Categorie
6MEMES TRENDS Ambiente, Uomo e Regole del gioco

Come approntare il miglior sistema di supporto alle attività di gestione delle emergenze. Di Paola Chiesa.

[dropcap3]P[/dropcap3]er declinare a livello comunale il più ampio processo di governance territoriale, lo strumento principe, sia programmatico che operativo, per costruire un sistema di supporto alle diverse azioni di gestione delle emergenze, è rappresentato dal Piano Comunale di Protezione Civile. Si tratta dell’insieme delle procedure operative di intervento per fronteggiare una qualsiasi calamità attesa in un determinato territorio.
Il piano si articola concettualmente in tre parti fondamentali:

  • la prima, di carattere informativo, contiene tutte le indicazioni sulle caratteristiche e sulla struttura del territorio;
  • la seconda, di carattere pianificatorio, stabilisce quali sono gli obiettivi da raggiungere per garantire la protezione civile ad una data situazione d’emergenza, definendo nel contempo le competenze dei diversi soggetti coinvolti;
  • la terza, di carattere esecutivo, descrive il modello d’intervento da adottare. Definisce le responsabilità decisionali, dispone le modalità di utilizzo delle risorse, indica quali caratteristiche deve avere il sistema di comunicazione affinché sia garantito uno scambio costante di informazioni tra tutti i soggetti coinvolti.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Come si costruisce un Piano di Protezione Civile?

Il primo passo per la costruzione del Piano di Protezione Civile è costituito dall’acquisizione di tutte le informazioni utili per la caratterizzazione e l’analisi del territorio in esame, dal punto di vista fisico- geografico, amministrativo e demografico, idrografico, geologico, sismico, atmosferico.
Analogamente vengono identificati in questa fase gli elementi antropici del territorio esaminato, in particolare gli agglomerati urbani, le infrastrutture viarie, gli impianti tecnologici, le strutture ricettive e ricreative, le aree naturalistiche.
[bctt tweet=”Per declinare a livello comunale il più ampio processo di governance territoriale, lo strumento principe è rappresentato dal Piano Comunale di Protezione Civile.” username=”MapsGroup”]
Si procede con la definizione dell’organizzazione del sistema di comando e controllo, che prevede al vertice la figura del Sindaco quale massima autorità comunale di protezione civile e si articola via via in una struttura tecnica che ha lo scopo di gestire l’emergenza entro un quadro di controllo organico e attraverso un’organizzazione flessibile che consenta, in emergenza, un’attivazione agile e un apporto diretto alle operazioni di protezione civile.
Lo scenario atteso rappresenta l’oggetto sul quale dover pianificare la capacità di risposta dell’ente locale. Semplificando, potremmo distinguere le seguenti attività di soccorso da dover porre in essere:

  • soccorso tecnico urgente
  • messa in sicurezza;
  • pronto soccorso sanitario;
  • prima assistenza alle popolazioni
  • mantenimento dell’ordine pubblico
  • ripristino della funzionalità dei servizi essenziali;
  • attività di supporto logistico;
  • prima ricostruzione.

Nella redazione della parte operativa del Piano Comunale di Protezione Civile vengono dettagliati, per ogni tipologia di evento (frana, alluvione, incidente stradale, sisma ecc.) gli scenari di rischio che possono verificarsi e le procedure di emergenza da attivare.
In particolare, gli scenari di rischio vengono specificati definendone:

  • la pericolosità territoriale e la descrizione del tipo di dissesto;
  • la vulnerabilità antropica e la descrizione degli impatti sulla popolazione e sulle infrastrutture;
  • la prevenzione realizzata o da realizzare;
  • la gestione dettagliata dell’emergenza (monitoraggio, chiusura strade, allertamento della popolazione, evacuazione).

Le procedure di emergenza si distinguono in procedure di allertamento e di intervento, e identificano le strutture dell’Ente che devono essere attivate, nonché quali interventi devono essere effettuati in caso di calamità.
[bctt tweet=”Le procedure di emergenza si distinguono in procedure di allertamento e di intervento, e identificano le strutture dell’Ente che devono essere attivate, nonché gli interventi da effettuare in caso di calamità.” username=”MapsGroup”]
Nella redazione del Piano Comunale di Protezione Civile, è fondamentale integrare le informazioni raccolte a livello locale, con i dati provenienti dalle banche dati regionali e provinciali e con gli strumenti di pianificazione sovraordinata, quali ad esempio il PAI (piano territoriale per l’assetto idrogeologico), strumento conoscitivo, normativo e tecnico operativo per la difesa da frane e alluvioni, che punta a ridurre il rischio idrogeologico entro valori compatibili con gli usi del suolo in atto, per salvaguardare l’incolumità delle persone e ridurre al minimo i danni ai beni esposti.
Ulteriori riferimenti sono il piano regionale di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi boschivi, il piano di emergenza provinciale e il piano territoriale di coordinamento.

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Struttura organizzativa e risorse attivabili

L’autorità comunale di protezione civile è rappresentata dal Sindaco, il quale, al verificarsi dell’emergenza, assume la direzione unitaria e il coordinamento dei servizi di soccorso e di assistenza alla popolazione colpita. Provvede ai primi interventi necessari e dà attuazione a quanto previsto dalla pianificazione di protezione civile, assicurando il costante aggiornamento del flusso di informazioni con il Prefetto e il Presidente della Giunta Regionale. Il Sindaco cura altresì l’attività di informazione alla popolazione.
La struttura organizzativa di protezione civile prevede per le diverse funzioni di supporto, specifici incarichi e mansioni per la gestione dell’emergenza. Il Piano Comunale di Protezione Civile contiene indicazioni circa le attività elementari di ogni funzione a seconda delle diverse fasi di allertamento, prevede il censimento e l’organizzazione delle risorse umane e strumentali a disposizione dell’amministrazione comunale per far fronte alle attività di protezione civile, e stabilisce il sistema di comunicazione con le strutture operative incaricate dei soccorsi (Comandi di Polizia Municipale, Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, ARPA, ASL ecc.).
In caso di emergenza, bisogna poter contare sulla disponibilità di persone (dipendenti e volontari), di luoghi (magazzini, strutture e aree destinabili ai fini di Protezione Civile), di materiali vari (tecnici, di emergenza, di conforto) e di mezzi (trasporto persone, trasporto cose, movimento terra), nonché su una disponibilità economica.
In particolare, le aree destinate alla protezione civile possono essere di diverse tipologie:

  • area di attesa (punto di raccolta della popolazione);
  • area di accoglienza (punto di ricovero della popolazione evacuata);
  • area di ammassamento (punto di raccolta delle Forze dell’Ordine e di protezione civile).

[sf_iconbox image=”ss-play” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Azioni da attuare in tempo di pace

Per mantenere aggiornato ed operativo un piano comunale, in tempo di pace i dati devono essere regolarmente aggiornati, così come i materiali e i mezzi devono essere sottoposti a controllo periodico. Allo stesso modo, devono essere previste azioni di sensibilizzazione, formazione e aggiornamento sia nei confronti della popolazione, sia nei confronti degli amministratori pubblici, dei funzionari, dei tecnici e dei volontari.
Merita un approfondimento l’analisi del sistema di allertamento per la segnalazione del rischio, presupposto per l’attivazione di una eventuale procedura di emergenza.
Il 1° dicembre 2018, è entrato in vigore il nuovo Disciplinare di Allertamento di Protezione civile, approvato dalla Giunta Regionale del Piemonte. Il disciplinare regolamenta l’emissione e la gestione delle allerte meteoidrologiche.
Verde, giallo, arancione e rosso sono i colori che indicano il diverso grado di allerta; le fasi operative descrivono la condizione in cui si pone la sala di protezione civile (attenzione, preallarme, allarme). Gli attuali “livelli di allerta” con codici colore, vanno a sostituire i precedenti “livelli di criticità” (ordinaria moderata elevata).
La comunicazione dell’allerta è distinta per:

  • criticità idraulica per i corsi d’acqua del reticolo maggiore;
  • criticità idrogeologica per frane e corsi d’acqua minori;
  • criticità idrogeologica per temporali.

La correlazione tra fase operativa e allerta non è però automatica, ma deve essere dichiarata dai soggetti responsabili delle pianificazioni; parimenti deve essere formalizzato il rientro a una fase operativa inferiore e/o la cessazione dell’attivazione.
 

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Conclusioni

Il percorso che porta alla redazione di un Piano Comunale di Protezione Civile, si sviluppa come abbiamo visto attraverso le fasi di analisi territoriale, di definizione degli scenari di rischio, di organizzazione delle risorse, di procedure, di formazione e informazione.
In questo sistema emergono con chiarezza due concetti fondamentali, ai fini di una efficace governance del territorio: la conoscenza e l’attendibilità dei dati.
La conoscenza del territorio trae a ben vedere il suo fondamento da presupposti e analisi storiche, rilevamenti e accertamenti puntuali, dati generali e specifici che fotografino la relazione tra le caratteristiche fisiche e la struttura socioeconomica del territorio comunale.
In tutto questo assume importanza fondamentale la qualità, attendibilità e aggiornabilità del dato, poiché consente di trasformare l’informazione da dato gestionale a dato programmatorio utile per la definizione delle politiche di mitigazione e procedure di emergenza.
[bctt tweet=”La governance del territorio, anche in tema di protezione civile, richiede  una visione: si passa dal concetto di esercizio del potere a quello della qualità delle azioni di governo del territorio.” username=”MapsGroup”]
D’altro canto, la cartina di tornasole per verificare la solidità e l’efficacia di un Piano Comunale di Protezione Civile, è costituita dalle attività di formazione e informazione, rivolte non solo a all’interno dell’ente ma anche ai cittadini, poiché consentono di ridurre i danni che un evento può provocare: in particolare, l’informazione alla popolazione è necessaria per avviare sia comportamenti autoprotettivi, sia di solidarietà nelle operazioni d’emergenza conseguenti ad un evento.
In questa direzione l’ente comunale, attraverso l’attuazione del piano, deve rendersi garante della crescita della comunità locale.
Infine, pur avendo come riferimento il contesto dello specifico territorio comunale, è utile che un amministratore pubblico, nella valutazione degli scenari di rischio, nell’organizzazione delle risorse e nell’attivazione delle procedure da seguire, coltivi e persegua una politica sovracomunale, per fronteggiare le emergenze ottimizzando gli sforzi e le azioni da intraprendere, in sinergia con gli altri amministratori del territorio circostante.
La governance del territorio, anche in tema di protezione civile, richiede infatti una visione: si passa dal concetto di esercizio del potere a quello della qualità delle concrete azioni di governo del territorio, in termini di efficacia e coerenza.
 
[highlight]Approfondimenti[/highlight]



CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina (rielaborata):
ID Immagine: 45385889. Diritto d'autore: Sergey Nivens
ID Immagine: 97894461. Diritto d'autore: Laine Neimane
ID Immagine: 52419166. Diritto d'autore: sakkmesterke
Categorie
6MEMES TRENDS Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. White Paper

White Paper "Healthcare Design: Il valore dell’accoglienza nel percorso di cura". A cura di Mauro Di Maulo.

[dropcap3]I[/dropcap3]n un periodo in cui la sanità sta facendo indubbi passi avanti, questo White Paper a cura di Mauro Di Maulo cerca di unire tra loro due differenti “sponde” concettuali e pratiche nell’ambito della cura della persona e della sua salute, quello dei dati e delle informazioni in ambito clinico e medico e quello della “cura” e accompagnamento del paziente nel suo percorso di cura. Questo, attraverso riflessioni ed esempi di “quotidianità” capaci di calare nella concretezza di tutti i giorni argomenti che, diversamente, possono sembrare lontani e astratti.
 
Di seguito l’indice dell’elaborato:

Introduzione

01 – Percorsi innovativi di accoglienza e cura in una sanità capace di andare incontro alle persone.

02 – Patient Journey e servizi sanitari: approccio data driven.

03 – Erogazione di servizi sanitari e innovazione:
dalla parte del Paziente.

About

Buona lettura!


CLICCARE SULL’IMMAGINE PER SCARICARE IL WHITE PAPER IN PDF



CREDITS IMMAGINI COPERTINA (Rielaborate)
ID Immagine: 46924797. Diritto d’autore: rawpixel
D Immagine: 37349535. Diritto d’autore: dizanna
IMMAGINI PDF (vedi allegato)
Categorie
6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

La mappatura dei dati, tra informazioni, territori e inferenze (più o meno ardite)! Di Anna Pompilio.

C’è chi fa parte del problema, chi della soluzione, chi fa parte del paesaggio.
Robert De Niro, Ronin

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Di cosa parliamo?

[dropcap3]U[/dropcap3]n po’ di tempo fa leggo su Facebook questo post di Amedeo Balbi, il mio astrofisico preferito:

“Questa è una mappa di Marte realizzata nel 1894 dall’astronomo Eugène Antoniadi. All’epoca non c’erano immagini fotografiche del pianeta, e gli astronomi dovevano disegnare quello che vedevano (o credevano di vedere) nell’oculare del telescopio. La mappa di Antoniadi non è poi male, se la si confronta con un’immagine moderna (la seconda, presa dal telescopio spaziale Hubble). Ma oggi è chiaro che c’era dentro anche roba che in realtà non esiste davvero.”

 

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La mappa

Una mappa, dunque, o una carta geografica – come spiega approfonditamente nel primo articolo di questa trilogia Giulio Destri – ci permette di realizzare un processo di costruzione di informazione e conoscenza a partire da “pochi dati”.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il processo

Il processo (di costruzione di conoscenza) appena accennato consiste, in estrema sintesi, nell’osservare l’ambiente e nel raccogliere, elaborare e utilizzare dati eterogenei.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]L’osservazione e la raccolta

Nizza. Panoramica in avanti sul totale, sui tetti del centro e infine sulla finestra di un appartamento.
Nell’appartamento i cinque protagonisti  del film discutono il piano per impossessarsi di una valigetta. Rober De Niro accosta la porta dove è attaccata le mappa dei luoghi dove dovranno agire e inizia a enumerarli: “la villa, l’hotel, l’auto, otto/dieci uomini, … l’unica cosa è che la mappa, la mappa…, la mappa non è il territorio…”.
Le mappe sono rappresentazioni grafiche intese a facilitare la comprensione spaziale di cose, concetti, condizioni, processi o eventi nel mondo umano e lo spazio non è mai solo fisico (il luogo, il territorio) ma è anche sociale (il sistema) e mentale (il pensiero) cosicché l’incrocio delle tre dimensioni dà luogo a innumerevoli (infiniti) livelli spaziali.
[bctt tweet=”Le mappe sono rappresentazioni grafiche che  facilitano la comprensione spaziale di cose, concetti, processi o eventi nel mondo umano e lo spazio non è mai solo fisico,  ma è anche sociale e mentale” username=”MapsGroup”]
Osservare l’ambiente, lo spazio, induce dunque da sempre l’analisi del rapporto tra mente e mondo; tra linguaggio, mappa e territorio e tra percezione e assegnazione ad una classe (classificazione) così che dare un nome è sempre un classificare e tracciare una mappa è assimilabile a dare un nome (Alfred Korzybski).
Al tempo di Eugène Michel Antoniadi gli astronomi rappresentavano quello che vedevano nell’oculare del telescopio, con tutte le incertezze che questo tipo di osservazione implicava, oggi il problema non è tanto la raccolta e la disponibilità di dati ma, ancora una volta, l’elaborazione e l’uso che si fa degli stessi nel disegnare lo spazio in cui ognuno di noi può trovare il proprio.
Ma anche a voler fermare il nostro sguardo all’indietro a (solo) qualche decennio fa – ne è passata di acqua sotto i ponti da quando nel 1977 la sonda è stata lanciata nello spazio – nel 2012 la Voyager 1 è stata la prima sonda spaziale a superare l’eliopausa, la regione che rappresenta, convenzionalmente, il confine del nostro sistema solare. Insomma, racconta Balbi, la Voyager 1 è il primo oggetto costruito dall’uomo a essere entrato nello spazio interstellare.
E sta ancora inviando dati a terra.
E tuttavia la disponibilità pressoché illimitata di dati e informazioni possibile oggi grazie all’innovazione tecnologica rende, paradossalmente, ancora più complessa la loro rappresentazione.
C’è un capitolo de Il nome della Rosa  – Terzo giorno, Vespri – in cui frate Guglielmo di Baskerville e Adso da Melk cercano di decifrare l’enigma del labirinto.

“Certo si potrebbe…”.
“Cosa?” chiesi.
“Pensavo a un modo di orientarci nel labirinto. Non è semplice da realizzare ma sarebbe efficace… In fondo, l’uscita è nel torrione orientale, e questo lo sappiamo. Ora supponi che noi avessimo una macchina che ci dice dove sta settentrione. Cosa accadrebbe?”

Frate Guglielmo descrive ad un incredulo Adso la bussola, tuttavia quello che infine permetterà ai due di risolvere l’enigma non sarà la tecnologia ma osservare la biblioteca dall’esterno e comprenderne le regole e le conoscenze matematiche utilizzate dal costruttore per tracciarne una mappa: “Prova infatti a tracciare un disegno di come possa apparire la biblioteca vista dall’alto. Vedi che in corrispondenza a ogni torre devono esserci due stanze che confinano con la stanza eptagonale e danno su due stanze che confinano con il pozzo ottagonale interno.”

[sf_iconbox image=”ss-globe” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]L’elaborazione e l’uso

Paolo Benanti, altro frate e studioso di etica, bioetica ed etica delle tecnologie ci racconta qui di come Facebook abbia messo a disposizione mappe ad alta risoluzione che stimano non solo il numero di persone che vivono all’interno di tessere della griglia di 30 metri, ma forniscono anche approfondimenti sui dati demografici.
Queste mappe non sono costruite usando solo i dati di Facebook e si basano invece su una combinazione di strumenti di AI – mediante strumenti di computer vision – con immagini satellitari e informazioni di censimento. Combinando questi set di dati pubblicamente e commercialmente disponibili con le funzionalità di intelligenza artificiale di Facebook, sono state create mappe di popolazione che sono 3 volte più dettagliate di qualsiasi altra fonte.
Eppure… lo ricordiamo: “la mappa non è il territorio”.
Nel film, De Niro risolve il problema con un sopralluogo dal vivo prima di decidere come procedere poiché ha bisogno dell’osservazione reale dei luoghi per agire consapevolmente; frate Guglielmo attiva invece un processo di conoscenza osservando la biblioteca dal di fuori, dall’esterno.
Ma nel caso di un’organizzazione sanitaria che deve prendere una decisione con conseguenze che potrebbero ripercuotersi su intere popolazioni non si corre il rischio di confondere la bussola con la mappa?
[bctt tweet=”Nel caso di un’organizzazione sanitaria che deve prendere una decisione con conseguenze che potrebbero ripercuotersi su intere popolazioni non si corre il rischio di confondere la bussola con la mappa?” username=”MapsGroup”]
Il dilemma etico calato nel contesto tecnologico resta attuale e aperto: salute o libertà? Efficienza o libertà? Convenienza economica o libertà? Sicurezza o libertà? “Chi baratta la libertà con la sicurezza non merita né libertà né sicurezza” diceva Benjamin Franklin. Senza voler troppo semplificare la questione, tenderei a dargli credito…
A voler restare in tema sanitario, peculiare oggi è il modello tedesco basato sulle nuove tecnologie, sulla robotizzazione, sull’informatizzazione e sul concetto di “cura ottimale” che prevede l’incrocio tra profilazione algoritmica attraverso smartphone, costo della polizza assicurativa “su misura” e governo dello stile di vita.
Ma restringendo il campo di osservazione c’è da dire che non si tratta di faccende legate ai singoli Stati o di modelli, di dicotomie o tecnofobie, della contrapposizione tra ricchi e poveri; non si tratta di immaginare macchine dotate di autocoscienza o di essere fautori di una tecnologia della sorveglianza o il ritorno nostalgico a un tempo in cui qui era tutta campagna.
Si tratta (forse) di trascinare l’omino di street view sulla mappa e veder scorrere nei frame dei nostri schermi luoghi sconosciuti e decidere di comprenderne il significato guardandoli dall’alto o al contrario immergendosi nel territorio muniti delle nostre moderne bussole parlanti sapendo che la scelta di eseguire il comando di svoltare a destra o a sinistra dipende da un algoritmo che in quel momento assume il percorso sulla mappa come quello più veloce o più razionale, rivendicando tuttavia, ancora una volta e sempre, la libertà di tirare dritto o di perdersi in luoghi sconosciuti guidati dal caso, dall’errore, dal libero arbitrio o seguendo le nostre mappe in cui abbiamo messo anche roba che in realtà non esiste davvero.

Gli edifici che abbiamo edificato, i quadri che abbiamo dipinto, la musica e i versi che abbiamo composto, le vite stesse che abbiamo vissuto: niente di tutto ciò avrebbe potuto essere predetto, perché niente di tutto ciò era inevitabile.
Ted Chiang


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


CREDITS IMMAGINI COPERTINA (rielaborate):
Foto di Melk (Austria): Alessandro Borgogno
ID Immagine: 29384951. Diritto d'autore: Aleksandra Alekseeva
ID Immagine: 85724093. Diritto d'autore: allexxandar

 
 

Categorie
6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie

Conoscere, ridefinire e infine abitare l'iper-complessità: questione complessa o complicata? Ne parliamo col professor Piero Dominici.

[dropcap3]D[/dropcap3]opo aver dedicato il piano editoriale di quest’anno al topic della complessità, siamo felici e onorati di poter ospitare una preziosa intervista di Natalia Robusti al professor Piero Dominici, che ha studiato il tema in tutte le sue declinazione durante il suo lungo e intenso percorso di ricerca.

Questo, già a partire dai primi anni Novanta, intuendo così con largo anticipo molti dei risvolti che sarebbero via via emersi, come si dice, all’orizzonte degli eventi, prima cioè che le attuali problematiche emergessero come contingenti.

Ci riferiamo, ad esempio, alla questione della trasformazione antropologica, alla tesi, sviluppata nei suoi studi e ricerche, che la cosiddetta rivoluzione digitale ci avrebbe condotto verso la complessità (accresciuta) e non – come sostenevano un po’ tutti – verso la semplificazione; più in generale, alla definizione del quadro teorico di riferimento ed alla messa a punto di un approccio realmente sistemico, relativo a tali questioni; senza mai dimenticare le implicazioni epistemologiche ed etiche delle tecnologie emergenti e dei social media, la relazione, tutt’altro che dicotomica, tra specializzazione e interdisciplinarità/transdisciplinarità delle conoscenze; la rilevanza strategica, anche nel riattivare i meccanismi economici, dell’educazione e della formazione e così via…

Temi e questioni, profonde e complesse, che ha sempre ricondotto, in ultima istanza, a quelle che ha definito “false dicotomie e, più in generale, all’ “architettura complessiva dei saperi” che caratterizza da sempre le nostre istituzioni educative e formative.

L’intervista – densa di informazioni e ricca di spunti e suggestioni – , ricostruendo percorsi di ricerca iniziati oltre vent’anni, parte da una serie di premesse e affronta diverse questioni, cercando di evidenziarne la stretta correlazione e i livelli di interconnessione tra le parti coinvolte.
Per tutti questi motivi è divisa in due parti (pubblicate l’una in successione all’altra), così da accompagnare i nostri lettori in un percorso articolato di riflessioni che, ne siamo certi, saranno di ispirazione sia ai nostri lettori che ai nostri (altri) autori.

Ma andiamo per gradi e chiediamo al nostro ospite, innanzitutto, di guidarci all’interno del tema della complessità – o, come sostiene da diversi anni, dell’iper-complessità – facendo chiarezza sui termini e i diversi contesti di riferimento in questo ambito così strategico.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Innanzitutto grazie, Professore, per avere accettato la nostra intervista. Noi di 6MEMES siamo suoi fans da tempo e siamo onorati di poterla ospitare nel nostro blog. Vorremmo iniziare la nostra chiacchierata mettendo a fuoco il tema (anzi, i temi) a partire dalle varie definizioni possibili.

Dai vari punti di vista da cui lei, con il suo percorso di ricerca e studio, ci ha abituati a osservare la complessità in questi anni di lavoro e pubblicazioni, cosa ci può dire al riguardo?

Intanto, vi ringrazio per l’attenzione che avete dedicato alle mie ricerche ed al mio lavoro. Quella della complessità è davvero una questione complessa – iniziamo con un gioco di parole 🙂 – sotto ogni aspetto: siamo infatti ancora poco consapevoli della natura articolata, ambivalente, instabile e mutevole, di quella che chiamiamo complessità.

La complessità è caratteristica essenziale degli aggregati organici, in altre parole dei sistemi biologici, sociali, relazionali, umani: ben strutturati e costituiti da parti che, nelle loro molteplici e (appunto) sistemiche interazioni, condizionano il comportamento e l’evoluzione (non lineare) dei sistemi stessi. Una (iper)complessità che – come amo ripetere da molti anni – non è un’opzione, è un “dato di fatto”: il vero problema è che non siamo educati e formati a riconoscerla.

Abitiamo un immenso ecosistema di ecosistemi, ricco di feedback, connessioni e flussi di ogni genere, segnato da una ipercomplessità non soltanto cognitiva, soggettiva, sociale ed etica, ma anche linguistica e comunicativa. In questo senso, i modelli e le rappresentazioni della complessità introducono ulteriori elementi che non possiamo sottovalutare…

Due le considerazioni preliminari, al fine di non ingenerare equivoci, non soltanto di tipo terminologico: la prima, il passaggio, l’evoluzione tutt’altro che lineare, dal semplice al complesso, all’ipercomplesso, si sostanzia in un aumento quantitativo e qualitativo di variabili, concause e parametri da considerare, tenute insieme da relazioni sistemiche; la seconda, altrettanto importante, concerne la relazione tra complessità e semplificazione, spesso viste e raccontate come se fossero una dicotomia insanabile: in realtà, l’opposto della complessità non è la semplificazione, bensì il riduzionismo.

Ma cosa intendiamo per semplice, complicato, complesso, lineare?

In linea con quanto appena affermato, è necessario formulare alcune premesse. Prima di tutto: il solo adottare parole e concetti come “sistema”, “complessità”, “non linearità”, implica, richiede, uno sguardo e una prospettiva radicalmente differenti da quelle consuete e tradizionali. A ciò si aggiunga che, come ho avuto modo di affermare più e più volte in passato (nell’ambito di contributi scientifici e divulgativi), le scienze e i numerosi settori disciplinari hanno fornito definizioni, spesso, alternative e complementari. Al di là dei paradigmi di riferimento, diversi i fattori da tenersi in considerazione: si potrebbe (dovrebbe) dire/scrivere molto sull’importanza del “principio di causalità” (debole e forte), su determinismo e predittività, sul concetto e la teoria del caos deterministico, sulle questioni inerenti la probabilità etc.

Esistono formule, equazioni, funzioni, leggi, in grado di descrivere e, perfino, prevedere come si comportino certi oggetti/sistemi (complicati). Anche se, proprio con riferimento ai fenomeni “naturali”, la teoria del “caos deterministico” ha evidenziato come esistano fenomeni deterministici e (relativamente) prevedibili per i quali, pur essendo stata definita la legge che ne descrive l’evoluzione temporale, i modelli e le spiegazioni “lineari” non funzionano e non sono adeguate. Gli stessi modelli fisici e matematici non sono sufficienti a descrivere e spiegare la meraviglia e l’estrema mutabilità e instabilità della vita, in questo caso intesa in senso biologico.

In altre parole, gli stessi modelli esplicativi biologici non sono riducibili ai modelli delle scienze fisiche. Si tratta di sistemi i cui comportamenti si rivelano estremamente irregolari e imprevedibili.

Si pensi, ad esempio, a fenomeni come il meteo e alle difficoltà, nonostante strumenti estremamente sofisticati, di fare previsioni metereologiche con esattezza e precisione assolute; si pensi a fenomeni come i terremoti, gli uragani e/o la caduta di un meteorite: allo stato attuale delle cose, possono essere osservati, descritti, previsti nei loro comportamenti soltanto in termini probabilistici, pur essendo riconducibili a leggi scientifiche e formule matematiche note. In questi casi, ci troviamo in condizioni di predittività e di un orizzonte di prevedibilità limitati.

In tal senso, non soltanto nel campo della fisica, “determinismo” e “predittività” sono stati separati da una vera e propria frattura epistemologica: la teoria del caos. È probabile che, in futuro, l’enorme disponibilità di dati e informazioni, insieme a strumenti sempre più sofisticati, si rivelerà sempre più strategica e vitale proprio nel tentativo, tutt’altro che scontato, di arrivare a definire/ri-conoscere, come prevedibili e lineari, fenomeni che, pur essendo spiegabili dalle leggi della fisica, si comportano diversamente. Di fatto, teoria del caos e del “caos deterministico” hanno contribuito, in maniera determinante, a definire quel nuovo paradigma, di cui non siamo ancora in grado di valutare, fino in fondo, le implicazioni epistemologiche e gli orizzonti conoscitivi e di ricerca aperti. Sempre più difficile, almeno per ora, fare previsioni esatte sui cd. sistemi dinamici non-lineari.

E, allo stesso modo, la stessa complessità può essere definita in molteplici modi, relativamente ai diversi saperi ed agli ambiti disciplinari (non soltanto); una complessità che si presenta sotto molteplici forme e che ci costringe a ripensare tutto, anche le categorie concettuali con le relative definizioni operative, a maggior ragione nella civiltà ipertecnologica (e iperconnessa) in cui, oltre ad esser saltati i confini tra “naturale” e “artificiale” (Dominici, 1995, 1998 e sgg.), scienza e tecnologia sembrano poter essere in grado di rendere la “materia” vivente e intelligente (?).

Ci confrontiamo, pertanto, con una complessità imprevedibile – la questione della prevedibilità, non soltanto dei comportamenti umani, sociali, culturali è cruciale e strategica (i modelli culturali servono anche a questo) – e non replicabile (la replicabilità, come noto, è requisito importante per la scienza e per poter anche soltanto parlare di “scientificità”) di cui dobbiamo/dovremmo osservare e comprendere soprattutto i molteplici livelli di connessione tra i processi e tra le parti/gli oggetti stessi e, per farlo, abbiamo bisogno di una visione sistemica dei processi, dei fenomeni e delle dinamiche: visione sistemica che comporta un modo completamente differente di osservare gli “oggetti”. Non solo osservare l’insieme e il tutto, consapevoli, in ogni caso, che il tutto non è mai la somma e/o la totalità delle parti.

Ma c’è un ulteriore elemento di complessità: il fatto cioè che siamo di fronte a sistemi complessi adattivi, capaci di modificarsi per soddisfare nuove condizioni e/o requisiti. Sono sistemi le cui parti costituenti non sono “inanimate”, passive, neutrali, reagenti soltanto a certi stimoli in maniera prevedibile; sono individui, entità, relazioni che costantemente contribuiscono a cambiare e a co-creare le condizioni dell’interazione, dell’ambiente di riferimento, dell’ecosistema di cui fanno parte. Se osserviamo una organizzazione sociale, ma anche semplicemente un insieme o un gruppo di persone, non solo la totalità delle persone non costituisce il tutto, non solo non potrò capire le dinamiche di quel gruppo isolando le singole persone o circoscrivendo il campo di osservazione; ma dovrò prendere atto che quelle stesse persone/individui/entità costantemente contribuiscono a modificare – o a co-creare, co-costruire – l’ambiente sociale in cui sono immerse.

E la mia stessa presenza, la mia stessa osservazione modifica le condizioni e i livelli di interazione, scambio, condivisione. Se voglio davvero osservarne e comprenderne le relazioni e le dinamiche in continua evoluzione, devo osservare l’insieme, la globalità, le connessioni, le relazioni sistemiche. Necessario – oltre alla visione sistemica – un approccio interdisciplinare, multidisciplinare, transdisciplinare (Piaget). Temi e questioni di cui, oggi, tutti parlano e scrivono con il rischio, estremamente concreto, di far pensare che si tratti di obiettivi ormai raggiunti e condivisi, ma non è assolutamente così.

Tutti parlano e scrivono di “gestire la complessità”, ma questa complessità non può essere, evidentemente, gestita in alcun modo, possiamo provare – ripeto sempre – ad abitarla (educazione e formazione). Non si tratta soltanto di parole e/o termini diversi. Si tratta di questioni sostanziali, che chiamano in causa saperi esperti e competenze specifiche.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]In effetti non è facile orientarsi in questo “labirinto di labirinti”… Approfittiamo quindi della sua guida e proviamo a inoltrarci oltre.

Ci parlava dell’imprevedibilità riguardo ai comportamenti sociali e culturali dell’uomo, e non solo. Qual è il filo di Arianna da seguire per tentare di non perderci tra i meandri della questione?

Viviamo un’epoca estremamente incerta e variabile, eppure da più parti, quasi paradossalmente, tutti comunicano, quasi ostentano, certezza e sicurezza nel prendere decisioni e sul “come fare le cose”.

Purtroppo o per fortuna – perché si tratta di sfide conoscitive alla/della complessità – non abbiamo, di fronte a noi, traiettorie e orizzonti ben definiti, anzi, al contrario. E, quando ci confrontiamo con i sistemi sociali, organizzativi, umani, dovremmo esserne ancor più consapevoli, non lasciandoci lusingare da quelle che ho definito le “grandi illusioni delle civiltà ipertecnologica”.

L’illusione della razionalità, quella del controllo e della prevedibilità (totale) e, infine, l’illusione più pericolosa: quella di poter eliminare/espellere l’errore e l’imprevedibilità dalle nostre vite, dalle organizzazioni, dagli ecosistemi umani e vitali. In tal senso, sia in ambito accademico che quando faccio formazione, non amo mai parlare di soluzioni (che, ammesso che ce ne siano, hanno sempre carattere temporaneo e provvisorio) e/o di uniche vie da seguire; una proposta che rinnegherebbe, non soltanto gli stessi presupposti della complessità, ma la mia vita e i valori in cui credo, non soltanto come docente, ricercatore, educatore.

In tempi non sospetti – fin dalla metà degli anni Novanta – ho parlato dell’urgenza di educare e formare all’imprevedibilità (non si tratta di slogan, si può fare!) e di costruire, fin dai primi anni di scuola, una “cultura dell’errore”. Errore e imprevedibilità – ripeto ogni volta – sono le basi della conoscenza, della conoscenza scientifica, della vita, del nostro “essere umani”, del nostro essere “esseri umani liberi”(!).

Pertanto – io credo – il tentativo di abitare la complessità, non può che essere legato all’urgenza di ripensare, in maniera radicale, educazione e formazione, mettendo mano ai processi ed alle culture che caratterizzano le istituzioni educative e formative. Lungo, lunghissimo periodo: ancora una volta, quello evocato da tutti, ma mai concretamente perseguito: troppo immersi nelle narrazioni della cd. rivoluzione digitale e della datacrazia, dei dati che parlano da soli; troppo ancorati ad una “cultura della standardizzazione” e del risultato immediato. Un’egemonia ancor più disastrosa nei mondi della ricerca, dell’educazione e, più in generale, della produzione intellettuale e culturale.

Per farlo, occorrerebbe innanzitutto sgombrare il campo da alcune questioni, fuorvianti e ingannevoli che, da sempre, segnano in profondità, strutturano, l’architettura complessiva dei saperi e delle competenze, nonché le culture educative e organizzative del mondo contemporaneo. Mi riferisco, in particolare, a quelle che ho definito false dicotomie” (Dominici,1995): natura versus cultura; naturale versus artificiale; Umano versus tecnologico, cultura versus tecnologia, teoria versus ricerca/ pratica; formazione scientifica versus formazione umanistica; pensiero e ragione versus emozioni; pensiero vs azione; ragione versus creatività e immaginazione; corpo versus mente; complessità versus specializzazione; interdisciplinarità versus specializzazione; conoscenze versus competenze; forma/e versus contenuto; hard skills versus soft skills. False dicotomie che ci spingono ad osservare, a descrivere, a riconoscere, a comprendere la complessità, l’umano, la vita, la vitalità dello spirito, quell’essenziale che è (sempre) “invisibile agli occhi”(cit.) ricorrendo sempre a divisioni, separazioni, distinzioni, fratture che spesso non portano alla conoscenza e/o al sapere, bensì ad un senso di appaesamento e rassicurazione, caratteristico di tutte le culture (di fatto, portatrici di identità), rispetto all’incertezza ed alla variabilità della vita e del reale. Isolare, separare e recludere i saperi, le conoscenze, le esperienze, i vissuti, è operazione complessa che, da sempre, segna l’evoluzione dei sistemi sociali, delle organizzazioni, dell’azione sociale. Si tratta, peraltro, di funzioni strategiche assolte proprio dai modelli culturali.

Continuiamo a vedere, ad osservare, a tentare di comprendere la realtà secondo logiche, modelli, schemi che ne riducono (apparentemente) la varietà, l’imprevedibilità, la ricchezza. Convinti di poter ingabbiare tutta la vitalità dello spirito, la complessità dell’umano, in formule matematiche e sequenze infinite di dati e numeri. Convinti di poter misurare anche la “qualità” in termini obiettivi, oggettivi, scientifici – a mio avviso, si tratta di una contraddizione in termini – ricorrendo esclusivamente a strumenti e dati quantitativi, e con riferimento a tutti gli ambiti della prassi e della produzione materiale e intellettuale, ricorrendo a semplificazioni (sempre, seducenti) presentate, ancora una volta, come “dati di fatto”. Continuiamo a cercare una conoscenza che confermi le nostre convinzioni, le nostre ipotesi di partenza, i nostri modelli culturali ed educativi, i nostri pregiudizi e i nostri stereotipi.

Per poter abitare la complessità, è di vitale importanza – prima di tutto – ripartire dalla centralità strategica dei processi educativi e formativi e dalla ricerca, agevolando concretamente il dialogo e la contaminazione tra i saperi, tra le competenze, tra i saperi e la vita; ripensando lo spazio relazionale e comunicativo dentro e fuori le organizzazioni, ricomponendo la frattura tra l’umano e il tecnologico.

A maggior ragione dentro la civiltà ipertecnologica e iperconnessa, abitare l’ipercomplessità*(Dominici, 1996) non significa soltanto saper gestire e controllare le tecnologie e gli ambienti interconnessi, sfruttandone al massimo le potenzialità; significa soprattutto “rimettere al centro la Persona” (non l’individuo) (1995) e l’Umano, proprio in una fase così delicata e incerta, di transizione e radicale mutamento, che appare volersi basare proprio sulla sua marginalizzazione.

E’ tempo di ricomporre qualcosa che, erroneamente, e per tante ragioni, è stato tenuto separato. Quelli che oggi sono considerati e vengono riconosciuti come confini e limiti invalicabili – tra i saperi, tra le conoscenze e le competenze, tra la razionalità e la creatività, tra i vissuti, tra le esperienze, tra le varietà e le diversità della vita – possono e debbono diventare varchi, aperture, percorsi, opportunità. Ma è fondamentale comprendere – anche dal punto di vista conoscitivo – il valore aggiunto di un approccio sistemico alla complessità fondato sulla possibilità di cogliere i diversi livelli di connessione e le relazioni sistemiche tra le parti e i fenomeni che li riguardano.

Una visione che – in sé – comporta anche un modo completamente differente di guardare/osservare gli “oggetti”. Come scrivevo molti anni fa, abbiamo bisogno di educare a vedere/guardare/riconoscere/descrivere/comprendere gli “oggetti come fossero sistemi”. Un pre-requisito ancor più fondamentale nella società iperconnessa, sempre più caratterizzata dall’interdipendenza e dalla interconnessione di tutti i fenomeni e le dinamiche.

Le società, i sistemi sociali e le organizzazioni, fin dalle loro origini, sono sempre state complesse, ma l’attuale processo di globalizzazione, che affonda le sue radici nel progetto della Modernità, segna il passaggio alla ipercomplessità. Un passaggio profondo, complesso, non ancora concluso, determinato da numerosi fattori, tra i quali ricordo quelli – a mio avviso – più determinanti:

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]l’innovazione tecnologica con le sue improvvise accelerazioni causate dalla cd. rivoluzione digitale: accelerazioni che, storicamente, determinano sempre incertezza e problemi di “controllo” (modelli educativi e culturali); in tal senso, ho parlato anni fa di una “nuova velocità del digitale” che ci trova del tutto impreparati per le ragioni accennate e su cui torneremo.

[icon image=”ss-hyphen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La centralità sempre più strategica della comunicazione che assume un ruolo sempre più di vitale importanza, non soltanto con riferimento all’educazione ed ai processi di socializzazione, ma anche nei processi di rappresentazione e percezione della realtà. Una nuova viralità della comunicazione, favorita dalle “tecnologie della connessione” e dai nuovi ambienti iperconnessi, ma che non si identifica e non va confusa con la viralità dei nuovi strumenti/ambienti/processi comunicativi e digitali. Una viralità della comunicazione che ha portato fuori dalle vecchie “torri d’avorio” e dalle altrettanto vecchie “centrali” di costruzione del consenso sociale, temi e questioni che erano sempre stati di dominio esclusivo di élites e gruppi ristretti di esperti. Tra processi (e retoriche) di disintermediazione e processi di re-intermediazione.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Il topic della comunicazione è emergente da molti punti di vista: se ne parla sempre di più in riferimento alla persuasione (e alla propaganda) sia nel campo del marketing che della politica. Qual è il suo focus su questo tema, anche in merito alla questione della complessità?

Da parte mia, ho definito la Comunicazione, nel lontano 1996, come “processo sociale di condivisione della conoscenza (= potere)”, là dove Conoscenza è uguale a Potere.

Un processo sociale in cui interagiscono persone in carne ed ossa, con i loro profili psicologici, le loro conoscenze e le loro competenze, i loro modelli culturali, i gruppi e i contesti di riferimento, lo spazio sistemico e relazionale condiviso.

Si tratta di attori sociali che partecipano a una dinamica estremamente complessa, i cui esiti sono tutt’altro che scontati, e non soltanto per ciò che concerne la condivisione di dati, informazioni, conoscenze… Non è scontato perché i fattori e le variabili intervenienti sono numerose e le relazioni, ancora una volta, sistemiche. Per quanto ci si possa preparare e formare rigorosamente (fondamentale!), entriamo, in ogni caso, nel regno dell’imprevedibilità e dell’estrema variabilità.

Per questo ripeto sempre la mia definizione: “Comunicazione è complessità”. La comunicazione, in altre parole, è un’interazione sociale caratterizzata da un sistema di relazioni nel quale azione e retroazione (feedback) presentano un carattere probabilistico, con relativa difficoltà di individuare “regolarità” e fare “previsioni”. Pertanto, essendo un processo complesso, le cui dinamiche non seguono il principio di causalità, contrariamente ai luoghi comuni (non solo mediatici) ed a certi pregiudizi di matrice anche accademica, analizzare scientificamente – o quanto meno con rigore metodologico – la comunicazione è estremamente complicato e richiede un ventaglio notevole di conoscenze e competenze, oltre al più volte richiamato approccio sistemico (multidisciplinare e interdisciplinare) alla complessità. Spesso, al contrario, all’insegna di frasi fatte e luoghi comuni (tutto è comunicazione, la frase più inflazionata), l’”oggetto” comunicazione ci viene restituito come semplice, banale, facilmente intuibile; un oggetto di studio che non richiede neanche particolari conoscenze e/o competenze (stesso discorso potrebbe esser fatto per i pregiudizi che circondano la figura del comunicatore e il suo profilo professionale).

Il problema è che anche su questo tema, davvero cruciale, si continua a fare confusione. Tra la comunicazione e i mezzi di comunicazione, tra la comunicazione e l’informazione (sembra incredibile ma è così), tra la Comunicazione e la Connessione e, infine, con molte derive e ricadute negative, tra la Comunicazione e il Marketing. Confusione che si manifesta chiaramente anche nella cultura e nelle strategie di numerose organizzazioni complesse, sia pubbliche che private. Una confusione che si traduce in una mancanza di chiarezza sostanziale in grado di portare a definire scelte e strategie inappropriate, come mi confermano di frequente anche molti dei manager che incontro nelle mie vesti di formatore.

E, sia ben chiaro, come vado ripetendo da tempi non sospetti, proprio nell’era della disintermediazione le figure e i processi di mediazione sono/tornano ad essere ancor più strategici.

Aggiungo: a livello di discorso pubblico, poi, c’è ancora molta retorica sui cosiddetti “grandi comunicatori”. Ciò che si evince chiaramente è che, nella maggior parte dei casi, queste figure siano coloro che meglio riescono a convincere, persuadere, perfino a manipolare i destinatari dei loro messaggi, modificandone atteggiamenti e comportamenti.

Esiste infatti una visione della comunicazione molto schiacciata sulla dimensione dell’efficacia, del convincimento ad ogni costo, nel quadro di una visione, assolutamente strumentale e utilitaristica, dell’Altro e del confronto con l’Altro. Si tratta di educare alla comunicazione, ancor prima che formare: questione educativa e culturale!

Spesso – lo dico con rammarico e assumendomene, ogni volta, la responsabilità – ho la netta impressione che stiamo preparando gli attuali e i futuri comunicatori ad essere soprattutto dei “tecnici della comunicazione” e/o degli ottimi venditori (con tutto il rispetto per la figura del “venditore”), non solo rispetto alle merci e ai servizi, ma anche in riferimento alle idee e ai valori. E questa visione – al di là delle profonde implicazioni etiche – conduce a un appiattimento della comunicazione, di più, ad uno svuotamento del suo significato più profondo. Stiamo andando nella direzione opposta a ciò di cui avremmo bisogno per tentare di abitare, o quanto meno “governare”, la complessità.

Come abbiamo anticipato, infatti, i sistemi complessi non sono soltanto imprevedibili, ma anche e sorprendentemente adattivi, capaci di modificarsi per soddisfare nuove condizioni e/o requisiti. Il ritardo nella cultura della comunicazione ci rende ancor più vulnerabili nella gestione dei cd. “sistemi complessi adattivi”. Come noto, sono sistemi costituiti non da parti “inanimate”, passive, neutrali, reagenti soltanto a certi stimoli in maniera prevedibile; al contrario, si tratto di individui/persone, entità, relazioni che costantemente contribuiscono a cambiare e a co-creare le condizioni dell’interazione, dell’ambiente di riferimento e dell’ecosistema di cui fanno parte.

Proseguendo lungo questa linea di discorso: come già accennato, siamo di fronte a relazioni sistemiche il cui campo di osservazione non può essere facilmente individuato e circoscritto e i cui protagonisti contribuiscono, costantemente, a modificare – a co-creare e co-costruire – l’ambiente sociale in cui sono immersi.

E’ tempo di pensare, immaginare, studiare, (provare a) governare le organizzazioni complesse come se fossero “sistemi viventi” e non semplici macchine/ingranaggi, senza continuare a ricadere nell’atavico errore di provare a gestire i sistemi complessi (aperti, dinamici, imprevedibili, instabili, non-lineari etc. -> saperi tecnici e competenze tecniche non bastano – integrazione approcci differenti) come fossero “sistemi complicati” (chiusi, prevedibili, lineari -> bastano saperi tecnici e competenze tecniche – approcci riduzionistici e deterministici). L’ho definito, diversi anni fa, l’errore degli errori”. Un errore che, tra le tante conseguenze, ha quella di promuovere “soluzioni semplici a problemi complessi”, anche a livello della Politica (nazionale e transnazionale), con implicazioni profonde in termini di cittadinanza e inclusione.

[icon image=”ss-pen” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]È molto interessante questo suo filo conduttore, e anche estremamente attuale. I temi dell’inclusione e della cittadinanza li ritroviamo del resto in molti dei suoi contributi. Ci può dire qualcosa di più?

Volentieri. Le questioni affrontate nella nostra conversazione – è evidente – fanno parte di un orizzonte più vasto e riguardano da vicino le tematiche fondamentali relative alla partecipazione e alla cittadinanza. La società interconnessa/iperconnessa, quasi paradossalmente, si sta sempre più rivelando una società asimmetrica (così l’ho definita), segnata da nuove disuguaglianze e asimmetrie; una società che riconosce la cittadinanza soltanto sul piano giuridico e non è in grado di renderla effettiva e darle una traduzione concreta. Si pone, non da oggi, l’urgenza di ripensare il contratto sociale(Dominici, 2003) dal momento che, nella cd. società della conoscenza, sono cambiate le regole di ingaggio della cittadinanza (1998).

Su questo terreno, non possiamo non prendere atto di un ritardo culturale importante, ribadendo con forza una nostra vecchia formula: non bastano “cittadini connessi”, ma servono cittadini criticamente formati e informati, educati al pensiero critico ed alla complessità, educati alla cittadinanza e non alla sudditanza, educati alla libertà e alla responsabilità.

Educati, in altre parole, a una cittadinanza che – è bene esser chiari – è fatta sì di diritti che devono essere riconosciuti, ma anche di doveri. E lo stesso discorso vale per la costruzione sociale di una nuova cultura della legalità e/o di una cultura della prevenzione, tutti valori che vanno costruiti e “vissuti”, non soltanto a livello personale, fin dai primi anni di Scuola.
Occorrerebbe dunque agire e intervenire là dove si definiscono le condizioni strutturali della “società asimmetrica”, ovvero là dove si producono, elaborano e distribuiscono le informazioni e la conoscenza, che poi sono le vere risorse strategiche del mutamento in corso.
Occorre investire concretamente su educazione, formazione e ricerca, creando le condizioni, sociali e culturali, per quello che ho definito un “sapere condiviso” (Dominici, 2000); d’altra parte, la società della conoscenza richiede elevati livelli di istruzione e formazione, oltre ad un aggiornamento continuo in ambito lavorativo e professionale.

La cosa che più mi preoccupa, sinceramente, è che ne parlassi oltre vent’anni fa, ed è incredibile come ancora oggi non ci sia consapevolezza e unità d’intenti nel correggere traiettorie e discontinuità della società asimmetrica: si vedano, in tal senso, gli studi, i dati e le ricerche, anche recenti, relativi all’analfabetismo funzionale e alla povertà educativa. Evidenze empiriche che restituiscono un quadro d’insieme tutt’altro che rassicurante, a tutti i livelli. Abbiamo un disperato bisogno di politiche di lungo periodo che, oltre ad essere immaginate in un’ottica globale, vengano progettate e realizzate con una prospettiva sistemica, per poi essere costantemente valutate e monitorate nei loro effetti.

Con questo ultimo passaggio del Professor Dominici – dedicato alla centralità, ancora una volta, del capitale umano e dei processi educativi e formativi – si chiude la prima parte della nostra intervista.

Vi rimandiamo alla seconda puntata della nostra intervista, la prossima settimana, in cui pubblicheremo l’ultima parte della nostra “chiacchierata”, che verterà su questioni altrettanto cruciali.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
PROFESSOR PIERO DOMINICI
BREVE PROFILO BIOGRAFICO
[/sf_iconbox]


Fellow della World Academy of Art & Science, è Scientific Director del Complexity Education Project e Director (Scientific Listening) presso il Global Listening Centre. Insegna Comunicazione pubblica, Attività di Intelligence e Sociologia dei Fenomeni Politici presso l’Università degli Studi di Perugia. Visiting Professor presso l’Universidad Complutense di Madrid, ha partecipato, e tuttora partecipa, a progetti di rilevanza nazionale e internazionale, con funzioni di coordinamento; inoltre, ha tenuto lezioni e conferenze in numerosi atenei nazionali e internazionali.

È Membro dell’Albo dei Revisori MIUR e del WCSA (World Complexity Science Academy), fa parte di Comitati scientifici nazionali e internazionali. Si occupa da oltre vent’anni (didattica, ricerca, formazione) di complessità e di teoria dei sistemi con particolare riferimento alle organizzazioni complesse ed alle tematiche riguardanti l’educazione, la comunicazione, l’innovazione, la cittadinanza, la democrazia, l’etica pubblica. Da molti anni, collabora con riviste scientifiche e di cultura, oltre che con diverse testate. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, tra le quali:

Pubblicazioni scientifiche (una selezione):

Per un’etica dei new-media (1996-98); La comunicazione nella società ipercomplessa. Istanze per l’agire comunicativo (2005); La società dell’irresponsabilità (2010); La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento (2011); Dentro la Società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione (2014); Communication and Social Production of Knowledge. A new contract for the Society of Individuals, in «Comunicazioni Sociali», n°1/2015, Vita & Pensiero, Milano 2015; La filosofia come “dispositivo” di risposta alla società asimmetrica e ipercomplessa in AA.VV., Il diritto alla filosofia. Quale filosofia nel terzo millennio?, Bologna 2016; Post-Humanist Utopia and the Search for a New Humanism in the Hypercomplex Society in «Comunicazioni Sociali», n°3/2016, Vita & Pensiero, Milano 2016; Dominici P., Oltre la libertà …di “essere sudditi”, Casa della Cultura, Milano 2017; Sicurezza è Complessità sociale in AA.VV. (a cura di), Sociologia della sicurezza. Teorie e problemi, Mondadori, Milano 2017; The Hypercomplex Society and the Development of a New Global Public Sphere: Elements for a Critical Analysis, in, RAZÓN Y PALABRA, Vol. 21, No.2_97, Abril-junio 2017; (2017), Of Security and Liberty, of Control and Cooperation. Terrorism and the New Ecosystem communication. Italian Sociological Review, 7 (2); Fake News and Post-Truths? The “real” issue is how democracy is faring lately”, in «Sicurezza e scienze sociali», V, 3/2017, FrancoAngeli, 2018; Objects as systems. The educational and communicative challenges of the hypertechnological civilization, 2018; Oltre la linearità. Esplorare le connessioni…tra ordine e caos, in Programmare il mondo. Sfida e opportunità, OTM, Media Duemila, 2018; For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological, in, European Journal of Future Research, Springer, 2017;The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity. A New Humanism for the Hypercomplex Society” in, AA.VV., Governing Turbolence, Risk and Opportunities in the Complexity Age, Cambridge 2017; Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era, in, A.Fabris & G.Scarafile, Controversies in the Contemporary World, © John Benjamins Publishing Company, 2019.

Tra le pubblicazioni scientifiche:
For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological in EJFR

[English]
Prof. Piero Dominici (PhD), Fellow of the World Academy of Art & Science (WAAS), is Director (Scientific Listening) at the Global Listening Center and Scientific Director of the Complexity Education Project; he teaches Public Communication, Sociology and Intelligence Activities at the University of Perugia. As scientific researcher, educator, author and international speaker, his main areas of expertise and interest encompass (hyper)complexity, interdisciplinarity and knowledge sharing in the fields of education, systems theory, technology, innovation, intelligence, security, citizenship and communication. Member of the MIUR Register of Revisers, (Italian Ministry of Higher Education and Research), and of the WCSA (World Complexity Science Academy), he is also standing member of several of the most prestigious national and international scientific committees. Author of numerous essays, scientific articles and books, his published works include (a selection): Per un’etica dei new-media [Ethics for the new media] (1996-1998); La comunicazione nella società ipercomplessa. Istanze per l’agire comunicativo [Communication in the Hypercomplex Society. Solicitations for Communicative Action (2005); La società dell’irresponsabilità [The Society of Irresponsibility] (2010); La comunicazione nella società ipercomplessa. Condividere la conoscenza per governare il mutamento [Communication in the Hypercomplex Society. Sharing Knowledge to Cope with Change] (2011); Dentro la Società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosistema della comunicazione [Inside the interconnected society. Ethical Prospect for a New Ecosystem of Communication] (2014); Communication and Social Production of Knowledge. A new contract for the Society of Individuals, in «Comunicazioni Sociali», n°1/2015, Vita & Pensiero, Milano 2015; La filosofia come “dispositivo” di risposta alla società asimmetrica e ipercomplessa [Philosophy as a “Device” for Reacting to the Asymmetrical and Hypercomplex Society] in AA.VV., Il diritto alla filosofia. Quale filosofia nel terzo millennio?, Diogene Multimedia, Bologna 2016; [Post-Humanist Utopia and the Search for a New Humanism in the Hypercomplex Society] in «Comunicazioni Sociali», n°3/2016, Vita & Pensiero, Milano 2016; Dominici P., Oltre la libertà …di “essere sudditi”, in F.Varanini (a cura di), Corpi, menti, macchine per pensare, Casa della Cultura, Anno 2, numero 4, Milano 2017; Sicurezza è Complessità sociale in M.C.Federici, A. Romeo (a cura di), Sociologia della sicurezza. Teorie e problemi, Mondadori, Milano 2017, pp.49-65; The Hypercomplex Society and the Development of a New Global Public Sphere: Elements for a Critical Analysis, in, RAZÓN Y PALABRA, Vol. 21, No.2_97, Abril-junio 2017; (2017), Of Security and Liberty, of Control and Cooperation. Terrorism and the New Ecosystem communication. [Italian Sociological Review, 7 (2) [DOI: 10.13136/isr.v7i2.XX]; “Fake News and Post-Truths? The “real” issue is how democracy is faring lately”, in «Sicurezza e scienze sociali», V, 3/2017, FrancoAngeli, Milano 2018, pp.175-188; “Objects as systems. The educational and communicative challenges of the hypertechnological civilization”, in P.L.Capucci, G.Cipolletta (eds), The New and History. Art*Science, Noema, Ravenna 2018 – pp.121-133; “Oltre la linearità. Esplorare le connessioni…tra ordine e caos”, in Programmare il mondo. Sfida e opportunità, OTM, Media Duemila, n. 1 – anno 2018; “For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological”, in, European Journal of Future Research, Springer, 2017; “The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity. A New Humanism for the Hypercomplex Society” in, AA.VV., Governing Turbolence, Risk and Opportunities in the Complexity Age, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge 2017; Controversies on hypercomplexity and on education in the hypertechnological era, in, A.Fabris & G.Scarafile, Controversies in the Contemporary World, © John Benjamins Publishing Company, 2019.


CONTATTI


SITOGRAFIA DELL’INTERVISTA


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI ESSENZIALI

Arendt H. (1958), Vita activa. La condizione umana, Milano: Bompiani 1964.
Ashby W.R., An Introduction to Cybernetics, London: Chapman & Hall 1956.
Barabási A.L. (2002), Link. La scienza delle reti, Torino: Einaudi, 2004.
Bateson G. (1972), Verso un’ecologia della mente, Milano: Adelphi 1976.
Bertalanffy von L. (1968),Teoria generale dei sistemi, Milano: Isedi 1975.
Bocchi G. – Ceruti M. (1985), La sfida della complessità, Milano: Bruno Mondadori 2007
Canguilhelm G., Il normale e il patologico, Torino: Einaudi,1998
Capra F. (1975), Il Tao della fisica, Milano: Adelphi 1982.
Ceruti M., Evoluzione senza fondamenti, Roma-Bari: Laterza 1995.
Coleman J.S. (1990). Fondamenti di teoria sociale, Bologna: Il Mulino 2005.
Dewey J. (1916), Democrazia e educazione, La Nuova Italia, Firenze 1992.
Diamond J.(1997), Armi, acciaio e malattie, Torino: Einaudi 1998 (cfr.ed.2006)
Dominici P. (1996). Per un’etica dei new-media, Firenze: Firenze Libri Ed.1998.
Dominici P.(2005). La comunicazione nella società ipercomplessa, Roma: FrancoAngeli 2011.
Dominici P. (2008), Sfera pubblica e società della conoscenza in AA.VV. (a cura di), Oltre l’individualismo. Comunicazione, nuovi diritti e capitale sociale, Milano: Franco Angeli 2008.
Dominici P. (2010). La società dell’irresponsabilità, Milano: FrancoAngeli.
Dominici P. (2014). Dentro la società interconnessa, Milano: FrancoAngeli. Riedizione 2019.
Dominici P. (2014). La modernità complessa tra istanze di emancipazione e derive dell’individualismo, in «Studi di Sociologia», n°3/2014, Milano: Vita & Pensiero.
Dominici P. (2015). Communication and Social Production of Knowledge. A new contract for the Society of Individuals, in «Comunicazioni Sociali», n°1/2015, Milano: Vita & Pensiero.
Dominici P. (2016). L’utopia Post-Umanista e la ricerca di un Nuovo Umanesimo per la Società Ipercomplessa, in «Comunicazioni Sociali», n°3/2016, Milano: Vita & Pensiero..
Dominici P. The Hypercomplex Society and the Development of a New Global Public Sphere: Elements for a Critical Analysis, in, RAZÓN Y PALABRA, Vol. 21, No.2_97, Abril-junio 2017 – ISSN: 1605-4806, pp.380-405
Dominici P., The hypertechnological civilization and the urgency of a systemic approach to complexity. A New Humanism for the Hypercomplex Society” in, AA.VV., Governing Turbolence. Risk and Opportunities in the Complexity Age, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge 2017.
Dominici P., For an Inclusive Innovation. Healing the fracture between the human and the technological, in, European Journal of Future Research, Springer, 2017.
Emery F.E. (a cura di) (1969), La teoria dei sistemi, Milano: FrancoAngeli 2001.
Ferrarotti F., La perfezione del nulla, Roma-Bari: Laterza 1997
Foerster von H. (1981), Sistemi che osservano, Roma: Astrolabio 1987.
Foucault M., Tecnologie del Sé. Un seminario con Michel Foucault, Bollati Boringhieri, Turin 1992.
Gallino L., L’incerta alleanza. Modelli di relazioni tra scienze umane e scienze naturali, Torino: Einaudi 1992.
Gell-Mann M. (1994), Il quark e il giaguaro, Torino: Bollati Boringhieri 1996-2017.
Gleick J. (1987), Caos, Milano: Rizzoli 1989.
Habermas J. (1981). Teoria dell’agire comunicativo, vol.I, Razionalità nell’azione e razionalizzazione sociale, vol.II, Critica della ragione funzionalistica Bologna: Il Mulino 1986.
Hammersley M. (2013), Il mito dell’evidence-based. Per un uso critico della ricerca sociale applicate, Milano: Raffaello Cortina Ed. 2016.
Jonas H. (1979), Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, Torino: Einaudi,1990.
Kuhn T. (1962), La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino: Einaudi 1969
Lakatos I. – Musgrave A. (1970). Critica e crescita della conoscenza, Milano: Feltrinelli 1976.
Luhmann N. (1984). Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale, Bologna: Il Mulino 1990.
Marshall T.H. (1950), Citizenship and Social Class and Other Essays, Cambridge: Cambridge University Press 2002
Maturana H.R., Varela F.J. (1980), Autopoiesi e cognizione. La del vivente, Venezia: Marsilio 1985.
Maturana H.R., Varela F.J. (1985), L’albero della conoscenza, Milano: Garzanti 1987.
Mead G.H. (1934).Mente, Sè e Società, Firenze: Barbera 1966.
Morin E. (1973), Il paradigma perduto, Milano: Feltrinelli 1974.
Morin E. (1977-2004), vol I-VI., Il Metodo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001, 2002, 2004, 2005,2007, 2008.
Morin E. (1990), Introduzione al pensiero complesso, Milano: Sperling & Kupfer 1993.
Morin E. (1999b), La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, Milano: Raffaello Cortina 2000.
Morin E. (2015), 7 lezioni sul Pensiero globale, Milano: Raffaello Cortina Editore 2016.
Mumford L. (1934).Tecnica e cultura, Milano: Il Saggiatore 1961.
Mumford L. (1967). Il mito della macchina, Milano: Il Saggiatore 1969.
Nussbaum M.C. (2010),Non per profitto, Bologna: Il Mulino 2011.
Parsons T. (1951), Il sistema sociale, (intr. di L.Gallino), Milano: Comunità 1965.
Popper K.R. (1934), Logica della scoperta scientifica. Il carattere auto correttivo della scienza, Torino: Einaudi 1970.
Prigogine I. (1996), La fine delle certezze. Il tempo, il caos e le leggi della natura, Torino: Bollati Boringhieri, 1997.
Prigogine I. – Stengers I. (1979), La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza, Torino: Einaudi1981.
Putnam R.D.(2000), Capitale sociale e individualismo, Bologna: Il Mulino 2004.
Simon H.A. (1947), Il comportamento amministrativo, Bologna: Il Mulino 1958.
Simon H.A. (1997), Scienza economica e comportamento umano, Torino: Edizioni di Comunità, 2000.
Sloman S., Fernbach P. (2017), L’illusione della conoscenza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018.
Taleb N.N. (2012), Antifragile. Prosperare nel disordine, Milano: il Saggiatore 2013.
Todorov T.(1995). La vita comune.L’uomo è un essere sociale, Milano: Pratiche Ed. 1998.
Watzlawick P., Helmick Beavin J., Jackson D.D. (1967),Pragmatica della comunicazione umana, Roma: Astrolabio 1971.
Weber M. (1922). Il metodo delle scienze storico-sociali, Torino: Einaudi, 1958.
Wiener N. (1948), La cibernetica, Milano: Il Saggiatore, 1968.
Wiener N. (1950), Introduzione alla cibernetica. L’uso umano degli esseri umani, Torino: Bollati Boringhieri 1966.


CREDITS IMMAGINI
Ritratto Note biografiche

Immagine di copertina (rielaborata)
ID Immagine 1: 84318270. Diritto d'autore: Galina Peshkova
ID Immagine 2: 45705087. Diritto d'autore: alphaspirit
Fiore frattale
ID Immagine: 34630957. Diritto d'autore: sakkmesterke

 
 
 

Categorie
6MEMES TRENDS Information and communications technology

Il Processo aziendale e l’Azienda come insieme di processi. Di Giulio Destri.

[sf_iconbox image=”ss-barchart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il processo di business

[dropcap3]N[/dropcap3]ei due articoli precedenti abbiamo visto insieme il modello della Architettura Enterprise (adatto soprattutto a grandi organizzazioni, come ad esempio le multinazionali) e il modello dell’azienda visto come insieme di centri di servizio, più adatto all’analisi della PMI italiana. Per comprendere ora come applicare la digital transformation occorre completare l’analisi dei processi, che è – di conseguenza – il tema di questo nostro articolo.
Ricordiamo innanzututto che un processo di business (o processo aziendale) altro non è che il modello formalizzato di un insieme (organizzato e coordinato) di attività decisionali e/od operative, che agisce secondo input precisi e crea al termine del processo un output che ha un valore per il cliente.
Il cliente può essere:

  • esterno all’azienda (processi sell-side), e in questo caso il processo procura direttamente ricavo all’azienda stessa
  • interno all’azienda (processi in-side), e dunqueil processo garantisce funzionamenti interni.

Naturalmente esistono anche processi di ingresso (processi buy-side), in cui l’input proviene dall’esterno dell’azienda, come, per esempio, l’approvvigionamento delle materie prime. I processi, inoltre, se sono grandi e/o complessi, si suddividono in fasi, composte a loro volta da varie attività.
Se ne deduce che una fase è, in sostanza (come abbiamo in parte anticipato nell’articolo precedente) un raggruppamento di attività.
Le attività, a loro volta, si possono suddividere sia in azioni (elementari) che in operazioni, ossia micro-attività che sono considerate come un unico blocco non ulteriormente scomponibile.
[bctt tweet=”Un processo di business (o processo aziendale) altro non è che il modello formalizzato di un insieme (organizzato e coordinato) di attività  che agisce secondo input precisi e crea un output che ha un valore per il cliente.” username=”MapsGroup”]
Esempi di azioni possono essere l’immissione di una data in una maschera di immissione dati di un programma su PC, l’invio di una mail, lo spostamento di un utensile etc. In funzione del tipo di analisi che si sta facendo, la dimensione di un’azione può variare: in taluni contesti si può considerare come azione ciò che in altri è un’attività.
Le attività sono collegate nel tempo (in sequenza, o in parallelo e così via) e nello spazio. Un’attività di fabbricazione, ad esempio, si può svolgere in un capannone, mentre la successiva in sequenza si può realizzare in un’altra sede, rendendo necessario il trasporto dell’output risultato della prima verso la locazione della seconda richiedendo di conseguenza una necessaria attività di collegamento (e trasporto) tra le due.
Ogni processo deve avere parametri (indicatori) che consentano la misurazione delle sue attività, soprattutto in termini di performance. Esempi di indicatori sono:

  • il tempo necessario per l’esecuzione dell’intero processo;
  • il tempo necessario per l’esecuzione di ciascuna delle attività;
  • il rapporto fra output e input (indice di efficienza);
  • il rapporto fra output effettivo ed output atteso (indice di efficacia).

Se ne deduce che all’interno del processo devono esistere punti di misurazione (ad esempio il punto di inizio e quello di fine di ogni attività) che consentano di ottenere le varie e indispensabili misurazioni.
Un processo di cui non si conoscono misure non può infatti dirsi noto e tantomeno può essere governato o ottimizzato. Come visto nell’articolo precedente, inoltre, i processi possono essere espliciti e formalizzati oppure impliciti. Immaginiamo ora, nel proseguire il nostro discorso, che i processi oggetto di osservazione siano espliciti.
 

[sf_iconbox image=”ss-repeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]L’Azienda come insieme di processi

La visione dell’impresa come un insieme di processi, diffusa nelle aziende molto grandi, rappresenta la stessa come una successione di processi operativi (controllati a loro volta da processi decisionali) che vengono suddivisi fra le risorse organizzative ed umane dell’azienda stessa assegnandoli come ruoli ed incarichi.
Quest’attività richiede più strutture di controllo oltre alla la presenza di responsabili di processo (process owner) deputati al governo degli stessi.
Uno dei modelli “storici” per rappresentare tale visione è la Piramide di Anthony, la cui prima versione risale addirittura al 1965, che rappresenta i processi in modo gerarchico, suddividendoli fra strategici (destinati al governo generale dell’azienda) e tattici (atti a tradurre la strategia in attività per la sua realizzazione, come rappresentato in figura.
azienda
 
Ad esso si è affiancato negli anni ’90 il modello della Catena del Valore di Porter, che rappresenta l’intera azienda come una successione di processi. Una versione semplificata di tale modello è nella figura seguente:

I due modelli non sono in contraddizione tra loro, ma anzi possono essere integrati usando il modello di Porter per le attività operative (operations) del primo livello della Piramide di Anthony. Lo si vede nella figura seguente, dove a piramide sono rappresentati i processi decisionali sia tattici che strategici.

La gestione per processi ha dimostrato, nelle grandi aziende, di portare diversi vantaggi: visione d’insieme, migliore coordinamento tra le parti e, soprattutto, la capacità di individuare più facilmente inefficienze e sprechi, aumentando l’efficacia ed il valore prodotto. Metodologie oggi in ampia diffusione, come la Lean Production,  sono basate sui processi.

[sf_iconbox image=”ss-link” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Mappare i processi sui centri di servizio

Ora, per proseguire il nostro discorso, mettiamo insieme la visione per processi e quella per centri di servizio attraverso un esempio, rappresentando il tutto con il linguaggio grafico BPMN.

PMI
NB: per vedere in maniera efficace l’immagine, è consigliabile cliccare sulla stessa e ingrandirla.

In questo esempio i centri di servizio coinvolti sono 3: Vendite, Produzione e Magazzino e sono rappresentati con rettangoli, chiamati anche corsie o swimlane. All’interno di ciascuno di essi hanno luogo le attività svolte da quel Centro di servizio, qui rappresentate con i rettangoli con gli spigoli arrotondati.
Il tutto inizia (si veda il pallino azzurro) con la richiesta di un cliente (non rappresentato in figura) di 1000 pezzi del suo prodotto. L’ufficio Vendite decide dunque di verificare se l’azienda è in grado di soddisfare la richiesta e chiede informazioni al Magazzino, il quale inizia una verifica partendo da quanto deve essere prodotto nei successivi 10 giorni (code di produzione) e da quanto si è in grado di produrre al giorno.
Se comunque la capacità produttiva non è sufficiente il processo si interrompe (si veda il pallino azzurro circondato di nero) con l’invio al cliente della risposta negativa. In caso contrario viene chiesto al Magazzino di verificare se ci sono sufficienti componenti per produrre 1000 pezzi; anche in questo caso, se la risposta è negativa, il processo si interrompe. In caso affermativo, invece, la produzione calcola i tempi necessari e li comunica all’ufficio Vendite, che a sua volta prepara la risposta affermativa per il cliente.
Dall’osservazione dell’esempio citato sono immediatamente evidenti alcuni dei vantaggi che la digital transformation può apportare:

  1. il magazzino deve avere l’archivio di giacenza elettronico (vale già oggi per la stragrande maggioranza delle aziende);
  2. la pianificazione della produzione dovrebbe essere in elettronico, con la visione delle code di produzione tramite appositi strumenti informatici;
  3. se sono vere entrambe le condizioni precedenti, integrando i sistemi informatici, si crea la possibilità per l’ufficio Vendite di procedere direttamente alla verifica della fattibilità dell’ordine. In questo modo la risposta al cliente può avvenire in tempo reale.

Questo esempio è volutamente semplificato proprio per poter fare comprendere facilmente il concetto. Se ne deduce che l’analisi dei vari processi deve evidenziare non solo fonti di possibile ritardo, potenziali errori etc, ma, più in generale, deve riscontrare i punti di debolezza dei processi dovuti sia a problematiche di comunicazione fra i centri di servizio che a fattori di debolezza interni ai centri di servizio (come spiegato nell’articolo precedente).
A questo punto, integrando il tutto con:

  1. una valutazione delle soluzioni digitali presenti sul mercato,
  2. un’analisi costi-benefici,
  3. un’adeguata analisi dei rischi legati alla trasformazione,

Si può decidere di applicare la trasformazione digitale.
La trasformazione digitale è dunque un cambiamento che deve essere gestito attraverso una serie di opportuni progetti. Tenendo presente che – come dimostrato credo attraverso le analisi presentate in questi ultimi articoli – una volta sia noto il punto di partenza (AS-IS), il primo passo per un progetto di innovazione che abbia buone possibilità di successo è stabilire con chiarezza il punto di arrivo (TO-BE), ossia l’obiettivo del progetto.
Questo sarà dunque il tema del prossimo articolo. Stay tuned!


CREDITS IMMAGINI

Immagine di copertina (rielaborata)
ID Immagine: 30836863. Diritto d'autore: bacho12345
ID Immagine: 64521750. Diritto d'autore: Andor Bujdoso
Categorie
Maps News News

L’evoluzione dei Portali B2B: sicurezza ed efficienza con il nuovo software SmartNebula.

Per lo scambio di documentazione fra aziende sempre più spesso viene fatto uso di portali che permettono di aprire un canale digitale fra cliente e fornitore, finalizzato allo scambio di informazioni e documenti relativi a tutte le attività dell’azienda (approvvigionamento, pianificazione e monitoraggio della produzione, nonché accreditamento fornitori e verifica delle certificazioni).

Si tratta dei cosiddetti “portali B2B” (Business to Business) – ossia dei siti dedicati alla gestione e lo scambio di informazioni e documenti fra un’azienda e i suoi fornitori.
L’utilizzo di tali strumenti permette di rendere più strutturato il processo di acquisizione di informazioni e documenti. Il rovescio della medaglia è dato dal fatto che ogni azienda implementa solo il proprio portale e, quindi, un fornitore:

  1. deve iscriversi in più portali, ognuno con una specifica modalità di utilizzo ed è questo uno dei motivi principali con il quale si riscontra spesso una scarsa adesione all’utilizzo di questi strumenti;
  2. si vede costretto ad inviare lo stesso documento più volte, magari con modalità diverse, a ciascuno dei propri clienti;
  3. nel caso debba aggiornare un documento, dovrà ricordarsi di farlo su tutti i portali sui quali l’aveva precedentemente caricato, con dispendio di tempo e risorse.

Ed è qui che interviene SmartNebula. Il nuovo software di Maps Group può integrarsi con i portali B2B per:

  • armonizzare e rendere più efficienti i processi di raccolta documenti (evitando, ad esempio di richiedere lo stesso documento più volte per processi o ambiti diversi grazie alla possibilità di classificarlo tramite tipologie e tag personalizzabili secondo le proprie esigenze);
  • rendere semplice e veloce l’inserimento di un nuovo documento e, poi, facilmente disponibile per la consultazione, permettendo di verificare in tempo reale lo stato di una certa persona/attrezzatura, l’azienda di appartenenza e la relativa raccolta documenti fornitori;
  • evitare la necessità di registrazione nel portale B2B in quanto le comunicazioni vengono tutte gestite dal cloud SmartNebula, diminuendo di molto i tempi di adozione di tali strumenti;


SmartNebula inoltre:

  1. traccia ogni operazione effettuata dagli utenti e
  2. mantiene uno storico con tutte le versioni dei documenti.

Il tutto con enormi vantaggi per il cliente e semplificazioni amministrative per i fornitori.
Il sistema prevede diversi alert automatici che consentono di monitorare le scadenze inviando in modo pro-attivo, all’approssimarsi delle stesse, dei promemoria sia al cliente sia al fornitore.

E per chi non ha un portale B2B? Il sistema di classificazione, visualizzazione e validazione dei documenti e i loro fornitori, offerto da SmartNebula, non prevede necessariamente la presenza di un portale B2B.

Si può infatti accedere a SmartNebula utilizzando un browser in qualunque parte del mondo ci si trovi. Questo perché l’erogazione avviene in modalità Software as a Service (S.a.a.S), su piattaforma Cloud: all’applicativo e i servizi collegati gli utenti accedono esclusivamente via rete.
SmartNebula è dunque la naturale evoluzione di un Portale B2B:

  • semplice e facilmente accessibile ovunque ci si trovi,
  • veloce e completamente personalizzabile,
  • sempre aggiornato e flessibile riguardo le normative italiane.

Una gestione e un controllo ottimale di tutti i documenti? La scelta sicura è unica: SmartNebula.

Potete conoscere meglio il nuovo prodotto, creato e costantemente implementato dalla squadra di esperti di Maps Group, visitando il sito https://smartnebula.mapsgroup.it/
Siete interessati a vedere come funziona SmartNebula? Allora richiedete una demo compilando l’apposito form a questo indirizzo: https://smartnebula.mapsgroup.it/richiedi-una-demo-smartnebula/
 

Categorie
6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Consigli di lettura in riva al mare? Ecco le “perle” di MEMEnto6.

[dropcap3]S[/dropcap3]iamo nel cuore dell’estate e – in una sorta di formulario condiviso e propiziatorio – ovunque scorgiamo all’orizzonte i più svariati consigli di lettura.
Anche per noi di 6MEMES si tratta di un rito cui non vogliamo assolutamente rinunciare soprattutto ora, che il nostro blog “va in vacanza” per le prossime due settimane.
Con una novità di “parte”, come si dice: stiamo parlando di un consiglio di lettura online legato alla nostra più giovane creatura: MEMEnto6, la newsletter del blog, nata per raccogliere e condividere articoli, trends e contenuti esclusivi in un unico luogo “virtuale”.
Perché vi consigliamo di iscrivervi a MEMEnto6?
Per leggere le rubriche che contiene, oltre alla raccolta degli articoli del Blog 6MEMES che hanno fatto tendenza, e soprattutto per accedere ai contenuti esclusivi, realizzati solo per i nostri iscritti, come piccole perle da raccogliere e collezionare, magari proprio in riva al mare, perché no?
Ed ora – fedeli alla nostra vocazione di esploratori tra i dati e le parole – veniamo ai consigli di lettura extra-blog. Si tratta di opere di confine, che abbracciano aree di sapere diverse da attraversare, come Calvino insegna nelle sue Lezioni Americane, in un

“tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera”.

Iniziamo con l’opera “Le lingue impossibili” di Andrea Moro (Editore Cortina Raffaello) che
“esplora l’esistenza delle lingue impossibili, alla ricerca dell’impronta digitale del linguaggio umano (…) e ci conduce oltre i confini di Babele, attraverso l’insieme di proprietà che, al di là delle apparenze, tutte le lingue condividono, e indaga le fonti dell’ordine, facendo riferimento a esperimenti che egli stesso ha contribuito a progettare. (…)
Parole e frasi” – ci dice l’autore – “sono come sinfonie e costellazioni: non hanno contenuto proprio, esistono perché le ascoltiamo e le guardiamo. Perché siamo parte dei dati.”
Il secondo libro che vi proponiamo è centrato sull’attualità dell’innovazione tecnologica.
Si tratta di “Le macchine sapienti. Intelligenze artificiali e decisioni umane” di Paolo Benanti (Editore Marietti) che ci parla di come
“Lo sviluppo e la diffusione delle intelligenze artificiali producono una diversa percezione e cognizione del mondo e sollevano nuovi problemi di natura etica. L’effetto dirompente di queste tecnologie è legato al loro potenziale di innovazione tecnologica e di trasformazione sociale.”
A partire da queste riflessioni, l’autore ci indica che “i processi innovativi possono essere valutati positivamente solo se sono orientati a un progresso dal volto umano.”
Concludiamo i consigli di lettura con “L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet” di Evgeny Morozov (Editore Codice).
In questo caso, non si tratta di un libro recente: uscito invece nel 2011, mostra oggi tutto il suo potere di analisi predittiva della realtà parlando della rivoluzione di Twitter:
“Evgeny Morozov, in antitesi al cyber-ottimismo di pensatori come Clay Shirky, spiega molto chiaramente come anche governi tutt’altro che democratici usino le piattaforme digitali piegandole ai loro fini.”
Si tratta dunque di un’opera non solo anticipatoria, ma utile ancora oggi per comprendere che
Pensare alla rete come a un propagatore naturale di democrazia è fuorviante e pericoloso: per garantire forme efficaci di cambiamento sociale è necessario rimanere calati solidamente nella realtà.”
Detto questo – anzi, scritto – non ci resta che affidare le nostre parole al vento, magari in riva al mare, e lasciare che facciano il loro corso.
A tutti voi i nostri più cari auguri di una estate ricca di piccole (e grandi) perle!


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina (rielaborata):
ID Immagine: 58039830. Diritto d'autore: silvae
ID Immagine: 96933275. Diritto d'autore: korolyok
Ritratto di Italo Calvino: Gerardo Lunatici

 

Categorie
6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia

Stili di vita DOP e resilienza anche in caso di eventi drammatici: meglio un monitoraggio oggi che una cura domani. A patto che…

[dropcap3]I[/dropcap3]nizio l’articolo con un preambolo: chi mi segue sa che da qualche anno mi occupo (in maniera personale e dunque arbitraria 🙂 del legame esistente tra noi umani e il nostro benessere in termini di salute, ma non solo. Lo faccio da un punto di vista generale, seguendo spunti e suggestioni di tipo culturale e sociale, alla ricerca di un punto di incontro tra:

  • ciò che le nostre società, nel tempo, riconoscono come dati consolidati in tema di salute e benessere;
  • ciò che l’innovazione e l’evoluzione – tecnologica in prima istanza, ma culturale subito dopo – promettono e (a volte) mantengono.

Seguo dunque con particolare attenzione i topic su questi temi che incontro nel mio serendipitare.
E anche se in questi ultimi giorni si parla molto di stili di vita e buone pratiche finalizzate per lo più a recuperare la forma migliore per indossare il costume 🙂 mi sono imbattuta in ben altri temi, senza nulla togliere alle istanze estetiche cui ciascuno di noi (inutile negarlo) pone la giusta attenzione.
Non si tratta di argomenti leggeri e tantomeno estivi: siete avvisati!!!
Il primo imput alle mie riflessioni è venuto da un tema ben preciso trattato a livello nazionale: quello dello stile di vita in relazione alla salute (e, più in generale, al benessere) promosso in una recentissima tre giorni appositamente dedicata che si è tenuta dall’8 al 10 luglio di quest’anno e che ha coinvolto le principali istituzioni, enti e associazioni del nostro paese.
Il secondo topic che si è innestato nella mia ricognizione riguarda un progetto globale chiamato Project Baseline e la relativa selezione lanciata già nel 2017 per “mappare” la nostra salute:

“Si tratta di un ambizioso progetto di ricerca basato sulla raccolta e l’analisi dei dati clinici di circa 10 mila persone che verranno costantemente monitorate nel corso di almeno quattro anni.
L’obiettivo è quello di elaborare una mappa della salute umana attraverso la creazione di una piattaforma di dati in grado di spiegare la transizione dalla salute alla malattia e identificare ulteriori fattori di rischio delle patologie più diffuse.”

Il terzo è invece relativo ad alcuni monitoraggi locali che sono stati effettuati negli scorsi anni su alcune aree del nostro paese colpite da un sisma, ovvero l’Emilia Romagna che, tra l’altro, vanta il record europeo dei certificazioni DOP e IGP di prodotti agroalimentari e l’Abruzzo, territorio altrettanto celebre in tutto il mondo per il suo patrimonio culturale e naturalistico.
Si tratta di monitoraggi che raccolgono dati e informazioni molto interessanti sia per il focus specifico con cui trattano il tema della salute che per il fatto di riguardare porzioni di territori accomunate da un evento calamitoso, e quindi contingente. Il tutto a dimostrazione esemplare del legame indissolubile che esiste tra noi umani, il nostro benessere  e quello del territorio in cui viviamo.

[bctt tweet=”Il legame esistente tra noi umani e il nostro benessere in termini di salute, ma non solo, è legato allo stato del territorio in cui viviamo, che ne siamo o meno consapevoli. ” username=”MapsGroup”]
L’ultimo spunto l’ho infine raccolto nell’articolo di un autore che seguo con grande interesse a partire dalla lettura del suo libro “Le Macchine Sapenti” che consiglio caldamente.
Si tratta del professor Paolo Benanti, che ci racconta come Facebook stia interpretando i dati sanitari – delle aree geografiche in cui il suo Social è attivo – sia a livello locale che g-locale e infine planetario.

Questi argomenti si sono così saldati, nella mia mente, in un filo articolato di pensieri che vorrei qui dispiegare e condividere.
Anche alla luce dell’interesse mostrato dai due colossi relativamente alla mappatura della nostra salute non solo in quanto individui, ma in quanto parte di veri e propri ecosistemi, in questo primo articolo voglio innanzitutto portare alla luce alcuni degli intenti e degli esiti dei monitoraggi degli effetti post-sisma sulla salute delle popolazioni colpite da tali tragedie, in collegamento alle evidenze che gli “stili di vita” dimostrano di avere rispetto alla salute.
Subito dopo, nell’articolo che uscirà dopo l’estate, mi concentrerò invece sul progetto Baseline (e altre amenità) e infine, in autunno, sulle attività di Google e le “mappe” di Facebook, seguendo prima lo spunto del professor Benanti e chiudendo infine il cerchio dei miei pensieri (a tratti spigolosi, in verità) a proposito del rapporto tra la qualità della nostra vita, quella dell’ambiente in cui viviamo e l’impatto delle nuove tecnologie in questo ambito.

[sf_iconbox image=”ss-erase” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Primo: misura e conta

I monitoraggi sugli effetti post-sisma – che hanno “mappato” gli abitanti di questi territori così duramente colpiti  sono a modo loro commoventi, se penso a quanto spesso bistrattiamo le nostre istituzioni.
Si tratta infatti – come ho anticipato – di una serie di indagini sul tema della salute condotte, in tempi diversi, sulle vittime di alcuni dei più recenti sisma italiani.
Lo hanno fatto non solo dal punto di vista sanitario, ma hanno azzardato un passo in più analizzando l’impatto del trauma dal punto di vista psicologico e soprattutto comportamentale non solo rispetto allo shock vissuto nell’immediato, ma anche riguardo la capacità (del singolo e della collettività) di continuare a prendersi cura di sé e della propria salute dopo tale violenta rottura della routine.
Lo hanno fatto monitorando, ad esempio, non solo l’insorgenza di malattie con-causate dal sisma, ma anche quelle attività di prevenzione e adozione di positivi stili di vita che potrebbero invece benissimo – nell’immanenza della tragedia – essere stati facilmente spazzati via, sia per motivi esterni e contingenti (chiusura di strutture mediche, servizi e presidi sanitari etc), ma anche interni e individuali, che possiamo definire, in maniera generica, “psicologici”.
Perché  –  è ben ricordarlo – un terremoto, come ogni evento traumatico esterno che impatta all’improvviso in un territorio – non risparmia nulla, e rischia di rompere, più di tutto, i legami, ovvero ciò che tiene insieme gli uni con gli altri.
[bctt tweet=”Un terremoto, come ogni evento traumatico all’interno di un territorio, non risparmia nulla, e rischia di rompere, più di tutto, i legami, ovvero ciò che tiene insieme gli uni con gli altri.” username=”MapsGroup”]
Quella che è stata ricercata nel monitoraggio, dunque, è stata una “misura” che tenesse conto non solo dello stato di salute fisica degli abitanti della zona colpita,  ma anche del loro stato emotivo, soggettivo e personale.
Queste, per fare un esempio, sono state alcune delle considerazioni finali dell’indagine ESTE condotta su circa 2000 persone residenti in nei 21 comuni delle province di Modena e Reggio Emilia colpiti dal sisma, valutandone gli esiti su “stato di salute, stili di vita e ricorso ai servizi di prevenzione territoriali.”
Confesso che ho provato sollievo, quando ho letto:

“ESTE ci ha fornito il quadro di una popolazione resiliente che non ha riferito evidenti cambiamenti nello stato complessivo di salute percepito.”

Allo stesso tempo però:

“tre anni dopo l’evento una persona su due riferiva ancora un pensiero intrusivo, cioè ricordava gli eventi anche quando non voleva o li ricordava a partire da altre situazioni. Questo a testimonianza che il sisma sia stato un evento pervasivo nella storia e nei vissuti di molti cittadini, rappresentando uno spartiacque tra la vita prima e dopo il terremoto”.

Gli stili di vita positivi per la salute, comunque, hanno resistito, e:

“L’utilizzo dei servizi preventivi mostra una buona tenuta, in particolare la diagnosi precoce dei tumori non ha subito forti cambiamenti, e non si è osservata nei comuni modenesi del cratere la riduzione della copertura della vaccinazione antinfluenzale nelle persone con patologie croniche che si è osservata a livello regionale.”

Inutile negarlo: quando ho finito di leggere i dati del monitoraggio ho provato una certa gratitudine, soprattutto per gli intenti mostrati nello sguardo del valutatore che ha mappato così un’intera popolazione: misurare le chance di resistenza e sopravvivenza (resilienza, appunto), di un popolo e della sua terra vuol dire puntare sul futuro. Alla faccia del sisma e della sua magnitudine!

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Secondo: conta e misura!

Leggendo questi dati sull’Emilia Romagna – memore della tragedia dell’Abruzzo – mi sono messa alla ricerca di equivalenti da confrontare. Approfondendo il tema, ho scoperto che non era la prima volta che si effettuavano ricerche simili. Come infatti cita il report Prima e dopo il sisma dell’Aquila:

“Dalla revisione della letteratura effettuata da Ripoll e colleghi sugli effetti a medio-lungo termine del terremoto risulta che il primo esempio di sorveglianza epidemiologica post-terremoto in Italia sia stato realizzato a seguito del terremoto dell’Irpinia del novembre 1980.”

Da ulteriori ricerche in rete ho dunque trovato altra documentazione riguardanti il sisma che tutti conosciamo come de L’Aquila, anche se ha riguardato l’Abruzzo più in generale. Anche in questo caso il risultato del monitoraggio è confortante, almeno in parte.
Tuttavia:

“I risultati dello studio CoMeTeS hanno confermato che i disturbi mentali, come quelli da stress post-traumatico e quelli depressivi, sono risultati più frequenti rispetto a quanto atteso.”

Non a caso, l’edizione emiliana del medesimo questionario ha tenuto conto di questo focus specifico, tanto da basarsi:

“su un’evoluzione del questionario CoMeTeS, grazie all’esperienza maturata dal precedente studio aquilano, approfondendo alcuni aspetti come quelli psicologici (ansia e pensiero intrusivo), disagi, danni e perdite causati dal sisma (abitativi e lavorativi, immediati o persistenti, emigrazione, rottura di legami affettivi), aggiungendo nuove tematiche come il supporto sociale attivo e passivo (proxy della resilienza) e il gioco d’azzardo.”

La mia ricerca in rete sugli effetti del sisma si è fermata qui. (Per quanto riguarda gli esiti del terremoropiù recente, quello del centro Italia, rimando al libro “Il disastro e l’interruzione degli stili di vita. Salute alimentare nel dopo terremoto del centro Italia”).
Ma il fatto che i monitoraggi post-sisma di Emilia Romagna e Abruzzo siano stati messi in relazione tra loro, così da evolvere in maniera sincrona e strategica, mi ha fatto venire in mente un articolo di Mauro Di Maulo, che ci ha parlato di salute e medicina in termini di “cura” e “accompagnamento”, e ho esteso idealmente questo approccio a un’intera comunità.
Il valore stesso della cura, infatti, riguarda non solo il singolo individuo, ma anche quello dell’ecosistema in cui questo nasce, cresce e si muove. Perché una terra, prima di tutto, è composta da chi la abita: sono gli esseri viventi che la popolano a dare una misura del suo valore non solo nell’immediato, ma anche nel tempo. Al di là del dato di partenza, al di là della contingenza, quel che determina il futuro è infatti, come sempre, la prospettiva.
[bctt tweet=”Una terra, prima di tutto, è composta da chi la abita: sono gli esseri viventi che la popolano a dare una misura del suo valore non solo nell’immediato, ma anche nel tempo, ovvero in prospettiva.” username=”MapsGroup”]
E così, anche se non ho approfondito il tema in sé, ne ho fatto – per dirla alla Giulio Destri – un modello di partenza per altri lidi di pensiero che mi hanno, a loro volta, portato a conclusioni impreviste.
Entrambi i monitoraggi, infatti, non hanno tenuto conto solo dei danni e delle conseguenze contingenti, ma si sono avvicinati a un ambito prettamente umano, quello legato alla sua capacità di reagire alle avversità. Si sono quindi cimentati non solo con fattori culturali, ma anche sociali, legati in maniera indissolubile con la “terra” di appartenenza e i suoi valori condivisi.
E qui il mio pensiero si è saldato con le varie attività di raccolta dati e mappatura in corso (anche in ambito sanitario) e soprattutto con l’articolo del professor Benanti, che parla di come alcuni algoritmi  (in specifico di Facebook) si stiano sempre più addentrando nelle aree non soltanto geografiche, ma anche culturali, della condizione dell’uomo in termini di salute e benessere in tutto il pianeta.
E ho fatto subito mie le riflessioni dell’autore, come vedremo nel prossimo post.
Stay tuned.

Natalia Robusti


APPROFONDIMENTI SUI MONITORAGGI POST-SISMA

Terremoto Emilia Romagna

 Indagine ESTE – Esiti di Salute Terremoto Emilia

Terremoto Abruzzo – L’Aquila


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina (rielaborata)

ID Immagine: 55737670. Diritto d'autore: Aleksandr Elesin
ID Immagine: 79303054. Diritto d'autore: Sean Prior
Categorie
6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

Food Tech, dal frigorifero di casa alle risorse e alle sfide del pianeta. Di Sara Di Paolo.

[dropcap3]D[/dropcap3]a qualche mese, grazie alla piattaforma Webdistilled*, monitoro cosa viene pubblicato nel mondo intorno al tema del Food Tech, ovvero le tecnologie applicate al settore agroalimentare.
Un argomento estremamente sentito – specialmente nel mondo anglosassone (il 78% dei contenuti sono in inglese contro un 22% in italiano) – e principalmente collegato a soluzioni tecnologiche in campo agricolo o nella trasformazione alimentare, ad applicazioni e strumenti di comunicazione contro lo spreco o a supporto di politiche per combattere la fame nel mondo, oltre ai moltissimi articoli che riportano statistiche e investimenti milionari per startup innovative.

Distribuzione media del monitoraggio dal 1 gennaio 2019 a inizio luglio 2019

Non troppo virali o centrali nel dibattito, ma abbastanza presenti da farsi notare – specialmente negli articoli pubblicati in lingua italiana – compaiono espressioni come “democrazia”, “tradizione” e “sostenibilità”. Segnali deboli – in termini di frequenza e di viralità su media, new media e social – ma certamente molto potenti quando si va ad approfondire.
Cominciamo con “democrazia”. Ne parla su NOVA de Il Sole 24 Ore – nel blog Feed the Future, letteralmente “nutrire il futuro” – Sara Roversi, imprenditrice, appassionata di food e di social innovation, illustrando un futuro scenario economico – la Imagination Economy – dove cooperazione, dialogo e innovazione diventano gli ingredienti fondamentali per costruire un futuro più prospero e sostenibile con una particolare attenzione alla lotta allo spreco e a nuovi modelli di produzione, anche alimentare.
[bctt tweet=” Nella Imagination Economy, la cooperazione, il dialogo e l’innovazione diventano gli ingredienti fondamentali per costruire un futuro più prospero e sostenibile con una particolare attenzione alla lotta allo spreco.” username=”MapsGroup”]
In un intervento alla Camera dei Deputati, ne parla anche Vandana Shiva, scienziata attivista e ambientalista indiana, presidente di Navdanya International, in Italia per il lancio della Campagna globale “Poison-free Food and Farming 2030 – Cibo e Agricoltura liberi da pesticidi 2030”. Sottolinea come api, farfalle, scarafaggi e altri insetti stiano scomparendo a causa di pesticidi e veleni chimici e che, se non cambiamo i nostri modi di produrre cibo, gli insetti nel loro insieme andranno in estinzione in pochi decenni, rendendo sempre più critica la vita sulla terra.
Il contenuto gira nei social italiani grazie ad un tweet di @Beppe_Grillo – “Quando si parla di #agricoltura non si parla mai solo di #cibo, ma di #futuro, di #democrazia e di #libertà” – diventato abbastanza virale, un po’ per la forza del messaggio e un po’ per i numerosi commenti successivi, spesso di tutt’altro stile (“Bene. Allora vai a zappare la terra!!!”).

Nella ricerca su quanto si dice su futuro e innovazione di cibo e alimentazione, trovano pochissimo spazio contenuti riguardanti la tradizione o la salvaguardia dei piatti tipici.
Per questo motivo, saltano all’occhio messaggi del tipo “stendere la sfoglia col mattarello e ammirarne la sottigliezza e la trasparenza in controluce è un gesto che dà soddisfazione e aumenta l’autostima” e “il fattore umano sarà sempre rilevante”.
Amaro Montenegro – in collaborazione con il Future Food Institute – questa primavera ha lanciato una call for ideas dal titolo “#humanspirit” per andare alla ricerca dei “maker della convivialità del futuro”. Un contest in cui creatività e tecnologia puntano a rafforzare lo spirito di coesione tra le persone, anche durante la degustazione di spirits & cocktail.
Sulla filiera “tradizione e innovazione”, un altro marchio leader nel mondo concentra la sua comunicazione e visione, si tratta dell’Acqua San Pellegrino che, per i suoi 120 anni di attività, ha ospitato l’evento Food Meets Future (il cibo incontra il futuro), nella convinzione che il futuro della gastronomia abbia bisogno di comunità e talento, di agire in maniera responsabile e inclusiva, di ispirazione e creatività.
[bctt tweet=”L’evento Food Meets Future (il cibo incontra il futuro) persegue la convinzione che il futuro della gastronomia ha bisogno di comunità e talento, di agire in maniera responsabile e inclusiva, di ispirazione e creatività.” username=”MapsGroup”]
Nel frattempo Mastercard ha inaugurato a Roma il primo bistrot cashless. Punto cardine del nuovo ristorante è un tavolo interattivo touch, progettato appositamente per navigare tra le ricette e le curiosità della cucina tradizionale romana, ordinare piatti, e infine pagare senza dover andare alla cassa.
Nelle ultime settimane, infine, hanno raggiunto una discreta viralità due notizie molto diverse tra loro che mettono al centro il tema della sostenibilità ambientale e non solo.
È di Repubblica il servizio sulla “eco-polpetta”, finalmente sbarcata anche in Italia, grazie a Viviana Veronesi, titolare del Bistrot Paulpetta di Monza, che ha mosso mari e monti per fare arrivare dagli Usa in Brianza la famosa “impossible meat”, preparata esclusivamente con ingredienti vegetali come proteine di piselli, olio di cocco, fibre di bambù.
Obiettivo del progetto milionario – la casa madre americana ha tassi di crescita vorticosi – è salvare gli animali e salvare il pianeta, senza rinunciare alla bontà di un appetitoso hamburger.
La seconda notizia per viralità è stata lanciata da GreenMe, testata online d’informazione su tematiche green, e riguarda la Grande Muraglia Verde africana.
Un progetto iniziato nel 2008 che oggi coinvolge più di 20 paesi della regione sahelo-sahariana nella realizzazione di una “muraglia di alberi” lunga 8.000 km e larga 15 km.
Sebbene sia attualmente completato solo per il 15%, il progetto ha già avuto un impatto molto importante sui paesi coinvolti: in Nigeria sono stati ripristinati 5 milioni di ettari di terra degradata, in Senegal sono stati piantati alberi resistenti alla siccità su circa 12 milioni di ettari, in Etiopia sono stati ripristinati 37 milioni di ettari di terreno.
Indagare su quanto viene detto e scritto su cibo e futuro sposta la nostra visione dal frigorifero di casa alle grandi sfide del pianeta.

Sara Di Paolo

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

* L’articolo si basa sulle informazioni raccolte grazie alla piattaforma di analisi semantica Webdistilled che è stata impostata in italiano e inglese per analizzare tutte le fonti, nazionali ed internazionali, disponibili – i social media, il web, i blog e le testate giornalistiche online, la carta stampata, le trasmissioni radio e tv digitalizzate – intorno al tema del cibo e del futuro, inteso come innovazione, tecnologia, nuovi stili di vita. Il monitoraggio è attivo dal primo gennaio 2019. La piattaforma in questi mesi ha raccolto più di 21.000 contenuti tra articoli, blog, post e trasmissioni radiotelevisive. Il 78% sono in lingua inglese e il 22% in italiano. La maggior parte dei contenuti è stata pubblicata online (80,7%), seguono i social con il 16,6% e carta stampata, radio e TV con il 2,7%. Il 16% dei contenuti complessivi cita le “startup”, oltre il 23% collega il food tech alla sostenibilità.


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina (rielaborata)
ID Immagine: 89286337. Diritto d'autore: Sasin Paraksa
ID Immagine: 36900318. Diritto d'autore: Varin Rattanaburi
Categorie
Maps News News

Maps e Borsa Italiana: i ricavi del primo semestre in crescita del 24%.

Parma, 18 luglio 2019

Il 5 marzo 2019, Borsa Italiana S.p.A. rilasciava il provvedimento di ammissione di MAPS S.p.A. alle negoziazioni delle azioni e dei warrant sul sistema multilaterale di negoziazione AIM Italia.

L’offerta globale riscosse un notevole interesse, registrando ordini per un controvalore di 5 volte superiore il quantitativo offerto. La domanda, proveniente da investitori istituzionali e professionali, ha visto la partecipazione di investitori internazionali per circa il 40%.

E ad oggi? Alla data del 18 luglio i ricavi di MAPS del primo semestre (non ancora assoggettati a revisione contabile), sono pari a 8.4 milioni di euro, in crescita di un 24% in più rispetto ai 6.8 milioni di euro stimati al 30 giugno 2018. Analogamente, si registra un significativo incremento dell’incidenza dei canoni che dal 16%, in data 30 giugno 2018, passa al 24% nel giugno 2019.

Sempre il 18 luglio, Marco Ciscato, Presidente del Consiglio di Amministrazione di MAPS, e l’Amministratore Delegato Maurizio Pontremoli, in occasione dell’Investor Day hanno incontrato la comunità finanziaria con un evento dal titolo ‘La RoadMaps per il 2019’, esponendo:

  • i ricavi gestionali al 30 giugno 2019;
  • le attività dei primi 100 giorni dalla quotazione;
  • le strategie di crescita in corso e in fase di valutazione.

Marco Ciscato, a tal proposito ha dichiarato:

“Questi dati sono sintomo di una corretta pianificazione strategica e di importanti investimenti […]. Nei prossimi mesi, l’obiettivo è quello di aggregare nuove realtà che ci permettano di consolidare la nostra leadership […]. Per questo motivo abbiamo affidato ad una primaria società di consulenza strategica l’incarico di identificare, tra i target individuati, quelli che più velocemente possano aggiungere valore al nostro modello di business”.

Il gruppo MAPS ha dunque ben chiari i suoi obiettivi: rafforzare la posizione di rilievo nel settore della Digital Transformation e diventare un punto di riferimento qualificato e competente.

 

[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

GRUPPO MAPS

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business. Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari (CAGR 2018–2020 pari a circa +20%).
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale. Il Gruppo investe costantemente in R&D: negli ultimi 5 anni ha complessivamente destinato all’innovazione Euro 3,5 milioni. La divisione Research & Solutions, costituita nel 2016, include 12 risorse altamente qualificate ed è responsabile dell’individuazione dei bisogni informativi del mercato e dello sviluppo di software ad hoc per i Clienti.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17.6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion. Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

CONTATTI

Per maggiori informazioni
Contatti Società:
MAPS | Tel +390521052300
 info@mapsgroup.it
Contatti Nominated Adviser
BPER Banca | Tel +390272 74 92 29 |
maps@bper.it
Contatti Investor Relations & Financial Media
IR Top Consulting | Tel +390245473884