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6MEMES TRENDS Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. Healthcare & Data Driven Governance

Salute, Uomo e Macchina in ambito sanitario: verso il modello Connected Care. Di Mauro Di Maulo.

[dropcap3]D[/dropcap3]opo aver parlato nello scorso articolo di Intelligenza Artificiale in ambito sanitario, e di come le nuove tecnologie potranno aiutarci anche in questo momento così critico, vorrei iniziare questo secondo contributo cercando di contraddire un luogo comune particolarmente radicato sui presunti costi dell’innovazione in generale, e in particolare nella Sanità, costi che, solitamente, vengono prefigurati come molto elevati.
Quello infatti che voglio subito anticipare è che l’uso a ragion veduta dei vari processi digitali e innovativi in questo settore non solo non porta a un eccessivo dispendio di risorse, ma può addirittura generare un risparmio di risorse, in primo luogo economiche.
Non solo: questo risparmio avviene in favore di una serie di costi che possiamo definire, se non come veri e propri sprechi, senz’altro come un impiego di risorse sovradimensionate rispetto a quanto potrebbe essere, anche perché non portano, nei fatti, nessun beneficio per nessuno, tanto meno per noi cittadini-pazienti-consumatori.
[bctt tweet=”I processi digitali e innovativi nel settore sanità possono generare un risparmio di risorse, in primo luogo economiche.” username=”MapsGroup”]
Mi riferisco, ad esempio, a tutti gli adempimenti burocratici legati alle prenotazioni dei servizi sanitari, pratiche interminabili di cui ciascuno ha contezza nella sua vita di tutti i giorni, che sono di solito espletate in una serie di passaggi ridondanti che portano via tempo e denaro a tutti i soggetti interessati.
Senza contare le inutili code nelle sale di attesa che non solo costituiscono oggi addirittura un pericolo per la salute di tutti, vista l’emergenza Covid-19 in corso, ma che in ogni modo rappresentano un evidente spreco di energie da parte di tutti, operatori compresi, che si trovano loro malgrado a dover rincorrere procedure obsolete salvo poi avere minor tempo residuo da dedicare al tempo di “cura”, sia in senso clinico-medico che assistenziale.
In questi termini, è già quindi molto evidente che investire in azioni di digitalizzazione di tutte quelle procedure che si prestano ad essere automatizzate rende più efficienti aspetti meramente burocratici traducendosi al contempo, alla fine del processo, non solo in un risparmio di tempo e risorse, ma addirittura in un miglioramento della qualità finale del servizio erogato.
E tuttavia, sino ad oggi, il processo di digitalizzazione della Sanità – soprattutto nel nostro paese – non è stato affatto lineare e sistematica, ma si è mosso invece a macchia di leopardo, rendendo evidente una certa diffidenza da parte dell’Uomo nei confronti della Macchina, forse anche a causa della “sensibilità” del settore.
Nonostante ciò, da qui in avanti, saremo tutti chiamati inevitabilmente a colmare questo ritardo, se vorremo spendere oculatamente le nostre residue risorse economiche e nel frattempo garantire a ciascuno l’efficacia di un sistema, quello sanitario, più che mai essenziale e vitale per ciascuno.
Cerchiamo insieme di vedere come.

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[/sf_iconbox]Dallo spreco al risparmio, dall’Uomo alla Macchina (e ritorno)
passando dal miglioramento del servizio erogato.

 
Chi, come me, opera in questo campo dal punto di vista dell’innovazione, sa in prima persona come sia importante coniugare i bisogni degli Uomini – che siano pazienti, medici, operatori o dirigenti – con le migliori performance che possono garantire in termini di efficienza ed efficacia le cosiddette Macchine, ovvero i sistemi, i programmi e i dispositivi automatizzati che si possono utilizzare.
Ma il fatto che l’innovazione tecnologica nel settore della sanità non si traduca necessariamente in un taglio delle risorse economiche, non vuol dire che la strada sia in discesa, altrimenti non sarebbe comprensibile come questo cambio di passo sia stato, sino ad oggi, così difficoltoso. Nel nostro paese, ma non solo.
Quale è stato dunque uno dei motivi che ha fatto da freno a questo indispensabile passaggio innovativo verso il digitale? Il problema è stato, in primo luogo, culturale.
Le risorse che vengono richieste in questo sforzo di digitalizzazione, infatti, sono quasi tutte a carico dell’Uomo, piuttosto che della Macchina, e riguardano non tanto le competenze tecniche, ma soprattutto quelle strategiche, di visione e finanche comunicative anche da parte della classe dirigente.
Trattandosi di pratiche, sistemi e processi che modificano alla base ogni status quo di tipo sia strategico che procedurale, tali competenze e capacità di sguardo sono infatti essenziali, e non sono sempre facili da far emergere.
Ecco dunque che gli ostacoli tecnici (che ci sono stati, inutile negarlo, e spesso proprio a livello di interoperabilità) sono diventati a maggior ragione un freno che spesso ha rallentato, nei fatti, un processo di cambiamento che, in sé, andrebbe considerato invece come un vero investimento di risorse in primo luogo umane.
[bctt tweet=”Gli ostacoli tecnici sono diventati un freno che ha rallentato la digitalizzazione sanitaria, un processo di cambiamento che andrebbe considerato invece come un investimento di risorse in primo luogo umane.” username=”MapsGroup”]
Non a caso, nella Ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità “Connected care: il cittadino al centro dell’esperienza digitale” (Maggio 2019) tra i dati che sono stati rilevati figurano proprio La Comunicazione, e la necessità di

“Creare cultura, comunicare e diffondere la conoscenza sui temi dell’innovazione digitale in Sanità tra Istituzioni, Aziende e i cittadini”.

Solo infatti a partire da un’interazione fattiva e partecipata – in primo luogo tra gli operatori sanitari (Uomo-Uomo, potremmo dire parafrasando i topic del nostro blog) – possiamo sperare che, a ricaduta, le istanze innovative si ripercuotano a livello culturale in maniera positiva e diffusa, a partire degli operatori di settore sino alle comunità più vaste, con indubbi vantaggi per tutti nel processo di digitalizzazione e innovazione.
E che questa sia una necessità che ben presto si farà ancora più stringente – a causa dell’emergenza Covid-19, certo, ma non solo – lo anticipano già altri dati rilevati dalla stessa ricerca, che suggeriscono come sarà sempre più importante:

“gestire l’invecchiamento della popolazione e della forza lavoro in un contesto di decrescita demografica” in un contesto in cui “siamo il Paese europeo con il più elevato indice di vecchiaia, pari a 168,9 (dietro di noi la Germania a 158,5 e il Portogallo a 150,9)” e “siamo ultimi, assieme alla Spagna, per il tasso di fecondità, che si attesta su una media di 1,32 figli per donna”.

Tali dati, nel report, ne introducono altri che riguardano l’evoluzione dei bisogni e della domanda di sanità in una popolazione che si troverà in condizioni di salute sempre più complesse a causa della presenza contemporanea di più patologie:

“Il 21% della popolazione ha dichiarato di essere affetto da due o più patologie croniche e tra gli over 75 la comorbilità si attesta al 66% (57% tra gli uomini e 72% tra le donne)”.

Questo, mentre “si prevede che nel 2025 ci saranno 16.700 medici specialisti in meno”.
Risulta quindi chiaro – secondo questi dati a cui va aggiunta l’attuale emergenza sanitaria – che una gestione oculata delle risorse (sia economiche che operative) sarà più che mai determinante, per cercare di “mantenere un buon livello di qualità della cura e sostenibilità del sistema sanitario”, anche perché la maggior parte delle patologie rivestirà carattere di cronicità e dunque, per sua natura, dovrà essere adeguatamente trattata in ottica anche preventiva, piuttosto che soltanto emergenziale.
Ecco dunque che una consapevolezza diffusa degli scenari prossimi (e futuri) mette ancora più in evidenza come l’innovazione digitale possa rivelarsi una leva insostituibile per governare i nostri bisogni di Sanità in maniera sostenibile, a maggior ragione attraversando una crisi sanitaria ed economica, come l’attuale, che sarà purtroppo destinata a durare a lungo.
[bctt tweet=”L’innovazione digitale si rivelerà una leva insostituibile per governare i bisogni della Sanità in maniera sostenibile, a maggior ragione attraversando una crisi sanitaria ed economica, come l’attuale” username=”MapsGroup”]
Un modello virtuoso da prendere in esame, in questo senso, è quello cosiddetto “Connected Care” che vede il cittadino proprio al centro dell’esperienza digitale, così da migliorare nei fatti la qualità della propria vita.
Vedremo insieme come, quanto e perché nel prossimo articolo.
 

Mauro Di Maulo


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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data Sharing Knowledge

Interoperabilità dei sistemi informativi delle Pubblica Amministrazione: perché non basta l’ottica trasformativa

[dropcap3]N[/dropcap3]on sono sicura di ricordare come sono passata dall’interoperabilità nella Pubblica Amministrazione all’autobiografia come infrazione di Andrea Tarabbia, ma poi a ragionarci su, mi è sembrato un buon punto di ri-partenza.

[…] nell’autobiografia, intesa come racconto di sé in senso molto ampio, amo la lontananza dagli schemi della narratologia. So bene che anche il racconto autobiografico ha le sue regole, eppure lo vivo, da lettore, come meno vincolato rispetto alla forma romanzo. In un’autobiografia non ci sono per forza il principe, la principessa, il drago, il bosco da attraversare, gli aiutanti. Non c’è Propp, non c’è lo strutturalismo, non c’è la tecnica necessaria a far stare in piedi un romanzo: l’opera qui si regge sul fatto che chi racconta ha cose da raccontare e l’autorità necessaria per farsi ascoltare. Quando c’è da divagare, si divaga, quando c’è da tornare su cose già dette, si ritorna, quando c’è da inserire pagine di saggistica, lo si fa. […]

Cosa c’entra la propensione dell’autore verso l’autobiografia con l’interoperabilità nella PA? Ha a che fare appunto con l’attitudine, il metodo, la tecnica, le regole e la necessità di essere strutturati.
A chi del resto non piacerebbe scordarsi di Propp e dello strutturalismo?
Ma in periodi come quello che stiamo vivendo in cui uno strappo improvviso, un’infrazione rispetto ad un orizzonte d’attesa rende tutto molto più incerto, non basta più avere cose da raccontare e l’autorità per farsi ascoltareL’incertezza richiede strategie di cambiamento strutturate allo scopo di testarne le assunzioni. Non basta l’ottica trasformativa, la passione, la buona volontà, l’eroe solitario che si allontana nel tramonto infuocato alzando nuvole di polvere, lasciando dietro di sé i fumi della battaglia vinta e una città libera dal male.
 

Elementi per una strategia di cambiamento strutturata

Di cultura organizzativa nella Pubblica Amministrazione e di come la resistenza al cambiamento abbia impedito finora di raggiungere molti dei delineati obiettivi di interoperabilità, ma non solo, abbiamo accennato nel secondo post di questa rubrica, attraverso il racconto dei suoi protagonisti. Proviamo ora a capire meglio i motivi per cui non è così immediato superare gli ostacoli legati all’opposizione culturale, allargando il concetto a due degli elementi chiave della Change Strategy: struttura e capacità organizzativa.

[sf_iconbox image=”ss-layergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Struttura e Cultura Organizzativa (Organizational Structure and Culture)[/sf_iconbox]

Il termine struttura organizzativa si riferisce alle relazioni formali tra le persone che lavorano nell’organizzazione. Ma la struttura organizzativa guida anche i canali di comunicazione e le relazioni informali all’interno della stessa.
È quindi di fondamentale importanza, nell’attuazione di strategia di cambiamento, analizzare a fondo la struttura organizzativa in modo che l’impatto (positivo o negativo) dell’innovazione sia ben compreso e non rigettato. Come? Le modalità possono essere molteplici, ad esempio attraverso una buona progettazione, intesa come organizzazione puntuale di tutti i vari aspetti del progetto in senso ampio, comunicazione compresa. Comunicazione che non significa attivare tutti i possibili flussi tra le persone coinvolte.

“In una rete sociale di N stakeholder ci sono N * (N-1) / 2 potenziali flussi di comunicazione, che sarebbe controproducente attivare tutti, l’ingaggio degli stakeholder viene garantito progettando questi flussi per trovare un equilibrio tra efficacia (poche connessioni) ed efficienza (pochi passaggi di informazione) applicando ad esempio la teoria dei grafi (network analysis).”

Marco Caressa, da Project Management: comunicazione e modello di rete piccolo mondo”

Ma anche assumendo di aver risolto con un buon piano la faccenda della comunicazione, attivando ad esempio la mappa degli Stakeholders in forma di grafo; definendo la matrice Power-Interest o la Stakeholders Engagement Assessment Matrix; anche qualora avessimo una risposta chiara e inequivocabile alla domanda: “che cosa cerca, normalmente, un lettore di autobiografie altrui? La verità?” avremmo ancora una volta garantito solo un primo livello di interoperabilità tra i soggetti coinvolti a vario titolo nel cambiamento, quella sintattica.
Ognuno dei nodi del grafo è infatti portatore di discrepanze non facili da cogliere ed è proprio quel groviglio intimo dell’essere umano che dell’interoperabilità continua a rendere complessa la semantica, ovvero il riuscire a comprendersi per cooperare nonostante ci si sia resi conto ultimamente (con un piccolo aiuto esterno) di essere e agire tutti nella medesima circostanza.
[bctt tweet=”È importante, nell’attuazione di strategia di cambiamento, analizzare a fondo la struttura organizzativa in modo che l’impatto (positivo o negativo) dell’innovazione sia ben compreso e non rigettato” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”fa-cubes” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Capacità e Processi (Capabilities and Process)[/sf_iconbox]

In uno dei primi giorni della pandemia, una sera senza particolari intenzioni ho cominciato ad ascoltare per caso un intervento di Bruno Mastroianni – filosofo, giornalista, social media manager di trasmissioni televisive – dal titolo “competere, cooperare, decidere, per un modello di dibattito deliberativo”.
Spiegava, con la limpidezza espressiva che lo contraddistingue, come due persone in un dibattito finiscono spesso per abbandonare il merito dell’argomento per cominciare a orientare il dialogo sulle caratteristiche personali dell’interlocutore.
Quando si smette di discutere del tema, accusandosi magari l’un l’altro, una delle conseguenze peggiori è la perdita di fiducia nel dibattito stesso e nelle persone interessate, mentre sarebbe necessario andare verso un modello deliberativo in cui diventa centrale l’argomentatore (colui che riesce a stare nella discussione) e diventa soprattutto importante riuscire a mantenere la centralità dell’argomento.
In altri termini si guarda all’argomentazione considerando non l’abilità ma la virtù dei contendenti.
Ora, il concetto di abilità, capacità o capabilities che dir si voglia fa parte di un vocabolario per me legato al business e che trova riscontro, nel caso in esame, più o meno nell’assunto che capabilities and processes are all the functions performed within the organisation, including products, services, and decision-making methods e si riassume nell’idea che l’approccio metodologico per gestire un progetto – che presuppone come prerequisito l’abilitazione di sistemi interoperabili – parte proprio dall’analisi del gap in termini di capabilities.
Analisi che serve a identificare se sono già disponibili o facilmente approntabili le nuove capacità richieste dal cambiamento in atto, o se invece sarebbe maggiormente vantaggiosa un’innovazione nei processi.
[bctt tweet=”L’approccio metodologico per gestire un progetto – che presuppone come prerequisito l’abilitazione di sistemi interoperabili – parte dall’analisi del gap in termini di capabilities.” username=”MapsGroup”]
L’etica delle virtù tuttavia ci dice un’altra cosa. Ci dice innanzitutto che la differenza tra abilità e virtù sta nel fatto che nell’abilità le mancanze intenzionali (o i fantomatici silos) possono essere scusate da mancanza di capacità in quello che si sta facendo, nella virtù no. Una mancanza intenzionale nella virtù non ti scusa ma aggrava perché c’è l’elemento morale. Virtù e abilità sono dunque entrambe capacità di mettere in campo azioni per raggiungere un fine ma nella virtù c’è anche l’elemento morale del produrre in questo un bene per se e per gli altri. L’etica della virtù ci dice che si possono avere ottime capacità che tuttavia si potrebbero usare in maniera disfunzionale ed è quindi necessario formare persone non solo abili ma virtuose.
Per lungo tempo ci siamo soffermati sull’interoperabilità intesa come cooperazione applicativa. Per lungo tempo ci siamo concentrati sulla macchina dimenticando l’uomo ma l’Essere Interoperabile è l’unico che può tendere a una cooperazione virtuosa, all’utilizzo delle competenze verso domini di eccellenza che costituiscono un valore in sé, che non sono legate a fattori esterni o a un tornaconto personale.
Per fare innovazione dunque, servono senza dubbio strategie di cambiamento strutturate ma non basta, perché poi bisogna avere capacità e virtù per ascoltare la voce dei filosofi, per allontanarsi dagli schemi della narratologia, per inseguire non la verità ma il vero, per investire nel capitale sociale e semantico.
[bctt tweet=”l’Essere Interoperabile è l’unico che può tendere a una cooperazione virtuosa e all’utilizzo delle competenze verso domini di eccellenza che costituiscono un valore in sé” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-usergroup” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Cooperazione applicativa e team virtuosi[/sf_iconbox]

Per tirare dunque le fila del discorso, siamo partiti da qui nel caso a questo punto vi foste distratti :), e citare ancora una volta un filosofo: le persone esperte dovrebbero lavorare con le persone competenti.
Gli esperti di dominio o della politica o delle organizzazioni dovrebbero necessariamente prendersi le responsabilità delle scelte strategiche ma dovrebbero avere anche la possibilità di farsi aiutare a portarle avanti da persone competenti nel senso virtuoso del termine.
Mauro Porcini, in un recente intervento sul Design Thinking  ha raccontato che quando ha iniziato il suo percorso in Pepsi gli hanno dato l’opportunità di “scegliere i migliori Designer sul mercato” per formare il suo team. Alcune sporadiche concessioni a questa linea di pensiero e azione sono frutto di una direzione illuminata, molto spesso invece la frase che ci si sente ripetere è: si fa il fuoco con la legna che si ha, con il risultato che spesso e volentieri si alzano solo bellissime nuvole di fumo a beneficio di chi sta su una Grande Mesa e osserva da lontano con un cannocchiale. Si parla sempre molto nei webinar, nei meeting, negli speech di multidisciplinarità, della necessità di mettere insieme i saperi, di non tenerli isolati ma poi?
Bisognerebbe avere il coraggio, di questi tempi, di smettere di distribuire etichette per anzianità di servizio a chi non ha la necessaria competenza, giustificando in tal modo le mancanze intenzionali: un ottimo sviluppatore senior non diventa automaticamente un bravo Project Manager e potrebbe benissimo ignorare i principi della network analysis. Se non si studia, continuo  a ripeterlo, ogni santo giorno, se non si sente la necessità di imparare da qualcuno più bravo ma si va solo alla ricerca di conferme alle nostre convinzioni, se non si decide scientemente tutti di metterci scomodi, se non si passa dall’abilità alla virtù, se non si ragiona in termini di sostenibilità, allora non c’è innovazione che tenga perché il digitale, l’interoperabilità, l’Intelligenza Artificiale, il Design non sono altro che un sistema, aperto, di pensiero strutturato.
[bctt tweet=”Se non si sente la necessità di imparare, se non si passa dall’abilità alla virtù, allora non c’è innovazione che tenga perché digitale, interoperabilità, AI, non sono altro che un sistema, aperto, di pensiero strutturato.” username=”MapsGroup”]


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie

Il meglio di #6MEMES. Il nemico è invisibile? Sarà l’innovazione a dare forma e sostanza a una nuova visione del futuro.

[sf_iconbox image=”fa-cubes” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il meglio di 6MEMES di questi ultimi mesi…[/sf_iconbox]

[dropcap3]S[/dropcap3]anità (e dunque salute), Pubblica Amministrazione (ossia governo politico, ma anche sociale) e Co-Economy (ovvero utilizzo sostenibile delle risorse): sono stati questi gli argomenti strategici prediletti dal nostro pubblico negli scorsi mesi, da febbraio ad aprile 2020.
A sottolineare una volta in più che in questo periodo – caratterizzato da uno stato di emergenza non solo sanitario, ma assai più esteso – è più che mai necessario che ogni sistema sociale e ciascun organismo di governo si rendano disponibile nei confronti degli altri al fine di cooperare e ri-organizzarsi secondo nuovi modelli.
Un’evoluzione, questa, che è ormai indispensabile e che – almeno in parte – si era già avviata in fase pre-emergenziale in diversi settori attraverso la cosiddetta “digital transformation”.
I servizi digitali, infatti, rappresenteranno senza dubbio il “futuro”, con l’obiettivo – non semplice da realizzarsi in termini di inter-operabilità – di permettere il loro utilizzo a un bacino sempre più grande di utenti in tutte le aree di servizio possibile, quella sanitaria in primis.
Come potranno influire queste nuove dinamiche all’interno di un sistema sensibile e delicato come quello della salute ce lo ha ad esempio illustrato il nuovo autore del blog Fabrizio Biotti, il cui primo intervento ha intercettato ampi consensi sui vari social nel mese di febbraio.
L’autore, infatti, scrive che molte realtà “innovative hanno (già) sviluppato soluzioni con la più ampia compatibilità verso sistemi di natura diversa che – mettendo al centro il cittadino – ottimizzano il processo di accoglienza in senso lato (…)”
Ma come è possibile operare in questo senso attraverso processi di gestione dei dati?
Ce lo spiega l’autore, ovvero “corredandoli ad esempio di un sistema di alerting e reporting diretto a offrire un quadro in real time del livello di servizio erogato, monitorando una serie di parametri “logistici” capaci di incidere nella qualità dell’esperienza di cura del paziente quali il tempo medio di attesa, il numero di utenti in coda per tipologia di servizio etc.”
Un esempio per tutti, e più che mai attuale, è proprio la capacità di evitare in maniera tempestiva, grazie a tali sistemi, possibili affollamenti nelle sale d’attesa, gestendo il personale disponibile nel modo più corretto e mettendo in sicurezza sia gli utenti che gli operatori.
Anche in Italia, dunque, come ci ha spiegato Fabrizio, si parla e parlerà sempre più di patient journey e di aziende data driven: con l’applicazione di tali, innovative realtà, le organizzazioni sanitarie potranno confrontare diverse configurazioni di servizio al fine ultimo di migliorare le prestazioni e garantire sia la sicurezza dei pazienti che l’appropriatezza delle cure. Risultati di non poco conto, soprattutto in un momento come questo.
Garantire la certezza e la sicurezza nell’esecuzione dei processi è un tema fondamentale anche per il buon governo delle Pubbliche Amministrazioni, nonché l’argomento che ha catalizzato molte visualizzazioni su Twitter, Facebook e Linkedin nel mese di marzo.
Anche nella P.A., infatti, i servizi tecnologici innovativi per la gestione dei processi orientati a digitalizzazione e dematerializzazione rappresenteranno il vero rinnovamento, da attuarsi attraverso una migliore interoperabilità tra gli attori coinvolti.
Il tema della digitalizzazione nella Pubblica Amministrazione deve tuttavia affrontare una problematica particolare: l’estesa difficoltà di comunicazione tra enti diversi che si innesta su una difficoltà di comunicazione più basilare, quella tra l’individuo e il cosiddetto ente pubblico.
L’autrice Paola Chiesa si sofferma dunque sulla necessità di (ri)scoprire i valori dell’etica e della comunità, affidando proprio alla comunicazione il compito e la funzione di contribuire a generare progresso sociale. Poiché, come l’autrice afferma:

“[…] la cifra etica della comunicazione, in particolare in un ente pubblico, la possiamo ravvisare nella capacità di creare comunione attraverso il dialogo tra gli interlocutori.”

In tal modo:

“Mettere a punto nuove idee, strumenti e competenze per promuovere lo sviluppo del benessere dei cittadini diventa l’asset strategico sia per ridurre la complessità delle relazioni tra enti, sia per garantire l’interoperabilità fra gli stessi.”

Il “buon governo” dovrà dunque necessariamente essere affiancato – anche nell’ambito dei servizi – a nuove forme di agire economico che siano capaci di promuovere la rete delle relazioni tra cittadini ed enti.
coworkingTutto questo, prestando la massima attenzione all’identità dei luoghi oltre che agli aspetti più prettamente economici legati al pur necessario profitto, come ci dimostra il paradigma della co-economy che va sempre più diffondendosi a livello mondiale.
Come ci illustra Sara Di Paolo nel suo ultimo intervento sul blog 6MEMES, infatti – premiato dall’interesse del pubblico nel mese di aprile – il concetto stesso di interoperabilità sostenibile è il primo passo per realizzare esperienze di condivisione che rappresentino le più innovative forme del vivere sociale ed economico.
E proprio l’attuale pandemia, caratterizzata dall’imposizione di una maggiore distanza sociale e dal contingentamento degli accessi alle fabbriche e agli uffici, sta paradossalmente incrementando l’attenzione alle persone e al loro benessere, assieme alla condivisione di una nuova consapevolezza nei confronti di quello che possiamo definire come un “destino comune” vissuto non solo nei confronti del proprio luogo di appartenenza, ma anche nei confronti degli habitat delle altre parti del nostro pianeta.
Che altro aggiungere?
Forse che – per lo meno a leggere i dati di interesse ricavati dai contenuti più premiati dai nostri lettori – le difficili contingenze che stiamo attraversando potranno condurci a nuove pratiche di convivenza e sviluppo capaci di consegnarci spazi fisici e simboli più “vivibili” e sostenibili di quelli precedenti alla pandemia.
In fin dei conti è proprio questo che ci auguriamo tutti, crediamo, anche per dare una nuova “luce” allo stretto corridoio che stiamo tutti attraversando alla ricerca di una nuova normalità..
Per questo, concludiamo la nostra rassegna con un auspicio, quello presente nell’incipit con cui Natalia Robusti apre il suo intervento a proposito di Visibilità, articolo che ha intercettato in maniera trasversale gli utenti di tutti i nostri social, Facebook, Twitter e Linkedin:

In un momento in cui il nostro maggior nemico è di fatto “invisibile” – se non dopo aver generato e causato un’infinità di dolore e conseguenze terribili – il concetto stesso di visibilità diviene ancor più rilevante ed essenziale, così come è davvero cruciale la possibilità che l’innovazione (medica, tecnologica e sociale) ci può offrire nell’aiutarci a dare forma e sostanza a ciò che altrimenti sfugge al nostro sistema percettivo cosiddetto “naturale””.


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Information and communications technology

Interoperabilità Macchina-Macchina: dialogo fra sistemi digitali. Di Giulio Destri.

[dropcap3]N[/dropcap3]egli articoli precedenti sono stati trattati la comunicazione come base per la interoperabilità [1] e l’interazione tra umano e macchina attraverso l’interfaccia uomo-macchina [2]. Nel suo articolo Anna Pompilio ha introdotto magistralmente i concetti di interoperabilità fra sistemi informatici sanitari e nel contesto della PA [3].
In questo articolo analizzeremo i dettagli di cosa c’è “dietro” tutto questo: come, in pratica, sistemi digitali distinti comunicano fra loro, ovvero come sono fatte le interfacce macchina-macchina, e le problematiche legate ad una loro progettazione e gestione.

[sf_iconbox image=”ss-desktop” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Comunicazione digitale[/sf_iconbox] 

È (quasi) universalmente noto che computer, smartphone, TV digitali, dispositivi IoT ecc… rappresentano al loro interno le informazioni in forma di bit. Ma cosa significa questo, in pratica?
Il singolo numero binario o bit (contrazione da BInary digiT) è una cifra espressa in base due e quindi può assumere solo i valori 0 e 1. Quindi ad esso possono essere associati solo due elementi, ovvero una informazione (o meglio un dato) a due valori possibili. Per esempio, positivo/negativo, bianco/nero, rosso/verde, caldo/freddo ecc… Pertanto, da solo, un bit ha una utilità limitata.
Se mettiamo insieme due cifre binarie, ovvero componiamo un numero binario a due cifre, i valori possibili sono 4 (00, 01, 10, 11). Se componiamo un numero a tre cifre, i valori possibili sono 8. E così via, secondo la regola: Valori possibili date N cifre = 2 elevato a N-sima potenza.
In particolare se prendiamo numeri binari ad 8 cifre, i valori possibili diventano 256 (per la precisione, con valori da 0 a 255) e quindi, attraverso opportune tabelle di codifica che rappresentano la meta-informazione, ossia le regole che danno un significato ai byte [1], diventa possibile rappresentare:

  • testo (il più diffuso standard è il codice ASCII),
  • immagini a toni di grigio dove ogni byte rappresenta un pixel (ad esempio, 0 è il nero e 255 è il bianco con tutte le sfumature in mezzo),
  • suoni (con una qualità molto bassa in verità, infatti servono almeno 2 byte per rappresentare un singolo campione sonoro di qualità ed un flusso di 44.100 campioni al secondo per avere la qualità del CD),
  • temperature, e molto altro.

Un insieme di 8 bit si chiama byte ed è l’unità di misura della memoria RAM e della memoria di massa (hard disk, schede di memoria, chiavette usb…) in tutti i dispositivi digitali, eventualmente attraverso i suoi multipli come il kilobyte, il megabyte, il gigabyte ed il terabyte.
I dispositivi digitali moderni rappresentano quindi numeri, come i dati di un bilancio aziendale, le temperature di una città, ma anche immagini, suoni, filmati, testi, documenti ecc… come insiemi di byte. In questo modo, con opportuni formati digitali, queste informazioni sono memorizzate in forma di insiemi di file e di archivi strutturati come i database relazionali.
Il problema della codifica esiste anche nella comunicazione. I primi sistemi di comunicazione fra dispositivi digitali (computer, a partire dagli anni ’50 e ’60) erano completamente proprietari, ossia tutto quanto serviva alla comunicazione, dalla rappresentazione dei dati sotto forma di byte, alla loro traduzione in segnali fisici (ad esempio, impulsi elettrici), alla stessa struttura dei canali fisici (ad esempio, caratteristiche elettriche e materiali dei cavi, come impedenze, forma degli spinotti ecc…) era stabilito da regole tipiche di ogni costruttore, o di consorzi di ricerca. Non esisteva uno standard comune, che consentisse ad un sistema, per esempio, di IBM, di dialogare con un sistema di HP.
[bctt tweet=”Il problema della codifica esiste anche nella comunicazione. Per i primi sistemi di comunicazione fra dispositivi digitali non esisteva uno standard comune.” username=”MapsGroup”]
Solo nel tempo si arrivò a creare uno standard comune di comunicazione, chiamato TCP/IP, alla base di quella che oggi è Internet [4]. Questo insieme di protocolli di comunicazione, che consente a qualsiasi dispositivo digitale, collegato alla rete attraverso tantissimi tipi di canali fisici diversi (ad esempio, cavo ethernet, wifi, doppino telefonico, fibra ottica…), di scambiare flussi ordinati di byte (quindi file e simili) con qualsiasi altro, ha reso possibile la trasformazione digitale [5].

[sf_iconbox image=”fa-flag” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le diverse lingue digitali e le conseguenti problematiche[/sf_iconbox]

Siamo quindi a posto? Basta Internet col TCP/IP per tutto? Purtroppo no, perché questo standard rende possibile, da solo, solamente lo scambio di file e flussi di byte. Quindi funziona come un efficacissimo sistema postale in grado di trasportare “buste digitali” praticamente in tempo reale in tutto il mondo. Il contenuto dei messaggi (file e altro) e quindi la conversazione digitale su di essi basata è da definire a parte, caso per caso.
Per esempio, dato che non tutti i computer usano lo standard ASCII per rappresentare il testo, se devo trasferire un file di testo (o anche solo dei comandi per il computer espressi come testo, quando si usa una interfaccia a riga comandi [2]) questo dovrà essere convertito dal formato del computer mittente a quello del computer destinatario, per dare un senso alla comunicazione.
Se passiamo a dati complessi, come, per esempio, una fattura, da trasmettere all’interno di un apposito processo di pagamento, basato su una successione di scambi di messaggi equivalente a quelle che era il processo “cartaceo”, occorre definire chiaramente cosa esprime la fattura. Per molti anni infatti il processo è stato solo dematerializzato, attraverso la spedizione della fattura in un formato visibile per gli esseri umani come il PDF.
Il processo “fatturazione” quindi si poteva tradurre in questa sequenza:

  1. Un operatore umano, interagendo con un programma di fatturazione, inserisce i dati e genera la fattura in formato PDF;
  2. L’operatore salva la fattura come file e lo spedisce via posta elettronica al destinatario;
  3. Un altro operatore umano riceve il messaggio di posta elettronica, ne estrae la fattura e:

se abituato a “fare tutto in elettronico” inserisce, magari con il copia-e-incolla, i dati della fattura nel programma di gestione contabile e, probabilmente, anche nel sistema di home banking per gestire il pagamento;

se non abituato, stampa la fattura (con conseguente spreco di tempo, carta, spazio di immagazzinamento ecc…) e fa le operazioni suddette, o magari passa la fattura cartacea ad un/una collega perché le svolga;

– se gli accordi lo prevedono manda una stampa elettronica (tipicamente in PDF) con gli estremi del pagamento al creditore.

Che valore aggiungono al processo questi interventi umani? Nessuno. Anzi, aggiungono invece dei rischi (ad esempio, errori di battitura durante l’inserimento manuale dei dati). Alcuni esperti di gestione aziendale addirittura li definiscono “attività parassitiche”.
Un processo completamente digitale prevede che il flusso avvenga direttamente fra i programmi di contabilità. E che, quindi, nei messaggi siano contenuti i dati della fattura espressi in un formato comprensibile a tutti gli attori coinvolti nella comunicazione. E che si possa, eventualmente, fare riferimento a documenti precedentemente scambiati come offerte, bolle ecc… per validare i dati della fattura stessa. Questo indipendentemente dai programmi utilizzati. Quanto la cosa sia stata “leggermente complicata” lo sanno bene tutti coloro che negli anni scorsi sono stati investiti dalla nuova legge sulla fatturazione elettronica.
Se, poi, consideriamo processi più complessi di una fatturazione ecco per esempio gli scenari presentati in [3].

[sf_iconbox image=”ss-contract” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le regole per il dialogo[/sf_iconbox]

Quindi perché un processo possa essere completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano completamente comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione, sino al livello ultimo di significato dei byte e che quindi vi sia una completa condivisione dei formati di rappresentazione dei dati fra le parti.
[bctt tweet=”Perché un processo sia completamente digitale è necessario che tutte le informazioni siano  comprensibili sia alla sorgente sia alla destinazione” username=”MapsGroup”]
Oltre a questo, il processo di interscambio dei dati fra sistemi digitali deve seguire regole precise, deve essere quindi una successione ordinata di messaggi in un verso e nell’altro lungo il canale di comunicazione, come una conversazione (molto) formale tra esseri umani. È fondamentale ricordare che le macchine non hanno la flessibilità degli esseri umani. Se le regole di scambio messaggi non prevedono una determinata situazione, questa sarà segnalata come errore e, a meno che non sia stata prevista una adeguata procedura di gestione di tale errore, la comunicazione fallirà.
Vediamo un esempio specifico, supponendo di definire un dialogo per l’interoperabilità fra un dispositivo digitale che misura parametri ambientali (temperatura, umidità, pressione atmosferica…) e una centralina di raccolta che raccoglie i dati da tanti sensori.
 

 
Come rappresentato in modo molto semplificato nel dialogo, occorre una autenticazione per iniziare la comunicazione e stabilire chi sono le parti, una rappresentazione digitale di formato condiviso per i dati trasmessi, una eventuale verifica dei dati trasmessi e ricevuti (si ricordi, come spiegato in [1], che il canale non è ideale e può condurre ad errori) ed una regola per la chiusura della comunicazione.
Se il sensore e la centralina, che magari sono stati fabbricati da fornitori diversi, non seguono esattamente il protocollo di comunicazione, questa non potrà avere luogo e quindi i due sistemi non saranno interoperabili.
Poi è necessario che ci siano altre meta-informazioni e che, ad esempio, la centralina, che probabilmente è un computer in Cloud, magari anche collocato in un data center fuori dai confini dell’Italia, “sappia” che il sensore 101 si trova in Piazza Garibaldi a Parma e che, quindi, i parametri ambientali ricevuti si riferiscono a tale località.

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Tipologie di comunicazione macchina-macchina[/sf_iconbox]

Come avviene allora la comunicazione fra macchine in generale? Occorre fare una distinzione fra:

  1. Comunicazioni “in tempo reale”, come ad esempio quelle che avvengono fra una app in uno smartphone e i server di un sistema di car sharing; queste possono poi essere ulteriormente suddivise fra
        – o Sincrone: il mittente invia il messaggio e resta in attesa della risposta, non proseguendo in altre attività,
        – o Asincrone: il mittente invia il messaggio e poi prosegue con altre attività, la risposta del destinatario (se prevista) sarà inviata in un momento successivo;
  2. Comunicazioni “in differita”: non esiste un vincolo temporale stretto e i dati possono essere trasmessi tramite sistemi di code (come per esempio e-mail o messaggistica istantanea); in questo caso la comunicazione può essere monodirezionale oppure vi può essere una risposta, normalmente gestita in modo asincrono.

Le comunicazioni in tempo reale sono gestite con protocolli diretti di scambio messaggi fra le parti, come, ad esempio, http (usato originariamente solo per i siti web), mentre le altre si appoggiano normalmente su sistemi per l’interscambio di file e messaggi basati su code (il primo che arriva è il primo ad essere spedito).
Nel primo caso chi progetta il sistema dovrà definire la struttura del dialogo (come nell’esempio della figura) e la sintassi ed il contenuto di ogni singolo messaggio, o implementare standard che descrivano tutto, se esistono. Nel secondo invece la gestione flusso potrà essere assegnata a sistemi preesistenti di scambio file e sarà invece necessario definire il formato del contenuto di ogni file ed il suo significato entro il processo (come nel caso della fatturazione elettronica).

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il rischio spaghetti-integration e la necessità di regole[/sf_iconbox]

Oggi, con il moltiplicarsi del numero dei device e con la implementazione di passaggi complessi, che coinvolgono molteplici sistemi connessi fra loro con combinazioni di comunicazioni in tempo reale ed in differita, è diventato necessario imporre delle regole. Infatti, per molto tempo, l’approccio progettuale è stato quello di costruire una interfaccia di comunicazione digitale specifica fra due sistemi ogni volta che ne emergesse la necessità. E questo, se N sono i sistemi da collegare, ci può portare a avere N per N-1 / 2 interfacce di comunicazione, da realizzare e gestire!
Per fare un paragone con il mondo fisco, è come, dati tutti i comuni della provincia di Parma, noi volessimo realizzare una strada specifica che colleghi ogni comune con ogni altro comune della provincia.
Questo approccio, definito in [6] come architettura incidentale e, come ulteriore degenerazione, spaghetti-integration, ha condotto al caos di numerosi sistemi informatici, facendo crescere enormemente le spese di gestione e aumentando la fragilità dei sistemi stessi. Infatti, se un processo aziendale richiede una comunicazione che attraversa tante interfacce [7], basta che una sola di queste abbia un malfunzionamento per bloccare tutta la comunicazione.
E, se è vero in un sistema informatico interno ad un’azienda, a maggior ragione è vero quando si passa nel mondo odierno, dove i sistemi sono in parte interni ad un’azienda, in parte nel cloud e alcune operazioni obbligatorie per legge, come la fatturazione elettronica, passano per sistemi statali centralizzati.
[bctt tweet=”L’approccio progettuale è stato quello di costruire una interfaccia di comunicazione digitale specifica ogni volta che ne emergesse la necessità. Questo ha condotto al caos di numerosi sistemi informatici” username=”MapsGroup”]
E, quindi, un processo che per l’utente sembra apparentemente semplice, come per esempio prenotare un’auto in car sharing e aprirla mediante l’app, pagando poi alla riconsegna quanto dovuto, sempre tramite l’app, comprende invece una complessa interazione fra sistemi diversi, appartenenti ad aziende e pubbliche amministrazioni diverse, magari posti anche in nazioni o in continenti diversi.
E, soprattutto, man mano che prosegue la trasformazione digitale [4] queste complesse interazioni fra sistemi diventano sempre più indispensabili per il funzionamento della nostra società. E come hanno dimostrato i casi degli ultimi mesi, fattori ambientali come le epidemie e attacchi informatici li rendono estremamente vulnerabili.
È necessario quindi un insieme di regole da seguire per ridurre rischi legati a loro malfunzionamenti sin dalla progettazione, come del resto richiesto da leggi come il GDPR [8] e la direttiva NIS [9].


[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Bibliografia[/sf_iconbox]

[1] Giulio Destri – Interoperabilità: lo scambio di informazioni come luogo di inter-mediazione e comunanza 
[2] Giulio Destri – L’interfaccia utente: il luogo visibile delle relazioni – spesso invisibili – tra l’Uomo e la macchina 
[3] Anna Pompilio – L’insostenibile leggerezza dell’Essere Interoperabile 
[4] Giulio Destri – Introduzione alle Comunicazioni in Rete
[5] Giulio Destri – La Digital Transformation: luci ed ombre del cambiament
[6] David Chappell – Enterprise Service Bus: Theory in Practice
[7] Giulio Destri – Sistemi Informativi il pilastro digitale di servizi ed organizzazioni – Ed. Franco Angeli 2013
[8] Giulio Destri – GDPR e IT Service Management: la progettazione dei nuovi servizi IT nel rispetto della normativa 
[9] Agendadigitale – Direttiva NIS, così è l’attuazione italiana (dopo il recepimento): i punti principali del decreto


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Città Metropolitana di Torino: Maps realizzerà l’infrastruttura digitale del sistema di valutazione

Parma, 15 maggio 2020

 

MAPS comunica di aver sottoscritto un accordo, nell’ambito dell’Accordo Quadro SGI Lotto 2 con PwC Italia e CSI Piemonte, per la digitalizzazione del processo di valutazione individuale della Città Metropolitana di Torino.

 

[sf_iconbox image=”fa-arrows-alt” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]MAPS e l’evoluzione digitale[/sf_iconbox]


Il Gruppo MAPS, in collaborazione con CSI Piemonte e PwC Italia, fornirà la soluzione Gzoom per informatizzare il Sistema di Misurazione e Valutazione Individuale dell’Ente Città Metropolitana di Torino.
La realizzazione del progetto permetterà a tutti i soggetti coinvolti (referente della valutazione, valutatore, valutato, ufficio del personale) di accedere on-line ai dati di propria competenza, anche in smartworking, rendendo il processo di valutazione molto più efficiente e consentendo la tracciatura di tutti i passaggi approvativi richiesti dal regolamento.

[sf_iconbox image=”fa-external-link” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Efficace ed Efficiente: la nuova PA con Gzoom[/sf_iconbox]

Il nuovo Modello di Valutazione prevede una forte integrazione tra la valutazione individuale e la programmazione operativa.
Grazie all’utilizzo della piattaforma Gzoom gli obiettivi individuali, ed i relativi indicatori di misurazione, potranno essere selezionati tra gli obiettivi di gestione e gli indicatori di struttura che compongono la programmazione operativa, garantendo il massimo allineamento tra l’impegno dei singoli ed il risultato dell’organizzazione.
Afferma Maurizio Pontremoli, Amministratore Delegato di MAPS:

“Prosegue l’impegno del nostro Gruppo nel progettare infrastrutture digitali che permettano di creare nuovi modelli organizzativi in grado di supportare, in maniera sempre più efficiente ed efficace, le nuove esigenze della Pubblica Amministrazione, anche in un contesto di smartworking. Affiancheremo il nostro nuovo cliente nel suo percorso di digitalizzazione del processo di valutazione: non solo tutti i soggetti coinvolti potranno accedere on-line alla soluzione informatica, ma questa verrà inoltre integrata col sistema di gestione documentale Acta di CSI, consentendo la conservazione a norma dei documenti di valutazione prodotti in formato esclusivamente elettronico, ed evitando la necessità di stampare ed archiviare migliaia di pagine di documenti cartacei ogni anno”.

E conclude con queste parole Giancarlo Senatore, Partner di PwC Public Sector:

“All’interno di un settore che, ormai, orienta il suo percorso evolutivo verso scenari contraddistinti all’innovazione, affianchiamo i nostri clienti nel raggiungimento dei propri obiettivi. Nel quadro delle molteplici attività in corso sulle tematiche della Valutazione della Performance, sia a livello centrale sia locale, riteniamo che la sinergia di conoscenze ed esperienze, nata grazie alla collaborazione con MAPS, possa favorire il processo di sviluppo di idee e soluzioni pionieristiche in grado di supportare ed indirizzare la crescita dei nostri clienti”.

 


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion.
Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

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Leggerezza e interoperabilità: tentare il "volo" della semplificazione attraverso una nuova relazione tra l'Uomo e la Macchina.

[sf_iconbox image=”ss-lightbulb” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Leggero, facile oppure semplice?

“Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza.”

Italo Calvino

[dropcap3]C[/dropcap3]on questo incipit memorabile Italo Calvino introduce la prima delle sue Lezioni americane, e dunque il secondo tag previsto da questa serie di articoli sul tema dell’Interoperabili tra l’Uomo, la Società e la cosiddetta Macchina.
Da parte mia, mi avvicino alla scrittura di questo articolo con una certa difficoltà, potrei dire con una certa gravità: le settimane che abbiamo alle spalle e quelle che abbiamo davanti non facilitano certo un approccio leggero al nostro vivere, né quotidiano né in prospettiva.
E tuttavia, confido che l’argomento portante di questa serie di articoli – ovvero la relazione inter-operativa tra noi umani e la tecnologia digitale mi verrà in aiuto, anche in virtù del fatto che, ultimamente, la nostra interazione con il cosiddetto digitale è indubbiamente aumentata, magari nostro malgrado 🙂
Partiamo, per iniziare, dai nostri – chiamiamoli così per semplificazione – valori di riferimento, tra cui quello, appunto, della leggerezza.
Per farlo, mi avvalgo della guida del nostro Virgilio-Calvino e mi affido al significato profondo che ogni parola custodisce nel suo nucleo originario: come sempre accade, ci aspetta più di una sorpresa rispetto al senso che viene comunemente attribuito a questo termine.
La leggerezza, che un altro genio letterario (Milan Kundera) ha definito non a caso “insostenibile”, si raggiunge infatti per Italo Calvino attraverso:

“la precisione e la determinazione” piuttosto che con “la vaghezza e l’abbandono al caso.”

Un altro sommo poeta, Paul Valéry, scrive del resto di preferire la leggerezza di un uccello che decide il suo volo, piuttosto che quella di una piuma, in balìa del vento:

“Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume.”

Non è certo casuale questa coincidenza di vedute tra autori così differenti tra loro, e non si tratta nemmeno di un’eccezione minoritaria: essere leggeri non vuol dire giocoforza essere approssimativi, e tanto meno superficiali.
Un’eccessiva leggerezza – ricordiamolo anzi, e a maggior ragione in questo periodo – può indurre comportamenti di una certa gravità, come ad esempio il fatto di non rispettare, per futili motivi, le attuali prescrizioni sul distanziamento sociale, tanto per fare un esempio legato all’attualità.
Ecco dunque che assistiamo a un vero e proprio paradosso: la leggerezza, intesa come vacuità e superficialità, conduce e fatti potenzialmente pesanti, addirittura gravi, persino fatali.
[bctt tweet=”La leggerezza, intesa come vacuità e superficialità, conduce e fatti potenzialmente pesanti, addirittura gravi, persino fatali.” username=”MapsGroup”]
Al contrario, un comportamento sì leggero e aggraziato, ma dotato di una sua misura (quasi di un suo rigore interno), può condurci a risultati costruttivi e pieni di senso, seppure lievi da portare con sé.
Un po’ il contrario di quanto uno si potrebbe spettare, insomma…
 

[sf_iconbox image=”ss-loading” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Il valore (lieve) della strategia e della procedura…

Parlavamo di valori, all’inizio. Come è possibile distinguere il valore della precisione e della determinazione dalle pratiche della vaghezza e dell’abbandono al caso?
È ancora Calvino che ci insegna a distinguere queste due differenti varianti di senso. Se la leggerezza, infatti, “intesa come valore culturale”, rappresenta una sorta di “superamento del concetto di peso”, la differenza tra le due possibili traduzioni del termine va ricercato

“nella grazia con cui si riesce a gestire una faticosa incombenza, piuttosto che nel restare in una dimensione di superficie dell’essere.
La leggerezza così intesa è intrecciata all’apparente naturalezza di un risultato frutto in verità di un sapere disposto ad arte, piuttosto che nella facilità del suo raggiungimento.”

Accade quindi che la “veste” della leggerezza dà forma visibile a un soggiacente sforzo invisibile, così che, insieme, riescono a prendere il volo… E qui arriviamo alla Macchina, e all’uso che la nostra Società sta iniziando a imparare a farne.
Che una certa sensazione di leggerezza sia in qualche modo successiva a uno sforzo precedente atto a sintetizzarla, ciascuno di noi lo sta sperimentando inaspettatamente proprio nel rapporto più stretto con la Macchina e con il suo sapere disposto ad arte.
Questa inedita facilità di interazione la possiamo riscontrare ad esempio nella familiarità, così rapidamente raggiunta, con gli strumenti di e-learning che ci consentono di studiare a distanza, o nella semplicità con cui possiamo accedere a biblioteche di un sapere specializzato e altrimenti inarrivabile.
Penso ad esempio a tutte le ricerche scientifiche condivise in retea livello mondiale in tema di Covid-19,  ma anche all’usabilità di alcune applicazioni attraverso cui abbiamo fatto acquisti in piena sicurezza in giorni in cui eravamo impossibilitati a uscire…
[bctt tweet=”La veste della leggerezza dà forma visibile a un soggiacente sforzo invisibile, così che, insieme, riescono a prendere il volo…” username=”MapsGroup”]
O, ancora, alla creatività di ritorno che applicazioni free ci regalano attraverso strumenti “leggerissimi” con cui ritoccare fotografie, creare gif e meme e condividere, DA LONTANO, pratiche sociali che un tempo avremmo vissuto da vicino…
In ciascuno di questi casi si tratta di pratiche di condivisione e co-gestione di flussi – che siano comunicativi, di merci o d persone poco importa: il modello soggiacente è il medesimo – che ci consentono una leggerezza possibile, quotidiana e operativa, resa possibile anche (a volte soprattutto) attraverso l’utilizzo di una tecnologia digitale che lavora a stretto contatto con noi, nonostante i distanziamenti cosiddetti “sociali, previsti e necessari.
Il tutto grazie a una interoperabilità, in questo caso Macchina-Uomo, che in questi esempi è già a suo modo funzionante e messa a punto, capace di utilizzare la materia dell’invisibile (i dati e le informazioni) per farne programmi, funzioni e progetti facilmente accessibili.
Del resto fu già un profetico Calvino che anticipò tutto questo:

“Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del Dna, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall’inizio dei tempi…
Poi, l’informatica.
È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza del hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo d’elaborare programmi sempre più complessi. (…) Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bits senza peso.”

E se è vero che, da sempre, l’innovazione tecnologica è stata un volano per la storia delle nostre società – aprendo la strada a veri e propri salti evolutivi e ristrutturando ogni volta l’Uomo da un punto di vista anche percettivo e cognitivo – è altrettanto vero che sino ad oggi, probabilmente, l’uomo cosiddetto medio non aveva la necessaria e diffusa consapevolezza dell’evoluzione in atto, se non in pochissimi suoi esemplari, i cosiddetti “tecnici”.
E questo ha fatto sì che, anziché di un’auspicabile Interoperabilità tra Uomo e Macchina, spesso si parlasse più di una potenziale “frattura” tra loro. Poi è arrivata una pandemia, e l’orizzonte si è capovolto.
 

[sf_iconbox image=”ss-uploadcloud” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Leggero o pesante, basta che sia SMART

Dovessi scegliere OGGI non un sinonimo, ma un’area semantica aderente a quella della leggerezza rispetto a quanto abbiamo visto insieme fin qui rispetto alla gestione delle informazioni e dei flussi, allora sceglierei di rimettere sotto alla lente di ingrandimento un aggettivo spesso inflazionato, ma che – se usato non a sproposito – è in grado di mettere in atto una serie di paradigmi virtuosi (anche in tema di leggerezza) che ci potranno aiutare a gestire questa emergenza duratura.
Mi riferisco al termine Smart che, se associato ad esempio al tema delle Città (Smart- City) è capace, soprattutto se ripensato oggi, in prospettiva, di ridare non solo senso, ma anche spessore e profondità al tema astratto dell’innovazione tecnologica, così da farla ritornare (come nella sua vocazione fondante) produttrice di grazia ed efficienza non solo automatica e meccanica (e quindi “vuota” di contenuti), ma soprattutto ricca di ricadute positive sulla collettività oltre che sulla “pesantezza” del vivere di ciascuno di noi in quanto individui e insieme cittadini.
Se infatti alla leggerezza fin troppo astratta della im-materia algoritmica – che sta già tuttavia facendo funzionare il mondo, anche se in maniera spesso “invisibile” – affiancassimo più spesso l’utilizzo concreto, quotidiano e virtuoso delle possibilità che ci offre la tecnologia (sia per la nostra vita che per quella dei sistemi e dell’ambiente in cui viviamo), ecco che il gap di cui abbiamo parlato si potrebbe  ricomporre in un altro concetto assai vicino a quello della leggerezza: quello della “Semplicità”.
[bctt tweet=”Alla Leggerezza fin troppo astratta della im-materia algoritmica andrebbe affiancato l’esercizio concreto e quotidiano del suo utilizzo.” username=”MapsGroup”]
Perché, smart, può essere tutto: una pratica come un’applicazione, un modo di atteggiarsi come il modo di “vivere” e pulsare di una intera città, capace di mettere a sistema una serie di rapporti (leggeri, semplici e quotidiani) tra l’Uomo e la Macchina, in barba a virus, batteri e pandemie varie…
Vediamo insieme come.

In questo articolo, ad esempio, ci si chiede direttamente: “In che modo una città può trasformarsi in una smart city?”
Del concetto di «città intelligente» se ne è parlato del resto in tempi non sospetti a Bolzano nel corso della terza edizione del convegno scientifico internazionaleSmart and Sustainable Planning for Cities and Regions” (SSPCR 2019), organizzato da Eurac Research dal 9 al 13 dicembre scorso.
Ben 200 esperti provenienti da 39 Paesi, nonché le maggiori associazioni e gruppi di lavoro europei sul tema delle città smart, hanno condiviso

“soluzioni e risultati di progetti di ricerca internazionali, applicabili nella quotidianità così da co-progettare il futuro delle città in cui vogliamo vivere nei prossimi anni.”

In queste città immaginate – e a tratti realizzate – il cosiddetto digitale iter-opera con l’analogico, consentendo performance ambientali e stili di vita degne delle più rosee aspettative sia per noi Umani che per l’Ambiente.
Sempre la parola Smart si accompagna – fruttuosa, e non a caso – a un altro pilastro portante delle nostre società, il lavoro, tant’è che l’Osservatorio del Politecnico di Milano la definisce

“una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

Si tratta, dunque, di una stringa di testo che, anche in questo caso, alla parola leggerezza non affianca un senso di precarietà o caducità – che, trattandosi di lavoro, porterebbero con sé timori e preoccupazioni – bensì un reale e tangibile effetto di resilienza e flessibilità, che è poi il ventaglio di valori cui la vera “leggerezza” ambisce…

[sf_iconbox image=”ss-downloadcloud” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Per finire con un auspicio di leggerezza!

Ecco: per chiudere con una sintesi questo mio temporaneo inciso sul tema del rapporto tra l’Uomo e la Macchina visto attraverso la lente della Leggerezza, tema concettuale così caro a Calvino, vorrei esprimermi con un auspicio.

Molto spesso – nelle fasi di grande crisi e conseguente cambiamento – quello che vince è l’idea di ciò che abbiamo perduto, in una nostalgica sensazione di rimpianto che l’addio forzato alle precedenti sicurezze porta inevitabilmente con sé.
Sicuramente, l’apparente immaterialità delle infrastrutture che si stanno realizzando grazie all’attuale innovazione tecnologica  (a differenza del “bel tempo che fu”, con la creazione ad esempio delle ferrovie o degli aeroporti o di altre innovazioni assai più concrete e tangibili) ha in sé un qualcosa di “leggero” che rasenta l’impalpabile e l’invisibile in tali percentuali da non aver portato, sino a poche settimane fa, nessun vantaggio sostitutivo, se non marginale.
[bctt tweet=”L’apparente immaterialità delle infrastrutture realizzate grazie all’innovazione tecnologica attuale ha in sé un qualcosa di impalpabile se non invisibile.” username=”MapsGroup”]
Per questo motivo, in questo specifico contesto, il legame tra l’uomo e l’innovazione – e la capacità di interagire insieme – è stato sino ad oggi in parte infruttuoso.
Eppure – da adesso in poi – questo legame è destinato a farsi sempre più stretto. E non sarà, questo, un salto nel vuoto, perché  – anche se non sono di pubblica diffusione – sono già moltissimi, nel mondo, gli esempi già concretizzati di queste possibilità.
Alcuni li possiamo trovare citati e argomentati in questo articolo di Stefano Epifani, “Il nuovo urbanesimo alla base della sostenibilità digitale delle città” , in cui il tema delle smart city è solo l’INIZIO di un processo di inter-operabilità tra Uomo-Uomo/Macchina-Macchina in cui, sempre citando Epifani, per parlare di sostenibilità digitale non basta mettere l’accento solo sui temi dell’innovazione, ma

“(…) vuol dire, piuttosto, riflettere su come essa – nel complesso contesto di quella trasformazione digitale che non si limita ad impattare sul come facciamo le cose ma ne rivoluziona il senso – ridefinisca i processi ed i percorsi di cambiamento facendo della tecnologia uno strumento attivo di sostenibilità (…).”

Ne consiglio caldamente la lettura: si tratta di un contributo denso e articolato, che parla di “nuove alleanze urbane” e “nuove leve di valore”, e soprattutto di “nuovi scenari da (ri)disegnare”… Potrei anche aggiungere che  nell’insieme  si tratta di uno dei disegni possibili del futuro che (speriamo) verrà, a maggior ragione dopo questa tragedia che stiamo vivendo.

Il tutto per mettere nero su bianco un’idea concreta e fattiva di leggerezza che non scompare e non svanisce, non lascia rovine ambientali dietro di sé né posti di lavoro vacanti. Al di là della contingenza pandemica.

Al prossimo articolo: parleremo speriamo in un contesto meno impegnativo dell’attuale – di Rapidità!


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6MEMES TRENDS Healthcare & Data Driven Governance Sharing Knowledge

Dalla gestione degli accessi al processo di cura: la digitalizzazione nella sanità è un tema non più rimandabile. Di Fabrizio Biotti.

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Flusso di accesso alle strutture sanitarie: lo stato attuale[/sf_iconbox]

[dropcap3]L[/dropcap3]a digitalizzazione in ambito sanitario è, si può dire, il “cuore” della mia attività professionale da molti anni. In questo settore si radica la mia esperienza e da questo patrimonio personale attingono le mie riflessioni.
Per questo motivo – quando ho iniziato a scrivere l’incipit di questo articolo, qualche mese prima che si scatenasse il virus che, molto probabilmente, cambierà radicalmente molte delle nostre abitudini (compreso il modo di curarci) – la mia attenzione si era già focalizzata sul flusso di accesso alle strutture sanitarie, visto come punto critico non certo da ora all’interno del rapporto tra utente/paziente e medico/struttura sanitaria.
Un’esperienza che, probabilmente, molti di noi hanno vissuto anche prima dell’attuale emergenza, infatti, è quella di entrare in un ufficio pubblico e avvertire un senso di oppressione e di soffocamento, dovuto alle lunghe code agli sportelli, al fatto di vedere tutte le sedie occupate in sala d’attesa e, infine, al dubbio di aver preso il ticket sbagliato e di non essersi messi in coda  allo sportello corretto.
Chi, tuttavia, fosse stato in buona salute (e dotato magari di un innato buon umore) si sarebbe armato di calma e pazienza, e avrebbe “immolato” con rassegnazione la propria mezza giornata buona per completare  la sua commissione, di qualsiasi tipo fosse stata: dalla posta, all’agenzia delle entrate etc…
E, tuttavia, tale frustrante esperienza sarebbe stata particolarmente sofferta – già prima di questa terribile pandemia – qualora  la coda, l’attesa e lo stress fossero derivati da una lunga, logorante permanenza in una sala di anticamera di uno studio medico piuttosto che di un ospedale.
[bctt tweet=”Lunghe code agli sportelli, tutte le sedie occupate in sala d’attesa e il dubbio di aver preso il ticket sbagliato: c’è una soluzione?” username=”MapsGroup”]
La condizione di necessità derivante da una situazione di malattia (o comunque di malessere) avrebbe infatti giustamente amplificato ciascuna di queste pessime esperienze al di là della naturale propensione di ciascuno al buonumore: con la salute non si scherza!
Riflettendo su questi temi ora – sull’onda dell’esperienza che tutti stiamo vivendo in merito al Covid-19 e le sue condizioni, possiamo quindi osservare come questo tsunami stia anticipando in maniera inaspettata alcuni cambiamenti che, probabilmente, si sarebbero in ogni modo messi in moto (seppure più lentamente e in ordine sparso), ovvero la possibilità di digitalizzare il momento dell’accesso ai servizi e renderlo sempre più in modalità self service.
Vediamo insieme come.

[sf_iconbox image=”ss-user” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Dal momento dell’accoglienza all’erogazione del servizio senza “mettersi in coda”[/sf_iconbox]

Esaminiamo con attenzione il momento dell’accoglienza, che è poi quello che possiamo definire il primo impatto e che sappiamo essere molto importante in ogni contesto, a maggior ragione in quello di cura, i cui protagonisti sono persone che affrontano un tempo difficile della propria vita.
Nello stesso tempo, non scordiamoci che gli ambulatori e gli ospedali – se da un lato sono sempre luoghi cosiddetti “caldi” (in questo periodo “caldissimi”) nei quali le persone, i pazienti e i medici si incontrano e si parlano tra loro per portare a termine un percorso di cura – dall’altro sono vere e proprie “strutture”, ciascuna nel suo ambito, in cui vengono erogati servizi che hanno non solo dei costi, ma  devono anche soddisfare determinati requisiti qualitativi.
Come rendere dunque il primo impatto con il luogo della cura – in uno scenario altamente complesso e in più letteralmente “vitale” – il più sereno e sicuro possibile? Per cercare di rispondere voglio rifarmi a un’esperienza personale che risale a più di dieci anni fa, quando organizzai un breve viaggio professionale in Svizzera con l’obiettivo di capire come avveniva l’accesso presso le strutture sanitarie di quel paese.
Notai subito che il fenomeno dell’ingresso  diretto con le relative code e affollamenti vari era pressoché sconosciuto in terra Elvetica: tutto il processo era razionalizzato da strumenti, allora ancora elementari, che permettevano al cittadino di recarsi in struttura solo previo appuntamento, sia per un visita ma anche per un semplice accesso.
Già da allora, dunque – anche se attraverso forme meno complesse di quelle che si possono mettere a sistema oggi – il tema della razionalizzazione del flusso delle persone era al centro di un modello che, oggi, è diventato cruciale in tutti gli ambiti, ma soprattutto nella sanità.
[bctt tweet=”Razionalizzazione e digitalizzazione: gli scenari che consentiranno di gestire l’affluenza ordinaria e straordinaria in un contesto sanitario. ” username=”MapsGroup”]
Alla luce degli attuali scenari, dunque, al primo pilastro della necessaria razionalizzazione dei flussi, occorre affiancarne un altro, quello legato al tema imperativo della digitalizzazione che consente di gestire sia l’affluenza ordinaria che straordinaria in termini strategici e operativi.
Per questi motivi, occorrerà digitalizzare in termini di accoglienza non tanto singoli segmenti, comparti e flussi (di servizi come di persone e merci) ma piuttosto l’intero processo, integrando maggiormente  la fase della richiesta del servizio con quella della prenotazione dell’accesso e della gestione del percorso del paziente all’interno della struttura.
Razionalizzazione e digitalizzazione: questi sono dunque gli ambiti verso i quali è necessario agire fin da subito con il “vantaggio” che – essendo il nostro, da questo punto di vista, un paese ancora molto “indietro” in termini di ammodernamento digitale delle varie pratiche, l’orizzonte che abbiamo davanti si presta a interventi davvero strategici e decisivi.
A tal proposito, il tema delle best practice nonché della necessaria migliore interoperabilità tra enti e strutture – con l’evidente necessità di mettere in rete le competenze e le risorse – potranno risultare come temi decisivi nel gestire in maniera ottimale la presa in carico del paziente fin dal momento in cui entra in contatto con la struttura, indipendentemente dal motivo per cui ne ha la necessità e a maggior ragione se si tratta di un “corridoio” di accesso che sia sicuro anche dal punto di vista epidemiologico.
[bctt tweet=”Le best practice nonché l’interoperabilità tra enti e strutture saranno i temi decisivi nel gestire in maniera ottimale la presa in carico del paziente dal momento in cui entra in contatto con la struttura” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Buone Pratiche da seguire e implementare…[/sf_iconbox]

Per chiudere, vorrei fare una breve riflessione sui dati che abbiamo a disposizione.
In questi anni infatti – come da molto tempo certifica l’Osservatorio sulla sanità del Politecnico di Milano –  alcune cose sono state fatte, ma moltissimi interventi sono ancora da approntare o portare a compimento e, per questo, è buona norma sempre riferirsi alle migliori pratiche.
Buoni esempi analizzati nell’ultimo convegno dell’anno scorso, ad esempio, sono quelli riguardanti l’Azienda sanitaria locale di Piacenza relativa alla gestione del percorso del paziente all’interno della struttura, ma anche quello in ambito privato relativo al Centro Medico Sant’Agostino che vede il paziente come “utente digitale” protagonista, nell’offrirgli un accesso alle prestazioni sanitarie completamente digitalizzato e quindi smart.
Un altro interessante esempio è quello della gestione operata dal San Gerardo di Monza sui pazienti dimessi Covid-19, grazie a un’attività di gestione dei flussi che permette di gestire i tamponi di controllo in totale sicurezza.
Questi sono solo alcuni esempi di buone pratiche che dovranno essere necessariamente portate a fattor comune se vogliamo veramente recuperare il gap esistente con altri paesi più avanti del nostro su queste tematiche.
La tecnologia in tutti i casi citati è diventata il fattore abilitante per una corretta gestione e razionalizzazione dell’accoglienza integrata ai differenti processi aziendali e non come un qualcosa di astratto e non sufficientemente integrato con gli altri attori dell’ecosistema sanitario.
[bctt tweet=”La tecnologia diventerà il fattore abilitante per una corretta gestione e razionalizzazione dell’accoglienza integrata ai differenti processi aziendali dell’ecosistema sanitario. ” username=”MapsGroup”]
Vi do quindi appuntamento al prossimo articolo, confidando di essere tutti quanti, per allora, in uno scenario meno impegnativo per le nostre comunità, per lo meno dal punto di vista sanitario.


CREDITS IMMAGINI
Immagine di copertina rielaborata
ID Immagine: 80150334, di Pop Nukoonrat
ID Immagine: 67985962, di Ravil Sayfullin
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6MEMES TRENDS Interoperabilità e digital footprint Sharing Knowledge

Pagamenti digitali: pro e contro al tempo (anche) del Coronavirus. Di Lilith Dellasanta. [Parte uno]

PARTE PRIMA

[sf_iconbox image=”ss-raisedhand” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Primo: lavarsi bene le mani![/sf_iconbox]

“Lavati le mani dopo avere toccato i soldi, perché sono sporchi!”
Chissà quante volte ce lo avranno ripetuto i nostri genitori quando eravamo piccoli e iniziavamo a tenere il conto della paghetta, ma fino a poche settimane fa, quando nell’articolo sui cambiamenti dell’esperienza di acquisto abbiamo anticipato che avremmo approfondito l’aspetto dei pagamenti digitali, non avremmo certo pensato che i virus che permangono sul contante (passando di mano in mano) sarebbero stati un criterio in più a favore di carte di credito e altri mezzi contactless.
Invece –  dopo averci ricordato come e quando lavarci bene le mani (questione che riguarda tutti e non solo i bimbi), l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha consigliato dall’inizio di marzo di limitare l’utilizzo di contanti nei pagamenti, proprio come una forma preventiva di riduzione dei rischi di contagio.
Seppure non sia stato esplicitamente legato alla diffusione del coronavirus, per dare un’idea di quanto seriamente sia considerato questo aspetto, viene riportato come in Cina si stia procedendo a sanificare tutte le banconote ricevute dai consumatori utilizzando raggi ultravioletti o il calore, tenendoli in deposito 7 giorni nelle zone non infette e ben 14 giorni nella provincia di Hubey, culla della malattia, mentre la Sud Korea sta bruciando il contante per prevenire il diffondersi del Coronavirus.
Forse l’accelerazione che darà questa raccomandazione non sarà quella decisiva nell’adozione dei pagamenti digitali, ma in questo periodo (in cui viene dato un gran risalto all’igiene delle mani) questo potrebbe essere sicuramente un elemento facilmente comprensibile dalla maggior parte delle persone.

Il Coronavirus ha fatto la sua prepotente comparsa nell’ultimo periodo anche in relazione ai pagamenti digitali.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]I pagamenti digitali in Italia: facciamo il punto[/sf_iconbox]

Facciamo un passo indietro per analizzare da un lato quale sia lo stato dell’arte sui pagamenti digitali in Italia, dall’altro quali sono gli altri motivi più discussi (sia di tipo economico che sociologico) che riguardano tale pratica, e infine quali sono le esperienze più significative a livello mondiale in tale ambito.
Per farlo, abbiamo raccolto più di 90.000 contenuti, circa 11.000 in italiano e circa 80.000 in inglese, a partire da giugno 2019 fino all’8 marzo 2020.

Le tag cloud complessive, in italiano e inglese, relative ai pagamenti digitali. ‘Digital payments’, ‘pagamento digitale’ e ‘pagamenti digitali’ sono stati volutamente esclusi dall’immagine per dare risalto alle keyword correlate.

Iniziamo con lo stato del numero delle transazioni digitali al dettaglio in Italia, di cui si è occupato il Salone dei pagamenti tenutosi a Milano a novembre 2019. Nel 2018  il numero delle transazioni al dettaglio con mezzi alternativi alle banconote è aumentato in Italia del 6,8%, anche se ancora il Paese resta agli ultimi posti tra i paesi europei, al contrario di Gran Bretagna, Portogallo e Francia dove si riscontra un rapporto del valore delle transazioni con carta rispetto al Pil più elevato della media europea. Per fare un paragone, in Italia il contante in circolazione rappresenta circa l’11,6% del Pil, percentuale superiore a quella dei principali paesi europei quali la Germania (9,4%) e la Francia (10,1%).
Consideriamo anche che l’Italia è al 24° posto nella classifica dei 28 paesi dell’Ue, sotto la media dell’Unione per connettività e servizi pubblici digitali. In un paese dove tre persone su dieci non utilizzano ancora Internet abitualmente e più della metà della popolazione non possiede competenze digitali di base, la diffusione dei pagamenti digitali è una sfida importante, ma anche un’opportunità, e il miliardo di transazioni contactless, per un valore di circa 47 miliardi di acquisti complessivi rilevati dall’Osservatorio Mobile Payment & Commerce della School of Management del Politecnico di Milano fanno pensare che ormai la strada sia imboccata.

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Pro e contro? Facciamo di conto…[/sf_iconbox]

Accanto al dato di penetrazione, è utile considerare i motivi che possono incentivare o frenare l’adozione dei pagamenti digitali:

  • il controllo e contrasto all’evasione, sicuramente il motivo che viene più evidenziato come pro da parte dei regolatori;
  • la certezza dei pagamenti, che va in favore sia dei regolatori che dei cittadini che sono tutelati rispetto alla richiesta di provare l’avvenuto pagamento;
  • la percezione di praticità nelle transazioni, forse il punto più facilmente apprezzabile dai consumatori.

A proposito della praticità nelle transazioni, consideriamo che le tessere magnetiche o con chip sono solo uno dei sistemi utilizzati nei pagamenti digitali, mentre si stanno facendo strada altri sistemi, dai pagamenti tramite il cellulare o un “wearable device” come lo smartwatch associati alla carta di credito, alle app come Satispay che permettono di gestire risparmi e micropagamenti peer-to-peer.
Sempre secondo l’osservatorio appena citato, i pagamenti attraverso lo smartphone o lo smartwatch (Mobile Proximity Payment) hanno raggiunto nel 2018 quota 530 milioni di euro di acquisti, con oltre 15,6 milioni di transazioni effettuate, con la stima che entro il 2021 le transazioni tramite smartphone avranno un valore compreso tra i 5 e 10 miliardi di euro.
Al contrario, sono aspetti potenzialmente problematici:

  • le questioni di sicurezza e le tracce digitali lasciate a ogni transizione, che potrebbero essere usate fraudolentemente;
  • l’efficacia nella lotta all’evasione fiscale stessa (tranchant l’opinione del giornalista Giovanni Paragone);
  • il pericolo che un blackout possa bloccare tutto;
  • le alte commissioni che devono sostenere i commercianti;
  • la percezione di non essere “realmente” in possesso del proprio denaro;
  • il timore di avere difficoltà nel tenere sotto controllo le spese che si fanno.

Consideriamo anche che man mano che le tecnologie entreranno a fare parte della vita quotidiana, per i cittadini diminuiranno le resistenze riguardo alla sicurezza nella gestione dei dati, sia perché la percezione di affidabilità aumenterà, sia perché saranno abitudini che si estenderanno naturalmente.
Dal punto di vista degli esercenti, invece, l’adozione delle tecnologie necessarie richiede uno sforzo maggiore perché comporta il dotarsi – e fare pratica nell’uso – di strumenti ulteriori, oltre a dover ancora pagare delle commissioni che, a parità di prodotto venduto, fanno guadagnare meno se il pagamento avviene in forma digitale.
Due punti di vista che sono simpaticamente rappresentati in poche battute nel video virale del Milanese Imbruttito.
Un punto che invece si allontana dalle abitudini dei consumatori, e che viene promosso da aziende come Satispay, è la gestione dei pagamenti peer-to-peer, ovvero lo scambio di piccole somme tra utenti come amici che si scambiano piccoli prestiti e raccolgono le quote per l’uscita collettiva o il regalo, oppure i rappresentanti di classe che raccolgono le somme per il fondo cassa.
Infine, per quanto l’immagine dei “soldi sotto il materasso” possa richiamare i tempi andati dei nonni, pare che la mancanza di educazione finanziaria mal si accompagni con l’adozione di sistemi digitali di pagamento, comportando che non trovarsi a maneggiare fisicamente il contante, ma anzi vivendo in un contesto in cui anche le piccole spese, piccole rate, piccoli servizi in abbonamento sono compiute in modo digitale senza percezione sensoriale, faccia correre il rischio di non gestire correttamente le proprie entrate e trovarsi oltremodo indebitati, così come rilevato in paesi molto avanti con l’adozione dei pagamenti digitali come Usa e Finlandia.
[bctt tweet=”La mancanza di educazione finanziaria mal si accompagni con l’adozione di sistemi digitali di pagamento e fa correre il rischio di non gestire correttamente le proprie entrate” username=”MapsGroup”]
Dopo aver parlato del sistema in generale, vi dò appuntamento al prossimo articolo in cui approfondiremo la spinta politica Banche e grandi aziende entrano nel settore dei pagamenti digitali Focus sui trasporti.
Stay tuned!

Lilith Dellasanta


CREDITS IMMAGINE DI COPERTINA (rielaborata)
ID Immagine 1: 82426182, di Monsit Jangariyawong
ID Immagine 2: 115381948, di wrightstudio
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Maps News News

Roialty ZeroCoda, l’app per il settore Retail che coniuga gestione delle code ed esperienze interattive

Parma, 27 aprile 2020

 

Il Gruppo Maps, attivo in questo periodo di emergenza a sostegno di sanità e Retail, lancia Roialty ZeroCoda, la nuova tecnologia a sostegno di Solidarietà Digitale e per supportare la ripartenza dei consumi in sicurezza.

 

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Pronti per la nuova normalità?[/sf_iconbox]

Sta per iniziare la Fase 2 dell’emergenza Covid-19 e saranno 5 gli assi portanti del piano sanitario che consentiranno al Paese di affrontarla. Come prepararci?
Sicuramente nulla sarà come prima e, quindi, emerge la necessità di riconfigurare le nostre abitudini e le modalità lavorative con un conseguente cambiamento nella fruizione e nel consumo di prodotti e servizi.
 

[sf_iconbox image=”ss-umbrella” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Sicurezza nei negozi per lavoratori e consumatori[/sf_iconbox]

Il cambiamento delle abitudini dovrà necessariamente rispecchiare cambiamenti nei modelli organizzativi del lavoro e della vita privata e, quindi, prevedere soluzioni semplici ma efficaci per riconfigurare la Customer Experience presso i punti vendita fisici.
A sostegno di Solidarietà Digitale e di  tutti gli operatori Retail, Maps Group implementa le migliori pratiche maturate nella sanità, atte a controllare e regolare i flussi di accesso alle strutture sanitarie, in un nuovo servizio specifico per il mondo Retail: Roialty ZeroCoda. Un sistema intelligente di gestione ed eliminazione delle code che permetterà ai Retailer di controllare e prevedere gli accessi nei propri punti vendita e che consentirà ai clienti di prenotarsi in anticipo e saltare le code.
La soluzione, attivabile online, è disponibile:

  • in modalità gratuita multi-marchio (fino al 30/06/2020),
  • in versione Enterprise, con piena titolarità dei dati dell’azienda e funzionalità di couponing e gamification per incentivare i clienti a comportamenti virtuosi e al rispetto delle regole di tutela della salute.

Roialty ZeroCoda innova e rinnova l’esperienza d’acquisto nei canali fisici, grazie all’unione di esperienza fisica e digitale in una modalità capace di coniugare necessità e impegni quotidiani con la nuova normalità della Fase 2.
La soluzione, infatti, elimina il concetto di coda, anche quella online, perché il consumatore potrà prenotare il suo appuntamento nel negozio di fiducia sia fisicamente presso il punto vendita (con il supporto del personale) sia da remoto mediante un servizio di prenotazione online tramite Web App, presto disponibile su IOS ed Android.


 
 

[sf_iconbox image=”ss-signpost” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’innovazione tecnologica per costruire il futuro, un passo per volta[/sf_iconbox]

Roialty ZeroCoda nasce dall’integrazione di Artexe ZeroCoda e la Customer Data Platform di Roialty perché è l’innovazione la chiave di lettura per la Ripresa – la fase 2 dell’emergenza Covid-19 – che dovrà trainare aziende e cittadini verso una nuova normalità.
Soddisfazione e fiducia è stata espressa da Maurizio Pontremoli, Amministratore Delegato di Maps Group:

“La tutela della salute sarà per i cittadini una priorità assoluta per il futuro e che le loro scelte premieranno le aziende che sapranno farne un elemento centrale. Roialty Zerocoda intende offrire un servizio che aiuti i brand a personalizzare la relazione con i consumatori incentivandone comportamenti virtuosi a tutela della salute”.

Maurizio Ferraris co-fondatore di ROIALTY e sales manager di Maps Group, ha invece precisato:

“Roialty ZeroCoda è una soluzione agile, personalizzabile e scalabile che può soddisfare le esigenze non solo dei supermercati e delle farmacie ma anche delle aziende che vorranno rimettere in condizione i loro clienti di tornare nei punti di vendita e assistenza perché è in atto una trasformazione delle esigenze dal ‘prendere un numero di una coda virtuale’ in ‘programmare un calendario per accedere a un servizio’. Una differenza fondamentale da tener conto nella ripresa delle attività lavorative per poter organizzare i molteplici ‘slot’ della giornata per l’accesso ai servizi, per la spesa e molto altro.”

E la platea dei fruitori è ampia: non solo tutta la filiera del Retail, dalla grande distribuzione alle farmacie, dagli sportelli bancari alle agenzie di assicurazione, ma anche tutte le insegne con punti vendita come negozi di telefonia, librerie, ristoranti, fast-food, strutture turistiche e molti altri.
 

[sf_iconbox image=”ss-tablet” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’attesa diventa interattiva[/sf_iconbox]

Lunghe code e attesa – sebbene divenute consuetudine e anche rassegnandosi con un sorriso e la più invidiabile calma all’inevitabile perdita di tempo – non sono certo gradite.
Per questo Roialty ZeroCoda è più di una semplice app: è una vera e propria piattaforma progettata per un’esperienza personalizzata dell’utente. Zerocoda Extended Experience integra elementi di Gamification al fine di incoraggiare comportamenti virtuosi degli utenti:

  • attraverso sondaggi e quiz di conoscenza delle pratiche di tutela sanitaria,
  • garantendo incentivi e benefici per i clienti, integrati con i programmi di promozione e fedeltà.

L’utente acquisisce dei Badge, completando azioni e missioni che richiedono un impegno maggiore e, quando passa di livello, può accedere a incentivi di valore crescente (Coupon e Punti Loyalty).
Le azioni considerate ‘inappropriate’ vengono segnalate all’utente per farlo riflettere, suggerendo comportamenti virtuosi per migliorare e generare vantaggi per la collettività (Edutainment).

Eliminare la coda per l’utente e fornire gli strumenti all’esercente per organizzare la propria giornata: Roialty ZeroCoda fornirà l’aiuto necessario per cambiare le abitudini e meglio adattarsi al rispetto delle nuove regole dell’imminente Fase 2.
Tutto questo per giungere, nel migliore dei modi, a una nuova condizione di vita.
#andratuttobene


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion.
Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

Per maggiori informazioni
Contatti Società:
MAPS | Tel +39 0521 052300
 info@mapsgroup.it
Contatti Nominated Adviser
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6MEMES TRENDS Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. Healthcare & Data Driven Governance

Intelligenza Artificiale e salute: panoramica su come l'IA ci viene – e verrà – in aiuto in ambito sanitario. Di Mauro Di Maulo.

[dropcap3]Q[/dropcap3]uello della Sanità, come stiamo tutti purtroppo sperimentando, è sicuramente il sistema sociale più rilevante per la nostra specie, quello più strategico e cruciale.
A maggior ragione in questa terribile contingenza che stiamo affrontando, dunque, è cruciale essere consapevoli del fatto che, proprio in questo settore, l’innovazione tecnologica ha fatto in questi ultimi anni passi da gigante.
Questo, grazie anche alla cosiddetta Macchina e ai suoi indubbi vantaggi, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo.
Non a caso, di questo tema (in particolare della robotica), se ne è ampiamente dibattuto verso fine Marzo in un editoriale pubblicato su Science, in cui un pool di esperti internazionali (tra cui Paolo Dario) si sofferma su come la robotica potrà contribuire a combattere le epidemie.
E che ne abbiamo davvero bisogno, di questo aiuto extra, è oggi più che mai evidente non solo per l’attuale situazione che stiamo vivendo a livello globale, ma anche a causa della presenza di altri punti di possibili crisi – attuali e future – che si potrebbero anche saldare al tema pandemico.

Tra questi, la forbice esistente – a livello globale – tra situazioni sanitarie emergenziali legate a situazioni diffusissime di povertà (tali per cui malattie considerate sconfitte in alcune aree mietono altrove numerosissime vittime) e, al contrario, stili di vita eccessivamente “opulenti” capaci di condurre a vere e proprie patologie, quali ad esempio l’obesità o certi tipi di diabete.
[bctt tweet=”Grazie all’innovazione tecnologica anche l’Uomo può combattere ad armi meno impari la battaglia con le malattie, la loro diffusione e la loro possibile cura. ” username=”MapsGroup”]
Diventa allora chiaro che questo sforzo di benessere appare un po’ come la lotta di Davide contro Golia, dove il gigante sembra per certi versi davvero imbattibile, anche perché capace (lui) di evoluzioni imprevedibili anche tra una specie e un’altra.
Ecco dunque che le “Macchine” ci vengono già in soccorso oggi, senza dover attendere scenari futuri o futuristici.
Non che il tema delle emergenze della salute fosse ignorato, a livello globale, anche prima di questa pandemia: la stessa Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, già alcuni mesi fa, aveva lanciato una consultazione pubblica per:

“definire la strategia futura per la lotta al cancro” in cui è previsto che ICT e Intelligenza Artificiale lavorino insieme per combattere il cancro nella Unione Europea: “la tecnologia può essere un salvavita per migliaia di persone. Sappiamo, ad esempio, che l’uso dell’intelligenza artificiale può migliorare significativamente la precisione della diagnosi precoce”.

Per questo, aveva aggiunto la Presidente,

“Abbiamo bisogno di un’infrastruttura di dati sanitari, così come di tecnologie di intelligenza artificiale, per facilitare il collegamento tra ricerca, diagnosi e cura”.

Mai parole furono più anticipatorie. Si tratta, ora, di passare dalle parole ai fatti.

[sf_iconbox image=”ss-heart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Avanti a 360°

I passi fatti in avanti sono già molti, e attuali. In questo articolo di Wired, ad esempio, si raccolgono una serie di “strumenti” davvero innovativi e sorprendenti.
L’articolo, infatti, ci dice innanzitutto come

“(…) da una prevenzione puntuale a una diagnosi più rapida e precisa, combinando dati e monitorando in tempo reale. L’AI sta già cambiando il nostro modo di curarci, ecco cosa ci aspetta nel futuro imminente”.

E se è di dominio comune come l’intelligenza artificiale sia già oggi in grado di combattere come un instancabile alleato al fianco di noi Umani in molti settori:

“L’intelligenza artificiale è brava quanto i medici in carne e ossa nel diagnosticare un melanoma, e in certi casi può arrivare a battere l’uomo.
Secondo uno studio pubblicato su ‘Lancet Oncology’ – presentato al 24° Congresso mondiale di dermatologia di Milano (Wcd2019) da Susana Puig dell’Hospital Clínic di Barcelona – l’Ai è infatti più efficace rispetto ai singoli esperti nell’identificare una lesione riconducibile al più temuto tumore dalla pelle”.

un posto di tutto rilievo lo riveste proprio la diagnostica per immagini:

“Nelle apparecchiature digitali per la sanità, l’ultima generazione di scanner per imaging a risonanza magnetica (Mri, magnetic resonance imaging) utilizza l’intelligenza artificiale con il doppio vantaggio di ricostruire più rapidamente le immagini e di velocizzare le analisi per arrivare a diagnosi ancora più precoci.
E, dunque, ridurre i ritardi nelle cure, a tutto beneficio dei pazienti e delle performance degli ospedali che investono in questi macchinari di nuova generazione”.

Non solo: come questo articolo illustra, i Big Data e l’Intelligenza Artificiale possono lavorare insieme da un punto di vista preventivo in termini ad esempio di contagio, con evidente sollievo proprio per la componente produttiva e quindi economica di una collettività colpita da esempio da una epidemia.

Non bastasse questo, a chi venisse il timore che si tratti di innovazioni onerose dal punto di vista economico (problema oggi davvero enorme, vista la crisi che si abbatterà nelle nostre società in conseguenza alla pandemia) ecco che due rapporti – riportati da Wired – ci raccontano il contrario:

“Un articolo di ricerca di Accenture ha scoperto che le applicazioni cliniche chiave dell’AI sanitaria possono potenzialmente creare 150 miliardi di dollari di risparmi annuali per l’economia sanitaria statunitense entro il 2026″

mentre

“un altro rapporto di Tractica ha rilevato che il mercato sanitario dell’AI varrà 34 miliardi di dollari entro il 2025″.

Là dove la potenziale interoperabilità Uomo-Macchina e Macchina-Uomo fa il suo dovere anche in Sanità, dunque, non c’è Golia che possa stare sereno, anche perché Lei, l’Intelligenza Artificiale, sta già guardando oltre, verso ben altri traguardi…
Dove? Verso la biologia medica, ad esempio, in cui (sebbene siamo ancora agli esordi):

“Una tecnica di intelligenza artificiale fornisce un potente strumento per il rilevamento e la classificazione dei dati biologici, e per lo sviluppo di modelli predittivi nel settore biomedico e in quello farmaceutico.
Ma, prima di poterla usare in modo esteso, i ricercatori devono vincere alcune sfide”.

O, ancora, nella farmacologia, in cui è al via il test sul primo farmaco creato dall’intelligenza artificiale:

“Una volta sperimentata, la molecola combatterà il disturbo ossessivo compulsivo. Ultimata in soli dodici mesi una fase che di norma richiede fino a cinque anni di lavoro”.

E se le risorse risparmiate in inutili ridondanze (sia diagnostiche che cliniche) saranno messe a (buon) frutto nell’investire in tecnologie sempre più inter-operabili – capaci cioè di far dialogare tra loro settori differenti della medicina, assieme a tecnici e specialisti di vari campi – è davvero probabile che il nostro Davide si trovi in mano alcune armi letali anche per il più temibile dei nemici in ambito medico.
(Questo, d’altra parte, è quello in cui tutti confidiamo soprattutto ora, alla ricerca come siamo di cure efficaci e di vaccini anti-pandemia.)
Con questo auspicio, dunque – e dopo questa panoramica certo non esaustiva, ma almeno in parte significativa sullo stato delle cose rispetto al rapporto Uomo-Macchina in ambito sanitario – vi do’ appuntamento ai miei prossimi due articoli.
Parleremo di un rapporto molto più stretto che si può stringere tra l’Uomo e la Macchina, ovvero quello che mette in relazione strutturale Paziente, Medico, Dati e Device medico-sanitari.
Questo, grazie anche all’ausilio della Ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità “Connected care: il cittadino al centro dell’esperienza digitale” (Maggio 2019).

Alla prossima, Mauro Di Maulo.

 


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