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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano

Dagli hamburger “impossibili” ai grilli fritti. Viaggio intorno al mondo del foodtech e dei nuovi stili alimentari.

Prima tappa: Gerusalemme

[dropcap3]L[/dropcap3]a notizia della partnership tra Jerusalem Venture Partners, fondo internazionale di venture capital, e Mars Incorporated, che produce alcuni dei marchi alimentari più di successo al mondo (tra questi, M&M’s®, SNICKERS®, TWIX®) per sviluppare in Israele soluzioni tecnologiche innovative in ambito agricolo, alimentare e nutrizionale, fa letteralmente il giro del mondo. In collaborazione con i principali centri di ricerca israeliani, il progetto intende sostenere startup e percorsi di innovazione aziendale, con l’obiettivo di fornire soluzioni scalabili alle sfide di nutrire l’umanità e preservare l’ambiente.
Già da questa prima ipotetica tappa si intuisce la cifra del ragionamento globale sul cibo del futuro: innovazione, ricerca tecnologica, impatto sociale e ambientale. A livello internazionale non si contano le startup, gli acceleratori d’impresa, i premi e i finanziamenti dedicati al foodtech, ovvero all’innovazione tecnologica in ambito agroalimentare.
Da Israele agli States, il salto è veloce. Qui le startup dell’agrifood tech – quelle che innovano “from farm-to-fork” (dalla fattoria alla forchetta) – hanno raccolto nel 2018 16,9 miliardi di dollari di investimenti e si attestano in un range di incremento annuo del 43%, confermando gli Stati Uniti come paese leader del settore.
Due notizie, in particolare, nelle ultime settimane, hanno scosso i media americani e internazionali: Amazon che investe 575 milioni di dollari in Deliveroo (società delle consegne a domicilio con base a Londra e attività in 14 Paesi) e Beyond Meat, la prima startup – che produce carne “alternativa” – a quotarsi in borsa.

Distribuzione delle fonti del monitoraggio effettuato.
Media della distribuzione delle fonti del monitoraggio effettuato dal 1 gennaio 2019 ad oggi. Piattaforma Monitoring Emotion.

 
Il tema della “carne senza carne” è molto caldo, soprattutto nel mondo anglosassone, da quando catene internazionali come Burger King hanno proposto l’impossible burger (hamburger “impossibile” che sanguina come fosse carne fresca ma non è prodotto da animali ma da piante). Personalità famose come il rapper Jay-Z, Serena Williams o Beyoncé ne sostengono la produzione. L’interesse raggiunge il grande pubblico (non solo vegani o vegetariani).
Gli scaffali dei supermercati che offrono questi prodotti sono presi d’assalto. Per capire la portata del fenomeno, basta constatare che persino l’Asia – con la Cina capofila a livello mondiale per consumo di carne di maiale – se ne sta interessando e sta nascendo una richiesta importante di questi prodotti.
[bctt tweet=”Il tema della ‘carne senza carne’ è molto caldo, soprattutto nel mondo anglosassone, da quando catene internazionali come Burger King hanno proposto l’impossible burger…” username=”MapsGroup”]
I gusti dei consumatori globali cambiano, siamo più sensibili e informati sulla sostenibilità ambientale, le opzioni a disposizione sono sempre più innovative e numerosa. Dalla Silicon Valley all’Italia, il passo sembra lungo ma in realtà non lo è poi così tanto.
A Milano a gennaio è stato inaugurato il FoodTech Accelerator con l’obiettivo di trasformare la città in un hub internazionale dell’innovazione per il food e il retail (settori che da sempre fanno del Made in Italy un marchio riconosciuto in tutto il mondo), mentre Talent Garden a giugno aprirà il primo campus per foodtech e sostenibilità. Situato nel quartiere Isola (a nord del centro di Milano) offrirà postazioni di lavoro per circa 180 professionisti di startup, aziende, incubatori, venture capital, università che si occupano di tecnologia applicata al cibo.
C’è chi twitta “senza #innovazione anche il #cibo #MadeinItaly può estinguersi” ma la realtà dei fatti non sembra proprio confermare questa paura, tenuto conto che solamente Milano, nelle ultime settimane, ha ospitato “Seed&Chips”, the leading food innovation summit in the world (il principale vertice sull’innovazione alimentare nel mondo); “TUTTOFOOD”, the leading international B2B fair focused on food and beverage (la principale fiera internazionale B2B dedicata a cibo e bevande), e in questi giorni “Cibo a Regola d’Arte”, un festival sul futuro dell’alimentazione” – confermando il ruolo di primo piano a livello internazionale della città lombarda sul tema dell’agroalimentare.
Cibo del Futur: buzz dal 1 gennaio 2019 ad oggi
Cibo del Futuro: buzz dal 1 gennaio 2019 ad oggi. Piattaforma Monitoring Emotion.

Ultima tappa: Londra

La capitale inglese batte tutti per creatività grazie alla mostra “FOOD: Bigger than the Plate” visitabile al Victoria&Albert Museum dal 18 maggio al 20 ottobre. L’esposizione propone oltre 70 progetti visionari (ma realizzabili e realizzati) sull’alimentazione e sulla sostenibilità ambientale, ideati da artisti e designer in collaborazione con chef, scienziati e agricoltori.
Dall’installazione di funghi che crescono a partire dai fondi del caffè provenienti dal V&A Benugo Café (e che ci ritorneranno per essere cucinati in una logica di economia circolare), al “bicitractor a pedali” sviluppato da Farming Soul per sostenere l’agricoltura su piccola scala, l’esposizione presenta opere in prospettiva sperimentale e spesso provocatoria, immaginando futuri alimentari alternativi. Tra queste “the Sausage of the Future” (la salsiccia del futuro) di Carolien Niebling con immagini di insaccati contenenti vermi e insetti.
Il tema del consumo di insetti come fonte nutrizionale ad alto contenuto proteico, in realtà, è oggetto di un dibattito piuttosto acceso. Ci sono startup che stanno investendo in produzione e ricerca, e approfondimenti scientifici che ne calcolano l’impatto dal punto di vista nutritivo e ambientale. Sui social, il tema si presta a facili battute e commenti sarcastici – specialmente da noi italiani: “Se il cibo del futuro sono i grilli fritti, preferisco che non esista nessun futuro. Estinguiamoci e facciamola finita.”!
Campagna ZeroHunger
Nei social media, tra i contenuti a tema agroalimentare, non manca però lo spazio per campagne più serie come quella della FAO #ZeroHunger (ZeroFame) contro la fame nel mondo. Tra i messaggi più virali, questo bel invito: “Youth are the future. The future of agriculture. The future of food. Our future without hunger. Investing in them is investing in our #ZeroHunger future” (I giovani sono il futuro. Il futuro dell’agricoltura. Il futuro del cibo. Il nostro futuro senza fame. Investire su di loro significa investire in un futuro senza fame).
 

Sara Di Paolo

 

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L’articolo si basa sulle informazioni raccolte grazie alla piattaforma di analisi semantica Web Distilled che è stata impostata in italiano e inglese per analizzare tutte le fonti, nazionali ed internazionali, disponibili – i social media, il web, i blog e le testate giornalistiche online, la carta stampata, le trasmissioni radio e tv digitalizzate – intorno al tema del cibo e del futuro, inteso come innovazione, tecnologia, nuovi stili di vita. Il monitoraggio è attivo dal primo gennaio 2019.

La piattaforma in questi mesi ha raccolto più di 15.700 contenuti tra articoli, blog, post e trasmissioni radiotelevisive. Il 77% sono in lingua inglese e il 23% in italiano. La maggior parte dei contenuti è stata pubblicata online (78,9%), seguono i social con il 17,8% e carta stampata, radio e TV con il 3,3%. Il 16% dei contenuti complessivi cita le “startup”, il 9% parla di spreco alimentare e il 9,4% di insetti da mangiare.

 


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata):
ID Immagine: 87015406. Diritto d'autore: Fabio Berti
ID Immagine: 100858327. Diritto d'autore: Niphon K
ID Immagine: 41200980. Diritto d'autore: marchie
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6MEMES TRENDS Information and communications technology

La Digital Transformation: luci ed ombre del cambiamento. Di Giulio Destri.

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[/sf_iconbox]L’avvento del digitale sta trasformando la società nel suo insieme e le singole unità che la compongono.

[dropcap3]L[/dropcap3]’azienda è una unità organizzativo-economica umana fondamentale per la nostra società. L’azienda produce beni e servizi per i propri clienti, mercato per i propri fornitori e genera ricchezza (monetaria e non), sia per i suoi proprietari sia per il territorio in cui si colloca. Altrettanto importanti sono anche altre unità organizzative come enti pubblici, associazioni, ecc… che forniscono servizi, sia direttamente ai cittadini, sia alle aziende stesse.

Negli ultimi anni è in atto un processo di trasformazione profonda, originato inizialmente dalla disponibilità dalle nuove tecnologie, che influisce sia su tutta la società nel suo insieme, sia sulle singole unità organizzative. Nel resto dell’articolo indicheremo come “organizzazioni” tutte queste unità organizzative che, insieme alla famiglia, sono le cellule costitutive fondamentali della nostra, cosi come della maggior parte delle società passate, a partire almeno dal Rinascimento, se non addirittura, in Europa, dall’Impero Romano.

[bctt tweet=”Negli ultimi anni è in atto un processo di trasformazione profonda, originato inizialmente dalla disponibilità dalle nuove tecnologie, che influisce sia su tutta la società nel suo insieme, sia sulle singole unità organizzative.” username=”MapsGroup”]

L’inserimento massivo delle nuove tecnologie sta cambiando il modo di lavorare delle aziende, esternamente e internamente, sta cambiando i mercati, le attese dei clienti… Sta cambiando, anche in Italia, il rapporto fra il cittadino e la pubblica amministrazione e le organizzazioni in genere. In alcuni casi addirittura sta creando mercati del tutto nuovi e in altri sta facendo sparire mercati prima floridi. Il nome che viene oggi dato al cambiamento è Trasformazione Digitale o, direttamente col termine inglese, Digital Transformation.

In questo articolo partiremo da ciò che sta producendo la trasformazione digitale ed esamineremo alcuni effetti. Poi, concentrandoci sull’interno delle organizzazioni, esamineremo come si dovrebbe procedere per coglierne i vantaggi e limitare gli effetti negativi, confrontandoci anche con errori compiuti nel passato. In articoli successivi parleremo di metodi per cogliere al meglio le sue potenzialità.

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[/sf_iconbox]Cosa è la trasformazione digitale e da cosa nasce

Tante sono le definizioni che si trovano associate alla locuzione “trasformazione digitale”. I cambiamenti singoli che compongono questo macro-cambiamento storico sono non solo tecnologici, ma anche sociali, culturali, organizzativi, manageriali, creativi… e impattano tutto l’insieme della nostra società.

Il processo non è iniziato di colpo oggi, è in atto da alcuni decenni, ma è negli ultimi anni che è diventato sempre più veloce e sempre più influente. Come già visto in alcuni articoli precedenti, negli ultimi decenni, in modo più massiccio a partire dal 2010 circa, sono avvenute diverse “rivoluzioni” tecnologiche ed organizzative che hanno consentito di collegare fra di loro settori socio-economici prima completamente disgiunti, creando uno scenario unitario di “convergenza digitale” che investe sia la vita personale e sociale degli individui, sia il mondo delle aziende.

Gli elementi fondamentali che hanno reso possibile questo possono essere raggruppati come segue.

  1. Internet come infrastruttura comune di comunicazione, estesa a tanti dispositivi diversi tra loro: oggi possiamo accedere alla rete e ai suoi contenuti da PC, da smartphone, da tablet, da tanti dispositivi diversi e lo stesso vale anche per strumenti automatici come auto, elettrodomestici, macchine…

  2. Una parte importante dei contenuti di Internet sono i social media, con la loro interattività, le relazioni sociali che incorporano e la mole di informazioni su abitudini, opinioni, scelte di prodotti che raccolgono a partire dalle nostre azioni

  3. Il mondo dell’info-edu-tainment (contrazione dei termini information, education ed entertainment), quindi di informazione ed intrattenimento, sempre più integrato con Internet e i social media; oggi praticamente tutti i canali radio e televisivi sono accessibili anche tramite la rete, i giornali hanno le loro edizioni on-line; i libri si acquistano su portali appositi come Amazon e diventano contenuti fruibili sui nostri dispositivi; distributori di contenuti video come Netflix e Amazon Prime Video, che addirittura creano proprie serie di film e telefilm; le trasmissioni televisive e radiofoniche si intrecciano con i canali social come Instagram, Twitter e Facebook in un dialogo interattivo con i fruitori; la realtà e la fiction si mescolano come nel recente caso delle elezioni in Ucraina;

  4. I canali di vendita e-commerce e di interazione fra cliente ed azienda fornitrice di prodotti e servizi, anche esso interni ad Internet e legato ai social media, che trasformano il rapporto fra azienda e cliente, il modo del cliente di scegliere e accedere ai prodotti e servizi…

  5. Le reti ed i terminali mobile (smartphone, tablet…), che hanno reso accessibile la rete Internet praticamente da ogni luogo e attraverso dispositivi più facili da usare dei PC, abbattendo barriere che ancora esistevano; inoltre hanno reso possibile accedere praticamente a chiunque anche a servizi come chiamare un taxi, acquistare un biglietto della metropolitana, effettuare micropagamenti come quello di un caffè o di un parcheggio…

  6. L’avvento degli smart device, dispositivi con funzionalità avanzate e integrabili in rete (solo per citare alcuni esempi: smart meter per la telelettura di consumi elettrici, idrici ecc…, elettrodomestici in grado di segnalare autonomamente guasti ai centri di controllo dei produttori, smart TV con dentro PC per usufruire di tutti i servizi di Internet, sistemi di monitoraggio ambientale e personale, auto in grado di segnalare ingorghi ecc…)

  7. La diffusione di tecnologie produttive facilmente riconfigurabili e disponibili a costi sempre più bassi (stampanti 3D, celle robotiche programmabili, macchine a controllo numerico di ultima generazione…) e integrabili in rete; uno degli effetti è il Cloud Manufacturing, con la possibilità di trasportare progetti da fare realizzare “vicino” al cliente da appositi “artigiani digitali”, oppure di acquistare progetti di design da “stampare” in propri (Janne Kyttanen è stato uno dei precursori) o vestiti o calzature su misura (ad esempio 3DShoes.com);

  8. L’aumento della potenza di calcolo dei microprocessori (CPU) e dei processori grafici (GPU), che ha reso disponibili potenze di calcolo impensabili solo pochi anni fa: anche se usata in modo diverso, c’è più potenza di calcolo in un nostro smartphone di quella esistente nei calcolatori usati per i calcoli delle missioni Apollo verso la Luna;

  9. L’avvento dei sistemi cloud, ossia la concentrazione di servizi di calcolo in pochi data center, accessibili attraverso la rete e con costi enormemente inferiori alle strutture precedenti interne alle aziende; questo sta producendo effetti su molte piccole imprese e studi professionali, per cui non risulta più economico avere presso la propria sede servizi di memorizzazione dati e calcolo, con conseguente trasformazione del mercato italiano dell’IT;

  10. La realizzazione, entro sistemi cloud, di grandi banche dati, che raccolgono moli di dati enormi, eterogenee e le analizzano per estrarne informazioni utili (spesso indicate con il termine Big Data); le applicazioni commerciali, sociali, mediche sono nuove ed enormi…;

  11. La nascita dei sistemi di Intelligenza Artificiale, come evoluzione delle “piccole” applicazioni esistenti già dagli anni’60, e resa possibile soprattutto dalla disponibilità di enormi potenze di calcolo (punto 8); prodotti che conosciamo nel mercato di massa sono gli assistenti vocali come Siri di Apple o Alexa di Amazon;

  12. L’avvento di nuovi sistemi di analisi, in parte basati su strumenti di intelligenza artificiale, in grado di costruire autonomamente correlazioni e di trasformare i dati grezzi, raccolti da strumenti come quelli descritti ai punti precedenti e collezionati entro basi di dati in cloud, in informazioni e conoscenza utile per il business.

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[/sf_iconbox]L’effetto disruptive: alcuni casi storici

La trasformazione digitale ha prodotto negli anni molti effetti ed è diventato di uso frequente il termine disruptive, in italiano traducibile come dirompente, ad indicare l’effetto sconvolgente che spesso essa ha avuto sui mercati e sulla stessa esistenza di alcune aziende. E’ utile esaminare alcuni casi storici del recente passato, per trarne indicazioni comuni:

Home video: da Blockbuster a Netflix

Per molti anni Blockbuster ha rappresentato il principale canale mondiale per la diffusione di contenuti audiovisivi a noleggio. Nata nel 1985 negli USA, la catena di negozi si era diffusa in tutto il mondo ed aveva attraversato bene la rivoluzione tecnologica del passaggio dalle videocassette VHS ai DVD. L’avvento dello streaming video e dei connessi servizi di vendita di contenuti audiovisivi tramite la rete, inizialmente sottovalutato dall’azienda, ne ha cancellato il mercato. Oggi Netflix, Amazon Prime Video e gli altri distributori di contenuti hanno occupato l’intero “ecosistema” prima saldamente in mano a Blockbuster, fallita nel 2013 e ridottasi ad un unico negozio nel nordovest degli USA, divenuto quasi una attrazione turistica per la città che lo ospita.

Vistaprint e le tipografie

Vistaprint ed altri fornitori di servizi di stampa online (concettualmente analoghi del cloud manufacturing) entrano nel mercato alla fine degli anni’90. Nati inizialmente per colmare lacune di mercato si sono progressivamente imposti come fornitori unici di servizi come i biglietti da visita, mandando in crisi molte tipografie “fisiche” artigianali che prima, specialmente in paesi della provincia italiana, non avevano concorrenti.

I viaggi online

L’avvento dei sistemi di prenotazione online come booking.com, expedia ecc… ha cambiato i rapporti tra clienti, hotel ed agenzie di viaggio. Oggi pochissimi si rivolgono alle agenzie per pianificare le proprie vacanze, a meno di viaggi organizzati in paesi stranieri. E, allo stesso tempo, la maggior parte delle prenotazioni dall’estero degli alberghi italiani arrivano tramite i portali turistici, tutti di proprietà straniera, che traggono una buona percentuale degli incassi turistici da questa loro posizione di intermediari.

[bctt tweet=”La trasformazione digitale ha prodotto negli anni molti effetti ed è diventato di uso frequente il termine disruptive, in italiano traducibile come dirompente.” username=”MapsGroup”]

Che lezioni possiamo trarre da questi e tanti altri esempi simili? Alcune regole pratiche operative:

  1. Non importa che posizione di un particolare mercato si occupa o quanto si è grandi: a parte pochissimi casi nessuno è al sicuro da un fallimento o da una acquisizione dovuti ad una contrazione, sparizione o trasformazione del mercato stesso, in special modo nei mercati più influenzati dalla tecnologia; chi si ricorda oggi di marchi un tempo prestigiosi come Digital o Compaq?
  2. L’evoluzione fa si che alcuni mercati particolari cambino la loro importanza nella economia globale nel tempo; a tal proposito è utile il confronto fra le USA aziende con i maggiori fatturati a 30 anni di distanza presente in questo sito;
  3. I diversi mercati prima non connessi sono ora sempre più integrati: il proprio nuovo concorrente può essere qualcuno che non appartiene allo stesso settore; pensiamo ad esempio all’ingresso di Amazon nella distribuzione fisica con l’acquisto della catena Whole Foods o con i negozi a marchio Amazon Go;
  4. Gli intermediari possessori di piattaforme online (in alcuni casi marketplace) come Amazon stessa, Uber, Air B&B, Zalando ecc… hanno influenza sul mercato e possono condizionare alcuni produttori o fornitori primari di servizi; se il 50% del tuo fatturato è legato alla vendita attraverso una piattaforma, tu azienda sei dipendente da questa piattaforma, che può importi sconti o altro;
  5. I clienti, soprattutto appartenenti a paesi come USA e del nord Europa si sono ormai abituati ad un certo tipo di approccio, con tempi di consegna ridotti, magari con possibilità di tracciare il percorso del prodotto mentre è in consegna; i clienti fanno confronti e esprimono il proprio parere sui prodotti o servizi attraverso i social media (ricordiamo il caso “storico” di Dave Carrol con la United Airlines attraverso la sua canzone di protesta);
  6. L’uso di strumenti apparentemente semplici per ottenere servizi o informazioni nella propria vita personale stimola le persone a richiedere strumenti analoghi anche sul proprio posto di lavoro, provocando spesso contrasti con chi governa e fa funzionare i sistemi informatici interni alle aziende.

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[/sf_iconbox]Cogliere i vantaggi è indispensabile

Cavalcare proficuamente il processo di trasformazione digitale è necessario per la stessa sopravvivenza di aziende ed organizzazioni. L’azienda infatti esiste in un mondo “digitalizzato” e per operare ai ritmi imposti dal nuovo ambiente deve incorporare certi meccanismi al proprio interno. Troppo spesso però nel corso degli anni si è ritenuto che bastasse l’inserimento degli strumenti tecnologici, magari corredati da brevissimi corsi di formazione, per produrre i risultati di efficienza, efficacia, risparmio (e in tempi più recenti) agilità e velocità di reazione, snellezza e semplificazione che venditori più o meno abili avevano prospettato. In altri contesti si è ritenuto necessario “adattare l’azienda allo strumento informatico integrato” acquisito, con risultati di ingessamento ed irrigidimento del modo di funzionare dell’azienda stessa e, spesso, conseguente rallentamento di tutti i meccanismi amministrativi.

[bctt tweet=” Troppo spesso nel corso degli anni si è ritenuto che bastasse l’inserimento degli strumenti tecnologici, magari corredati da brevissimi corsi di formazione, per produrre i risultati di efficienza, efficacia e risparmio.” username=”MapsGroup”]

L’inserimento degli strumenti deve avere un approccio sistemico, partire con un ripensamento del modo di operare, evitando gli errori di semplice “meccanizzazione” delle funzioni con l’inserimento delle nuove tecnologie compiuti nel passato.

A titolo di esempio, mi ricordo una storia, raccontatami da un dirigente d’azienda degli anni’80, la cui segretaria, abituata alla macchina da scrivere, dopo avere ricevuto il PC (“che bello, ora posso correggere il testo prima di stamparlo”) nel giro di poco tempo ne provocò il blocco avendo riempito il disco fisso con i file di tutti i documenti realizzati con il sistema di videoscrittura installato.

Io stesso, negli anni’90, ottenni plauso e meraviglia in un ente pubblico per l’idea di scrivere i verbali delle riunioni e dei consigli di amministrazione col PC (che avevano in dotazione) in luogo della macchina da scrivere e realizzare i file con i modelli adattabili della maggior parte dei documenti. Questo cambiamento consentì un ampio risparmio di tempo e carta all’ente stesso, ed ebbe successo anche perché in quel periodo entrarono due nuove persone giovani nel reparto amministrativo.

Nel momento presente possiamo pensare cosa significa per un’azienda la dematerializzazione documentale e la digitalizzazione delle pratiche amministrative. Non soltanto la fattura elettronica, ma tutti i documenti necessari per le funzioni amministrative e dirigenziali diventano elettronici. La ricerca delle informazioni, anche da luoghi remoti rispetto alla sede amministrativa, diviene molto più rapida. Il passaggio di un documento tra i vari uffici diventa più rapido e con un tasso di errori inferiore.

Le stampe vengono ridotte, con conseguente riduzione delle spese di carta, toner e stampanti… Oppure pensiamo a cosa vuol dire effettuare il carico e lo scarico da un magazzino attraverso strumenti come i lettori di codici a barre o qr-code in luogo dell’azione di un operatore su un terminale.

La trasformazione, per avere successo, deve quindi coinvolgere le persone, con le loro competenze e modi di operare, le procedure e i regolamenti aziendali, e prima ancora deve avere un obiettivo chiaro e essere suddivisa in obiettivi parziali raggiungibili in tempi utili senza impattare troppo, nel transitorio, sulla produttività. Quindi deve essere tagliata in modo specifico, se necessario “sartoriale” sulle necessità ed obiettivi e sulle situazioni di partenza della specifica azienda.

E questa necessità ne crea un’altra: conoscere in modo sufficiente l’azienda, ovvero partire da modelli delle organizzazioni più adatti alle trasformazioni digitali e quindi, in molti casi, creare questi nuovi modelli.

Questo sarà il tema dei prossimi articoli.


CREDITS IMMAGINI COPERTINA (rielaborate):
 ID Immagine: 78411998. Diritto d'autore: sashkin7
ID Immagine: 120809999. Diritto d'autore: Denis Ismagilov
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Maps News News

Progetto LISI: la collaborazione tra Maps e Università di Parma.

LISI è il nome del progetto ideato dall’Unione Parmense degli Industriali, che ha preso forma con la collaborazione tra le aziende aderenti del territorio (circa 40) e l’Università di Parma.

Le aziende coinvolte, tra le quali figura anche MAPS, forniranno importanti contributi alla sostenibilità dell’iniziativa, non solo in forma economica. Esse saranno infatti chiamate principalmente a svolgere un ruolo attivo nella programmazione e nel coordinamento di parte dei seminari previsti, ed alla loro erogazione tramite l’impiego di personale interno.

Per Maps è stato scelto Fabio Strozzi, Senior Software Developer con esperienza nella progettazione e sviluppo di applicazioni web che, nei giorni 3, 8 e 10 maggio, ha tenuto due seminari presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Parma dal titolo: ‘Evoluzione delle architetture a servizi in ambienti Enterprise’ e ‘Programmazione ad Attori’.

I seminari erano rivolti a studenti del secondo anno di Laurea Triennale in Ingegneria dei Sistemi Informativi che sosterranno l’esame in ‘Tecniche di sviluppo software in ambito industriale’, tenuto dal prof. Francesco Zanichelli.
Racconta Fabio Strozzi:

Nel primo seminario ho parlato dell’evoluzione che hanno subito le architetture dei software in ambiente enterprise passando, negli anni 90′ del secolo scorso, da architetture monolitiche ad architetture a servizi. L’evoluzione si è poi spinta oltre per dare risposte migliori ad alcune necessità delle quali, da sempre, dobbiamo tenere conto, ossia che sono necessari moduli più disaccoppiati (in inglese si dice che vogliamo moduli ‘loosly coupled’), più coesi, più robusti ai guasti e più resilienti, e come sia necessario garantire le migliori tempistiche nella risposta agli utenti.

Proprio questo tipo di esigenze ha spinto le architetture a servizi fino alla definizione delle architetture a micro-servizi.

Agli studenti, Fabio Strozzi ha presentato come caso d’uso le prestazioni della suite Clinika (tra i quali Qbox e VAP) e l’evoluzione che questi hanno subito negli anni scorsi verso una architettura a micro-servizi.
Nel secondo seminario, con prova pratica annessa, è stato discusso il modello della ‘Programmazione ad Attori’, dove per attori si intende un paradigma di programmazione concorrente sviluppato negli anni 60’ del secolo scorso, e poi tornato alla ribalta negli anni 2000 con Scala e Akka.
Il nome Scala deriva da ‘Scalable Language’, ossia linguaggio scalabile dove, per scalabilità si intende la possibilità di creare nuove parti del linguaggio o modificare quelle preesistenti per poterlo adattare alle proprie necessità.
Si tratta quindi di un linguaggio capace di adattarsi bene a una varietà di situazioni che, oggi, riguardano i linguaggi di programmazione: Scala può dunque essere usato come un linguaggio di scripting o come un linguaggio per sviluppare applicazioni complesse.
Akka è invece un framework che permette, in maniera semplice e intuitiva, di modellare una applicazione ad Attori. Contraddistinto da un linguaggio multi-paradigma, permette di scrivere un codice molto più coinciso ed è tuttora oggetto di fervente sviluppo.
Akka rappresenta dunque il primo framework completo, affidabile, scalabile e open source usabile anche in applicazioni ‘normali’ e in ambienti informatici tra loro diversi.
Come ricorda Fabio Strozzi:

Gli obiettivi del modello di ‘Programmazione ad Attori’ sono semplificare lo sviluppo di applicazioni concorrenti che siano in grado di macinare numerosi eventi asincroni nel tempo. Come casi d’uso ho presentato i prodotti ‘Clinika Studio’ e ‘Smart Arbitrage’, che sono proprio basati su tale modello.

Agli studenti ho poi fornito del codice da provare e li ho aiutati nel farlo funzionare sui loro portatili.

Perché competenze specifiche, in ambito teorico e pratico, debbono necessariamente interagire tra loro per sviluppare poi le migliori soluzioni.
Conclude Fabio Strozzi:

Complessivamente è stata una bella esperienza e ho ricevuto feedback positivi da molti studenti. Inoltre, quasi tutti quelli che hanno assistito ai primi due seminari teorici hanno poi preso parte anche alla sessione pratica di sviluppo.

Approda così anche in ambito universitario la rotta del cammino aziendale Maps: studio e aggiornamento continui in modo che competenze specifiche di settore si traducano in strumenti innovativi, condivisi e condivisibili, al passo con la contemporaneità.

 


Credits Immagini:
Immagine di copertina da 1234rf. ID 82427415; Photo by Monsit Jangariyawong
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Innovazione, energia e co-produzione di valore: ne parliamo con la professoressa Paola Girdinio.

Proseguiamo il nostro ciclo di interviste a cura di Natalia Robusti con una protagonista d’eccezione, la professoressa Paola Girdinio.

Consigliere d’Amministrazione ENEL
, Fondazione Costa Crociere, è anche Presidente dell’Osservatorio Nazionale per la Cyber Security, Resilienza e Business Continuity dei Sistemi Elettrici, nonché del Centro di Competenza per la Sicurezza e l’Ottimizzazione delle Infrastrutture Strategiche 4.0.

Membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Sicurezza di Eurispes
Professore ordinario di Elettrotecnica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Genova, è stata selezionata nella 2018 European awards short list BCI.
Per il suo impegno in ambito accademico e professionale è stata infine inserita nell’albo degli esperti in innovazione tecnologica istituito dal Ministero dello Sviluppo Economico.

Approfittando delle sue competenze ed esperienze,
di così alto profilo, le abbiamo chiesto il suo punto di vista su temi preminenti, come lo stato dell’arte nel nostro paese in merito alla digitalizzazione e alle pratiche di co-generazione di valore, passando attraverso istituzioni quali l’Università in ambiti produttivi quali l’energia, l’ambiente e l’innovazione.

Buona lettura.

 

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La prima domanda è di tipo personale: cosa l’ha spinta all’inizio della sua carriera verso i temi di cui si occupa, che risultano oggi strategici e decisivi in tema sia ambientale che di sviluppo?

In realtà – all’inizio della mia carriera (purtroppo nel lontano 1980 🙂 – mi occupavo di progettazione assistita al calcolatore di dispositivi elettromagnetici.
Si trattava comunque di un argomento, ai tempi, di grande attualità. All’epoca, infatti, progettare dispositivi con software dedicato rappresentava la frontiera della ricerca.
Ho quindi avuto la fortuna di iniziare la mia carriera universitaria con persone capaci di grandi visioni che mi hanno insegnato a guardare oltre il confine.
Questo mi ha consentito, tra l’altro, di sviluppare una sorta di sesto senso che mi ha permesso di vedere in anticipo ciò che sarebbe diventato, più avanti nel tempo, di grande attualità.
Ma il punto di partenza per tutto il mio operato, io credo, è il fatto che amo sia il mio lavoro che lo studio, e che – soprattutto – mi piace cercare di capire tutto ciò che mi circonda.
Nel 2008, dunque, quando ero Preside della Facoltà di ingegneria di Genova, ho pensato assieme al Professor Federico Delfino di realizzare il primo Campus Universitario che potesse diventare un laboratorio applicativo per testare tecnologie di avanguardia connesse alla generazione distribuita.
A partire da questa felice idea abbiamo così sviluppato il primo Campus Universitario dotato di una Polygeneration Microgrid a cui è connesso un edificio prosumer, ovvero un edificio che produce e consuma energia. E i risultati sono stati sono molto positivi: attualmente siamo il modello di riferimento per importanti Università in Polonia e a Singapore.

Intanto congratulazioni: non sono risultati da poco. E poi una domanda, diciamo così, contestuale, riguardante il suo territorio di appartenenza.
La vocazione all’interscambio che vede protagonista da sempre la sua regione – che, lo ricordiamo, è la Liguria – che valore aggiunto le ha portato in dote (se così è stato) durante il suo percorso sia formativo che professionale?

Il mio territorio di appartenenza, la Liguria appunto, è una terra complessa che si presta ad essere amata intensamente, ma che presenta alcune obiettive criticità.
Sicuramente la vocazione all’interscambio le è propria, in quanto regione, abitata (e attraversata) sia da commercianti che da marinai, in senso sia concreto che simbolico. Ma, al tempo stesso, questa è una terra che a volte si chiude su stessa, con tutto ciò che ne consegue.
Dovessi quindi indicare un valore aggiunto che i miei natali mi hanno messo a disposizione potrebbe essere proprio questo: la determinazione a non arrendermi mai, nemmeno di fronte a difficoltà che a volte sono all’apparenza insormontabili.
Questa è la “lezione” – rimanendo in ambito didattico – che mi ha portato in dote la mia terra.

Grazie anche in questo caso per la sua franchezza!
Veniamo ora a questioni di attualità: l’innovazione tecnologica sembra portare con sé un potenziale di interoperabilità che è difficile da innescare, ma che è altrettanto promettente una volta messo a sistema. Come sono disposte le nuove generazioni rispetto a questo tema?

L’innovazione tecnologiche porta sicuramente con sé un altissimo potenziale di interoperabilità.
La difficoltà a innescarla, tuttavia, non credo che dipenda da come le nuove generazioni approcciano il tema, ma piuttosto dal fatto che l’attuale classe dirigente non ha ancora la reale contezza della straordinaria trasformazione culturale che stiamo vivendo.
Questo si traduce in una serie di sottovalutazioni – sia strategiche che operative – che rendono questo processo più lento e difficoltoso di quanto potrebbe invece essere, pur nella complessità del contesto.

Parliamo invece a livello istituzionale. In termini di digitalizzazione e co-generazione di valore, con che sguardo approcciano il tema della condivisione della conoscenza le Istituzioni che lei amministra o con cui si confronta quotidianamente?

Anche in questo caso ci riallacciamo alla domanda di prima.
Nonostante il loro indubbio potenziale, né la Scuola né l’Università – a mio parere – hanno ancora la necessaria e completa consapevolezza che i modelli didattici debbono essere cambiati in maniera sostanziale, per adattarsi alle nuove istanze e alle possibilità emergenti.
Non parlo ovviamente degli aspetti riferiti alla cultura di base, che valuto indispensabile per attrezzare gli studenti e le persone in genere della necessaria apertura mentale che occorre per affrontare processi di apprendimento complessi. Mi riferisco piuttosto agli aspetti più specifici della didattica, che dovrebbe (e dovrà) evolversi verso sistemi più di interscambio piuttosto che chiusi e stratificati. Questo, per essere all’altezza di modelli e pratiche che saranno sempre più digitali.
In sintesi: il concetto di sistema chiuso non esiste più, e di questo occorrerà tenerne conto anche nell’ambito cruciale dell’Istruzione e della Formazione.

Entriamo ora in ambiti più specifici riguardo l’energia, l’ambiente e la produttività: verso quali orizzonti si sono evolute negli ultimi anni le organizzazioni di cui lei fa parte e/o presiede?

Io ritengo di essere una donna molto fortunata: far parte in questo momento storico del CDA di ENEL è infatti un’esperienza fantastica.
L’azienda – che l’anno scorso è stata premiata come quella che più ha innovato al mondo – ha infatti colto e massimizzato le opportunità legate alla transizione energetica, e lo ha fatto grazie alle sinergie generate da un modello di business integrato e grazie a una forte spinta all’innovazione.
Questo si è realizzato sia attraverso la decarbonizzazione del mix di generazione – con un’offerta di servizi di flessibilità, progettati e messi in opera in un’ottica di digitalizzazione ed economia circolare – sia attraverso la digitalizzazione delle infrastrutture (con un notevole aumento dei fattori di resilienza) e lo sviluppo di un nuovo, innovativo ruolo di distributore, in grado di abilitare a sua volta nuovi modelli di business a piattaforma.

A partire da tali opportunità e possibilità di innovazione, crede che le nuove urgenze ambientali, economiche e infrastrutturali possano velocizzare i processi di innovazione – in primo luogo culturale – che la nostra classe dirigente deve adottare a tutti i livelli?

Sì, ne sono assolutamente convinta. E porto ad esempio quanto fatto a Genova, dove è stato costituito il Centro di Competenza sulla Sicurezza e l’Ottimizzazione delle Infrastrutture Strategiche 4.0 (START 4.).
Compiti del Centro, non a caso, sono la formazione, l’orientamento e l’attuazione di progetti di innovazione, ricerca industriale e sviluppo sperimentale nell’ambito della digitalizzazione che riguardano cinque infrastrutture critiche, ovvero quelle inerenti a: energia, trasporti, sistemi idrici, porto e industria 4.0.
Il Centro – che è un partenariato pubblico-privato costituito da tredici Grandi Imprese, venti PMI e quattro Enti pubblici, con a capofila il Consiglio Nazionale delle Ricerche – si sviluppa come strumento strategico di supporto alle imprese per affrontare le sfide che la quarta rivoluzione industriale pone. Il tutto in una sinergia realmente virtuosa tra soggetti locali, nazionali e internazionali.

La ringrazio molto. Ci sta dando informazioni davvero interessanti! Le pongo un’ultima domanda che non potevo non farle. Pensa che il fatto di essere una donna di una chance in più in termini di capacità di raccordare aree e competenze ad alto livello tecnico e intellettivo con altre più empatiche e relazionali? O si tratta invece di leggende, marittime o metropolitane che siano?

Dando per assodate le competenze tecniche che sono richieste nei vari settori professionali, è indubitabile che le donne dimostrano attitudini molto spiccate in termini di soft skill.
In particolare, i Responsabili delle Risorse Umane sottolineano come, rispetto ai colleghi maschi, noi donne siamo più inclini al problem solving (75%), al multitasking (62,5%), alla gestione dei rapporti interpersonali e al team working (45,8%). Il 41,7%, inoltre, riconosce alle donne anche maggiore creatività e propensione all’innovazione…
Tutti numeri che confermano quanto abbiamo premesso. 🙂

***

Grazie mille professoressa. Sia per l’esaustività delle sue considerazione che per la franchezza delle sue risposte. È stato un piacere e un onore averla tra le nostri “firme”, e confidiamo che ci saranno altre occasioni per incontrarla. Per ora le auguriamo buon lavoro per ciascuno degli importanti ruoli che la vedono protagonista!

 


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[/sf_iconbox]About Paola Girdinio

Professoressa Paola GirdinioLa professoressa Paola Girdinio è Consigliere d’Amministrazione ENEL, Fondazione Costa Crociere.
Precedentemente ha ricoperto il medesimo ruolo presso Ansaldo STS, Banca Carige, Ansaldo Energia, D’Appolonia (Gruppo RINA) e l’Ateneo di Genova.
È inoltre Presidente dell’Osservatorio Nazionale per la Cyber Security, Resilienza e Business Continuity dei Sistemi Elettrici, e del Centro di Competenza per la Sicurezza e l’Ottimizzazione delle Infrastrutture Strategiche 4.0, membro del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla Sicurezza di Eurispes ed è stata selezionata nella 2018 European awards short list BCI.

È Professore ordinario di Elettrotecnica presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Genova, è stata Preside nella Facoltà di Ingegneria per 4 anni. Per il suo impegno in ambito accademico e professionale è stata inserita nell’albo degli esperti in innovazione tecnologica istituito dal Ministero dello Sviluppo Economico.


CREDITS
Immagine di copertina (rielaborata)
ID Immagine: 43550523. Diritto d'autore: valex113
ID Immagine: 91234777. Diritto d'autore: Sergey Dzyuba
ID Immagine: 34270986. Diritto d'autore: Wang Aizhong
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Dai Big Data alla condivisione della conoscenza. Intervista a Maurizio Pontremoli

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Dalla conoscenza dei Dati alla loro condivisione passando da Calvino: è online “6memes”, il nuovo blog di Maps Group.

Big Data, Open Data e Relevant Data declinati in maniera trasversale su temi non solo tecnici ed economici, ma anche sociali e culturali: è da poco online “6memes”, il nuovo blog di Maps Group. In proposito, Natalia Robusti ha intervistato Maurizio Pontremoli, amministratore del gruppo, per dare voce ad alcune curiosità riguardanti sia la nuova pubblicazione che le tematiche che interpreta in maniera originale e innovativa.
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Innanzitutto il titolo del blog, un po’ ermetico: da dove deriva e cosa vuole significare?
“6memes” prende ispirazione da un’affinità stringente con le sei parole-chiave culturali che Calvino aveva già individuato nel 1985 e alle quali ha dedicato le sue ‘Lezioni americane’: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza (quest’ultima in realtà incompiuta).
Ognuna di esse può essere utilizzata come punto di vista e riferimento per identificare o analizzare quelli che sono definiti i Big Data, la materia prima, diciamo così, del nostro lavoro.italo_six_memos_cover Dal titolo inglese dell’opera, “Six Memos for the Next Millennium”, abbiamo creato il gioco di parole “Six Memes for Our Millenium”, abbreviato in “6memes”, che rappresenta innanzitutto il nostro omaggio a un autore italiano ammirato universalmente.
Consapevoli dell’azzardo al quale in parte ci esponiamo, cercheremo in questo blog di evidenziare e approfondire le intersezioni tra varie forme di sapere, guidati e – perché no – divertiti dai temi individuati da Calvino, cercando di rendere più leggeri da un lato e più visibili dall’altro quelli che sono il cuore della nostra attività: i dati extralarge.
Questo ci conduce alla seconda domanda: il pay-off del gruppo, Sharing  Knowledge, è esaustivo rispetto all’intenzione appena chiarita. Come si coniuga però questa vocazione alla condivisione con le necessità di business di ogni impresa che opera sul mercato, compresa la vostra?
I due aspetti sono assolutamente conciliabili, anzi ancor meglio complementari, costituendo un percorso circolare virtuoso.
Non c’è innovazione senza condivisione della conoscenza e, allo stesso modo, non c’è business sostenibile nel tempo senza innovazione e scambio continuo.
Nel nostro settore questo paradigma vale ancora di più. Il punto di vista espresso nel pay-off del nostro marchio non rappresenta quindi un puro valore culturale e ideale, ma possiede una sua valenza concreta.
Ogni giorno trattiamo dati complessi, che sono per loro natura il risultato di molteplici interazioni che si stratificano in differenti unità di spazio e di tempo. Essi stessi, in sintesi, sono condivisione di informazioni e dunque terreno di coltura ideale per essere trasformati in ulteriori forme di conoscenza.
Così resta un po’ troppo vago. Non riesce a farci esempi più concreti?
Ci provo volentieri. Ciascuno è abituato, nel suo quotidiano, allo scambio di dati di ogni genere, in tempo reale e in modo quasi automatico, cosi che tali azioni ci sono tanto familiari da non avere niente di straordinario.
E attenti come siamo solo all’informazione scambiata in quel momento, trascuriamo sia la valenza che è alla base stessa di tale scambio, ovvero il motivo per cui questo è avvenuto, che le sue conseguenze, che possono produrre livelli di complessità informativa anche per altri destinatari, aggiungendo significato a ogni ulteriore passaggio di conoscenza.
In concreto, basta pensare al settore della sanità, in cui in ogni istante scorrono flussi di dati la cui unità di misura è nell’ordine di Terabyte al giorno.
Si tratta di nomi, cognomi e indirizzi, date di ingresso e uscita dalle strutture sanitarie, ma anche di patologie individuate, di medicinali prescritti e somministrati, di guarigioni effettuate o meno in base alla diagnosi.
Il tutto raccolto ed espresso in una mole indistinta di dati all’apparenza insignificante, o per lo meno prive di un immediato valore tangibile.
Ecco che questi stessi dati, estratti ed elaborati da mani esperte, capaci di individuarne il potenziale significativo secondo precisi parametri, si possono trasformare in studi clinici sulle varie malattie, indicatori di buone performance di cura o rivelare nodi cruciali di inefficienza. Il tutto traducibile in breve tempo in un valore non solo di conoscenza, ma anche di business, che in questo caso è l’ottimizzazione delle risorse investite in ambito sanitario in base ai risultati ottenuti.
Quindi l’attività di scambiarsi informazioni possiede virtù in sé? Se sì, quali?
Quando mi fanno questa domanda ho una risposta in tasca che mi piace spendere: il filosofo americano Fred Dretske definisce la conoscenza come “informazione disponibile per l’azione”, implicando in essa un duplice significato: conoscere è indubbiamente utile per prendere decisioni valide, ma è il destinatario dell’informazione stessa che stabilisce ciò che è importante valutare o trascurare, modulandolo rispetto ai propri obiettivi.
In questo modo attribuisce un valore aggiunto all’informazione iniziale, e così via.
Tra i sistemi informativi che si occupano di trattare la conoscenza, quelli che operano in ambiti dove più soggetti cooperano tra loro condividendo le proprie informazioni si confermano indubbiamente oggi, e non a caso, i più interessanti e promettenti.
In questa ottica, ci può fare qualche esempio di sistemi o modelli che contestualizzano le informazioni in base al destinatario e che usiamo magari tutti i giorni, senza scomodare i massimi sistemi?
Il servizio di Gmail è senz’altro esemplare. Il destinatario dei messaggi può stabilire cosa deve essere recapitato nei ‘Principali’ e cosa in ‘Social’ o ‘Promozioni’, mentre in mancanza di sue particolari indicazioni ci pensa l’algoritmo super segreto di Google a gestire il tutto. In questo senso, bisogna dare atto a Google di aver modellizzato e applicato egregiamente il concetto di livello di importanza di una mail, assicurandoci un servizio che ci semplifica la vita nel decidere cosa merita la nostra attenzione, o almeno con quale priorità.
Non meno utile e interessante è il sistema che governa la musica in streaming come il canale musicale Pandora, guidato dall’ascoltatore stesso mediante i suoi ‘mi piace’ e ‘non mi piace’ che istruiscono un algoritmo nel selezionare brani sempre più in linea con i suoi gusti musicali.
Esattamente la possibilità di intervenire sulla proposta musicale, personalizzata man mano dal fruitore e affiancata da un potente motore che identifica i gusti musicali, ha decretato il pieno successo di questa piattaforma di streaming. E potrei dire lo stesso per molti altri prodotti o piattaforme che ciascuno di noi utilizza ogni giorno.
In sintesi, quindi, la conoscenza condivisa si perfeziona e si potenzia in funzione di chi raggiunge e coinvolge, e quindi si “evolve”?
Io credo di sì. La vera conoscenza, quella adeguata ai contesti dei suoi possibili e diversi destinatari, si esprime pienamente quando il sistema informativo che la condivide è in grado di selezionare le informazioni utili e separarle da quelle ridondanti, in maniera da restituire all’utente una reale possibilità di scelta in base alle proprie priorità.
Questo almeno è il nostro approccio, finalizzato come dicevamo prima alla produzione concreta di beni e prodotti utili in termine di valore e usabilità. Certo il discorso della condivisione della conoscenza è solo un aspetto di tutta la filiera  di analisi e produzione di servizi di questo tipo, ed è quello che il più delle volte dà il via ai processi di selezione dei Big Data.
Il nostro blog vuole servire esattamente a questo: a condividere con gli altri – anche i non addetti ai lavori – il mondo dei Dati che ogni giorno raccogliamo, analizziamo e trasformiamo, e, con essi, tutte le idee e le suggestioni, le analisi e i riferimenti che incontriamo durante questa attività.
Nel farlo, misureremo a nostra volta noi stessi, sulla base degli obiettivi che ci siamo posti e i risultati che abbiamo raggiunto o meno. Il nostro viaggio all’interno di 6Memes è del resto appena iniziato. Ci ritroviamo magari tra un anno, a tracciare un bilancio, come si dice, a consuntivo. E i Dati certo non ci mancheranno.
Alla prossima primavera, allora. E buon lavoro! (Natalia Robusti)

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Il Mondo dei Dati ha un nuovo esploratore: MEMEnto6, la newsletter del Blog 6MEMES.

[dropcap3]D[/dropcap3]al momento della sua nascita, nel 2015, ad oggi, il blog 6MEMES ha percorso un lungo cammino durante il quale non ha mai smesso di guardarsi attorno, attingendo dall’attualità e dai cambiamenti dettati dal multiforme mondo dei Dati.
Quelli con la “D” maiuscola (dunque codici, numeri e algoritmi), per intenderci! Perché i DATI non sono soltanto numeri, ma rappresentano le PAROLE ancora da venire.
Il tutto raccontato da autori competenti – veri e propri cultori delle materie trattate –  capaci di condividerne gli orizzonti di senso attraverso un linguaggio comprensibile e coinvolgente, espressione di un sempre più auspicato dialogo tra l’Innovazione tecnologica e la Cultura umanistica.
Universi, questi, che sempre più si mostrano solo all’apparenza distanti e che il Blog 6MEMES, da sempre, cerca di fare incontrare tra le sue pagine. 

Il tutto grazie anche al nutrimento culturale proveniente dai six memos del genio Italo Calvino contenuti nel memorabile capolavoro che è Lezioni Americane, di cui citiamo un passaggio più che esemplare:
 

«Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni?

Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili»

(Lezioni americane, 1988)

 


 
E visto che il mondo cambia velocemente – e le informazioni di valore non sono mai abbastanza – 6MEMES ha scelto un compagno di viaggio per proseguire la sua avventura e affrontare le nuove sfide: il suo nome è MEMEnto6.
Di cosa si tratta? Della nuova Newsletter del blog 6MEMES!
Discreta, dal design grafico pulito ed elegante, la pubblicazione in forma di mail raggiungerà i suoi lettori con una cadenza trimestrale, offrendo interessanti spunti e argomenti di conversazione.
Oltre alla rassegna degli articoli del blog più premiati dal pubblico -e i consigli su libri e film da non perdere (direttamente ispirati a uno dei memos, ogni volta diverso, di Calvino) – gli iscritti a MEMEnto6 potranno infatti scoprivi contenuti esclusivi, come  infografiche e approfondimenti, rubriche e casi di studio
 

Ecco, nel dettaglio, cosa si potrà leggere nel primo numero di MEMEnto6:

 
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]MEMEnto TOP: gli articoli di 6MEMES più apprezzati dal popolo dei social;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]6MEMES TREND: conversazioni su Big Data, Healtcare e condivisione di conoscenza;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]BUSSOLA di MEMEnto6: consigli di lettura e… ‘visione’ dedicati ai six memos;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]EXTRA MEME… ossia il ‘cadeau’ di MEMEnto6 ai suoi iscritti, che in questo numero sarà un glossario dei tempi nostri, con le parole più usate del fantastico mondo di Dati.

Conviene, allora, iscriversi a MEMEnto6? Certo! Perché la semplicità guarda vicino, ma la complessità punta lontano. Come 6MEMES e MEMEnto6, del resto!

 
Iscriviti alla newsletter del blog 6Memes
 


CREDITS:
Ritratto di Italo Calvino dalla penna di Gerardo Lunatici.

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VoxxedDays Milano 2019: Cloud, AI, Gamification e molto altro per il futuro dell’innovazione.

Nella giornata del 13 aprile 2019, presso l’Università Bicocca di Milano, si è svolto l’evento Devoxx ‘VoxxedDays Milano 2019 – a Developer Conference’. Un evento unico che ha dato l’opportunità, ai partecipanti, di entrare a contatto con talenti diversificati, nazionali e internazionali, aggiornati sulle tematiche vitali del mondo dello sviluppo digitale.

Cloud, Big Data, AI, Robotics, Programming Languages, Java, Security, Architetture e Developer Culture sono solo alcuni degli argomenti, all’avanguardia per eccellenza tecnica e creatività, trattati nelle varie sessioni dell’evento.
Momenti intensi di incontro, ascolto e condivisione delle competenze, con alcuni dei relatori più stimolanti del settore e ricchi di idee affascinanti (sul profilo twitter dell’evento si possono trovare altre informazioni e foto).

I colleghi Daniele Porta e Stefano Volponi hanno avuto la possibilità di partecipare all’evento portando a casa alcuni spunti interessanti, soprattutto di natura tecnica.

“Sicuramente c’è molto fermento e attenzione per l’uso di servizi cloud, in particolare nell’impiego di AWS (ossia Amazon Web Services) con l’approccio serverless” 

ha detto Daniele. Ma cosa significa serverless? È l’architettura nativa del cloud che, eliminando le attività di gestione delle infrastrutture (server compresi), consente di creare applicazioni agili ed eseguire servizi. Il tutto a costi minori e in modo estremamente flessibile, grazie anche ad una elevata disponibilità automatizzata.
E non solo. Prosegue Daniele:

Si è anche parlato di come rendere più divertente il lavoro di tutti giorni, cercando di promuovere la creatività, anche con l’utilizzo di tecniche come la Gamification, le chat con messaggi divertenti o cambiare, ogni tanto, il proprio modo di vestirsi indossando abiti colorati e più estrosi. Il motto coniato è #programming is fun!!! Questo perché il cervello, in situazioni di positività emotiva, è maggiormente produttivo che in caso di situazioni negative, quando le sollecitazione da stress lo inibiscono.”

In effetti, lo stress è una parte inevitabile del lavoro. Come suggerito nell’articolo Positive Intelligence’, di Shawn Achor, su Harvard Business Review, la prossima volta che ci sentiamo sopraffatti, possiamo eseguire un semplice esercizio.

Occorre stilare una lista degli stress a cui siamo sottoposti, suddividendoli in due gruppi: quelli che possiamo controllare e quelli che ancora sembrano impossibili da gestire.
Ora, bisogna scegliere uno dei motivi di stress dall’elenco di quelli che siamo in grado di controllare e mettere in atto un piccolo passo concreto per ridurlo.
In questo modo è possibile riportare il cervello ad una situazione positiva e produttiva. E, inoltre, aumentare la propria felicità migliora anche la probabilità di successo. Sviluppare nuove abitudini e agirle concretamente per reagire allo stress sono, dunque buoni modi per iniziare a placarlo.
Infine, conclude Daniele:

“Un altro tema interessante trattato durante l’evento ha riguardato la Smart Company Elastic, che riesce a gestire un team di più di 1.000 persone dislocate remotamente e in tutto il mondo! L’argomento non era semplice e il talk ha solo tracciato alcune linee guida: la quasi totale assenza di gerarchie, l’automatizzazione dei task ripetitivi e l’adozione di strumenti collaborativi. Oltre ad una notevole trasparenza nelle comunicazioni e nel proprio lavoro”.

Insomma, un’immersione verso gli orizzonti del futuro, dettati però da cambiamenti e innovazioni di Scienza e Tecnologia più che mai contemporanei.
Cambiamenti che Maps, in prima linea, da sempre promuove e sostiene.
 
 


Credits Immagini:
Immagine di copertina, ID Immagine 44868378, da 1234rf; Photo by Sergey Nivens 
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Modelli del passato per capire (e predire) il futuro? La lezione della Storia. Di Giulio Destri.

[sf_iconbox image=”fa-hourglass-3″ character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La lezione della Storia:
andiamo per gradi, anzi, per Tempo, Dati e Informazioni

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’intervista di inizio anno abbiamo introdotto il concetto generale di MODELLI del mondo, mentre nell’articolo precedente ne abbiamo trattato uno in particolare, ovvero la mappa geografica.

In questo articolo parleremo invece della Storia, seppure con un approccio diverso da quello “nozionistico” puro, tuttora in uso in molte scuole nonostante le critiche che subisce da sempre. Ricordiamo, solo a titolo di esempio, l’incipit esemplare di Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi: “L’Historia si può definire…”.

Gli esseri umani, come del resto tutto l’Universo, esistono soltanto entro il Tempo che – a quanto ci è dato sapere – scorre in una sola direzione, dal passato verso il futuro. Il tempo può essere quello di un’ora di lavoro, di una giornata di viaggio o di un anno di vita, oppure quello dei decenni dell’esistenza umana o piuttosto quello dei secoli di dominio dell’Impero Romano. Per non parlare dei tempi geologici o di quelli dell’universo: si tratta di milioni e di miliardi di anni…

[bctt tweet=”Gli esseri umani, come del resto tutto l’Universo, esistono soltanto entro il Tempo che – a quanto ci è dato sapere – scorre in una sola direzione, dal passato verso il futuro. ” username=”MapsGroup”]

Senza addentrarci nella Fisica o nella Filosofia, semplificando le cose, possiamo dire che, tramite i nostri organi di senso, utilizziamo questo tempo per raccogliere dati e informazioni – sia attraverso la nostra esperienza diretta nel presente che attraverso documenti e “reperti” provenienti dal passato  – dopodiché li accumuliamo nella nostra memoria e infine li attualizziamo nel presente. Sempre nel presente poi, attraverso il pensiero e le capacità della nostra mente umana, li elaboriamo per trarne informazioni e conoscenza atte a migliorare la nostra consapevolezza e a prendere adeguate e “sagge” decisioni per il futuro, o almeno così dovrebbe essere.

OrientamentoQuesto processo avviene spontaneamente e naturalmente anche nelle fasi di apprendimento del bambino che, durante la sua crescita e il suo sviluppo, impara a rapportarsi con il mondo. Lo stesso accade perfino nello sport, in cui si analizzano le partite passate degli avversari futuri per carpirne schemi e modi di gioco e adottare tattiche e contro-schemi al fine di vincere la partita.

Anche nel contesto aziendale avviene qualcosa di simile durante l’adeguata fase di chiusura che ogni progetto – secondo gli standard e le buone pratiche del Project Management – dovrebbe avere: stiamo parlando della “Lesson learned”, comprendente l’approccio predittivo e quello agile-adattivo della “retrospettiva”.

In queste attività, infatti, vengono valutate le azioni compiute durante il progetto assieme al loro esito, per capire cosa è stato fatto bene, cosa invece è andato meno bene (ed è quindi da migliorare) e quali sono stati infine i rischi e i problemi incontrati, così da tenerne conto nei progetti/fasi futuri.

Un approccio analogo viene attuato con la Business Intelligence ogni qualvolta si estraggono schemi, tendenze, correlazioni e altre informazioni dai dati “grezzi”, sempre con lo scopo di poter prendere decisioni nel modo migliore (ovvero più “saggio”) possibile per il futuro. Allo stesso modo funzionano i sistemi di Machine Learning che sono alla base di molte applicazioni di Intelligenza Artificiale.
E allora, che informazioni possiamo trarre dalla Storia? Come la conoscenza del passato ci aiuta a pre-vedere il futuro e a pre-pararci ad esso, possibilmente senza pre-occuparci più del necessario?

Approfondiamo insieme la questione.

[sf_iconbox image=”ss-layergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La relazione tra i Dati e la Storia

In primo luogo: cosa ci arriva dal passato?

Molto dipende dalle diverse epoche che prendiamo in considerazione, così come dalle tecnologie allora disponibili, o dalla distanza temporale che ci separa dalle stesse, o ancora dagli eventuali avvenimenti catastrofici accaduti nel frattempo, come sono ad esempio le guerre o i disastri naturali. Detto questo, possiamo applicare una semplificazione che ci aiuti nel raggruppare i Dati in questione in base a vari tipi di fonti, distinguendoli in:

Dati diretti, provenienti da autori contemporanei all’epoca che stiamo esaminando, che possiamo a loro volta sudividere in:

– Documenti visivi “oggettivi”, disponibili solo dopo l’invenzione della fotografia e del cinema, quindi posteriori al 1839 e al 1895.
– Documenti audio “oggettivi”, disponibili solo dopo l’invenzione delle registrazioni audio, quindi posteriori al 1877.
– Documenti visivi o tridimensionali come affreschi, dipinti, stampe, miniature, icone, disegni, progetti, modelli, statue e sculture, bassorilievi etc.
– Edifici e città, con le loro strutture, caratteristiche ingegneristiche, architettoniche, paesaggistiche etc.
– Oggetti di vita quotidiana, spesso a loro volta contenuti entro:
– sepolture;
– documenti scritti a carattere letterario;
– documenti scritti di tipo storico (cronache, annuari…) e socio-economico (bilanci, documenti contabili…);
– narrazioni orali tradizionali, canti etc;
– abitudini storiche;
– ricordi diretti di persone.

Dati dedotti a partire da:

– Tracce archeologiche.
– Elementi lasciati nell’ambiente.
– Elementi geologici ed ambientali.
– Correlazioni fra tutto quanto sopra definito.

Anche per i dati apparentemente “oggettivi”, come riprese audio e video, è importante considerare che essi riflettono comunque il punto di vista di chi aveva la macchina da presa in mano e/o che possono essere stati strumenti di propaganda (estremizzando si può arrivare a pensare alle fake news, così presenti nel nostro mondo).
E, per quanto riguarda i documenti scritti, come le cronache, occorre considerare che, molto spesso, essi sono “non particolarmente oggettivi” per motivi legati al tempo immediatamente successivo all’avvenimento.
Solo a titolo di esempio si può pensare alla “damnatio memoriae tipica del mondo romano (e non solo), quando alcuni imperatori sono stati tramandati alla storia solo con aspetti negativi perché questo era funzionale e vantaggioso per i loro successori. “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato” (George Orwell in 1984).
Tutto ciò premesso, partendo da dati dimostrati dagli storici attraverso secoli di lavoro, applichiamo ad essi una serie di analisi socio-organizzative contemporanee, al fine di riconoscere pattern ed estrarre schemi utili nel presente. Lo faremo attraverso una serie di “cammei” che rappresentano le lezioni che la Storia impartisce agli esser umani nelle sue diverse organizzazioni sociali, economiche e politiche.

[sf_iconbox image=”fa-bank” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Historia magistra societatis: il sogno di Dario

Analizzando la storia, troviamo che in varie parti del mondo si sono evoluti sistemi sociali molto diversi e in tempi diversi, ma che sono in generale riconducibili a due modelli di base o, in alcuni casi più rari, in qualche modo “ibridi” fra di essi.
Da un lato troviamo organizzazioni poco stratificate, solitamente applicate a comunità piuttosto ristrette quali villaggi e piccole città, organizzate con strutture piuttosto “paritetiche”, ove il capo singolo, se presente, è comunque, con diverse sfumature, una sorta di “primus inter pares” e deve rendere conto ad un’assemblea, anche quando è il capo religioso. In molti casi, soprattutto al crescere delle dimensioni della struttura (città o insieme di città), il ruolo di approvazione o contribuzione alle decisioni del capo è ristretto ad una parte della popolazione (“aristocrazia”).
Dove si possono trovare, geograficamente, esempi di questa struttura? In Europa, ad esempio, con le organizzazioni della Gallia, dell’Etruria e dell’Italia preromana, della Germania, dell’Iberia. Più in particolare nell’antica Grecia l’evoluzione di questo modello condusse per la prima volta alla democrazia come oggi la conosciamo (pur con tutti i distinguo, a cominciare dal fatto che quella greca era una democrazia diretta e non rappresentativa…).
Il modello ovviamente non era presente solo in Europa: anche le tribù indiane nel Nord America erano organizzate in questo modo, così come molte tribù africane, dell’Oceania, delle steppe asiatiche… Ma usiamo il modello europeo come pietra di paragone.

Dall’altro lato troviamo invece organizzazioni molto più complesse e stratificate, applicate a territori vasti quanto attuali nazioni, spesso disposti lungo vie di comunicazione geografica come fiumi, e caratterizzate da elevata specializzazione degli individui, da una stratificazione sociale e dalla presenza di un capo “carismatico”, spesso anche capo religioso, in qualche modo rappresentante vivente della impersonificazione dello stato.
[bctt tweet=”Lungo tutta l’evoluzione dell’Uomo troviamo sistemi sociali molto diversi tra loro, ma riconducibili a due modelli di base (a volte ibridati): da un lato le organizzazioni poco stratificate, quasi paritetiche, dall’altro quelle più complesse, con diverse specializzazioni.” username=”MapsGroup”]
Usando una vecchia terminologia scolastica, questo tipo di organizzazione prende il nome di “Impero idraulico”, perché nato storicamente per la prima volta intorno a grandi fiumi e basato per le risorse alimentari su un’agricoltura intensiva, che richiedeva notevoli livelli di organizzazione sociale per il suo funzionamento.
PlatoneAnche in questo caso ci chiediamo: in quali zone si è creata con maggior frequenza questa struttura organizzativa nel corso della storia?  La possiamo riscontrare in molte zone del mondo, corrispondenti a quelle che oggi consideriamo come le grandi Civiltà del mondo antico: l’Antico Egitto, la Mesopotamia, la Persia, l’India, la Cina, il Messico (Aztechi, Maya), il Sudamerica (Chibca, Incas), l’Africa (Etiopia, Zimbabwe).
A questo, nel nostro argomentare, possiamo aggiungere che la contrapposizione fra questi due modelli è avvenuta molte volte nella storia. E in molti casi ha visto vincente il secondo modello, quello “imperiale” sia per dimensioni numeriche sia per organizzazione più efficiente. È così avvenuto che territori organizzati secondo il primo modello, quello “democratico”, sono stati incorporati con la forza entro “Imperi”. 
Questa contrapposizione è del resto stata studiata e “codificata” già dagli storici dell’antica Grecia, all’epoca delle Guerre Persiane (490-480 a.C.), quando l’insieme delle città-stato greche, rette da regimi aristocratici o democratici, fiere della propria indipendenza e cultura, si trovarono di fronte il grande impero Persiano in espansione, che, dopo avere unificato le varie civiltà “imperiali” del medio oriente si stava espandendo verso occidente.
Gli storici greci riconobbero già allora che a scontrarsi non erano solo due culture o due popoli diversi, ma proprio due modelli diversi di organizzazione sociale.
Il concetto fu espresso attraverso il mito del “sogno dell’Imperatore persiano Dario”, in cui il sovrano sogna “due donne di nobili origini, sorelle in stirpe, venute in lite fra loro” e tenta di sottometterle al giogo del proprio carro; l’una (l’Asia) accetta il giogo, l’altra (l’Europa) insorge, lo spezza e travolge il Re. Il significato della metafora era chiaro: la Grecia non poteva accettare il potere imperiale.
LegionariGli eventi – narrati e documentati – ci raccontano come andarono le cose: le città greche alleate insieme riuscirono a vincere ed a conservare la propria indipendenza e l’impero Persiano dovette ritirarsi, temporaneamente. Ma nel giro di 50 anni, le rivalità interne ai Greci fecero precipitare la situazione, scatenando la tremenda guerra del Peloponneso fra lo schieramento “democratico” guidato da Atene e quello “aristocratico” guidato da Sparta…
Nei secoli successivi la Grecia fu conquistata, insieme a tutto il Mediterraneo e a buona parte dell’Europa, dalla repubblica romana, che però non resse al contraccolpo interno della rapida espansione e, dopo un periodo di guerre civili, divenne l’Impero Romano, dotato di caratteristiche “imperiali”, ma più vicine al modello europeo, con l’adozione del Diritto e altre forme mutuate in qualche modo dalle organizzazioni “democratiche” ad esso preesistenti.
Quel che ne seguì, a vicende alterne, si chiama, per l’appunto, Storia. Ma il racconto di questa “competizione” tra differenti modelli è ancora oggi emblematico, come vedremo. Ampliando l’orizzonte alla storia recente e al mondo si possono trarre alcune conclusioni:

  • La democrazia non è un valore universale nella Storia, né l’aspirazione ultima dei popoli: l’evoluzione nel tempo non conduce necessariamente ad essa, anzi, ha condotto spesso a situazioni in cui essa cessava.
  • L’”esportazione della democrazia”, vanto propagandistico non molti anni fa, è una chimera: nazioni che sono eredi di una tradizione “imperiale” e non hanno mai avuto nel loro passato organizzazioni “democratiche” difficilmente possono evolvere verso un modello democratico senza una profonda trasformazione culturale, che richiede molto tempo.
  • In alcuni casi, in alcuni momenti particolari della storia, la democrazia, più lenta nell’agire con tutti i suoi meccanismi, può non essere la forma organizzativa più adatta per la sopravvivenza di una nazione o di una organizzazione; in altri momenti invece si; questo fatto era noto già nei primi secoli della repubblica romana, in cui, in situazioni di emergenza, il potere dei Consoli veniva sostituito da quello, concentrato in una sola persona, del Dittatore.
  • La democrazia con i suoi valori, proprio perché non definitiva, va difesa, in primo luogo considerando che accanto ai diritti ci devono essere i doveri ed il rispetto dei medesimi.

Quando la città retta a democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità…” scriveva già il filosofo greco Platone nel 370 a.C.. Quindi, se la democrazia degenera in licenza, questo è l’anticamera della sua fine.
Tanti esempi di questa degenerazione possono essere trovati nella Storia, anche recente. Ricordiamo che Dante Alighieri, verso la fine della propria vita, stanco delle lotte intestine delle città toscane che gli sono costate anche l’esilio dalla sua Firenze, scrive nel trattato “Monarchia” della necessità di un potere statale “universale” forte e indipendente dall’autorità del papato, per garantire la pace e il libero sviluppo delle persone durante la vita terrena.

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[/sf_iconbox]Historia magistra nationum: le relazioni fra le “nazioni”

L’osservazione della storia ci mostra alcuni schemi ricorrenti anche in civiltà lontane tra loro sia nel tempo che nello spazio. Per la maggior parte del tempo trascorso dal neolitico in poi le organizzazioni umane (tribù, nazioni, città…) sono state in guerra tra loro, dove per guerra intendiamo un conflitto organizzato e condotto con armi, non necessariamente rivolto alla distruzione del nemico.
Probabilmente, agli esordi, la guerra è nata come evoluzione estrema della competizione per le risorse (territori di caccia o simili). Poi, con l’avvento della agricoltura e delle civiltà stanziali basate su di essa, è diventata la difesa del cibo prodotto da parte degli “agricoltori” rispetto a chi voleva impadronirsene (“predoni”). E solo più tardi tale competizione per il territorio nel suo insieme è diventata conquista di territori adiacenti da parte di strutture più forti e organizzate, con la conseguente sottomissione delle popolazioni preesistenti.
[bctt tweet=”Probabilmente, agli esordi, la guerra è nata come evoluzione estrema della competizione per le risorse. Poi, con l’avvento delle civiltà stanziali, è diventata la difesa del cibo degli agricoltori rispetto ai predoni.” username=”MapsGroup”]
Combinata con la schiavitù, questa evoluzione condusse alle guerre di conquista per il potere nella maggior parte del mondo. E poi alle guerre per il mantenimento del potere. E le guerre per la difesa del proprio territorio, solo a titolo d’esempio le guerre fra l’Impero Romano e i barbari e le guerre fra l’Impero Cinese ed i Mongoli.
E’ interessante notare il parallelo “culturale” di tutto ciò. In molte culture, infatti, la parola usata per indicare “uomini” (nel senso di “esseri umani”) viene usata per indicare i propri membri, quasi a distinguere in maniera netta chi è simile a se dagli “altri”.
Rappresentazione del cervelloNella storia questa distinzione è presente in varie sfumature. Pensiamo agli antichi Greci che chiamavano tutti gli altri popoli “barbari” (addirittura anche il re Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, che pure parlava la lingua greca e faceva parte del mondo greco, era definito “Filippo il Barbaro” dai Greci).
O, in tempi più recenti, alle ideologie propagandanti la superiorità della razza bianca o della razza “ariana”… O a quelle credenze e fedi religiose che tendono a considerare “miscredenti” gli altri e a suggerire la “guerra santa” contro di essi.
Cambiando tuttavia punto di vista – applicando uno sguardo più ampio facendo affidamento sulle piùà recenti scoperte riguardo alla struttura del cervello e della mente umana – possiamo stabilire delle motivazioni profonde per questi schemi ricorrenti nella storia, e riassumerle come segue:

Nella mente umana esistono diverse sezioni, cooperanti fra loro e, in parte, riconducibili a strutture fisicamente presenti nel cervello e frutto della evoluzione della specie umana; alcuni autori li definiscono come “cervello rettile”, “cervello mammifero” e “neocorteccia”: teorizzato da Paul MacLean in [1] questo modello estremamente valido è oggi ampiamente usato anche nella pubblicità e nelle vendite (si vedano ad esempio [2] e [3]); il primo scopo del cervello rettile è quello di mantenere in vita l’essere umano cui appartiene, in special modo individuando in anticipo le minacce.

[bctt tweet=”Nella mente umana esistono diverse sezioni, cooperanti fra loro e, in parte, riconducibili a strutture fisicamente presenti nel cervello e frutto della evoluzione della specie umana.” username=”MapsGroup”]

A livello percettivo questa distinzione si traduce nei sistemi del fast thinking e dello slow thinking, di cui si è parlato nella sopra citata intervista: la prima cosa che facciamo in un ambiente sconosciuto è attivare le percezioni sensoriali per dare “’un’occhiata in giro” e verificare l’eventuale presenza di pericoli, poi passiamo ad elaborazioni mentali più complesse.

A livello più “astratto”, corrispondente all’insieme dei tre cervelli ossia a tutta la mente, è dimostrata, nel coaching ed in altre tecniche di “potenziamento” mentale, la efficacia del modello dei livelli logici di Bateson-Dilts (si veda [5]); senza entrare nei dettagli di tale modello, ne traiamo un postulato: le nostre capacità ed i nostri comportamenti nell’ambiente in cui ci troviamo dipendono dalle nostre convinzioni e dai nostri valori.

Mettendo insieme tutto questo traiamo alcune semplici regole:

  • Gli esseri umani diffidano “istintivamente” del diverso (chi dice che non è vero analizzi in modo oggettivo e senza pregiudizi le sue sensazioni quando in uno spazio ristretto come un vagone entra una persona chiaramente diversa da tutti gli altri).
  • Il nostro comportamento, ossia la reazione agli stimoli sensoriali che percepiamo, dipende dalla combinazione delle regole del nostro cervello rettile con quelle delle nostre convinzioni e valori.
  • Convinzioni e valori di un certo tipo, combinati con emozioni legate alla sopravvivenza come la paura e la rabbia, specialmente in momenti particolari della storia possono condurre a considerare “giusti”, anche a livello di intere nazioni, comportamenti in altre circostanze definibili come “criminali”.

Questi meccanismi possono essere (e sono stati tante volte) pilotati per motivi vari: “entro ogni uomo esiste un potenziale nazista, immergetelo in un bagno di propaganda adeguata e vedrete cosa ne vien fuori” (frase attribuita al filosofo Bertrand Russel, si veda anche [4]).

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[/sf_iconbox]Historia magistra organizationis: l’interno delle società

I meccanismi della sopravvivenza individuale e dei propri cari (familiari, parenti, amici, concittadini del villaggio…) hanno influito in molti casi anche nella struttura interna di organizzazioni ed entità “statali” nel corso dei secoli.
Per analizzare questa parte è importante aggiungere ai meccanismi analizzati sopra il modello della Piramide dei Bisogni di Maslow, che li completa ponendo in gerarchia i bisogni dell’essere umano, a partire da quelli più necessari per la semplice sopravvivenza (come per esempio il cibo e che soddisfano le regole del cervello rettile), passando per la sicurezza (individuale, di salute, di proprietà…) per giungere all’appartenenza (ad un gruppo, una comunità e alle relazioni di amicizia, amore…), fortemente associate al cervello mammifero: non scordiamo tutti i paralleli che gli antropologi hanno scoperto tra le organizzazioni sociali umane e l’organizzazione sociale delle scimmie, il branco dei lupi etc.
All’interno di una struttura sociale i primi bisogni sono la sopravvivenza e la sicurezza. Seguono la possibilità di evoluzione sociale in base alle proprie capacità e in base alle pressioni contingenti individuate come preminenti.
[bctt tweet=”All’interno di una struttura sociale i primi bisogni sono la sopravvivenza e la sicurezza. Seguono la possibilità di evoluzione sociale in base alle proprie capacità e in base alle pressioni contingenti individuate come preminenti.” username=”MapsGroup”]
Nel medioevo, ad esempio, la paura delle invasioni da parte di nemici avevano prodotto una società chiusa ed arroccata su se stessa, che chiedeva protezione al feudatario, accettandone in cambio il potere.
Nella rinascita dopo l’anno mille, invece, le strutture sociali cambiarono e le città ripresero la loro importanza. Nell’Italia tra il 1100 e il 1300, infatti, i Comuni – essenzialmente città-stato organizzate in modo analogo all’antica repubblica romana – si affrancarono progressivamente dal Sacro Romano Impero, in nome della libertà (ricordiamo, ad esempio, la Battaglia di Legnano).
Muraglia CineseMa ogni città agiva in primo luogo in base ai propri interessi e all’interno stesso delle città agivano fazioni in lotta fra loro.
Questo condusse prima verso le Signorie (“così ora darsi in Signoria era la moda”, Corrado Barbagallo in [6]), e poi alla creazione degli Stati Regionali Italiani, che consentirono comunque, principalmente nel periodo compreso fra il 1454 e il 1494 lo sviluppo dell’economia, delle arti e di tante altre cose che oggi chiamiamo Umanesimo e Rinascimento.
Cambiando scenario, in vari paesi dell’Europa, soprattutto nella Francia, le rivolte contadine come la Jacquerie – causate sia da prelievi fiscali eccessivi, sia dalle carestie e dagli effetti indiretti delle guerre – hanno influito non poco sul mantenimento del potere da parte delle classi dominanti.
E anche la rivoluzione francese, che tanto ha influenzato la storia europea, può essere vista come una versione più estesa di rivolta. Rivolte contadine sono esistite anche presso entità imperiali molto più consolidate, come la Cina, dove hanno contribuito alla caduta di imperatori.
In generale quindi cosa possiamo trarre da questi avvenimenti:

  • L’esasperazione delle persone rispetto ai bisogni elementari conduce alla reazione, anche violenta, se non esistono altri modi per cambiare la situazione.
  • Spesso le reazioni violente sono state pilotate da persone appartenenti alle classi dominanti per cambiare equilibri di potere o per conquistare il potere.
  • Il mantenimento di una organizzazione sociale nel momento in cui la maggior parte delle persone ha soddisfatto i propri bisogni più importanti è molto più facile.
  • Cambiamenti in sistemi esterni che influiscono su un sistema sociale possono creare i presupposti per un cambiamento sfavorevole ai bisogni della popolazione, a sua volta causa di reazioni violente.
  • La difesa a oltranza di organizzazioni valide in passato (“cristallizzazione della società” o “difesa del buon tempo antico”) non serve, anzi, può essere controproducente.

È utile osservare come esempio per questo gli avvenimenti della Cina degli ultimi anni: resosi conto del malcontento montante negli strati più bassi della società, aggravato ulteriormente dal rallentare della impetuosa crescita economica cinese, il presidente Xi Jinping ha adottato misure drastiche ed efficaci contro la corruzione (approfittandone nel contempo per rafforzare il potere del suo gruppo di fedelissimi entro le strutture dello stato), contro l’inquinamento e contro altre cause del malcontento.
Erede degli antichi imperatori cinesi, Xi Jinping è un ingegnere chimico, ha ampia esperienza politica e conosce bene la storia cinese. Osservando la Cina attuale e la sua organizzazione viene quasi spontaneo definirla uno stato-azienda (o un’unica azienda gigante grande come uno stato)… A questo proposito è utile citare una frase da un discorso tenuto da Mauro Moretti, allora amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, nel 2013 a Brescia.
Moretti era da poco tornato da una missione commerciale in Cina e riferì questa frase di un alto dirigente cinese in relazione ad una trattativa commerciale con gli USA: “nella nostra delegazione (cinese) noi eravamo (ingegneri,) impegnati a costruire il futuro, gli americani erano tutti (avvocati,) impegnati a difendere il passato”.

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Historia magistra vitae: il caso dell’Isola di Pasqua

Sino ad ora abbiamo considerato la storia umana quasi esclusivamente dal punto di vista degli esseri umani. Ma gli esseri umani esistono entro il sistema “pianeta Terra”, composto a sua volta da tanti sistemi ed eco-sistemi collegati fra loro ed a sua volta soggetto alle influenze degli altri corpi celesti vicini come il Sole, fonte primaria delle energie che servono alla vita, la Luna (principalmente per le maree, non a caso definite “respiro degli oceani”…).
Le influenze esterne si sono manifestate più volte nella storia della Terra: una delle più importanti è l’estinzione dei dinosauri avvenuta in seguito all’impatto del grande meteorite circa 65 milioni di anni fa. Senza quell’avvenimento oggi la maggior parte delle specie animali (noi compresi) non esisterebbero e i mammiferi sarebbero ancora piccoli animali notturni simili a topi (si veda [7]).
[bctt tweet=”Acuni eventi, come le pestilenze, hanno imperversato più volte, in passato, sul nostro pianeta, con effetti devastanti sulle società umane. E i fattori climatici hanno influito pesantemente sulla Storia. ” username=”MapsGroup”]
E anche l’interno della Terra si manifesta con le sue influenze. Pensiamo alla disastrosa eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo che, oltre a sommergere le città romane di Ercolano e Pompei, causando la morte delle migliaia di abitanti delle stesse, ha addirittura cambiato la forma della montagna.
O, in tempi recenti, ai disastrosi terremoti che hanno sconvolto varie regioni del mondo e colpito anche pesantemente il nostro paese, con l’effetto di morti, sofferenze e gravi effetti economici…
Le pestilenze più volte in passato hanno imperversato, con effetti devastanti sulle società umane. E i fattori climatici hanno influito pesantemente sulla Storia. Solo a titolo di esempio citiamo la spaventosa eruzione del vulcano Tambora, in Indonesia, avvenuta nell’aprile 1815.
Isola di PasquaMilioni di tonnellate di polveri, accompagnate da sostanze inquinanti come gli ossidi di zolfo, furono sparate in atmosfera e, combinandosi con il vapore acqueo, causarono il formarsi di una specie di “nebbia” nella alta atmosfera. Oltre a molte migliaia di morti nelle vicinanze del vulcano, l’effetto secondario fu una grande piovosità nei mesi successivi ed un drastico abbassamento delle temperature (“anno senza estate”).
Il primo probabile effetto sulla Storia di questa eruzione è il suo contributo alla sconfitta di Napoleone a Waterloo nel giugno del 1815, dovuto al fango causato dalle piogge eccezionali di quel periodo che impedì all’esercito francese di usare al pieno potenziale la propria cavalleria.
E negli ultimi secoli l’effetto delle azioni umane sul sistema “pianeta Terra” è diventato sempre più intenso.
A tal proposito è utile prendere in esame un caso particolare: l’isola di Pasqua nell’oceano Pacifico meridionale. L’isola era disabitata fino circa all’anno 900-1000 d.C. ed era coperta di una immensa foresta di palme. Un uso smodato delle risorse e l’eccessivo aumento della popolazione in pochi secoli causarono l’inaridimento progressivo dell’isola e la sparizione degli alberi e di molte risorse alimentari. La conseguenza fu un progressivo inasprimento dei rapporti fra i gruppi sociali degli abitanti, con guerre e atti di cannibalismo. Per approfondimenti si raccomanda il documentario di Alberto Angela
Un fatto analogo avvenne con l’eccessivo sfruttamento dei piccoli boschi della Groenlandia da parte dei Vichinghi che l’avevano colonizzata intorno all’anno 1000. I Vichinghi avevano bisogno del legno e l’eccessivo sfruttamento eliminò una risorsa vitale per la società vichinga, provocando la decadenza e poi la fine delle colonie. E’ interessante tuttavia notare come la popolazione degli Inuit, che aveva adottato uno stile di vita molto più rispettoso dell’ambiente, sopravvisse anche a questo inaridimento, tanto che tutt’ora i loro discendenti abitano la Groenlandia.
Tornando ai tempi nostri – e ai ghiacci – sappiamo che l’impatto dell’azione umana sul clima viene di solito indicato come “riscaldamento globale”. In realtà questa espressione è riduttiva e incompleta, portando con se un modello eccessivamente semplificato degli effetti. Più gas a effetto serra in atmosfera significano più radiazione solare trattenuta e quindi più energia in atmosfera.
Per spiegare questo effetto è utile la metafora del sistema “pentola sul fuoco”. Se noi aumentiamo la potenza della fiamma, e quindi forniamo più calore all’acqua contenuta nella pentola, questa bolle più forte, quindi le correnti interne sono più veloci, le bolle più grandi… In sostanza il sistema è analogo ad un sistema fisico con feedback positivo in cui le oscillazioni diventano sempre più forti. Si veda come esempio di questo tipo di effetto il filmato sul disastro del ponte Tacoma.
Le fluttuazioni climatiche sono sempre esistite negli ultimi milioni di anni, di solito però si esprimevano in decenni o secoli. Ma la presenza di più energia “intrappolata” in atmosfera non fa altro che amplificarle maggiormente, sia come effetti (eventi meteo estremi), sia come scala temporale (ad esempio, anno 2014 con estate molto piovosa, anno 2015 con estate molto secca o anche periodi molto piovosi alternati a periodi molto caldi nella stessa estate…).
[bctt tweet=”Le fluttuazioni climatiche sono sempre esistite negli ultimi milioni di anni, di solito però si esprimevano in decenni o secoli. ” username=”MapsGroup”]
Continuando ad immettere gas serra in atmosfera stiamo amplificando, in modo drammatico, le oscillazioni climatiche pre-esistenti, conducendo ad un clima sempre più “caotico”.
Che informazioni di tipo generale possiamo dedurre da tutto ciò?

  • La nostra società è complessa, si basa sul continuo afflusso di risorse, che potrebbero venire meno o essere disponibili in minore quantità, con effetti sulla stabilità sociale.
  • Non siamo indipendenti dall’ambiente, nonostante tutta la nostra tecnologia.
  • Non voler vedere le cose o fare finta che non esistano è una mossa suicida; ma anche propagandare interventi “ideologici” e non sistemici è altrettanto pericoloso.
  • L’intervento deve avvenire a tutti i livelli: ad esempio, lamentarsi che “ci sono sacchi della spazzatura in giro” e poi contribuire a buttare spazzatura in giro è oltre che dannoso, ipocrita.

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[/sf_iconbox]Historia magistra omnium rerum:
che lezione complessiva possiamo trarre?

Se applichiamo l’analisi dei sistemi in modo oggettivo alla situazione attuale possiamo concludere che nel 2100 potrebbe non esistere più alcun essere umano sul pianeta Terra. E’ una certezza? Ovviamente no, è solo un futuro possibile, che dobbiamo fare in modo di cambiare.
Stiamo, in sostanza, giocando col fuoco. O, in altri termini, facendo gli apprendisti stregoni, senza sapere quali possono essere le conseguenze delle nostre azioni e della combinazione di esse. Ricordiamo che il pianeta Terra è un grosso sistema, composto di tanti sotto-sistemi collegati fra loro, che evolvono in modo non lineare, come rappresentato validamente nella metafora dell’effetto farfalla. E gli effetti possono andare in tutte le direzioni.
Effetto FarfallaL’auto-distruzione della specie umana non è inevitabile.
Già più volte in passato ci sono stati rischi gravi per la nostra specie. Solo in tempi molto recenti si è arrivati alla possibile distruzione totale ad opera dell’uomo.
Prendiamo il periodo della guerra fredda, con l’equilibrio del terrore poggiante sulla mutua distruzione reciproca assicurata con le armi atomiche. In almeno due occasioni (a quanto noto pubblicamente) si è arrivati molto vicino alla guerra nucleare.
Prendiamo il primo caso: la crisi dei missili di Cuba, nel 1962. Il mondo fu veramente sull’orlo della guerra, quasi nel momento previsto da un film sul tema della guerra atomica del 1959, L’ultima spiaggia. Anche se molti documenti sono stati presentati, diversi film sull’episodio realizzati, ancora non vi è certezza su quanto esattamente avvenne. L’intervento di mediazione di Papa Giovanni XXIII, che contribuì in modo decisivo allo sbloccarsi della crisi, non è completamente noto. E tuttavia accadde.
Emblematico è anche il secondo caso: nel 1983 il colonnello Petrov della forza missilistica dell’URSS identificò correttamente come malfunzionamento di un sistema (più tardi fu scoperto dovuto a una condizione di illuminazione non prevista da chi aveva progettato i sensori) la segnalazione di un attacco atomico condotto dagli USA da parte di un satellite spia. Per questo il colonnello fu anche redarguito e la sua carriera compromessa.
Cosa possiamo trarre da tutto questo?
Che la nostra sopravvivenza dipende dal buon senso e dalla intelligenza, oltre che dalla conoscenza del mondo e di noi stessi, in modo sistemico. Se sapremo applicarle a livello di società umana, allora, sopravviveremo. O forse, in altri termini, qualcuno ci giudicherà degni di sopravvivere.

Giulio Destri


  • Bibliografia
  • [1] Paul D. MacLean – Evoluzione del cervello e comportamento umano. Studi sul cervello trino – Ed. Einaudi.
  • [2] Paolo Borzacchiello – Vendere ai 3 cervelli – Ed. Unicomunicazione.it.
  • [3] Oren Klaff- Pitch Anything: la presentazione perfetta – Ed. ROI Edizioni.
  • [4] Bertrand Russel – Storia della Filosofia Occidentale e dei suoi rapporti con le vicende politiche e sociali dall’antichità ad oggi – scaricabile QUI.
  • [5] Robert Dilts – Cambia le convinzioni con la PNL. I livelli di pensiero – Ed. Unicomunicazione.it e Il manuale del Coach – Ed. Unicomunicazione.it
  • [6] Corrado Barbagallo – Storia Universale – Ed. UTET.
  • [7] Robert Jastrow – Il Telaio Incantato – Ed. Mondadori.

CREDITS
Immagine di copertina (immagini rielaborate):
Cartina del mondo ID Immagine: 47275200. Diritto d’autore: max776.
Clessidra ID Immagine: 46736255. Diritto d’autore: Narith Thongphasuk.
 
Immagini nell’articolo:
Navigazione ID Immagine: 29013324. Diritto d’autore: Eugene Sergeev.
Isola di Pasqua ID Immagine: 77822383. Diritto d’autore: Laurent Davoust.
Muraglia cinese ID Immagine: 41511176. Diritto d’autore: Sean Pavone.
Farfalla ID Immagine: 41731974. Diritto d’autore: vician.
Rappresentazione del cervello umano ID Immagine: 119628144. Diritto d’autore: designua.
Filosofo Platone ID Immagine: 81933668. Diritto d’autore: Stefanos Kyriazis.
Soldati romani ID Immagine: 31099976. Diritto d’autore: Peter Bernik.
Cartina Antica ID Immagine: 65820318. Diritto d’autore: Dmitry Rukhlenko.
Manoscritti ID Immagine: 29453970. Diritto d’autore: Alfio Scisetti.

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ROSE al Primo Convegno Nazionale CINI sull’Intelligenza Artificiale.

Il 18 e 19 marzo si è svolto a Roma ‘Ital-IA 2019’, il primo Convegno Nazionale sull’Intelligenza Artificiale del Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (CINI).

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ROSE al Convegno CINI
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L’evento è stato organizzato, in collaborazione con Confindustria, dal Laboratorio Nazionale ‘Artificial Intelligence and Intelligent Systems’ (AIIS), creato dal CINI nello scorso Giugno 2018 con il sostegno del Dipartimento di Informazione e Sicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Un’entità, quella del AIIS Lab, nata per:

  • sviluppare competenze e valorizzare eccellenze nazionali che sappiano cogliere ogni potenzialità di sviluppo legata alle tecnologie dell’Intelligenza Artificiale;
  • promuovere, in questo campo, il ruolo scientifico e tecnologico dell’Italia nell’Europa e nel Mondo.

Nella giornata del 18 marzo sono stati presentati quasi 400 progetti con lo scopo di far emergere sinergie tra istituzioni pubbliche, industria italiana e la ricerca scientifica delle università.

Anche Maps era presente con il collega Vieri Emiliani che, nel contesto della sessione su ‘AI for Transportation and Smart Cities’, ha raccontato gli elementi rilevanti di utilizzo dell’Intelligenza Artificiale all’interno dell’esperienza ROSE, la piattaforma creata dal team di ricercatori Maps per la gestione di smart grid.

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Il progetto ROSE
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ROSE è la proposta di Maps, sviluppata e sperimentata sul caso reale della Smart Polygeneration Microgrid del Campus Universitario di Savona, per un miglior utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili.

Come è noto, la natura intermittente e la numerosità di tali fonti comporta problemi nella gestione e distribuzione dell’energia. ROSE è stata progettata allo scopo di risolvere tali problematiche e rendere più ‘intelligenti’ le smart grid.
La piattaforma ROSE è una verticalizzazione, per il settore energetico, della soluzione Smart Aggregator di Maps. I blocchi principali di ROSE, ossia

  • il sistema di ottimizzazione della pianificazione energetica e
  • i modelli predittivi di consumo e produzione dell’energia

integrano i dati di campo, ed eventi interni ed esterni, con i pronostici di consumo e produzione. Tutto questo permette di aggiornare in tempo reale la pianificazione di un mix di risorse energetiche, attuando le necessarie regolazioni sui diversi dispositivi.

Il primo prototipo di ROSE è stato presentato dal Comune di Genova nell’ambito del ‘Global City Team Challenge 2017’ ed ora è in corso un progetto di integrazione di ROSE in un sistema di Demand Response, grazie a una collaborazione con Enel S.p.A. e le Università di Genova e Siviglia.

A questo lavoro ha contribuito, per MAPS, anche Giovanni Eruzzi. Insieme a Vieri Emiliani hanno collaborato con alcuni docenti e ricercatori dei Dipartimenti di Ingegneria Elettrica e di Ingegneria Informatica dell’Università di Genova.

Maggiori dettagli su quanto presentato al Convegno sono indicati nell’Extended Abstract, reperibile a questo link, mentre informazioni generali sul convegno e su tutti gli interventi che si sono tenuti potete trovarli sul sito del convegno.


Credits Immagini:
Immagine di copertina, ID Immagine 101730127 da 1234rf; Photo by Preechar Bowonkitwanchai
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Maps: entra nel vivo il progetto liguria 4p health per il censimento anonimizzato delle cronicità.

MAPS: ENTRA NEL VIVO IL PROGETTO LIGURIA 4P HEALTH PER IL CENSIMENTO ANONIMIZZATO DELLE CRONICITÀ.

L’obiettivo è sviluppare una piattaforma di eHealth/mHealth in grado di seguire e accudire il paziente attraverso il suo “viaggio” di prevenzione e cura.

 

Parma, 17 aprile 2019

 

Entra nel vivo ‘Liguria 4P Health’, uno dei quattro progetti complessi di attività di ricerca nell’ambito del Polo Ligure Scienza della Vita (PLSV), cofinanziati da Regione Liguria grazie al bando POR FESR 2014-2020 “Ricerca ed Innovazione – Azione 1.2.4 – Supporto alla realizzazione di progetti complessi di attività di ricerca e sviluppo per le imprese aggregate ai Poli di Ricerca ed Innovazione”.

Il progetto ‘Liguria 4P Health’ (Predictive, Personalized, Preventive, Participatory) permette il censimento anonimizzato dei soggetti potenzialmente cronici, utilizzando anche le informazioni di tipo clinico presenti in forma narrativa (testo libero) all’interno dei documenti sanitari.

Le informazioni sono estratte mediante elaborazione semantica avanzata e messe a disposizione degli algoritmi di individuazione dei soggetti cronici stessi.

Le nuove modalità di censimento dei soggetti potenzialmente cronici consentiranno di ottenere:

  • una maggior precisione nella loro individuazione,
  • una limitazione delle situazioni di falsi positivi (soggetti individuati dall’algoritmo ma non idonei) e falsi negativi (soggetti idonei ma non individuati dall’algoritmo).

Si tratta di una delle prime esperienze del genere a livello nazionale e internazionale, in cui il PLSV crede molto in termini di innovazioni e ricadute, sociali ed economiche, positive per il territorio ligure visto che – sia in Liguria sia in altre realtà regionali – le elaborazioni sulle banche dati sanitarie, finalizzate all’individuazione dei soggetti potenzialmente cronici, vengono tipicamente effettuate in modo “tradizionale”, ovvero utilizzando solamente le informazioni strutturate presenti nei cosiddetti flussi informativi riguardanti i consumi sanitari (ricoveri, farmaci e prestazioni ambulatoriali e di diagnostica strumentale).

Walter Locatelli, commissario di A.Li.Sa., commenta:

«Avere a disposizione sistemi informatici sempre più articolati per evidenziare lo stato di salute e i bisogni dei cittadini  permette di ottimizzare l’organizzazione dei servizi sanitari e socio-sanitari a favore di una programmazione più efficiente, efficace e appropriata».

Il progetto è reso possibile grazie al raggruppamento d’imprese guidata da MAPS S.P.A. e comprendente altre cinque realtà presenti sul territorio ligure (Camelot Biomedical Systems S.r.l., ETT S.p.A., FOS Green Tech S.r.l, Rulex Innovation Labs Srl, Netalia S.r.l, Nextage S.r.l), insieme ad A.Li.Sa (Azienda Sanitaria della Regione Liguria) e Liguria Digitale S.p.A. (soggetto Gestore del Polo Salute e Scienze della Vita di Regione Liguria).

Paolo Piccini, presidente del Polo e amministratore unico di Liguria Digitale, ha dichiarato:

«Il valore del Polo Ligure Scienza della Vita è la creazione di una rete stabile di collaborazioni e di nuovi progetti in grado di supportare le aziende liguri che operano in tale settore. Mettere in sinergia competenze e approcci diversi, eccellenze nella ricerca come quelle presenti in Liguria, significa andare ben oltre la sperimentazione di tecnologie e dispositivi a supporto della cura. In questo senso, il Polo è un motore che ha un enorme potenziale, anche sociale, a supporto della competitività della nostra Regione e dello sviluppo di servizi innovativi, economicamente sostenibili e rispondenti alle esigenze sempre maggiori dei cittadini in un ambito strategico come quello delle Scienze della vita».

Più tecnicamente, il progetto Liguria 4P Health ha come obiettivo quello di sviluppare un prototipo funzionante di piattaforma di eHealth/mHealth in grado di seguire e accudire il paziente attraverso il suo “viaggio” di prevenzione e cura, partendo da un insieme di tecnologie diagnostico-riabilitative di avanguardia come smart assistive environments, smart and autonomous robots, wearable devices e gamification in healthcare.

Tali tecnologie, legate ad una piattaforma intelligente che comprende big data analytics, machine learning, semantic knowledge discovery, computer interpretable guidelines o CIGs, possono:

  • guidare in maniera personalizzata il piano di trattamento;
  • prevedere e prevenire l’insorgenza di complicazioni o nuove criticità;
  • intercettare situazioni di declino verso lo stato di fragilità.

Il valore del progetto Liguria 4P Health, approvato da FILSE, è di 1.754.523,42 € (di cui spesa massima finanziata di 987.259,83€), terminerà entro Luglio 2021 ed è realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Genova e il Consiglio nazionale della Ricerche, con il coinvolgimento di A.Li.Sa. (Azienda Sanitaria della Regione Liguria).

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GRUPPO MAPS

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business. Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari (CAGR 2018–2020 pari a circa +20%).
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale. Il Gruppo investe costantemente in R&D: negli ultimi 5 anni ha complessivamente destinato all’innovazione Euro 3,5 milioni.
La divisione Research & Solutions, costituita nel 2016, include 12 risorse altamente qualificate ed è responsabile dell’individuazione dei bisogni informativi del mercato e dello sviluppo di software ad hoc per i Clienti.
Il Gruppo chiude il 2018 con ricavi consolidati pari a Euro 16,7 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a circa il22%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion. Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011) e Artexe (2018).
Comunicato disponibile su emarketstorage e su MAPS Group

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