Categorie
6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data

Storie di innovazioni passate, (NON)sostenibilità e nuove frontiere sociopolitiche: l’autoriflessività a partire dai dati.

[dropcap3]S[/dropcap3]ono passati pressappoco due anni da quando – nell’introdurre in 6Memes il tema degli indicatori sociali – citai questa frase di Victor Hugo: “Niente al mondo è così potente quanto un’idea della quale sia giunto il tempo”.
Era il 2017 e sembrava che fosse finalmente giunto il tempo e l’Italia volesse addirittura giocare d’anticipo dotandosi non solo di indicatori di benessere Beyond GDP (Al di là del PIL) – come caldeggiato dalla commissione europea già a partire dal 2009 – ma addirittura tenendone conto nel Documento Programmatico di Bilancio dell’anno corrente. Fa un po’ ridere aver formulato il pensiero in questi termini considerato che di coefficienti di sviluppo sociale si parla dagli anni ’60.
Nel quadro Europeo, raccontavo nell’articolo – l’Italia è il primo Paese a collegare gli indicatori di benessere equo e sostenibile alla programmazione economica e di bilancio, attribuendogli un ruolo nell’attuazione e nel monitoraggio delle politiche pubbliche.
Negli ultimi tempi ho ripensato spesso alla frase di Victor Hugo e ai coefficienti di benessere sociale, mentre scorrevano insistentemente nei nostri feed le dispute sulla battaglia della giovanissima studentessa svedese per cercare di arginare la corsa sfrenata di un convoglio su cui l’umanità a un certo punto della sua storia è salita festosa – affascinata dalla promessa di una fermata nel paese dei balocchi – per scoprire troppo tardi di essere lanciata verso il precipizio fatale del disastro ecologico.
La crisi ecologica (e non solo) in cui siamo immersi è una faccenda complessa, parte da molto lontano e i motivi per cui i governi (e la maggior parte delle persone) sembrano non volersene troppo preoccupare non so se dipenda dal fatto che la popolazione del pianeta sia ormai rassegnata all’inevitabile o si sia scoperta dotata di pinne:

Ci sono questi due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: “Salve ragazzi, com’è l’acqua?” e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: “Che diavolo è l’acqua?”

David Foster Wallace, This is water.

[sf_iconbox image=”ss-rainumbrella” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La crisi ecologica, l’antropocene e il cannibalismo

 
Alcuni studiosi fanno risalire l’attuale crisi ecologica a Cristoforo Colombo come a colui che ha dato origine alla prima globalizzazione. Scrive Charles Mann giornalista e saggista statunitense Nel suo libro 1493. Pomodori, tabacco e batteri. Come Colombo ha creato il mondo in cui viviamo:

Sorprende scoprire che la globalizzazione arricchisce il mondo da quasi cinque secoli. E crea turbamento pensare alla storia, altrettanto lunga, delle convulsioni ecologiche che essa ha provocato, e alle sofferenze e al caos politico che ne sono discesi.
Nondimeno questa visione del nostro passato ha una sua grandezza: ci ricorda che ogni angolo della Terra ha avuto un ruolo nella storia dell’umanità e che tutti, nessuno escluso, siamo inseriti nel progresso, più ampio e incommensurabilmente più complesso, della vita su questo pianeta.”

L’idea che le patate dolci e il mais (l’idea quindi che l’ecologia e l’economia) siano stati fra i protagonisti del collasso dell’ultima dinastia cinese sorprende Mann (e non meno turba chi scrive) perché lo storytelling è sempre lo stesso da secoli: navigatori eroici che salpano verso mari in tempesta per la conquista di rotte ignote, intrepidi esploratori che grandeggiano nelle sconfinate praterie…
[bctt tweet=” Lo storytelling è sempre lo stesso da secoli: navigatori eroici che salpano verso mari in tempesta per la conquista di rotte ignote, intrepidi esploratori che grandeggiano nelle sconfinate praterie…” username=”MapsGroup”]
All’epoca delle esplorazioni e della scoperta dell’America (1493) si fa ancora tradizionalmente iniziare l’età moderna e l’inizio di un processo di globalizzazione ante litteram – il salto insomma è da Isabella a Greta – ma bisognerà arrivare al 1945 (data-simbolo) per dare origine all’epoca geologica attuale.
Epoca in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana, con particolare riferimento all’aumento delle concentrazioni di CO2 e CH4 nell’atmosfera (Treccani, Antropocene).

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il caso Italia: com’è andata a finire?

 
Senza spingerci tuttavia così indietro, torniamo al Documento Programmatico di Bilancio del 2017 e in particolare a questo passaggio: la crisi e prima ancora la globalizzazione hanno reso evidenti i limiti di politiche economiche volte esclusivamente alla crescita del PIL. L’aumento delle diseguaglianze negli ultimi decenni in Italia e in gran parte dei Paesi avanzati, la perdurante insufficiente attenzione alla sostenibilità ambientale richiedono un arricchimento del dibattito pubblico e delle strategie di politica economica.
In questa prospettiva il Parlamento ha inserito nella riforma della legge di contabilità e finanza pubblica il benessere equo e sostenibile tra gli obiettivi della politica economica del Governo.”
Ma gli obiettivi della politica economica si sa, possono cambiare anche repentinamente così ho fatto un esercizio semplicissimo: ho cercato e scaricato il Documento Programmatico di Bilancio 2019 e all’interno del documento ho fatto una ricerca per parola chiave “sostenibilità”. Il motivo per cui tra i vari domini del Documento Programmatico ho scelto quello ambientale è abbastanza evidente: difficile fare ragionamenti sensati sul benessere sociale se non avremo più un posto dove vivere.
[bctt tweet=”La perdurante insufficiente attenzione alla sostenibilità ambientale richiede un arricchimento del dibattito pubblico e delle strategie di politica economica.” username=”MapsGroup”]
La ricerca per parola chiave sostenibilità nel documento ha dato un risultato pari a zero. Allora ho provato con “sostenibile” e ho ottenuto ben 4 evidenze tutte riferibili al Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima – in definizione – da presentare alla Commissione UE entro il 2019 con particolare attenzione alla Mobilità Elettrica e il rimando a un Disegno di Legge recante introduzione di un regime fiscale agevolato per le aziende che implementano strategie di riduzione dell’inquinamento (c.d. Ires verde).
Tralasciando l’utilizzo ormai abusato di quell’implementano ho cercato “Ambiente” senza ottenere occorrenze, mentre il dominio “Ambientale” indica finalmente una misura ovvero la promozione dell’economia circolare: razionalizzazione e armonizzazione della normativa ambientale in materia di rifiuti
Nel 2017 gli indicatori BES inclusi nella programmazione economica e di bilancio erano 4 e sono attualmente 12. Uno solo di questi riguarda l’ambiente e nella relazione sugli indicatori 2019 presentata del Ministro dell’Economia e Finanza al Parlamento si legge che “In tema di inquinamento, il rinnovo degli incentivi all’efficienza energetica delle abitazioni e il meccanismo ‘bonus-malus’ su auto elettriche e a combustione interna darà un utile contributo al miglioramento della qualità dell’aria.”
Lo studio successivo dei vari documenti completi non ha evidenziato evidenti priorità del tema ecologico, il che ancora una volta turba ma non sorprende. Non sorprende neanche che chi governa ritenga di dover dare enfasi ad altri argomenti slegati l’uno dall’altro e proviamo a spiegarne i motivi nel seguito a partire, ça va sans dire, dai famigerati dati e da come ce li raccontano.
L’esempio precedente dimostra ancora una volta come la tecnologia abiliti chiunque, purché dotato di un dispositivo connesso a Internet, ad effettuare un monitoraggio – seppur semplicistico e parziale come in questo caso – per comprendere la portata e le conseguenze delle scelte pubbliche. E nello stesso modo chiunque, da un qualunque posto nel mondo, purché dotato di un dispositivo connesso a Internet, può partecipare alla ridefinizione di quelle scelte o quantomeno tentare di influenzarne gli aspetti ritenuti importanti o imprescindibili per il proprio benessere.
[bctt tweet=”Sempre più spesso le nuove frontiere della progettualità sociale e politica poggiano su strategie del consenso basate sull’utilizzo spinto dei Big Data.” username=”MapsGroup”]
Ma di questo sono ben consapevoli anche coloro che di scelte pubbliche si occupano. Ed è per questo che sempre più spesso le nuove frontiere della progettualità sociale e politica poggiano su strategie del consenso basate sull’utilizzo spinto dei Big Data (come detto in altre occasioni), su quello che gli americani definiscono Issue ownership – ovvero l’aver lanciato e cavalcato per primi l’onda di un determinato tema – ma anche e soprattutto sull’uso sapiente di un manipolo di piattaforme social a fini propagandistici.
La sicumera di chi governa si può fondare dunque su abilità politico-digitali in un contesto in cui il (mezzo) digitale può facilmente cannibalizzare il contenuto politico: non chiedete alla politica realismo, pragmatismo, serietà, risposte ai problemi, bensì slogan, favole in cui credere, il lieto fine, il vissero per sempre felici e contenti; non chiedete alla politica verità ma il ragionevole dubbio; non siate cittadini ma epigoni, discepoli, followers.
Di solito a questo punto del discorso da un lato si invoca Umberto Eco, gli imbecilli, il monopolio di Google, l’invenzione della macchina del tempo per affondare le caravelle, dall’altra il transumanesimo e la liberazione del genere umano dalle costrizioni imposte dalla corporeità, il potere salvifico della tecnologia e della digitalizzazione.

[sf_iconbox image=”ss-writingdisabled” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Ma davvero la contrapposizione è l’unica soluzione?

 
La cultura dominante della contrapposizione, delle fazioni opposte, delle ragioni dell’io (e dell’io limitrofo) – “perché a me è successo di vedere un topo accanto ai cassonetti e quindi tutti dobbiamo morire, anche mia sorella una volta mentre attraversava la strada ha visto un topo” e così via argomentando – delle barricate tirate su un po’ ovunque ci impediscono di vedere come quelle stesse tecnologie, quelle stesse piattaforme, quegli stessi strumenti e quegli stessi luoghi permettono come mai prima d’ora di migliorare consapevolezza e competenza, di scardinare i nostri pregiudizi, di creare e diffondere cultura dell’innovazione e il rispetto per gli ambienti in cui viviamo, siano essi fisici o no.
Umberto Eco diceva anche: “per me l’uomo colto non è colui che sa quando è nato Napoleone, ma colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve, in due minuti”. Ed è vero che rispetto a solo pochi decenni fa il sapere è ormai accessibile a chiunque da un dispositivo connesso a internet, ma è pur vero che il sapere è diluito in un mare di dati e occorrono mappe e capacità di accedervi: il nuovo sapere è la capacità di orientarsi nella conoscenza e di relazionarsi con la complessità.
[bctt tweet=”Se è vero che rispetto a solo pochi decenni fa il sapere è ormai accessibile a chiunque da un dispositivo connesso a internet, è pur vero che il sapere è diluito in un mare di dati e occorrono mappe e capacità di accedervi. ” username=”MapsGroup”]
Tornando ai pesci e al discorso per la cerimonia delle lauree al Kenyon college di David Foster Wallace:

Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare.
Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare.

Tirando le fila: per quanto possa sembrare complesso si tratta di avere coscienza di cosa sono “io” (come insieme di dati) per l’altro e di cosa è l’altro (come insieme di dati) per me. Si tratta di scegliere: essere consapevoli o inconsapevoli dell’acqua in cui siamo immersi.
 


[highlight]Approfondimenti[/highlight]
 


CREDITS
Immagini copertina (rielaborate):
ID Immagine 1: 27330761. Diritto d'Autore: Shihina
ID Immagine 2: 53727342. Diritto d'autore:  Nupean Pruprong

 

Categorie
6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Condivisione della conoscenza: vita da Social Media Manager. Intervista a Simone Bennati.

[dropcap3]P[/dropcap3]roseguiamo le nostre ricerche in rete su come “scomplessare” la complessità con un’intervista a un blogger che ha fatto della comunicazione diretta – in primo luogo con un uso originale e immediato del linguaggio, solo all’apparenza semplificato – il suo tono di voce.

E, così facendo, ha raggiunto in breve tempo non solo una meritata notorietà, ma è riuscito a rendersi davvero “utile” all’interno di questo mondo in rete così spesso pieno di ovvietà e – come si dice – fuffa. Ecco le nostre quattro chiacchiere – o più – con Simone Bennati, altrimenti conosciuto come Bennaker. A intervistarlo è la penna di Natalia Robusti.

 

[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

La prima domanda è banale e riguarda te, Simone, se hai voglia di rispondere. Perché hai deciso di intraprendere questa – chiamiamola così – professione (perché poi è uno stile di vita)?

 
Il desiderio di lavorare nel Digital è nato, sostanzialmente, nel momento in cui ho scoperto Internet e il Web. Mi riferisco, quindi, a qualche decennio fa, quando ancora ci si connetteva con il modem a 56k e collegarsi alla Rete significava tenere occupata la linea telefonica di casa.
È vero che il primo Personal Computer mi venne regalato a 9 anni, ma l’arrivo del World Wide Web trasformò quella che era una semplice infatuazione in un vero e proprio amore per il mondo digitale.
Ricordo ancora quando aprii per la prima volta un browser, Microsoft Internet Explorer, e vidi il mio primo sito Web (arianna.it, mi pare di ricordare). Solo pochi secondi più tardi esclamai: “Io, da grande, voglio fare questo. Non ho ancora ben capito cosa sia, ma voglio fare questo. Voglio creare ‘cose’ al PC che siano visibili da tutti grazie a Internet”.
È piuttosto romantico, lo so. Ma giuro che ho finito.

La scelta di marcare il tuo tono di voce in questo tuo modo caratteristico, un po’ “forte”, almeno secondo certe consuetudini, è stata una coincidenza, una scelta ponderata o un’attrazione irresistibile?

In realtà non è stata né una coincidenza, né un’irresistibile attrazione o scelta. Si è trattato, piuttosto, di una logica conseguenza.
Mi spiego: quando ricevo un input dall’esterno, come può esserlo un discorso che mi convince poco, il mio cervello reagisce esclamando qualcosa tipo: “Ma che c**** stai a dì?”. Ora, è ovvio che, a meno che non esista una solida confidenza tra me e il mio interlocutore, io non possa rispondere riportando le esatte parole prodotte dalla mia mente. Di conseguenza, nel momento in cui vado a controbattere, sono costretto a esprimere la mia contrarietà in una forma assai più cortese e accettabile.
Fare questo significa, per me, dovermi produrre in uno sforzo talvolta sovrumano, il quale non fa altro che consumare preziose energie. Energie che, se vivessimo in un mondo meno bigotto e perbenista, potrei investire in attività decisamente più proficue.
È per questo motivo che, ormai molto tempo fa, ho deciso di adottare un linguaggio chiaro e semplice: voglio evitare che gli altri debbano spendere le loro energie nell’interpretazione di ciò che sto dicendo. Quel che cerco di fare, quindi, è parlare direttamente ai cervelli usando il loro linguaggio.

Perché hai deciso – da subito, da quel che ho capito – di generare un sistema di condivisione della conoscenza (perché di questo si tratta) aperto e free, nonostante la competenza elevata dei suoi membri, come è il tuo gruppo su Facebook?

In realtà, “Ciccio, senti ‘na cosa” è nato allo scopo di risolvere un mio problema personale, ovvero quello di dover rispondere ogni giorno a decine di domande inerenti il Social Media Marketing, il Blogging, il Web Design e altre materie affini.
Quel che ho fatto, quindi, è stato creare uno spazio in cui coloro che hanno bisogno di aiuto, invece di contattare me, potessero condividere le loro problematiche con N individui. Questo non solo ha alleggerito il mio carico di lavoro, ma ha anche permesso agli altri di poter contare su un maggior numero di risposte e soluzioni.
Non sono un filantropo o un benefattore, ma solo uno che, in un certo momento della sua vita, ha capito che unire l’utile al dilettevole era la cosa giusta da fare.
E pare che funzioni alla grande…

Da parte mia, che mi occupo da alcuni anni, ormai, di temi che coniugano gli ambiti umanistici con quelli più tecnici, considero un dato di fatto che questi sistemi tendono a chiudersi. Nel tuo gruppo invece (provare per credere) non è così. Questo risultato è frutto di una strategia precisa o di un’ispirazione talentuosa?

“Ciccio, senti ‘na cosa” non vuole essere una sorta di club chiuso dove i membri sono accomunati da uno stesso problema, ma piuttosto una piazza. Una piazza che non ha porte d’accesso e all’interno della quale ognuno può condividere i propri dubbi e le proprie domande.
Inutile negarlo: il cammino di ognuno di noi è costellato da situazioni nuove e non sempre di facile approccio. Trovo, quindi, sia quantomeno rassicurante sapere che c’è un posto in cui non si va per cercare i propri simili, ma per confrontarsi con chi è diverso.
Se fossimo tutti uguali e avessimo percorso tutti lo stesso cammino, ci troveremmo di fronte a un numero finito di problemi e soluzioni. Il fatto di essere tutti diversi, invece, fa sì che il limite delle possibili combinazioni si espanda in modo pressoché infinito.

Parlando di complessità notiamo che ogni attività di intermediazione tende a scomparire, più o meno in ogni ambito. Il tuo gruppo invece è una sorta di contenitore che intermedia sapere ed esperienza, ma senza farne notare il peso nonostante l’indubbia qualità e specializzazione dei contenuti condivisi. Cosa ne pensi di questa riflessione?

Come dicevo poc’anzi, “Ciccio, senti ‘na cosa” non è pensato per ospitare coloro che muoiono dalla voglia di fare a gara a chi ce l’ha più lungo. Chi ha necessità di questo tipo può trovare asilo in molti altri gruppi e cerchie.
Ostentare le proprie conoscenze, così come avvilire chi è all’inizio del proprio percorso professionale, non è il tipo di atteggiamento che ci si aspetta da chi decide di entrare a fare parte di “Ciccio”.
Ti dirò di più: sono sempre molto attento a chi entra e chi esce dal gruppo e, le rare volte in cui mi sono visto costretto ad agire da Cerbero, non ci ho pensato un attimo ad allontanare i soggetti più instabili, e senza troppi complimenti.

Quali sono le tue aspettative sull’evoluzione del tuo gruppo? Cosa ti convince di più e su cosa invece senti di dover ancora lavorare?

Parlare di vere e proprie aspettative, forse, è un po’ troppo. Diciamo, piuttosto, che, essendo un gruppo molto ristretto (meno di 1.000 membri), confido nel fatto che possa svilupparsi ulteriormente in termini di qualità, più che di volume. Non mi interessa far sì che “Ciccio, senti ‘na cosa” diventi uno di quei grupponi di Facebook che contano decine di migliaia di membri. È un gruppo verticale, di nicchia e non destinato allo svago, quindi sperare nel coinvolgimento di utenti provenienti da ogni dove sarebbe quantomeno azzardato.
A convincermi di “Ciccio” è soprattutto la qualità dei contenuti, cosa su cui ho deciso di puntare sin dal primo giorno. Se, invece, dovessi indicarti un aspetto sul quale credo di dover lavorare di più, allora sarebbe sicuramente quello della promozione.
Purtroppo o per fortuna, non ho mai avuto la stoffa del venditore e, nonostante creda fermamente nel valore del mio prodotto (anzi, del nostro prodotto), non riesco a spingermi oltre certi limiti. Mi viene più facile creare, che pubblicizzare ciò che ho creato.

Un’ultima considerazione. Sostengo con convinzione le teorie che attribuiscono al principio di reciprocità un’istanza di sviluppo, anziché di “buonismo”. Tu, che dedichi tempo e risorse “aggratis” nel gruppo, senza nemmeno pubblicità o altro nei tuoi media, cosa ne pensi?

Io sono sempre stato sostenitore di un principio: se sei il primo a dare qualcosa, e lo fai in modo disinteressato e piacevole, allora la possibilità di essere scelto e ricevere qualcos’altro indietro è decisamente più alta.
D’altronde, è lo stesso principio su cui si basa Bennaker.com: ogni settimana pubblico un nuovo articolo in cui condivido informazioni, metodi, esperienze, considerazioni personali e quant’altro. E lo faccio senza chiedere nulla in cambio al lettore (non ho voluto mettere neanche i banner di Google, quindi figurati…).
Se mi produco in certe attività, quindi, è per far sì che nella mente di chi ne usufruisce si installi un buon ricordo. E da un buon ricordo possono nascere occasioni altrettanto buone, se non addirittura ottime.
Diceva Maya Angelou: “Ho imparato che le persone dimenticano ciò che hai detto e ciò che hai fatto, ma non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire”.
Il mio obiettivo è dimostrare che aveva pienamente ragione.

Dal tuo punto di vista privilegiato, cosa ci puoi raccontare sul mondo del lavoro in ambito Digital e delle professioni con cui hai a che fare quotidianamente?

Lo dico chiaro sin da subito: lavorare nel Digital è complicato, a tutti i livelli.
Basta guardare le statistiche per rendersene conto: quando si parla di digitale, l’Italia è quasi sempre agli ultimi posti in Europa, e talvolta anche nel mondo. Dato questo, è facile immaginare quali siano le difficoltà incontrate da chi ha deciso di operare in questo settore.
Non vorrei apparire disfattista, ma… c’è poco da stare sereni. Siamo molto indietro rispetto alle nazioni a noi vicine, nonché a molte di quelle lontane. Il nostro tasso di alfabetizzazione digitale è molto basso e questo, ad esempio, porta i più a non riuscire a distinguere le varie professionalità appartenenti al settore digitale.
La prova è data dal fatto che si vedono circolare annunci di lavoro quasi imbarazzanti, dove, per una posizione da Social Media Manager, è richiesto che il candidato ideale si occupi di SEO, SEM, Programmazione, Web Design, Graphic Design, Video Editing, Copywriting, Social Advertising…
C’è talmente tanta roba dentro che non si capisce se l’inserzionista ti sta prendendo per i fondelli, oppure si tratta dello scritto di qualcuno che, bontà sua, non ha veramente idea di chi faccia cosa all’interno di un team di lavoro. E il bello è che spesso sono annunci pubblicati da aziende di un certo prestigio.
C’è poi chi, dal lato degli operatori, approfitta di questa confusione (e della quasi totale assenza di certificazioni e titoli formali) per inventarsi un lavoro o spacciarsi come esperto di qualcosa che in realtà non sa fare. Il danno più grande provocato da questi individui è rappresentato dal malcontento che si insinua nell’animo di chi si affida a loro, il quale porta a una generale sfiducia nei confronti di tutto il settore.
Quante volte, infatti, capita di avere a che fare con qualcuno a che, rimasto scottato da una brutta esperienza, rinuncia in toto a investire nel digitale? Anzi, non solo ci rinuncia, ma sconsiglia anche ad altri di farlo. Dando, così, vita a un passaparola negativo che si ripercuote sull’intero settore.
Dal mio punto di vista, per far sì che le professioni digitali siano l’oggetto di un’impennata positiva è necessario lavorare su due fronti: quello dell’istruzione, in modo che i bambini siano educati sin da subito a un utilizzo consapevole degli strumenti digitali, e quello della formalizzazione dell’inquadramento professionale, così da definire una linea di demarcazione netta tra professionisti del digital e semplici dilettanti.
Forse, se seguissimo queste due direzioni, non ci troveremmo più a leggere annunci assurdi o avere a che fare con lupi mascherati da professionisti del digitale.

***

Bene Simone! Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato e per la tua esperienza che hai voluto condividere con noi di 6MEMESi. Alla prossima, magari proprio nel tuo gruppo facebook!

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]

About Simone

Ciao! Mi chiamo Simone, mi occupo di Social Media Marketing e sono autore del blog Bennaker.com all’interno del quale scrivo di marketing digitale e tematiche affini.

Sono anche ideatore di “Ciccio,‘senti na cosa”, gruppo Facebook dedicato all’incontro tra domande e risposte sul mondo del Web. Seguimi, se ti va. Giuro che non mordo.

Sito web di Simone Bennati, detto Bennaker

Credits immagine di copertina (rielaborata):
ID: 40621792, di Tatiana Kostysheva
ID: 50175302, di Oleksandr Rybitskyi
Categorie
Maps News News

MAPS e ATOS: siglato un accordo per la digitalizzazione dell’accesso alle prestazioni sanitarie.

MAPS: PROSEGUE IL PERCORSO DI INTERNAZIONALIZZAZIONE.
Accordo con il Gruppo tedesco ATOS per la digitalizzazione dell’accesso alle prestazioni sanitarie.

L’accordo assume una valenza strategica per lo sviluppo del Gruppo nei Paesi dell’area DACH.

Parma, 9 aprile 2019

MAPS (MAPS:IM), PMI Innovativa quotata su AIM Italia attiva nel settore della digital transformation, comunica di aver sottoscritto attraverso la propria partecipata Artexe, società del Gruppo che opera nell’ambito della sanità, con Atos Group, azienda sanitaria tedesca specializzata in ambito ortopedico, l’avvio in fase «pilota», della fornitura delle soluzioni tecnologiche di Artexe rientranti nella categoria di prodotti “Patient Journey”.
La soluzione, fortemente innovativa, partirà con un pilot test a Braunfels, in Germania, digitalizzando per i pazienti la fase di accesso alle prestazioni sanitarie, e favorendo così l’autonomia degli utenti attraverso servizi innovativi come il self check-in e applicando nuovi sistemi per facilitarne l’accoglienza e la mobilità nella struttura.
Il progetto consentirà alla clinica di Braunfels un sensibile miglioramento dei servizi percepiti da parte dei pazienti.
Marco Ciscato, Presidente e fondatore di MAPS:

“L’accordo con il Gruppo tedesco Atos rientra nella strategia di MAPS di rafforzamento sui mercati esteri e, in particolare, in Germania e nell’Area DACH, mercato particolarmente attento all’innovazione e, quindi, ricco di opportunità per le nostre soluzioni tecnologiche. L’accordo rappresenta anche una eccellente referenza per le nostre attività nell’ambito della sanità, sulle quali portare avanti i nostri programmi di sviluppo”.

[sf_iconbox image=”fa-line-chart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

Codici identificativi

I warrant sono identificati con il codice ISIN IT0005364325. Le n. 8.538.000 azioni ordinarie MAPS SpA sono identificate con il codice ISIN IT000536433.
Si ricorda che il diritto a ricevere (GRATUITAMENTE) il restante n. 1 (uno) Warrant è incorporato nelle Azioni stesse e circola con le medesime sino alla prima data di stacco utile successiva al 31 maggio 2019 (i.e. 3 giugno 2019). A tale data il restante n. 1 (uno) Warrant sarà emesso e assegnato gratuitamente e inizierà ad essere negoziato separatamente dalle Azioni.
Tale Warrant sarà:

  1. assegnato gratuitamente ogni n. 4 (quattro) Azioni;
  2. identificato dal medesimo codice ISIN e
  3. del tutto fungibile con i Warrant già in negoziazione identificati dal seguente codice ISIN IT0005364325.

Ai fini di mera chiarezza, si precisa che l’assegnazione gratuita del restante n. 1 (uno) Warrant non sarà ad alcun fine considerata un’operazione straordinaria ai sensi dell’articolo 5 del Regolamento Warrant.
Ogni n. 1 Warrant da diritto a sottoscrivere n. 1 Azione Ordinaria. Il Prezzo di Esercizio è pari a Euro 2,00. Il prezzo di chiusura relativo all’Azione alla data di ieri (8 Aprile 2019) è pari a Euro 3,060.

[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

GRUPPO MAPS

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business. Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari (CAGR 2018–2020 pari a circa +20%).
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale. Il Gruppo investe costantemente in R&D: negli ultimi 5 anni ha complessivamente destinato all’innovazione Euro 3,5 milioni. La divisione Research & Solutions, costituita nel 2016, include 12 risorse altamente qualificate ed è responsabile dell’individuazione dei bisogni informativi del mercato e dello sviluppo di software ad hoc per i Clienti.
Il Gruppo chiude il 2018 con ricavi consolidati pari a Euro 16,7 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a circa il22%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion. Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011) e Artexe (2018).
Comunicato disponibile su emarketstorage e su MAPS Group

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

CONTATTI

Per maggiori informazioni
Contatti Società:
MAPS | Tel +390521052300
info@mapsgroup.it
Contatti Nominated Adviser
BPER Banca | Tel +390272 74 92 29
maps@bper.it
Contatti Investor Relations & Financial Media
IR Top Consulting | Tel +390245473884

Categorie
Corporate Maps News News

Welfare Index PMI 2019: Maps guadagna un rating 4W – Impresa Leader nel Welfare.

Il 26 marzo, presso il Salone Delle Fontane, a Roma, si è tenuta la presentazione del ‘Rapporto Welfare Index PMI 2019’. Anche Maps era presente con la collega Nadia Irsheid, curatrice delle iniziative di Welfare aziendale.

Durante l’evento, oltre a mostrare lo stato del welfare nelle PMI italiane, sono state premiate le piccole e medie imprese con le migliori proposte di welfare aziendale, di notevole importanza non solo per la crescita dell’azienda stessa ma anche del paese.
Focus di quest’anno era “L’ASCOLTO”. Ossia riuscire a sviluppare un progetto di welfare che, partendo dal coinvolgimento dei dipendenti, ne sappia individuare le esigenze in modo da offrire iniziative di alto valore e impatto sociale.
Welfare Index PMI propone, ogni anno, un rapporto frutto di una ricerca approfondita che esplora e valuta le attività di welfare aziendale proposto da ogni PMI analizzata.
Il livello di welfare raggiunto dalle piccole e medie imprese italiane è espresso da un rating con un valore crescente da 1W a 5W, che prende in considerazione 12 aree di intervento (vedi immagine a lato).
Il valore di Rating raggiunto pone in risalto le eccellenze in ambito welfare, individuandole come Best Practice che possono diventare esempi imitabili per incentivare miglioramenti e cambiamento.
Quest’anno, Maps ha raggiunto un rating 4W, e il riconoscimento di Impresa Leader ossia, come leggiamo nel rapporto: “imprese con un sistema di welfare aziendale caratterizzato da ampiezza rilevante (con iniziative in almeno 6 aree secondo la classificazione Welfare Index PMI), discreta intensità (più di una iniziativa in alcune aree, anche oltre le misure previste dai CCNL) e coinvolgimento dei lavoratori.”
Un riconoscimento notevole visto che Maps ha sviluppato i primi progetti di Welfare circa 3 anni e l’identificazione di ‘Impresa Leader nel Welfare’ è un traguardo importante che l’azienda coglierà come stimolo di crescita e miglioramento per rispondere, sempre nel migliore dei modi, alle esigenze e i bisogni dei suoi lavoratori e le loro famiglie.
Proprio perché benessere sociale e produttività crescono di pari passo e l’impegno di Maps sarà sempre quello di garantire la soddisfazione dei propri lavoratori, perché possa generare un impatto positivo sull’attività aziendale e anche sulla comunità.


Credits Immagini:
Immagine di copertina da: ID Immagine 620723 (123rf), di rawpixel.
Immagini nel testo da: Welfare Index PMI; Sintesi del Rapporto Welfare Index PMI 2019; Rapporto Welfare Index PMI 2019
Categorie
Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura.

Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. Intervista a Mauro Di Maulo.

Come “disegnare” percorsi innovativi di accoglienza e cura in una sanità capace di andare incontro alle persone, siano esse pazienti o medici, dirigenti od operatori sanitari.

Nelle rubriche #6MEMES dedicate al tema della salute ci siamo soffermati molte volte sui risvolti sociali e culturali che si trovano sia a monte che a valle del processo di condivisione delle informazioni, credenze e pratiche di uso comune, che riguardano il cosiddetto ben-essere in ambito individuale e collettivo, sia privato che pubblico.

In altre sezioni del blog, quelle legate ai Big Data nel comparto sanitario, abbiamo centrato il focus sulle pratiche di condivisione di altri tipi di informazioni tecniche, ovvero quelle cliniche e mediche, strategiche e operative nei settori legati alla Sanità, finalizzate a rendere più efficienti e appropriati i percorsi di diagnosi e terapia dei pazienti a partire dai sistemi complessi (Ospedali, AUSL etc.) in cui vengono accolti e seguiti nel loro percorso di cura.

Entrambi questi campi di approfondimento rischiano però – se non calati nella concretezza di una quotidianità in cui ciascuno si può riconoscere – di far parte di un set di conversazioni sì interessanti (e magari anche fruttuose e perfino strategiche) ma che, restando in un ambito astratto, possono risultare in parte opache piuttosto che immediatamente percepibili nel loro valore.

Unire queste due differenti “sponde” concettuali e pratiche nell’ambito della cura della persona e della sua salute, è l’obiettivo di questa nuova rubrica, “Digital Healthcare Design – il valore dell’accoglienza nel percorso di cura” a cura di Mauro Di Maulo, che ci accompagna in un percorso interessante e competente all’interno della relazione complessa tra paziente, medico e organizzazione sanitaria. Natalia Robusti lo intervista per conto di 6MEMES.


[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Intervista a Mauro Di Maulo, il nuovo autore di 6MEMES.

Bentrovato su 6MEMES, Mauro, e grazie per aver accettato di far parte del nostro team di autori. Come prima cosa vorrei mettere l’accento sui due differenti ambiti in cui lavora l’organizzazione in cui operi: quello chiamato Patient Journey solution e l’altro, Data Driven Governance.

Se infatti il primo è legato più direttamente al percorso di accoglienza e accompagnamento del paziente nelle varie strutture sanitarie con cui si interfaccia, l’altro si occupa della raccolta, dell’analisi e della trasformazione dei dati anche non strutturati raccolti in questo percorso, destinati ad essere poi tradotti in informazioni strutturate a valenza strategica, anche a livello di governance, in ambito sanitario.

Ne deduco che – in un momento in cui si parla molto (non solo a livello politico ed economico, ma anche culturale e sociale) del valore di un sistema sanitario efficace all’interno di una comunità di tipo avanzato – avere un punto di vista privilegiato in entrambe queste aree può essere una grande opportunità, in primo luogo di conoscenza ed esperienza. Confermi questa riflessione?

Grazie anche da parte mia 6MEMES per l’ospitalità e… per l’accoglienza 🙂
Rispondo alla domanda con un sì convinto, e voglio introdurre subito un concetto importante sul valore innovativo generato proprio dal legame tra i due ambiti di cui hai parlato: offrire supporti tecnologici e di re-design ai processi organizzativi di una struttura sanitaria le consente di evolvere verso un’ottica di Data-driven Company in primo luogo “sostenibile”, in grado cioè di meglio gestire le varie relazioni tra struttura, medici, operatori e pazienti in un’ottica di servizi erogati a misura d’uomo.
L’utilizzo di tecnologie e approcci innovativi, infatti, non deve mai puntare all’automatizzazione degli stessi, ma piuttosto a liberare energie e risorse ridondanti (ad esempio burocratiche, o inappropriate) per concentrare tutta l’attività sul processo di relazione e cura.
Disambiguare questo punto è cruciale. Come tutti sappiamo, infatti, stiamo assistendo negli ultimi anni a un incremento della longevità della popolazione dovuto a tanti fattori: dalla maggiore attenzione all’alimentazione e agli stili di vita sino ai progressi indubitabili della medicina e della prevenzione.
Questo trend, anche se molto positivo in generale, porterà tuttavia con sé un incremento sempre maggiore della richiesta di Sanità a tutti i livelli che – alle attuali condizioni di costi di erogazione – non è e soprattutto non sarà sostenibile. Occorreranno dunque fortissimi investimenti in nuove tecnologie di cura più efficienti, accompagnati a nuove assunzioni di molte figure professionali adeguatamente formate, quali medici e personale infermieristico-assistenziale.

Credo che tu stia toccando in effetti un punto nevralgico.
Dal tuo punto di vista “privilegiato”, che guarda in prospettiva all’evolversi delle attuali dinamiche organizzative nel comparto sanitario, quali sono i punti – già a breve – che consideri più qualificanti?

Uno dei fattori critici di questa profonda trasformazione in atto nella Sanità sta nell’attuale e frequente organizzazione di tipo gerarchico, che mal si adatta alla flessibilità necessaria.
Occorre invece che le istituzioni della Sanità pubblica e gli imprenditori della Sanità privata riescano, loro, a raggiungere il cittadino, e non il contrario, come accade per lo più adesso. Se dovessi usare una parola d’ordine direi: de-materializzare a tutti i livelli.
In pratica, occorre individuare le motivazioni del Paziente, i suoi bisogni e i problemi che incontra già nella fase della sua interazione nell’accesso ai servizi sanitari, in maniera che questo processo si svolga nel modo più efficiente possibile e con un minor dispiego di energie rispetto alle pratiche attuali grazie alle possibilità che oggi ci consegnano le innovazioni tecnologiche.
Questi costi di tipo burocratico, infatti, sono oggi troppo elevati, così che incidono molto nel conto economico più generale della Sanità.
Trovare quindi soluzioni efficienti in questo ambito anche ad esempio in relazione alla raccolta dei vari dati dei cittadini-pazienti in ingresso alla struttura e durante la loro permanenza – libererebbe tantissime risorse (economiche, ma non solo) così da poterle impiegare a vantaggio sia del cittadino-paziente che dei cittadini-operatori sanitari.

Quello di cui parli si potrebbe descrivere come un approccio di tipo olistico? E se è così, in che relazione sono tra loro il processo di raccolta e organizzazione dei dati riferiti al paziente in entrata e l’erogazione di servizi per il suo benessere in uscita?

Un approccio di questo tipo è senz’altro, come suggerisci, di tipo olistico: sancisce infatti la necessità di intervenire nell’ambito del processo di cura attraverso diversi piani che possiamo definire paralleli, ma che sono accomunati da un’unica finalità: conseguire un reale e totalizzante stato di benessere. Al centro di tutta l’organizzazione sanitaria deve infatti sempre essere il malato, e non la patologia che lo riguarda.
In questo senso, i famosi “dati” possono essere una vera e propria miniera di elementi allo stato grezzo che – se opportunamente elaborati – sono in grado di snellire ed efficientare tutto il processo di cura, dal paziente al medico, dalla struttura agli operatori sanitari.
All’interno dell’organizzazione ospedaliera viene infatti generata ogni giorno una quantità enorme di dati e informazioni (all’apparenza anche irrilevanti) che afferiscono a tutte le fasi dei processi di interazione tra i vari soggetti coinvolti.
Questi dati fanno riferimento sia ad aspetti di identificazione del paziente (raccolti per ovvi motivi di sicurezza) sia a percorsi clinici e/o amministrativi. Ognuna di queste informazioni è fondamentale per il corretto svolgimento del percorso di cura del paziente sia a livello logistico che sanitario.
Ne consegue che una loro mancata organizzazione e adeguata integrazione porta a percorsi non solo estremamente complessi da gestire, ma anche in-efficienti sia dal punto di vista organizzativo della struttura erogante che del tempo perso dal cittadino-paziente.
Si pensi ad esempio al ciclo di prenotazione di una visita che, in molte strutture sanitarie, richiede di passare ben tre volte per completare l’iter, tra richiesta di prenotazione, visita e vera e propria e ritiro del referto.
Un altro caso è ad esempio la procedura di accettazione/accreditamento e smistamento nelle sale di attesa dei medici per la gestione della presa in carico del paziente sino al pagamento della prestazione.
Per non parlare di percorsi diagnostici assistenziali o terapeutici quali day-hospital, pre-ricoveri, pronto soccorso etc., dove le stesse interazioni tra il personale sanitario e i medici devono avvenire in aree anche distanti tra loro…La maggior parte di queste azioni non riguarda affatto il percorso di cura in sé, ma solo una serie di procedure – burocratiche quanto indispensabili – necessarie alla sua erogazione.
Procedure facilmente “baipassabili” se effettuate attraverso idonei strumenti e percorsi adeguatamente progettati e infine digitalizzati.

Il punto cruciale di tutta la “filiera” sembra davvero essere quello di cui parlavi all’inizio: la dematerializzazione. Come è – da questo punto di vista e secondo la tua esperienza sul campo – l’attuale stato dell’arte in merito ai dati raccolti dalle organizzazioni sanitarie?

Sembra banale da dirsi, ma non lo è affatto: la dematerializzazione e la digitalizzazione possono risolvere in maniera sistematica ed efficiente ciascuno di questi passaggi “ridondanti”, ma questo può avvenire solo attraverso la realizzazione di sistemi aperti e interoperabili capaci di generare un’ampia condivisione di dati (strutturati e non strutturati) da rendere disponibili, una volta “normalizzati”, a chi sviluppa soluzioni digitali.
Solo attraverso questo percorso di condivisione si possono creare quelle condizioni “fertili” per individuare, all’interno di un sistema sanitario, il profilo unico e specifico di ciascun paziente, e quindi comprendere meglio i suoi reali bisogni e necessità, siano di tipo puramente amministrativo (quali ad esempio l’identità, l’accesso al servizio sanitario o assicurativo, l’adeguamento del profilo alle attuali normative sulla privacy etc.) che di tipo clinico vero e proprio, come la selezione del tipo di prestazione, l’ora dell’appuntamento, il medico/specialista curante, il tipo di terapia da somministrare e così via…
In questo senso, il patrimonio informativo attuale – cioè la qualità dei dati disponibili per una eventuale gestione integrata e presa in carico del percorso di cura del paziente dematerializzata, altrimenti detto Patient Journey – varia tantissimo da Ente a Ente sia pubblico che privato.
Non a caso una delle attività più apprezzate in generale dai nostri “clienti” è proprio quella di offrire il nostro supporto nel creare – attraverso lo sviluppo di soluzioni software – le migliori condizioni possibili nell’aggregazione e nella valorizzazione del loro patrimonio informativo, così da rendere possibile la progettazione e lo sviluppo di un Patient Journey di tipo “data-driven“, ovvero collegato ai dati informativi di valore generati di mano in mano.
Ciononostante è purtroppo consuetudine che questi patrimoni informativi “in potenza”, chiamiamoli così, non siano valorizzati, ma invece siano male utilizzati, in assenza di adeguati investimenti. Questo, nonostante rappresentino un valore fondamentale: ovvero una montagna di dati utili, anzi, indispensabili, agli scopi di cui abbiamo parlato sino ad ora.
Non è un caso che le realtà più virtuose in questo settore così strategico siano quelle col miglior patrimonio informativo disponibile. Sono, di fatto, quelle che sono partite per prime nell’erogazione dei servizi digitali.
E proprio di questo ”stato dell’arte” vorrei parlare in questa rubrica del blog 6MEMES, così da dare il mio contributo – per quanto possibile – in un’ottica di condivisione aperta delle informazioni.
Il primo, prossimo articolo, non a caso, tratterà di esempi concreti in quest’ambito, e lo farà attraverso la stretta relazione dei dati in entrata e in uscita nel comparto della sanità.

Perfetto allora! Grazie, Mauro, per questa intervista introduttiva e… a presto nella tua nuova rubrica: Digital Healthcare Design – il valore dell’accoglienza del percorso di cura. Stay tuned, cari lettori di 6MEMES.


[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]ABOUT MAURO DI MAULO

Co- fondatore di Artexe S.p.a., società preminente in italia per la trasformazione digitale delle strutture sanitarie sul tema dell’accoglienza e della cura, si occupa da oltre vent‘anni anni di progettare, sviluppare e proporre al mercato soluzioni innovative in questo ambito.

Il suo è un approccio customer-centric, che parte dall’osservazione dei comportamenti dei cittadini-pazienti in relazione ai propri bisogni rispetto all’accesso ai servizi sanitari disponibili, sia nelle strutture pubbliche che private.

Dopo il recente ingresso di Artexe nel Gruppo Maps, è stato nominato membro del Consiglio d’Amministrazione.

Mauro Di Maulo


CREDITS
Immagini copertina (rielaborate):

ID Immagine 1: 51427477, di  Oleksandr Omelchenko
ID Immagine 2: 96482939, di Supharit Sriarunchai
Immagini ritratto (rielaborate):
ID Immagine 1: 40534246, di Samart Boonyang
ID Immagine 2: 39975044, di cla78

Categorie
6MEMES TRENDS Ambiente, Uomo e Regole del gioco Trasparenza e Partecipazione nella PA

Amministrazione Pubblica e innovazione: il progetto “MAB’s AMBASSADOR". Ne parliamo con la dott.ssa Paola Chiesa.

Il sapere, moderna borsa di Mary Poppins: da dove viene, dove si raccoglie e dove va?

[dropcap3]S[/dropcap3]e parliamo di innovazione legata al territorio, soprattutto per quanto riguarda il nostro bel paese, c’è un tema di grande rilievo da mettere sotto la lente di ingrandimento sia dal punto di vista dei trend comunicativi che della sostanza.
E non si tratta di infrastrutture, o almeno non nel senso tradizionale del termine: stiamo parlando di “valore”, quello intrinseco di un territorio, visto come l’insieme del patrimonio dei beni produttivi e culturali che custodisce, e quello del cosiddetto “fattore umano”, ovvero dell’insieme dei saperi dei suoi abitanti.
L’anello di collegamento, in grado di connettere tra loro questi patrimoni, in un’ottica di innovazione, crescita e sviluppo – al di là delle risorse economiche messe in campo – è rappresentato dalla competenza messa a sistema che, se attuata, genera in sé un volano virtuoso di possibilità capaci di generare una ricaduta positiva immediata sia sul benessere dei cittadini che dei luoghi che essi abitano.
Non a caso si parla sempre più spesso dell’importanza della competenza e della formazione continua, fattori cruciali, ormai, non solo per vincere le sfide professionali che ciascuno incontra nella propria attività lavorativa, ma anche per partecipare in maniera consapevole e attiva alla propria comunità di appartenenza.
In un’epoca che avanza all’insegna di grandi cambiamenti a livello non solo globale, ma anche locale, nell’area tradizionale della formazione ricadono dunque oggi i concetti di un sapere che non può più essere monolitico e ancorato soltanto alle proprie tradizioni, ma deve invece essere in grado di costituire un vero e proprio “bagaglio” di conoscenza da cui attingere quel che serve all’occorrenza.
Si tratta, come anticipato dal titolo, di una sorta di novella borsa di Mary Poppins capace di sorprese straordinarie :- e soprattutto di rappresentare un sapere che si dispieghi in maniera creativa in un saper essere ancor prima che un saper fare, come si dice tra gli addetti ai lavori.
Una delle modalità individuate a livello legislativo fin dal 2003 per realizzare tale messa a sistema del sapere – messa in pratica in step diversi da parte dei vari legislatori, sino alle modifiche più recenti – è la cosiddetta “Alternanza scuola lavoro”, identificata come una modalità didattica che consente di alternare momenti di formazione in aula e in azienda o in altre strutture ospitanti.
Tale alternanza ha infatti l’obiettivo dichiarato di collegare in maniera sistemica il mondo del fare (ovvero del lavoro) con quello del sapere (il mondo della scuola e della formazione), per consentire agli studenti di avviare un percorso personale e condiviso verso il “saper essere”.
Tornando a noi, all’interno di questa cornice ci si può anche distinguere in eccellenza, utilizzandone appieno le opportunità. Ne parliamo con una delle nostre autrici, la dott.ssa Paola Chiesa (Vice Sindaco con delega all’Innovazione) che è stata capace, come vedremo, di passare dalla teoria alla pratica. Con risultati eccellenti, come vedremo insieme tra poco.

MAB’s AMBASSADOR, ambasciatori del territorio: un esempio pratico e insieme ideale del “sapere” messo a frutto.

 

Ciao Paola e bentrovata nel nuovo anno. Andiamo subito al punto, come si dice. Cosa ci puoi raccontare della tua bella avventura?

Ciao e bentrovati anche a voi. La mia avventura, come dici, è partita proprio da un’opportunità offerta dalla metodologia didattica chiamata Alternanza scuola lavoro che è stata istituita con la legge n. 53/2003 e disciplinata con il Decreto Legislativo n. 77/2005.
Rafforzata nel 2010 con il riordino del secondo ciclo di istruzione, che la richiama come metodo sistematico da introdurre nella didattica curricolare dei diversi corsi di studio per avvicinare i giovani al mondo del lavoro, orientarli e promuovere il successo scolastico, ne viene confermata l’innovatività in termini di metodologia didattica con la legge 107/2015 (cd. Buona Scuola), come riportato di seguito – fonte MIUR https://www.miur.gov.it/alternanza-scuola-lavoro
“L’Alternanza scuola-lavoro è una modalità didattica innovativa, che attraverso l’esperienza pratica aiuta a consolidare le conoscenze acquisite a scuola e testare sul campo le attitudini di studentesse e studenti, ad arricchirne la formazione e a orientarne il percorso di studio e, in futuro di lavoro, grazie a progetti in linea con il loro piano di studi.
L’Alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutte le studentesse e gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole superiori, licei compresi, è una delle innovazioni più significative della legge 107 del 2015 (La Buona Scuola) in linea con il principio della scuola aperta.
Un cambiamento culturale per la costruzione di una via italiana al sistema duale, che riprende buone prassi europee, coniugandole con le specificità del tessuto produttivo ed il contesto socio-culturaleitaliano.”
La suddetta legge, dunque, al fine di incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti, prevedeva la previsione di percorsi di alternanza scuola-lavoro per una durata complessiva di almeno 400 ore nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi per quanto riguardava gli istituti tecnici e professionali mentre nei licei il monte ore prevedeva una durata complessiva di almeno 200 ore nel triennio.

Parli al passato. Nel frattempo la legge è cambiata, dunque?

Sì, e più precisamente l’anno scorso. La legge 30 dicembre 2018, n. 145, ( Legge di Bilancio 2019) ha infatti modificato la disciplina dei percorsi di alternanza scuola lavoro: a partire dall’anno scolastico 2018/2019, gli attuali percorsi in alternanza scuola lavoro sono ridenominati “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” e sono attuati per una durata complessiva non inferiore a 210 ore nel triennio terminale del percorso di studi degli istituti professionali; non inferiore a 150 ore nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi degli istituti tecnici; non inferiore a 90 ore nel secondo biennio e nel quinto anno dei licei.

Si tratta comunque di un monte ore considerevole. Penso soprattutto alle piccole realtà come nel caso del Comune in cui tu sei Assessore. E infatti tu hai colto l’opportunità, giusto?

Sì, e il risultato ci ha premiato. E ha dimostrato che, per un Comune, avviare progettualità valide ai fini dell’alternanza scuola lavoro, rappresenta decisamente una opportunità preziosa.
Questo, sia perché attraverso tale strumento ci si può avvalere di risorse in affiancamento al personale in forze di cui in altri modi non si potrebbe disporre, sia perché in questo modo i giovani, avvicinandosi al mondo della Pubblica Amministrazione, possono sperimentare in prima persona forme di cittadinanza attiva, esercitando nel contempo attività strumentali e funzionali all’erogazione di servizi pubblici.

Arriviamo così all’esperienza vincente del progetto “MAB’s AMBASSADOR: ambasciatori del territorio”, a Baldissero Torinese. Ci racconti a grandi linee cosa è accaduto?

Volentieri. È stato un percorso lungo e articolato, avviato nel mese di giugno 2017 nel Comune di Baldissero Torinese con il progetto “MAB’s AMBASSADOR: ambasciatori del territorio”.
L’idea è stata quella di promuovere il nostro territorio che dal 2016, insieme ad altri 85 Comuni appartenenti a quattro Province diverse (Asti, Cuneo, Torino, Vercelli) fa parte della Riserva di Biosfera Mab Unesco Collina Po.
Mab (Man and Biosphere) è infatti il programma dell’Unesco nato nel 1971 per promuovere in modo sostenibile il rapporto tra uomo e natura, attraverso tre funzioni complementari:

  • “una funzione di conservazione volta alla protezione dei paesaggi, degli habitat, degli ecosistemi, così come delle specie e della diversità genetica;
  • una funzione di sviluppo, per favorire lo sviluppo economico e umano e generare non solo reddito, ma sostenibilità socio-culturale ed ambientale nel lungo periodo;
  • una funzione logistica e di supporto al fine di far avanzare la comprensione dello sviluppo sostenibile, per assicurare sostegno alla ricerca, monitoraggio e formazione a livello locale, oltre i confini della riserva della biosfera e attraverso lo scambio globale di buone pratiche.”

Quindi siete partiti da un “valore” intrinseco del vostro territorio…

Sì, e abbiamo cercato di metterlo ancor più a frutto.
La Riserva di Biosfera Collina Po costituisce di fatto il primo Urban Mab in Italia: si tratta di un’area naturalistica fortemente antropizzata (con circa 900.000 abitanti che vivono nell’area metropolitana torinese), ma caratterizzata da un alto livello di biodiversità anche legata alla grande ricchezza di acque (il fiume Po e 9 dei suoi affluenti).
Il Mab rappresentava (e rappresenta) un’imperdibile occasione per incrementare le attività di tutela e valorizzazione delle risorse, armonizzandole con il contesto urbano di riferimento. Si trattava e si tratta, in sintesi, di un valore in potenza che, secondo noi, valeva la pena di essere fatto meglio conoscere.
A Baldissero Torinese, comune collinare di circa 3700 abitanti, ci siamo quindi posti un obiettivo semplice, ma nello stesso tempo ambizioso: formare gli ambasciatori del MAB, puntando sui giovani del nostro paese e creando utili sinergie, con associazioni e operatori locali (tra cui l’Associazione Albacherium), con l’Ente di Gestione delle Aree Protette del Po Torinese, UNESCO e l’Università di Torino.
Abbiamo così coinvolto i giovani attraverso una politica di porte aperte all’alternanza scuola lavoro, stipulando le necessarie convenzioni con le vicine scuole di Chieri e allestito in municipio un’apposita aula digitale con dodici computer.
Infine abbiamo organizzato, pianificato e coordinato la formazione e il lavoro degli studenti, focalizzando le attività sulle curiosità storiche del paese, sulla realizzazione della cartografia digitale dei sentieri escursionistici e sulla classificazione e quantificazione dei prodotti tipici.
Il progetto si è rivelato oltre modo efficace. Innanzitutto, io credo, perché è stato fondato fin dall’inizio sui valori della sostenibilità, della replicabilità, della partecipazione e della cittadinanza attiva.
E poi perché, immediatamente, sono state messe a sistema tante positive ricadute sociali, quantificabili in valori importanti, quali ad esempio un maggiore avvicinamento dei giovani al loro territorio, ma anche la ricostruzione di una identità condivisa territoriale. Il tutto in un percorso di maggiore consapevolezza tra i cittadini del valore dei propri luoghi di appartenenza.
Si è trattato insomma di una vera e propria riscoperta delle proprie tradizioni attraverso nuove forme di aggregazione e dialogo tra generazioni diverse.

Ma la cosa non si è conclusa qui, giusto? Nonostante i traguardi raggiunti a livello locale, ne avete individuati altri, ancora più “ambiziosi”…

Sì: da cosa nasce cosa, del resto.
Il progetto, oltre che efficace, è risultato addirittura vincente: a gennaio 2018 ha rappresentato il Piemonte a Roma nell’ambito dell’iniziativa nazionale UNESCOEdu, e a maggio 2018, di nuovo a Roma, questa volta in occasione di Forum PA, ha vinto il premio speciale della Fondazione per la Scuola (Compagnia di San Paolo) nell’ambito del premio “Piemonte Innovazione” di ANCI Piemonte. Grazie a questo premio, ci siamo aggiudicati ben cinque notebook per implementare la nostra aula digitale.
Questo, grazie alle fondanti caratteristiche di sostenibilità e replicabilità, ha consentito al Comune di Baldissero Torinese di replicare il progetto dal 2018 in avanti, con nuove attività volte a diffondere la cultura e la filosofia MAB tra i giovani.

Quindi MAB’S AMBASSADOR non solo è un progetto che è andato a buon fine, ma rappresenta anche un modello da “esportare”?

Sì, e ne siamo particolarmente fieri!
Proprio l’Ente di gestione delle Aree Protette del Po Torinese, infatti, in virtù del successo del progetto, ha proposto ad altri due comuni del Parco ed appartenenti alla Riserva Collina Po, il modello sperimentato da Baldissero Torinese.
Il fine è quello di ampliare il numero di ragazzi che potranno utilizzare le ore previste dall’alternanza scuola lavoro per ragionare insieme su come armonizzare tra loro, nel rispetto reciproco, i concetti a volte antagonisti di tutela e valorizzazione delle ricchezze ambientali culturali di cui il territorio della riserva può vantarsi.
In particolare, l’Ente cercherà la collaborazione con altri due Comuni della Riserva e appartenenti al Parco per proporre gratuitamente una collaborazione formativa per i ragazzi delle scuole superiori volta alla consapevolezza delle potenzialità che il territorio può offrire visto anche in una visione più allargata di bene condiviso e riconosciuto al livello nazionale.

E quali sono le prospettive per il 2019?

Sono molto favorevoli, confido.
Mentre il lavoro di sinergia prosegue sui vari fronti – e si tratta di un lavoro certosino, ve lo assicuro – nel mese di giugno 2019 realizzeremo la terza edizione del progetto MAB’s AMBASSADOR.
Capitalizzando il lavoro prodotto nelle precedenti edizioni, cercheremo quest’anno – con l’aiuto indispensabile degli studenti – di creare un contenitore adatto a rappresentarlo e valorizzarlo al meglio.
Abbiamo pensato innanzitutto alla realizzazione di un blog come a uno strumento che ci consentirà di esprimere con diversi linguaggi (testi, immagini, video, interviste, musica, ecc.) quanto appreso sulla Riserva di Biosfera Collina Po.
Quello che vogliamo realizzare è insomma una sorta di “scrigno” capace da un lato di condividere il suo prezioso contenuto, e dall’altro di sollecitare nuovi modi per declinare i valori del programma MAB UNESCO. Questo, magari anche grazie al confronto con altre Riserve di Biosfera.
Trasmettere esperienza e conoscenza, infatti – e noi lo abbiamo testato in prima persona – può stimolare la curiosità e soprattutto la propositività dei cittadini, favorendo la coesione e l’inclusione sociale e supportando infine il Comune, quale ente pubblico più prossimo al cittadino, nel migliorare i servizi pubblici.
E poi, chissà, mai dire mai…

* * *

Grazie Paola.
Ci hai spiegato e fatto toccare con mano come valori a prima vista astratti – come abbiamo visto all’inizio del nostro contributo – si possono mettere insieme per generare una “ricchezza” culturale capace a sua volta di tradursi in valore concreto e condiviso, sia per i singoli che per il loro territorio.
In bocca al lupo allora!

[boxed_content type=”whitestroke” custom_bg_colour=”#e0e0e0″ custom_text_colour=”#000000″ pb_margin_bottom=”yes” width=”1/1″ el_position=”first last”]
 
[highlight]Per saperne di più:[/highlight]


 

Sull’alternanza scuola lavoro

Sulla Riserva di Biosfera CollinaPo

Le attività svolte dal Comune di Baldissero Torinese per il progetto MAB’s AMBASSADOR

[/boxed_content]
 


Credits Immagini:
Immagine di copertina (rielaborata):

40564935, Stas Walenga
102296823, Roberto Atzeni
 


Categorie
Maps News News

Artexe e ForumPA: un webinar per capire come trasformare i Dati in decisioni strategiche per la Sanità.

Ottanta per cento: è questa la percentuale delle informazioni di carattere clinico gestita e archiviata come testo libero, e dunque informazione non strutturata, in sanità.

Esistono strumenti per estrarre e ricavare elementi di conoscenza necessari a migliorare l’utilizzo dei dati testuali? Un approccio data-driven consentirebbe, ad esempio, di valutare l’appropriatezza prescrittiva ed elaborare così informazioni utili per:

  • automatizzare i processi di cura,
  • ridurre i tempi e i costi dell’assistenza.

Non solo ciò andrebbe a vantaggio della struttura sanitaria ma garantirebbe anche:

  • equità di trattamento dei cittadini (con un contenimento delle liste di attesa),
  • rispetto dei pazienti circa i potenziali danni dovuti ad indagini inutili.


Come diffondere un tale approccio culturale, tecnologico e gestionale al dato, e quali le soluzioni disponibili? Se ne parlerà in un webinar specifico, organizzato da ForumPA in collaborazione con Artexe.
Un appuntamento pensato per un confronto e il dialogo sulle nuove frontiere dell’innovazione nel mondo della sanità, durante il quale Artexe proporrà le proprie soluzioni di Data Driven e, in particolare, la piattaforma Clinika.
 
La partecipazione è gratuita e per l’iscrizione potete cliccare qui. 

[sf_iconbox image=”fa-edit” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

ATTENZIONE: Prima di iscriversi si consiglia di verificare che il proprio computer sia settato nel modo corretto seguendo le indicazioni presenti a questo link
Prima di accedere all’evento ricordarsi di:

  • disattivare il blocco popup del proprio browser (internet explorer, firefox, chrome o altro);
  • abilitare i cookie;
  • abilitare e aggiornare java e javascript effettuando eventualmente l’aggiornamento (qui trovate il download del pacchetto); 
  • chiudere altre applicazioni che utilizzano la tecnologia VOIP (ad es. skype).

Per ogni ulteriore informazione
info@forumpa.it; tel. 06684251


Credits Immagini:
Immagine di copertina rielaborata da: ID Immagine 58671506 (123rf), di aimage.
Categorie
6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Trarre informazioni dalla mappa (geografica) del mondo: da Sandokan ai giorni nostri. A cura di Giulio Destri.

INTRODUZIONE
Questo contributo di Giulio Destri è il primo di una mini-serie di tre articoli che il blog 6MEMES dedica a una delle più dense metafore sociali (e non solo) della Storia dell'Uomo: la cartografia o, in parole più semplici, la mappa geografica.
Eccezionale strumento di traduzione - e quindi semplificazione qualificata della compessità - la mappa da sempre, e al di là dell'apparente banalità del modello che rappresenta, è un'invenzione culturale e tecnologica che ci permette non solo di muoverci nei luoghi, ma di viverli e conoscerli a ragion veduta. Grazie quindi a Giulio per il suo primo contributo. Seguiranno quello di Anna Pompilio e infine di Natalia Robusti. Il tutto verrà infine rilasciato in forma di white paper rigorosamente Made in 6MEMES. Buona lettura!

 

[sf_iconbox image=”fa-compass” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La mappa di tutti i giorni: il navigatore

[dropcap3]N[/dropcap3]ella intervista precedente abbiamo introdotto il concetto di modelli del mondo. In questo articolo tratteremo un modello particolare, usato da millenni, la mappa geografica, nelle sue varie forme, per capire quali informazioni, disponendo di conoscenze di geografia e geologia, si possono trarre dalla mappa stessa. E quindi, in base alle conoscenze presenti nel nostro “modello del mondo”, come possiamo integrare i “pochi” dati presenti in una mappa per estrarne una conoscenza di luoghi e regioni.
Molti di noi, ogni giorno, utilizzano Google Maps o sistemi analoghi. Nella versione “mappa semplice” le informazioni sono la strada da seguire con le sue direzioni, le altre strade con cui si incrocia e la presenza di corsi d’acqua e in alcuni casi di boschi, segnalati con i classici colori azzurro e verde. Queste informazioni sono sufficienti per lo scopo di guidare lungo la strada. E già la presenza di curve o addirittura di percorsi a zig zag sulla strada ci può dare, grazie alla nostra esperienza di guida o comunque di viaggi in auto, un’idea di quanto sia difficile per la guida il tratto di strada che dobbiamo affrontare.
Quella di seguito, ad esempio, è la mappa che individua l’area del Campus dell’Università di Parma.

Con la versione “satellite” possiamo anche vedere la vegetazione e le costruzioni e farci una idea del luogo anche se non ci siamo mai stati, come di seguito:

Su questa modalità possiamo cambiare l’angolazione, zoomare e (con alcune semplificazioni dei particolari) volare virtualmente sopra il luogo. Mentre invece, con la modalità dall’alto – incorporata di seguito – possiamo farci un’idea simil-tridimensionale della stessa zona.

Infine possiamo inserire la funzione di Street View e visitare virtualmente il luogo di interesse, esattamente come se fossimo lì a livello della strada. E, ad esempio, studiare dove parcheggiare l’auto prima di recarci in un luogo per la prima volta.

In ognuna di queste differenti modalità, nonostante  l’area “reale” sia la medesima,  le informazioni che noi possiamo raccogliere sono diverse, o meglio: lo sono i rispettivi modelli e anche gli scopi per cui usiamo le varie informazioni.
Nel primo caso ci interessa esclusivamente il percorso e come guidare in esso. Nel secondo caso i dettagli del percorso mentre nel terzo e nel quarto stiamo cercando i dettagli del luogo, nella visone “dall’alto” e/o nella visione a “livello strada”.
Queste sono però modalità che sono diventate disponibili a tutti solo negli ultimi anni e con lo strumento Google Maps. Per secoli le mappe sono state statiche e non interattive. Rovesciando quindi il punto di vista, data una mappa “tradizionale”, che informazioni possiamo trarre da essa?

[sf_iconbox image=”ss-globe” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il mappamondo e la carta geografica

In particolare, data una carta geografica (o l’intero mappamondo o planisfero) fisico, con la “classica” rappresentazione del mare azzurro con le tonalità che indicano la profondità, e della terraferma verde nelle pianure e marrone via via che l’altitudine della zona geografica rappresentata sale, che tipo di informazione è possibile trarre? Supponiamo inoltre che non siano rappresentate strade e le città siano indicate solo con un simbolo ed il nome, quindi una mappa molto succinta come contenuti.
Apparentemente l’unica informazione ottenibile sembra quella delle forma delle coste e, approssimata, quella delle catene montuose (e, se riportati, quella dei fondali marini). Ed effettivamente questa è l’informazione codificata nella mappa attraverso il codice dei colori. Ma che succede se applichiamo le conoscenze di geografia generale e di geologia che abbiamo appreso a scuola (o che dovremmo avere appreso a scuola) e integriamo queste informazioni?
Italia
Intanto dalle indicazioni di meridiani e paralleli o dalla posizione sul mappamondo siamo in grado di capire la distanza da polo ed equatore e quindi di ipotizzare il clima della zona.
Ad esempio, l’Italia settentrionale è attraversata dal 45° parallelo, si trova a metà fra polo ed equatore e quindi dovrebbe avere clima temperato. Poi in base alla lontananza dal mare della particolare regione che stiamo considerando, o alla presenza di grandi laghi, possiamo stabilire se la regione ha un clima continentale con escursioni termiche abbastanza ampie fra estate ed inverno (e, in alcuni casi, anche fra giorno e notte) oppure gode dell’effetto temperante dell’acqua.
L’altitudine ci dirà poi ulteriori indicazioni sulla temperatura media e sull’umidità media. Ad esempio, in una torrida estate padana, il clima sul lago di Garda o sulle colline parmensi è completamente diverso da quello che si ha nella “bassa” lungo il corso del fiume Po. E poi supponendo di avere anche un planisfero fisico o un mappamondo fisico, spostiamo il punto di vista alla collocazione globale della regione che stiamo considerando.
La presenza di catene montuose ampie verso nord o verso sud ci da ulteriori informazioni sul clima: alte montagne verso il polo possono proteggere dai venti freddi. Ad esempio, a parità di latitudine con il nord Italia, le zone interne degli USA sono molto più esposte ai venti freddi provenienti dal polo, non essendoci montagne in mezzo, e quindi molto più frequentemente le temperature possono scendere a parecchi gradi sotto lo zero.
E ora facciamo intervenire la geologia: montagne alte come Himalaya, Alpi, gli stessi Appennini significano che ci sono faglie recenti nel sottosuolo, ossia che la regione che stiamo considerando è geologicamente molto attiva e quindi soggetta a sismi.
A maggior ragione, la presenza di montagne coniche indica la probabile presenza di vulcani attivi o comunque attivi in epoche recenti. Infine, considerando la profondità dei mari, la presenza di fosse (come ad esempio quella delle isole Marianne) indica la presenza di subsidenza legata al fenomeno geologico della deriva dei continenti. Tale coincidenza di evenienze qualifica la regione in questione come sismica e vulcanica, come avviene nella cosiddetta “cintura di fuoco” dell’Oceano Pacifico.

[sf_iconbox image=”fa-flag-o” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La geografia e l’uomo

Gli umani “tecnologici” si sono quasi disabituati a tali riflessioni, ma la geografia (e la geologia) hanno condizionato in maniera decisiva  lo sviluppo delle società umane nel corso della storia.

Innanzitutto , la presenza di pianure e di fiumi dovrebbe favorire l’agricoltura e rendere una determinata regione più adatta a produrre cibo.
Le prime civiltà stanziali sono nate intorno ai grandi fiumi in medio oriente, Egitto e Cina. Le regioni dell’Italia centrale o delle Alpi hanno un’agricoltura molto diversa e meno produttiva rispetto alla Pianura Padana.
La presenza di golfi, baie, insenature, estuari favorisce la realizzazione di porti e quindi il commercio marittimo. I maggiori porti del mondo si trovano quasi tutti in locazioni geografiche di questo tipo.
Una terra geologicamente molto attiva è inoltre più recente di altre (sulla scala di decine e centinaia di milioni di anni) e quindi tipicamente contiene nel suo sottosuolo molte meno materie prime di una terra più antica. Ed ecco ad esempio che l’Italia, geologicamente molto recente, non ha se non in minima parte al suo interno materie prime come il carbone, il ferro, il rame.
[bctt tweet=”Un grande scrittore del XIX secolo, Emilio Salgari, partendo solo dalle carte geografiche e dalle descrizioni etnografiche dei viaggiatori, seppe costruire mondi interi…” username=”MapsGroup”]
Un grande scrittore del XIX secolo, Emilio Salgari, partendo solo dalle carte geografiche e dalle descrizioni etnografiche dei viaggiatori del suo tempo, seppe costruire mondi interi con saghe e personaggi diventati patrimonio della letteratura dei ragazzi, come ad esempio Sandokan, adattando ove necessario la geografia reale alle sue esigenze di scrittore.
Ad esempio, nel romanzo “Sandokan alla riscossa” il monte Kinabalu, nel Borneo malese, viene abbassato di quota rispetto al reale per permettere a Sandokan e ai suoi combattenti di raggiungerne la cima in poche ore (si veda [1] per ulteriori esempi di queste modifiche), mentre nel romanzo “Attraverso l’Atlantico in pallone” Salgari fa sfoggio di conoscenze geografiche (si veda [2] con la efficace descrizione del Banco di Terranova).
Ed ora che abbiamo ottenuto una chiave di lettura della cartina geografica in termini “geo-sociali”, applichiamola ad un paese molto noto, per confrontare cosa ci dice la cartina con quello che conosciamo di quel paese.

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Un esempio di lettura geo-sociale: il caso Giappone

Analizziamo quindi il Giappone, partendo dalla cartina fisica che rappresenta l’arcipelago di isole che formano quella nazione.
Si tratta di isole, non molto distanti dal continente asiatico, con coste abbastanza frastagliate e la presenza di grandi montagne. Le montagne occupano buona parte delle isole. La presenza della faglia del Pacifico ad est conferma il fatto che il Giappone sia una terra molto sismica. E quindi il Giappone non ha tante risorse minerali come possono avere altri paesi dell’Asia.
Giappone
Le isole e le coste frastagliate indicano che la pesca e la navigazione devono essere presenti nella società giapponese. E, in effetti, i giapponesi hanno grandi flotte di pescherecci e una tradizione secolare di commerci con i loro vicini.
E oggi la potenza economica giapponese è basata sulle aziende manifatturiere, che trasformano materie prime in maggior parte importate.
Nella prima parte del XX secolo il paese ha avuto una forte espansione commerciale e militare in Asia alla ricerca di materie prime con cui produrre i beni. Dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale il Giappone ha impegnato nella ricostruzione industriale le energie prima spese nell’esercito ed è diventato uno dei primi paesi al mondo nella produzione di beni anche ad alta tecnologia. I grandi gruppi industriali giapponesi sono fra i primi al mondo.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La lezione della carta geografica

Cosa possiamo dedurre, da tutto ciò? Che se la carta geografica, necessariamente, ci presenta un insieme limitato di informazioni, integrandola con altre informazioni che abbiamo comunque disponibili (attraverso il processo deduttivo), possiamo comprendere molte cose e ottenere un contenuto informativo assai superiore.
La carta geografica, dunque, ci permette di realizzare un processo di costruzione di informazione e conoscenza a partire da “pochi dati”.
Tale categoria di processi è di importanza fondamentale in numerosi settori oggi assai più “frequentati” rispetto alla cartografia: dalla Business Analysis alla Business Intelligence rappresenza anzi uno strumento di lavoro tipico dei Data Scientist.
[bctt tweet=”La carta geografica ci permette di realizzare un processo di costruzione di informazione e conoscenza a partire da “pochi dati”.” username=”MapsGroup”]
E’ anche un esempio di riconoscimento di schemi o “Pattern Recognition”, capacità che, grazie al Machine Learning, sta diventando comune in molte applicazioni che definiamo “intelligenti” come i riconoscitori vocali degli assistenti con cui dialoghiamo sui nostri smartphone.
Applicando il processo alla rovescia, si costruiscono “mappe” riassuntive che attraverso “pochi dati” comunicano informazioni fondamentali sull’andamento dell’azienda.
Per esempio, i cruscotti aziendali possono essere letti “in fretta” dai dirigenti destinatari che, sulla base delle informazioni e della conoscenza da essi tratta, devono prendere con saggezza le decisioni importanti per il futuro dell’azienda stessa.
E qui mi fermo, perché l’argomento potrebbe riguardare “continenti” interi dell’innovazione. E passo la palla – pardon – la tastiera – ad Anna Pompilio.
 
[highlight]Per approfondimenti:[/highlight]


Bibliografia
[1] G. Raiola – Sandokan Mito e Realtà – Ed. Mediterranee
[2] E. Salgari – Attraverso l’Atlantico in Pallone
[/boxed_content]
 


Credits Immagini:
Copertina (rielaborata):
ID: 58016285, di Peerajit Ditta-in
ID: 65820318, di Dmitry Rukhlenko
ID: 107812667, di Kheng Ho Toh
Cartine (ridotte):
ID: 64787795, di Bogdan Serban
ID: 66434478, di dikobrazik
 


Categorie
Maps News News

Cybersecurity Act, è legge. E Maps parteciperà a un progetto di Ricerca in materia di sicurezza

Nel dicembre 2018, il Parlamento Europeo, il Consiglio e la Commissione europea raggiunsero un accordo politico per una legge sulla cybersecurity, la quale rafforzava il mandato dell’Agenzia europea per le reti, l’informazione e la sicurezza (European Union Agency for Network and Information and Security, ENISA).

Lo scopo principale era sostenere meglio gli Stati membri nell’affrontare le minacce e gli attacchi alla sicurezza informatica. La legge istituiva inoltre un quadro comunitario per la certificazione di sicurezza informatica, in modo da rafforzare l’affidabilità dei servizi online e dei devices.

Il 12 marzo 2019, la legge, nota come Cybersecurity Act, è stata finalmente approvata.

Cosa propone la legge.

Già proposto nel 2017 come parte di un’ampia serie di misure per affrontare i cyberattacchi e costruire una sicurezza informatica nell’UE, il Cybersecurity Act include:

  • un mandato permanente per l’ENISA;
  • un ruolo maggiore all’ENISA nella cooperazione e nel coordinamento a livello dell’Unione, per aiutare gli Stati membri a rispondere efficacemente agli attacchi informatici.

Inoltre, l’ENISA sarà un centro indipendente di competenze che contribuirà a promuovere un elevato livello di sensibilizzazione dei cittadini e delle imprese e ma anche assistere le istituzioni dell’UE e gli Stati membri nell’elaborazione e nell’attuazione delle politiche di sicurezza informatica.
Si tratta di uno sviluppo innovativo, in quanto è la prima legge sul mercato interno che:

  • raccoglie la sfida di migliorare la sicurezza dei prodotti connessi, processi e servizi, dell’IoT e delle infrastrutture critiche attraverso specifici quadri di certificazione;
  • si propone di incorporare norme di sicurezza già nelle prime fasi della progettazione tecnica e dello sviluppo di prodotti connessi, processi e servizi legati alle rete.
  • consente agli utenti di accertare il livello di garanzia della sicurezza e garantisce che tali caratteristiche di sicurezza siano verificate in modo indipendente.

Vantaggi per i cittadini e le imprese

Le nuove regole aiuteranno le persone a fidarsi dei dispositivi che usano ogni giorno perché potranno scegliere tra prodotti, come i dispositivi di Internet of Things, garantiti cyber sicuri.
Le norme saranno uniche per la certificazione di cybersecurity. Questo:

  • porterà a un notevole risparmio di costi per le imprese, in particolare per le PMI che, altrimenti, avrebbero dovuto richiedere diversi certificati in diversi paesi;
  • eliminerà i potenziali ostacoli all’ingresso nel mercato;
  • incentiverà le aziende a investire nella sicurezza informatica dei loro prodotti e a trasformare questo in un vantaggio competitivo.

MAPS e la sicurezza informatica

MAPS, nella sua costante ricerca di innovazione, parteciperà al progetto di Ricerca e Sviluppo in materia di “Cyber Security delle infrastrutture critiche”, parzialmente finanziato dalla Regione Liguria con fondi del FESR.
Il progetto, al quale parteciperanno altre aziende, ha proprio lo scopo di garantire maggiore sicurezza nei sistemi di controllo industriale e di telecontrollo, coerentemente con lo sviluppo del paradigma di Industria 4.0. e le nuove disposizioni comunitarie.
Si cercherà di realizzare tale obiettivo progettando una soluzione software per l’automazione del monitoraggio della sicurezza delle infrastrutture, tesa a raggiungere i seguenti risultati:

  • monitoraggio delle infrastrutture critiche in relazione agli aspetti di sicurezza informatica;
  • valutazione delle vulnerabilità e del rischio ambientale connesso ad eventuali attacchi informatici e identificazione di contromisure.

Maps Group, molto più di un semplice software solution provider: è un gruppo che, dalla complessità dei Dati, propone visioni concrete del futuro.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

CONTATTI

Per maggiori informazioni
Contatti Società:
MAPS | Tel +390521052300
info@mapsgroup.it
Contatti Nominated Adviser
BPER Banca | Tel +390272 74 92 29
maps@bper.it
Contatti Investor Relations & Financial Media
IR Top Consulting | Tel +390245473884


Credits Immagini:
Immagine di copertina, ID Immagine 60776739; Photo by Leo Wolfert
I° immagine. Photo by Markus Spiske on Unsplash

 
 

Categorie
6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Sempre più in alto… le vette di 6memes! Primi classificati sui social da novembre 2018 a gennaio 2019.

[dropcap3]È[/dropcap3] sempre con una certa curiosità che, noi di 6MEMES, stiliamo la classifica trimestrale dei post più seguiti del blog, quelli che hanno cioè conquistato un posto speciale nel cuore – ma anche nel cervello – dei nostri lettori. Alti e bassi del cibo italiano. Monitoraggio 2018. Sara DI Paolo.
Questa classifica, la prima del nuovo anno, riguarda gli articoli pubblicati dal mese di novembre 2018 a quello di gennaio 2019  e porta con sé molte conferme e una sorpresa. Le conferme riguardano l’appeal del tema del gusto, premiato non una, ma due volte.
Le artefici della doppietta?
La mano (e i numeri) di Sara Di Paolo, che con il suo monitoraggio sugli alti bassi del cibo si aggiudica il primo, pazzo posto su Twitter, con l’articolo Freaking out: tutti pazzi per il cibo italiano! E il primato non porta con sé solo un’esplosione di gusto, ma anche di numeri, con oltre 9.000 visualizzazioni.
Cosa ci ha raccontato, la nostra viaggiatrice tra i buzz? Di oltre 15.000 menzioni (tra web, social e press) con una media di 160 al giorno, di cui metà in italiano e metà in inglese. Il “picco” più alto è stato quello del 4 di agosto in occasione della Notte Bianca del Cibo Italiano.
Il meglio di 6MEMESMa è stato anche il “gusto” dei lettori di 6MEMES per i dati e la cultura a braccetto, ad essere premiato: è stato infatti proprio l’articolo estivo della nostra rassegna trimestrale – roba per palati fini – ad aggiudicarsi il secondo posto sulla piattaforma più volatile dei social.
Twitter ha celebrato infine un altro vincitore, pardon, vincitrice: è Anna Pompilio, che svetta al terzo posto con un post dall’aspetto mica tanto leggero: La conoscenza come strategia per il cambiamento. White Paper di Anna Pompilio per #6MEMES.
Di cosa ci parla, Anna, in un articolo che ha macinato ottimi numeri anche su Facebook? Seguiamo il suo filo conduttore, che avanza spedito lungo tutto il quaderno:

“Abbiamo tutti – chi più e chi meno – timore del cambiamento. Di cambiare casa, amici, città. Ma anche collaboratori, fornitori, metodo di lavoro, strumenti d’uso… e chi più ne ha più ne metta”. Si chiama – ci parlando difficile – neofobia. E non necessariamente è un disvalore.”

Poi, nel suo prezioso argomentare, Anna ci spiega come quando e perché non dobbiamo avere paura del nuovo, ma invece ammiccare ad esso e farci condurre per mano sia nel nostro presente che nel nostro futuro…
I numeri e le classifiche su Facebook e Linkedin cambiano un po’ – come al solito – se distogliamo lo sguardo da Twitter.
In entrambi i social viene messo in primo piano uno dei temi più delicati tra quelli che abbiamo affrontato sul blog, quello sul Ponte Morandi, un post scritto in punta di penna da Sara Di Paolo che ci guida nelle conversazioni che hanno riguardato questo tristissimo evento.
Il ponte siamo noi. Di sara Di Paolo.A quattro mesi dalla tragedia che ha colpito Genova, il suo monitoraggio – realizzato da Maps Group e Words tramite la piattaforma Webdistilled – ha analizzato l’impatto che il crollo del ponte Morandi ha avuto a livello nazionale e internazionale in termini di comunicazione e immagine della città e dell’Italia intera.
Su Linkedin la classifica prende anche un’altra strada, quella del CANTO e del CONTO, con Leggerezza e gravità della comunicazione, il white paper di Natalia Robusti che, partendo dal tema calviniano della Leggerezza sino a quello della Coerenza.
E, con questo contributo, arriva prima su Linkedin, proponendo un filo conduttore tra la materia più classica del pensiero, espressa attraverso la poesia, e la materia più recente dell’innovazione, rappresentata da big data e algoritmi.
Il tutto passando attraverso un continuum espressivo, quello della comunicazione intesa come ponte levatoio che può unire, ma anche dividere ulteriormente, versanti diversi e a volte culturalmente opposti della conoscenza dell’uomo.White Paper dal Canto al Conto. Natalia Robusti per 6MEMES.
Ed è sempre Linkedin a premiare un altro autore di primo piano del Blog: Giulio Destri, che ci parla, nel suo white paper, di Servizi IT al lavoro: dal concetto di Prodotto a quello di Servizio, passando in primo luogo dalle “persone”. White Paper di Giulio Destri.
In questo nuovo quaderno il focus è sulla trasformazione in atto dal concetto di ‘prodotto’ a quello di ‘servizio’, cambiamento reso possibile dalle attuali tecnologie che veicolano ogni merce e – più in generale – ogni informazione di valore attraverso veri propri flussi di dati.
Che altro aggiungere?
Che dalle vette dei monti invernali ci apprestiamo a discendere verso il clima più mite delle colline primaverili del nostro blog. Con molte novità all’orizzonte, vi avvisiamo. Quindi: non smettete di camminare con il naso all’insù!

 
CREDITS


Credits Immagine di copertina (rielaborata):
ID: 34219093 di Olga Zakharova.
Per le immagini dei vari articoli citati, si rimanda ai credits dei singoli post.