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Co-Operiamo: le relazioni tra le persone nell'era della Co-Economy al tempo del Covid. Di Sara Di Paolo.

[sf_iconbox image=”fa-gears” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Co-Economy: un nuovo paradigma[/sf_iconbox]

[dropcap3]L[/dropcap3]a pandemia da Covid-19, caratterizzata da “distanza sociale”, autosegregazione e chiusure di fabbriche e uffici, sta paradossalmente accelerando il percorso di molte imprese verso l’attenzione alle persone, non più solo potenziali clienti, e verso la condivisione di un destino comune con il proprio territorio ma anche, come sta insegnando la situazione attuale, il resto del mondo.
In altre parole il Coronavirus sta rafforzando il nuovo paradigma economico che già andava affermandosi in tutto il mondo occidentale. Si tratta della Co-Economy (rif. “Co-Economy. Un’analisi delle forme socioeconomiche emergenti” a cura di Davide Lampugnani, introduzione di Mauro Magatti, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 2018).
Significa attivare forme di scambio e azioni di tipo economico capaci di coniugare competizione e coesione sociale, in altre parole fare impresa prestando attenzione al territorio e alle persone, oltre che agli aspetti più prettamente economici e del profitto.
Non vuole dire “essere buoni” ma saper tenere insieme in misura crescente la dimensione economica e quella sociale. Le imprese private, grandi e piccole, che hanno questa visione si preoccupano degli aspetti sociali e ambientali non “dopo” il profitto ma “per” e “durante” la creazione del profitto, riuscendo a coniugare competizione e coesione sociale.
È in questo contesto che si affermano esperienze di cooperazione e condivisione tra le persone. Dalla gestione dei beni comuni alle benefit corporation, dai casi sempre più numerosi di co-housing e co-living ai più noti e diffusi esempi di co-working, le persone e di conseguenza le imprese scoprono sempre di più la bellezza e l’utilità di fare le cose insieme.
[bctt tweet=”Dai casi sempre più numerosi di co-housing, co-living ai più noti esempi di co-working, le persone e le imprese scoprono sempre di più la bellezza e l’utilità di fare le cose insieme.” username=”MapsGroup”]
Da gennaio ad oggi sono oltre 30mila i contenuti individuati in italiano e inglese, tra social, web e press che trattano questi temi (dati rilevati dal monitoraggio Words-Maps Group con strumenti Roialty).
Il co-working “pesa” per il 76% dei contenuti, rispetto a co-living e co-housing menzionati nel 24% degli articoli selezionati. L’87% dei messaggi sono in lingua inglese.
Anche in tempo di coronavirus, il dibattito sul tema non si ferma e non vede flessioni, in termini di quantità. Piuttosto si rilevano nuove riflessioni e il racconto di nuove esperienze.
C’è chi guarda avanti e approfitta del momento contingente per progettare il futuro: in Umbria il coworking Binario5 e Fondamenti lanciano una call per progetti innovativi che coinvolgano il territorio.
A Milano si lavora al nuovo DesignTech, primo Hub per l’innovazione tecnologica nel settore design. A Crevacuore (in provincia di Biella) studiano soluzioni di co-housing per anziani autosufficienti da realizzare quando questo difficile momento sarà superato.

Il Covid-19 ci costringe in casa ma non ci impedisce di fare ironia. Sui social ad esempio c’è chi si organizza: “Spazio di coworking in soggiorno, think tank in cucina, zona telefonate lunghe e moleste per gli altri coworkers in camera di mamma”. E c’è chi si domanda se dovremmo coniare nuovi slogan come “co(rona)-working” e “co(rona)-living”?

[sf_iconbox image=”fa-user-plus” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Prima le persone, poi gli spazi, fisici e in rete tra loro. E infine la tecnologia[/sf_iconbox]

Nella carrellata di eventi rinviati a causa del virus e di proposte formative o culturali a distanza, si distingue quella del co-working milanese Spazio Fuori Luogo che ha organizzato una sessione di disegno di nudo via Skype. Numerosi gli artisti che hanno aderito all’happening, alta la qualità delle opere prodotte. Insomma, stiamo chiusi in casa e cerchiamo le forme migliori per stare comunque insieme.
Non sarà forse proprio questo il concetto di “interoperabilità” che quest’anno 6Memes ci stimola ad affrontare? La parola interoperabilità nel monitoraggio compare 11 volte, sempre connessa a tematiche informatiche. Il concetto di interoperabilità tra gli uomini invece emerge molto spesso essendo il primo passo per realizzare quelle esperienze di condivisione che oggi rappresentano le più innovative forme del vivere sociale ed economico.
[bctt tweet=”Il concetto di interoperabilità tra gli uomini è il primo passo per realizzare quelle esperienze di condivisione che rappresentano le più innovative forme del vivere sociale ed economico.” username=”MapsGroup”]
Tra le esperienze più interessanti, il progetto europeo SCC – sharing, cooperation, collaboration – unisce spazi di co-working, istituzioni d’istruzione superiore e comunità dell’innovazione, con l’obiettivo generale di stimolare lo sviluppo di spazi collaborativi per l’innovazione. In particolare, intende supportare la trasformazione di spazi di co-working in “spazi collaborativi” capaci di sviluppare metodologie di lavoro trans-settoriali e trans-nazionali grazie alla creazione di comunità “umane” e all’utilizzo di avanzati strumenti digitali.
Insomma dai primi elementi di questa indagine, tutto ci sembra dire: prima le persone – insieme fisicamente o in connessione tra comunità virtuali – poi gli spazi, fisici e in rete tra loro. E infine la tecnologia, a supporto dei primi due.

Sara Di Paolo


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ID Immagine 1: 98234393. Diritto d'autore: Kateryna Kon
ID Immagine 2: 36874933. Diritto d'autore: robuart
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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data Sharing Knowledge

Vecchie e nuove emergenze, digitali e non: l'infrazione dell'aspettativa e la risposta dell'Uomo CON la Macchina. Di Anna Pompilio.

[sf_iconbox image=”ss-phone” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Vecchie e nuove emergenze (digitali e no)[/sf_iconbox]

[dropcap3]Q[/dropcap3]uando ho cominciato a ragionare sull’interoperabilità per questa rubrica mi è tornato in mente un post di Luca Attias – ora a Capo del Dipartimento per la Trasformazione Digitale della PCM – che mi aveva molto colpito: da un lato per la sincerità con cui l’autore faceva autocritica rispetto al suo operato come Commissario Straordinario per l’attuazione dell’Agenda Digitale, dall’altra perché sembrava ribadire che la strada intrapresa decenni prima sul tema era ancora tutta in salita.
Così ho pensato di chiedere direttamente alla fonte un confronto sull’argomento e ho mandato una mail all’Ing. Attias, non sperando troppo a dire il vero in una risposta, che invece è puntualmente arrivata dalla Segreteria del Capo dipartimento e che riporto di seguito.

Il tema che poni all’attenzione di Luca (e indirettamente ai suoi collaboratori tecnici) è senz’altro di interesse, a tal punto che Attias, nella quasi totalità dei suoi interventi pubblici di questi ultimi anni, pone la problematica che tu evidenzi come punto centrale delle sue presentazioni (su Internet puoi trovare alcuni di questi interventi o slide). 

Le “12.000 monarchie assolute” che egli individua all’interno della P.A., ognuna delle quali mantiene gelosamente il diritto “divino” ad operare sui propri datacenter e sulle proprie applicazioni, è un’anomalìa tutta italiana che va assolutamente superata. Come? La risposta è duplice.

La prima è relativa ad un approccio culturale, cioè va affrontato con un’incisiva opera formativa sui temi dell’innovazione digitale orientata alle figure apicali delle singole amministrazioni, che ignorano le potenzialità ed i vantaggi in termini economici e tecnici dell’utilizzo dei servizi IAAS (Infrastructure As A Service), cioè in cloud, senza contare i minori rischi di vulnerabilità di questa soluzione, o SAAS (Software As A Service), con l’utilizzo di applicazioni condivise operanti sul medesimo oggetto (es. protocollo informatico, controllo di gestione, ecc.) .

La seconda è operare in perfetta sinergia e coordinamento con la governance politica del Paese che dovrebbe avere questo obiettivo come vision, aldilà delle sterili suddivisioni partitiche, che impediscono un’azione continuativa degli obiettivi prefissati, ma che vengono continuamente messe in discussione solo perché programmate dal precedente governo. Concludendo, Luca è rimasto favorevolmente colpito dalla lettura della tua e-mail, e questo è un atteggiamento positivo, segno che nella società civile ed in quella professionale, le tematiche da lui evidenziate, anche se con notevoli difficoltà, iniziano ad essere percepite non come estranee, ma come una vera e propria “emergenza digitale”.

[bctt tweet=”Interoperabilità delle P.A.: occorre operare in perfetta sinergia e coordinamento con la governance politica del Paese.” username=”MapsGroup”]
Se c’è una cosa che penso si possa dire senza timore di smentita sulle emergenze in genere, mettendo per un attimo da parte qualunque altra considerazione, è che hanno tutte un costo molto alto in termini economici e, in ogni caso, una misura presa in un clima di emergenza, seppure ad impatto positivo come nel caso del lavoro “agile” di cui si parla in questi giorni,  “per essere davvero una svolta non deve restare misura di emergenza, ma diventare un modello da sperimentare e applicare anche in tempi ordinari” (Gianni Dominici, qui).
Se c’è un’altra cosa che abbiamo ormai tutti compreso è che i modelli da sperimentare e applicare, possibilmente in tempi non sospetti, passano non tanto per il nodo tecnologico –  benché anche quello abbia la sua importanza relativa – bensì attraverso la centralità di  altri fattori:

  • Governance: per la definizione delle strategie di innovazione e dei relativi piani di attuazione
  • Approccio culturale: per generare consapevolezza e coinvolgimento
  • Formazione: per colmare il gap di competenze.

Ragionavo su questo. Poi però si è scatenato il putiferio.

[sf_iconbox image=”ss-rainumbrella” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’emergenza digitale ai tempi della pandemia[/sf_iconbox]

Se avessi scritto questo pezzo solo quindici giorni fa probabilmente starei riflettendo sul Change Management, il tuning tecnologico, l’AS IS, il TO BE e via di seguito, cercando di individuare e comprendere i motivi per cui il dialogo tra sistemi diversi non sta ancora funzionando, dopo più di un ventennio che se ne parla.
Nel frattempo però è arrivato un virus a minacciare la fine del mondo, ci si è resi conto che è necessario chiudersi in casa per non morire e mi chiedo se può ancora avere senso parlare di interoperabilità in questo preciso momento storico.
La risposta a questa domanda non può che essere affermativa anzi, direi che non solo ha senso, ma paradossalmente adesso ne ancora di più perché gli aspetti tecnologici si innestano su un sistema culturale che sta cambiando velocemente per adattarsi ai nuovi contesti creati dall’emergenza sanitaria. Non solo: il sistema culturale sta cambiando a livello mondiale e la portata di tutto questo è forse impossibile da valutare ora, nel momento in cui ne siamo ancora immersi.
Il primo effetto tuttavia si tocca con mano ed è l’accelerazione: fino a ieri sembrava impossibile smettere di uscire di casa tutti i giorni per incrociarci nel saliscendi di scale polverose di palazzi costruiti negli anni ’60, dove ancora risiedono i detentori di quel potere tossico raccontato da uno degli osservatori più acuti del nostro tempo. Palazzi di vetro nel verde di quartieri residenziali, all’ingresso di grandi arterie, nelle periferie dei poli tecnologici.
Se fossimo bravi paesaggisti, se fossimo Lorrain o Corot, attraverso quegli alberi e quei palazzi potremmo riuscire a restituire una visione del mondo, un modo di sentire la vita, ma siamo, in fondo, solo buoni mestieranti senza particolare talento e adesso, che non usciamo più di casa la mattina e il paesaggio non cambia dalla notte al giorno, dal giorno alla notte, la nostra visione del mondo è racchiusa qui, nei nostri schermi lucidi di disinfettante.
Ma non si possono più ignorare i vantaggi del superamento di alcuni pregiudizi – uno per tutti dicevamo verso il lavoro agile – perché se il sistema economico non sta già collassando è proprio grazie a chi ha creduto che quello interoperabile  fosse uno dei mondi possibili ed è ancora più importante non fermarsi adesso, continuare, ripensare e riprogettare i modelli organizzativi compresi quelli volti a realizzare la necessaria e incisiva opera formativa in una modalità che sia realmente nuova e duratura e non misura di emergenza.
[bctt tweet=”In questo tempo di emergenza se il sistema economico non sta collassando è grazie a chi ha creduto che quello interoperabile fosse uno dei mondi possibili.” username=”MapsGroup”]

[sf_iconbox image=”ss-unlock” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]L’infrazione dell’aspettativa[/sf_iconbox]

Mi chiedo, a questo punto della storia, se saremo finalmente capaci di lavorare insieme, di superare le suddivisioni partitiche e le monarchie assolute, se saremo finalmente capaci non solo di rispettare le regole ma di renderle inutili, mi chiedo se era davvero necessaria un’emergenza per mitigarne un’altra, se l’emergenza sanitaria sta curando quella digitale e se il virus umano alla fine farà bene alle macchine.
Non ho in proposito una risposta, come spesso capita tra queste righe, ma ho la certezza che sia necessario sovvertire il nostro pensiero: se fino a ieri era la nostra esperienza dal vivo ad essere mediata da un processo di conoscenza inconsapevole e sedimentata, in questa nuova quotidianità è esattamente il contrario, sono i nostri processi di conoscenza ad essere mediati dalla nostra esperienza dal vivo.
Ne usciremo solo se saremo ancora capaci di sorprenderci.


[highlight]Approfondimenti[/highlight]


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Visibilità e digitalizzazione: un'interoperabilità culturale ancor prima che tecnologica per aiutarci a vedere più lontano…

[sf_iconbox image=”ss-view” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Visibilità e Digitale: due mondi a braccetto, anzi: uno solo!

[dropcap3]I[/dropcap3]n un momento in cui il nostro maggior nemico è di fatto “invisibile” – se non dopo aver generato e causato un’infinità di dolore e conseguenze terribili – il concetto stesso di visibilità diviene ancor più rilevante ed essenziale, così come è davvero cruciale la possibilità che l’innovazione (medica, tecnologica e sociale) ci può offrire nell’aiutarci a dare forma e sostanza a ciò che altrimenti sfugge al nostro sistema percettivo cosiddetto “naturale”.
Come abbiamo già visto insieme a proposito di innovazione, uno dei termini – o meglio dei concetti – capace di rappresentare sia in presenza (in quanto formato di interscambio) che in assenza (in quanto nucleo di senso) il concetto di interoperabilità, è proprio l’aggettivo “digitale”.
E quindi – sempre a proposito di Visibilità – vorrei rileggere insieme le ricostruzioni etimologiche che Treccani propone rispetto a questo termine.
Con una precisazione: lo spunto per questa riflessione mi è venuto da un corso che proprio in questi giorni sto frequentando e che consiglio agli appassionati del tema, “Umano digitale”. È erogato in modalità Mooc dall’Università di Urbino, è completamente online e gratuito e in questi giorni di attesa potrebbero essere l’ideale per frequentarlo.
Le definizioni dell’aggettivo “digitale”, dicevo, sono due.
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La prima, dal latino digitalis, derivazione di digĭtus [«dito»] ci riporta al «del dito, delle dita; fatto, compiuto con le dita (…).»
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]La seconda, ci arriva invece dall’inglese dall’inglese digital, derivazione a sua volta di digit (e qui si ritorna alle origini latine di digĭtus), e ci parla di «cifra, ovvero di un sistema di numerazione».
Prosegue, questa definizione, raccontandoci – tra le altre cose – che il termine si contrappone in informatica alla parola analogico, e si attribuisce “a dispositivi che trattano grandezze sotto forma numerica, cioè convertendo i loro valori in numeri di un conveniente sistema di numerazione (di norma quello binario, oppure sistemi derivati da questo)”.

Cosa accade, dunque, in questo processo di conversione digitale di cui sentiamo continuamente parlare e che – in ogni sua istanza – ci riconduce al nostro senso del tatto (digĭtus) che in questi giorni ciascuno di noi deve purtroppo mortificare?
[bctt tweet=”Uno dei termini – o meglio dei concetti – capace di rappresentare in presenza (in quanto formato di interscambio) e in assenza (in quanto nucleo di senso) il concetto di interoperabilità, è l’aggettivo digitale.” username=”MapsGroup”]
In sintesi (per estrema semplificazione), possiamo ricordare che, attraverso tale sistema di codifica (o meglio, ri-codifica), una mole sterminata di informazioni altrimenti rappresentate – quali fotografie, testi scritti a mano, filmati, conteggi, mappe, funzioni – vengono tradotte in un codice che, a sua volta, le ri-converte in nuove immagini, testi, suoni etc., ma questa volta disponibili e replicabili, usabili e soprattutto visibili non solo in un’altra infinità di forme e formati (rigorosamente digitali), ma soprattutto attraverso una miriade di dispositivi che li rendono usufruibili, percepibili – perfino reali e “toccabili” con mano – in real time.
Un esempio straordinario di questa conversione di dati, informazioni, dispositivi ed elementi di realtà, è dato dalla possibilità che la stampa 3D ci sta regalando nel produrre in tempo record e in ogni luogo nuovi dispositivi altrimenti introvabili e letteralmente salza-vita:

“Da Hong Kong a Brescia, l’emergenza coronavirus ha stimolato la creatività di piccoli e grandi laboratori di stampa, nella più grande chiamata alle armi nella storia dell’innovazione tecnologica.”

Grazie alla loro potenza, l’insieme di queste tecnologie – a maggior ragione se messe a sistema – consentono a noi da un lato di allargare il nostro campo visivo (penso ad esempio alla possibilità che hanno i telescopi satellitari di trasmetterci le immagini digitalizzate del cosmo che stanno solcando) e dall’altro di acuire e verticalizzare la nostra messa a fuoco della realtà – penso ai nuovi potentissimi microscopi e alle recentissime tecnologie di imaging, anche in campo medico, ma non solo.
Ecco dunque che tale processo di digitalizzazione, affiancato alla creazione di altrettante interfacce (dispositivi mobile, device etc. – insomma, le cosiddette “Macchine”), si realizza attraverso la più grande opera di traduzione immaginabile compiuta ad oggi dall’Uomo, che è riuscito a passare da una visione frammentata e a pattern del mondo a una sua versione continua, scalabile e – appunto – interoperabile.
Non si tratta, tuttavia, di una così grande novità dal punto di vista cognitivo ed evolutivo. In questo senso voglio citare il prof. Alessandro Bogliolo (docente del sopracitato corso) che in un’altra occasione ci spiega che la rivoluzione digitale:

“(…) fonda le sue radici addirittura nella Preistoria (…)” non è “una vera e propria rivoluzione, ma si tratta di un’evoluzione che, per l’appunto, segue la storia dell’uomo in quanto poggia le sue basi su due capacità estremamente umane.

La prima è quella di rappresentazione simbolica, che ci consente di avere una storia, una narrazione, un linguaggio e anche, perché no, di fare lavorazione automatica delle informazioni.

L’altra è invece la capacità di pensiero computazionale, che ci consente di concepire dei ragionamenti e dei procedimenti complessi e costruttivi per dare vita alle nostre idee e per fare innovazione.”

A questo punto vorrei fare un passo indietro, tornando agli articoli del blog dedicati l’anno scorso alla complessità, e ricordare a noi stessi che – in tale iper-complessità – parlare oggi di interoperabilità (traslata dal piano tecnico verso quello, chiamiamolo così, più umanistico) vuol dire procedere secondo una logica evolutiva indispensabile.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Vedere la realtà – e distinguerla – a ragion veduta!

La complessità che ci circonda è ormai tale che non possiamo affrontarla se non (anche) attraverso sistemi e processi di interazione automatici (ci spiega mirabilmente in questo articolo il filosofo Cosimo Accoto) processi che necessitano non solo la nostra istruzione prima e avvio poi, ma che hanno bisogno anche e soprattutto di controllo in itinere, per farlo, come si dice, a “ragion veduta”.
Per capire la portata del tema vorrei partire da un esempio molto semplice, ricordando a noi stessi, innanzitutto, che una cosa è visibile quando (in sintesi estrema), la possiamo DISTINGUERE DAL RESTO e quindi individuarne l’esistenza.
Un esempio per tutti: la luce, il cui spettro visibile ai nostri occhi non è esaustivo delle varietà delle sue onde. Possiamo quindi affermare che, in primo luogo, per vedere qualcosa dobbiamo essere attrezzati con un sistema percettivo capace di riconoscerne l’esistenza.
E qui il salto tecnologico c’è, eccome.
Se infatti Calvino magnifica nella sua lezione sulla Visibilità la capacità immaginativa tutta umana, che ci consente di “immaginare” ciò che non è (ancora o non più) reale, ecco che la rivoluzione digitale – seguendo la natura evolutiva dell’Uomo – ci sta portando ad allargare il nostro concetto di realtà – sia verso l’estensione che verso la concentrazione dei dati – e soprattutto ci consente di renderli interoperabili, cioè di farli “lavorare” insieme, andando ben più in là del semplice “unire i puntini”…
[bctt tweet=” Una cosa è visibile quando (in sintesi estrema), la possiamo distinguere dal resto e dunque individuarne l’esistenza.” username=”MapsGroup”]
Quindi essere dotati di un sistema in primo luogo percettivo (cioè capace di rilevare i segnali  e unirne i famosi puntini) è più che mai cruciale, e se le interfacce “artificiali” di oggi ci consentono di  andare oltre i nostri limiti naturali sia fisici (il nostro corpo) che mentali (la nostra capacità logica e computazionale), questo è un indubbio vantaggio.
Lo sarebbe stato, ad esempio, negli anni del colera, in cui, come riportato in questo articolo, uno scienziato si accorse, disegnando su una cartina la mappa delle persone infettate dalla malattia, che la sua evoluzione era collegata alla disposizione sotterranea della rete fognaria cittadina. (Un po’ come è accaduto in questo periodo con i grafici che gli scienziati ci hanno mostrato rispetto all’evoluzione della pandemia che stiamo tragicamente vivendo).
Il pensiero di quello scienziato, dunque, aveva reso potenzialmente Visibile – facendo inter-operare tra loro informazioni all’apparenza non collegabili, come il numero dei malati, la loro malattia in successione e l’andamento della rete fognaria nella città – l’evoluzione della malattia del colera, rendendone di conseguenza individuabile l’origine e predittibile l’evoluzione.
E qui faccio un piccolo inciso: se pensiamo ad esempio alla rapidità con cui la Natura è interoperabile – ad esempio proprio a livello di virus, capaci di saltare da specie a specie per poi diffondersi nel mondo – ecco allora che abbiamo un’idea immediatamente Visibile della sproporzione tuttora esistente tra la capacità adattiva dell’Uomo e quella dell’ambiente circostante.
Per questo, oggi, in quanto Umani, dobbiamo non solo (o non tanto) cercare di rendere intelligenti le Macchine che inventiamo, istruiamo e accendiamo, ma dotarci noi stessi di migliori strumenti di traduzione – anche tecnologici – rendendoci più aperti e disponibili all’interazione con la “Macchina”, perché, citando di nuovo Alessandro Bogliolo:

(…) quella che oggi chiamiamo tecnologia digitale non è nient’altro che l’espressione del momento di queste capacità tutte umane, sulle quali si basano la nostra storia e il nostro futuro.

La nostra storia perché, grazie alla rappresentazione simbolica, abbiamo una cultura, una capacità di raccontarci cose da tramandare di generazione in generazione; grazie invece al pensiero computazionale sappiamo fare innovazione, trasformare questa creatività e questa cultura in qualcosa che fa evolvere la nostra capacità di essere umani e, dunque, di relazionarsi con il mondo.”

Al prossimo articolo, dunque, in cui – lo speriamo tutti – potremo parlare di Leggerezza con notizie migliori di quelle attuali che ci circondano!

Natalia

PS: se vi interessa, nell’attesa e a proposito di visibilità, potete trovare QUI  l’articolo su una nuova lente, Mojo, che promette una visione della realtà capace di integrare perfettamente la nostra vista con le informazioni digitali sul mondo che ci circonda. 
 


CREDITS IMMAGINE COPERTINA
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Maps News News

Il Gruppo MAPS supporta con donazioni i reparti impegnati nell’emergenza Coronavirus

Parma, 30 marzo 2020

 

[sf_iconbox image=”ss-compose” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il supporto di MAPS[/sf_iconbox]

Il Gruppo MAPS prosegue nella sua opera di supporto per la gestione dell’emergenza sanitaria epidemiologica da COVID -19. Alla luce del necessario e urgente sostegno delle strutture sanitarie e socio sanitarie, atte a fronteggiare le gravi conseguenze generate dall’epidemia, MAPS ha partecipato alla raccolta fondi “Anticovid 19” lanciata dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma a supporto dei reparti impegnati nella lotta al Coronavirus.
Recependo le direttive dei vari DPCM emanati nel mese di Marzo, il Gruppo MAPS ha accolto fin da subito le istanze di svolgimento delle prestazioni lavorative in modalità agile. Questo ha permesso di mantenere l’operatività dell’azienda ad alti livelli, garantendo che la produttività rimanesse invariata.
Maps ha pertanto deciso di supportare attivamente iniziative a sostegno delle esigenze sanitarie e sociali del territorio, donando 15 mila euro all’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma.
Marco Ciscato, Presidente di MAPS, ha così commentato:

Il Gruppo MAPS intende impegnarsi attivamente destinando parte delle nostre risorse nella lotta contro il Covid-19. Con il nostro primo intervento, che ha riguardato il territorio in cui l’azienda ha la sua sede principale, abbiamo abbracciato la campagna promossa dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, ad oggi tra le principali strutture ospedaliere in prima linea nella battaglia al Coronavirus con i propri reparti e le attività di ricerca.”

 

[sf_iconbox image=”fa-heartbeat” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]In prima linea[/sf_iconbox]

L’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma è un ospedale polispecialistico ad alta specializzazione che offre ai cittadini un quadro completo di servizi diagnostici, terapeutici e riabilitativi: con 3.919 dipendenti, 163 universitari in convenzione e 1.044 posti letto ha fornito oltre 4,5 milioni di prestazioni ambulatoriali. L’attività assistenziale si basa sul modello organizzativo hub & spoke nei servizi sanitari, caratterizzato dalla concentrazione dell’assistenza a elevata complessità in centri di eccellenza (“hub”) supportati da una rete di servizi (centri “spoke”) cui compete la selezione dei pazienti e il loro invio a centri di riferimento.
Per fronteggiare l’emergenza COVID-19 è stato predisposto un piano di riorganizzazione attuato dalla Regione Emilia-Romagna e da tutto il personale di Azienda Ospedaliero-Universitaria e Azienda Usl di Parma. Questo ha portato ad ottenere più posti di terapia intensiva, più medici e infermieri e, in generale più letti negli ospedali di Parma, Vaio e Borgotaro.
Con particolare riferimento all’Ospedale Maggiore di Parma, al rafforzamento della Terapia intensiva, pronta a far fronte alla cura dei pazienti più gravi, si aggiungono nuovi posti letti nel padiglione Barbieri (oltre 250 letti). Il triage respiratorio, recentemente allargato e implementato, sta invece dando una risposta rapida ed efficace a tutte le persone con problemi respiratori acuti e gravi.
Ma la riorganizzazione non si ferma qui e i lavori continuano per far fronte anche alle successive fasi.
Il Gruppo MAPS spera, con il suo contributo, di aiutare la struttura a fronteggiare le prossime fasi dell’emergenza e auspica di poter proseguire con le azioni di sostegno, devolvendo ulteriori somme ad altre strutture individuate di volta in volta.


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion.
Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

Per maggiori informazioni
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MAPS | Tel +39 0521 052300
 info@mapsgroup.it
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie

Un viaggio alla ricerca dell'interoperabilità: tra visibilità e visualizzazione dei dati ne “Il meglio di #6MEMES”.

[sf_iconbox image=”fa-cubes” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il meglio di 6MEMES di questi ultimi mesi…[/sf_iconbox]


In questo momento così difficile – in cui la frequentazione di ciascuno con la tecnologia in ambito comunicativo e relazionale è diventata forzatamente assidua – confidiamo che continuare a parlare di relazioni Uomo-Macchina, Innovazione e Cultura possa dare un piccolo contributo nell’orientare in maniera condivisa i nostri lettori su questi temi sempre più attuali.

Nel seguire la nostra consueta rassegna trimestrale, dunque, siamo andati a vedere tra le metriche dei nostri social quali argomenti ha prediletto il nostro pubblico nei mesi che vanno da novembre dello corso anno sino al mese di gennaio 2020, alla ricerca di conferme e di eventuali sorprese seguendo la parola chiave “interoperabilità” che è alla base del progetto editoriale 2020.
Il tutto, sperando di riuscire a fare un po’ di compagnia ai nostri lettori in questi giorni così impegnativi.
Nel percorso a ritroso di questa rassegna trimestrale, alla ricerca di pattern ed engagement, scopriamo così con piacere che il pubblico di Linkedin, Facebook e Twitter ha premiato  il primo post del 2020 relativo al nuovo progetto editoriale di #6MEMES, in cui parliamo di Interoperabilità intersecando tra loro i sistemi tecnologici delle Macchine con quelli psico-biologici di noi Umani.
In questo contesto, ha registrato ampi consensi l’intervista della Dottoressa Sonia Bertinat, psicologa psicoterapeuta competente in dipendenze comportamentali.
Dalle sue parole “Prepararsi per un futuro diverso non vuol dire rassegnarsi, ma implica piuttosto cambiare orizzonte e sistema concettuale” emerge chiara la necessità di una formazione che sia a sua volta “interoperabile”, capace cioè di superare il cosiddetto “Panico morale”, fenomeno di spavento collettivo ingiustificato nei confronti di un qualcosa vissuto come minaccia.
In questo senso, una formazione che sia davvero inter-disciplinare, e soprattutto capace di allenare il pensiero critico, diventa uno dei pochi strumenti capaci di creare quegli innesti culturali che consentono all’uomo di vivere positivamente le numerose trasformazioni tecnologiche in atto…
Mappa del MondoEsiste dunque un modo ancor più costruttivo per vivere la tecnologia in maniera meno ostile, così che non appaia ai più “apocalittici” solo come una minaccia, ma piuttosto come una vera e propria opportunità all’interno delle nostre società, cosa che ciascuno di noi sta sperimentando in questo periodo, anche suo malgrado?
Una risposta in questo senso potrebbe venire dalla capacità tutta umana di rappresentare la realtà (anche tecnologica) attraverso metafore visive.
Non a caso il White Paper “Come trarre informazioni dalle MAPPE (geografiche e non solo) del MONDO: da Sandokan ai giorni nostri”, confezionato a sei mani da Giulio Destri, Anna Pompilio e Natalia Robusti, ha fatto incetta di visualizzazioni sui vari social conducendoci alla scoperta di questa sorprendente invenzione culturale prestata oggi alla tecnologia: la Mappa, potente strumento di traduzione della complessità.
In un itinerario creativo e tecnico tracciato tra i suoi molteplici livelli di interpretazione, gli autori ci guidano in un percorso di esplorazione e apprendimento del mondo che ci ricorda i primi, curiosi passi che ognuno di noi ha fatto da bambino alla scoperta del proprio mondo.
FoodE per finire ricordiamo che già a novembre dello scorso anche Sara di Paolo spopolava sui profili social di Maps Group con i suoi monitoraggi sul Food Tech e sull’evoluzione degli stili alimentari, grazie a un monitoraggio creato ad hoc che ha rilasciato al pubblico numerosi input visivi per la lettura e la scoperta di dati dati.
L’indagine, infatti, ha rappresentato e disegnato – attraverso conversazioni, commenti, numeri e parole – non solo lo stato dell’arte del settore agroalimentare, ma anche le varie trasformazioni previste o auspicate, mostrando come il rapporto tra noi, il nostro cibo e l’innovazione tecnologica è destinato a diventare sempre più stretto.
Il tutto rappresentato anche attraverso grafici, cloud, trend e post, in un continuum di interoperabilità tra gli stili alimentari, i media e le aspettative del mercato e dei consumatori tracciati attraverso device più che mai interoperativi…
Quali miglior parole a conclusione del nostro excursus, dunque, che queste:

“L’opera che perdura è sempre capace di un’infinita e plastica ambiguità; è tutto per tutti;
è uno specchio che svela tratti del lettore ed è insieme una mappa del mondo.”

JORGE LUIS BORGES

 
Incrociando quindi le dita per le settimane a venire, vi diamo appuntamento alla prossima rassegna di 6MEMES, e vi auguriamo una buona lettura, nel frattempo, del nostro blog, così che il tempo di questa attesa possa trascorrere appena più veloce…


Credits immagine di copertina
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ID Immagine: 93852921. Diritto d'autore: Kheng Ho Toh
(Per i credits delle immagini negli articoli vedere gli articoli stessi.)
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MAPS conferma la continuità operativa e lancia l’app “Roialty ZeroCoda” per il settore Retail

Parma, 25 marzo 2020

 

[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Nasce Roialty ZeroCoda[/sf_iconbox]

Nasce dall’integrazione di Artexe ZeroCoda – per la gestione delle code nelle strutture sanitarie – e Roialty OneExperience – la soluzione di digital loyalty per il settore retail – l’innovativa app per evitare assembramenti, code ed attese fuori dai punti vendita de settore retail con il fine di ridurre i contagi da COVID-19.
In uno scenario in cui l’epidemia e le misure di distanziamento sociale hanno trasformato le abitudini di vita di tutti, secondo Coldiretti, un terzo degli italiani va a fare la spesa ogni tre giorni.

Nonostante gli appelli a restare a casa ed evitare occasioni di aggregazione risulta esserci un incessante bisogno di uscire e di trovare una scusa per farlo al quale va aggiunto che il 30% della popolazione non resiste più di 72 ore dentro casa, e fare la spesa, nonostante le file chilometriche, sembra essere l’unico modo per aggirare le misure anti contagio. Tali comportamenti, oltre a favorire possibili occasioni di trasmissione del virus, creano disagi a chi la spesa la deve fare veramente ed espone tutti gli operatori del settore ad un rischio maggiore, perciò a tutela dei propri clienti, e in ottemperanza alle direttive di Legge emerge l’opportunità di applicare politiche di contingentamento degli accessi riconfigurando la Customer Experience.
Noi di Maps Group, nel rispetto dei decreti ministeriali, abbiamo proseguito le attività tramite Smart-Working ed abbiamo ideato un’innovativa app che permette al cittadino di registrarsi e di prenotare l’accesso presso il punto vendita, in base alle proprie esigenze e quelle del gestore, sia direttamente presso il punto vendita, sia via web mediante un servizio online con o senza registrazione semplicemente scegliendo l’orario più consono per recarsi presso lo store d’interesse. Il sistema intelligente analizza le variabili e i limiti di contingentamento rilasciando un “ticket” indicante ora e data della prenotazione garantendo l’entrata senza dover affrontare noiose e pericolose file.
Al gestore delle attività – farmacie, supermercati, banche ma anche assicurazioni o grandi marchi di telefonia – viene data la possibilità di configurare direttamente il numero dei punti vendita attivi, l’indirizzo, i parametri di flusso di ogni coda e le code con accesso prioritario.

[sf_iconbox image=”fa-arrow-circle-up” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Quali sono i vantaggi di ZeroCoda?[/sf_iconbox]

Per i Retailer è sicuramente un’opportunità per:

  • migliorare il servizio offerto al consumatore e semplificare la gestione del lavoro,
  • posizionarsi come un’azienda innovativa e orientata all’ascolto, vicina e a supporto dell’emergenza,
  • avere il controllo diretto sull’amministrazione e la razionalizzazione dei flussi di prenotazione,
  • aumentare la raccolta dati e la profilazione degli utenti ed servizi personalizzati in real-time ma soprattutto l’occasione di implementare logiche d’incentivazione di comportamenti virtuosi come la riduzione del tempo nel punto vendita.

Per i consumatori i vantaggi si esprimono in termini di:

  • riduzione del rischio di contagio,
  • una migliore esperienza d’accesso per i servizi di prima necessità, una riduzione dei tempi d’attesa,
  • comodità nella scelta dell’orario, nella possibilità di saltare le code e nell’accesso privilegiato per le categorie più deboli o per gli operatori sanitari.


L’app inoltre si presenta personalizzabile, agile e scalabile grazie alla natura dei servizi Maps che, combinando un Know-how eterogeno, garantisce sicurezza in merito a titolarità dei dati, accessibilità del servizio grazie alla modalità ‘as-a-service’ in cloud, l’integrabilità via API con i touchpoint digitali esistenti e con i canali social media, assistenza e una doppia possibilità di prenotazione:

  • Accesso libero per prenotazioni «controllabili», es. con presenza assistente fuori dal punto vendita,
  • Accesso con autenticazione, per prenotazioni da web/App a tutela del non abuso

[sf_iconbox image=”ss-move” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Innovare il nostro modo di vivere, consumare e lavorare per uscire dalla crisi[/sf_iconbox]

Maurizio Pontremoli, Amministratore Delegato di Maps Group:

“Abbiamo voluto dare una risposta immediata ad un problema immediato, con una attenzione alla personalizzazione della relazione e allo scambio di informazioni tra il cliente e chi eroga un servizio primario. Ci siamo subito attivati per integrare le funzionalità dell’app Zerocoda, già adottata per oltre 350.000 accessi/anno a centri di prenotazione in sanità, con le funzionalità di Customer Data Platform e digital loyalty offerte da ROIALTY per arricchire l’esperienza degli utenti incentivando lo scambio informativo e l’applicazione dei comportamenti che meglio tutelano la salute collettiva. Pensiamo che i clienti valuteranno con priorità l’applicazione di tali comportamenti per diversi mesi a venire, premiando le organizzazioni che sapranno farne un elemento centrale della relazione”.

Maurizio Ferraris co-fondatore di ROIALTY e sales manager di Maps Group:

“Proponiamo una soluzione agile, personalizzabile e scalabile anche su reti di dimensioni significative, che pensiamo possa soddisfare le esigenze non solo dei supermercati e delle farmacie, sicuramente oggi più evidentemente coinvolte dall’emergenza, ma anche di filiali bancarie, reti di agenzie assicurative e punti vendita dei servizi di telefonia ed energia. Stiamo mettendo a disposizione queste competenze e la nostra soluzione primariamente alle aziende del mercato nazionale, anche se abbiamo raccolto già interesse da alcuni nostri partner internazionali.”

Con lo sforzo di tutti e la solidarietà che caratterizza il nostro essere italiani, presto, usciremo da questa situazione e lo faremo innovando il nostro modo di vivere, consumare e lavorare con la consapevolezza che da una crisi si può uscire più forti grazie anche alle tecnologie digitali che abilitano nuovi stili di vita.
#Andratuttobene
Leggi il comunicato stampa
Leggi cosa dicono di noi, YouMark


[sf_iconbox image=”fa-users” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]GRUPPO MAPS[/sf_iconbox]

Fondata nel 2002, MAPS è una PMI Innovativa attiva nel settore della digital transformation. Con sede a Parma e 170 dipendenti, produce e distribuisce software per l’analisi dei big data che consentono alle aziende clienti di gestire e analizzare grandi quantità di dati e di informazioni, aiutandole nell’assunzione delle proprie decisioni strategiche e operative e nella definizione di nuovi modelli di business.
Opera in un contesto caratterizzato da un elevato potenziale di crescita: il mercato mondiale delle tecnologie per la digital transformation ha raggiunto nel 2018 la dimensione di 1.300 miliardi di dollari; nel 2020 si stima un mercato di 2.100 miliardi di dollari.
MAPS opera attraverso 3 business unit (Large Enterprise, Healthcare Industry, Gzoom) e ha un portafoglio di oltre 180 Clienti altamente fidelizzati appartenenti a differenti settori: Servizi, Sanità, Industria e PPAA. Attraverso la linea d’offerta Patient Journey, si posiziona come leader nel settore dell’accoglienza dei pazienti nelle strutture sanitarie, presidiando il mercato con oltre 600 installazioni, che gestiscono una popolazione di oltre 17 milioni di pazienti a livello nazionale.
Il Gruppo chiude il 2018 con un valore della produzione consolidato pari a Euro 17,6 milioni e un EBITDA pari a Euro 3,6 milioni (EBITDA margin pari a 21%). Negli ultimi 5 anni MAPS ha raddoppiato i ricavi e decuplicato l’EBITDA. La società è caratterizzata da elevati livelli di recurring revenues e cash conversion.
Alla crescita organica del Gruppo si è affiancata un’importante attività di M&A, con l’acquisizione di IG Consulting (2011), Artexe (2018) e Roialty (2019).
ISIN azioni ordinarie: IT0005364333 – ISIN “Warrant Maps S.p.A. 2019-2024”: IT0005364325
Comunicato disponibile su www.emarketstorage.com e sul sito Maps.

[sf_iconbox image=”ss-mail” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]CONTATTI[/sf_iconbox]

Per maggiori informazioni
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Interoperabilità Uomo-Macchina: ovvero metterci la (inter)faccia utente… A cura di Giulio Destri.

[sf_iconbox image=”ss-user” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Il concetto di interfaccia utente[/sf_iconbox]

[dropcap3]N[/dropcap3]ell’articolo precedente è stata definita la comunicazione come base per l’Interoperabilità. In questo articolo verrà trattato il tema dell’Interfaccia Uomo-Macchina, attraverso cui interagiamo ogni giorno (e sempre di più) con i molteplici dispositivi che ci circondano e che in queste ultime settimane sono i nostri più frequenti interlocutori nonché aiutanti.

Tornando a noi da un punto di vista squisitamente tecnico, possiamo definire l’interfaccia utente come lo strumento (o l’insieme di strumenti) con cui gli esseri umani interagiscono con le macchine.
Un altro nome con cui viene chiamata di frequente è anche interfaccia uomo-macchina o HMI, dalle iniziali della definizione inglese Human-Machine Interface. Deve rendere possibile una comunicazione bidirezionale fra uomo e macchina.

  1. Il primo scopo della HMI è “tradurre” le intenzioni dell’operatore umano, espresse attraverso gesti (di dita, mani, piedi o altre parti del corpo), espressioni del viso o, più di recente, voce e parole, in comandi, istruzioni e dati da immettere nella macchina cui è connessa. E questa è la funzionalità di ingresso alla macchina o input utente.
  2. Il secondo scopo della HMI è “tradurre” informazioni interne alla macchina e relative a stati fisici (ad esempio, la temperatura della CPU in un PC) oppure a stati logici (ad esempio, il calcolo dell’I.V.A. di un prezzo) in rappresentazioni leggibili dall’apparato sensorio dell’operatore umano (ad esempio, quadranti che indicano temperature, immagini sullo schermo di un PC, voce sintetizzata di un assistente digitale, feedback tattile in un dispositivo per videogame ecc…). E questa è la funzionalità di uscita della macchina o output, che rappresenta anche l’input inviato dalla macchina all’utente.

[bctt tweet=”Scopo primario dell’Interfaccia è quello di tradurre le intenzioni dell’operatore umano – espresse attraverso gesti, espressioni e parole – in istruzioni e dati da immettere nella macchina cui è connessa.” username=”MapsGroup”]
Da un punto di vista funzionale possiamo definire tre tipologie di interfacce utente:

  • interfacce utente di amministrazione e configurazione, non necessariamente semplici, destinate a amministratori di sistema, configuratori, manutentori, ecc… che rendono possibili configurazioni, manutenzioni, ed operazioni di gestione tecnico-amministrativa delle macchine;
  • interfacce utente di sviluppo, attraverso cui vengono modificate (ad esempio, arricchite, ampliate o ridotte) le funzionalità che un sistema (macchina) programmabile, come, per esempio, un PC o un dispositivo mobile, offrono all’utente finale;
  • interfacce utente di uso, attraverso cui gli utenti finali usano la macchina o il sistema digitale per lo scopo per cui esso è stato creato (ad esempio, videoscrittura, calcoli, gestione fatture, fotoritocco, chat ecc…); in un contesto di PC o dispositivo mobile, nello stesso dispositivo hardware coesistono molti diversi programmi software, ognuno dei quali ha una propria interfaccia utente specifica, legata alla sua funzione; tali interfacce hanno elementi in comune e sono gestite dal sistema operativo (ad esempio, windows, android, ecc…), che ne definisce le caratteristiche comuni (ad esempio, le cornici con i pulsanti “riduci a icona”, “ingrandisci a tutto schermo” e “chiudi” intorno alle finestre con l’interfaccia utente delle applicazioni) e stabilisce se le operazioni delle varie applicazioni possono essere compiute simultaneamente o no (multitasking reale o virtuale).

 

[sf_iconbox image=”ss-bookmark” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Storia ed evoluzione delle interfacce utente[/sf_iconbox]

Le interfacce utente sono presenti da molto tempo nella nostra vita. Prima ancora dell’invenzione del computer, strumenti quali radio, grammofoni, automobili, macchine da scrivere ecc…. avevano già una apposita interfaccia utente, più o meno semplice, che consentiva agli utilizzatori di interagire con esse.
Anche nel comparto industriale, i quadri comando di apparati con quadranti, spie luminose, leve, bottoni e manovelle (input e output…) sono nati molto prima dell’avvento della elettronica.
È però con la nascita e la successiva rapida evoluzione dei primi calcolatori digitali programmabili che il concetto di interfaccia utente diventa qualcosa di distinto dalla macchina di cui fa parte e destinato ad evolversi nella attuale esperienza utente (User eXperience o UX).
Le primissime macchine calcolatici erano strumenti meccanici, come la Pascalina (1642) e la macchina di Babbage (progettata nel 1834 ma realizzata solo in parte), seguite nei primi decenni del XX secolo dai calcolatori elettromeccanici come lo Z3.
I primi calcolatori elettronici furono realizzati con la tecnologia disponibile negli anni ’30 e ’40: circuiti elettrici a relè, valvole, interruttori. L’insieme dei bit al loro interno doveva essere impostato “fisicamente” attraverso interruttori; l’input e l’output avveniva attraverso schede perforate o altri strumenti simili.
È interessante notare che, mentre il lavoro di progettazione di ENIAC (uno dei primi calcolatori programmabili completamente elettronico) era stato fatto da ingegneri maschi, il lavoro di programmazione (quindi, fra l’altro, di azione sugli interruttori) veniva svolto da donne, laureate in matematica o materie simili e reclutate fra il gruppo di “calcolatrici umane” che svolgevano calcoli matematici per conto della Marina degli USA.
Quel gruppo di donne, oggi note come ENIAC Girls, contribuì validamente al perfezionamento ed alla successiva evoluzione della macchina e, soprattutto, all’avvento di caratteristiche oggi basilari nella programmazione e nella correzione dei difetti del software. La tradizione delle “calcolatrici umane” continuò anche durante gli anni delle prime missioni spaziali, come nel caso della matematica Katherine Johnson, poi promossa al rango di ingegnere aerospaziale.
[bctt tweet=”È con la nascita e rapida evoluzione dei primi calcolatori digitali che il concetto di interfaccia utente diventa qualcosa di distinto dalla macchina di cui fa parte.” username=”MapsGroup”]
Poi negli anni successivi le schede perforate si confermarono come il mezzo standard per interagire con i computer. Schede per immettere programmi, schede per immettere dati e schede per l’output. Con i computer che eseguivano le elaborazioni sull’input nel suo insieme: di solito, fino all’uscita e alla decodifica dell’output, non era possibile verificare la eventuale presenza di errori.
L’interfaccia utente era quindi formata da macchina perforatrice di schede e interprete delle schede. Anche in questo caso molti degli operatori addetti al trattamento delle schede erano donne.
Nel corso degli anni ’60 la situazione cambiò radicalmente. La nascita dei terminali video, dei minicomputer e dei micro e personal computer (tipologia di dispositivi inaugurata dal modello Programma 101 di Olivetti nel 1962) contribuì alla progressiva diffusione dei computer nel mondo del lavoro. E la nascita, a partire dalla fine degli anni ’50, dei linguaggi di programmazione di alto livello, che separano la rappresentazione linguistico-simbolica delle istruzioni da quella interna al computer, rese possibile una sempre migliore espressione delle istruzioni stesse da parte dei programmatori umani.
Al termine del decennio nacque UNIX, il sistema operativo da cui sono derivati direttamente Linux e MacOS X, nonché Android, Apple iOS e con cui anche Windows ha molte caratteristiche in comune. Ad esempio, multitasking (tanti programmi che agiscono simultaneamente) e multiutenza (vari utenti che possono accedere al computer), caratteristiche che oggi consideriamo naturali per i PC e altri dispositivi.
Mancava solo l’interfaccia grafica.
Per molti anni dopo l’avvento dei sistemi interattivi, l’interfaccia utente dei computer fu la riga comandi (in inglese CLI da Command-Line Interface), ossia uno schermo (di solito) nero, di solo testo, con un cursore lampeggiante che indicava attesa di comandi, espressi come parole o insiemi di parole battute sulla tastiera, da parte dell’utente. Ancor oggi questa interfaccia esiste (e funziona bene) dentro i nostri sistemi operativi (CMD o prompt dei comandi in Windows, shell in Linux e MacOS…). Questa interfaccia è anche, a mio parere, fondamentale, da un punto di vista didattico, per l’addestramento di tutti coloro che devono amministrare sistemi informatici.
L’avvento delle interfacce grafiche (in inglese GUI, da Graphical User Interface) nel corso degli anni’80 contribuì a cambiare per sempre l’esperienza dell’utente con i computer. Anche per persone con poca cultura informatica diventava possibile una interazione facile ed intuitiva. L’informatizzazione di massa anche fuori dal mondo del lavoro era iniziata.

[sf_iconbox image=”” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Le interfacce utente oggi[/sf_iconbox]

Oggi ci appare naturale interagire con un PC, uno smartphone o un tablet (che, ricordiamolo sempre, sono PC semplificati e non sono elettrodomestici) attraverso una interfaccia touch screen, in cui non dobbiamo preoccuparci di spostare un mouse, ma tocchiamo direttamente lo schermo. I gesti, trasposti dal mondo reale, hanno un significato intuitivo, che consente anche a bambini al di sotto dei due anni di interagire con questi dispositivi.
Quadri sinottici e pannelli operatore rendono possibile un approccio simile nel mondo industriale (HMI per l’automazione). Gli schermi tattili riducono i costi, rispetto ad interfacce “fisiche”, e per questo la loro diffusione continua a crescere, anche in un contesto domestico (per esempio, pensiamo ai mini-pannelli tattili per l’impostazione della temperatura nella casa).
Inoltre l’avvento di sistemi a riconoscimento vocale consente di attivare funzioni semplicemente chiamandole con la voce, ovvero di richiedere compiti ad un dispositivo, come, ad esempio, cercare un luogo o un numero di telefono.
In altri casi l’interfaccia non richiede nemmeno un contatto diretto: strumenti dell’ultimo decennio, come il Kinect, il Wiimote, lo smartphone usato come controller, hanno reso possibile interagire attraverso il corpo ed i suoi movimenti con la macchina. 
[bctt tweet=”L’avvento di sistemi a riconoscimento vocale consente di attivare le varie funzioni tramite l’interfaccia semplicemente chiamandole con la voce.” username=”MapsGroup”]
Nata principalmente per l’uso nei giochi, questo tipo di interazione ha reso possibili anche nuove modalità espressive artistiche, come, ad esempio, la generazione di suoni con i movimenti del corpo, invertendo quindi il legame fra musica e danza, in evoluzione di quanto si faceva già con strumenti musicali senza contatto come il Theremin. Oppure di muovere un cursore con gli occhi, permettendo anche a persone con gravi disabilità di interagire con la macchina e quindi, ad esempio, di scrivere testi e parlare con la voce sintetizzata.
Al CES 2020 sono state presentate le nuove interfacce basate sulla registrazione delle onde cerebrali da parte di sensori: a prezzi accessibili diventa possibile comunicare con dispositivi elettronici semplicemente usando il pensiero, situazione in precedenza presente solo in pochi laboratori sperimentali.
E robot sempre più antropomorfi, oppure in forma di cuccioli, leggono la nostra mimica facciale e rispondono, sempre tramite una mimica facciale, imitando comunicazioni emotive.
In sostanza le interfacce diventano sempre più “naturali” e sempre più “profonde” nella loro azione. È possibile che in futuro si realizzi la lettura del pensiero e la sua rappresentazione in immagini oppure la trasmissione di sogni o sensazioni tra uomo e macchina e a distanza fra persone, situazioni fino ad oggi solo immaginate in romanzi e film di fantascienza.
 

[sf_iconbox image=”fa-bar-chart” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]La produttività delle interfacce utente[/sf_iconbox]

Dopo questo excursus sulla storia ed evoluzione delle interfacce uomo-macchina, poniamo l’attenzione al loro uso entro i processi dei luoghi di lavoro.
Come analizzato in questo articolo, i processi sono successioni logiche e temporali di attività orientate ad uno scopo. Ad esempio, elaborazione di dati di vendita per stabilire quale è il prodotto che garantisce migliori guadagni, gestione di una richiesta di acquisto, registrazione contabile di una fattura ricevuta, fabbricazione di un componente meccanico, ecc… Le attività che compongono i processi richiedono tempo per la loro esecuzione. L’adozione degli strumenti informatici viene fatta principalmente per questi motivi:

  • riduzione dei tempi necessari per svolgere le attività (tempi di elaborazione, tempi di recupero di informazioni memorizzate, ecc…);
  • riduzione del tasso di errori legato alle singole operazioni;
  • svolgimento di attività con prestazioni non ottenibili solo con le azioni umane (ad esempio, fabbricazione di prodotti a ciclo continuo sulle 24 ore grazie a robot, scansione di migliaia di pagine al minuto grazie a scanner di nuova generazione, calcoli per simulazioni meteorologiche, ecc…).

E non dobbiamo mai dimenticare che, nella maggior parte dei casi (soprattutto in un contesto amministrativo-gestionale), la macchina offre un supporto ad un lavoro svolto da persone. 
[bctt tweet=”Ancora oggi, fra programmi che svolgono compiti simili, possono esistere molte differenze nelle rispettive interfacce.” username=”MapsGroup”]
Quindi, dal punto di vista della interazione uomo-macchina che avviene attraverso l’interfaccia utente, le performance di quest’ultima sono legate alla velocità con cui le persone riescono a svolgere, usando lo strumento informatico, le azioni elementari che formano le attività del proprio lavoro. Ad esempio, per un addetto alla contabilità il parametro chiave può essere il numero dei documenti contabili che riesce ad inserire in un sistema informatico nella unità di tempo, tipicamente un’ora.
E questo è un parametro fondamentale da tenere presente durante le trasformazioni digitali con il cambio di strumenti informatici: quando si cambia una interfaccia utente, la velocità di lavoro cala, almeno durante i primi tempi di uso del nuovo strumento. Ad esempio, pensiamo ai sistemi di videoscrittura (cambio di versione di Word o passaggio da Word a Writer…).
Accanto alla funzione primaria di usare la tastiera per scrivere un testo, come si faceva con le antiche macchine da scrivere meccaniche, sono presenti molte combinazioni di tasti (spesso chiamate sequenze di escape) che consentono di svolgere funzioni ausiliarie utili (ad esempio, F1 per l’help in linea, CTRL-C CTRL-V per il copia e incolla ecc…). In molti casi queste sequenze sono tipiche di un programma, così come la posizione del menu con cui ottenere la stessa funzione. Anche se nel tempo c’è stato un processo di standardizzazione, ancora oggi fra programmi che svolgono compiti simili possono esistere molte differenze nella interfaccia.
Pertanto, quando l’interfaccia cambia, il tempo che impieghiamo a fare le operazioni cresce, dobbiamo pensare ad azioni che svolgevamo in modo automatico con il vecchio programma, questo non ci consente di stare al passo con i ritmi spesso frenetici richiesti dal lavoro quotidiano… e sappiamo bene quali sono gli effetti.

[sf_iconbox image=”ss-downloadcloud” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]Dal Desktop al Cloud: come (probabilmente) lavoreremo nei prossimi anni[/sf_iconbox]

Dagli anni ’90 in poi, l’avvento di sistemi con l’interfaccia grafica ha portato ad una standardizzazione della interfaccia del PC: il Desktop, comune a Windows, a MacOS X e a Linux. Oggi, come proposto da Microsoft ed altri fornitori di servizi cloud, assistiamo al trasporto in cloud di tante funzioni. Anche di quella del PC, visto come una piattaforma per scrivere testi (Word, Writer…), usare il foglio elettronico (Excel, Calc…), preparare presentazioni (PowerPoint, Impress…), comunicare con altri (Email, chat, Calendar…), archiviare e condividere file (cartelle personali e condivise…), oltre che per fungere da client di altre applicazioni.
La convergenza verso il browser, che passa da semplice strumento di navigazione a contenitore di interfacce web di programmi e, contemporaneamente, la capacità di realizzare applicazioni che possono operare entro un browser o, con pochissime modifiche, come applicazioni native sul Desktop di un PC o di un tablet, sta creando un nuovo modo di operare.
Il Desktop punta sul Cloud: posso vedere tutto dentro il mio browser con servizi come Office/Microsoft365, Google Docs ecc… ed accedervi non solo dal mio PC, ma anche dal mio tablet mentre viaggio, comunicando in modo rapido grazie alle reti 4G e 5G. Oppure posso usare ancora programmi nativi, ma salvando i miei file in rete ed accedendovi da molti dispositivi (ogni licenza di Office365, ad esempio, consente di usare office da 5 dispositivi diversi). I produttori credono molto a questa trasformazione (da prodotto a servizio software) e stanno tutti spingendo in questa direzione. Lo scenario che si apre è molto ampio, comporta nuove opportunità e nuovi rischi, va affrontato secondo quello che è: una grande trasformazione digitale.
Nel prossimo articolo analizzeremo cosa c’è “dietro” il cloud e tanti altri sistemi: come sistemi digitali distinti comunicano fra loro, ovvero le interfacce macchina-macchina.

 


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Interoperabilità sulle tracce di Calvino: “avanzare di ritorno” tra immaginazione e logica. Di Natalia Robusti.

[sf_iconbox image=”ss-compass” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”][/sf_iconbox]

C’è tag e tag

[dropcap3]I[/dropcap3]l primo degli articoli che raccorda i 6memes di Calvino al tema dell’Interoperabilità – in questi giorni in cui tutti abbiamo a che fare con lei, la Macchina (in forma di PC, tablet e dispositivi vari), visto che per senso civico e prudenza personale dobbiamo lavorare, studiare, insegnare e socializzare in remoto –  vorrei farlo iniziare con un’immagine, ovvero un incipit visivo corrispondente ai tag (testuali e visual) che Google rilascia dopo aver inserito nella sua “magica” interfaccia il termine stesso Interoperabilità.
Parto da una considerazione “tecnica” rispetto alla mia professione di comunicatrice:  il primo tag testuale, in alto a sinistra, è di tipo linguistico, ovvero “interoperabilità semantica”, il che mi ricollega in un balzo all’approccio culturale tipico dello sguardo di Italo Calvino.
Un’altra cosa che mi colpisce è la frequenza successiva di tag tecnici e tecnologici, quali BIM (Building Information Modeling) e GIS (Geographic Information System), oltre alla presenza di diversi tag relativi alla Sanità.
E questi dati sono in grado, da soli, di portare a numerose inferenze sullo stretto legame esistente tra concetti quali Interoperabilità, Visibilità, Molteplicità, Esattezza e così via, dando luogo – già a colpo d’occhio – a una panoramica davvero globale di significati e significanti.
Come se non bastasse, per quanto riguarda invece la schermata visiva, beh, qui la cosa si fa ancora più interessante: le  immagini rappresentate non sono altro che schemi, grafici e mappe in sé interoperabili. Di più: ognuna di queste rappresentazioni – che potrebbero essere a loro volta interfacce – è impossibile da percorrere secondo un ordine cronologico o successivo.
 

Ogni grafo impone piuttosto percorsi di lettura (e quindi di senso) variabili, di tipo cioè paradigmatico (ovvero creato per associazione) anziché sintagmatico (cioè sequenziale).
All’interno quest’area di significato dunque – che prima di tutto è astratta e intellettiva, ma che poi diventa subito dopo concreta (o perlomeno concretizzabile) – il momento della scelta del percorso da intraprendere nella lettura impone una serie di salti, di balzi, e dunque di processi che hanno in sé un’incognita…
Il timone a questo punto viene dato da noi stessi, che ancor prima di avanzare nella nostra ricerca, dobbiamo già “interpretare” la schermata che abbiamo davanti, e in qualche modo tradurne le istruzioni.
Questo processo, molto bene illustrato e argomentato, lo racconta mirabilmente Giulio Destri nel suo primo articolo sul blog dedicato al tema. Per chi non lo avesse già fatto, dunque, ne consiglio la lettura, perché i concetti che esprime possono aiutare voi lettori nella traduzione delle mie parole 🙂
[bctt tweet=”Ogni grafo rappresentato impone piuttosto percorsi di lettura (e quindi di senso) variabili, di tipo cioè paradigmatico (ovvero creato per associazione) anziché sintagmatico (cioè sequenziale).” username=”MapsGroup”]
Da parte mia, quel che mi preme ora sottolineare è che in fondo le zone interoperabili (sia tra Uomo-Uomo che tra Macchine e a maggior ragione tra Uomo e Macchina) non sono altro che aree in cui è possibile la traduzione di una lingua in un’altra: nel caso della mia ricerca online la lingua dell’Uomo (io che cerco su Google) e la lingua della Macchina (Google che mi presenta la sua serp).
E dunque, come in ogni traduzione che si rispetti, si rivela cruciale un attore il più delle volte invisibile: il traduttore. Che poi – in ogni ricerca online – siamo noi senza rendercene conto, in una sorta di dualismo sincrono tra interpellante e traduttore.
E qui non posso fare altro che citare un altro Maestro di Pensiero, Umberto Eco, e il suo “Dire quasi la stessa cosa”, a cui indirizzo i lettori che ancora non lo conoscano e che si interessano a questi temi…
Di per sé, dunque, ogni opera di traduzione altro non è che un’opera di avvicinamento tra “diversi”, la ricerca di uno spazio comune, di una soluzione condivisa.

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[/sf_iconbox]Dire QUASI la stessa cosa…

Luisa Carrada, in questo suo articolo davvero illuminante, lo spiega molto bene, citando a sua volta Giorgio Amitrano:

“Il più delle volte però le soluzioni non arrivano per un’intuizione improvvisa, ma grazie a una lenta manovra di avvicinamento.”

E qui ci colleghiamo finalmente al nostro nume tutelare, Italo Calvino (che, non a caso, soprattutto agli esordi della sua carriera, si cimentò nell’arte del tradurre, e lo fece in un’ardua impresa: traducendo, tra gli altri, Raymond Queneau): la sua opera Lezioni Americane ci parla continuamente, all’interno delle sue lezioni e relativi meme, di questa possibilità di incontro tra diversi, molto spesso tra opposti, che a loro volta aprono nuove “scatole” di concetti, traduzioni, aree di possibili, nuove interoperabilità…

“Nell’universo infinito della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare”…

Nell’avvicinarmi dunque al lavoro che mi aspetta, meme per meme, mi interessa illustrarne in anticipo la metodologia che ho seguito nel mio percorso che non sarà lineare, secondo l’ordine successivo dei capitoli di Calvino, ma seguirà una traccia diversa, dedicata e mirata al discorso sull’Interoperabilità, appunto.
E lo farò seguendo una magnifica formula marinara, “avanzare di ritorno”, che Cristina Campo ha mirabilmente illustrato:

“Gli antichi navigatori, dopo aver perduto la rotta per traversie di mare, al momento di ritrovarla, spesso dal lato opposto, chiamavano la manovra avanzare di ritorno. […] È certo, in ogni caso, che dallo zenith della vita – si trovi al suo vertice naturale o lo percorra – il cammino non è verso l’oblio, come la legge del tempo lo vorrebbe, anzi verso la memoria. Tutta la conoscenza acquisita prima di toccare quel punto – a mezzo il cielo – sembra rivolgersi allora verso l’infanzia, la casa, la prima terra, verso il mistero delle radici, che di giorno in giorno acquista eloquenza”.

Con ambizioni molto più ridotte – ma ispirata e illuminata dalla luce di tali Muse – partirò dunque non dalla Leggerezza (primo dei tag calviniani), ma dalla Visibilità, perché – come abbiamo visto all’inizio dell’articolo – la cosa più rilevante di ogni area interoperativa sta nella sua individuazione. Solo il fatto di poter vedere uno spazio di unione anziché di separazione tra due entità genera in sé un ponte, un percorso capace di togliere il “peso” potenziale e ipotecante di tale diversità.
[bctt tweet=”Solo il fatto di poter vedere uno spazio di unione anziché di separazione tra due entità genera in sé un ponte, un percorso capace di togliere il peso potenziale e ipotecante di tale diversità.” username=”MapsGroup”]
Il secondo meme che inseguirò sarà dunque quello della Leggerezza, perché non c’è dubbio che accorciare le distanze tra le opposte sponde (dei concetti e della conoscenza) consente di togliere peso e gravità al potenziale dirompente di ogni innovazione.
La Rapidità verrà da sé, come fattore di cui tenere conto e potenzialmente bifronte: vantaggioso perché performante, ma pericoloso, perché a volte insostenibile. Seguirò poi gli orizzonti dell’Esattezza perché – tutto ciò premesso – vedremo insieme come cruciale è la veridicità dei dati che raccogliamo nelle nostre inferenze, per poter creare zone davvero interoperabili sia tra noi Umani che tra noi e la Macchina. (Molto degli studi sull’intelligenza artificiale ci mettono in guardia a proposito).
La Molteplicità la terrò per penultima perché – come abbiamo visto – è talmente ampia la varianza da attraversare, che occorrerà essere attrezzati con i meme precedenti per poterla solcare. Approderò infine al topic della Coerenza e Consistenza che, onestamente, in questi anni sono difficili da trovare, nascoste come sono nella vastità in cui ci stiamo inoltrando come specie.
Ci vuole infatti una grande audacia per trovare pattern e ricorrenze in qualche cosa di cui ancora ci sfugge il senso, eppure… Passo dopo passo, meme dopo meme, vedremo che anche questo sguardo di insieme è possibile. Perché, come ci ricorda Albert Einstein,

“L’innovazione non è il prodotto di un pensiero logico, tuttavia il risultato è legato ad una struttura logica.”

Al prossimo articolo, dunque. Confidando che questo periodo – per certi versi davvero tremendo e comunque impegnativo per tutti – ci porti almeno un vantaggio: poter utilizzare al meglio la Macchina così da aiutarci nella nostra vita reale, seppure a distanza.
Natalia


 
*NOTA – Gli Imperdonabili, Adelphi editore.
 


CREDITS IMMAGINE
ID Immagine 1: 94721344. Diritto d'autore: Tithi Luadthong.
ID Immagine2: 58459413. Diritto d'autore: maxkrasnov.
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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

MEMEnto6 2020, la newsletter del Blog 6MEMES ha una nuova rubrica e tanti contenuti EXTRA!

[dropcap3]T[/dropcap3]orna, con il suo primo appuntamento del 2020, MEMEnto6, e ci conduce in un percorso inedito tra i dati alla ricerca di una nuova formula di interscambio tra l’Uomo e la Macchina.
L’Interoperabilità, infatti, oltre che essere la parola d’ordine del calendario editoriale 2020, occuperà un posto di rilievo anche in MEMEnto TOP e 6MEMEs Trend, le rubriche tradizionali in cui i nostri autori si confrontano con i vari temi del blog.

Ma le novità non finiscono qui: a partire dal primo numero del 2020 il blog inaugurerà una nuova sezione di contenuti! Si tratta di MEMEnto RePOST, dove sono riproposti i contenuti evergreen pubblicati agli esordi di 6MEMES, da ri-leggere e ri-condividere.
Se già non lo avete fatto – dunque – vi consigliamo di iscrivervi a MEMEnto6: elegante e discreta, la nostra newsletter vi raggiungerà a cadenza trimestrale, offrendovi spunti interessanti e argomenti di conversazione sempre nuovi.
Vi aspettiamo!


CREDITS

In copertina, ritratto di Italo Calvino dalla penna di Gerardo Lunatici.
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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge Trasparenza e Partecipazione nella PA

Pubblica Amministrazione e Interoperabilità: la comunicazione tra Enti e Cittadini alla ricerca di valori comuni.

[dropcap3]A[/dropcap3]ffrontare il tema della interoperabilità ente-ente nella pubblica amministrazione, presenta la peculiare caratteristica di dover affrontare una problematica particolare: la difficoltà di comunicazione tra ente ed ente si innesta sulla difficoltà di comunicazione tra individuo ed ente pubblico. (E mai come in questo periodo, purtroppo per tutti noi, questo tema è cruciale.)
Perciò, in questo articolo, mi soffermo sulla necessità di (ri)scoprire i valori dell’etica e della comunità, lasciando alla comunicazione l’arduo compito e la funzione etica di contribuire a generare progresso sociale, facendo leva sulla capacità di creare comunione.

“C’è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c’è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre”. […] Per i contadini, lo Stato è più lontano del cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte.”

Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli

Quanta rassegnazione, indifferenza e paziente dolore nei contadini lucani descritti da Carlo Levi in quel romanzo autobiografico, nel quale ripercorre la sua esperienza di vita durante il confino politico negli anni 1935-36, a causa della sua attività antifascista.
Da amministratrice pubblica di un piccolo comune, che quotidianamente affronta e lavora per risolvere le problematiche della sua gente, mi sono posta il problema di cercare di analizzare le cause di una simile scollatura tra gli individui e l’ente pubblico, per giungere quindi all’auspicabile composizione di quel conflitto.
Sono quindi partita da lontano, da Aristotele e dalla sua concezione di etica.
Etimologicamente, Treccani definisce ètica

“dal lat. ethĭca, gr. ἠϑικά, termine introdotto da Aristotele per designare le sue trattazioni di filosofia della pratica, che, talora lievemente distinto e più spesso identificato senz’altro con quello di “morale”, designa ogni dottrina o riflessione speculativa intorno al comportamento pratico dell’uomo”.

L’etica aristotelica è perciò una scienza pratica che ha come fine un sapere indirizzato all’agire umano, e in particolare al valore di tale agire, al suo essere un agire buono o cattivo, giusto o ingiusto.
La scienza dell’agire umano, Aristotele la chiama “politica”. Questa, a sua volta si suddivide in “etica”, che ha a che fare con la vita dell’individuo, e in “politica” in senso stretto, che ha a che fare con la vita dello stato. L’unione delle due branche sotto ad un medesimo nome, indica che per Aristotele, come già per Platone, vi è una stretta connessione tra l’agire individuale e l’agire sociale. Inoltre, il bene dello stato prevale su quello dell’individuo.

“Se identico è il bene per il singolo e per la città, sembra più importante e più perfetto scegliere e difendere quello della città; certo esso è desiderabile anche quando riguarda una sola persona, ma è più bello e più divino se riguarda un popolo e le città”

Etica Nicomachea, A., 2, 1094 b

Aristotele pone la norma del bene nell’essere stesso. Ovvero il valore di una cosa coincide con la sua essenza e con il suo sviluppo, che appunto a sua volta rappresenta il completamento di ciò che essa è in potenza fin dall’inizio.

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[/sf_iconbox]Il valore sociale dell’etica

Percepire il valore sociale dell’etica ci può aiutare a vivere secondo canoni di giustizia, di bontà, di gentilezza, creando le condizioni per una vita armoniosa senza conflitti. Riscoprendo il senso civico dell’esistenza. Ecco perché, per poter migliorare la propria vita e quella degli altri, l’“etica deve entrare nel kit di sopravvivenza dell’umanità se vogliamo recuperare una società che è allo sbando” come sostiene il teologo Vito Mancuso in una interessante intervista.
Ma allora, per recuperare la dimensione “sociale” dell’etica, perché non proviamo a rivitalizzare il concetto di “comunità”?
Sempre secondo la Treccani,

“nella sociologia di Tonnies […] la “comunità” si presenta come un organismo sociale caratterizzato da un alto grado di coesione – fondato sul sentimento affettivo e tradizionalistico di appartenere allo stesso insieme d’individui – dall’assegnazione definitiva e permanente della posizione sociale dei singoli, e dall’illimitata dedizione al gruppo.”

Una forma di vita collettiva caratterizzata da vincoli di appartenenza, fiducia e dedizione reciproca.
Del resto anche Adriano Olivetti vedeva nelle sue Comunità, gli ingredienti essenziali per costruire una sovranità popolare a partire dalle “cento piccole patrie”, laboratori di valori scientifici, sociali ed estetici.

“Tecnica e cultura conducono verso piccole città dalla vita intensa, dove ci sia armonia, pace, verde, silenzio, lontano dallo stato attuale delle metropoli sovraffollate e dall’isolamento e dallo sgomento dell’uomo solo. La natura, il paesaggio, i monti, i laghi, il mare creano con i nostri fratelli i limiti della nostra Comunità. Lì ci sentiamo più vicini al luogo migliore della nostra anima, più vicini al mondo dello spirito, al silenzio dell’eterno”.

 

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[/sf_iconbox]La comunità di comunicazione etica

Per declinare il concetto di interoperabilità ente-ente nella pubblica amministrazione, ritengo particolarmente utile approfondire la rilevanza del tema “comunicazione” nel campo dell’etica: in particolare, il filosofo tedesco Karl Otto Apel fonda il discorso morale sulla comunicazione argomentativa, cioè un modo di rapportarsi con l’interlocutore che tende a raggiungere il consenso facendo leva sull’argomentazione.
In effetti, a ben vedere la cifra etica della comunicazione, in particolare in un ente pubblico, la possiamo ravvisare nella capacità di creare comunione attraverso il dialogo tra gli interlocutori.
Va da sé che ne deriva un processo circolare di causa ed effetto tra progresso della comunicazione e giustizia sociale: infatti se da un lato una comunicazione autentica si basa su un mondo giusto, d’altro canto, è proprio grazie alla comunicazione argomentativa che si può determinare il “giusto”.

>>> La comunità nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile: obiettivo n.11 Città e Comunità sostenibili

Il 25 settembre 2015, le Nazioni Unite hanno approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e i relativi 17 obiettivi, articolati in 169 target da raggiungere entro il 2030.
La Risoluzione adottata, partendo dalla constatazione dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, dal punto di vista ambientale, economico e sociale, chiama in causa gli Stati e tutte le componenti della società, dalle imprese al settore pubblico, dalla società civile alle istituzioni filantropiche, dalle università e centri di ricerca agli operatori dell’informazione e della cultura, per attuare un cambiamento del modello di sviluppo.
[bctt tweet=”Mettere a punto nuove idee, prospettive, strumenti e competenze per promuovere lo sviluppo del benessere dei cittadini diventa l’asset strategico per ridurre la complessità delle relazioni tra enti.” username=”MapsGroup”]
Tra i 17 obiettivi del piano di azione globale, il n.11 “Città e Comunità sostenibili”, mira a rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili. Tale obiettivo si articola in dieci target, tra cui sostenere rapporti economici, sociali e ambientali positivi tra le zone urbane, peri-urbane e rurali, rafforzando la pianificazione dello sviluppo nazionale e regionale.
Insomma, ciò che favorisce sia il benessere individuale che la coesione sociale, è una cultura civica diffusa, che si rivela assai utile anche in momenti di crisi.

Mettere a punto nuove idee, prospettive, strumenti e competenze per promuovere lo sviluppo del benessere dei cittadini e del territorio, attraverso la definizione di una programmazione efficiente, diventa l’asset strategico sia per ridurre la complessità delle relazioni tra enti, sia per garantire l’interoperabilità fra gli stessi, conditio sine qua non per realizzare politiche di area vasta, in grado di migliorare i servizi ai cittadini.
Nel prossimo articolo ci focalizzeremo su alcuni casi concreti, best practice di politiche di area vasta.


Bibliografia e sitografia:

Storia del pensiero filosofico – Perone-Ferretti – Ciancio
Lessico Universale Treccani
L’etica e il silenzio ci salveranno
Il cammino della Comunità, Adriano Olivetti, Edizioni di Comunità
Etica della comunicazione


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