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Le letture per l’estate consigliate da #6MEMES. Parola d’ordine: interoperabilità

[dropcap3]A[/dropcap3]nche quest’anno, in questa estate così problematica, non potevamo rinunciare ai nostri consigli di lettura. 
Il tema proposto  (non sarà una sorpresa, immaginiamo 🙂  coincide con l’Interoperabilità, il topic non solo tecnico, ma anche linguistico, culturale e scientifica attraverso cui, confidiamo, l’innovazione tecnologica sarà capace di rivoluzionare, migliorandolo, il rapporto tra tecnologia e sistemi (sociali ed economici in primis).
In questi consigli per l’estate vorremmo dunque mostrarvi l’importanza di una più efficace interoperabilità tra i dati, sorgente primaria di ogni innovazione tecnologica e, in questo momento storico di connessione globale (più o meno forzata dall’attuale pandemia), fonte indispensabile di informazioni e conoscenza.

[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I consigli di lettura…[/sf_iconbox]

Partiamo da “Library linked data. Verso l’interoperabilità tra le istituzioni culturali”.
Il libro, di Ester Marinelli, presenta e spiega inizialmente il concetto di Giant Global Graph (o Grafo Gigante Globale), idea sviluppata Tim Berners-Lee (l’informatico britannico insignito del premio Turing 2016 e co-ideatore, insieme a Robert Cailliau, della base concettuale per il futuro sviluppo del World Wide Web).
Nell’era digitale della rete distributrice di qualunque informazione, il “Grafo globale” si configura come un web semantico ossia un luogo virtuale dove effettuare una migliore e più puntuale ricerca delle informazioni mediante collegamenti tra documenti ma anche tra dati, e che chiunque può contribuire a incrementare.
Un luogo “abitato” dalla famiglia dei Linked Open Data (LOD), i dati liberamente accessibili e in continua connessione tra loro, ricercabili dai motori di ricerca e comprensibili dalle macchine. Nonché una delle principali tecnologie che sottostanno alla realizzazione del concetto di Grafo Gigante Globale.
E l’autrice prosegue descrivendo la tecnologia dei LOD per comprenderne livello di sviluppo, criticità e punti di forza attuali per esplorare infine il panorama internazionale e nazionale in merito alla produzione di Library Linked Data, cioè dati bibliografici “collegati”.
Un’idea di futuro, quella dei LLD, che attraverso l’interoperabilità di sistemi potrebbe aprire il varco verso un’interoperabilità di Istituzioni culturali (biblioteche, musei, associazioni culturali), garantendo la correttezza delle informazioni fornite e la possibilità di accrescimento della cultura personale e, dunque, della propria libertà.
[bctt tweet=”Library Linked Data: i dati  bibliografici collegati, potrebbe aprire il varco verso un’interoperabilità di Istituzioni culturali, garantendo la correttezza delle informazioni fornite e la possibilità di accrescimento della cultura” username=”MapsGroup”]
Il Grafo Gigante Globale non che può essere sostenuto da una solida rete tecnologica aggiornata e sempre migliorabile. In “Apriti standard! Interoperabilità e formati aperti per l’innovazione tecnologica”, Simone Aliprandi sostiene l’urgente necessità di poter disporre di strumenti software che siano distribuiti in modalità libera dai tradizionali vincoli della proprietà industriale e, dunque, disponibili in forme e modi del tutto aperti, gratuiti e trasparenti.
L’attenzione del dibattito scientifico, prosegue Aliprandi, deve essere spostata dagli strumenti con cui si producono informazioni alle informazioni stesse e sugli standard con cui esse sono codificate, comunicate e memorizzate. Interoperabilità e neutralità tecnologica diventano quindi categorie e valori centrali di libertà per un ecosistema digitale efficiente ed equo.
[bctt tweet=”Interoperabilità e neutralità tecnologica: categorie e valori centrali di libertà necessari per un ecosistema digitale efficiente ed equo” username=”MapsGroup”]
Basteranno i software aperti e una trasparente circolazione di informazioni interconnesse a garantire una nuova frontiera della vita comune? Potrebbe rispondere alla domanda Serenella Iovino con il suo libro “Filosofie dell’ambiente” nel quale si auspica la realizzazione di una necessaria “Cultura dell’ambiente”, attenta alle relazioni tra mondo umano e mondo naturale non-umano.
È infatti più che mai necessario un “pensiero dell’ambiente” che non si muova solo sul territorio della morale e del valore ma richieda l’interoperabilità di più discipline come sociologia, scienze cognitive, letteratura e critica letteraria, estetica e storia delle idee. 
Un’interpolazione di concetti per una multi pluralità di idee, insomma, per mettere in discussione la struttura della società e offrire più letture del mondo contemporaneo.
[bctt tweet=”È più che mai necessario un “pensiero dell’ambiente” che richieda l’interoperabilità di più discipline come sociologia, scienze cognitive, letteratura e critica letteraria, estetica e storia delle idee” username=”MapsGroup”]
Eccoci, infine, ad augurarvi una estate il più serena possibile, di divertimento, ma anche riflessione. 
Per capire, magari, come la messa in in opera di una interoperabilità più efficace possa aiutare le nostre società a rompere muri virtuali che ci imbrigliano spesso in spazi troppo esigui.


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Esattezza: trasparenza, veridicità e interoperabilità del sapere dall'Uomo alla Macchina. Partendo da Calvino.

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[/sf_iconbox]La misura del vero

[dropcap3]C[/dropcap3]alvino inizia la sua terza lezione, quella dedicata all’Esattezza, con una definizione del suo campo di analisi letteraria espressa in tre punti numerati (come vedremo tra breve), mentre l’incipit al capitolo ci concede una breve divagazione sul concetto più generale di unità di misura:

“La precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, dea della bilancia. Il geroglifico di Maat indicava anche l’unità di lunghezza, i 33 centimetri del mattone unitario, e anche il tono fondamentale del flauto.”

Calvino prosegue il discorso citando la fonte:

“Queste notizie provengono da una conferenza di Giorgio de Santillana sulla precisione degli antichi nell’osservare i fenomeni celesti. (…) In memoria della sua amicizia, apro questa conferenza sull’esattezza in letteratura col nome di Maat, dea della bilancia.”

E, dopo questo breve inciso – che circoscrive a mo’ di geroglifico l’area semantica dei discorsi che l’autore affronterà – Calvino definisce ancor meglio il concetto di Esattezza che, per lui, vuol dire soprattutto tre cose:

1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, “icastico”, dal greco εικαστικός;
3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

La mia prima riflessione rispetto ai temi che trattiamo in questa serie di articoli è che l’opera calviniana – nel suo insieme – è densa di nuclei di senso che possiamo definire preveggenti, e uno di questo è proprio quello riferito all’Immaginazione collegata  a filo doppio con i concetti di Misura e di Calcolo.
Quasi come se ogni porzione di testo narrato dovesse – per sua vocazione – tendere a contenere e condividere un insieme di significati in grado di rappresentare qualcosa di esatto, preciso, o meglio ancora: VERO.
E se questo legame tra “immaginazione” e “misura” sembra a un primo sguardo contro-intuitivo – parlando qui di Esattezza – allora il mio consiglio è quello di leggere l’articolo di Anna Pompilio in cui introduce la differenza tra interoperabilità sintattica e interoperabilità semantica proprio a proposito della condivisione di informazioni e saperi:

“la definizione di interoperabilità, per la precisione di interoperabilità sintattica, ha un che di limpido e leggero: è la capacità dei sistemi (ognuno dei quali utilizza per funzionare differenti linguaggi, tecnologie, interfacce, …) di comunicare e scambiare tra loro dati e servizi.
Il modo con cui sistemi diversi cooperano, e quindi si scambiano informazioni, è attraverso l’utilizzo di standard e protocolli. (…) Esiste tuttavia un’altra definizione di interoperabilità, che porta forse con sé maggiori suggestioni: l’interoperabilità semantica che si ha quando i dati scambiati sono comprensibili dai differenti sistemi coinvolti.”

Il destino di ogni forma “esatta” di comunicazione, dunque – secondo questo specifico focus – sembra essere correlata non tanto (o non solo) a trasmettere e veicolare informazioni fine a se stesse, ma piuttosto di valore, contenente cioè qualcosa non solo di misurabile, ma anche capace di essere “comprensibile”.
Questo, sia che si tratti di una comunicazione tra Umani, tra Macchine e perfino di tipo “ibrida”, ovvero tra l’Uomo e la Macchina.
[bctt tweet=”Il destino di ogni forma esatta di comunicazione, sembra essere correlata non solo a trasmettere e veicolare informazioni fine a se stesse, ma piuttosto di valore, contenente cioè qualcosa di misurabile.” username=”MapsGroup”]
Quando questo non accade, allora si assiste a un vuoto cicaleccio, piuttosto che a un reale scambio, i cui esiti – per il contesto generale – non sono certo favorevoli. D’altra parte è lo stesso Calvino che si sofferma sul tema:

“(…) mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. (…) La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.”

L’autore non è più clemente nemmeno con l’uso delle immagini, che già intravede come inflazionate rispetto al loro significato più profondo (e oggi non possiamo che dargli ancora una volta ragione):
“Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini (…) che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria (…).”

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[/sf_iconbox]Quando e se la misura è “vuota”…

Se ora queste riflessioni le lasciamo rilegate nell’ambito letterario, allora possiamo anche dire che la questione non è poi così grave (non è vero, ma facciamo finta di sì!).
Ma se invece accostiamo queste tematiche alla relazione ormai strutturale tra l’Uomo e la Macchina, allora sì, la faccenda si complica, e di parecchio.
Se infatti la traduzione delle istruzioni che (per semplificare molto) l’Uomo impartisce alla Macchina (sia nella fase della sua progettazione che durante le attività di addestramento e perfino nelle fasi di ri-elaborazione dei dati e delle informazioni) è imprecisa o imperfetta, anche di poco, ecco che invece le conseguenze possono essere assai più impattanti nel loro risultato ed esponenziali nel loro riverbero.
Non a caso, quello della veridicità dei dati è uno dei fattori più importanti, quando si parla di Big Data, ad esempio, come abbiamo ricordato in uno degli articoli fondanti il nostro blog:

“Il tema dell’esattezza e della veridicità – a proposito di dati – è cruciale, tanto che è uno dei quattro parametri principali con cui si individuano i big data (assieme al volume, la velocità e la varietà).”

Il termine, infatti,

“si riferisce alla connotazione qualitativa del dato raccolto e analizzato (in termini di interoperabilità e affidabilità)” ed è un fattore determinante “essendo questi dati alla base di una serie di attività inferenziali il cui esito dipende appunto dalla qualità della materia prima da cui si parte.”

E qui si apre una questione cruciale, in termini di Esattezza:

“Essere Esatti, in sintesi, non necessita solo l’essere precisi, ma anche in qualche modo obiettivi (veritieri) nell’individuare l’oggetto di analisi. 
Tale doppio binario, infatti – quello dell’esattezza dell’individuazione dell’oggetto e quello l’esattezza della sua rappresentazione – è fortemente dipendente dagli strumenti di cui dispone colui che osserva, che possono essere non solo tecnici e tecnologici, ma anche intellettivi e culturali.”

E se non bastano le misure, in questo senso, allora è chiaro che occorre uno strumento ulteriore, per garantire sia Esattezza che Veridicità nella relazione assai complessa tra il linguaggio dell’Uomo e quello della Macchina.
[bctt tweet=”Se le istruzioni che – per semplificare molto – l’Uomo impartisce alla Macchina sono imperfette, anche di poco, le conseguenze possono essere importanti ed esponenziali nel loro impatto.” username=”MapsGroup”]
Questo strumento – io – vorrei chiamarlo Metodo di nome ed Etico di cognome, e vorrei farlo riportando le parole del professor Paolo Benanti:

“Per guidare l’innovazione verso un autentico sviluppo umano che non danneggi le persone e non crei forti disequilibri globali, è importante affiancare l’etica alla tecnologia.
Rendere questo valore morale qualcosa di comprensibile da una macchina, comporta la creazione di un linguaggio universale che ponga al centro l’uomo: un algor-etica che ricordi costantemente che la macchina è al servizio dell’uomo e non viceversa.”

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[/sf_iconbox]Dati e veridicità pre e post Covid

Se tutto questo discorso poteva apparire soltanto qualche mese fa molto difficile da capire, e soprattutto astratto e lontano dalla nostra vita di tutti i giorni, basta ora soffermarci sugli eventi che stiamo nostro malgrado attraversando in termini pandemici per capire che non è affatto così, e forse non lo è mai stato.
Era ad esempio l’esimio professor Roberto Burioni, già in febbraio, a interrogarsi sull’esattezza dei dati riportati dalle statistice cinesi:

“Tutto il mondo s’interroga sulla veridicità dei dati statistici disponibili in Cina. In ogni caso, con tutte le limitazioni di sorta, sono quelli che abbiamo e su cui tutti dobbiamo riflettere.
Oggi vi proponiamo una nostra possibile interpretazione, anche alla luce dell’ultimo report degli epidemiologi dell’Imperial College of London.”

Noi stessi in prima persona, in questi mesi, abbiamo potuto registrare direttamente come  – tra report della Protezione Civile e schermaglie varie a suon di numeri, grafici e modelli esponenzial – la questione sia dunque sostanziale, soprattutto se applicata ai modelli matematici, e a maggior ragione a quelli esponenziali: basta sbagliare un PICCOLO numero all’inizio della serie di calcoli che il risultato sarà un GROSSO errore.
Tant’è che sono purtroppo tantissimi gli articoli che mettono sul chi va là, a partire da dati scientifici di cui dubitare:

“Il calcolo dell’infection fatality rate si sta rivelando uno degli aspetti più controversi di questa pandemia. Tra risse scientifiche, modelli, analisi sierologiche, le cifre proposte sono ancora molto distanti, e in attesa di dati certi non resta che decidere di chi fidarsi.”

Per non citare il problema della sicurezza dei dati ripetto a possibili attacchi informatici riguardanti informazioni che sono per noi letteralmente VITALI:

“L’Fbi e e l’Homeland Security denunciano una serie di attacchi informatici il cui mandante sarebbe Pechino. Nel mirino degli hacker dati su vaccini, trattamenti e test di aziende e organizzazioni americane…”

Ed è qui, che il tema dell’interoperabilità – e non solo tra uomo e macchina, ma tra enti, stati e perfino tra continenti diversi – si mostra nella sua vitale, anzi, virale, congiunzione.
[bctt tweet=”Oggi, il tema dell’interoperabilità – non solo tra uomo e macchina,  ma tra enti, stati e perfino continenti diversi – si mostra nella sua vitale, anzi, virale, congiunzione.” username=”MapsGroup”]
In un’epoca iperglobalizzata, in cui un virus fa il giro del mondo in poche ore (senza sbagliare, purtroppo per noi, il suo bersaglio) è sempre più importante la nostra capacità di essere all’altezza della sfida anche e soprattutto in termini di esattezza e veridicità.
Perché, parafrasando Calvino, l’innovazione tecnologica è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che noi abbiamo immaginato dovrebbe essere.
Al prossimo appuntamento: parleremo di Molteplicità.

***

[dropcap3]PS:[/dropcap3] se crediamo che questa “faccenda” dei numeri e delle misure sia una questione per solo Uomini (e Macchine), allora dobbiamo ricrederci:

“Le ultime ricerche dimostrano che non solo gli animali sono intelligenti, ma che nella loro mente siano presenti i precursori per ogni caratteristica dell’intelligenza umana (…) a cominciare dall’intelligenza matematica: gli animali sanno contare!” Per saperne di più, leggete l’articolo di Focus.


CREDITS IMMAGINI (rielaborate)
ID Immagine 1: 43150614. Diritto d'autore: ssilver
ID Immagine 2: 82194718. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh
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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data Sharing Knowledge

L’interoperabilità metasemantica: oltre il significato delle parole. Di Anna Pompilio.

Il Lonfo*

Change occur within a contest.
Change is the act of transformation in response to a need.


(BABOK®, International Institute of Business Analysis,
Toronto, Ontario, Canada)

 
Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.
È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.
(Fosco Maraini)
 

[sf_iconbox image=”fa-toggle-on” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’interoperabilità metasemantica[/sf_iconbox]

 

[dropcap3]C[/dropcap3]ito da Wikipedia:

la metasemantica, nell’accezione proposta dal Maraini, va oltre il significato delle parole e consiste nell’utilizzo di parole prive di significato, ma dal suono familiare alla lingua a cui appartiene il testo stesso e di cui deve seguire le regole sintattiche e grammaticali.

Ho voluto ripartire (con quest’ultimo di quattro post sull’interoperabilità) dalla metasemantica per ribadire innanzitutto che nella comunicazione solo l’Essere Interoperabile può andare al di là del significato delle parole, della lingua, del linguaggio e tale ricchezza di mezzi, pur aggiungendo complessità, porta con se bellezza e creatività.
Il secondo motivo è che, invece, i sistemi per comunicare tra loro necessitano, al contrario, di regole ferree, significati puntuali, standard condivisi (affinché un processo possa essere completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano completamente comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione). Ma queste stesse regole, significati, standard sono dettate da qualcuno che ha capacità di dare un senso al non-sense: il padre dell’interoperabilità semantica (l’uomo) è capace di giocare con le parole, di sfruttare gli interstizi del linguaggio e la sua percezione, di seguire percorsi inconsueti e luminosi.
[bctt tweet=”I sistemi per comunicare tra loro necessitano di significati puntuali e standard condivisi. E questi sono dettati da qualcuno che ha capacità di dare un senso al non-sense: il padre dell’interoperabilità semantica, l’uomo” username=”MapsGroup”]
 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il contesto interoperabile[/sf_iconbox]

 

Change occur within a contest…

Context may include attitudes, behaviours, beliefs, competitors, culture, demographics, goals, governments, infrastructure, languages, losses, processes, products, projects, sales, seasons, terminology, technology, weather, and any other element meeting the definition. (BABOK®)

Chi fruisce di un servizio digitale vive nel contesto, un progetto vive nel contesto, il team vive nel contesto, i fornitori vivono nel contesto, ogni stakeholder coinvolto in un processo di cambiamento vive nel contesto. Un contesto è fatto di scuole, università, di tessuto produttivo e culturale, un contesto è fatto di diritti, di valori, di sostenibilità… Un contesto è fatto di linguaggio così come di infrastrutture.
Per questo è così complicato cambiare direzione, per questo ci arrabattiamo da anni con un Lonfo che ci sbernecchia.
Anche l’interoperabilità non è fine a se stessa ma, come tutto ciò che è concepito dall’essere umano, vive nella circostanza. Circostanza, o contesto, che dev’essere essa stessa interoperabile. Che senso avrebbe investire per rendere interoperabili i sistemi del catasto finalizzati all’integrazione con i sistemi legacy di facility management di un ente, se non ci fossero più immobili dell’organizzazione destinati per assurdo ad uso ufficio?
[bctt tweet=”Anche l’interoperabilità non è fine a se stessa ma, come tutto ciò che è concepito dall’essere umano, vive nella circostanza. Circostanza, o contesto, che dev’essere essa stessa interoperabile” username=”MapsGroup”]
Non sarebbe più utile investire in sistemi che permettano che i dati del catasto siano immediatamente fruibili dal dipendente di quello stesso ente, che deve cambiare abitazione-ufficio da una città all’altra spesso e in tempi brevi? Non sarebbe più efficace abilitare quella stessa persona al controllo  a distanza dei luoghi fisici dove arriva o se ne va?
 

[sf_iconbox image=”ss-shuffle” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Azione, trasformazione, collaborazione[/sf_iconbox]

 

Change is the act of transformation in response to a need.

L’interoperabilità dei sistemi rientra in quei wicked problems che non possono essere risolti da un’innovazione tecnologica o dall’azione della singola organizzazione ma richiedono il concorso, il coinvolgimento, la relazione di molteplici attori e l’azione coordinata di tutti coloro che operano in un dato ambito, ognuno nel suo ruolo, siano essi azionisti, dipendenti, fornitori, consumatori, industria, politica, società civile: Collaboration is the act of two or more people working together towards a common goal.
Se lavorare insieme al superamento degli ostacoli verso un mondo digitale interoperabile e interconnesso era già un obiettivo importante fino a pochi mesi fa, non limitarsi oggi a sostenere sacche di innovazione costituite da gruppi in competizione tra loro, come le bande di guerrieri del Bronx nei film degli anni ’80, è ancora più rilevante. Il contesto è cambiato drammaticamente e la vera sfida è portare a bordo tutti gli attori coinvolti nel processo.
[bctt tweet=”Lavorare per un mondo digitale interoperabile e interconnesso, e non sostenere sacche di innovazione costituite da gruppi in competizione tra loro, portando a bordo tutti gli attori coinvolti nel processo: è questa la vera sfida oggi” username=”MapsGroup”]
Più complicato ancora di questi tempi? Può essere, specie se si continua a pensare in termini di collaborazione uguale prossimità quando in realtà bisognerebbe forse studiare un algoritmo di collaborazione uguale affinità.
Ricominciare dunque con metodo, ma facendo ancora un passo avanti, applicando le regole – i framework – che abbiamo finora destinato allo sviluppo delle fantomatiche “macchine” prima di tutto allo studio e all’osservazione dell’essere umano nel nuovo contesto, per comprenderne le pulsioni più intime e le spinte all’azione, cogliendo i segnali di cambiamento perché un’economia della consapevolezza (come ipotizzava già qualche anno fa Niccolò Branca) non può che partire da una chiara visione di se. È vero che siamo tutti nella medesima circostanza, ma non siamo tutti uguali anzi, è precisamente il contrario.
E chi si interroga sui motivi che hanno impedito finora di arrivare a concretizzare il dialogo tra sistemi diversi deve riposizionare sulla matrice qualcosa di più della paura della condivisione (i fantomatici silos) o della perdita dei propri privilegi, aggiungendo inevitabilmente ai parametri paure nuove e potenti: la perdita della stessa vita o del senso di essa. Se superare il problema tecnico è affare complesso ma non certo impossibile, superare il problema umano, qui e ora, continua ad essere un compito arduo proprio perché l’essere umano non è affatto di facile interpretazione, del resto Il Lonfo non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta.
Occorre quindi tendere a una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non allo scopo di controllare e monitorare ma di aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico, che risponde a precise regole di collaborazione ma il cui significato ha senso sole se riferito all’ambiente in cui lavora, vive, ama, talvolta muore.
[bctt tweet=”Occorre una tecnologia che supporti e integri le esperienze umane, sociali e collettive, non per controllare e monitorare ma per  aiutare nella costruzione di un nuovo modello metasemantico che risponde a precise regole di collaborazione” username=”MapsGroup”]
Stiamo vivendo il tempo in modo diverso, stiamo diventando più consapevoli del nostro ritmo privato, i rapporti duraturi con famiglia e amici vengono mantenuti in vita a distanza, le parole casa e ufficio assumono significati diversi e c’è chi ipotizza che le città in un futuro prossimo diventeranno solo un agglomerato di edifici temporanei.
I nuovi sistemi dunque dovranno tenere conto di questi e altri scenari possibili e ancora una volta identificare dalle diverse fonti le informazioni pertinenti, raggrupparle in base a parametri specifici per identificare i modelli emergenti, collegare i pattern per definire campioni significativi, combinare le diverse intuizioni per immaginare il futuro. Soprattutto dovranno saper intercettare il Lonfo.
Applichiamo modelli, sempre e comunque (anche qui ne suggerisco uno che permette di cogliere le interrelazioni: il Business Analysis Core Concept Model™ di IIBA) o sviluppiamone di nuovi, perché aiutano, guidano, strutturano, mettono ordine. Ma è solo l’inizio del film, non la fine. Soprattutto impariamo a riconoscere il Gorilla, aspettiamoci di vederlo arrivare e stiamo pronti all’azione.
Altrimenti sarà solo l’ennesimo anno da dimenticare.


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina:
ID Immagine 1: 16084235. Diritto d'autore: radiantskies
ID Immagine 2: 96197608. Diritto d'autore: Nikita Gonin 
ID Immagine 3: 47638548. Diritto d'autore: Tomasz Wyszolmirski
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Information and communications technology

La rete oggi: dialogo fra persone (e le cose del mondo) attraverso i sistemi digitali. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente abbiamo ricostruito come si è arrivati alla rete Internet odierna con un unico standard di dialogo fra sistemi digitali che consente in sostanza a tutti i dispositivi dotati di un’interfaccia di rete di collegarsi e scambiare informazioni fra loro, ovvero uno standard che permette una interoperabilità globale fra i sistemi digitali.
In questo articolo, dunque, analizzeremo gli effetti di questo sulle persone, ossia come nei mesi della tragedia che ha colpito il mondo la rete sia stata un pilastro fondamentale nella comunicazione fra le persone.

[sf_iconbox image=”ss-alarmclock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Un salto indietro nel tempo…[/sf_iconbox]

In [1] è stato trattato il tema di come la rete sta evolvendo nella Internet di Ogni Cosa (IoX) che collega fra loro dispositivi ed esseri umani a livello planetario. La drammatica situazione vissuta anche in Italia a partire dalla fine di febbraio 2020 ha accelerato ed in parte estremizzato tendenze che erano già in atto. Per capire meglio facciamo un salto indietro nel tempo…
Cosa sarebbe avvenuto se la situazione di oggi si fosse verificata, su scala globale, all’epoca della prima SARS, nel 2002-2003? Quindi solo 17 anni fa…
I mezzi di comunicazione dell’epoca erano limitati: non esistevano ancora i social media e nemmeno sistemi di messaggistica istantanea come WhatsApp e Telegram… Gli unici strumenti disponibili erano la posta elettronica, limitata come dimensioni dei messaggi rispetto ad oggi, e gli SMS.
Inoltre non c’erano gli smartphone, e la maggior parte dei telefoni cellulari non aveva la possibilità di collegarsi ad Internet, ma solo di inviare o ricevere chiamate audio e, appunto, SMS, con i loro 160 caratteri di lunghezza massima, e, in alcuni casi piuttosto rari MMS, con contenuti multimediali di dimensioni limitate (e con un costo notevole).
Gli accessi ad Internet avevano velocità limitata: solo in zone di grandi città come Roma e Milano era già presente la “banda larga”. Stava appena iniziando a diffondersi sul territorio la prima ADSL, dopo anni di modem con tariffa a tempo, in cui si pagava in base al tempo di connessione… Quindi non sarebbe stato possibile fare videoconferenze in quantità come oggi.
Le Webcam non erano ancora integrate nei PC come oggi e in pochi le acquistavano come accessori.
Non esistevano le piattaforme cloud per videoconferenza come Zoom, Google Meet, Teams e nemmeno sistemi usabili da tutti per la condivisione immediata di file e dati. Non esistevano i servizi cloud…
L’e-commerce non era ancora diffuso e capillare come oggi.
[bctt tweet=”La rete Internet è oggi un servizio essenziale, una infrastruttura critica per tutta la nostra società. Sia per il lavoro e l’economia, sia per le relazioni sociali” username=”MapsGroup”]
Quindi possiamo ipotizzare che:

  • Data l’impossibilità pratica di telelavoro nella maggior parte dei casi, i sistemi amministrativi delle aziende si sarebbero bloccati, così come molte banche, la maggior parte della pubblica amministrazione…
  • Le teleconferenze tra capi di governo sarebbero state realizzate con molto maggiori difficoltà.
  • I contatti e le trasmissioni di dati tra ospedali e strutture sanitarie sarebbero avvenuti con molto maggiori difficoltà.
  • Le trasmissioni televisive non avrebbero potuto fare tutte le interviste tramite skype ed altri strumenti di videochiamata.
  • La scuola a distanza non sarebbe stata possibile.
  • La formazione universitaria e quella aziendale e professionale obbligatoria non sarebbero state possibili.
  • Le riunioni di associazioni, enti, i contatti delle amministrazioni locali con i propri cittadini non sarebbero stati possibili come invece sono stati.
  • I contatti via videochiamate con medici, psicologi, coach ecc… non sarebbero stati possibili.
  • Le videochiamate fra parenti lontani, fidanzati, amici… che hanno contribuito non poco a mantenere la nostra coesione sociale, non sarebbero stati possibili.
  • Tutti gli eventi virtuali che hanno consentito ad artisti di mantenere i contatti col loro pubblico non sarebbero stati possibili.
  • Gli eventi sociali come le cerimonie religiose “locali” in cui si partecipa alla messa nella propria parrocchia, ma anche le lezioni di yoga, fitness, strumenti musicali ecc… non sarebbero stati possibili.
  • L’acquisto online di prodotti, in primis il cibo, non sarebbe stato possibile al di fuori di pochi casi a Roma e Milano.

Da tutto questo che lezione possiamo trarre? Che la rete Internet è oggi un servizio essenziale, una infrastruttura critica per tutta la nostra società. Sia per il lavoro e l’economia, sia per le relazioni sociali.
E d’altra parte, che la situazione che abbiamo vissuto ha costretto molti decisori a prendere atto delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie per lo svolgimento a distanza del lavoro. E che in alcuni casi il passaggio è permanente e non si tornerà alla situazione precedente.
Vediamo ora alcuni casi…

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso fiera virtuale: da Aedile a Wecosmoprof[/sf_iconbox]

Il concetto di fiera virtuale esiste da molti anni: nel corso degli anni’90, mentre ero ancora in Università, ho collaborato con una delle prime web agency italiane, che creò Aedile, la estensione online di SAIE, Cersaie e SAIE2, ossia le fiere dell’edilizia di Bologna.
L’idea era sostanzialmente quella di un marketplace, ogni azienda integrava il proprio sito web al portale che riportava l’elenco di espositori presenti nella fiera. I siti web avevano un catalogo dei prodotti e, in alcuni casi la possibilità di fare ordini via mail.
All’epoca comunque i siti web erano sostanzialmente l’estensione online di una brochure più che non di uno stand. I contatti e le trattative avvenivano comunque in massima parte offline.
In questi giorni di inizio giugno, dato che le manifestazioni fieristiche sono ancora sospese, si sta tenendo Wecosmoprof, la versione online della fiera Cosmoprof, l’evento annuale tra i più importanti in ambito cosmetico.
L’evoluzione è notevole. Non soltanto sono presenti filmati, documenti e tanto materiale a presentare le aziende partecipanti, ma sono stati “trasposti” nel virtuale anche tutti gli eventi tipici di una grande fiera. Ci sono videoconferenze su vari temi, cui le persone si possono iscrivere attraverso l’autorizzazione di uso dei dati forniti alla fiera. Ci sono dibattiti, annunci.
C’è, soprattutto, Cosmoprof MyMatch, una piattaforma per creare incontri tra domanda e offerta, con tanto di stanze virtuali per gli incontri, esattamente come avviene in una fiera quando ci si siede ai tavolini di uno stand per trattare affari. Inoltre, per i partecipanti, è possibile chiedere ad una intelligenza artificiale di selezionare i candidati potenziali alla partnership attraverso il matching dei profili.
[bctt tweet=”La relazione umana che porta al business può avvenire attraverso piattaforme in grado di creare incontri tra domanda e offerta, con tanto di stanze virtuali per gli incontri” username=”MapsGroup”]
Insomma, tutta la relazione umana che porta al business è compresa può avvenire attraverso la piattaforma.
Questo strumento per favorire incontri non è nuovo, è infatti in realtà un adattamento di un sistema nato in origine sui siti di incontri on-line per favorire la selezione di potenziali partner. Durante il periodo di lockdown è aumentato ulteriormente l’uso di tali strumenti e le stime indicano che una notevole percentuale di relazioni sempre più inizierà attraverso la rete.
Per cui, accanto all’uso dello strumento per conoscere potenziali partner e incontrarsi virtualmente prima che fisicamente, in alcuni casi è possibile anche affidarsi alle intelligenze artificiali per una pre-selezione.

[sf_iconbox image=”ss-search” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso ispezione di sistemi di gestione[/sf_iconbox]

I sistemi di gestione di qualità (ISO9001) e sicurezza delle informazioni (ISO27001), certificati da enti terzi (ossia dalle società di certificazione) richiedono un audit annuale, ossia una verifica approfondita di documenti con procedure codificate.
In particolare, ogni tre anni avviene un audit di più approfondito con un nuovo auditor, che poi seguirà normalmente l’azienda anche negli audit di mantenimento dei successivi due anni.
Costrette dal lockdown, molte società di certificazione sono passate ad eseguire gli audit da remoto, almeno nel caso di quelli di mantenimento.
L’auditor o la squadra degli auditor accede per prima cosa ai documenti, ad esempio tramite un accesso sicuro all’archivio documentale dell’azienda da esaminare. Successivamente viene condotta l’ispezione sul campo, in cui la persona che funge da guida nel caso della ispezione fisica, conduce una telecamera (o anche solo un buon smarphone) nell’azienda, muovendosi su indicazione degli auditor che possono in tal modo vedere impianti e sistemi nei dettagli, interagire intervistando le persone presenti ecc…
Nel caso delle aziende di servizio in cui magari le persone stesse stanno lavorando da remoto le interviste possono essere condotte direttamente in colloquio con le persone dell’azienda.
Analogamente avviene per la consulenza da remoto. In questo periodo ho partecipato a numerose riunioni virtuali per consulenze organizzative che erano già in corso o sono iniziate addirittura in modo totalmente virtuale.

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il caso formazione online[/sf_iconbox]

Anche la formazione aziendale è stata trasposta online.
Qui sono presenti maggiori difficoltà rispetto all’aula, perché, specialmente se le classi sono numerose, non sempre è possibile vedere in viso gli allievi (principalmente per non sovraccaricare la rete) e quindi è indispensabile chiedere con maggiore frequenza rispetto ad un’aula se gli allievi stanno seguendo efficacemente.
E anche parlare più lentamente, scandendo bene i termini nuovi, considerando che spesso anche alcuni allievi non hanno collegamenti veloci e possono sentire un audio non perfetto.

[sf_iconbox image=”ss-laptop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La comunicazione fra persone attraverso strumenti digitali[/sf_iconbox]

Con un numero limitato di interlocutori, in particolare nel caso di due sole persone, la comunicazione è in tempo reale, in qualunque parte del mondo. Si vede l’interlocutore in faccia e, in parte, anche nel corpo e non si sente solo la voce come al telefono. Si possono condividere documenti, anzi, si può lavorare a più mani scrivendo insieme documenti, disegnando insieme, verificando calcoli ecc…
Quindi il passaggio dal dialogo “solo scritto” della email e delle chat alla moderna videoconferenza è stato epocale. Se prima era presente solo il linguaggio scritto verbale, sia pure parzialmente arricchito dagli emoticon, ora si vedono le persone in volto. Si può cogliere tutto il linguaggio verbale (ossia le parole pronunciate), il paraverbale (il modo di pronunciarle) e il non verbale (espressioni del viso e della parte del corpo visibile).
Rispetto ad un dialogo “fisico” nello stesso luogo ci sono alcune piccole differenze, come evidenziato anche da psicologi ed esperti di comunicazione come Giorgio Nardone.
[bctt tweet=”La Rete, oggi. Il passaggio dal dialogo “solo scritto” della email e delle chat alla moderna videoconferenza è stato epocale: la comunicazione è ora in tempo reale, in qualunque parte del mondo” username=”MapsGroup”]
Intanto occorre posizionare il dispositivo alla distanza giusta per essere inquadrati completamente ed evitare di mostrare solo parti del viso. Inoltre le persone tendono a non guardare la telecamera ma il volto dell’interlocutore che appare sullo schermo. Bisogna parlare più lentamente e valutare la reazione non verbale alle proprie parole da tutto il volto, mancando il contatto oculare diretto fra gli interlocutori.
A tal proposito i formatori di AIF raccomandano, di fronte ad un pubblico virtuale potenzialmente vasto, di guardare per la maggior parte del tempo proprio la telecamera, esattamente come fanno da decenni giornalisti e personaggi televisivi.

[sf_iconbox image=”fa-cogs” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il lavoro tramite la rete[/sf_iconbox]

Il lavoro tramite la rete, per essere efficiente, deve cambiare rispetto all’organizzazione nello spazio fisico.
Alle persone devono essere affidati compiti che possano essere portati avanti da soli per la maggior parte del tempo, limitando le interazioni con altri al giusto necessario. Soprattutto devono essere limitate e ben finalizzate le riunioni, l’interazione che trasposta online rischia di diventare molto inefficiente se non ben condotta.
Il lavoro online rende al meglio se l’organizzazione è “a centri di servizio”, come presentato in [2]. E vanno tenuti presente con ancora più attenzione gli aspetti emotivi della comunicazione, come presentato in [3], soprattutto per mantenere desta l’attenzione, che in una video chiamata tende a sfuggire maggiormente rispetto ad un colloquio di persona.
[bctt tweet=”Il lavoro online rende al meglio se l’organizzazione è “a centri di servizio”. E vanno tenuti presente con ancora più attenzione gli aspetti emotivi della comunicazione” username=”MapsGroup”]
Siamo quindi nel bel mezzo di una rivoluzione storica? Per alcuni tipi di lavoro si, principalmente per motivazioni economiche: una trasferta per partecipare ad un evento che costa decine di migliaia di euro e può essere sostituita da una videoconferenza, viene sostituita semplicemente. Per altri no, non in tempi brevi per lo meno.
Quindi la rete diventa anche il canale primario per la interoperabilità fra le persone, oltre che i dispositivi, consentendo alle aziende di essere resilienti rispetto ad eventi come quello che abbiamo vissuto.
[bctt tweet=”La rete diventa il canale primario per il lavoro e la interoperabilità fra le persone, oltre che i dispositivi, consentendo alle aziende di essere resilienti rispetto ad eventi di emergenza come quello vissuto” username=”MapsGroup”]
Proprio l’emergenza affrontata ci insegna però che:

  1. Il lavoro online deve essere ben progettato, con l’adattamento opportuno dei processi, per essere realmente efficiente;
  2. La rete, intesa come struttura di comunicazione e insieme di piattaforme con cui lavorare, deve essere progettata, gestita e configurata in modo diverso da adesso, pena grandissimi rischi di blocchi catastrofici.

E questo sarà il tema del prossimo articolo.

Giulio Destri


[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Bibliografia[/sf_iconbox]

[1] Giulio Destri – Servizi e IoT: la Salute secondo l’Internet of Thing… 
[2] Giulio Destri – Un modello per l’azienda-tipo italiana: l’Azienda come insieme di centri di servizio 
[3] Giulio Destri – Comunicazione interpersonale nei settori tecnici e specialistici. Di Giulio Destri.


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Maps News News

Maps: Eiffel Investment continua a sostenere il progetto del gruppo

Parma, 8 luglio 2020

MAPS, comunica che Eiffel Investment Group, nell’ambito del secondo periodo di esercizio dei “Warrant MAPS S.P.A. 2019-2024”, ha convertito n. 60.000 warrant sottoscrivendo, conseguentemente, n. 60.000 azioni ordinarie.

 

[sf_iconbox image=”ss-hand” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il sostegno di Eiffel Investment Group[/sf_iconbox]

Eiffel Investment Group è una società di gestione patrimoniale e leader europeo nel finanziamento delle PMI e delle società europee a media capitalizzazione europee riguardo a:

  • credito (credito obbligazionario e debito privato),
  • azioni (azioni quotate, private equity, obbligazioni convertibili).

Rivolgendosi a segmenti di finanziamento aziendale, Eiffel Investment Group attualmente gestisce quasi 2 miliardi di euro, distribuiti tra i grandi investitori istituzionali europei, e 25.000 euro per clienti privati, attraverso strategie di investimento ad alto valore aggiunto.
 
 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Una visione comune incentrata sull’innovatività[/sf_iconbox]

Alla data odierna Eiffel Investment Group detiene, attraverso i propri fondi, una partecipazione pari al 6,9%  del capitale sociale di MAPS. Eiffel ha inoltre acquistato warrant da alcuni Soci Storici del Gruppo MAPS, continuando così a sostenere le strategie di crescita del Gruppo a medio e lungo termine.

“Condividiamo con Eiffel Investment una visione comune incentrata sull’innovatività”

afferma Marco Ciscato, Presidente di MAPS,

“Dimensioni e presenza internazionale di questo partner, che continua a supportarci, ci forniscono un ulteriore stimolo nel perseguire il nostro percorso di crescita e lo sviluppo di soluzioni sempre più innovative”.

“Siamo investitori rilevanti di MAPS già da novembre 2019″

risponde Antoine Valdès, Partner di Eiffel Investment Group,

“e, come dimostrato dalla nostra conversione di ulteriori warrant nel secondo periodo di esercizio appena concluso, è nostra intenzione continuare a sostenere la società nel suo costante percorso di sviluppo”.


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 180 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari (CAGR 2018–2020 pari a circa +20%).
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 240 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Telecomunicazioni, Utilities, Sanità, Retail, Industria e Pubblica Amministrazione.
Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 1.000 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale. Il Gruppo investe costantemente in R&D: negli ultimi 3 anni ha complessivamente destinato all’innovazione Euro 3,5 milioni. La divisione Research & Solutions, costituita nel 2016, include 15 risorse altamente qualificate ed è responsabile dell’individuazione dei bisogni del mercato e dello sviluppo delle soluzioni del Gruppo.
Il Gruppo chiude il 2019 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 18,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,8 milioni (EBITDA margin pari a 22%). La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversionAlla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

Per maggiori informazioni
Contatti Società:
MAPS | Tel +39 0521 052300

Contatti Investor Relations & Financial Media
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Maps News News

MAPS ammessa al contributo di circa 168.000 euro della Regione Emilia Romagna

Parma, 2 luglio 2020

 

Sono state presentate da MAPS – per il Bando “Progetti di Ricerca e Innovazione industriale per soluzioni di contrasto alla diffusione del Covid-19” – ZeroContatto ed EpiDetect: le due soluzioni create per prevenire e contenere la diffusione epidemiologica attraverso tecnologie di eccellenza.

 

[sf_iconbox image=”ss-key” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Soluzioni di contrasto alla diffusione del Covid-19[/sf_iconbox]

MAPS comunica di aver ottenuto l’ammissione a un contributo a fondo perduto di 167.920 euro stanziato dalla Regione Emilia-Romagna per il Bando “Progetti di Ricerca e Innovazione industriale per soluzioni di contrasto alla diffusione del Covid-19”.
Il nuovo bando della Regione Emilia-Romagna ha l’obiettivo di mobilitare il sistema regionale di ricerca ed innovazione nel sostenere lo sviluppo e la sperimentazione di soluzioni tecnologiche concrete e di tempestiva applicazione.
Tali soluzioni, pensate per la più ampia diffusione e ricaduta su tutto il territorio regionale, dovranno essere utili a:

  • prevenire e contenere la diffusione epidemiologica, grazie al potenziamento dei laboratori di ricerca per analisi, test e certificazione di dispositivi medici e di protezione;
  • migliorare cura e assistenza ai pazienti ospedalizzati e domiciliarizzati;
  • rilanciare l’economia regionale anche attraverso una progressiva riapertura delle attività produttive in totale sicurezza.

MAPS ha ottenuto l’ammissione al Bando grazie ai progetti ZeroContatto ed EpiDetect.
 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
I progetti EpiDetect e ZeroContatto
[/sf_iconbox]

Il progetto EpiDetect, attraverso l’evoluzione della piattaforma semantica Clinika, implementerà un innovativo modello di sorveglianza sindromica, il quale:

  • eseguirà un’analisi automatizzata di elementi significativi contenuti nelle prescrizioni di specialistica ambulatoriale;
  • identificherà tempestivamente l’insorgenza di problemi sanitari emergenti.

Con ZeroContatto il Gruppo realizzerà invece un nuovo modello di accoglienza sanitaria per consentire alle strutture sanitarie di erogare il massimo delle prestazioni possibili con il minimo rischio di contagio e, conseguentemente, tutelare i cittadini e i dipendenti sul posto di lavoro grazie al distanziamento sociale.

Per la realizzazione di questo nuovo modello MAPS svilupperà un’evoluzione della soluzione Artexe ZeroCoda, lavorando principalmente su due importanti elementi di innovazione tecnologica e di processo:

  1. Lo sviluppo di algoritmi previsionali in grado di stabilire in tempo reale la previsione dell’orario per l’accesso al servizio, con il calcolo dell’eventuale ritardo e del tempo residuo di attesa per le prestazioni ancora da erogare nella giornata.
  2. Lo studio e la progettazione di nuovi modelli di processi di accoglienza degli assistiti alle strutture sanitarie, che includa tra i propri obiettivi soluzioni di accesso e comunicazione istantanea e multicanale tra struttura e assistito.

 

[sf_iconbox image=”ss-heart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’innovazione per la salute[/sf_iconbox]

Marco Ciscato, Presidente di MAPS ha così commentato l’ammissione al contributo:

“Per entrambi i progetti ci avvarremo della collaborazione dell’Artificial Intelligence Research and Innovation (AIRI) Center dell’Università di Modena e Reggio Emilia mentre EpiDetect potrà contare anche sulla collaborazione dell’AUSL di Reggio Emilia.

Intendiamo continuare ad aiutare le organizzazioni sanitarie a individuare precocemente nuovi focolai epidemici, consentendogli di pianificare e attuare tempestivamente tutte le necessarie contromisure volte a mitigarne gli effetti di morbilità”.

QUI potrete leggere il comunicato stampa per intero.


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 180 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari (CAGR 2018–2020 pari a circa +20%).
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 240 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Telecomunicazioni, Utilities, Sanità, Retail, Industria e Pubblica Amministrazione.
Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 1.000 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale. Il Gruppo investe costantemente in R&D: negli ultimi 3 anni ha complessivamente destinato all’innovazione Euro 3,5 milioni. La divisione Research & Solutions, costituita nel 2016, include 15 risorse altamente qualificate ed è responsabile dell’individuazione dei bisogni del mercato e dello sviluppo delle soluzioni del Gruppo.
Il Gruppo chiude il 2019 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 18,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,8 milioni (EBITDA margin pari a 22%). La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversionAlla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Stiamo distanti ma molto vicini: apparenti paradossi del post Covid-19 negli spazi di lavoro condiviso.

[dropcap3]C[/dropcap3]hi nelle ultime settimane ha pensato, ragionato o scritto sulla fine degli spazi collaborativi faccia reset e riparta con il ragionamento. Dalle Americhe all’Europa, passando per Turchia e Oceania, gli spazi di coworking stanno vivendo un nuovo (forse inaspettato) grande rilancio.
Grazie al monitoraggio, attivato attraverso la piattaforma Webdistilled qualche mese fa e dedicato ai nuovi trend del vivere e dell’abitare gli spazi, scopriamo che c’è un mondo di interesse intorno ai temi del coworking, co-living e co-housing (oltre 56mila contenuti da gennaio ad oggi in italiano e inglese tra articoli, post, blog, tweet, messaggi online) e che questo interesse non si è affatto interrotto nei mesi del lockdown ma piuttosto ha dato vita a nuovi pensieri e sostanziali innovazioni (quasi il 30% dei contenuti totali affronta il tema della pandemia).

 
Agli spazi condivisi del lavoro innanzitutto è successo di dover chiudere, del tutto o quasi (chi ospitava aziende del food – ad esempio – non ha mai chiuso ma ha gestito le proprie attività in modalità ridotta), altri hanno garantito l’accesso solamente ai soci o ai possessori di specifiche membership.
In ogni caso, tutte le realtà hanno dovuto affrontare due aspetti dell’emergenza:

  • la prima è che si sono dovuti velocemente ed efficacemente adeguare agli standard di sicurezza richiesti (pulizie, distanziamento sociale, dispositivi, eccetera);
  • la seconda è che si sono dovuti ingegnare per garantire a tutti i loro ospiti (colleghi? amici? partner?) quel bisogno di comunità, fattore distintivo per questa tipologia di luoghi di lavoro.

[sf_iconbox image=”ss-home” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Sicurezza[/sf_iconbox]

In relazione al primo aspetto, il meccanismo è stato talmente veloce ed efficace che la capacità degli spazi collaborativi di adeguarsi per garantire ai propri ospiti le misure necessarie a ridurre il rischio di contagio, è diventato uno dei punti di forza dei coworking rispetto ad altri luoghi del lavoro più tradizionali.
[bctt tweet=”La capacità degli spazi collaborativi di adeguarsi e garantire agli ospiti le misure necessarie a ridurre il rischio di contagio, è diventato uno dei punti di forza dei coworking rispetto a luoghi di lavoro più tradizionali” username=”MapsGroup”]
I media in lingua inglese sul tema pullulano di esempi: alla domanda “perché conviene lavorare in un coworking?” superate le prime considerazioni (fare network, fare business, ridurre le spese di gestione degli spazi), ecco che arrivano le misure per prevenire il Covid-19.
Negli Stati Uniti, dove da qualche anno gli spazi di coworking aumentano con percentuali a doppia cifra, sono numerosi gli articoli e i post sull’argomento. Vengono intervistati titolari, fondatori, AD dei principali spazi condivisi da Plexpod a WeWork, sia catene che singole realtà locali.
C’è chi sottolinea il tema della produttività (“Un ambiente senza il soffocamento del vostro ufficio aziendale è vantaggioso per la vostra produttività. I luoghi dove ci sono meno distrazioni, formalità e rumore vi danno spazio per concentrarvi sul vostro lavoro e sul raggiungimento dei vostri obiettivi quotidiani”), chi le loro capacità di connessione (“le piattaforme online e i servizi digitali hanno aiutato gli spazi di coworking a connettersi con i nuovi clienti, mentre i loro edifici sono accessibili, in alcuni casi, solo ai membri”), tutti intervengono sulle precauzioni prese (“quando si lavora in rete nello spazio di coworking, devono essere adottate tutte le misure di sicurezza fondamentali per prevenire l’infezione di Covid-19”).
[bctt tweet=”I media in lingua inglese pullulano di esempi sul tema coworking: c’è chi sottolinea il tema della produttività, chi le loro capacità di connessione, e tutti intervengono sulle precauzioni prese” username=”MapsGroup”]
“Tipicamente focalizzati sulla collaborazione e l’interazione di persona, gli spazi di coworking si adattano alla realtà della pandemia Covid-19 in corso – e vedono opportunità inaspettate” è il leit motiv di molte pubblicazioni sia all’estero che in Italia.

[sf_iconbox image=”fa-user-plus” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Community feel[/sf_iconbox]

WeWork, gigante internazionale del coworking, si sta concentrando sulla pubblicazione e condivisione di contenuti rilevanti per le comunità che ospita e le località dove i coworking hanno sede. Il senso della comunità – secondo aspetto che emerge come rilevante nella ricerca combinata tra coworking e coronavirus – porta le realtà di gestione di spazi condivisi a concentrarsi maggiormente sui propri servizi e in particolare su quelli digitali: piattaforme tecnologiche di interscambio, sistemi di call a distanza, corsi di formazione attraverso webinar, occasioni di incontro a distanza.

Riuscire a mantenere e ad alimentare il senso della comunità anche attraverso momenti di partecipazione e intrattenimento non-fisici ha consentito a molti coworking di mantenere relazioni, clienti, incassi anche in tempo di Covid.
[bctt tweet=”Riuscire ad alimentare il senso di comunità attraverso momenti di partecipazione e intrattenimento non-fisici ha consentito a molti coworking di mantenere relazioni e incassi anche in tempo di Covid” username=”MapsGroup”]
Il fattore tecnologico – prima tra i servizi aggiuntivi ma non necessariamente primari degli spazi collaborativi – diventa così elemento essenziale a garanzia e supporto di quei legami umani e relazionali che la pandemia ha reso più difficili da gestire come facevamo prima.

Sara Di Paolo


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6MEMES TRENDS Interoperabilità e digital footprint Sharing Knowledge

Pagamenti digitali: pro e contro al tempo (anche) del Coronavirus. Di Lilith Dellasanta [Parte due]

PARTE SECONDA

[sf_iconbox image=”fa-line-chart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L'”impennata” dei pagamenti digitali[/sf_iconbox]

Abbiamo visto insieme, nel precedente articolocome anche in Italia i pagamenti digitali (pur rimanendo, il nostro, uno dei Paesi europei agli ultimi posti per il loro utilizzo) abbiano iniziato da tempo un processo di crescita. 
I motivi che ne hanno incentivato l’uso (e che continuano nella loro ragion d’essere) si possono sostanzialmente individuare in questi punti:

  • la percezione di praticità nelle transazioni, forse il punto più facilmente apprezzabile dai consumatori;
  • la certezza dei pagamenti, che va in favore sia dei regolatori che dei cittadini che sono tutelati rispetto alla richiesta di provare l’avvenuto pagamento;
  • il controllo e contrasto all’evasione, sicuramente il motivo che viene più evidenziato come positivo da parte dei regolatori.

Gli aspetti percepiti come potenzialmente problematici – non pochi, come possiamo vedere, e riguardanti più punti di vista – sono invece inerenti a:

  • le questioni di sicurezza legate alle tracce digitali lasciate a ogni transizione che potrebbero essere usate fraudolentemente;
  • l’efficacia nella lotta all’evasione fiscale stessa (tranchant l’opinione del giornalista Giovanni Paragone);
  • il pericolo che un blackout possa bloccare tutto;
  • le alte commissioni che devono sostenere i commercianti;
  • la percezione di non essere “realmente” in possesso del proprio denaro;
  • il timore da parte dei consumatori di avere difficoltà nel tenere sotto controllo le proprie spese.

In questo scenario – che abbiamo fotografato sino a pochi mesi fa – gli attori principali delle conversazioni sul tema erano costituiti da alcuni grandi protagonisti, quali la “politica”, i principali player economici e gli utilizzatori (intesi come consumatori e commercianti)…
In questo flusso abbastanza prevedibile di contenuti è irrotto con forza la pandemia determinata dal diffondersi del Covid-19, che ha giocoforza contagiato anche questo ambito.
Anzi, possiamo affermare in proposito che il consiglio specifico da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di limitare l’uso dei contanti nei pagamenti come forma preventiva dei rischi di contagio, assieme alle pratiche di sanificazione utilizzate da alcuni paesi, in breve tempo hanno determinato una vera e propria impennata sul tema dei pagamenti digitali.
A queste contingenze si sono ben presto affiancati una serie di “adattamenti” nelle abitudini di acquisto imposti proprio dal lockdown, ragion per cui: 

  • è aumentato il ricorso all’ecommerce per le catene di gdo, che hanno dovuto fronteggiare un aumento della richiesta sui canali già presenti, con una saturazione costante degli slot disponibili;
  • i grandi player come Amazon hanno dovuto porre delle priorità su acquisti e consegne, in modo da adattare la gestione dei magazzini ai prodotti inizialmente permessi e all’aumentata richiesta di prodotti sanitari;
  • per i piccoli commercianti i pagamenti digitali sono stata la scelta obbligata per impostare velocemente i servizi di consegna a domicilio e dare un minimo di respiro alle vendite e fronteggiare la grande contrazione dei consumi.

Il 19 marzo, del resto, un’indagine Nielsen riportava un aumento di tali pratiche di oltre l’80% rispetto allo scorso anno già a partire dall’ultima settimana di febbraio fino alla prima di marzo. Lo stesso articolo riporta come, secondo Netcomm, il 77% di chi vende online abbia acquisito nuovi clienti durante queste settimane di blocco legate all’emergenza coronavirus. 
Complessivamente – se si considera l’andamento dei contenuti relativi ai pagamenti digitali a partire da giugno 2019 – l’andamento risulta costante. Questo, sia per i motivi che abbiamo visto nella prima parte dell’articolo che per quelli che affronteremo tra poco, in cui un ruolo decisivo lo gioca proprio l’inizio dell’epidemia anche in Italia.
[bctt tweet=”A marzo, un’indagine Nielsen riportava un aumento dei pagamenti digitali di oltre l’80% rispetto lo scorso anno. Secondo Netcomm, il 77% di chi vende online ha acquisito nuovi clienti durante il lockdown legato all’emergenza coronavirus” username=”MapsGroup”]
Approfondiamo quindi lo scenario in cui questi cambiamenti si sono verificati, considerando gli attori che stavano guidando l’adozione dei pagamenti digitali.
 

[sf_iconbox image=”fa-arrows-alt” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La spinta politica e di impresa[/sf_iconbox]

Sotto questo punto di vista, è innegabile il fatto che sia gli Stati nel loro insieme che le aziende private stanno spingendo fortemente verso l’adozione dei pagamenti digitali: dal 1° gennaio 2020, non a caso, è entrata in vigore in Italia la trasmissione telematica dei corrispettivi e quindi per negozi e attività commerciali è scattato l’obbligo di dotarsi di registratori di cassa telematici per registrare e inviare i dati degli scontrini elettronici al fisco.
I commercianti si dovranno dunque adeguare alla nuova normativa, e i fornitori di servizi hanno già anticipato che sono pronti a rispondere alle nuove esigenze. 
Nella nostra tag cloud sulla lingua italiana (su tutto il periodo di osservazione) spicca Nexi, che con SmartPos “permette il pagamento di tutte le carte fisiche e di tutti i pagamenti digitali come carte di credito, prepagate, debito, smartphone e QR Code, per assicurare la massima affidabilità e sicurezza agli incassi degli esercenti”.
Per invogliare ancora di più i consumatori a utilizzare le forme di pagamento digitali, dal 7 agosto avrebbe dovuto prendere il via la lotteria degli scontrini, così come già sperimentato in Portogallo, Slovacchia, Croazia, Grecia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Malta, Lituania, Polonia, Slovenia e Romania. 
Il 20 maggio è stato annunciato che causa coronavirus, la lotteria slitta al 2021: per ogni pagamento digitale, lo scontrino conterrà, su richiesta dell’acquirente un codice lotteria da giocare sul portale dedicato.
Insomma, sarà sfruttata istituzionalmente la leva dei concorsi a cui siamo abituati quotidianamente nei nostri acquisti, dai cereali per la colazione all’apertura dei conti correnti. Secondo Valeria Portale e Giorgia Sali, dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, resta da capire se questa formula inciderà permanentemente sulle abitudini di pagamento o si limiterà alla durata dell’incentivo.  
Anche l’Agenzia delle Entrate-Riscossione , nell’ambito della certezza dei pagamenti e della lotta all’evasione, punta sui pagamenti digitali. Nelle cartelle inviate ai contribuenti da Agenzia delle Entrate-Riscossione (Ader) debutta, infatti, «Pago Pa» che andrà a sostituire gradualmente il bollettino Rav utilizzato nel 2018 da cittadini e imprese per oltre 15 milioni di pagamenti di cartelle e avvisi, circa il 90% del totale delle transazioni.
Per quanto riguarda la forma dei pagamenti digitali, il legislatore ha contemplato non solo le “carte”, ma anche tutti quei sistemi che assolvono ai requisiti, compreso Satispay.
[bctt tweet=”Sia gli Stati che le aziende private stanno spingendo fortemente verso l’adozione dei pagamenti digitali. Anche l’Agenzia delle Entrate-Riscossione, nell’ambito di certezza dei pagamenti e lotta all’evasione, punta sui pagamenti digitali.” username=”MapsGroup”]
E tuttavia, la BCE richiama l’Italia almeno in proposito si nuovi limiti ai pagamenti in contante, che prevede un abbassamento a 1.000 euro entro il 2022: oltre a non avere comunicato preventivamente la decisione, il rischio sarebbe che pagamenti diversi dall’uso del cash taglino fuori quella parte più debole della popolazione, che non ha accesso ai conti bancari o che non può permetterselo. Inoltre, le modalità di pagamento diverse dal contante, nota la BCE, non sono equivalenti, avendo spesso “caratteristiche diverse”.

[sf_iconbox image=”fa-area-chart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Banche e grandi aziende entrano nel settore dei pagamenti digitali[/sf_iconbox]

Nessun dubbio pare frenare le banche e le grandi aziende nell’entrare nel settore dei pagamenti digitali così da estendere i loro servizi.
Per fare qualche esempio: 

A livello internazionale, Bnl Bnp Paribas si spinge ancora più avanti e realizza il “Pagamento Invisibile”, sviluppato da Axepta, società della banca, e presentato al Salone dei pagamenti di novembre. 
Come funziona? In modo simile ai negozi americani AmazonGo, in cui in assenza di casse si preleva il prodotto e si esce direttamente, perché gli acquisti vengono addebitati direttamente sul conto Amazon. 
Il cliente, infatti, può registrarsi all’ingresso del punto vendita tramite un QR code e un’App del merchant sullo smartphone; a questo punto, una volta entrato nel punto vendita, sceglierà cosa comprare, prenderà la merce e potrà uscire senza effettuare un vero e proprio pagamento fisico, perché lo stesso avverrà tramite alcuni sensori intelligenti posti all’interno del negozio e all’uscita, mediante la carta di credito registrata sul telefono del cliente.
Interessante – in tutto questo flusso di dati – è notare che che quelli di registrazione non saranno gestiti dal commerciante, ma direttamente dalla società di acquiring, Axepta.
Passando ai grandi gruppi non bancari, Facebook ha debuttato nei pagamenti digitali, con il servizio “Pay” in arrivo negli USA, mentre Google inizierà a offrire conti correnti ai clienti a partire dal prossimo anno, con il progetto chiamato Cache. Anche in questo ha grande rilevanza la partnership con le banche tradizionali, come Citigroup, e unioni di credito come la Stanford Federal Credit Union. 
[bctt tweet=”Non solo Banche: Facebook ha debuttato nei pagamenti digitali, con il servizio “Pay” in arrivo negli USA, mentre Google inizierà a offrire conti correnti ai clienti a partire dal prossimo anno, con il progetto chiamato Cache.” username=”MapsGroup”]
La stessa Google offre già ai suoi clienti il servizio Google Pay, e il suo portafoglio virtuale Google Wallet consente di effettuare alcune operazioni come lo scambio di denaro tra persone. Una delle sfide principali riguarderà la privacy, e sarà costituita dal vincere la resistenza degli utenti a dare a Google l’accesso a dati così sensibili come quelli bancari.
 

[sf_iconbox image=”fa-bus” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Focus sui trasporti[/sf_iconbox]

Abbiamo visto come la gestione dei pagamenti digitali coinvolga molti attori, dai cittadini che pagano le tasse e che effettuano grandi e piccoli pagamenti, agli esercenti, ai regolatori.
Introduciamo per questo focus un altro attore, ovvero i gestori dei servizi pubblici, per focalizzarci su come i pagamenti digitali possano farsi strada anche nel pagamento di piccole somme per facilitare e velocizzare l’accesso ai sistemi di trasporto, guardano alle esperienze internazionali.
La metropolitana è il mezzo di trasporto in cui i servizi contactless stanno avendo il più rapido sviluppo, per la relativa facilità di dotare di strumenti di rilevazione aggiuntivi un processo che già prevede il passaggio tramite tornelli. 
[bctt tweet=”In Europa, la metropolitana è il mezzo di trasporto in cui i servizi contactless stanno avendo il più rapido sviluppo, per la facilità di dotare di strumenti di rilevazione un processo che già prevede il passaggio da tornelli” username=”MapsGroup”]
A Copenhagen, Genova e Milano si può viaggiare già da tempo con biglietti acquistati tramite cellulare e app, e a Milano in metropolitana con pagamento contactless direttamente sulla carta di credito (con una media di 35.000 ogni giorno), mentre a Roma il servizio Tap & go è stato inaugurato a Novembre, ed è stato offerto da Mastercard il 29 e 30 novembre, con corse gratis per i possessori di Mastercard ING.
Minsk, Vancouver e Londra sono le altre città che usano il sistema Tap and Go.
A Madrid si può pagare contactless dal 30 novembre su tutti gli autobus e ci si prepara per il riconoscimento facciale, così come in India.
Nelle province di Napoli, Salerno e Avellino la sperimentazione dei pagamenti dei mezzi pubblici locali tramite carta di credito e di debito contactless partirà dalla seconda metà del 2020, agevolando cittadini e turisti.

Ci lasciamo infine con una nota di costume: sta vivendo un vero e proprio boom la piccola pelletteria: una borsa grande, dal punto di vista funzionale, non è più necessaria per trasportare agende, blocchi, portafogli e portacarte, perché lo smartphone libera le persone dall’incombenza di portare dietro tanti oggetti.
Con la raccomandazione di tenere pulito anche questo oggetto 🙂
 
Alla prossima,

Lilith Dellasanta


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata)
ID Immagine 1: 82426182, di Monsit Jangariyawong
ID Immagine 2: 115381948, di wrightstudio
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Rapidità e digitale: la spinta indispensabile all'innovazione passa per un nuovo concetto di tempo. Di Natalia Robusti.

 

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[/sf_iconbox]Il tempo, un marker di produttività?

[dropcap3]C[/dropcap3]alvino definisce la rapidità in base a molte possibilità e varianti, soprattutto in termini di narrazione. Ma esordisce la sua lezione con il racconto di una “vecchia leggenda”.

“Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori.
Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. ‘Ho bisogno di altri cinque anni’ disse Chuang-Tzu.
Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.”

La domanda che viene spontanea, alla fine della lettura della leggenda (e nel pieno della nostra “fase due”, che deve giocoforza modularsi su una serie di stop and go) è questa: il pittore, per fare quel magnifico granchio, ci ha messo un istante o dieci anni?
E cosa è stata più importante: la sua crescita spirituale, personale e perfino edonistica realizzata in quel lungo periodo di attesa (in una sorta di processo di deep learning del tutto umano) o piuttosto l’abilità d’esecuzione acquisita in quell’ultimo, fatidico gesto?
Ecco che il tempo – come sempre – si dispone ai nostri occhi come una relazione, o meglio, una proporzione. La Rapidità (così come la velocità) sono del resto termini relativi e confrontano tra loro metriche diverse per attribuirvi un valore univoco.
E proprio in questo senso – oggi più che mai – la rapidità sembra essere un marker essenziale e assoluto, invocato e celebrato dai nostri tempi, spesso associato a un altro termine: reattività (e dunque produttività che aumenta) possibilmente in real time. E questo vale sempre, prima, durante e forse anche dopo la pandemia.
[bctt tweet=”Il tempo si dispone ai nostri occhi come una relazione, o meglio, una proporzione. La Rapidità (così come la velocità) sono del resto termini relativi, e dunque confrontano metriche tra loro per attribuirvi un valore.” username=”MapsGroup”]
Ne abbiamo due esempi concreti quasi tutti i giorni, anche oggi, in termini di “consegne”: i “rider”, che consegnano il cibo a casa nostra destreggiandosi spesso pericolosamente tra cattive abitudini dei datori di lavoro e dei consumatori  e Amazon con il suo sistema a volte anche troppo “intensivo” di reperimento e consegna delle merci.
D’altra parte, come ci ricorda Calvino:

“Il secolo della motorizzazione ha imposto la velocità come un valore misurabile, i cui records segnano la storia del progresso delle macchine e degli uomini.”

Ma se, nella leggenda del granchio, il “tempo” dell’artista – che fosse veloce o lento – era tutto concentrato nell’attesa feconda di quell’unico, meraviglioso, perfetto granchio, oggi a noi – artisti, tecnici o uomini e donne comuni che siamo – quello che invece viene spesso chiesto, per essere “rapidi” nella performance , è di disperdere il nostro tempo in mille rivoli, azioni, impegni e consegne…
Il che non necessariamente deve essere considerato positivo, come illustra questo articolo sul cosiddetto multitasking:

“In qualunque ambito oggi, sia professionale che privato, la sola idea di non essere multitasking fa sentire esclusi e mancanti di una qualità considerata praticamente indispensabile.
Elasticità mentale, capacità di gestire più attività contemporaneamente, abitudine alle distrazioni generate dall’arrivo di email, messaggi, chat e telefonate ci sembrano tutte abilità essenziali per potere lavorare nel Terzo Millennio.
Eppure, recenti studi dimostrano come questa caratteristica sia altamente sopravvalutata e possa anzi rivelarsi dannosa per la nostra produttività.”

Quello che infatti fa la differenza non è la quantità (e la velocità) delle azioni da percorrere nei vari step successivi con la speranza di arrivare (primi) al traguardo, quanto la qualità e la rapidità di percorrenza delle connessioni tra le stesse.
Come a dire: la qualità delle “scorciatoie” che sappiamo creare e percorrere… E credo che di scorciatoie, in questi mesi, ne abbiamo tutti percorse parecchie, sia in avanti che all’indietro.
Il che ci porta al famoso granchio: prima di essere veloci in una strada (non lineare) da percorrere, bisogna conoscerla a fondo, in lungo e in largo. E in questo senso, cosa, meglio dell’innovazione digitale, potrebbe venirci in soccorso, così da essere sì rapidi, ma non frenetici?
Così da smettere di correre e rincorrere tutto e tutti, avvantaggiandoci di ciò che la tecnologia ci consente di fare (e vivere), come si dice, da remoto?

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[/sf_iconbox]Muoversi in avanti (e indietro)…

Se moltiplichiamo il problema delle performance (che, inutile negarlo, ognuno di noi vive sulla sua pelle anche in questo periodo, in cui la posta in gioco per ciascuno è ancora più alta del solito) per il numero di ciascun cittadino di una comunità, ecco che la questione – a proposito di Interoperabilità Uomo-Uomo e Uomo-Macchina – si presenta, per dirla metaforicamente, in salita.
Ma, anche questo caso, la chiave di volta è il movimento, a dispetto di qualsivoglia lookdown. Che non vuol dire per forza “frenetico”, ma magari – perché no? – semplicemente fluido…
Allargando il campo di analisi del tema a livello più istituzionale, come rivela questo articolo, la fotografia sullo stato dell’arte della PA nel nostro paese non è proprio esemplare:

“la Relazione 2019 al Parlamento e al Governo sui livelli e la qualità dei servizi offerti dalle Pubbliche amministrazioni centrali e locali a imprese e cittadini mette in luce un gap importante tra PA centrale e Locale, rilevando per quest’ultima un livello di digitalizzazione medio-basso, il che pone l’Italia tra gli Stati ‘non-consolidated eGov’, cioè quelli che non sfruttano appieno le opportunità fornite dalle tecnologie digitali.”

E che noi, come sistema paese, non siamo proprio in prima fila, ce lo ha dimostrato anche un recente studio:

“La società digitale è ormai realtà e nei prossimi anni il processo si intensificherà, considerati i cambiamenti radicali che si stanno mettendo in moto con la diffusione dell’Intelligenza artificiale, della robotica, della realtà aumentata, dei big data.
(…) Di fronte a questi cambiamenti il nostro Paese, pur avendo eccellenze, ha un ritardo drammatico. Secondo l’indice internazionale che misura il livello di competenze digitali, nel 2018 l’Italia si piazza quartultima fra i Paesi dell’Unione Europea, seguita solo da Bulgaria, Grecia e Romania.”

Non si tratta solo di Pubblico, purtroppo, ma di qualcosa di più strutturale:

“La percentuale di Pmi che vendono online è dell’8% (dopo di noi solo la Bulgaria). Spagna e Germania arrivano rispettivamente al 20% e al 23%.
(…) Il problema non è solo la scarsa diffusione dei mezzi digitali. Ancora oggi solo un quarto dei lavoratori usa quotidianamente software da ufficio (elaborazione testi o fogli di calcolo), e, secondo la già citata indagine sulle competenze degli adulti (PIAAC), è dovuto al fatto che oltre il 40% dei lavoratori non è nelle condizioni di farne un utilizzo efficiente.”

Come metterci dunque al pari, se possibile RAPIDAMENTE?
Il report citato riconduce, come sempre, alla scuola e alla formazione, richiamando addirittura il concetto di “Scuola dell’obbligo «digitale»”.
E su questo siamo d’accordo tutti, in particolare il professor Piero Dominici, da noi intervistato qualche mese fa, che parla della scuola e degli enti di formazione come di un vero e proprio punto di svolta per il nostro futuro.
Ma se io – dall’interno (almeno in parte) di questo mondo cosiddetto “digitale” –  dovessi individuare un altro punto cruciale, soprattutto per colmare un gap culturale creatosi e di difficile soluzione (vista la rapidità di flusso evolutivo in cui tutti siamo immersi è già difficile rimanere aggiornati, figuriamoci formarsi da zero) lo individuerei nel DESIGN.
Sembra strano, ma non lo è, e qui torniamo al granchio di cui ci ha parlato Calvino, che poi è una delle più belle leggende che io abbia mai letto.

[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il disegno del tempo…

Si chiama – è da un po’ che se ne parla, ma secondo me bisognerebbe farlo di più – Design Thinking ed è uno snodo cruciale, a mio parere, di cui tener conto soprattutto in termini di interoperabilità in fase di progettazione dei sistemi digitali di interazione Uomo-Macchina, in quanto:

“è un processo di innovazione che prevede una forte attenzione per la dimensione umana delle persone in quanto deriva da una comprensione empatica di tutti gli insight dell’utente. In un contesto moderno, dove il digitale regna sovrano e le interazioni tra persone sono sempre più ridotte, risulta fondamentale il contributo del Design Thinking per la progettazione di esperienze digitali “umane”.

Facciamo un passo indietro, e riprendiamo il concetto di Interfaccia illustrato in questo articolo di Giulio Destri.
Se partiamo dal presupposto che ogni atto che compiamo (simbolico o concreto che sia) non è altro che un percorso che conduce da un punto/concetto A ad un altro, B, e se prendiamo come oggetto della nostra discussione il tragitto da percorrere velocemente da un punto all’altro, e se ancora vogliamo che lei, la Macchina (quella digitale, interoperativa, rapidissima e millemila cose in più) ci conduca da A a B molto più rapidamente di quanto possiamo fare noi Umani, allora beh…
Allora il tragitto che la Macchina ci propone deve essere CHIARO, FACILE DA PERCORRERE e COMPRENSIBILE nel suo intero tracciato, oltre che veloce e sicuro.
Di più: aggiungerei che deve essere pure bello e panoramico, così che noi l’attraversiamo più volentieri e anche il nostro, di tempo, ci passi più velocemente e sensatamente.
Il che – francamente – soprattutto se pensiamo a servizi digitali che avrebbero il compito di sburocratizzare le cose (tra enti, amministrazioni, sportelli online etc.), accade molto di rado.
[bctt tweet=”Ed è quindi Lei, la Creatività, che dovrebbe entrare di più nell’area di gioco dell’Innovazione, così che le soluzioni digitali possano interagire con noi con maggiore facilità.” username=”MapsGroup”]
In questo senso io credo che il DESIGN debba riprendere un posto d’onore anche nel Pubblico, visto che i Privati lo hanno invece intercettato da tempo, con le loro chat umanizzate, le interazioni gamificate e i loro carrelli d’acquisto che conducono in un battibaleno alle nostre carte di credito…
Vorrei quindi chiudere con un’ultima riflessione: questa del design, e dello stile, è una competenza tutta umana. Forse è una delle poche che ci è rimasta come unicum di specie e in cui siamo ancora imbattibili.
Gli studi sulle performance delle intelligenze artificiali nel riconoscere un’immagine da un’altra (laddove le differenze sono minime) lo dimostrano ancora oggi.
Ed è quindi Lei, la Creatività, che dovrebbe entrare di più nell’area di gioco dell’Innovazione, così che le soluzioni digitali possano

“valorizzare l’unicità delle persone, integrarsi perfettamente nella loro vita e amplificare gli aspetti positivi della natura umana.”

Perché

“Il Design Thinking affronta questa sfida creando valore attraverso la modulazione dell’esperienza digitale, che viene arricchita dalla sensibilità del “human touch”.

E qui, come per magia – mi riconnetto all’evento U-Mano. Come dire: tutto si lega!
Alla prossima: parleremo di Esattezza.


CREDITS IMMAGINE COPERTINA (rielaborata)
ID Immagine 1: 94480968. Diritto d'autore: Colindmackie
ID Immagine 2: 90029144. Diritto d'autore: Galina Peshkova
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Maps News News

BIMBOSTORE e TOYS CENTER: ripartenza sicura con Roialty ZeroCoda

Parma, 11 giugno 2020

 
Al via il test di Maps Group, l’innovativa soluzione che pone attenzione alla sicurezza del cliente, coinvolgendolo e fidelizzandolo.

Da oggi, infatti, in 8 punti vendita pilota Bimbostore e Toys Center – insegne di Prénatal Retail Group – è operativa l’innovativa APP elimina code Roialty ZeroCoda. Un nuovo servizio di prenotazione flessibile che fa saltare la coda e trasforma le limitazioni di accesso agli spazi fisici in nuove opportunità di personalizzazione del servizio.

I clienti delle due storiche insegne potranno consultare le disponibilità di accesso su zerocoda.toyscenter.com oppure zerocoda.bimbostore.com, scegliere il punto vendita d’interesse, selezionare l’insegna e il servizio richiesto, e prenotare la propria visita all’orario preferito.
Un’email di conferma permetterà l’ingresso diretto agli store senza attesa e in massima sicurezza. E per chi non ha accesso ai canali digitali, la possibilità di prenotarsi direttamente presso il punto vendita.
Una proposta che mette il cliente al centro dell’attenzione: al termine dell’acquisto si potrà infatti esprimere il grado di soddisfazione sul servizio Roialty ZeroCoda e accedere così a promozioni dedicate. Un’interpretazione innovativa della “nuova normalità” che privilegia la tutela della salute, l’efficacia nella risposta alle esigenze dei clienti e l’attenzione alla continua fidelizzazione.
Grazie a Roialty ZeroCoda i brand potranno migliorare la conoscenza dei clienti, promuovere sondaggi utili a migliorare l’offerta, creare promozioni dei nuovi servizi anche per fasce orarie e quindi rispondere al meglio ai loro nuovi bisogni.
In prima fase l’esperienza sarà accessibile da un canale app dedicato ma successivamente integrata su tutti gli altri canali digitali dell’azienda.
Come afferma Cristiano Flamigni, Business Unit director Bimbostore e Toys Center:

Abbiamo scelto ROIALTY Zerocoda perché risponde appieno alle esigenze della nuova realtà che stiamo vivendo e conferma l’impegno di Prénatal Retail Group nel trovare soluzioni che mettano in primo piano le famiglie e la loro sicurezza. La coda virtuale rappresenta un nuovo meccanismo nella relazione con il cliente e un grande supporto alle attuali regole anti-assembramento”

Risponde Maurizio Pontremoli, Amministratore delegato Maps Group:

Siamo orgogliosi di essere partner di questo progetto innovativo con un leader di mercato da sempre attento alle esigenze dei bambini e della famiglia. Soprattutto, in questa fase di trasformazione del mercato retail, nella quale la digitalizzazione e la personalizzazione dell’esperienza d’acquisto diventano sempre più importanti trasformando i modelli di promozione e loyalty.

Come Maps Group abbiamo potuto unire l’esperienza Artexe, maturata nella gestione code di accesso, ai servizi sanitari su oltre 100 strutture con oltre 17 milioni di utenti, con il valore innovativo della piattaforma di ROIALTY, che estrae valore dai dati in tempo reale per migliorare l’efficacia dei programmi di segmentazione, relazione, promozione e fidelizzazione

La fase pilota si concluderà nel mese di luglio e sulla base dei riscontri raccolti dai clienti saranno definite le modalità di estensione sull’intera rete dei punti vendita.


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità̀ di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA.
Il Gruppo ha investito in R&D ed innovazione, negli ultimi 5 anni, complessivamente 3.500.000 €.
www.mapsgroup.it  

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

Per maggiori informazioni
Lorenzo Neri: +39 3200645482
lorenzo.neri@mapsgroup.it


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Prénatal Retail Group[/sf_iconbox]

È leader nel settore dell’infanzia e del giocattolo con 731 negozi in Europa. Comprende le insegne Prénatal, Bimbostore, Toys Center e King Jouet.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

Per maggiori informazioni
Tel: +39 345 7131424
a.laudadio@cantieredicomunicazione.com


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