viene in mente il Prof. Dominici e i suoi studi sulla complessità. Spesso il professore parla di figure professionali Ibride. 

Anche in termini di interoperabilità c’è sempre più spesso la necessità di creare competenze e spazi comunicativi in grado di favorire questi processi… 

Arrivo quindi alla prossima domanda. Dal punto di vista psicologico e in base alla tua esperienza come deve muoversi un professionista o un’organizzazione per favorire questo trend?

Ho letto ciò che dice il Prof. Dominici anche nella bella intervista sul vostro blog e non posso che concordare in pieno con le sue affermazioni. Ciò che manca troppo spesso, quando assistiamo all’arroccamento su un know how conosciuto, è proprio il perdere di vista il fine teleologico delle proprie attività od azioni. Il “perché sto creando questa cosa?”.
Ma soprattutto “per chi?”. Si sente parlare spesso di “consumatore finale” ma il ruolo che poi gli viene dato è quello di soggetto passivo che “deve” apprezzare il prodotto o il servizio senza metterlo in discussione. Soggetto passivo a cui dare la colpa qualora non dia un feeedback positivo. Ma se non pensiamo al consumatore finale fin dalle prime fasi della progettazione come possiamo pensare che il riscontro positivo sia scontato? 
Spesso aziende e professionisti affrontano le evoluzioni della società stando sulla riva o abbracciati ad un masso nel fiume che scorre, illudendosi che sia il fiume a doversi fermare.per dialogare o spesso solo omaggiare il servizio reso. Se non si parte dal presupposto che quel fiume bisogna navigarlo con strumenti di navigazione (e qui il termine usato per l’utilizzo del web è stringente) adeguati ne verremo travolti. 
Se ci ostiniamo a usare una barca a remi (funzionale perché sta a galla e porta da una parte all’altra senza problemi da anni) per attraversare un oceano, non possiamo poi dare la colpa all’oceano se affondiamo. In psicologia si parla di locus of control interno od esterno.
Nel primo caso assumo su di me in primis la responsabilità o criticizzazione rispetto ad un processo. Nel secondo caso la attribuirò all’esterno. Ovviamente (come avrai capito non amo le polarizzazioni) anche qui non bisogna esponenzializzare il discorso. Ma un minimo di locus of control interno è necessario; il che implica non solo il porre sotto la lente critica le mie azioni o i miei progetti ma anche capire quali sono le mie potenzialità, fin dove arrivano e dove devo incontrare quelle di un altro sistema. Questo meccanismo lo vedo, anche da consumatrice, nelle aziende, ma anche nei professionisti, anche nella mia professione.
Se non siamo in grado di accettare che quella barca a remi debba essere perlomeno modifica e dotata per esempio di un motore (se proprio non vogliamo archiviarla) dobbiamo accettare di dialogare con chi produce i motori per capire se si adattano alla mia barca, se è resistente a sufficienza per reggerne il peso o l’impatto accelerativo. Ma non possiamo solo acquistare un motore e metterlo sopra. Dobbiamo progettare le modifiche, il cambiamento.
Il confronto tra professionalità diverse o settori diversi ha ancora un grosso gap comunicativo che sta in uno degli elementi principe della comunicazione: il linguaggio. 
Il linguaggio struttura il pensiero, e il pensiero viene espresso con il linguaggio. Se non adatto il mio linguaggio al fine di essere compreso da chi usa un altro tipo di linguaggio (che dovrà adattare a sua volta) non potrò mai creare l’incontro e la sinergia. Se pongo il mio linguaggio (ciò con cui mi definisco e con cui definisco la mia identità professionale o aziendale) ad un livello superiore non riuscirò mai ad attuare quel dialogo.
A volte la sola collaborazione professionale non basta ed è necessario che il singolo professionista o la singola azienda abbia al suo interno chi incarna entrambe le competenze. Mi piace il termine di professionalità ibrida in quanto oggigiorno sempre di più credo che le competenze specifiche non siano più sufficienti per affrontare un mondo complesso. Dobbiamo fare degli innesti, modificare delle strutture per avere nuovi occhi. 
Penso agli avvocati con cui collaboro e che si occupano di digitale per esempio o ai colleghi come me che si occupano di digitale. Non è pensabile pensare che le sole competenze acquisite nei nostri percorsi formativi siano sufficienti. Dobbiamo (anche eticamente) contaminarci con altre aree di competenza. 
E concordo col Prof. Dominici: questo non vuol dire diventare tuttologi, ma piuttosto conoscere ciò di cui si parla e fornire un buon servizio al consumatore finale. Innestare nella specifica identità professionale altre competenze non implica fare a meno di chi quelle competenze le ha nella sua identità, ma fa sì che, se anche lui si fa “contaminare”, potremo dialogare, capirci davvero e progettare al meglio.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Sono d’accordo! Ma in questo orizzonte di innovazione così ampio – che si traduce tuttavia in spazi potenzialmente illimitati di “comunicazione”, ma anche sempre più a rischio di autopoiesi e chiusura su di sé – quale è il ruolo oggi potrebbe giocare la scuola per favorire l’apertura e non la chiusura?

Prendo la metafora che ho fatto sopra. La scuola, al momento, è quell’istituzione che sta sul bordo del fiume. Gli istituti più coraggiosi sono attaccati alla pietra in centro al fiume. 
La scuola continua a alimentare sé stessa (a partire dai programmi ministeriali per arrivare alle procedure didattiche dei singoli insegnanti) con un know how in buona parte passato, ma spesso non riesce ad aprirsi a sufficienza alla società che evolve e nemmeno prepara sufficientemente gli studenti per tale evoluzione.
La funzione della scuola dovrebbe, oggi, essere invece molto focalizzata su questo aspetto: non solo per passare nozioni, ma anche (e soprattutto) per formare all’ingresso nella società le nuove generazioni. Per poter assolvere appieno a questa funzione la scuola deve porsi sempre una domanda: per quale tipo di futuro sto preparando le prossime generazioni? 
Tale quesito,  parrebbe semplice da porsi, ma invece si scontra inevitabilmente con il concetto con cui abbiamo iniziato questa chiacchierata, ossia il panico morale. 
I giovani sono sempre stati forti vittime del panico morale, e questo fin da quando la categoria “giovane” è assurta come definizione di una fascia di popolazione specifica che osava fare richieste e osava mettere in discussione lo status quo. Il popolare “dove andremo a finire” che veicola la minaccia oscura di un tempo futuro in cui le vecchie generazioni (o le vecchie modalità) temono di non riuscire più a riconoscersi un posto o un ruolo attivo. 
Allora, al posto di aprirsi, dialogare, mettere al centro il futuro e sedersi al tavolo con tutti gli attori per poter formare al meglio chi ci abiterà, ci si arrocca demonizzando quel futuro. E se non è la scuola a prepararci alla complessità, al fatto che le vecchie categorie potrebbero non essere più adeguate per imbrigliare una realtà complessa, chi vi arriverà, per poterla governare potrà solo far conto sulla propria individuale capacità di resilienza, creatività e capacità di innovarsi. 
Prepararsi per un futuro diverso non vuol dire dunque rassegnarsi e lasciare la barca senza remi, ma implica piuttosto cambiare orizzonte e  sistema concettuale. Non possiamo più pensare ad una formazione strettamente professionale in un mondo in cui non sappiamo se quella professione avrà un posto così come l’abbiamo pensata fino a quel momento. E ciò nonostante continuiamo a fare progetti che diciamo innovativi perché abbiamo mandato i ragazzi a fare uno stage, senza preoccuparci a sufficienza del fatto che questa non può essere solo la spunta su una check list, ma che tale nuova competenza va integrata e fornita di senso, oltre che “criticizzata”. 
Dobbiamo quindi pensare a una formazione che alleni il pensiero critico, e creare interstizi pronti per gli innesti necessari che non siano vissuti come ferite. Questo significa pensare a un sistema educativo in cui l’aggiornamento professionale del personale docente non può  prescindere anche dal dialogo con gli studenti, portatori del mutamento. 
Un po’ come dicevo per le aziende o per i genitori, lo stesso vale per la scuola, dove gli studenti dovrebbero diventare parte attiva del processo formativo in cui gli adulti mettono a disposizione le cornici di pensiero, le cornici concettuali e anche i principi fondamentali per un vivere sociale ma devono saper accogliere come contenuti indispensabili ciò che dagli studenti arriva. Io nel mio piccolo, quando faccio formazione a scuola, in materia di digitale, mi pongo in quest’ottica. 
Ho una professionalità ibrida perché ho accolto gli innesti necessari per affrontare quel tema. Ma su quegli innesti, chiedo ai ragazzi di aggiungere le loro competenze, riflessioni, perplessità. Io fornisco le cornici affettive e di pensiero per leggere quei contenuti e rimandarli loro più arricchiti. Ma non posso pensare (in realtà lo spero) di non venire modificata anche io da ciò che arriva da loro.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Lo stesso vale per me. E quel che posso già dire è che – per quanto mi riguarda – già le tue risposte hanno modificato molte cose in me, chiarendomi molti concetti e parendo parecchi nuovi scenari. Ti ringrazio quindi davvero e ti auguro buon lavoro. Anzi: buona interoperabilità, da parte di tutti noi di 6memes!

Grazie e buon lavoro a voi!

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
PROF.SSA SONIA BERTINAT
BREVE PROFILO BIOGRAFICO
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Psicologa Psicoterapeuta, cresciuta e formata in un’era analogica, sono approdata al digitale per pure passione e da autodidatta. La curiosità, caratteristica che fa dal fil rouge della mia vita personale e professionale, mi ha portato a conoscere e imparare, a camminare, in un mondo in cui non ero nata ma verso il quale sentivo una profonda attrazione.

Solo tardi, nel 2010, dopo aver cominciato a lavorare con le dipendenze comportamentali, sono riuscita a vedere una nicchia in cui far convergere una passione personale in una attività professionale.

Ho cominciato ad interessarmi della tecnologia come impatto nella vita delle persone, sul loro pensiero e sul loro modo di relazionarsi quando il medium digitale si frapponeva tra loro. Ma anche il concetto di dipendenza, in questo contesto, mi è sempre stato stretto e grazie ad incontri molto proficui con altri professionisti, sono riuscita a mantenere un’apertura positiva verso questo nuovo mondo. Un mondo con un linguaggio diverso, certo, ma in cui erano sempre le persone a decretarne i contenuti.

Come aiutare quindi le persone a destreggiarsi in questa realtà, come curare il linguaggio e le relazioni è stato il naturale passaggio successivo. Mi occupo di cyberbullismo, a contatto con le nuove generazioni con l’intento di poter fare da tramite, da ponte tra “vecchio” e “nuovo”. Comunicare che il modo in cui parliamo e ci relazioniamo con le persone nel digitale non può prescindere dal rispetto e da un uso corretto del linguaggio. La cura del contesto non può che rendere il contesto stesso un luogo non solo  più vivibile, ma anche utile e proficuo per la crescita di tutti noi.


CONTATTI


BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA DELL’INTERVISTA 
(1) Cohen, S. (1972), “Demoni popolari e panico morale. Media, devianza e sottoculture giovanili”, 2019, Mimesis
(2) Bertinat, S., “Pericolo? No, a volte è solo panico morale”, sul Portale Edugamersfor Kids 4.0
(3) danah, b., “It’s complicated. La vita sociale degli adolescenti sul web”, 2018, Castelvecchi
(4) Shapiro, J., “Il metodo per crescere i bambini in un mondo digitale”, 2019, Newton Compton


CREDITS IMMAGINI
Immagine Sonia Bertinat rielaborata
Sfondo: ID Immagine, 14014493. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh
Sfondo Astratto
ID Immagine: 33375704. Diritto d'autore: sakkmesterke
Immagine disegno astratto geometrico
ID Immagine: 47724337. Diritto d'autore: Ruslan Gilyazov
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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Parola d'ordine: interoperabilità. Il nuovo progetto di #6MEMES 2020 parla del lato (anche) umano di un tema squisitamente tecnico.

[dropcap3]C[/dropcap3]ari lettori, bentrovati!
Come anticipato, questo sarà un anno dedicato a un focus all’apparenza molto tecnico rispetto al nostro blog che, di solito, cerca di intercettare trend umanistici che dialogano con quelli più tecnologici, ma – come sempre – l’apparenza inganna 🙂 Partiamo innanzitutto dal termine in questione. Secondo Treccani, infatti, l’interoperabilità è la:

“Capacità di due o più sistemi, reti, mezzi, applicazioni o componenti, di scambiare informazioni tra loro e di essere poi in grado di utilizzarle. (…)
Essa può essere di tipo tecnico e/o di tipo concettuale. Quella di tipo tecnico è la più nota: basti pensare al mondo delle telecomunicazioni, al software e alla continua evoluzione dei sistemi di calcolo. (…)
Quella di tipo concettuale fa invece riferimento al modo razionale con cui sistemi complessi, privati e pubblici, nazionali e sovranazionali, sono in grado di cooperare sinergicamente (…).

E già qui, sottotraccia, i lettori più avvezzi alle trame di 6MEMES potranno in parte intuire dove vogliamo andare a parare. Ma, prima di inoltrarci al largo della questione, proseguiamo con un’altra definizione di tipo prettamente informatico, in cui l’interoperabilità è determinata come la:

“Capacità di un sistema o di un prodotto informatico di cooperare e di scambiare informazioni o servizi con altri sistemi o prodotti in maniera più o meno completa e priva di errori, con affidabilità e con ottimizzazione delle risorse.
Obiettivo dell’interoperabilità è dunque facilitare l’interazione fra sistemi differenti, nonché lo scambio e il riutilizzo delle informazioni anche fra sistemi informativi non omogenei.”

Siamo così arrivati quasi al nocciolo della questione.
Facilitare lo scambio di informazioni tra sistemi non omogenei è infatti una delle formule possibili con cui parlare di condivisione della conoscenza, anche se, per ora, stiamo parlando di uno scambio in qualche modo automatico che avviene all’interno di un un binomio definibile – per semplificazione e convenzione – del tipo Macchina-Macchina.
Ma, facendo un passo ulteriore in avanti – e attivando le nostre fusion skills – possiamo parlare di interoperabilità anche da un punto di vista all’apparenza più eccentrico, ovvero intersecando tra loro non solo i sistemi informatici/meccanici/automatici (cioè tecnologici), ma anche i sistemi (e i relativi processi) prettamente psico-biologici, nel nostro caso quelli umani.
Cerchiamo ora di approfondire meglio questo concetto…

[sf_iconbox image=”fa-gears” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]HUMAN & TECHNOLOGY INTEROPERABILITY

 
Ciascuno di noi, a suo modo, non è altro che un micro-sistema vitale che produce, scambia e riutilizza informazioni, e lo fa in primo luogo in relazione con altre intelligenze intra-specie, cioè con altri uomini e i relativi sistemi sociali.
Tuttavia (sorvolando per ora su tutte le altre forme di comunicazione che intratteniamo con altre forme viventi, ambienti fisico-biologici e perfino categorie astratte del pensiero e dello spirito) questo scambio avviene – nei fatti e di frequente – anche con le cosiddette intelligenze artificiali, o comunque con una serie di entità di tipo “meccanico” e/o informatico, come è nel caso degli algoritmi, dei robot e dei device responsivi, nelle loro rispettive combinazioni hardware e software.
Stiamo parlando, in sintesi, di tutte quelle interazioni che – ancora una volta per semplificazione e consuetudine – rappresentiamo con il binomio Uomo-Macchina/Macchina-Uomo e che invece, come vedremo, si possono declinare in più varianti sino a intersecare la relazione Uomo-Uomo, così definita per risonanza con quelle precedenti.
Facciamo a questo punto una doverosa premessa.
Il tema dell’interazione tra l’innovazione tecnologica e l’evoluzione più o meno armonica dei sistemi sociali in cui tale innovazione si riflette (e questo è sotto gli occhi di tutti, pensiamo ad esempio alla questione della digitalizzazione) è ancora molto difficoltoso da affrontare in termini fiduciari.
Questo, non e tanto (o non solo) da un punto di vista concreto ed esperienziale, ma anche intellettivo, percettivo ed infine emotivo. La frizione in questione si riverbera in tutti gli ambiti sociali:

  • quello economico, con la paura delle conseguenti implicazioni negative, ad esempio, nel mondo del lavoro;
  • quello culturale, con il timore di un impoverimento delle nostre competenze più prettamente umane in favore di quelle automatiche e computazionali;
  • quello sanitario, con la preoccupazione di possibili usi impropri dei nostri dati sensibili raccolti e processati;
  • quello mediatico e politico, con i rischi annessi alla digitalizzazione e disintermediazione delle comunicazioni di valore in favore di quelle propagandistica se non direttamente “fake”;
  • e così via…

Il tutto a erigere una vera e propria barriera di diffidenza e timore che – assieme ad alcune obiettive difficoltà professionali e tecniche – corre il rischio di far chiudere ancor più in se stesse le competenze e le sapienze necessarie, così da creare verticalizzazioni del sapere anziché far sì che questo enorme potenziale evolutivo si traduca in un generale miglioramento, sia reale che e percepito, della qualità di vita delle nostre società.
[bctt tweet=”Il tema dell’interazione tra l’innovazione tecnologica e l’evoluzione dei sistemi sociali è ancora molto difficoltoso da affrontare in termini fiduciari.” username=”MapsGroup”]
Tornando dunque al tema dell’Interoperabilità dei sistemi (sociali, umani e tecnologici) possiamo allora riflettere su come questo concetto possa rappresentare una sorta di parola d’ordine capace di mettere in relazione strutturale non solo “due o più sistemi, reti, mezzi, applicazioni o componenti (…) appartenenti a sistemi non omogenei” (e qui ci riferiamo la binomio Macchina-Macchina), ma anche due o più persone, organizzazioni ed enti (identificabili nel binomio Uomo-Uomo e relative abilità e competenze), che vivono e operano anch’essi in “sistemi non omogenei” sia dal punto di vista culturale che sociale e professionale, così da “facilitarne lo scambio di informazioni”.
E se è ormai evidente che il tema del sapere trasversale è uno dei topic generali più pertinenti, oggi, per affrontare in maniera competente la complessità degli scenari globali con cui ciascuno è chiamato a confrontarsi, questo è tanto più vero rispetto alla relazione tra l’Uomo e L’innovazione tecnologica.
Basta pensare alle divergenze ancora esistenti tra il sapere scientifico e quello umanistico, tra quello tecnologico e quello artistico, tutte contingenze che frenano – nei fatti – un’evoluzione più armonica nei vari domini di competenza.
 

[sf_iconbox image=”ss-repeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]INTEROPERABILITÀ: UNA ZONA “FRANCA”
A CAVALLO TRA DUE (O PIÙ) MONDI…

Il tema della assoluta necessità di inter-disciplinarietà tra le competenze e i saperi è particolarmente caro al professor Dominici che, in una recente intervista che ci ha gentilmente concesso, ci ricorda che “abbiamo bisogno di educare e formare figure ibride”, argomentando ampiamente il discorso:

Si tratta, in sintesi, di profili professionali che, con una comune base di conoscenze e competenze metodologiche, logiche ed epistemologiche, siano in grado di fondere e integrare immaginazione e razionalità, creatività e rigore metodologico; che sappiano tenere insieme immaginazione e razionalità, creatività e rigore metodologico, preparati all’imprevedibile e all’emergente, per ricomporre la frattura tra l’Umano e il Tecnologico.

Questo, a nostro avviso, è un traguardo imprescindibile affinché i buoni frutti degli attuali processi digitali maturino pienamente, anche a livello di conoscenza e consapevolezza diffusa. Apocalittici o integrati che siamo (per indole e costituzione), infatti, la realtà ha già fatto un salto definitivo verso la “Macchina” e noi dobbiamo imparare non solo a gestire questa contingenza, ma anche a coglierne e valorizzarne gli indubbi vantaggi, alcuni dei quali epocali.
Tornando a noi, dunque…
Nei prossimi mesi, nel nostro blog, il tema dell’Interoperabilità sarà declinato non solo dal punto di vista delle relazioni Macchina-Macchina (nei vari ambiti tecnici che esploreremo, così da rendere speriamo più “leggibili” tali sistemi e processi), ma anche da quella Uomo-Uomo, nella variante ad esempio delle figure professionali cosiddette “ibride”, o delle attuali possibilità di personalizzazione dei servizi sino ad arrivare alla condivisione di spazi fisici in cui abitare e lavorare.
[bctt tweet=”Apocalittici o integrati che siamo per indole e costituzione la realtà ha già fatto un salto definitivo verso la Macchina e noi dobbiamo valorizzarne gli indubbi vantaggi, alcuni dei quali epocali.” username=”MapsGroup”]
L’approdo naturale saranno infine le relazioni:

  • Uomo-Macchina – ovvero come l’uomo interloquisce, in andata e ritorno, con la macchina e le sue componenti hardware e software, non solo progettandola e realizzandola, ma anche istruendola, addestrandola e mettendola alla prova;
  • Macchina-Uomo – ovvero come quando e perché questi sistemi automatizzati o “intelligenti” di processo e creazione della realtà possono e potranno davvero essere un aiuto insostituibile per la nostra vita e la nostra società

L’intenzione è quella di proporre tali binomi – e tutte le differenze e distanze che li separano – non più come antagonisti, ma piuttosto come attori coprotagonisti, che debbono (e vogliono) evolvere insieme seguendo l’orizzonte di valori umanistici, anche se attuati attraverso sistemi e processi che, per semplificare, definiamo qui automatici.
In questo percorso saremo accompagnati – tra gli altri – da Sonia Bertinat e la sua intervista, che ci parlerà, dal punto di vista psicologico, di come impattano alcuni di questi temi nella nostra vita, da Giulio Destri e Anna Pompilio, che faranno letteralmente parlare Macchine e Dati, Natalia Robusti, che declinerà tali binomi alla ricerca dei meme di Calvino, Mauro Di Mauro e Fabrizio Biotti, come ci racconteranno delle relazioni (assolutamente non pericolose) tra Uomo e Macchina nella Sanità, e infine Sara Di Paolo e Lilith Dellasanta, che ci parleranno dell’interoperabilità Uomo-Ente e Macchina Uomo, la prima grazie a un monitoraggio sulle nuove forme di “convivenza”, la seconda su come il settore dei servizi si sta muovendo grazie ai Dati che lasciamo dietro di noi come briciole di pane…
Che altro dire?
Sperando di essere a nostro modo interoperabili coi nostri lettori 🙂 auguriamo a tutti un buon anno!



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Frederic LeBrun, HANZO 
Immagine Uomo-Macchina
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MAPS Group partner a Vittoria hub, il nuovo incubatore per startup del settore insurtech

MAPS Group aderisce, in qualità di partner, a Vittoria hub, la nuova iniziativa lanciata da Vittoria Assicurazioni: un programma di crescita dedicato all’Open Innovation, basato su un modello di collaborazione tra Startup e una rete di partners che offriranno supporto e servizi specializzati.

[sf_iconbox image=”fa-compress” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]VittoriaHub: l’innovazione tecnologica incontra nuovi modelli di business[/sf_iconbox]

Nato nel 2019 presso la sede di Vittoria Assicurazioni a Milano, il programma Vittoria hub è un nuovo incubatore per le Startup del settore insurtech.
Il luogo che lo ospita, messo a disposizione dei partecipanti, prevede spazi condivisi e spazi di lavoro flessibili, moderni e funzionali al lavoro di tutti i giorni per:

  • agevolare la collaborazione con realtà riconosciute nel mercato di servizi;
  • favorire la crescita delle Startup incubate.

Vittoria hub metterà a disposizione delle Start-up selezionate una serie di servizi per:

  1. Incubazione della business idea fino al Minimum Value Proposition;
  2. Adozione del minum value proposition grazie all’offerta di un ecosistema di conoscenze, servizi e tecnologie basato su co-creazione e open innovation;
  3. Accelerazione e promozione sui mercati nazionali e internazionali.

Il progetto coinvolgerà una rete di partners che offriranno supporto e servizi specializzati alle Startups all’interno del programma.

[sf_iconbox image=”ss-hand” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]MAPS: Sostegno e Promozione[/sf_iconbox]

Maps, PMI innovativa nel settore della digital transformation, contribuirà al nuovo incubatore mettendo a disposizione delle Startup il suo know how ed i suoi servizi IT.
In dettaglio, MAPS offrirà l’accesso a conoscenze e servizi nell’ambito:

  1. del Patient Journey in una struttura sanitaria, con riferimento a self check-in, ritiro referti e informazioni sui pagamenti della prestazione;
  2. del Data management delle informazioni cliniche, con accesso ad un annotatore semantico di testi clinici, un nomenclatore di prestazioni sanitarie e l’addestramento di un modello di classificazione di testi clinici, basato su un data-training set;
  3. della Customer experience, focalizzata su Social-login, la profilazione utenti  – basata anche su dati social – e il customer engagement su meccanismi di rewarding e gamification.

[sf_iconbox image=”ss-search” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Persona, prevenzione, monitoraggio[/sf_iconbox]

La prima “call for ideas” del 2019 è focalizzata sugli ecosistemi Persona, Mobilità, Casa e Azienda Connessa, per le componenti Prevenzione, Assistenza, Monitoraggio, Rimedio.
Le candidature sono aperte fino al 28 Febbraio 2020 e Vittoria hub si propone come il luogo dove creare nuove soluzioni interoperabili di servizi per soddisfare bisogni reali e promuoverle nel mercato.


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion.
Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

Per maggiori informazioni
Contatti Società:
MAPS | Tel +39 0521 052300
 info@mapsgroup.it
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BPER Banca | Tel +39 0272 74 92 29 |
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Festa di Natale MAPS 2019: l'energia delle emozioni come motore di cambiamento

Il 12 dicembre 2019 ha avuto luogo la consueta Festa di Natale MAPS. Un’occasione per ribadire come la crescita e il potenziamento del Gruppo, in ambito interno e commerciale, sono nulla se non si investe sulla persona e il suo potenziale di creatività ed emozioni.

[sf_iconbox image=”fa-child” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]MAPS Group: un anno di crescita[/sf_iconbox]

Il 12 dicembre scorso, presso lo Showroom ‘Ruote da Sogno’, a Reggio Emilia, ha avuto luogo la consueta Festa di Natale MAPS 2019.
Il Presidente Marco Ciscato ha introdotto la serata con un breve resoconto sull’evoluzione del Gruppo Maps nel 2019.
Un anno improntato ad accelerare i piani di sviluppo in ambito commerciale, agli investimenti sulle nostre Soluzioni e l’avvio della quotazione sul mercato di Borsa Italiana, nel segmento AIM.
A tali attività si sono affiancate anche un potenziamento della struttura interna, con un importante investimento nel recruiting (e il raggiungimento di 185 dipendenti a fine 2019) e corsi di formazione del personale (con circa 8.000 ore investite in arricchimento delle competenze).
Un anno il 2019, speso anche all’insegna del consolidamento di una cultura della trasparenza, dell’etica e della sostenibilità, ribadendo un concetto importante: dietro ogni attività e successo Maps ci sono state, e saranno sempre, le persone.

[sf_iconbox image=”fa-heart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le emozioni fanno crescere ma dobbiamo anche far crescere le emozioni[/sf_iconbox]

Concetto ripreso e ampliato, quello dell’importanza delle persone, dall’ospite della serata, Luigi Mazzola.
Executive coach e formatore, per anni dirigente e coordinatore dello sviluppo della performance nel team Ferrari in Formula 1, Luigi Mazzola ha sottolineato come il fattore determinante del successo e dell’efficienza di qualsiasi gruppo di lavoro, a scuola, in Università o per business, sia la persona, e come queste debba affidarsi al proprio patrimonio di emozioni.
L’energia delle emozioni è infatti indispensabile per vivere il presente e il cambiamento, e dare il massimo di sé stessi in una crescita non solo personale ma anche professionale.
Paura, giudizio e senso di colpa, che spesso ci comprimono e impediscono di camminare a sguardo alto sulla strada diritta del presente, in realtà non esistono nel momento attuale, ma sono contaminanti del passato o del futuro che non debbono distoglierci dal cambiamento e la nostra naturale evoluzione verso esseri migliori.
Ecco le persone 4.0: individui che hanno ben chiari i propri valori, e sanno come utilizzare le emozioni per promuovere il proprio cambiamento.

[sf_iconbox image=”ss-loading” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La sostenibilità delle scelte[/sf_iconbox]

Alla fine della serata ai partecipanti è stata donata una borraccia, a sottolineare che esistono anche valide alternative ecologiche alle abitudini di ogni giorno.
Per renderci migliori e migliorare quanto ci sta attorno.

Buone Feste, dunque, da tutto il Gruppo MAPS!


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business. Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion. Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Un filo di Arianna tra i labirinti della complessità? Un anno con 6MEMES e i suoi Dati!

[dropcap3]C[/dropcap3]ari lettori, siamo giunti anche quest’anno al termine della serie di pubblicazioni annuali che il nostro blog ha dedicato a un tema ormai contingente, quello della complessità o, per dirla secondo le parole illuminanti di Piero Dominici, l’iper-complessità.
Ed è arrivato il momento, anche per noi, di condividere un rapido bilancio dell’anno che si sta per concludere, prima di annunciavi il nuovo piano editoriale made in 6MEMES che inizierà dal 9 gennaio 2020.
In questi mesi di contributi e interviste, infatti, abbiamo cercato di svolgere un filo – anzi, più fili conduttori – con cui approcciare gli orizzonti complessi della realtà in cui ciascuno di noi è immerso, non solo dal punto di vista innovativo e tecnologico, ma anche (e forse soprattutto) culturale.
La bussola che abbiamo cercato di seguire è stata quella di non cadere nella tentazione (spesso vana) di semplificare la complessità che ci circonda, francamente in-scalabile, ma piuttosto di cercare di attraversarla (possibilmente indenni 😉 e, nel frattempo, individuare alcuni punti di riferimento, o meglio, di orientamento.
[bctt tweet=”In questi mesi, il blog 6MEMES ha cercato di svolgere un filo – anzi, più fili conduttori – con cui approcciare gli orizzonti complessi della realtà in cui ciascuno di noi è immerso.” username=”MapsGroup”]
Voi, cari lettori, ci avete accompagnato numerosi in questo percorso, sia sul blog che nei vari network collegati, dando così spessore – grazie alla frequente condivisione dei nostri articoli – a molti dei “fili di Arianna” che abbiamo cercato di dipanare nei vari ambiti della condivisione della conoscenza, alla ricerca come sempre di un rimando reciproco tra gli aspetti più tecnici dell’innovazione e quelli più sociali.
Lo abbiamo fatto – ad esempio – con il nostro Giulio Destri, sempre in pole position rispetto ai trend non solo delle organizzazioni complesse e della cosiddetta “Digital Transformation”, ma anche di topic più umanisti con un sorprendente contributo dedicato alla Storia (quella con la S maiuscola) vista come un modello predittivo degli aventi, anziché semplicemente retrospettivo, capace di mettere di orientarci nel labirinto iper-complesso delle società che evolvono nel tempo.
Lo stesso vale per i contributi di Anna Pompilio, che ci ha condotto attraverso i flussi dei Dati accompagnandosi alla citazione di Magritte, vera e propria guida spirituale di questo percorso, alla ricerca anch’essa di un filo “sostenibile” del loro utilizzo sia nelle organizzazioni che nella società, in un percorso spesso non lineare – ma ben visibile – fatto di legami e flussi incrociati tra la tecnologia e la cultura dei dati.
La trama del nostro tentativo di “riduzione della complessità” l’ha tracciata anche il nuovo autore di 6MEMES, Mauro di Maulo, in un tragitto davvero interessante nel mondo della sanità in un momento in cui l’innovazione sta segnando passi da gigante.
Mauro, nei suoi contributi, ha infatti cercato di unire tra loro due differenti sponde concettuali (e pratiche) nell’ambito della cura della persona, quello dei dati e delle informazioni in ambito clinico-medico e quello dell’accompagnamento del paziente nel suo percorso di cura.
Percorso di curaLo ha fatto attraverso riflessioni ed esempi concreti e quotidiani, capaci di calare nella vita di tutti i giorni argomenti che, diversamente, potrebbero sembrare lontani e astratti, oltre che iper-complessi, e che invece riguardano da vicino sia noi che i nostri sentimenti, oltre che la nostra salute.
Non a caso anche la nostra autrice Natalia Robusti ci ha ricondotto alla necessità di ri-trovare un filo conduttore tra Uomo, Algoritmi e Anima, alla ricerca di un nuovo “senso comune” in cui orientarci in quanto specie in evoluzione, mentre è stata Sara Di Paolo a porre l’attenzione proprio sulla capacità tutta umana di COndividere la “complessità”, così da viverla insieme e con più possibilità di successo.
Questo, grazie a un semplice prefisso, “CO”, che non è affatto un fenomeno di nicchia né una moda momentanea: condividere il luogo di lavoro (Co-working), infatti, così come il modo di vivere (Co-living) e gli spazi abitativi (Co-housing) è una realtà di portata internazionale che si sta diffondendo sempre più, e non solo tra i giovani, come Sara ci ha dimostrato guidandoci in una serie di esempi e casi di studio.
Grazie alla recente intervista in due parti del professore Piero Dominici, inoltre – che ha ottenuto il record assoluto su tutti nostri social in termini di visualizzazioni e condivisioni – abbiamo potuto beneficiare di un punto di vista cruciale riguardante la complessità.
Come ci ha egregiamente illustrato il professore, infatti, “governare” la complessità e l’iper-complessità, riducendole anziché semplificarle, significa viverle, o meglio, come lui stesso dice, abitarle.
In questo percorso lungo un anno abbiamo così cercato di farlo a nostro modo e – in qualche maniera – di “scomplessarla”, come ci ha raccontato anche Simone Bannati, da noi intervistato sul mondo Senz’Altro complesso (e complicato) dei social :-).
Mappa del MondoUno tra i più efficaci strumenti che abbiamo trovato per tradurre i dati complessi in dati “leggibili” è stato proprio quello della “visualizzazione” (dei dati, dei concetti, dei processi), grazie alla capacità tutta umana di rappresentazione simbolica della realtà attraverso le “mappe”.
Mappe che non sono altro che processi di sintesi e narrazione visiva finalizzati non solo alla messa in forma dei dati, ma anche e soprattutto all‘analisi e alla comprensione di quella che – per semplificazione – chiamiamo realtà.
A questo topic, non a caso, hanno partecipato tre dei nostri autori, componendo un White Paper a più mani che racconta proprio di questo, ovvero di come le forme visive condensino percorsi di senso capaci di orientarci nella complessità del mondo, facendo – anche da punto di vista meta-comunicativo – non solo da mappa, ma da vere e proprie bussole.
Perché la visualizzazione dei dati – ovvero la loro trasformazione grafica in informazioni immediatamente disponibili – trova in esse un valido alleato nell’uso pertinente di modelli che traducono in immagini facilmente comprensibili dati e contingenze che diversamente sarebbero difficili da decifrare.
[bctt tweet=” La visualizzazione dei dati – ovvero la loro trasformazione grafica in informazioni immediatamente disponibili – trova un valido alleato nell’uso pertinente di immagini facilmente comprensibili.” username=”MapsGroup”]
Per questo motivo concludiamo l’anno – in attesa del prossimo che, vi anticipiamo, sarà dedicato al tema dell’interoperabilità (difficile da dire, ma assai più facile da capire – con un regalo esclusivo che 6MEMES vuol fare agli iscritti alla sua Newsletter MEMEnto6.
Questi, infatti, potranno scaricare una bellissima e originale info-grafica sul mondo dei grafici e delle mappe dal titolo “Il DISEGNO dei DATI attraverso le INFORMAZIONI: un percorso occhio-mente in andata e ritorno”.
Qui potrete trovare, classificate per nome e “soprannome”, esempi illustrati di Grafici e Dashboard, Scatterplot ed Heat-map, Organigramma e Streamgraph, tutti raccontati in parole – e disegni – semplici!
Vi lasciamo, quindi, con tanti auguri di Buone Feste, l’immancabile appuntamento all’anno prossimo e il link a MEMEnto6, per chi volesse cogliere l’occasione per iscriversi!


CREDITS IMMAGINI
Copertina (rielaborata):
ID Immagine: 126667130. Diritto d’autore: Bruce Rolff
ID Immagine: 131685829. Diritto d’autore: Damiano Poli
Ritratto di Iltalo Calvino:
Gerardo Lunatici
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge White Paper

Dati, informazioni e "disegno" del mondo: dai modelli alla modellazione. White Paper di #6MEMES.

[dropcap3]C[/dropcap3]i sono temi che attraversano l’arco dell’evoluzione dell’uomo, a volte dispiegandosi in metafore che cambiano nell’arco del tempo. Una di queste è la mappa, da quella geografica a quella mentale, da quella dei processi a quella… del tesoro!

Eccezionale strumento di traduzione – e dunque riduzione qualificata della complessità – la mappa, da sempre e al di là dell’apparente banalità del modello che incarna, rappresenta un’invenzione culturale e tecnologica che ci permette non solo di muoverci nei luoghi, ma di viverli e conoscerli a “ragion veduta”.
In un excursus a sei mani, Giulio Destri, Anna Pompilio e Natalia Robusti ci conducono alla scoperta di questa sorprendente forma elaborazione dei dati e delle informazioni all’apparenza semplice – e fin veritiera – ma che in realtà nasconde molti livelli di disposizione (e dunque interpretazione) di quegli stessi dati che sembrano emergere in maniera così semplice e “spontanea” dal disegno delle mappe.
Buona lettura, dunque!


Indice

Introduzione

01
– Trarre informazioni dalla mappa (geografica) del mondo: da
Sandokan ai giorni nostri. A cura di Giulio Destri.
02 – La mappatura dei dati, tra informazioni, territori e inferenze (più o
meno ardite)! Di Anna Pompilio.
03 – Complessità, visualizzazione dei dati e apprendimento: la mappa del
tesoro. Di Natalia Robusti.

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge White Paper

Viaggio intorno al mondo del foodtech e dei nuovi stili alimentari. White Paper di #6MEMES.

[dropcap3]U[/dropcap3]na panoramica globale sul cibo del futuro così come se ne parla online: questo propone il nuovo White Paper di Sara di Paolo che si pone nell’ottica di fornire informazioni puntuali – che non mancano tuttavia di una certa dose di curiosità e stranezza – sull’innovazione e la ricerca tecnologica dedicati al foodtech e il conseguente impatto ambientale e sociale in ambito agroalimentare.
Grazie all’utilizzo della piattaforma Webdistilled, infatti, l’autrice di 6MEMES ha monitorato per un anno, a partire dal gennaio 2019, le conversazioni intorno al mondo social sul tema del Food Tech, ovvero le tecnologie applicate al settore agroalimentare.
Un argomento estremamente sentito specialmente nel mondo anglosassone (la maggior parte dei contenuti sono infatti in inglese): basti pensare che, dal primo gennaio ad oggi, solo gli articoli dedicati alle startup del settore agroalimentare hanno superato quota 5.000.
Da quest’analisi il Foodtech si conferma un settore solo apparentemente di nicchia che, oltre a rappresentare un imponente realtà economica, lascia anche lo spazio a riflessioni etiche, salutiste e rispettose dell’ambiente. 
E proprio l’Italia e le sue aziende, riconosciute come l’eccellenza nel settore alimentare, hanno l’opportunità di sfruttare al meglio le tecnologie innovative non solo per acquisire un vantaggio competitivo, ma anche per proporre un futuro migliore in un’ottica di sostenibilità energetica e ambientale.
Buona lettura!


Indice

Introduzione

01 – Dagli hamburger “impossibili” ai grilli fritti. “Reportage” di un viaggio social che parla di foodtech e i nuovi stili alimentari.

02 Food Tech: chiacchiere intorno al frigorifero di casa passando dalle risorse del pianeta.

03 –  Startup e Foodtech in Italia e nel mondo: dalla lotta tra i giganti del food delivery a quella contro lo spreco alimentare.

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Complessità, visualizzazione dei dati e apprendimento: una caccia al tesoro. Di Natalia Robusti.

[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

[dropcap3]D[/dropcap3]opo gli articoli di Anna Pompilio e Giulio Destri sulle mappe [geografiche] è venuto il mio turno di prendere il testimone del topic che, in una sorta di “staffetta tematica”, abbiamo affrontato in questi mesi su #6MEMES a proposito di complessità delle informazioni da ridurre a più miti consigli…
Vorrei trattare dunque queste tematiche seguendo (tuttavia) una riflessione contro-intuitiva, parlando cioè non di spazio, ma di tempo.
Perché una mappa geografica, in fondo, non è altro che questo: una scorciatoia eccezionalmente veloce con cui il nostro sguardo (prima) e il nostro pensiero (poi) attraversano simbolicamente un luogo fisico percorrendone il disegno astratto e, in questo intervallo di tempo cercano di conoscerlo, seppure “da fuori” anziché “da dentro”.
Ancora meglio l’ha spiegato Giulio Destri, definendola un “modello particolare, usato da millenni, nelle sue varie forme, per capire quali informazioni, disponendo di conoscenze di geografia e geologia, si possono trarre dalla mappa stessa. E quindi, in base alle conoscenze presenti nel nostro “modello del mondo”, integrare i pochi dati [simbolici] presenti in una mappa per estrarne una conoscenza [reale]di luoghi e regioni.”
La mappa geografica, dunque, dispiegata come un disegno che approssima la realtà come modello della stessa, richiede un tempo di lettura e di interpretazione che è tanto più lungo tanto più la mappa è grande, oppure accurata, in un percorso di esplorazione, apprendimento e conoscenza tipico di noi umani.
[bctt tweet=”Una mappa, in fondo, non è altro che questo: una scorciatoia eccezionalmente veloce con cui il nostro sguardo attraversa simbolicamente un luogo fisico percorrendone il disegno astratto.” username=”MapsGroup”]
Per capire quanto questo sia vero, facciamo un passo all’indietro (o anche due 🙂 in un periodo in cui ciascuno di noi, attraverso il rapporto spazio-tempo, ha raggiunto un’importante fase del proprio sviluppo evolutivo.

[sf_iconbox image=”ss-compass” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Un passo dopo l’altro e dopo l’altro…

Parlo di quando eravamo ancora bambini e, a un certo punto, da seduti ci siamo messi prima in “gattone” e poi ancora, muovendo i primi, incerti passi, abbiamo iniziato la nostra esplorazione del mondo attivando centimetro dopo centimetro il nostro sviluppo psico-motorio in parallelo alla nostra esplorazione del luogo in cui ci muovevamo.
In quello stesso, specifico e personale intervallo evolutivo, ciascuno di noi ha iniziato a conoscere il mondo intorno e a distinguerlo da sé, in una sorta di apprendimento in divenire in cui l’istanza “come faccio ad arrivare là, dove c’è quella cosa colorata e tanto bella?” si è fatta prima goffo movimento, poi tempo incerto (e necessario) ad arrivare alla meta, in un secondo momento è divenuta approdo al traguardo dell’esperienza diretta (quando è stato raggiunto l’oggetto del desiderio) e infine della conoscenza astratta, attraverso l’introiezione dell’esperienza stessa.
Nel frattempo, senza rendercene conto, aprivamo nuovi circuiti nella nostra mente, allenavamo nuovi muscoli del nostro corpo e affinavamo le nostre capacità di apprendimento, pronti per attivare analoghe inferenze una volta che ci fossimo trovati a muoverci in un altro luogo, in un altro tempo, ma questa volta con già “in tasca” la bussola di quella precedente esplorazione.
E parlo di “movimento” non a caso: uno spazio lo si conosce sempre e solo attraversandolo.
Che lo si faccia in ginocchio o con lo sguardo, a piedi o in aero o soltanto con l’immaginazione poco importa: per attraversare un luogo ci vuole il suo tempo, e in quel movimento vi è sempre impressa la rappresentazione di noi stessi, creata passo dopo passo durante il nostro percorso di crescita ed evoluzione.

La forza dei luoghi, dunque, ancor prima di essere impressi (ex -post) in una qualsiasi mappa geografica, vengono incisi (ex-ante) all’interno del nostro processo evolutivo in quanto umani. E questo è tanto più vero e interessante quanto più è vero (e misterioso) il fatto che è solo attraverso l’apprendimento ogni singolo individuo esprime la propria individualità, e tale evoluzione avviene (anche) grazie al contesto e dunque all’ambiente in cui ci muoviamo.
[bctt tweet=”La forza dei luoghi, ancor prima di essere impressi ex -post in una qualsiasi mappa geografica, vengono incisi ex-ante all’interno del nostro processo evolutivo in quanto umani. ” username=”MapsGroup”]
Perché – come ci illustra anche l’opera Psicologia e psicobiologia dell’apprendimento, di Laura Mandolesi e Domenico Passafiume (Editore Hoepli):

“L’apprendimento è un processo cognitivo su cui agiscono forze innate ed acquisite, su cui intervengono svariati altri processi e meccanismi come le emozioni, le motivazioni e le percezioni. Ma sull’apprendimento interviene anche un altro processo, il movimento.
È questo un nuovo concetto da poco approdato sul territorio neuroscientifico, ed il suo vero nome è Path Integration, integrazione del cammino, ossia la capacità di capire dove siamo in funzione di dove eravamo e di come ci siamo mossi.”

Non solo: possiamo anche azzardare oltre nelle nostre disquisizioni su spazio, tempo, territorio e “mappatura”. Sarebbe infatti:

“proprio l’azione, attraverso l’attivazione propriocettiva, a permettere certe forme di apprendimento. In letteratura sperimentale è stato condotto un interessante esperimento che evidenzia come il movimento in un ambiente ne faciliti la conoscenza.”

E dunque torniamo a maggior ragione all’articolo di Anna Pompilio che ci ricorda, attraverso le sue citazioni, che “Osservare l’ambiente, lo spazio, induce da sempre l’analisi del rapporto tra mente e mondo (…) così che dare un nome è sempre un classificare e tracciare una mappa è assimilabile a dare un nome (Alfred Korzybski).”
E questo, perché “Le mappe sono rappresentazioni grafiche intese a facilitare la comprensione spaziale di cose, concetti, condizioni, processi o eventi nel mondo umano, e lo spazio non è mai solo fisico (il luogo, il territorio) ma è anche sociale (il sistema) e mentale (il pensiero) cosicché l’incrocio delle tre dimensioni dà luogo a innumerevoli (infiniti) livelli spaziali.”
Ora, se tutto ciò non bastasse, non possiamo non procedere ancora oltre, anche perché – ricordiamolo sempre – 6memes adora mettere insieme riflessioni culturali ed evenienze innovative, e soprattutto perché oggi c’è qualcosa ancora in all’orizzonte degli scenari di “mappatura” dei dati (non solo geografici).

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[/sf_iconbox]Sentieri tra una mappa e l’altra…

L’innovazione tecnologica sia dei mezzi (tra microscopi molecolari, telescopi spaziali  e satelliti) che dei sistemi di elaborazione e modellazione dei dati, consente oggi di disegnare “mappe” – anche geografiche – arricchite e connotate con dati culturali, sociali e demografici.
La cosa più sorprendente? Che queste mappe – in un unico colpo d’occhio – sono capaci di rappresentare in maniera esaustiva, profonda e durevole informazioni e inferenze tra le più complesse, rendendo d’improvviso chiari e limpidi – e in brevissimo tempo (ecco che il tempo ritorna) – concetti che, a parole, avremmo avuto difficoltà ad esprimere.
Perché accade questo? È il nostro stesso sguardo che, esplorando l’immagine o il disegno (esattamente come un tempo abbiamo fatto per gli ambienti in cui muovevamo i nostri primi passi) ne riconosce pattern e ricorrenze, distingue i colori l’uno dall’altro, riconosce un quadrato da un cerchio e così via.
E, grazie a queste evenienze, ricostruisce una sua narrazione riconoscendo il modello soggiacente e infine la mappa sovrastante non più come una serie di linee, segni, indizi e segnali, ma come un unicum di significato, ovvero come unità di senso rappresentato.
[bctt tweet=” È il nostro stesso sguardo che, esplorando l’immagine o il disegno, ne riconosce pattern e ricorrenze, distingue i colori l’uno dall’altro, riconosce un quadrato da un cerchio e così via.” username=”MapsGroup”]
Di tutti questi processi euristici si avvantaggia a maggior ragione la lettura di una mappa geografica e, grazie al riconoscimento di pochi marker visivi “possediamo” il territorio che rappresenta.
Ed è esattamente qui, in questo preciso punto, che i nuovi sistemi di mappatura geo-localizzata e profilata fanno un vero e proprio cambio di paradigma.

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[/sf_iconbox]A me la mappa! (O la mappa a me?)

Un esempio? Lo troviamo qui, nel sito di WELC Map:

“la prima mappa che unisce carta e digitale in unico nuovo strumento utile e divertente, per vivere la città più comodamente grazie alla Realtà Aumentata.”

Cosa si trova in questa mappa? Cose belle, e colorate, appunto, e tante. E non a caso, anche loro, parlano di tempo:

“Non perdere tempo prezioso: prenota il tavolo di un ristorante, compra il biglietto per uno spettacolo, scopri la programmazione di un club e ricevi sconti speciali (…) potrai organizzare il tuo tempo libero curiosando tra attività commerciali come locali, ristoranti, discoteche e negozi attraverso link diretti ai siti, alle pagine per fare acquisti e prenotazioni, e a quelle dei social network.”

Non bastasse, ci pensa anche Google Maps a metterci un carico da novanta, con un’applicazione che “innesta” nel mondo la realtà aumentata per guardare dove si sta andando. Con un annuncio ufficiale, Google Maps ci racconta infatti che ha reso disponibile:

“ la funzione Live View che permette di ottenere le informazioni in AR sullo schermo dello smartphone. La novità era stata annunciata a febbraio, durante la conferenza annuale degli sviluppatori di Mountain View, ma finora era in funzione solo sulle Local Guide e i Pixel di Big G. Ora la versione beta ci porterà con smartphone Android (con ARCore) o iPhone (compatibili con ARKit) a spasso per le vie, grazie a una visione tutta nuova che ben conoscono i giocatori di Pokemon Go.”

Ma cosa accade, nel concreto? Semplice: in questo nuovo contesto non siamo più noi a cercare “quella cosa colorata e tanto bella”, ma è essa stessa a mettersi in bella mostra e, anzi, a muoversi verso di noi.
Il tutto, chiaramente, personalizzato e in modalità auto-addestrativa, come accade già ora con Amazon (che suggerisce i prodotti in base ai nostri gusti) e con Netflix (che ci segnala serie TV e film che potrebbero piacerci).
E dunque, se tutto ruota attorno al concetto di tempo – tempo per attraversare, tempo per imparare, tempo da risparmiare – l’ultima suggestione con cui mi congedo  è questa: ma davvero abbiamo bisogno di una balia, di una guida che ci tenga la manina anche per scegliere un luogo da visitare?
Non sarà, invece, che a furia di muoverci su indicazione, o suggerimenti, o inferenze, o spinte, la nostra capacità di apprendimento diminuirà (ancora)? E infine: non sono facile alla nostalgia, ma devo proprio dirlo: tra una mappa geografica stile vintage e la app di For You io scelgo senza dubbio la prima. Non me ne abbiate, ogni tanto anche io sono in modalità più apocalittica che integrata!
PS: per chi volesse vivere una vera avventura, a questo link si può trovare il più lungo tragitto percorribile in auto per attraversare il mondo! Con tanto di video, carte e cartine! Buon viaggio 🙂
Natalia
 


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina (rielaborata)
ID Immagine: 44059302. Diritto d'autore: Egor Lisovsky
ID Immagine: 96768304. Diritto d'autore: belchonock
ID Immagine: 96768179. Diritto d'autore: belchonock
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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data White Paper

Data Driven, realtà e "sostenibilità". Passando da Magritte. White Paper di Anna Pompilio.

[dropcap3]I[/dropcap3]n questo white paper, Anna Pompilio ci conduce attraverso un viaggio sui dati e il loro utilizzo “sostenibile” nelle organizzazioni e nella società, e lo fa scegliendo un pittore surrealista come guida spirituale di un percorso non lineare tra tecnologia e resto del mondo.
I motivi di questa scelta sono fondamentalmente due.
Il primo riguarda la provenienza. “Se cerchiamo un puntino su una mappa – ci illustra Anna – Magritte lo posizioniamo a pochi km da Bruxelles. E a Bruxelles non c’è solo il museo Magritte, con la collezione più importante al mondo per le sue opere, ma poco più in là sulla mappa c’è qualcosa che ci riguarda tutti: il parlamento europeo, e la normativa europea non si può ignorare, neanche in tema di sostenibilità. (Incredibile: c’è perfino chi sostiene che l’Europa siamo noi!).”
Il secondo riguarda un gioco di semantica sulla parola glitch – da glitchen, scivolare – termine usato in origine in campo elettrotecnico ad indicare la presenza di un errore imprevedibile, ma che ha poi definito un’intera estetica basata sul difetto digitale.
“L’errore che diventa creazione artistica ha (non a caso) – prosegue infatti Anna – ispirato tutti gli artisti per secoli e i surrealisti in modo particolare”.
E questo è molto interessante perché, come ci ricorda l’autrice, “l’essere umano vede il mondo attraverso la propria esperienza, ed è grazie ad essa che gli attribuisce un significato, a maggior ragione oggi, all’interno di un mondo in versione digitale in cui, tra confini sfumati, il senso lo si trova nel flusso fra realtà e algoritmo, talvolta perfino nel glitch:!”
Buona lettura, dunque!


Indice

Introduzione
01 Il peso della maturità: la margarina,
i processi e l’anagrafica aziendale

02 Storie di innovazioni passate, (NON)sostenibilità
e nuove frontiere sociopolitiche: l’autoriflessività dei dati.

03 Surrealismo in salsa Data Driven:
quando i conti (da soli) non tornano.

About


CREDITS
IMMAGINI COPERTINA (rielaborate)
ID Immagine: 6855723, di: Wilm Ihlenfeld
ID Immagine : 100783248, di: Bruce Rolff
IMMAGINI WHITE PAPER (vedi nell'elaborato)
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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

Startup e Foodtech in Italia e nel mondo: dalla lotta tra i giganti del food delivery a quella contro lo spreco alimentare. Di Sara Di Paolo.

[dropcap3]D[/dropcap3] al primo gennaio ad oggi, gli articoli – pubblicati in italiano e in inglese – dedicati alle startup del settore agroalimentare hanno superato quota 5.000. Un sistema apparentemente di nicchia che, in realtà, muove milioni di dollari, attraversa gli oceani e, spesso, lascia lo spazio a riflessioni etiche, salutiste, rispettose dell’ambiente.
In Italia passiamo da curiose esperienze locali come, ad esempio, il caso di due giovani calabresi che stanno avviando una startup per sostituire il “cibo spazzatura” delle macchinette automatiche con prodotti più sani, magari locali e a chilometro zero, a casi, dal punto di vista dimensionale e strategico, decisamente più corposi.
[bctt tweet=” Dal primo gennaio ad oggi, gli articoli – pubblicati in italiano e in inglese – dedicati alle startup del settore agroalimentare hanno superato quota 5.000.” username=”MapsGroup”]
Cortilia startup del food delivery di prodotti freschi e artigianali – quando è nata lavorava con quattro aziende agricole e faceva consegne in 72 ore. Oggi lavora con 180 aziende agricole e consegna dopo poche ore. Recentemente, nel suo capitale, sono entrati due colossi del venture capital portando in dote 8,5 milioni di euro di investimenti.
Talent Garden – una delle più grandi e note esperienze di coworking a livello nazionale ed internazionale – a settembre, ha inaugurato a Milano Isola il primo spazio di coworking dedicato al foodtech e alla sostenibilità. 2.000 mq, 180 postazioni di lavoro, 2 aule di formazione e 30 startup già all’opera, a dimostrazione che lo spazio di business c’è e che Milano, anche questa volta, si conferma prima città italiana per fiuto sull’innovazione.
Il panorama italiano si distingue anche per un altro aspetto: è estremamente elevata in Italia la sensibilità (e di conseguenza l’effetto in termini di comunicazione, specialmente sul web e sui social) contro lo spreco alimentare.
Un’esperienza su tutte, quella di Federalimentare che a settembre, a Roma, ha organizzato l’evento “Life.Food.Waste.Start.Up”.

È in quella occasione che sono state premiate alcune delle esperienze più interessanti: “Bella Dentro”
, primo progetto nato per combattere gli sprechi nel settore ortofrutticolo italiano; “Food for Good” per recuperare le eccedenze alimentari dagli eventi; “BringTheFood”, un’applicazione della Fondazione Bruno Kessler al servizio degli enti caritatevoli per la raccolta e ridistribuzione di prodotti cotti o in scadenza; “Myfoody”, app che segnala ai consumatori i prodotti prossimi alla scadenza nei supermercati. Fattore caratterizzante è che non sono solo innovative: funzionano.
A livello internazionale, invece, predominano altri temi, due in particolare. Il primo ha a che fare con i giganti del Food Delivery (ovvero le piattaforme di consegna del cibo) da Deliveroo a Uber Eats e DoorDash perché è in corso una vera e propria battaglia tra i colossi delle consegne a domicilio.
Operano a livello internazionale, sono corteggiati (se non addirittura acquisiti) da investitori milionari, e stanno decisamente modificando il settore della somministrazione alimentare. Basti pensare al fenomeno delle “dark kitchen” (cucine segrete) che propongono pasti a regola d’arte – spesso curati da cuochi famosi o nutrizionisti – preparati esclusivamente per la consegna a domicilio.
[bctt tweet=”Secondo una recente ricerca presentata da Mapic Food, il mercato del Food Delivery oggi vale 35 miliardi di dollari con un trend di crescita annuale pari al 20%. ” username=”MapsGroup”]
Secondo una recente ricerca presentata da Mapic Food, il mercato del Food Delivery oggi vale 35 miliardi di dollari con un trend di crescita annuale pari al 20%. Crescita determinata in particolare dai millennials, che ordinano cibo a domicilio almeno due o tre volte alla settimana e si aspettano un servizio veloce, un’ampia scelta e un buon rapporto qualità-prezzo.
Non mancano i lati oscuri del fenomeno: lo sfruttamento dei cosiddetti “rider” (i ragazzi che si occupano delle consegne) ciclicamente sale alla ribalta dei media sia in Italia che negli altri paesi.
Il secondo fenomeno che interessa il dibattito sulle startup del food a livello internazionale, sono i numerosissimi casi di imprese produttrici di cibo sano o “funzionale” (“functional food” sono quegli alimenti, naturali o modificati, che hanno un effetto benefico su una o più funzioni del nostro organismo), oppure produttrici di alimenti che hanno un minore impatto sull’ambiente.
È il caso degli “impossible burger”, fenomeno ormai internazionale che – nato negli Stati Uniti – oggi fa girare cifre miliardarie. Si tratta di hamburger (o altri piatti) apparentemente a base di carne ma in realtà preparati con ingredienti esclusivamente vegetali.
Ormai sono presenti sugli scaffali dei supermercati di tutto il mondo, senza contare i locali e i ristoranti sempre più numerosi che li propongono. Oltre agli “hamburger impossibili”, non si contano le esperienze – piccole e medie – di startup che, tra frutta secca, snack e spuntini dall’aspetto goloso, il packaging bio e il design innovativo ci propongono break più o meno salutari.
[bctt tweet=”Gli impossible burger, fenomeno ormai internazionale nato negli Stati Uniti, oggi fa girare cifre miliardarie. ” username=”MapsGroup”]
Eurowing, compagnia low cost del gruppo Lufthansa, ha addirittura selezionato – per distinguersi dalle altre compagnie aeree e rimarcare il proprio carattere innovativo – alcune startup del food e ne porta a bordo i prodotti.
È grazie a questa scelta di posizionamento che, viaggiando con Eurowings, potremo gustare degli ottimi “wildcorn” – bio pop corn, senza zuccheri aggiunti, 100% naturali – oppure delle innovative “salsicce Bework” (dal sito assicurano: 100% naturali, pochi carboidrati, 42% di proteine). Provare per credere!

Sara Di Paolo

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* L’articolo si basa sulle informazioni raccolte grazie alla piattaforma di analisi semantica Webdistilled che è stata impostata in italiano e inglese per analizzare tutte le fonti, nazionali ed internazionali, disponibili – i social media, il web, i blog e le testate giornalistiche online, la carta stampata, le trasmissioni radio e tv digitalizzate – intorno al tema del cibo e del futuro, inteso come innovazione, tecnologia, nuovi stili di vita. Il monitoraggio è attivo dal primo gennaio 2019. La piattaforma in questi mesi ha raccolto più di 33.000 contenuti tra articoli, blog, post e trasmissioni radiotelevisive. L’80% sono in lingua inglese e il 20% in italiano. La maggior parte dei contenuti è stata pubblicata online (82%), seguono i social con il 16% e carta stampata, radio e TV con il 2%. Il 16% dei contenuti complessivi cita le “startup”, circa il 9% collega il food tech allo spreco alimentare.


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina 
ID Immagine: 46068447. Autore: weedezign