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6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia

In salute e in malattia: dove, quando, come e perché cambiano le regole del gioco.

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Salute, o meglio, Salus…

[/sf_iconbox][dropcap3]I[/dropcap3]l tema della salute, che abbiamo affrontato l’anno scorso nel nostro blog dal punto di vista del corpo umano e del suo benessere, è tanto complesso quanto sensibile.
Non potrebbe essere diversamente: riguarda pressoché ogni ambito della nostra vita, da quello personale in quanto individui a quello relazionale in quanto animali cosiddetti sociali.

Del suo percorso a sorti alterne, non a caso, ne troviamo traccia fin dagli inizi della Storia dell’Uomo, in pressoché ogni luogo che la nostra specie ha abitato nel corso della sua evoluzione.
Di più ancora: come ci illustra Gioia di Cristofaro nella sua prefazione a “Medicina e cultura, prospettive di antropologia medica”, a cura di di Eloïse Longo e Domenico Volpini, lo stesso termine, Salute:

(…) deriva da Salus, nome di una divinità romana se non divinità sabina in epoca ancora più antica. (…) Salus si occupava del benessere e della felicità. Questi concetti venivano applicati in una prima fase allo Stato e, in seguito, estesi ai cittadini.  Al tempo di Esculapio (293 a.C.) la divinità operava sia per il benessere pubblico che per la salute fisica dei cittadini.  Già in questo periodo si fa strada il concetto che il malato non è libero in quanto dipende da altri, per cui il suo potere di decisione è fortemente condizionato dall’impedimento dovuto al suo stato di salute compromessa.

La sua rilevanza a livello collettivo è dimostrata anche dall’importanza che ogni società gli ha attribuito in materia legislativa, a livello sia teorico-scientifico che amministrativo-disciplinare.
Evitando di addentraci nei meandri delle varie religioni (che approcciano la questione in base a dogmi e precetti dettati delle rispettive fedi) è infatti molto spesso la Legge (in stretta relazione con le comunità scientifiche e mediche) che ha il compito di normarne ogni aspetto nonché di indirizzarne – promuovendoli, ma anche inibendoli – i filoni di indagine e ricerca.
Non è sempre stato così, come vedremo nei prossimi articoli – in molti luoghi del nostro pianeta non lo è ancora oggi – ma ci riferiremo, in questa serie di testi, al mondo occidentale. E comunque anche da noi la questione è di una complessità tale da meritare più di una riflessione, alla luce di quanto l’attualità porta all’attenzione dell’opinione pubblica.
Un esempio per tutti è la ben nota questione dei vaccini, di recente alla ribalta, ma anche il fenomeno del turismo sanitario (intra ed extra nazione) intrapreso per garantirsi sistemi di cura non presenti nel luogo di origine, come accade ad esempio dal mese di maggio 2018 per gli inglesi che, per evitare le proprie lunghe liste d’attesa, scelgono di curarsi in Italia (ebbene sì!).
[bctt tweet=”Ben lontano all’essere un unicum, il concetto di Salute è piuttosto un continuum, analizzabile da molti punti di vista.” username=”MapsGroup”]
A partire da questi presupposti di ordine generale, riprenderemo quindi il filo del discorso lasciato interrotto nei primi articoli della rubrica – che riguardavano, lo ricordiamo, il rapporto implicito e articolato tra ogni individuo, il proprio corpo e la sua rappresentazione.
In questa nuova serie di contributi ci concentreremo invece sul rapporto tra l’Uomo, la Medicina e la Sanità, termini che rappresentano sì concetti di ordine generale, ma anche sistemi sociali specializzati con il compito di sovraintendere al governo della nostra “salute”.

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La salute come continuum in un percorso anche culturale

Anche in questo caso il percorso filo-logico che seguiremo è articolato: ben lontano all’essere un unicum, il concetto di Salute è piuttosto un continuum, affrontabile da molti punti di vista.

Coincide, molte volte, con la capacità di un società e del suo sistema culturale
di riferimento – in quel preciso momento storico e contingente – di vedere, comprendere e prevedere non solo la “malattia” in sé, la sua origine e i suoi effetti sul singolo, ma anche (e a volte soprattutto) le conseguenze che si riverberano nella collettività in termini di benessere e qualità della vita.
[bctt tweet=”La Medicina ha bisogno – per essere esercitata con efficacia – di una serie di pre-condizioni che non sono affatto semplici da innescare e coordinare tra loro.” username=”MapsGroup”]
Il tutto, in relazione alla disponibilità delle risorse (umane, culturali ed economiche) necessarie per affrontare tali malattie, e all’intenzione e determinazione (o meno) a usarle.
Ogni sistema sociale deputato alla cura, infatti, che per semplificare chiameremo Sanità, è rappresentato non solo dall’insieme delle scoperte, delle competenze e delle procedure mediche in ambito sanitario, ma anche dai paradigmi culturali della società (come l’Antropologia medica insegna) in cui dispiega le proprie conoscenze e dalle priorità che la stessa si dà in termini di investimento e ricerca.
Un esempio in negativo del problema delle risorse, ad esempio, è la questione delle malattie rare, per cui mancano solitamente le cure a causa dell’assenza, a monte, di un interesse sufficientemente diffuso e generalizzato nei confronti delle stesse malattie per investirvi in termini di ricerca.
La Medicina, dunque, come vedremo, ha bisogno – per essere esercitata con efficacia – di una serie di pre-condizioni che non sono affatto semplici da innescare e coordinare tra loro.

Tra le varie definizioni della Medicina che ho trovato nella mia ricerca, ne cito una illuminante nella sua semplicità. Si tratta di una riflessione del prof. Vittorio Bonomini su “L’evoluzione della conoscenza in medicina”:

La conoscenza in Medicina ha sempre avuto due aspetti: uno scientifico e l’altro clinico; e come Aristotele nell’antica Grecia aveva già enunciato, è scienza ed arte.
Scienza, come conoscenza organizzata di tutte le circostanze relative alla salute dell’uomo. Arte in quanto capacità di applicare tale conoscenza alla cura della malattia.

Si tratta di una visione che mette insieme due dimensioni del sapere umano, quella della conoscenza organizzata (del sapere collettivo, dunque), e quella della pratica concreta.

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Meglio soli? Sicuramente no…

La “salute”, come abbiamo già visto all’inizio di questo articolo, non è mai solo una questione del singolo, né può esserlo.
In primo luogo per l’incontenibilità dei suoi agenti veicolanti: germi, virus, batteri, geni… nessuno di questi elementi rispetta alcun confine: né territoriale e tanto meno temporale.
Pensiamo ad esempio alle epidemie e al loro rapido dilagare, o all’ereditarietà delle malattie che si trasmettono di generazione in generazione.
[bctt tweet=”La Salute non è mai solo una questione del singolo. In primo luogo per l’incontenibilità dei suoi agenti veicolanti: germi, virus, batteri, geni… nessuno di loro alcun confine, né territoriale e tanto meno temporale.” username=”MapsGroup”]
In secondo luogo, tornando alla singola persona – ovvero al malato, o paziente – possiamo senza dubbio affermare che la solitudine dell’individuo rispetto alla propria condizione di malattia ha una connotazione in generale negativa: si presuppone che il singolo, in quanto malato, sia incapace di provvedere a se stesso, e di conseguenza la responsabilità del suo benessere viene demandata alla comunità che lo ospita, oltre che alla sua famiglia.
È, questo punto, una delle questioni più importanti e delicate per una comunità, capace di connotare in modo positivo ogni società cosiddetta “civile”.
Le tracce discorsive che seguiremo in questo nuovo excursus saranno infatti in primo luogo quelle storiche e normative che, come vedremo, sono caratterizzate da contenuti simbolici profondamente significativi, capaci di generare effetti concreti e duraturi in ogni tempo e società.
Non a caso in molte delle carte costituenti – compresa quella dei Diritti dell’Uomo e in quella italiana – la tutela della salute è sempre presente in quanto diritto, ed è espresso e normato in maniera puntuale e inequivocabile.
[bctt tweet=”In molte delle carte costituenti – compresa quella dei Diritti dell’Uomo e in quella italiana – la tutela della salute è sempre presente in quanto diritto, ed è espresso e normato in maniera puntuale e inequivocabile.” username=”MapsGroup”]
Seguirà un contributo che cercherà di rintracciare anche geograficamente le pratiche mediche (et similia) che hanno somministrato agli individui cure e approcci alla malattia differenti non solo in epoche differenti, ma anche in aree geografiche diverse, come è il caso dei diversi sistemi sanitari esistenti, a tutt’oggi molto diversi tra loro in base al continente o alla nazione.

Cercheremo inoltre di comprendere – dai vari dati statistici raccolti – qual è lo stato dell’arte, alla ricerca di eccellenze e punti critici.
A questi primi contributi, a loro modo propedeutici, che riguardano presente e passatto della Sanità e della Medicina, ne seguiranno alcuni, chiamiamoli così, più predittivi (anche se scopriremo che il futuro è già qui) con cui cercheremo di indagare come l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie sono destinate a cambiare profondamente gli scenari futuri. Uno per tutti gli infermieri in forma di robot, a breve anche nelle corsiedi un ospedale in Puglia.
Lo faranno, per lo più, nel bene, possiamo anticipare. Ma a patto di acquisire le necessarie competenze e conoscenze anche a livello diffuso, e non solo specialistico, e a condizione di essere capaci davvero di “averne cura”. Scusate il gioco di parole.


Credits Immagini:

 

Immagine di copertina:
ID:7329223, di everythingpossible
Immagine a piè di pagina:
ID: 39124657, di  pogonici

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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Parliamo di modelli, mappe e innovazione. Percepire equivale a comprendere? Intervista al prof. Giulio Destri, Business Advisor nel settore ICT pubblico e privato.

[dropcap3]I[/dropcap3]niziamo questa interessante chiacchierata di Natalia Robusti col professor Destri partendo come si dice, dall’inizio…

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[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Perché percepire e comprendere non sono la stessa cosa? Non si tratta di una distinzione troppo sofisticata?

È il mondo stesso, ad essere complesso, e di conseguenza è normale approcciarlo da diversi punti di vista. Non farlo, sarebbe arrendersi in partenza.
Nel mondo infatti, che per semplificazione chiamiamo reale, sono presenti tantissime componenti, spesso in relazione tra loro grazie a legami difficili da analizzare e comprendere, talvolta addirittura ancora ignoti.
Le stesse singole parti che compongono il mondo in quanto tale – come ad esempio una città, un’automobile, un organismo vivente o un bosco – sono altamente complesse, e la loro analisi è un’operazione difficile e lunga, anche se il più delle volte non ce ne rendiamo conto.
Anche addentrasi in queste stesse riflessioni non è semplice: per questo chi si occupa di formazione e innovazione ha un ruolo in più da assolvere: fare da traduttore, da mediatore tra la visione più articolata della realtà e la sua percezione a livello diffuso.
In alcune occasioni, infatti, anche solo il fatto di avvicinarsi a questioni complesse può generare nelle persone un timore anticipatorio, con la conseguenza di allontanarsene a priori. In altri casi, invece, da pochissimi fatti si ritiene di avere capito completamente una situazione molto articolata, e quindi si pensa di essere in grado di esprimere giudizi o prendere decisioni sulla base di informazioni attendibili anche se in realtà non è così.

 

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Capisco. E credo che ognuno di noi, nel suo quotidiano, può facilmente rintracciare esempi di quello che stai descrivendo. Come ci si può orientare in questo continuum senza incorrere nei due opposti errori?

Intanto occorre esplicitare un concetto che sembra banale, ma non lo è: non si può definire a priori quale sia il modo giusto di procedere.
Per farlo, in generale, occorre aumentare la nostra auto-consapevolezza sui processi percettivi, comportamentali e decisionali della nostra specie. Dobbiamo cioè essere consapevoli di come percepiamo la realtà e di come alcuni meccanismi possono aiutarci a comprenderla in maniera più verosimile.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]D’accordo! Allora cambio domanda, Giulio, e ti chiedo: la realtà è “oggettiva”?

Partirei da prima ancora, ovvero dalla stessa realtà fisica che percepiamo intorno a noi, e mi chiederei in primo luogo: cosa è davvero la realtà? Per rispondere in maniera adeguata dobbiamo fare affidamento su quanto ci dicono le varie teorie scientifiche, più o meno recenti, quasi sempre confermate da esperimenti ed osservazione.
Intanto dobbiamo ricordare che l’universo – e più in specifico il mondo che ci circonda – è formato non solo da materia, ma anche da energia.
Anzi, l’energia è, parafrasando Einstein, un’altra faccia della materia. Non solo: esiste in varie forme, e dalla sua interazione con la materia e i suoi componenti elementari nasce il mondo così come noi lo conosciamo.
La materia infatti è formata da (tanto) vuoto e da particelle elementari (elettroni, protoni e neutroni), raggruppate in insiemi ordinati chiamati atomi.
Un atomo può essere così immaginato come un piccolo sistema solare in cui al centro sta il nucleo, una sorta di “sole”, formato da protoni e neutroni e intorno al quale ruotano, come se fossero pianeti, gli elettroni, molto più piccoli. (Secondo i modelli più recenti descrivere come orbite le traiettorie degli elettroni è una semplificazione eccessiva e si preferisce parlare di orbitali, ovvero zone dello spazio intorno al nucleo ove esiste una certa probabilità di trovare l’elettrone).
Neutroni e protoni sono tenuti insieme nel nucleo da una forza (l’azione di una energia che si manifesta nelle interazioni fra elementi della materia) chiamata forza nucleare forte. Scambi di energia possono avvenire fra atomi attraverso i fotoni, ossia i componenti elementari della radiazione elettromagnetica.
Tutto ciò accade davanti ai nostri occhi, eppure ci risulta impercettibile.
Già a livello macroscopico, dunque, noi avvertiamo solo alcune parti della cosiddetta realtà: la luce visibile, ad esempio, che è il nostro primo mezzo per la conoscenza del mondo; ma anche le onde radio che usiamo quotidianamente anche nei nostri apparecchi elettronici, o i raggi ultravioletti con cui ci abbronziamo (o scottiamo), i raggi X con cui ci vengono fatte le radiografie ecc… Di tutta la restante parte di energia non ne abbiamo alcuna percezione e tanto meno sensazione.
Cosa ci dice tutto questo? Cosa ci fa vedere e toccare con mano?
In primo luogo che solo una parte (minima) della realtà è direttamente accessibile al nostro sistema percettivo. In secondo luogo che, grazie ad esempio alla descrizione del sistema dell’atomo sopra indicata, noi possiamo, dentro la nostra mente, vedere, toccare e sentire tutti i componenti della materia, anche se in maniera indiretta, mediata dalla nostra ragione e immaginazione.
Possiamo cioè costruire un modello – o meglio, più modelli – di questa realtà, creandone una versione semplificata e quindi rappresentabile nella nostra mente.
Subito dopo, grazie a questi modelli, possiamo spiegare in modo soddisfacente quello che è il comportamento della realtà intorno a noi, ossia il nostro mondo.
E questo è vero a partire dai componenti elementari della materia e dell’energia sino ai sistemi macroscopici più grandi, come nel caso del nostro pianeta, della nostra galassia e dell’intero universo.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Stai parlando di concetti astratti, quindi, come sono quelli di modello e di metafora?

Senza dubbio. E occorre farlo non per complicare le cose, ma per i motivi che abbiamo chiarito fin qui.
Per comprendere davvero un componente del mondo reale non abbiamo infatti – ad oggi – altro modo se non procedere attraverso i modelli, ovvero versioni semplificate del sistema reale cui si riferiscono e di cui conservano alcune caratteristiche, quelle sufficienti per lo scopo di analisi e/o comprensione che abbiamo in mente (per approfondire, si veda la nota [6]).
Chiariamo subito una cosa: un modello non è una copia. È piuttosto una rappresentazione, un’immagine, una descrizione, una formula matematica o un oggetto che sottolinea i tratti essenziali dell’originale del mondo reale: ciò che lo fa funzionare e/od operare nel mondo fisico.
Questi aspetti comprendono elementi chiave e relazioni che esistono fra di essi, oltre che le loro proprietà e le loro dinamiche. Che si tratti di un modello in scala di un’automobile, di un file CAD di un edificio, di un diagramma di un fenomeno biologico o di una descrizione di un processo economico, si tratta sempre di un modello.
Inoltre, per poter essere utile nella comprensione del sistema reale cui si riferisce, il modello deve quasi sempre essere in brado di ridurre le caratteristiche del sistema cui si riferisce.
Pensiamo per esempio ad una mappa del territorio come quelle che ci da il servizio Google Maps. Tale mappa riporta tutte le caratteristiche del territorio? Senz’altro no. Per poterle riportare veramente tutte dovrebbe essere una mappa in scala 1:1.
Ma allora sarebbe utile come mappa? No, nemmeno in questo caso. Come ci dice Faulkner, infatti: “Creare modelli significa creare mondi. Una mappa o un modello evidenzia certi aspetti rispetto all’originale e ne oscura altri. Questo aumenta l’importanza di ciò che viene evidenziato” (per approfondire, si veda la nota [4]).
Possiamo concludere quindi che il modello è utile quando ha caratteristiche sufficienti per comprendere il comportamento/funzionamento dell’originale. La scelta delle caratteristiche dell’originale da mantenere ed evidenziare nel modello ne definisce anche l’utilità. Va infine ricordato che nemmeno tale scelta è assoluta, ma varia in funzione del contesto.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Cosa ci puoi dire invece di un altro sistema di rappresentazione, quello della metafora? Che è tra l’altro utilizzabile in tante forme espressive, comprese quelle letterarie e poetiche?

Il concetto di modello può essere utilizzato anche in un’altra forma, come abbiamo ad esempio fatto per la descrizione degli atomi.
Per spiegare l’atomo abbiamo infatti utilizzato un’analogia con qualcosa che si suppone noto a priori, il sistema solare. Bene: questa è una vera e propria metafora che, in letteratura, definisce la sostituzione di un termine con un altro connesso al primo attraverso un rapporto di parziale sovrapposizione semantica, ossia di significato. Parlare di “leone” intendendo “persona coraggiosa” è ad esempio un’altra metafora…
Nel nostro contesto specifico  intendiamo il termine metafora come l’uso “di un modello simile in qualche modo al concetto per fare meglio comprendere il concetto stesso”.
Costruire modelli è qualcosa che facciamo molto spesso nella nostra vita, a livello inconscio, anche in relazione alla realtà quotidiana. Realtà che percepiamo attraverso i nostri sensi.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Entriamo quindi più nel vivo della questione allora. Parliamo di realtà e di percezione umana della realtà?

Volentieri. Per farlo dobbiamo tornare in primo luogo al nostro sistema percettivo. In quanto esseri umani, infatti, percepiamo il mondo attraverso i sensi, ovvero:

  • la vista – che percepisce un insieme ben specifico di radiazioni elettromagnetiche chiamato “luce visibile”;
  • l’udito – che percepisce un insieme ben specifico di vibrazioni meccaniche chiamato “suono udibile”;
  • l’olfatto – che percepisce un insieme di sostanze chimiche nell’aria generando gli stimoli chiamati odori;
  • il gusto – che percepisce un insieme di sostanze chimiche nella bocca generando gli stimoli chiamati sapori;
  • il tatto – che è in realtà composto da vari sotto-sensi:
    . tatto superficiale, che trasforma in stimolo sensoriale il contatto con la nostra pelle di superfici di solidi, liquidi o aria in movimento, dando origine ad esempio agli stimoli di pressione e termperatura, fastidio e dolore;
    . proprio-cezione, che ci permette di stabilire la posizione del nostro corpo nello spazio attraverso sensori posti nei muscoli, nelle articolazioni e nelle ossa, oltre che attraverso il senso dell’equilibrio posto nell’orecchio interno;
    . sensazioni di organi interni, che ci fa “sentire”, attraverso i gangli nervosi che li controllano, organi come il cuore o l’intestino e in alcuni casi “sentire” le emozioni entro tali organi (per approfondire, si veda la nota [5]).

Ne consegue che tutto ciò che possiamo percepire direttamente con i nostri sensi equivale non alla realtà in sé, ma alla nostra – soggettiva, arbitraria e contingente – percezione della realtà.
Con molti limiti: non possiamo vedere direttamente cose molto piccole come i batteri, non possiamo udire suoni al di fuori di un certo intervallo di frequenze (mentre altri animali possono), non possiamo vedere direttamente l’ultravioletto (mentre altri animali possono).
E nemmeno possiamo vedere i componenti elementari della materia, come gli atomi e le molecole, o le grandi strutture dell’universo come le galassie, se non attraverso strumenti tecnologici (come per esempio il telescopio) che ci hanno consentito di estendere l’azione dei nostri sensi.
E se gli esseri umani possono immaginare queste strutture, lo fanno, come descritto in precedenza, creando dei loro modelli nella propria mente o eventualmente rappresentandole attraverso metafore tratte dalla propria esperienza diretta.
Uno dei modelli più usati per le molecole è ad esempio quello a sfere e bastoncini, sufficiente per descrivere adeguatamente molte delle caratteristiche delle molecole:
 
modelli molecole
A questo punto, possiamo sostenere a ragion veduta che nella nostra mente possiamo rappresentare la realtà in modo diverso da quanto essa è oggettivamente, non solo traducendola e rappresentandola, ma alcune volte addirittura interpretandola.
E questo vale anche per operazioni come la lettura – che avviene a livello cerebrale, e non oculare – come è stato rilevato in numerosi test che provano che siamo in grado di riconoscere (entro certi limiti) anche parole la cui scrittura è stata deformata ad arte tramite la sostituzione di alcune lettere con altrettanti numeri la cui forma assomiglia alle lettere stesse.
Gli studi hanno infatti dimostrato che esistono due diversi sistemi di elaborazione al nostro interno (ovvero meccanismi cognitivi): il fast thinking, o pensiero veloce, e lo slow thinking, o pensiero lento (per approfondire, si veda la nota [8]).
Il primo è una forma di pensiero intuitiva e immediata che non richiede troppo sforzo, ossia in pratica consumo di glucosio da parte del cervello. È il tipo di pensiero che adottiamo quando pensiamo a un argomento di cui siamo esperti o con cui abbiamo a che fare tutti i giorni.
Un imbianchino, ad esempio, non ha bisogno di riflettere troppo a lungo su come fare la verniciatura di una parete: è un atto immediato perché per lui quotidiano. Per una persona che non ha mai fatto quest’attività, invece, già il pensare a come farla richiederebbe un maggiore impiego di energie e di ragionamento.
Il pensiero lento, al contrario, è una forma di ragionamento riflessiva e “faticosa” che richiede un certo impiego di energie (e quindi di glucosio) per potersi operare.
In modo analogo funziona la percezione: quando entriamo in un ambiente nuovo, come prima cosa diamo una “occhiata generale” all’ambiente stesso, così da farcene una idea di massima. Solo in un momento successivo concentriamo la nostra attenzione su alcuni aspetti particolari. Anche questo dimostra che non percepiamo in modo “oggettivo” la realtà: l’ambiente che analizziamo è sempre lo stesso, a cambiare è invece il nostro sguardo.
Gli esperti hanno dunque dimostrato (si vedano, ad esempio, le note  [7], [1] e [2]) che la nostra percezione è fortemente soggettiva. È come se i nostri canali sensoriali non fossero collegati direttamente alla mente “cosciente”, ma ci fossero dei filtri intermedi, in primis le emozioni.
Si può dire quindi ormai con certezza che l’interpretazione di quanto ricevuto dai sensi di ognuno è basata su codici interpretativi individuali, ossia sulla mappa del mondo pre-costituita dal vissuto, dall’esperienza e dalle competenze di chi riceve gli input sensoriali.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Mi piace l’associazione che fai tra l’idea di metafora a quella di mappa. Puoi entrare più nel dettaglio?

Volentieri. Lo faccio con una citazione di Alfred Korzybski: “La mappa non è il territorio”! (per approfondire, si veda la nota [3]).  Basti pensare alla descrizione di una città che abbiamo visitato e che conserviamo nella nostra memoria magari per condividerla con qualcuno nel racconto a tavola del nostro viaggio…
Tale “ricostruzione” è essa stessa – letteralmente – la nostra “idea” di quella città, la nostra rappresentazione personale e mentale dell’esperienza che in essa abbiamo fatto. Esperienza (tramutata in ricordo) che può non solo essere molto distante dalla realtà oggettiva, ma può anche cambiare nel tempo ai nostri stessi occhi, magari in base a qualche altra esperienza vissuta nel frattempo.
L’effetto della “mappa del mondo” è infatti essenzialmente suddivisibile in:

  • cancellazioni
  • generalizzazioni
  • distorsioni

Tutto ciò può trasformare completamente la nostra rappresentazione mentale interna della percezione rispetto alla percezione stessa. E può quindi modificare anche la nostra reazione a ciò che “pensiamo di percepire”.
Questo vale sempre, in ogni contesto e rispetto a ogni informazione con cui veniamo in contatto.
Immaginiamoci ad esempio nel momento in cui troviamo una busta verde chiaro nella nostra cassetta delle lettere: qual è il nostro primo pensiero sul suo contenuto?E di conseguenza: qual è la nostra reazione in proposito, reazione che si genera ancora prima di aprirla?
Questa è una tipica generalizzazione: in base a qualcosa che abbiamo vissuto precedentemente generalizziamo la nostra reazione. Ed è chiaro che, se non abbiamo mai ricevuto una multa per posta prima, il nostro pensiero nell’aprirla sarà molto più positivo rispetto a chi guida troppo velocemente :-).
Facciamo un altro esempio. Immaginiamo di avere da poco litigato con una persona. Nel momento in cui vediamo questa persona parlare con qualcun altro e guardare più volte nella nostra direzione, cosa pensiamo? Qual è la nostra reazione? Facilmente saremo preda di una distorsione, immaginando il peggio anche se così non è.
Infine: se durante una lunga riunione chi sta parlando è particolarmente noioso, usa termini insoliti o fortemente specialistici e non suscita alcun interesse in ciò che sta dicendo, noi memorizziamo quanto sta dicendo oppure vaghiamo con il pensiero altrove, magari senza accorgercene? Questo è il caso della cancellazione.
Ecco: la mappa del mondo si costruisce nel corso del tempo nella nostra mente, a partire dalle esperienze, principalmente nell’infanzia. La sua evoluzione dura tutta la vita. Lo studio, l’apprendimento, le esperienze di vita possono contribuire ad arricchirla.
Quindi possiamo dire che la mappa del mondo contiene anche regole di filtraggio della realtà costruite a partire dalle esperienze passate.
Le regole contenute nella nostra mappa mentale del mondo filtrano così la realtà percepita con i sensi e ci permettono di costruire modelli mentali o rappresentazioni mentali della realtà stessa.
Questa – così composta – diventa la nostra rappresentazione della realtà, l’unica che la nostra mente percepisce. Ne consegue che non è la realtà, ma un suo modello, più o meno fedele, che esiste esclusivamente dentro la nostra mente, ma a cui noi diamo molto rilievo, concedendogli addirittura lo statuto di realtà.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]A questo punto sorge una domanda naturale: se è così, quale è la reale funzione della mappa del mondo? A cosa si deve la sua stessa esistenza e il rilievo che occupa nella vita di ciascuno?

In sostanza assolve a un compito primario, ovvero alla necessità di elaborare le informazioni ricevute dai sensi producendo una reazione in tempo utile. Tempestività che, nel caso dei nostri antenati, era indispensabile per sopravvivere nella savana.
Ma facciamo un esempio più vicino a noi. Mentre sto lavorando al PC seduto sulla sedia concentrato su quanto sto scrivendo, mi serve forse percepire la sedia stessa sotto di me, i vestiti sul corpo, il pavimento sotto i piedi e così via? Assolutamente no, si tratta di informazioni in quel momento irrilevanti e inutili, e dunque quegli stessi stimoli (che vengono comunque percepiti dai recettori sensoriali nel corpo) sono immediatamente cancellati.
Invece, generalizzare il concetto di porta mi consente di usare comunque una porta di tipo mai visto, con una maniglia “strana”, per entrare nella stanza al di la di essa.
Allo stesso modo, generalizzare il concetto di interfaccia utente mi consente di usare l’interfaccia utente di un nuovo smartphone senza leggere il libretto di istruzioni andando per analogia con quella di modelli di smartphone precedenti.
Quindi uno degli effetti tipici della mappa del mondo è proprio creare semplificazioni che portano a costruire modelli semplificati del mondo entro la nostra mente.
Di questi modelli si serve, ad esempio, il fast thinking, con l’obiettivo di operare in tempi rapidi. Ma anche lo slow thinking può costruire modelli: ad esempio, le capacità che si sono sviluppate nei nostri antenati per concepire come produrre una lama tagliente a partire da rocce si sono poi evolute in ciò che consente oggi ad un architetto di immaginare un grande edificio, con tutte le sue caratteristiche.
Costruire modelli è dunque qualcosa che facciamo abitualmente con la nostra mente per interpretare la realtà presente che percepiamo attraverso i sensi, concepire concetti astratti e nuove idee, ideare prodotti (edifici, vestiti, romanzi, film, canzoni…) E immaginare la realtà futura.
Non solo: i modelli ci permettono anche di andare oltre le nostre capacità percettive sensoriali. Sia nel presente, rappresentando cose non percepibili direttamente con i sensi, che nel futuro, immaginando cose non ancora avvenute.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Puoi farci esempi più concreti e operativi, così da comprendere meglio?

Con piacere! Tra gli usi operativi più importanti dei modelli troviamo ad esempio:

  • la comprensione della realtà esistente: attraverso una versione semplificata della realtà esistente io posso fare la comparazione con modelli esistenti nella mia mente a partire da esperienze passate e fare delle analogie, arrivando a costruire una rappresentazione utile per la comprensione;
  • la previsione di comportamenti futuri di un sistema reale: attraverso modelli (in scala, matematici…), si possono fare delle prove o delle simulazioni della evoluzione nel tempo del modello e riportare, con approssimazione sufficiente, quanto ottenuto sul sistema reale, prevedendo in anticipo il comportamento di quest’ultimo… come vedremo di seguito è così che vengono realizzate, ad esempio, le previsioni meteorologiche attraverso simulazioni al computer;
  • la comunicazione di concetti fra persone: attraverso esempi ed analogie con situazioni o contesti noti a chi riceve la comunicazione, è molto più facile spiegare e far capire concetti totalmente nuovi e/o molto complessi.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Venendo a un ambito più contemporaneo, cosa ha comportato in tali sistemi di costruzione di significato l’introduzione delle nuove tecnologie? Penso al concetto di simulazione, ad esempio, ma non solo…

L’avvento dei computer ha portato un modo completamente nuovo di usare i modelli. A partire da caratteristiche semplificate della realtà, usando opportuni algoritmi, è infatti possibile costruire modelli dinamici dei sistemi reali e studiarne l’evoluzione nel tempo, ottenendo indicazioni quasi sempre trasferibili in modo “abbastanza” preciso sul sistema reale simulato, prevedendo l’evoluzione effettiva di quest’ultimo.
Per esempio, le previsioni meteorologiche, che stanno diventando sempre più precise nel breve termine, avvengono proprio grazie a simulazioni computerizzate della evoluzione del sistema atmosfera e nubi. Sul lungo e medio termine le previsioni ancora non sono sufficientemente precise, soprattutto per imperfezioni nei modelli usati per creare le simulazioni.
Possiamo affermare che anche l’elaborazione nei sistemi di Big Data produca modelli. Per esempio, i sistemi di deep learning utilizzati per il riconoscimento facciale, durante la fase di “addestramento”, costruiscono al proprio interno una sorta di modello del viso umano che poi usano per confrontare e riconoscere le persone.
I sistemi grafometrici in uso, ad esempio, per il controllo della firma nelle banche, durante il deposito del campione delle firma traducono l’insieme delle firme fatte in un modello, composto, sia dall’immagine digitalizzata della firma, sia da molti altri parametri come la pressione esercitata con il pennino, il modo di staccare il pennino dal tablet ecc… Le firme apposte in tempi successivi saranno quindi comparati con tale modello e, qualora la distanza dal modello stesso sia superiore ad una data soglia, non saranno riconosciute come valide.

[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]Si parla molto di modelli nella Business Analysis, oggi. Puoi dirci qualcosa su questo tema?

Senz’altro. Anche la Business Analysis, infatti, trattata tra l’altro in un precedente articolo, si fonda sulla costruzione di modelli semplificati della realtà dell’azienda od organizzazione in cui si sta operando e delle sue necessità.
Senza i modelli, il numero di particolari da considerare, e quindi di variabili da prendere in esame, sarebbe semplicemente troppo alto e non consentirebbe di trovare soluzioni in tempo utile.
Nella Business Analysis è importante saper costruire il modello giusto, ovvero fare le semplificazioni opportune della realtà, mantenendo nel modello le proprietà più importanti, quelle che consentono di fare le scelte adatte a costruire la soluzione migliore possibile per risolvere problemi e/o cogliere opportunità.
Ma come fare tali scelte? Applicando regole legate al business e, soprattutto, facendo affidamento sulla propria esperienza nel settore.
Si tratta in sostanza di adoperare in modo consapevole delle abilità che usiamo ogni giorno in modo inconsapevole nel mondo reale. Ovvero di formalizzare le esperienze di realtà aziendali simili per costruire modelli e le connesse soluzioni che siano riproducibili in contesti simili.
Ed ecco la generalizzazione che ha consentito, entro certi limiti e con opportuni adattamenti, l’uso degli stessi programmi ERP in aziende anche molto diverse fra loro… Tutto si tiene, insomma. In un complesso, ma affascinante, sistema che lega insieme istinto, ragione e innovazione.

***

Grazie mille, Giulio! Sei stato molto generoso nel condividere questo “filo narrativo” che ha gettato le basi per tanti altre riflessioni. E sono sicura che lo stesso farai nei prossimi articoli della tua rubrica sul nostro blog, in cui ci guiderai nell’uso di vari tipi di modelli, molto diversi fra loro, sia per l’analisi della realtà quotidiana che per quella di contesti aziendali. Stay tuned!

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[highlight]Per approfondimenti:[/highlight]


[1] Bandler, R. (2011). Il potere dell’inconscio e della PNL. Alessio Roberti Editore.
[2] Bandler, R., & MacDonald, W. (1991). Guida per l’esperto alle submodalità. Astrolabio.
[3] Bateson, G. (1979). Mente e Natura: un’unità necessaria. Adelphi.
[4] Bavister, S., & Vickers, A. (2012). PNL Essenziale. Alessio Roberti Editore.
[5] Bottaccioli, F. (2015). Psiconeuroendocrinoimmunologia. I fondamenti scientifici delle relazioni mente-corpo. Le basi razionali della medicina integrata. Red.
[6] Destri, G. (2013). Sistemi Informativi il pilastro digitale di servizi ed organizzazioni. FrancoAngeli.
[7] Goleman, D. (1999). Intelligenza Emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici. Edizioni BUR.
[8] Kanheman, D. (2011), Pensieri Lenti e Veloci. Mondadori.
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ID: 10567304, di Somchai Suppalertporn
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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Da Homo Sapiens a Homo Algorithmicus passando da Homo Digitalis… E l'Anima?

[sf_iconbox image=”ss-star” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Come semplificare la complessità senza cadere nell’automatismo o (peggio ancora) nella barbarie.

 
[dropcap3]S[/dropcap3]aranno i temi di attualità, che portano alla ribalta nuovi e vecchi argomenti di conversazione, come è ad esempio l’annosa questione del lavoro, destinato a cambiare radicalmente…
Sarà anche l’attuale situazione geopolitica del nostro pianeta, che versa benzina sul fuoco, come ci mostra la quattordicesima edizione del Global Risks Report 2019
O saranno le pubblicazioni più recenti di vari esperti e intellettuali sull’argomento, a portarlo in primo piano, come nel caso del recente saggio di Baricco…
Fatto sta che il difficile rapporto tra Cultura e Tecnologia, se bonificato e portato a più miti consigli, è sempre più spesso citato come l’unica possibile soluzione in grado di trasformare gli scenari più apocalittici in quelli più integrati (e viceversa).
[bctt tweet=”Il difficile rapporto tra Cultura e Tecnologia, se bonificato, è sempre più spesso citato come l’unica possibile soluzione in grado di trasformare gli scenari apocalittici in quelli integrati (e viceversa).” username=”MapsGroup”]
A ben vedere, oggi, l’innovazione tecnologica – se fosse guidata da una nuovo rinascimento culturale – potrebbe davvero consegnarci nelle mani le chiavi di un Regno in cui l’accoppiata conoscenza-competenza potrebbe farsi più stretta, feconda e duratura. 
In sua assenza, del resto, ogni predizione sul futuro prossimo e remoto (anche senza scomodare i Big Data) sembra ben poco attraente. Senza anima, potremmo anche dire, ovvero inanimata.
 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]A me il terzo occhio!

Detto questo, anche se sono ormai numerosi i contenuti prodotti e diffusi nell’area dell’innovazione tecnologica, e nonostante sia sempre più auspicato da tutte le parti un dialogo tra il settore tecnico e quello culturale (interazione semplificata in genere con la metafora del rapporto Uomo-Macchina) sono ancora pochi i contenitori in grado di far dialogare tra loro questi sistemi.
Non che sia facile, realizzare un incontro creativo e positivo di tali opposti, ma la strada tracciata è chiara ed è l’unica che può portare a uno sviluppo più diffuso e non soltanto elitario.
Le conseguenze sistemiche di tale perdurante scissione, infatti, sono evidenti: da un lato l’approccio più diffuso alla complessità sembra essere quello della semplificazione intesa nella sua accezione più riduttiva; dall’altro un certo scetticismo nei confronti dei sistemi complessi genera una  diffidenza che sfocia spesso in un vero e proprio senso di rifiuto, a volte comprensibile e fisiologico, altre volte irrazionale e ideologico.
Il rischio reale e concreto è che il rifiuto di tali tematiche produca un effetto di rimbalzo all’indietro con valenze fortemente retrocessive in termini sia sociali che culturali e infine  economici.

[bctt tweet=”Il rischio reale e concreto è che il rifiuto della complessità produca un effetto di rimbalzo all’indietro con valenze fortemente retrocessive in termini sia sociali che culturali e infine economici.” username=”MapsGroup”]
Qual è dunque, la cruna dell’ago da cui ci tocca passare per giungere ad altri, più fecondi lidi?
Il professor Piero Dominici lo spiega nel suo lungo e articolato lavoro di studio, ricerca e divulgazione dedicato al tema, in cui  – tra gli altri suoi temi e percorsi individuati  – indaga la condivisione della conoscenza attraverso la comunicazione e l’educazione a ogni livello di relazione e interazione…
Qualcuno, per fortuna, si sta già muovendo, anche in Italia, in questa direzione. Eccone alcuni esempi.

“A Torino c’è bisogno di ingegneri umanisti e di letterati più tecnologici”: così il filosofo Ferraris spiega il nuovo istituto Scienza Nuova, che propone corsi avanzati riservati ai migliori dottorandi dei due atenei, preparandosi ad arruolare sociologi e antropologi affianco agli ingeneri, con lo scopo di “rendere più umanisti gli ingegneri e più tecnologici gli umanisti.” Nasce per questo il “SUSST“, una realtà universitaria di “Scienze Umane e Sociali su Scienza e Tecnologia”

C’è anche chi fa un doppio salto carpiato in avanti rispetto all’intelligenza umana e si mette nei panni dei robot che non sanno che pesci prendere guardando in faccia noi umani. Non è uno scherzo: l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova Morego sta portando avanti questo ambizioso progetto con l’obiettivo di aiutare i robot a capire le nostre esigenze anche senza una richiesta specifica.
Condividiamo infine l‘avventura di Ori, una start up giapponese, che “ha messo a disposizione di un locale di Tokyo dei robot in grado di muoversi e portare piatti ai clienti del ristorante (…)” ma guidati in realtà a distanza da persone affette da disabilità fisiche. Una grande idea, insomma!

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[/sf_iconbox]Anima Mundi

Intanto in ambito europeo – quasi in un atto costituente – si inizia a parlare di codice etico dell’intelligenza artificiale (e come non ricordare le Leggi di Azimov?):

“Il ruolo della dignità umana è al centro di questo codice. L’AI non dovrà mai danneggiare gli esseri umani (ma pure gli animali o la natura); questa tutela dovrà essere garantita sotto diversi profili: quello della dignità, della sicurezza fisica, psicologica e finanziaria.”

In quello dunque che sembra essere un punto di svolta i due ambiti del sapere umano, quello umanistico e quello scientifico – vicini o lontani che siano, in real time o in differita – sono tornati finalmente a parlarsi.
I DATI – ovvero le informazioni, che siano espresse in parole o numeri – fanno la differenza, a patto che vengano maneggiate con cura e, se possibile, vengano raccolti, trattati e “messi” insieme attraverso uno sguardo che sia “umano”, e non solo intelligente.
[bctt tweet=”Ogni volta  che i numeri e le parole vanno a braccetto, accade che l’innovazione ha la chance di trasformarsi in sviluppo attraverso la generazione di un nuovo valore, come in ogni processo creativo.” username=”MapsGroup”]
Ogni volta infatti che i numeri e le parole vanno a braccetto, accade che l’innovazione ha qualche chance di trasformarsi in sviluppo attraverso la generazione di un nuovo valore, qualcosa che prima non c’era e che all’improvviso, come in ogni processo creativo, compare e “vive”.
Tornando quindi a noi di 6MEMES, incoraggiati dal clima culturale e dal contesto storico attuali, cercheremo anche quest’anno, grazie ai nostri autori e ai nuovi aiutanti che speriamo di incontrare nel viaggio, di fare la nostra parte, cercando di mantenere le premesse e le promesse del blog.
Adotteremo come chiave di lettura per il 2019 proprio il tema della complessità, sia nelle rubriche più culturali che in quelle più tecniche, e andremo alla ricerca di modelli, metodi o esempi concreti capaci di rendere comprensibile la sua potenziale spinta evolutiva, per “ridurla” e “tradurla” in forme creative, evocative e riflessive. Alla ricerca, anche noi, della nostra anima.
 

Natalia Robusti


 
 

CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina (rielaborata):
ID: 32794708, di diuno
ID: 34902592, di Linda Bucklin
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Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. Gli autori di 6Memes

About Mauro Di Maulo

Co- fondatore di Artexe S.p.a., società preminente in italia per la trasformazione digitale delle strutture sanitarie sul tema dell’accoglienza e della cura, si occupa da oltre vent‘anni anni di progettare, sviluppare e proporre al mercato soluzioni innovative in questo ambito.

Il suo è un approccio customer-centric, che parte dall’osservazione dei comportamenti dei cittadini-pazienti in relazione ai propri bisogni rispetto all’accesso ai servizi sanitari disponibili, sia nelle strutture pubbliche che private.

Dopo il recente ingresso di Artexe nel Gruppo Maps, è stato nominato membro del Consiglio d’Amministrazione.


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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge So Social: traduzione e tradimento nella comunicazione digitale. White Paper

#6MEMES: dal CANTO al CONTO. Leggerezza e gravità della comunicazione sulle tracce di Italo Calvino.

#6MEMES: dal CANTO al CONTO.
Leggerezza e gravità della comunicazione
sulle tracce di Italo Calvino.

[dropcap3]L'[/dropcap3]anno appena chiuso ha raccolto nel blog 6MEMES un excursus sui 6 tag calviniani che ci hanno accompagnato in questi mesi nel marcare e comprendere le etichette di significato che Italo Calvino ci ha lasciato in eredità con la sua opera memorabile Lezioni americane: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Coerenza.
Iniziamo l’anno nuovo con un White Paper che raccoglie i vari contributi di Natalia Robusti che, partendo dal tema della Leggerezza sino a quello della Coerenza, propone un filo conduttore tra la materia più classica del pensiero, espressa attraverso la poesia, e la materia più recente dell’innovazione, rappresentata da big data e algoritmi.
Il tutto passando attraverso un continuum espressivo, quello della comunicazione intesa come ponte levatoio che può unire, ma anche dividere ulteriormente, versanti diversi e a volte culturalmente opposti della conoscenza dell’uomo.
Buona lettura!

[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]

  • Introduzione
  • Indice
  • 01. All’ombra degli algoritmi, ai piedi della poesia: Leggerezza e gravità della comunicazione.
  • 02. Rapidità versus Velocità: meta o viaggio? Tra intensità e densità del progresso.
  • 03. L’Esattezza ai tempi dei Big Data… Cartografia di una meta (quasi) impossibile da raggiungere.
  • 04. Visibilità: l’immaginazione che ci “piovve dentro”. Da Dante ai giorni nostri.
  • 05. Molteplicità: che sia tanto o poco, il MOLTO può essere abbastanza? [PARTE UNO, PARTE DUE].
  • 06. Cominciare e finire: il bene e il male della “Coerenza” secondo Calvino. Favole dei giorni nostri….
  • About

Per scaricare il White Paper cliccare l’immagine di copertina:


 
 


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Gli autori di 6Memes Healthcare & Data Driven Governance

About Fabrizio Biotti

Dopo un’esperienza ventennale in gruppi nazionali e multinazionali nel settore del terziario avanzato, farmaceutico e ICT sono stato il co-fondatore di Artexe, una delle aziende più importanti in Italia nei servizi globali di e-health.

Dopo il recente ingresso del gruppo Maps gestisco le attività di Sales & Marketing nell’area e-health.

Membro del Consiglio di Amministrazione di Maps Healthcare, porto la mia esperienza manageriale e aiuto i nostri clienti in Italia e all’estero a migliorare il loro rapporto con i pazienti e a diventare un’azienda data driven.


Credits immagini ritratto (rielaborate):
ID Immagine 1: 45474162, di Kheng Ho Toh
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Gli autori di 6Memes Interoperabilità e digital footprint

About Lilith Dellasanta

Project manager in Roialty, start-up innovativa del settore Loyalty Management –  acquisita a maggio dal gruppo Maps – mi sono occupata per più di dieci anni di web monitoring e reputation analysis.

Lavoro in Roialty dal 2015 e sono project manager dei progetti di gamification e digital loyalty.

Twitter: @lilith_81

Linkedin: Lilith Dellasanta


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ID Immagine 1: 25173565, di Kheng Ho Toh  
ID Immagine 2: 86729777, di Marina Putilova
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6MEMES TRENDS Alti e bassi del cibo italiano White Paper

2018: alti e bassi nella comunicazione sul cibo italiano. White Paper di Sara Di Paolo.

[dropcap3]I[/dropcap3]l 2018 è stato l’anno del Cibo Italiano, e – grazie a un monitoraggio di Webdistilled – la nostra blogger Sara Di Paolo ha “tenuto d’occhio” in questi dodici mesi un numero davvero considerevole di siti, social, blog e forum che hanno trattato il connubio tra arte, paesaggio e cibo.
Il monitoraggio, che ha riguardato un argomento particolarmente distintivo del nostro paese, è stato esteso anche ad altri media, e non solo online. Ha infatti riguardato magazine, trasmissioni radio e programmi TV, anch’essi sia in italiano che inglese.
Il tutto alla scoperta degli alti e bassi nella comunicazione sul cibo italiano.
Ne sono usciti tre articoli con tre diversi focus che abbiamo raccolto in un piccolo, ma prezioso Quaderno di 6MEMES. Tra “Eat spaghetti to forgetti your regretti” e “Freaking out: tutti pazzi per il cibo italiano!” ne sono uscite delle belle e delle buone.
Ve le proponiamo in questa raccolta che ci racconta – tramite numeri, conversazioni, tweet e grafici – un anno di eventi, “chiacchiere” e informazioni su “Gli alti e bassi del cibo italiano”.
Buona lettura.

[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]

  • Introduzione
  • Indice
  • 01. Gli alti e bassi del cibo italiano. Il monitoraggio 2018.
  • 02. “Eat spaghetti to forgetti your regretti”. Seconda tappa del viaggio intorno all’Italian Food.
  • 03. Freaking out: tutti pazzi per il cibo italiano! Per finire in bellezza.
  • About

Per scaricare il White Paper cliccare l’immagine di copertina:

White Paper Sara Di Paolo 2018


Credits Immagini:

 

Immagine di copertina (rielaborata):

ID: 60555873, di Elena Pimonova


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Maps News News

La complessità… e alcune sue storie: ecco i protagonisti alla Festa di Natale MAPS 2018.

Il 19 dicembre scorso, presso gli spazi WoPa, a Parma, la complessità e il cambiamento, l’innovazione e la bellezza si sono incontrati, esprimendo il loro potenziale creativo, alla festa di Natale di Maps.

Perchè la realtà è complessa e ricca di sfumature. Ognuno di noi la vorrebbe raccontare ma: “[…] a volte le storie sono semplici: c’è un cattivo e c’è un buono, un bianco e un nero […] altre volte la realtà non è come la vediamo o immaginiamo”.

Su queste parole, luci e musica hanno illuminato il palco per l’atteso Storyshow ‘Elogio della complessità (della realtà e dello storytelling)’.

 

L’istrionica e sapiente guida Giampaolo Musumeci (conduttore radiofonico, nonché voce e occhi di cronache e reportages che raccontano partenze e vita dei migranti provenienti dal continente africano) ha accompagnato il pubblico nel regno ricco di sfumature della complessità e di alcune sue storie.
Perchè, […] la complessità va raccontata e per raccontarla bisogna immergersi e abbracciarla, senza pregiudizi e abbattendo stereotipi.
 
 

Govanni Zagni, questo il nome del primo ‘narrastorie’ chiamato in causa da Musumeci: il debunker (ossia un acuto (ri)cercatore delle false notizie che circolano sui social, ma anche su siti e giornali) nonché direttore del progetto di fact-checking ‘Pagella Politica’ dal 2017, ha raccontato tre storie di fake news, di natura politica o di cronaca, particolarmente eclatanti e divertenti.
E, alla fine, ha ceduto con inchino cortese, la parola a Stefano Moriggi.
 
 

‘[…] baluardo della scienza, fiero sostenitore del principio di causa effetto’  nonchè docente di ‘Teorie e Tecniche della Comunicazione Scientifica in TV’, nel  Master di Comunicazione della Scienza e dell’Innovazione Sostenibile, presso l’Università di Milano Bicocca, il Prof. Moriggi ci ha ricordato l’importanza della verità in abito scientifico e di come occorra una continua educazione per farne esperienza.
Non solo poiché si affermi (e necessariamente si diffonda) ma anche per abituarsi al senso critico.
 
Tra le curiose e memorabili contaminazioni musicali dei WHYNOT e le incursioni letterarie di Margherita Saltamacchia, dopo le importanti testimonianze che hanno aiutato ‘a capire come distinguere il vero dal falso… scopriamo che il vero che conosciamo forse non è così vero!’

E che, infine, è – e sarà sempre – la bellezza a dare forma alla verità. Come emerge dal racconto di Alessandro Gandolfi, fotografo e giornalista per le più importanti testate internazionali.
Dalla creazione di una storia fotografica alla necessaria discesa sul campo per smontare stereotipi e cercare punti di vista laterali su realtà e i suoi contrasti, Alessandro si è mosso tra contrasti dimostrando che la realtà è fluida e cambia.
E ci accompagna nel nostro, di cambiamento. 
Così, dopo aver capito ‘che l’apparenza inganna; che la complessità resta tale e non sempre la posso spacchettare e che la realtà è fluida, cambia e ci costringe a cambiare noi’, Giampaolo Musumeci, il navigatore raccoglitore di storie, ha salutato il suo pubblico, pronto a dirigersi verso una nuova rotta di viaggio.
Estesa la partecipazione di pubblico alla serata, alla quale hanno preso parte anche i nuovi colleghi di Artexe, la società milanese nel cui capitale Maps ha investito dando vita a una realtà tra le più grandi nel settore dei servizi di accoglienza delle strutture sanitarie.

Augurandoci che complessità e bellezza, nella loro essenza più vera, sempre accompagnino la realtà, Maps e Artexe vi danno il benvenuto nel 2019!


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Immagine di copertina, Photo by number168
ID:44613772
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6MEMES TRENDS Trasparenza e Partecipazione nella PA White Paper

Amministrazione Pubblica e Digitalizzazione. Dalla complessità del governo al governo della complessità. Di Michele Vianello.

[dropcap3]M[/dropcap3]ichele Vianello si autodefinisce – in sintesi – un Consulente e un Digital Evangelist.
Cosa significa? Che assiste nei processi di digitalizzazione le Imprese, le Associazioni imprenditoriali, le Pubbliche Amministrazioni e gli Ordini Professionali.
È anche uno strategist digitale, ovvero indirizza e forma i suoi clienti nell’ideazione e nella realizzazione di strategie digitali per competere negli attuali ecosistemi mediali e avere successo nell’era di Internet.
Cavalca dunque l’onda dell’attualità su temi cruciali non solo per gli addetti ai lavori, ma per la collettività nel suo insieme.
E, proprio a partire dalla sua esperienza con le Pubbliche Amministrazioni nell’adeguare le proprie strutture alla trasparenza e alle modifiche introdotte dalla più recente legislazione, ha accettato (buon per noi 🙂 di scrivere alcuni contributi sul tema per il Blog 6MEMES.
Ne è uscito un punto di vista più che mai attuale, capace non solo di fotografare l’esistente, ma anche di dare spunti, suggerimenti e incitazioni. E lo diciamo non a caso, vista la sua eccezionale attitudine alla fotografia dimostrata dalle bellissime immagini che troviamo sui suoi profili social.
Del resto, studi recenti hanno definito i suoi libri sulle smart cities, i suoi scritti e il suo account Twitter @michelevianello come “i cluster tematici più virali” in Italia sull’innovazione urbana.
Di cosa ha parlato, dunque, Vianello, sul nostro blog? Di temi cruciali, dallo sviluppo di modelli per estendere l’alfabetizzazione digitale nei territori e nelle imprese alla Partecipazione, dalla trasparenza nella Pubblica Amministrazione al governo della complessità.
Ne è uscito un White Paper che condividiamo con i nostri lettori, denso di contenuti e piacevole da scorrere.
A voi, lettori di #6MEMES, il giudizio finale!

[highlight]Indice dei contenuti:[/highlight]

  • Introduzione
  • Indice
  • 01. Amministrazione Pubblica e Innovazione: digitalizzare (o duplicare?) l’esistente.
  • 02. La città della trasparenza: il diritto a partecipare alla vita della Pubblica Amministrazione.
  • 03. Rivoluzione digitale: ci aiuta a risolvere problemi complessi, ma non le complessità dell’epoca moderna.
  • About

Per scaricare il White Paper cliccare l’immagine di copertina:


 


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ID: 52654916, di wbraga
ID: 36790557, di Iryna Denysova