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Il Mondo dei Dati ha un nuovo esploratore: MEMEnto6, la newsletter del Blog 6MEMES.

[dropcap3]D[/dropcap3]al momento della sua nascita, nel 2015, ad oggi, il blog 6MEMES ha percorso un lungo cammino durante il quale non ha mai smesso di guardarsi attorno, attingendo dall’attualità e dai cambiamenti dettati dal multiforme mondo dei Dati.
Quelli con la “D” maiuscola (dunque codici, numeri e algoritmi), per intenderci! Perché i DATI non sono soltanto numeri, ma rappresentano le PAROLE ancora da venire.
Il tutto raccontato da autori competenti – veri e propri cultori delle materie trattate –  capaci di condividerne gli orizzonti di senso attraverso un linguaggio comprensibile e coinvolgente, espressione di un sempre più auspicato dialogo tra l’Innovazione tecnologica e la Cultura umanistica.
Universi, questi, che sempre più si mostrano solo all’apparenza distanti e che il Blog 6MEMES, da sempre, cerca di fare incontrare tra le sue pagine. 

Il tutto grazie anche al nutrimento culturale proveniente dai six memos del genio Italo Calvino contenuti nel memorabile capolavoro che è Lezioni Americane, di cui citiamo un passaggio più che esemplare:
 

«Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni?

Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili»

(Lezioni americane, 1988)

 


 
E visto che il mondo cambia velocemente – e le informazioni di valore non sono mai abbastanza – 6MEMES ha scelto un compagno di viaggio per proseguire la sua avventura e affrontare le nuove sfide: il suo nome è MEMEnto6.
Di cosa si tratta? Della nuova Newsletter del blog 6MEMES!
Discreta, dal design grafico pulito ed elegante, la pubblicazione in forma di mail raggiungerà i suoi lettori con una cadenza trimestrale, offrendo interessanti spunti e argomenti di conversazione.
Oltre alla rassegna degli articoli del blog più premiati dal pubblico -e i consigli su libri e film da non perdere (direttamente ispirati a uno dei memos, ogni volta diverso, di Calvino) – gli iscritti a MEMEnto6 potranno infatti scoprivi contenuti esclusivi, come  infografiche e approfondimenti, rubriche e casi di studio
 

Ecco, nel dettaglio, cosa si potrà leggere nel primo numero di MEMEnto6:

 
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]MEMEnto TOP: gli articoli di 6MEMES più apprezzati dal popolo dei social;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]6MEMES TREND: conversazioni su Big Data, Healtcare e condivisione di conoscenza;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]BUSSOLA di MEMEnto6: consigli di lettura e… ‘visione’ dedicati ai six memos;
[icon image=”ss-fastforward” character=”” size=”small” cont=”no” float=”left” color=”standard”]EXTRA MEME… ossia il ‘cadeau’ di MEMEnto6 ai suoi iscritti, che in questo numero sarà un glossario dei tempi nostri, con le parole più usate del fantastico mondo di Dati.

Conviene, allora, iscriversi a MEMEnto6? Certo! Perché la semplicità guarda vicino, ma la complessità punta lontano. Come 6MEMES e MEMEnto6, del resto!

 
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CREDITS:
Ritratto di Italo Calvino dalla penna di Gerardo Lunatici.

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Condivisione della conoscenza: vita da Social Media Manager. Intervista a Simone Bennati.

[dropcap3]P[/dropcap3]roseguiamo le nostre ricerche in rete su come “scomplessare” la complessità con un’intervista a un blogger che ha fatto della comunicazione diretta – in primo luogo con un uso originale e immediato del linguaggio, solo all’apparenza semplificato – il suo tono di voce.

E, così facendo, ha raggiunto in breve tempo non solo una meritata notorietà, ma è riuscito a rendersi davvero “utile” all’interno di questo mondo in rete così spesso pieno di ovvietà e – come si dice – fuffa. Ecco le nostre quattro chiacchiere – o più – con Simone Bennati, altrimenti conosciuto come Bennaker. A intervistarlo è la penna di Natalia Robusti.

 

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La prima domanda è banale e riguarda te, Simone, se hai voglia di rispondere. Perché hai deciso di intraprendere questa – chiamiamola così – professione (perché poi è uno stile di vita)?

 
Il desiderio di lavorare nel Digital è nato, sostanzialmente, nel momento in cui ho scoperto Internet e il Web. Mi riferisco, quindi, a qualche decennio fa, quando ancora ci si connetteva con il modem a 56k e collegarsi alla Rete significava tenere occupata la linea telefonica di casa.
È vero che il primo Personal Computer mi venne regalato a 9 anni, ma l’arrivo del World Wide Web trasformò quella che era una semplice infatuazione in un vero e proprio amore per il mondo digitale.
Ricordo ancora quando aprii per la prima volta un browser, Microsoft Internet Explorer, e vidi il mio primo sito Web (arianna.it, mi pare di ricordare). Solo pochi secondi più tardi esclamai: “Io, da grande, voglio fare questo. Non ho ancora ben capito cosa sia, ma voglio fare questo. Voglio creare ‘cose’ al PC che siano visibili da tutti grazie a Internet”.
È piuttosto romantico, lo so. Ma giuro che ho finito.

La scelta di marcare il tuo tono di voce in questo tuo modo caratteristico, un po’ “forte”, almeno secondo certe consuetudini, è stata una coincidenza, una scelta ponderata o un’attrazione irresistibile?

In realtà non è stata né una coincidenza, né un’irresistibile attrazione o scelta. Si è trattato, piuttosto, di una logica conseguenza.
Mi spiego: quando ricevo un input dall’esterno, come può esserlo un discorso che mi convince poco, il mio cervello reagisce esclamando qualcosa tipo: “Ma che c**** stai a dì?”. Ora, è ovvio che, a meno che non esista una solida confidenza tra me e il mio interlocutore, io non possa rispondere riportando le esatte parole prodotte dalla mia mente. Di conseguenza, nel momento in cui vado a controbattere, sono costretto a esprimere la mia contrarietà in una forma assai più cortese e accettabile.
Fare questo significa, per me, dovermi produrre in uno sforzo talvolta sovrumano, il quale non fa altro che consumare preziose energie. Energie che, se vivessimo in un mondo meno bigotto e perbenista, potrei investire in attività decisamente più proficue.
È per questo motivo che, ormai molto tempo fa, ho deciso di adottare un linguaggio chiaro e semplice: voglio evitare che gli altri debbano spendere le loro energie nell’interpretazione di ciò che sto dicendo. Quel che cerco di fare, quindi, è parlare direttamente ai cervelli usando il loro linguaggio.

Perché hai deciso – da subito, da quel che ho capito – di generare un sistema di condivisione della conoscenza (perché di questo si tratta) aperto e free, nonostante la competenza elevata dei suoi membri, come è il tuo gruppo su Facebook?

In realtà, “Ciccio, senti ‘na cosa” è nato allo scopo di risolvere un mio problema personale, ovvero quello di dover rispondere ogni giorno a decine di domande inerenti il Social Media Marketing, il Blogging, il Web Design e altre materie affini.
Quel che ho fatto, quindi, è stato creare uno spazio in cui coloro che hanno bisogno di aiuto, invece di contattare me, potessero condividere le loro problematiche con N individui. Questo non solo ha alleggerito il mio carico di lavoro, ma ha anche permesso agli altri di poter contare su un maggior numero di risposte e soluzioni.
Non sono un filantropo o un benefattore, ma solo uno che, in un certo momento della sua vita, ha capito che unire l’utile al dilettevole era la cosa giusta da fare.
E pare che funzioni alla grande…

Da parte mia, che mi occupo da alcuni anni, ormai, di temi che coniugano gli ambiti umanistici con quelli più tecnici, considero un dato di fatto che questi sistemi tendono a chiudersi. Nel tuo gruppo invece (provare per credere) non è così. Questo risultato è frutto di una strategia precisa o di un’ispirazione talentuosa?

“Ciccio, senti ‘na cosa” non vuole essere una sorta di club chiuso dove i membri sono accomunati da uno stesso problema, ma piuttosto una piazza. Una piazza che non ha porte d’accesso e all’interno della quale ognuno può condividere i propri dubbi e le proprie domande.
Inutile negarlo: il cammino di ognuno di noi è costellato da situazioni nuove e non sempre di facile approccio. Trovo, quindi, sia quantomeno rassicurante sapere che c’è un posto in cui non si va per cercare i propri simili, ma per confrontarsi con chi è diverso.
Se fossimo tutti uguali e avessimo percorso tutti lo stesso cammino, ci troveremmo di fronte a un numero finito di problemi e soluzioni. Il fatto di essere tutti diversi, invece, fa sì che il limite delle possibili combinazioni si espanda in modo pressoché infinito.

Parlando di complessità notiamo che ogni attività di intermediazione tende a scomparire, più o meno in ogni ambito. Il tuo gruppo invece è una sorta di contenitore che intermedia sapere ed esperienza, ma senza farne notare il peso nonostante l’indubbia qualità e specializzazione dei contenuti condivisi. Cosa ne pensi di questa riflessione?

Come dicevo poc’anzi, “Ciccio, senti ‘na cosa” non è pensato per ospitare coloro che muoiono dalla voglia di fare a gara a chi ce l’ha più lungo. Chi ha necessità di questo tipo può trovare asilo in molti altri gruppi e cerchie.
Ostentare le proprie conoscenze, così come avvilire chi è all’inizio del proprio percorso professionale, non è il tipo di atteggiamento che ci si aspetta da chi decide di entrare a fare parte di “Ciccio”.
Ti dirò di più: sono sempre molto attento a chi entra e chi esce dal gruppo e, le rare volte in cui mi sono visto costretto ad agire da Cerbero, non ci ho pensato un attimo ad allontanare i soggetti più instabili, e senza troppi complimenti.

Quali sono le tue aspettative sull’evoluzione del tuo gruppo? Cosa ti convince di più e su cosa invece senti di dover ancora lavorare?

Parlare di vere e proprie aspettative, forse, è un po’ troppo. Diciamo, piuttosto, che, essendo un gruppo molto ristretto (meno di 1.000 membri), confido nel fatto che possa svilupparsi ulteriormente in termini di qualità, più che di volume. Non mi interessa far sì che “Ciccio, senti ‘na cosa” diventi uno di quei grupponi di Facebook che contano decine di migliaia di membri. È un gruppo verticale, di nicchia e non destinato allo svago, quindi sperare nel coinvolgimento di utenti provenienti da ogni dove sarebbe quantomeno azzardato.
A convincermi di “Ciccio” è soprattutto la qualità dei contenuti, cosa su cui ho deciso di puntare sin dal primo giorno. Se, invece, dovessi indicarti un aspetto sul quale credo di dover lavorare di più, allora sarebbe sicuramente quello della promozione.
Purtroppo o per fortuna, non ho mai avuto la stoffa del venditore e, nonostante creda fermamente nel valore del mio prodotto (anzi, del nostro prodotto), non riesco a spingermi oltre certi limiti. Mi viene più facile creare, che pubblicizzare ciò che ho creato.

Un’ultima considerazione. Sostengo con convinzione le teorie che attribuiscono al principio di reciprocità un’istanza di sviluppo, anziché di “buonismo”. Tu, che dedichi tempo e risorse “aggratis” nel gruppo, senza nemmeno pubblicità o altro nei tuoi media, cosa ne pensi?

Io sono sempre stato sostenitore di un principio: se sei il primo a dare qualcosa, e lo fai in modo disinteressato e piacevole, allora la possibilità di essere scelto e ricevere qualcos’altro indietro è decisamente più alta.
D’altronde, è lo stesso principio su cui si basa Bennaker.com: ogni settimana pubblico un nuovo articolo in cui condivido informazioni, metodi, esperienze, considerazioni personali e quant’altro. E lo faccio senza chiedere nulla in cambio al lettore (non ho voluto mettere neanche i banner di Google, quindi figurati…).
Se mi produco in certe attività, quindi, è per far sì che nella mente di chi ne usufruisce si installi un buon ricordo. E da un buon ricordo possono nascere occasioni altrettanto buone, se non addirittura ottime.
Diceva Maya Angelou: “Ho imparato che le persone dimenticano ciò che hai detto e ciò che hai fatto, ma non dimenticheranno mai come le hai fatte sentire”.
Il mio obiettivo è dimostrare che aveva pienamente ragione.

Dal tuo punto di vista privilegiato, cosa ci puoi raccontare sul mondo del lavoro in ambito Digital e delle professioni con cui hai a che fare quotidianamente?

Lo dico chiaro sin da subito: lavorare nel Digital è complicato, a tutti i livelli.
Basta guardare le statistiche per rendersene conto: quando si parla di digitale, l’Italia è quasi sempre agli ultimi posti in Europa, e talvolta anche nel mondo. Dato questo, è facile immaginare quali siano le difficoltà incontrate da chi ha deciso di operare in questo settore.
Non vorrei apparire disfattista, ma… c’è poco da stare sereni. Siamo molto indietro rispetto alle nazioni a noi vicine, nonché a molte di quelle lontane. Il nostro tasso di alfabetizzazione digitale è molto basso e questo, ad esempio, porta i più a non riuscire a distinguere le varie professionalità appartenenti al settore digitale.
La prova è data dal fatto che si vedono circolare annunci di lavoro quasi imbarazzanti, dove, per una posizione da Social Media Manager, è richiesto che il candidato ideale si occupi di SEO, SEM, Programmazione, Web Design, Graphic Design, Video Editing, Copywriting, Social Advertising…
C’è talmente tanta roba dentro che non si capisce se l’inserzionista ti sta prendendo per i fondelli, oppure si tratta dello scritto di qualcuno che, bontà sua, non ha veramente idea di chi faccia cosa all’interno di un team di lavoro. E il bello è che spesso sono annunci pubblicati da aziende di un certo prestigio.
C’è poi chi, dal lato degli operatori, approfitta di questa confusione (e della quasi totale assenza di certificazioni e titoli formali) per inventarsi un lavoro o spacciarsi come esperto di qualcosa che in realtà non sa fare. Il danno più grande provocato da questi individui è rappresentato dal malcontento che si insinua nell’animo di chi si affida a loro, il quale porta a una generale sfiducia nei confronti di tutto il settore.
Quante volte, infatti, capita di avere a che fare con qualcuno a che, rimasto scottato da una brutta esperienza, rinuncia in toto a investire nel digitale? Anzi, non solo ci rinuncia, ma sconsiglia anche ad altri di farlo. Dando, così, vita a un passaparola negativo che si ripercuote sull’intero settore.
Dal mio punto di vista, per far sì che le professioni digitali siano l’oggetto di un’impennata positiva è necessario lavorare su due fronti: quello dell’istruzione, in modo che i bambini siano educati sin da subito a un utilizzo consapevole degli strumenti digitali, e quello della formalizzazione dell’inquadramento professionale, così da definire una linea di demarcazione netta tra professionisti del digital e semplici dilettanti.
Forse, se seguissimo queste due direzioni, non ci troveremmo più a leggere annunci assurdi o avere a che fare con lupi mascherati da professionisti del digitale.

***

Bene Simone! Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato e per la tua esperienza che hai voluto condividere con noi di 6MEMESi. Alla prossima, magari proprio nel tuo gruppo facebook!

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About Simone

Ciao! Mi chiamo Simone, mi occupo di Social Media Marketing e sono autore del blog Bennaker.com all’interno del quale scrivo di marketing digitale e tematiche affini.

Sono anche ideatore di “Ciccio,‘senti na cosa”, gruppo Facebook dedicato all’incontro tra domande e risposte sul mondo del Web. Seguimi, se ti va. Giuro che non mordo.

Sito web di Simone Bennati, detto Bennaker

Credits immagine di copertina (rielaborata):
ID: 40621792, di Tatiana Kostysheva
ID: 50175302, di Oleksandr Rybitskyi
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Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura.

Digital Healthcare Design – il valore dell'accoglienza nel percorso di cura. Intervista a Mauro Di Maulo.

Come “disegnare” percorsi innovativi di accoglienza e cura in una sanità capace di andare incontro alle persone, siano esse pazienti o medici, dirigenti od operatori sanitari.

Nelle rubriche #6MEMES dedicate al tema della salute ci siamo soffermati molte volte sui risvolti sociali e culturali che si trovano sia a monte che a valle del processo di condivisione delle informazioni, credenze e pratiche di uso comune, che riguardano il cosiddetto ben-essere in ambito individuale e collettivo, sia privato che pubblico.

In altre sezioni del blog, quelle legate ai Big Data nel comparto sanitario, abbiamo centrato il focus sulle pratiche di condivisione di altri tipi di informazioni tecniche, ovvero quelle cliniche e mediche, strategiche e operative nei settori legati alla Sanità, finalizzate a rendere più efficienti e appropriati i percorsi di diagnosi e terapia dei pazienti a partire dai sistemi complessi (Ospedali, AUSL etc.) in cui vengono accolti e seguiti nel loro percorso di cura.

Entrambi questi campi di approfondimento rischiano però – se non calati nella concretezza di una quotidianità in cui ciascuno si può riconoscere – di far parte di un set di conversazioni sì interessanti (e magari anche fruttuose e perfino strategiche) ma che, restando in un ambito astratto, possono risultare in parte opache piuttosto che immediatamente percepibili nel loro valore.

Unire queste due differenti “sponde” concettuali e pratiche nell’ambito della cura della persona e della sua salute, è l’obiettivo di questa nuova rubrica, “Digital Healthcare Design – il valore dell’accoglienza nel percorso di cura” a cura di Mauro Di Maulo, che ci accompagna in un percorso interessante e competente all’interno della relazione complessa tra paziente, medico e organizzazione sanitaria. Natalia Robusti lo intervista per conto di 6MEMES.


[sf_iconbox image=”ss-write” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]Intervista a Mauro Di Maulo, il nuovo autore di 6MEMES.

Bentrovato su 6MEMES, Mauro, e grazie per aver accettato di far parte del nostro team di autori. Come prima cosa vorrei mettere l’accento sui due differenti ambiti in cui lavora l’organizzazione in cui operi: quello chiamato Patient Journey solution e l’altro, Data Driven Governance.

Se infatti il primo è legato più direttamente al percorso di accoglienza e accompagnamento del paziente nelle varie strutture sanitarie con cui si interfaccia, l’altro si occupa della raccolta, dell’analisi e della trasformazione dei dati anche non strutturati raccolti in questo percorso, destinati ad essere poi tradotti in informazioni strutturate a valenza strategica, anche a livello di governance, in ambito sanitario.

Ne deduco che – in un momento in cui si parla molto (non solo a livello politico ed economico, ma anche culturale e sociale) del valore di un sistema sanitario efficace all’interno di una comunità di tipo avanzato – avere un punto di vista privilegiato in entrambe queste aree può essere una grande opportunità, in primo luogo di conoscenza ed esperienza. Confermi questa riflessione?

Grazie anche da parte mia 6MEMES per l’ospitalità e… per l’accoglienza 🙂
Rispondo alla domanda con un sì convinto, e voglio introdurre subito un concetto importante sul valore innovativo generato proprio dal legame tra i due ambiti di cui hai parlato: offrire supporti tecnologici e di re-design ai processi organizzativi di una struttura sanitaria le consente di evolvere verso un’ottica di Data-driven Company in primo luogo “sostenibile”, in grado cioè di meglio gestire le varie relazioni tra struttura, medici, operatori e pazienti in un’ottica di servizi erogati a misura d’uomo.
L’utilizzo di tecnologie e approcci innovativi, infatti, non deve mai puntare all’automatizzazione degli stessi, ma piuttosto a liberare energie e risorse ridondanti (ad esempio burocratiche, o inappropriate) per concentrare tutta l’attività sul processo di relazione e cura.
Disambiguare questo punto è cruciale. Come tutti sappiamo, infatti, stiamo assistendo negli ultimi anni a un incremento della longevità della popolazione dovuto a tanti fattori: dalla maggiore attenzione all’alimentazione e agli stili di vita sino ai progressi indubitabili della medicina e della prevenzione.
Questo trend, anche se molto positivo in generale, porterà tuttavia con sé un incremento sempre maggiore della richiesta di Sanità a tutti i livelli che – alle attuali condizioni di costi di erogazione – non è e soprattutto non sarà sostenibile. Occorreranno dunque fortissimi investimenti in nuove tecnologie di cura più efficienti, accompagnati a nuove assunzioni di molte figure professionali adeguatamente formate, quali medici e personale infermieristico-assistenziale.

Credo che tu stia toccando in effetti un punto nevralgico.
Dal tuo punto di vista “privilegiato”, che guarda in prospettiva all’evolversi delle attuali dinamiche organizzative nel comparto sanitario, quali sono i punti – già a breve – che consideri più qualificanti?

Uno dei fattori critici di questa profonda trasformazione in atto nella Sanità sta nell’attuale e frequente organizzazione di tipo gerarchico, che mal si adatta alla flessibilità necessaria.
Occorre invece che le istituzioni della Sanità pubblica e gli imprenditori della Sanità privata riescano, loro, a raggiungere il cittadino, e non il contrario, come accade per lo più adesso. Se dovessi usare una parola d’ordine direi: de-materializzare a tutti i livelli.
In pratica, occorre individuare le motivazioni del Paziente, i suoi bisogni e i problemi che incontra già nella fase della sua interazione nell’accesso ai servizi sanitari, in maniera che questo processo si svolga nel modo più efficiente possibile e con un minor dispiego di energie rispetto alle pratiche attuali grazie alle possibilità che oggi ci consegnano le innovazioni tecnologiche.
Questi costi di tipo burocratico, infatti, sono oggi troppo elevati, così che incidono molto nel conto economico più generale della Sanità.
Trovare quindi soluzioni efficienti in questo ambito anche ad esempio in relazione alla raccolta dei vari dati dei cittadini-pazienti in ingresso alla struttura e durante la loro permanenza – libererebbe tantissime risorse (economiche, ma non solo) così da poterle impiegare a vantaggio sia del cittadino-paziente che dei cittadini-operatori sanitari.

Quello di cui parli si potrebbe descrivere come un approccio di tipo olistico? E se è così, in che relazione sono tra loro il processo di raccolta e organizzazione dei dati riferiti al paziente in entrata e l’erogazione di servizi per il suo benessere in uscita?

Un approccio di questo tipo è senz’altro, come suggerisci, di tipo olistico: sancisce infatti la necessità di intervenire nell’ambito del processo di cura attraverso diversi piani che possiamo definire paralleli, ma che sono accomunati da un’unica finalità: conseguire un reale e totalizzante stato di benessere. Al centro di tutta l’organizzazione sanitaria deve infatti sempre essere il malato, e non la patologia che lo riguarda.
In questo senso, i famosi “dati” possono essere una vera e propria miniera di elementi allo stato grezzo che – se opportunamente elaborati – sono in grado di snellire ed efficientare tutto il processo di cura, dal paziente al medico, dalla struttura agli operatori sanitari.
All’interno dell’organizzazione ospedaliera viene infatti generata ogni giorno una quantità enorme di dati e informazioni (all’apparenza anche irrilevanti) che afferiscono a tutte le fasi dei processi di interazione tra i vari soggetti coinvolti.
Questi dati fanno riferimento sia ad aspetti di identificazione del paziente (raccolti per ovvi motivi di sicurezza) sia a percorsi clinici e/o amministrativi. Ognuna di queste informazioni è fondamentale per il corretto svolgimento del percorso di cura del paziente sia a livello logistico che sanitario.
Ne consegue che una loro mancata organizzazione e adeguata integrazione porta a percorsi non solo estremamente complessi da gestire, ma anche in-efficienti sia dal punto di vista organizzativo della struttura erogante che del tempo perso dal cittadino-paziente.
Si pensi ad esempio al ciclo di prenotazione di una visita che, in molte strutture sanitarie, richiede di passare ben tre volte per completare l’iter, tra richiesta di prenotazione, visita e vera e propria e ritiro del referto.
Un altro caso è ad esempio la procedura di accettazione/accreditamento e smistamento nelle sale di attesa dei medici per la gestione della presa in carico del paziente sino al pagamento della prestazione.
Per non parlare di percorsi diagnostici assistenziali o terapeutici quali day-hospital, pre-ricoveri, pronto soccorso etc., dove le stesse interazioni tra il personale sanitario e i medici devono avvenire in aree anche distanti tra loro…La maggior parte di queste azioni non riguarda affatto il percorso di cura in sé, ma solo una serie di procedure – burocratiche quanto indispensabili – necessarie alla sua erogazione.
Procedure facilmente “baipassabili” se effettuate attraverso idonei strumenti e percorsi adeguatamente progettati e infine digitalizzati.

Il punto cruciale di tutta la “filiera” sembra davvero essere quello di cui parlavi all’inizio: la dematerializzazione. Come è – da questo punto di vista e secondo la tua esperienza sul campo – l’attuale stato dell’arte in merito ai dati raccolti dalle organizzazioni sanitarie?

Sembra banale da dirsi, ma non lo è affatto: la dematerializzazione e la digitalizzazione possono risolvere in maniera sistematica ed efficiente ciascuno di questi passaggi “ridondanti”, ma questo può avvenire solo attraverso la realizzazione di sistemi aperti e interoperabili capaci di generare un’ampia condivisione di dati (strutturati e non strutturati) da rendere disponibili, una volta “normalizzati”, a chi sviluppa soluzioni digitali.
Solo attraverso questo percorso di condivisione si possono creare quelle condizioni “fertili” per individuare, all’interno di un sistema sanitario, il profilo unico e specifico di ciascun paziente, e quindi comprendere meglio i suoi reali bisogni e necessità, siano di tipo puramente amministrativo (quali ad esempio l’identità, l’accesso al servizio sanitario o assicurativo, l’adeguamento del profilo alle attuali normative sulla privacy etc.) che di tipo clinico vero e proprio, come la selezione del tipo di prestazione, l’ora dell’appuntamento, il medico/specialista curante, il tipo di terapia da somministrare e così via…
In questo senso, il patrimonio informativo attuale – cioè la qualità dei dati disponibili per una eventuale gestione integrata e presa in carico del percorso di cura del paziente dematerializzata, altrimenti detto Patient Journey – varia tantissimo da Ente a Ente sia pubblico che privato.
Non a caso una delle attività più apprezzate in generale dai nostri “clienti” è proprio quella di offrire il nostro supporto nel creare – attraverso lo sviluppo di soluzioni software – le migliori condizioni possibili nell’aggregazione e nella valorizzazione del loro patrimonio informativo, così da rendere possibile la progettazione e lo sviluppo di un Patient Journey di tipo “data-driven“, ovvero collegato ai dati informativi di valore generati di mano in mano.
Ciononostante è purtroppo consuetudine che questi patrimoni informativi “in potenza”, chiamiamoli così, non siano valorizzati, ma invece siano male utilizzati, in assenza di adeguati investimenti. Questo, nonostante rappresentino un valore fondamentale: ovvero una montagna di dati utili, anzi, indispensabili, agli scopi di cui abbiamo parlato sino ad ora.
Non è un caso che le realtà più virtuose in questo settore così strategico siano quelle col miglior patrimonio informativo disponibile. Sono, di fatto, quelle che sono partite per prime nell’erogazione dei servizi digitali.
E proprio di questo ”stato dell’arte” vorrei parlare in questa rubrica del blog 6MEMES, così da dare il mio contributo – per quanto possibile – in un’ottica di condivisione aperta delle informazioni.
Il primo, prossimo articolo, non a caso, tratterà di esempi concreti in quest’ambito, e lo farà attraverso la stretta relazione dei dati in entrata e in uscita nel comparto della sanità.

Perfetto allora! Grazie, Mauro, per questa intervista introduttiva e… a presto nella tua nuova rubrica: Digital Healthcare Design – il valore dell’accoglienza del percorso di cura. Stay tuned, cari lettori di 6MEMES.


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[/sf_iconbox]ABOUT MAURO DI MAULO

Co- fondatore di Artexe S.p.a., società preminente in italia per la trasformazione digitale delle strutture sanitarie sul tema dell’accoglienza e della cura, si occupa da oltre vent‘anni anni di progettare, sviluppare e proporre al mercato soluzioni innovative in questo ambito.

Il suo è un approccio customer-centric, che parte dall’osservazione dei comportamenti dei cittadini-pazienti in relazione ai propri bisogni rispetto all’accesso ai servizi sanitari disponibili, sia nelle strutture pubbliche che private.

Dopo il recente ingresso di Artexe nel Gruppo Maps, è stato nominato membro del Consiglio d’Amministrazione.

Mauro Di Maulo


CREDITS
Immagini copertina (rielaborate):

ID Immagine 1: 51427477, di  Oleksandr Omelchenko
ID Immagine 2: 96482939, di Supharit Sriarunchai
Immagini ritratto (rielaborate):
ID Immagine 1: 40534246, di Samart Boonyang
ID Immagine 2: 39975044, di cla78

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6MEMES TRENDS Ambiente, Uomo e Regole del gioco Trasparenza e Partecipazione nella PA

Amministrazione Pubblica e innovazione: il progetto “MAB’s AMBASSADOR". Ne parliamo con la dott.ssa Paola Chiesa.

Il sapere, moderna borsa di Mary Poppins: da dove viene, dove si raccoglie e dove va?

[dropcap3]S[/dropcap3]e parliamo di innovazione legata al territorio, soprattutto per quanto riguarda il nostro bel paese, c’è un tema di grande rilievo da mettere sotto la lente di ingrandimento sia dal punto di vista dei trend comunicativi che della sostanza.
E non si tratta di infrastrutture, o almeno non nel senso tradizionale del termine: stiamo parlando di “valore”, quello intrinseco di un territorio, visto come l’insieme del patrimonio dei beni produttivi e culturali che custodisce, e quello del cosiddetto “fattore umano”, ovvero dell’insieme dei saperi dei suoi abitanti.
L’anello di collegamento, in grado di connettere tra loro questi patrimoni, in un’ottica di innovazione, crescita e sviluppo – al di là delle risorse economiche messe in campo – è rappresentato dalla competenza messa a sistema che, se attuata, genera in sé un volano virtuoso di possibilità capaci di generare una ricaduta positiva immediata sia sul benessere dei cittadini che dei luoghi che essi abitano.
Non a caso si parla sempre più spesso dell’importanza della competenza e della formazione continua, fattori cruciali, ormai, non solo per vincere le sfide professionali che ciascuno incontra nella propria attività lavorativa, ma anche per partecipare in maniera consapevole e attiva alla propria comunità di appartenenza.
In un’epoca che avanza all’insegna di grandi cambiamenti a livello non solo globale, ma anche locale, nell’area tradizionale della formazione ricadono dunque oggi i concetti di un sapere che non può più essere monolitico e ancorato soltanto alle proprie tradizioni, ma deve invece essere in grado di costituire un vero e proprio “bagaglio” di conoscenza da cui attingere quel che serve all’occorrenza.
Si tratta, come anticipato dal titolo, di una sorta di novella borsa di Mary Poppins capace di sorprese straordinarie :- e soprattutto di rappresentare un sapere che si dispieghi in maniera creativa in un saper essere ancor prima che un saper fare, come si dice tra gli addetti ai lavori.
Una delle modalità individuate a livello legislativo fin dal 2003 per realizzare tale messa a sistema del sapere – messa in pratica in step diversi da parte dei vari legislatori, sino alle modifiche più recenti – è la cosiddetta “Alternanza scuola lavoro”, identificata come una modalità didattica che consente di alternare momenti di formazione in aula e in azienda o in altre strutture ospitanti.
Tale alternanza ha infatti l’obiettivo dichiarato di collegare in maniera sistemica il mondo del fare (ovvero del lavoro) con quello del sapere (il mondo della scuola e della formazione), per consentire agli studenti di avviare un percorso personale e condiviso verso il “saper essere”.
Tornando a noi, all’interno di questa cornice ci si può anche distinguere in eccellenza, utilizzandone appieno le opportunità. Ne parliamo con una delle nostre autrici, la dott.ssa Paola Chiesa (Vice Sindaco con delega all’Innovazione) che è stata capace, come vedremo, di passare dalla teoria alla pratica. Con risultati eccellenti, come vedremo insieme tra poco.

MAB’s AMBASSADOR, ambasciatori del territorio: un esempio pratico e insieme ideale del “sapere” messo a frutto.

 

Ciao Paola e bentrovata nel nuovo anno. Andiamo subito al punto, come si dice. Cosa ci puoi raccontare della tua bella avventura?

Ciao e bentrovati anche a voi. La mia avventura, come dici, è partita proprio da un’opportunità offerta dalla metodologia didattica chiamata Alternanza scuola lavoro che è stata istituita con la legge n. 53/2003 e disciplinata con il Decreto Legislativo n. 77/2005.
Rafforzata nel 2010 con il riordino del secondo ciclo di istruzione, che la richiama come metodo sistematico da introdurre nella didattica curricolare dei diversi corsi di studio per avvicinare i giovani al mondo del lavoro, orientarli e promuovere il successo scolastico, ne viene confermata l’innovatività in termini di metodologia didattica con la legge 107/2015 (cd. Buona Scuola), come riportato di seguito – fonte MIUR https://www.miur.gov.it/alternanza-scuola-lavoro
“L’Alternanza scuola-lavoro è una modalità didattica innovativa, che attraverso l’esperienza pratica aiuta a consolidare le conoscenze acquisite a scuola e testare sul campo le attitudini di studentesse e studenti, ad arricchirne la formazione e a orientarne il percorso di studio e, in futuro di lavoro, grazie a progetti in linea con il loro piano di studi.
L’Alternanza scuola-lavoro, obbligatoria per tutte le studentesse e gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole superiori, licei compresi, è una delle innovazioni più significative della legge 107 del 2015 (La Buona Scuola) in linea con il principio della scuola aperta.
Un cambiamento culturale per la costruzione di una via italiana al sistema duale, che riprende buone prassi europee, coniugandole con le specificità del tessuto produttivo ed il contesto socio-culturaleitaliano.”
La suddetta legge, dunque, al fine di incrementare le opportunità di lavoro e le capacità di orientamento degli studenti, prevedeva la previsione di percorsi di alternanza scuola-lavoro per una durata complessiva di almeno 400 ore nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi per quanto riguardava gli istituti tecnici e professionali mentre nei licei il monte ore prevedeva una durata complessiva di almeno 200 ore nel triennio.

Parli al passato. Nel frattempo la legge è cambiata, dunque?

Sì, e più precisamente l’anno scorso. La legge 30 dicembre 2018, n. 145, ( Legge di Bilancio 2019) ha infatti modificato la disciplina dei percorsi di alternanza scuola lavoro: a partire dall’anno scolastico 2018/2019, gli attuali percorsi in alternanza scuola lavoro sono ridenominati “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento” e sono attuati per una durata complessiva non inferiore a 210 ore nel triennio terminale del percorso di studi degli istituti professionali; non inferiore a 150 ore nel secondo biennio e nell’ultimo anno del percorso di studi degli istituti tecnici; non inferiore a 90 ore nel secondo biennio e nel quinto anno dei licei.

Si tratta comunque di un monte ore considerevole. Penso soprattutto alle piccole realtà come nel caso del Comune in cui tu sei Assessore. E infatti tu hai colto l’opportunità, giusto?

Sì, e il risultato ci ha premiato. E ha dimostrato che, per un Comune, avviare progettualità valide ai fini dell’alternanza scuola lavoro, rappresenta decisamente una opportunità preziosa.
Questo, sia perché attraverso tale strumento ci si può avvalere di risorse in affiancamento al personale in forze di cui in altri modi non si potrebbe disporre, sia perché in questo modo i giovani, avvicinandosi al mondo della Pubblica Amministrazione, possono sperimentare in prima persona forme di cittadinanza attiva, esercitando nel contempo attività strumentali e funzionali all’erogazione di servizi pubblici.

Arriviamo così all’esperienza vincente del progetto “MAB’s AMBASSADOR: ambasciatori del territorio”, a Baldissero Torinese. Ci racconti a grandi linee cosa è accaduto?

Volentieri. È stato un percorso lungo e articolato, avviato nel mese di giugno 2017 nel Comune di Baldissero Torinese con il progetto “MAB’s AMBASSADOR: ambasciatori del territorio”.
L’idea è stata quella di promuovere il nostro territorio che dal 2016, insieme ad altri 85 Comuni appartenenti a quattro Province diverse (Asti, Cuneo, Torino, Vercelli) fa parte della Riserva di Biosfera Mab Unesco Collina Po.
Mab (Man and Biosphere) è infatti il programma dell’Unesco nato nel 1971 per promuovere in modo sostenibile il rapporto tra uomo e natura, attraverso tre funzioni complementari:

  • “una funzione di conservazione volta alla protezione dei paesaggi, degli habitat, degli ecosistemi, così come delle specie e della diversità genetica;
  • una funzione di sviluppo, per favorire lo sviluppo economico e umano e generare non solo reddito, ma sostenibilità socio-culturale ed ambientale nel lungo periodo;
  • una funzione logistica e di supporto al fine di far avanzare la comprensione dello sviluppo sostenibile, per assicurare sostegno alla ricerca, monitoraggio e formazione a livello locale, oltre i confini della riserva della biosfera e attraverso lo scambio globale di buone pratiche.”

Quindi siete partiti da un “valore” intrinseco del vostro territorio…

Sì, e abbiamo cercato di metterlo ancor più a frutto.
La Riserva di Biosfera Collina Po costituisce di fatto il primo Urban Mab in Italia: si tratta di un’area naturalistica fortemente antropizzata (con circa 900.000 abitanti che vivono nell’area metropolitana torinese), ma caratterizzata da un alto livello di biodiversità anche legata alla grande ricchezza di acque (il fiume Po e 9 dei suoi affluenti).
Il Mab rappresentava (e rappresenta) un’imperdibile occasione per incrementare le attività di tutela e valorizzazione delle risorse, armonizzandole con il contesto urbano di riferimento. Si trattava e si tratta, in sintesi, di un valore in potenza che, secondo noi, valeva la pena di essere fatto meglio conoscere.
A Baldissero Torinese, comune collinare di circa 3700 abitanti, ci siamo quindi posti un obiettivo semplice, ma nello stesso tempo ambizioso: formare gli ambasciatori del MAB, puntando sui giovani del nostro paese e creando utili sinergie, con associazioni e operatori locali (tra cui l’Associazione Albacherium), con l’Ente di Gestione delle Aree Protette del Po Torinese, UNESCO e l’Università di Torino.
Abbiamo così coinvolto i giovani attraverso una politica di porte aperte all’alternanza scuola lavoro, stipulando le necessarie convenzioni con le vicine scuole di Chieri e allestito in municipio un’apposita aula digitale con dodici computer.
Infine abbiamo organizzato, pianificato e coordinato la formazione e il lavoro degli studenti, focalizzando le attività sulle curiosità storiche del paese, sulla realizzazione della cartografia digitale dei sentieri escursionistici e sulla classificazione e quantificazione dei prodotti tipici.
Il progetto si è rivelato oltre modo efficace. Innanzitutto, io credo, perché è stato fondato fin dall’inizio sui valori della sostenibilità, della replicabilità, della partecipazione e della cittadinanza attiva.
E poi perché, immediatamente, sono state messe a sistema tante positive ricadute sociali, quantificabili in valori importanti, quali ad esempio un maggiore avvicinamento dei giovani al loro territorio, ma anche la ricostruzione di una identità condivisa territoriale. Il tutto in un percorso di maggiore consapevolezza tra i cittadini del valore dei propri luoghi di appartenenza.
Si è trattato insomma di una vera e propria riscoperta delle proprie tradizioni attraverso nuove forme di aggregazione e dialogo tra generazioni diverse.

Ma la cosa non si è conclusa qui, giusto? Nonostante i traguardi raggiunti a livello locale, ne avete individuati altri, ancora più “ambiziosi”…

Sì: da cosa nasce cosa, del resto.
Il progetto, oltre che efficace, è risultato addirittura vincente: a gennaio 2018 ha rappresentato il Piemonte a Roma nell’ambito dell’iniziativa nazionale UNESCOEdu, e a maggio 2018, di nuovo a Roma, questa volta in occasione di Forum PA, ha vinto il premio speciale della Fondazione per la Scuola (Compagnia di San Paolo) nell’ambito del premio “Piemonte Innovazione” di ANCI Piemonte. Grazie a questo premio, ci siamo aggiudicati ben cinque notebook per implementare la nostra aula digitale.
Questo, grazie alle fondanti caratteristiche di sostenibilità e replicabilità, ha consentito al Comune di Baldissero Torinese di replicare il progetto dal 2018 in avanti, con nuove attività volte a diffondere la cultura e la filosofia MAB tra i giovani.

Quindi MAB’S AMBASSADOR non solo è un progetto che è andato a buon fine, ma rappresenta anche un modello da “esportare”?

Sì, e ne siamo particolarmente fieri!
Proprio l’Ente di gestione delle Aree Protette del Po Torinese, infatti, in virtù del successo del progetto, ha proposto ad altri due comuni del Parco ed appartenenti alla Riserva Collina Po, il modello sperimentato da Baldissero Torinese.
Il fine è quello di ampliare il numero di ragazzi che potranno utilizzare le ore previste dall’alternanza scuola lavoro per ragionare insieme su come armonizzare tra loro, nel rispetto reciproco, i concetti a volte antagonisti di tutela e valorizzazione delle ricchezze ambientali culturali di cui il territorio della riserva può vantarsi.
In particolare, l’Ente cercherà la collaborazione con altri due Comuni della Riserva e appartenenti al Parco per proporre gratuitamente una collaborazione formativa per i ragazzi delle scuole superiori volta alla consapevolezza delle potenzialità che il territorio può offrire visto anche in una visione più allargata di bene condiviso e riconosciuto al livello nazionale.

E quali sono le prospettive per il 2019?

Sono molto favorevoli, confido.
Mentre il lavoro di sinergia prosegue sui vari fronti – e si tratta di un lavoro certosino, ve lo assicuro – nel mese di giugno 2019 realizzeremo la terza edizione del progetto MAB’s AMBASSADOR.
Capitalizzando il lavoro prodotto nelle precedenti edizioni, cercheremo quest’anno – con l’aiuto indispensabile degli studenti – di creare un contenitore adatto a rappresentarlo e valorizzarlo al meglio.
Abbiamo pensato innanzitutto alla realizzazione di un blog come a uno strumento che ci consentirà di esprimere con diversi linguaggi (testi, immagini, video, interviste, musica, ecc.) quanto appreso sulla Riserva di Biosfera Collina Po.
Quello che vogliamo realizzare è insomma una sorta di “scrigno” capace da un lato di condividere il suo prezioso contenuto, e dall’altro di sollecitare nuovi modi per declinare i valori del programma MAB UNESCO. Questo, magari anche grazie al confronto con altre Riserve di Biosfera.
Trasmettere esperienza e conoscenza, infatti – e noi lo abbiamo testato in prima persona – può stimolare la curiosità e soprattutto la propositività dei cittadini, favorendo la coesione e l’inclusione sociale e supportando infine il Comune, quale ente pubblico più prossimo al cittadino, nel migliorare i servizi pubblici.
E poi, chissà, mai dire mai…

* * *

Grazie Paola.
Ci hai spiegato e fatto toccare con mano come valori a prima vista astratti – come abbiamo visto all’inizio del nostro contributo – si possono mettere insieme per generare una “ricchezza” culturale capace a sua volta di tradursi in valore concreto e condiviso, sia per i singoli che per il loro territorio.
In bocca al lupo allora!

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[highlight]Per saperne di più:[/highlight]


 

Sull’alternanza scuola lavoro

Sulla Riserva di Biosfera CollinaPo

Le attività svolte dal Comune di Baldissero Torinese per il progetto MAB’s AMBASSADOR

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Credits Immagini:
Immagine di copertina (rielaborata):

40564935, Stas Walenga
102296823, Roberto Atzeni
 


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6MEMES TRENDS Comunicazione extra specie Sharing Knowledge

Trarre informazioni dalla mappa (geografica) del mondo: da Sandokan ai giorni nostri. A cura di Giulio Destri.

INTRODUZIONE
Questo contributo di Giulio Destri è il primo di una mini-serie di tre articoli che il blog 6MEMES dedica a una delle più dense metafore sociali (e non solo) della Storia dell'Uomo: la cartografia o, in parole più semplici, la mappa geografica.
Eccezionale strumento di traduzione - e quindi semplificazione qualificata della compessità - la mappa da sempre, e al di là dell'apparente banalità del modello che rappresenta, è un'invenzione culturale e tecnologica che ci permette non solo di muoverci nei luoghi, ma di viverli e conoscerli a ragion veduta. Grazie quindi a Giulio per il suo primo contributo. Seguiranno quello di Anna Pompilio e infine di Natalia Robusti. Il tutto verrà infine rilasciato in forma di white paper rigorosamente Made in 6MEMES. Buona lettura!

 

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[/sf_iconbox]La mappa di tutti i giorni: il navigatore

[dropcap3]N[/dropcap3]ella intervista precedente abbiamo introdotto il concetto di modelli del mondo. In questo articolo tratteremo un modello particolare, usato da millenni, la mappa geografica, nelle sue varie forme, per capire quali informazioni, disponendo di conoscenze di geografia e geologia, si possono trarre dalla mappa stessa. E quindi, in base alle conoscenze presenti nel nostro “modello del mondo”, come possiamo integrare i “pochi” dati presenti in una mappa per estrarne una conoscenza di luoghi e regioni.
Molti di noi, ogni giorno, utilizzano Google Maps o sistemi analoghi. Nella versione “mappa semplice” le informazioni sono la strada da seguire con le sue direzioni, le altre strade con cui si incrocia e la presenza di corsi d’acqua e in alcuni casi di boschi, segnalati con i classici colori azzurro e verde. Queste informazioni sono sufficienti per lo scopo di guidare lungo la strada. E già la presenza di curve o addirittura di percorsi a zig zag sulla strada ci può dare, grazie alla nostra esperienza di guida o comunque di viaggi in auto, un’idea di quanto sia difficile per la guida il tratto di strada che dobbiamo affrontare.
Quella di seguito, ad esempio, è la mappa che individua l’area del Campus dell’Università di Parma.

Con la versione “satellite” possiamo anche vedere la vegetazione e le costruzioni e farci una idea del luogo anche se non ci siamo mai stati, come di seguito:

Su questa modalità possiamo cambiare l’angolazione, zoomare e (con alcune semplificazioni dei particolari) volare virtualmente sopra il luogo. Mentre invece, con la modalità dall’alto – incorporata di seguito – possiamo farci un’idea simil-tridimensionale della stessa zona.

Infine possiamo inserire la funzione di Street View e visitare virtualmente il luogo di interesse, esattamente come se fossimo lì a livello della strada. E, ad esempio, studiare dove parcheggiare l’auto prima di recarci in un luogo per la prima volta.

In ognuna di queste differenti modalità, nonostante  l’area “reale” sia la medesima,  le informazioni che noi possiamo raccogliere sono diverse, o meglio: lo sono i rispettivi modelli e anche gli scopi per cui usiamo le varie informazioni.
Nel primo caso ci interessa esclusivamente il percorso e come guidare in esso. Nel secondo caso i dettagli del percorso mentre nel terzo e nel quarto stiamo cercando i dettagli del luogo, nella visone “dall’alto” e/o nella visione a “livello strada”.
Queste sono però modalità che sono diventate disponibili a tutti solo negli ultimi anni e con lo strumento Google Maps. Per secoli le mappe sono state statiche e non interattive. Rovesciando quindi il punto di vista, data una mappa “tradizionale”, che informazioni possiamo trarre da essa?

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[/sf_iconbox]Il mappamondo e la carta geografica

In particolare, data una carta geografica (o l’intero mappamondo o planisfero) fisico, con la “classica” rappresentazione del mare azzurro con le tonalità che indicano la profondità, e della terraferma verde nelle pianure e marrone via via che l’altitudine della zona geografica rappresentata sale, che tipo di informazione è possibile trarre? Supponiamo inoltre che non siano rappresentate strade e le città siano indicate solo con un simbolo ed il nome, quindi una mappa molto succinta come contenuti.
Apparentemente l’unica informazione ottenibile sembra quella delle forma delle coste e, approssimata, quella delle catene montuose (e, se riportati, quella dei fondali marini). Ed effettivamente questa è l’informazione codificata nella mappa attraverso il codice dei colori. Ma che succede se applichiamo le conoscenze di geografia generale e di geologia che abbiamo appreso a scuola (o che dovremmo avere appreso a scuola) e integriamo queste informazioni?
Italia
Intanto dalle indicazioni di meridiani e paralleli o dalla posizione sul mappamondo siamo in grado di capire la distanza da polo ed equatore e quindi di ipotizzare il clima della zona.
Ad esempio, l’Italia settentrionale è attraversata dal 45° parallelo, si trova a metà fra polo ed equatore e quindi dovrebbe avere clima temperato. Poi in base alla lontananza dal mare della particolare regione che stiamo considerando, o alla presenza di grandi laghi, possiamo stabilire se la regione ha un clima continentale con escursioni termiche abbastanza ampie fra estate ed inverno (e, in alcuni casi, anche fra giorno e notte) oppure gode dell’effetto temperante dell’acqua.
L’altitudine ci dirà poi ulteriori indicazioni sulla temperatura media e sull’umidità media. Ad esempio, in una torrida estate padana, il clima sul lago di Garda o sulle colline parmensi è completamente diverso da quello che si ha nella “bassa” lungo il corso del fiume Po. E poi supponendo di avere anche un planisfero fisico o un mappamondo fisico, spostiamo il punto di vista alla collocazione globale della regione che stiamo considerando.
La presenza di catene montuose ampie verso nord o verso sud ci da ulteriori informazioni sul clima: alte montagne verso il polo possono proteggere dai venti freddi. Ad esempio, a parità di latitudine con il nord Italia, le zone interne degli USA sono molto più esposte ai venti freddi provenienti dal polo, non essendoci montagne in mezzo, e quindi molto più frequentemente le temperature possono scendere a parecchi gradi sotto lo zero.
E ora facciamo intervenire la geologia: montagne alte come Himalaya, Alpi, gli stessi Appennini significano che ci sono faglie recenti nel sottosuolo, ossia che la regione che stiamo considerando è geologicamente molto attiva e quindi soggetta a sismi.
A maggior ragione, la presenza di montagne coniche indica la probabile presenza di vulcani attivi o comunque attivi in epoche recenti. Infine, considerando la profondità dei mari, la presenza di fosse (come ad esempio quella delle isole Marianne) indica la presenza di subsidenza legata al fenomeno geologico della deriva dei continenti. Tale coincidenza di evenienze qualifica la regione in questione come sismica e vulcanica, come avviene nella cosiddetta “cintura di fuoco” dell’Oceano Pacifico.

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[/sf_iconbox]La geografia e l’uomo

Gli umani “tecnologici” si sono quasi disabituati a tali riflessioni, ma la geografia (e la geologia) hanno condizionato in maniera decisiva  lo sviluppo delle società umane nel corso della storia.

Innanzitutto , la presenza di pianure e di fiumi dovrebbe favorire l’agricoltura e rendere una determinata regione più adatta a produrre cibo.
Le prime civiltà stanziali sono nate intorno ai grandi fiumi in medio oriente, Egitto e Cina. Le regioni dell’Italia centrale o delle Alpi hanno un’agricoltura molto diversa e meno produttiva rispetto alla Pianura Padana.
La presenza di golfi, baie, insenature, estuari favorisce la realizzazione di porti e quindi il commercio marittimo. I maggiori porti del mondo si trovano quasi tutti in locazioni geografiche di questo tipo.
Una terra geologicamente molto attiva è inoltre più recente di altre (sulla scala di decine e centinaia di milioni di anni) e quindi tipicamente contiene nel suo sottosuolo molte meno materie prime di una terra più antica. Ed ecco ad esempio che l’Italia, geologicamente molto recente, non ha se non in minima parte al suo interno materie prime come il carbone, il ferro, il rame.
[bctt tweet=”Un grande scrittore del XIX secolo, Emilio Salgari, partendo solo dalle carte geografiche e dalle descrizioni etnografiche dei viaggiatori, seppe costruire mondi interi…” username=”MapsGroup”]
Un grande scrittore del XIX secolo, Emilio Salgari, partendo solo dalle carte geografiche e dalle descrizioni etnografiche dei viaggiatori del suo tempo, seppe costruire mondi interi con saghe e personaggi diventati patrimonio della letteratura dei ragazzi, come ad esempio Sandokan, adattando ove necessario la geografia reale alle sue esigenze di scrittore.
Ad esempio, nel romanzo “Sandokan alla riscossa” il monte Kinabalu, nel Borneo malese, viene abbassato di quota rispetto al reale per permettere a Sandokan e ai suoi combattenti di raggiungerne la cima in poche ore (si veda [1] per ulteriori esempi di queste modifiche), mentre nel romanzo “Attraverso l’Atlantico in pallone” Salgari fa sfoggio di conoscenze geografiche (si veda [2] con la efficace descrizione del Banco di Terranova).
Ed ora che abbiamo ottenuto una chiave di lettura della cartina geografica in termini “geo-sociali”, applichiamola ad un paese molto noto, per confrontare cosa ci dice la cartina con quello che conosciamo di quel paese.

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[/sf_iconbox]Un esempio di lettura geo-sociale: il caso Giappone

Analizziamo quindi il Giappone, partendo dalla cartina fisica che rappresenta l’arcipelago di isole che formano quella nazione.
Si tratta di isole, non molto distanti dal continente asiatico, con coste abbastanza frastagliate e la presenza di grandi montagne. Le montagne occupano buona parte delle isole. La presenza della faglia del Pacifico ad est conferma il fatto che il Giappone sia una terra molto sismica. E quindi il Giappone non ha tante risorse minerali come possono avere altri paesi dell’Asia.
Giappone
Le isole e le coste frastagliate indicano che la pesca e la navigazione devono essere presenti nella società giapponese. E, in effetti, i giapponesi hanno grandi flotte di pescherecci e una tradizione secolare di commerci con i loro vicini.
E oggi la potenza economica giapponese è basata sulle aziende manifatturiere, che trasformano materie prime in maggior parte importate.
Nella prima parte del XX secolo il paese ha avuto una forte espansione commerciale e militare in Asia alla ricerca di materie prime con cui produrre i beni. Dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale il Giappone ha impegnato nella ricostruzione industriale le energie prima spese nell’esercito ed è diventato uno dei primi paesi al mondo nella produzione di beni anche ad alta tecnologia. I grandi gruppi industriali giapponesi sono fra i primi al mondo.

[sf_iconbox image=”ss-zoomin” character=”” color=”standard” type=”standard” title=”” animation=”none” animation_delay=”200″ link=”” target=”_self”]
[/sf_iconbox]La lezione della carta geografica

Cosa possiamo dedurre, da tutto ciò? Che se la carta geografica, necessariamente, ci presenta un insieme limitato di informazioni, integrandola con altre informazioni che abbiamo comunque disponibili (attraverso il processo deduttivo), possiamo comprendere molte cose e ottenere un contenuto informativo assai superiore.
La carta geografica, dunque, ci permette di realizzare un processo di costruzione di informazione e conoscenza a partire da “pochi dati”.
Tale categoria di processi è di importanza fondamentale in numerosi settori oggi assai più “frequentati” rispetto alla cartografia: dalla Business Analysis alla Business Intelligence rappresenza anzi uno strumento di lavoro tipico dei Data Scientist.
[bctt tweet=”La carta geografica ci permette di realizzare un processo di costruzione di informazione e conoscenza a partire da “pochi dati”.” username=”MapsGroup”]
E’ anche un esempio di riconoscimento di schemi o “Pattern Recognition”, capacità che, grazie al Machine Learning, sta diventando comune in molte applicazioni che definiamo “intelligenti” come i riconoscitori vocali degli assistenti con cui dialoghiamo sui nostri smartphone.
Applicando il processo alla rovescia, si costruiscono “mappe” riassuntive che attraverso “pochi dati” comunicano informazioni fondamentali sull’andamento dell’azienda.
Per esempio, i cruscotti aziendali possono essere letti “in fretta” dai dirigenti destinatari che, sulla base delle informazioni e della conoscenza da essi tratta, devono prendere con saggezza le decisioni importanti per il futuro dell’azienda stessa.
E qui mi fermo, perché l’argomento potrebbe riguardare “continenti” interi dell’innovazione. E passo la palla – pardon – la tastiera – ad Anna Pompilio.
 
[highlight]Per approfondimenti:[/highlight]


Bibliografia
[1] G. Raiola – Sandokan Mito e Realtà – Ed. Mediterranee
[2] E. Salgari – Attraverso l’Atlantico in Pallone
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Credits Immagini:
Copertina (rielaborata):
ID: 58016285, di Peerajit Ditta-in
ID: 65820318, di Dmitry Rukhlenko
ID: 107812667, di Kheng Ho Toh
Cartine (ridotte):
ID: 64787795, di Bogdan Serban
ID: 66434478, di dikobrazik
 


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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Sempre più in alto… le vette di 6memes! Primi classificati sui social da novembre 2018 a gennaio 2019.

[dropcap3]È[/dropcap3] sempre con una certa curiosità che, noi di 6MEMES, stiliamo la classifica trimestrale dei post più seguiti del blog, quelli che hanno cioè conquistato un posto speciale nel cuore – ma anche nel cervello – dei nostri lettori. Alti e bassi del cibo italiano. Monitoraggio 2018. Sara DI Paolo.
Questa classifica, la prima del nuovo anno, riguarda gli articoli pubblicati dal mese di novembre 2018 a quello di gennaio 2019  e porta con sé molte conferme e una sorpresa. Le conferme riguardano l’appeal del tema del gusto, premiato non una, ma due volte.
Le artefici della doppietta?
La mano (e i numeri) di Sara Di Paolo, che con il suo monitoraggio sugli alti bassi del cibo si aggiudica il primo, pazzo posto su Twitter, con l’articolo Freaking out: tutti pazzi per il cibo italiano! E il primato non porta con sé solo un’esplosione di gusto, ma anche di numeri, con oltre 9.000 visualizzazioni.
Cosa ci ha raccontato, la nostra viaggiatrice tra i buzz? Di oltre 15.000 menzioni (tra web, social e press) con una media di 160 al giorno, di cui metà in italiano e metà in inglese. Il “picco” più alto è stato quello del 4 di agosto in occasione della Notte Bianca del Cibo Italiano.
Il meglio di 6MEMESMa è stato anche il “gusto” dei lettori di 6MEMES per i dati e la cultura a braccetto, ad essere premiato: è stato infatti proprio l’articolo estivo della nostra rassegna trimestrale – roba per palati fini – ad aggiudicarsi il secondo posto sulla piattaforma più volatile dei social.
Twitter ha celebrato infine un altro vincitore, pardon, vincitrice: è Anna Pompilio, che svetta al terzo posto con un post dall’aspetto mica tanto leggero: La conoscenza come strategia per il cambiamento. White Paper di Anna Pompilio per #6MEMES.
Di cosa ci parla, Anna, in un articolo che ha macinato ottimi numeri anche su Facebook? Seguiamo il suo filo conduttore, che avanza spedito lungo tutto il quaderno:

“Abbiamo tutti – chi più e chi meno – timore del cambiamento. Di cambiare casa, amici, città. Ma anche collaboratori, fornitori, metodo di lavoro, strumenti d’uso… e chi più ne ha più ne metta”. Si chiama – ci parlando difficile – neofobia. E non necessariamente è un disvalore.”

Poi, nel suo prezioso argomentare, Anna ci spiega come quando e perché non dobbiamo avere paura del nuovo, ma invece ammiccare ad esso e farci condurre per mano sia nel nostro presente che nel nostro futuro…
I numeri e le classifiche su Facebook e Linkedin cambiano un po’ – come al solito – se distogliamo lo sguardo da Twitter.
In entrambi i social viene messo in primo piano uno dei temi più delicati tra quelli che abbiamo affrontato sul blog, quello sul Ponte Morandi, un post scritto in punta di penna da Sara Di Paolo che ci guida nelle conversazioni che hanno riguardato questo tristissimo evento.
Il ponte siamo noi. Di sara Di Paolo.A quattro mesi dalla tragedia che ha colpito Genova, il suo monitoraggio – realizzato da Maps Group e Words tramite la piattaforma Webdistilled – ha analizzato l’impatto che il crollo del ponte Morandi ha avuto a livello nazionale e internazionale in termini di comunicazione e immagine della città e dell’Italia intera.
Su Linkedin la classifica prende anche un’altra strada, quella del CANTO e del CONTO, con Leggerezza e gravità della comunicazione, il white paper di Natalia Robusti che, partendo dal tema calviniano della Leggerezza sino a quello della Coerenza.
E, con questo contributo, arriva prima su Linkedin, proponendo un filo conduttore tra la materia più classica del pensiero, espressa attraverso la poesia, e la materia più recente dell’innovazione, rappresentata da big data e algoritmi.
Il tutto passando attraverso un continuum espressivo, quello della comunicazione intesa come ponte levatoio che può unire, ma anche dividere ulteriormente, versanti diversi e a volte culturalmente opposti della conoscenza dell’uomo.White Paper dal Canto al Conto. Natalia Robusti per 6MEMES.
Ed è sempre Linkedin a premiare un altro autore di primo piano del Blog: Giulio Destri, che ci parla, nel suo white paper, di Servizi IT al lavoro: dal concetto di Prodotto a quello di Servizio, passando in primo luogo dalle “persone”. White Paper di Giulio Destri.
In questo nuovo quaderno il focus è sulla trasformazione in atto dal concetto di ‘prodotto’ a quello di ‘servizio’, cambiamento reso possibile dalle attuali tecnologie che veicolano ogni merce e – più in generale – ogni informazione di valore attraverso veri propri flussi di dati.
Che altro aggiungere?
Che dalle vette dei monti invernali ci apprestiamo a discendere verso il clima più mite delle colline primaverili del nostro blog. Con molte novità all’orizzonte, vi avvisiamo. Quindi: non smettete di camminare con il naso all’insù!

 
CREDITS


Credits Immagine di copertina (rielaborata):
ID: 34219093 di Olga Zakharova.
Per le immagini dei vari articoli citati, si rimanda ai credits dei singoli post.
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6MEMES TRENDS Data Complexity & Big Data Data Driven

Innovazione, non rivoluzione. Parliamo di Data Driven e luoghi comuni passando da Magritte. Di Anna Pompilio.

Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.

Arthur C. Clarke

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[/sf_iconbox]Perché un pittore Belga in questa rubrica?

Quando, nel 1933, dipinge la “Magia nera“, Magritte è già ben cosciente dei suoi mezzi di artista. Rientrato a Bruxelles, dopo un soggiorno a Parigi dove ha aderito con convinzione al Surrealismo, si è stabilito, con l’inseparabile moglie Georgette, al pianterreno di una casetta di periferia. Per vivere disegna manifesti pubblicitari in un atelier che si è costruito in giardino. I suoi quadri, invece, li dipinge a un cavalletto, piazzato vicino alla porta che dà sul cortile. Per le riunioni con il gruppo dei surrealisti belgi c’è appena un tavolo tra la cucina e il salotto dipinto d’azzurro, dove Georgette suona il piano, mentre dall’attaccapanni dell’ingresso è appesa l’immancabile bombetta.”

[dropcap3]L[/dropcap3]eggevo ultimamente in un’intervista alla scrittrice polacca Olga Tocarczuck:la letteratura è una forma di resistenza, perché nemica di ogni idioma che tenti di rendere l’universo semplificato e uniforme, a scapito delle contraddizioni e delle identità multiple e polimorfe” e riflettevo su quanto il tema “il mio è un atto politico” oppure analogamente “è una forma di resistenza” sia ricorrente nelle esternazioni degli artisti – siano essi pittori, scrittori, intellettuali. Ci sono poi artisti – pittori, scrittori, intellettuali – che rafforzano l’atto politico della loro opera con la loro stessa esistenza: con le azioni e le piccole gesta quotidiane. Magritte, io credo, è uno di questi: si è convinto che, solo immergendosi fino in fondo entro gli schemi, sarà libero di scardinare, dall’interno, tutte le convenzioni.
Magritte sceglie dunque di scardinare i luoghi comuni con il grimaldello e per questo si candida a diventare il manifesto di questa rubrica.
Scardinare (con o senza grimaldello) i modelli ricorrenti e convenzionali dovrebbe essere l’urgenza della cultura dominante, del tessuto economico, della cultura aziendale e di chi vuole seriamente occuparsi di innovazione: che non vuol dire digitalizzare (parola ormai abusata e spesso svuotata di senso) o rifare in formato elettronico quello che si faceva prima con il cartaceo ma approfittare delle tecnologie disponibili per ripensare i processi in modo sostenibile, tenendo conto del contesto, dell’esperienza, delle mancanze ma anche delle cose buone fatte fino a quel momento, senza ricominciare da zero ad ogni cambio dell’organigramma o del contratto di fornitura ma trasformando il cambiamento in opportunità di crescita continua per tutti.
[bctt tweet=”All’interno di un circuito virtuoso di innovazione, il riciclo delle buone pratiche va di pari passo con la ricerca di rinnovamento.” username=”MapsGroup”]
Il riciclo delle buone pratiche deve andare di pari passo con la ricerca di rinnovamento. La tecnologia DEVE cambiare il modo di lavorare ma la perdita di memoria all’interno dell’organizzazione non aiuta, così come l’incapacità di tener conto dei molteplici punti di vista: “il mondo è troppo complesso per essere racchiuso in un’unica narrazione”.
Innovare è quel lavoro da fare ogni giorno, con partecipazione, con costanza, senza sbandieratori e senza rivoluzioni (anche perché la rivoluzione è cosa da giovani e il nostro si sa, è un paese di non proprio giovanissimi ;-)).

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[/sf_iconbox]Il peso della maturità: la margarina, i processi e l’anagrafica aziendale

Rimanendo in tema di innovazione sostenibile cosa succede in un Paese dove la popolazione con più di 60 anni supera gli under 30? A dar retta al chimico francese Michel Eugène Chevreul e a quello che si legge in internet l’innovazione non è questione anagrafica, anzi. Per cui superati gli anta, se abbiamo un po’ di chimica nel sangue contribuiamo a inventare la margarina, se invece siamo sommersi di carta proviamo a innovare i processi, a rincorrere l’interoperabilità, l’integrazione, il data driven.
La questione anagrafica se così si può sintetizzare ha una duplice chiave di lettura: da un lato c’ è la media anagrafica dei collaboratori ma qui le considerazioni lungi dall’essere generalizzate possono solo riferirsi alla singola realtà: un conto è una start up che sviluppa videogiochi, un conto è una società di ingegneria dei trasporti che esiste da qualche decennio.
La seconda riguarda invece il ciclo di vita dell’azienda: una realtà presente sul mercato da illo tempore ha al suo attivo un background di procedure, standard, adempimenti in qualità, dati, processi di integrazione, carta nei cassetti e armadi pieni di faldoni – ma anche banalmente partite contabili ancora da ammortizzare, privilegi da preservare – ecc. che si sono sedimentati nel tempo e qui l’innovazione deve essere per forza pesata: una “rivoluzione” che spazza via il passato come una bomba di antica memoria lascia macerie da smaltire e rischia di essere francamente insostenibile.
[bctt tweet=”La rapidità di innovazione e il contesto globale apre orizzonti di senso che non sono gestiti e non sono molte le persone in possesso degli strumenti critici necessari per rispondevi culturalmente…” username=”MapsGroup”]
Perseguire nel pregiudizio romantico dell’innovazione come punto di “rottura” violenta con il passato – affidata a generazioni spesso (tecnicamente) inconsapevoli da un management che ha difficoltà a silenziare le notifiche del cellulare – senza tener conto del pregresso, del contesto attuale e dei rapporti spesso conflittuali tra le persone, delle inevitabili lotte intestine, dei divari di competenze e senza gestire il cambiamento non può che condurre al fallimento. La rapidità di innovazione e il contesto globale apre orizzonti di senso che non sono gestiti e non sono molte le persone in possesso degli strumenti critici necessari per rispondere culturalmente alla complessità o provare a ridurla senza per questo banalizzarla.
(Per inciso la storia di Michel Eugène è affascinante: nella prima parte della sua vita contribuisce all’ invenzione della margarina, a cinquant’anni pubblica studi sulla luce e sul colore che influenzeranno i pittori divisionisti, dopo i novanta diventa uno dei pionieri di una nuova disciplina – la gerontologia – e pubblica il suo ultimo libro a centodue anni. Il suo nome è scritto sulla torre Eiffel. Tra l’altro la margarina a mio avviso fa molto Belgio e Magritte, il che è surreale considerando che i belgi (come i francesi del resto) preferiscono sicuramente il burro…:-)).

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[/sf_iconbox]Di anagrafica in anagrafica: il lato umano del dato

Quello che tipicamente si tenta di fare oggi a partire dal patrimonio aziendale dei dati è la loro elaborazione attraverso piattaforme innovative e integrate basate sull’utilizzo condiviso (cloud collaboration) di basi dati di formati diversi ed eterogenei (dati cartografici, anagrafici, catastali, immagini georeferenziate ecc.).
C’è tuttavia un prerequisito da tenere a mente ai fini di una corretta gestione del dato aziendale: per essere a disposizione di tutti deve essere prima di proprietà di qualcuno. Mi spiego meglio: il dato da aggregare deve essere responsabilità in primis di chi lo inserisce e aggiorna su uno o più sistemi (solitamente in una anagrafica, per restare in tema) da cui tutti gli altri attingono. Attenzione: non c’è nulla di innovativo in tutto questo, succede da anni.
Succede anche (da anni) che chi ha la responsabilità di quel dato non sempre ha l’opportunità di aggiornarlo tempestivamente per cui si creano situazioni in cui non è possibile ad esempio rilasciare un’autorizzazione per un lavoro in cantiere perché non è stato aggiornato sui sistemi aziendali il codice fiscale dell’impresa esecutrice (invento, ma mica tanto). In questo scenario ci saranno ritardi nel chiudere l’attività, nel gestire l’avanzamento fisico e contabile, l’impresa esecutrice non riceverà il pagamento tempestivo delle fatture, dovrà ricorrere al credito e tutto questo come minimo finirà per erodere le risorse destinate agli investimenti in innovazione.
Succede dicevo da anni, ma oggi c’è un altro tipo di incognita di cui tener conto: il timore della risonanza del dato, intendendo per risonanza quanta visibilità ha il dato in azienda e quanti potrebbero puntare il dito verso il responsabile dell’aggiornamento per la propagazione di un’informazione errata.
[bctt tweet=”Quello che tipicamente si tenta di fare oggi a partire dal patrimonio aziendale dei dati è la loro elaborazione attraverso piattaforme innovative e integrate basate sull’utilizzo condiviso di basi dati di formati diversi ed eterogenei. ” username=”MapsGroup”]
Se per errore raddoppio l’importo di una commessa e questo nuovo importo si diffonde rapidamente su tutti i sistemi, chiunque lo utilizzi sarà portato, a cascata, ad aggiungere altri errori al primo con una sorta di effetto domino che potrebbe essere drammatico se utilizzato da sistemi basati sull’Intelligenza Artificiale, qualora non dovessero essere in grado di accorgersi immediatamente dell’incoerenza. Oltretutto se un tempo la questione poteva essere risolta all’interno, oggi il colloquio continuo e la trasmissione verso banche dati di soggetti esterni – enti pubblici, pubblica amministrazione, forze dell’ordine, prefetture, … – aggiunge un ulteriore livello di complessità.
Le incognite quindi sono molteplici: come e dove far aggiornare tempestivamente un dato distribuito? Come si supera la ritrosia di chi pensa che il male minore sia il mancato aggiornamento piuttosto che il rischio di errore o imprecisione? O che si tratti sempre e comunque di una inutile perdita di tempo: il dato è mio e se l’azienda lo vuole mi convinca a “cederlo”.
La risposta a questi e mille altri quesiti quella sì, dovrebbe essere basata sulla capacità di immaginare nuovi mondi possibili, di uscire dalla logica degli “standard” (standard grafici, standard di sviluppo, ecc.) e di creare un substrato (software) che si auto alimenta e arricchisce grazie all’utilizzo di piattaforme diverse e integrabili sviluppate da anime differenti in una sorta di pluralismo che rispecchia quelle identità multiple e polimorfe di cui narrano gli scrittori e che possono dar vita a soluzioni innovative ma sostenibili: applicazioni che permettono all’utente di correggere autonomamente e tempestivamente gli errori o che consentono di monitorare fasi predefinite del processo in modo facilitato attraverso semplici app; piattaforme multi cloud; sistemi predittivi; intelligenza artificiale…
Ma anche nuovi modelli formativi, informazione tempestiva diffusa attraverso nuovi strumenti di uso quotidiano (e non necessariamente con le solite mail), nuovi paradigmi di rappresentazione (questo non è un numero: 50.8419058 4.3590139 è il museo Magritte:-) e così via.

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[/sf_iconbox]Un esempio di innovazione sostenibile

Supponiamo che ci venga richiesto di gestire “informaticamente” le attività che concorrono alla produzione della documentazione per la presentazione della SCIA antincendio e la trasmissione delle Attestazioni di prestazioni energetica degli edifici.

Di cosa si tratta? La presentazione della SCIA antincendio ricorre quando le opere realizzate in un appalto comprendono anche attività soggette ai controlli dei Vigili del Fuoco, mentre la produzione degli attestati di prestazione energetica degli edifici si rende necessaria quando è applicabile la normativa sul contenimento dei consumi energetici e l’impiego di energia da fonte rinnovabile.

Se ci limitassimo a digitalizzare il processo si potrebbe banalmente pensare di sviluppare funzionalità di archiviazione della documentazione prodotta, di mettere a disposizione la modulistica in formato digitale o di gestire le scadenze… Ma invece di partire dalla conta delle scartoffie perché non cominciare dal progetto dell’edificio?
[bctt tweet=”Se ci limitassimo a digitalizzare il processo si potrebbe pensare di sviluppare funzionalità di archiviazione della documentazione,  mettere a disposizione la modulistica in formato digitale o gestire le scadenze… ” username=”MapsGroup”]
Il flusso in tal caso potrebbe iniziare dal caricamento nella piattaforma applicativa scelta di un progetto, magari realizzato in BIM – questo potrebbe aprire un ulteriore scenario di innovazione per il passaggio ad es. da CAD a BIM – e a partire dal dato progettuale andare ad effettuare i controlli richiesti dalla normativa attraverso il caricamento tramite un’app di foto scattate nell’edificio e la segnalazione di eventuali non conformità che saranno assegnate automaticamente dal sistema a un utente che dovrà poi mettere in pratica le misure necessarie al superamento della segnalazione…
Tutto questo mentre l’ente esterno, che accede alla stessa piattaforma, controlla lo stato avanzamento della “pratica” evitando inutili scambi di file, mail, pec, protocolli, allegati, errori di trasmissione, sigle incomprensibili, slittamenti dei termini, incertezza, ritardi, richieste di deroga. Senza contare la possibilità di utilizzare gli stessi dati per fini statistici. Troppo poco innovativo? Si fa sempre in tempo ad aggiungere un drone che scatta foto dall’alto all’edificio e scannerizza gli impianti:-).
 

La complessità delle organizzazioni e dei processi (anche quando sono ben definiti e normati come nell’esempio: presentazione dell’ istanza di valutazione del Progetto ai fini della SCIA) richiede un approccio organizzativo sistemico: non si tratta di “scomporre” classicamente il progetto secondo un flusso lineare ma guardare all’intera organizzazione, ai legami, alle dipendenze, alle integrazioni…

 

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[/sf_iconbox]In nome del Papa Re

Per chi mi conosce un po’ la scelta di utilizzare come fonte di ispirazione Magritte, il grimaldello, parole chiave come “sostenibilità” (così del resto come il mio recente acquisto di un classico e intramontabile capo di abbigliamento, il cappotto cammello:-) – ha un che di sorprendente, sapendo della mia spiccata inclinazione alla rissa.
Si potrebbe dire quasi, tornando alla famosa questione anagrafica, che si tratta di una scelta di maturità. O forse molto più semplicemente, come disse Monsignor Colombo nel famoso film di Luigi Magni: “i ribelli morono sempre a vent’anni, pure quanno nun morono”.
E… Già che si è parlato all’inizio di Georgette e Magritte, c’è una famosa foto della famiglia intitolata “René and Georgette Magritte with their dog after the war” da cui Paul Simon ha tratto ispirazione per una delle sue bellissime canzoni, intitolata esattamente “René and Georgette Magritte with their dog after the war“. Quando i geni comunicano e lo fanno – incredibilmente – senza ausilio di piattaforme di collaborazione;-)
 
[highlight]FONTI E APPROFONDIMENTI[/highlight]


Credits immagine di copertina:
Rielaborate:

ID: 7075441, di Melanie Lemahieu§
ID: 107812667 e 25022353 di Kheng Ho Toh

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6MEMES TRENDS Sharing Knowledge

Co-working, Co-living, Co-housing: una vita da condividere!

Ciao Sara: grazie intanto per questa chiacchierata su temi particolarmente cari a 6MEMES.

La prima domanda va diritta al punto: questa recente enfasi sulla “condivisione” di cui sentiamo parlare sempre più spesso – e che si rappresenta con la piccola stringa di testo “co” davanti a una serie di altre parole – è il frutto di un moda passeggera o piuttosto l’indizio concreto di una realtà destinata a portare cambiamenti duraturi nella nostra società?

Non si tratta di fenomeni di nicchia, né di “momenti moda” o belle parole con cui riempirsi la bocca: condividere il luogo di lavoro (Co-working), il modo di vivere (Co-living) e gli spazi abitativi (Co-housing) è sempre più una realtà che si diffonde non solo tra i giovani e che ha portata internazionale.
Grazie alla piattaforma di analisi semantica Web Distilled, abbiamo attivato una ricerca appositamente dedicata a questi nuovi stili di vita e di lavoro dove convivere, condividere e cooperare non sono obiettivi a cui mirare ma le fondamenta per creare soluzioni abitative, sociali e lavorative su misura di ciascuno.
Negli ultimi 6 mesi, nelle diverse fonti (social media, testate giornalistiche online e blog, media tradizionali cartacei, radio e TV), in lingua italiana e inglese, sono stati pubblicati sul tema oltre 50.000 contenuti con una media di circa 250 menzioni al giorno. Tra le fonti prevalgono quelle web con il 90% dei contenuti pubblicati su portali online e blog. Tra le tematiche senza dubbio l’argomento più diffuso è quello del Co-working con quasi l’80% dei contenuti selezionati. L’inglese batte l’italiano 85 a 15. Segno che di questi temi si parla e si scrive molto di più all’estero che da noi.

 

In base ai dati raccolti hai trovato qualche conferma del fatto che queste nuove pratiche culturali si riflettono e sviluppano in maniera differente a seconda della realtà sociale in cui vengono messe in atto?

Non c’è dubbio.
In lingua italiana, ad esempio, prevalgono articoli contenuti relativi ai sui cambiamenti sociali e ai nuovi trend: “come cambia il modo di lavorare, abitare e comunicare tra nomadi digitali e cittadini temporanei”. Si sottolineano spesso elementi di “straordinarietà”, come se vivere o lavorare “in condivisione” fosse uno stato transitorio e non una scelta di vita che risponde, di fatto, a due esigenze chiave degli esseri umani: la sopravvivenza (condividere spesso aiuta a spendere meno) e la socialità (stare insieme agli altri non è forse meglio che stare da soli?).
In italiano, non si contano articoli e post dedicati ai Co-working. Sembra che ogni città, quartiere e amministrazione non ne possa fare a meno: a Fontivegge (Umbria) ha inaugurato qualche settimana fa “Binario5” e a Palazzolo (Brescia) sta per aprire (nell’ambito di un più ampio progetto di recupero di spazi del centro storico) “OgliOffice”, giusto per citare due tra gli ultimi casi.
Cominciano anche a girare tesi di laurea e studi scientifici sul tema. Sarà interessante vedere dove si va. La vera sfida non è ristrutturare uno spazio e metterci delle scrivanie, ma intercettare e stimolare la nostra voglia di “essere comunità” e, al tempo stesso, sapere rispondere alle esigenze di mercato.

 

Questo vale per il nostro paese dunque. E per il mondo cosiddetto anglosassone? Quali sono le evidenze che hai raccolto?

Completamente diverso è il panorama anglosassone dove prevalgono decisamente contenuti di taglio business e real estate. E dove – andando in particolare ad analizzare le uscite dedicate ai temi del Co-housing e del Co-living – si scopre un incredibile mondo di possibilità. I complessi abitativi “in condivisione” sono assolutamente comuni, diffusi e richiesti da New York a Seattle, da San Francisco a Los Angeles e in numerose altre aree urbane americane. In Europa si trovano soprattutto in città come Berlino, Londra e Dublino.
“Il co-living è la nuova miniera d’oro con 93 miliardi di mercato potenziale” dichiara “PropTiger” pubblicando la loro ultima ricerca sul mercato immobiliare statunitense, settore che sempre più affronta le nuove costruzioni o il recupero di edifici già esistenti con una logica “sharing”, combinando soluzioni flessibili che alternano spazi comuni e spazi privati con approcci fino a qualche anno fa impensabili.
C’è chi ragiona su chi sono i target principali – solitamente neo-laureati, giovani professionisti, millennials – e chi cerca soluzioni abitative di interesse per i nuovi target emergenti – ad esempio i “re-starter” (persone tra i 30 e i 50 anni che stanno divorziando o che stanno ripartendo con una nuova fase della loro vita)  – oppure i pensionati (abituati ad una vita di relazioni ed interessi che cominciano ad avere specifiche necessità pur essendo ancora completamente autonomi nelle loro esigenze quotidiane).

 

Parlavamo all’inizio della nostra chiacchierata di come questa nuova pratica sociale (perché di questo si tratta, in effetti) è solo l’inizio di una grande trasformazione. Puoi fare degli esempi concreti per i nostri lettori, così da toccare con mano la portata del cambiamento in corso?

Gli esempi sono tanti e in settori diversi.
Le nuove soluzioni abitative, ad esempio, portano con sé anche lo sviluppo di nuovi servizi o di servizi aggiuntivi per attrarre nuova clientela. C1 in California offre – nel pacchetto di abitazione condivisa – Netflix e i servizi di pulizia. Alcune strutture di lusso integrano l’offerta abitativa con centri fitness, cabine abbronzanti, biliardi, barbecue e piscine. Node – uno dei precursori – con un edificio storico a Londra e numerose altre sedi nel mondo, mette a disposizione un “community curator” perché ritiene che i residenti interagiscano meglio con l’incoraggiamento di un “curatore di comunità” che li aiuti a selezionare i coinquilini e ad organizzare eventi collettivi.
Numerose anche le startup che stanno nascendo in questo campo. Tra quelle di maggior successo, ci sono ROOMI che aiuta a trovare il “perfetto coinquilino”, confrontando caratteristiche personali ed esigenze abitative fino ad arrivare alla “giusta” combinazione. Oppure ROOMRS che agevola l’incontro tra domanda e offerta di abitazioni (inclusi utenze, mobili, accessori) con le disponibilità di prezzo e di condivisione degli spazi.
 

Sin qui si tratta di esperienze nate e sviluppate al di fuori del nostro paese. E per quanto riguarda noi italiani? Quale è lo stato dell’arte?

Non mancano comunque anche esperienze tutte italiane: a volte sono primi esperimenti. A Trento ad esempio da qualche mese convivono sette ospiti anziane, due collaboratrici familiari e quattro studentesse in un “trans-generazionale co-housing” dove ciascuno ha una propria stanza con bagno mentre cucina, soggiorno e sala sono in comune. Oppure il “Co-living Casa Netural” che, come riporta il sito, è “una casa, a Matera, che aggrega persone da tutto il mondo, in cui ispirarsi, rigenerarsi e concretizzare le proprie idee attorno ai temi dell’innovazione sociale, culturale e creativa.” Qui, infatti, gli ospiti hanno l’opportunità di svolgere attività professionali in remoto e possono decidere di trascorrervi alcuni momenti della loro vita.
In Italia, però, la città che più è in grado di rappresentare e gestire questi nuovi fenomeni di condivisione degli spazi lavorativi e abitativi è senza dubbio Milano. Non solo perché ospita numerose e interessanti esperienze di Co-working e Fablab che la posizionano allo stesso livello delle altre metropoli occidentali. Ma anche perché è l’unica città italiana a mettere in atto una strategia di lungo periodo, unica città italiana a partecipare al bando internazionale “Reinventing Cities” che prevede l’alienazione da parte del Comune di siti inutilizzati o in stato di degrado a favore di progetti di rigenerazione urbana con benefici per la comunità attraverso il Co-living, Co-housing e Co-working.

 

Ti ringraziamo delle buone notizie, allora, in attesa che la cultura della condivisione metta radici più profonde anche da noi. E soprattutto ti facciamo le nostre congratulazioni per la tua recente e meritata nomina a Presidente del gruppo Condiviso. Buon lavoro, Natalia Robusti.

 
Condiviso
 


Credits Immagini:
Immagine di copertina, rielaborata.
ID: 75718127, di Katarzyna Białasiewicz
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6MEMES TRENDS Artificial Intelligence – More than (buzz) words?

Considerazioni non-tecniche sull’Intelligenza Artificiale e i suoi riflessi sulla società e l'economia. Di Vieri Emiliani.

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Intelligenza Artificiale: non più (solo) parole

[dropcap3]S[/dropcap3]istemi di guida assistita e semi-autonoma, traduttori automatici che convertono una telefonata in un’altra lingua, servizi di raccomandazione che ci segnalano i contenuti per noi più interessanti tra migliaia di titoli, meccanismi anti-frode che bloccano in tempo reale transazioni sospette o tentativi di accesso ai nostri account online…
L’Intelligenza Artificiale sta entrando, pervasivamente, nelle nostre vite.
Algoritmi pensati nello scorso millennio e rimasti confinati a lungo nei laboratori delle università, trovano improvvisamente applicazione nei nostri telefoni, automobili, nei servizi che quotidianamente utilizziamo.
L’aumento della potenza di calcolo distribuita, ma soprattutto la straordinaria disponibilità di dati, originati da dispositivi mobili, sensori, apparecchi e applicazioni software che digitalizzano e registrano quello che succede intorno a noi, hanno trasformato questi algoritmi “impolverati” in formidabili macchine predittive, destinate a cambiare il nostro modo di interagire con il mondo esterno. Una trasformazione con forti impatti economici e sociali.
[bctt tweet=”Algoritmi pensati nello scorso millennio e rimasti confinati a lungo nei laboratori delle università, trovano improvvisamente applicazione nei nostri telefoni, automobili, nei servizi che quotidianamente utilizziamo.” username=”MapsGroup”]
Diversi studi indipendenti valutano che le applicazioni dell’intelligenza artificiale porteranno un contributo alla crescita economica globale compreso tra lo 0.8% e l’1.2%. Secondo PwC, l’AI potrebbe creare 13.700 miliardi di euro di valore da qui al 2030, più di quanto producano oggi Cina e India insieme.
Ovviamente, questi impatti saranno diversi da paese a paese.
La struttura dell’economia, lo sviluppo nei diversi settori industriali (la sua composizione in termini di settori industriali), gli investimenti in R&D, la capacità di sviluppare e assorbire l’innovazione, sono tutti fattori che influenzano il modo in cui l’AI può impattare sulla produttività e stimolare lo sviluppo economico di un paese.
Accenture ha provato a stimare queste differenze analizzando gli effetti dell’AI da qui al 2035 sulle economie di 12 paesi, tra cui l’Italia. Quanto emerge è che, anche facendo delle ipotesi conservative, il potenziale delle applicazioni dell’AI può raddoppiare i tassi di crescita economica di questi paesi. Una delle principali leve di questa crescita è riconducibile agli effetti che l’AI può avere sulla produttività, trasformando significativamente il modo in cui lavoriamo, aumentandola del 40%.

distribuzione Intelligenza Artificiale
Fonte: www. newsroom.accenture.com. Per visionare l’articolo cliccare sull’immagine.

Gli Stati Uniti guidano questa classifica teorica, con un aumento del valore prodotto al 2035 di 8.300 miliardi di dollari. Sempre secondo lo studio di Accenture, il Giappone, grazie alla sua forte capacità di assorbire l’innovazione, una solida base industriale e di ricerca, potrebbe più che triplicare la propria crescita economica, passando dall’attuale stima dello 0.8% a un 2.7%, con un incremento di valore cumulativo al 2035 di oltre 2.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al nostro prodotto interno lordo.
Finlandia e Svezia vedrebbero aumentare la loro crescita rispettivamente del 2% e 1.9%, mentre per la Germania è stimato un aumento di 1.6 punti, pari a 1 miliardo di dollari. L’Italia chiude la classifica, insieme alla Spagna, con una crescita addizionale dello 0.8%.
 

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[/sf_iconbox]Casi d’uso: come si concretizza questa crescita?

Le grandi piattaforme digitali (Google, Facebook, Amazon, Netflix, ma anche i loro equivalenti cinesi come Baidu, Alibaba e Tencent) hanno iniziato a sfruttare le potenzialità del machine learning da tempo. Avvantaggiate da un modello di business “nativamente digitale” (in cui ogni attività genera direttamente nuovi dati), sfruttano le enormi moli di dati prodotti per affinare continuamente i propri modelli predittivi, e creare nuovo valore. Apple e Microsoft, i cui modelli di business non erano basati sul dato, sono partite di rincorsa, ma stanno recuperando velocemente.
Non quindi deve sorprendere che queste aziende abbiamo dei piani di investimento miliardari sulla ricerca e siano in grado di attirare i migliori talenti del settore. Perché sono già in grado di monetizzare questi investimenti.
[bctt tweet=”Le grandi piattaforme digitali (Google, Facebook, Amazon, Netflix, ma anche i loro equivalenti cinesi come Baidu, Alibaba e Tencent) hanno iniziato a sfruttare le potenzialità del machine learning da tempo. ” username=”MapsGroup”]
Per Netflix, il consumo di un utente è basato all’80% sulle raccomandazioni degli algoritmi, e solo al 20% su ricerche puntuali. Il  motivo? La soglia di attenzione dell’utente è di 60-90 secondi. Se entro questo tempo non trova un titolo interessante, rinuncia, aumentando il rischio di abbandono del servizio.
Netflix [1] stima che l’impatto dei sistemi di personalizzazione e raccomandazione sulla “churn reduction” valga 1 miliardo di dollari all’anno (quasi il 10% del proprio fatturato). Più in generale, la personalizzazione dei servizi, per le aziende che si interfacciano direttamente con il cliente, è una delle aree in cui l’AI trova maggiore applicazione.
Boston Consulting Group afferma che la personalizzazione porterà, nei prossimi 5 anni, un vantaggio economico in termini di ricavi pari a 800 miliardi di dollari. Un vantaggio riservato a quel 15% di aziende che saprà applicarla in modo efficace.
Anche secondo McKinsey, le aree aziendali in cui si concentreranno maggiormente i benefici dell’innovazione portata dall’AI sono Marketing e Vendite, per l’aumentata capacità di profilare i bisogni e personalizzare i prodotti e servizi, e le Operazioni (Supply Chain Management & Manufacturing).

Fonte: www.mckinsey.com. Per visionare l’articolo cliccare sull’immagine.

L’applicazione di modelli di manutenzione predittiva, ovvero l’analisi dei dati di processo finalizzata a prevenire guasti e fermi di produzione, potrebbe valere oltre 500 miliardi di dollari, il 40% dei benefici derivanti dall’AI per la funzione. Sul tema Supply Chain, l’esempio di Amazon è davanti agli occhi di tutti.
 

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[/sf_iconbox]Il ruolo dei sistemi paese

E i governi, come si stanno muovendo? Secondo Anthony Mullen, il direttore della ricerca di Gartner [2], allo stato attuale “l’intelligenza artificiale è una corsa a due tra Cina e Stati Uniti”. Se gli Stati Uniti sono stati il primo paese ad avere sviluppato nel 2016, durante la presidenza Obama, un piano strategico per l’Intelligenza Artificiale, la Cina ha risposto con un piano denominato “New Generation Artificial Intelligence Development Plan”, il cui obiettivo è portare il paese a essere leader nel settore dell’AI entro il 2030.
La Cina ha già superato gli Stati Uniti per numero di pubblicazioni scientifiche in materia di intelligenza artificiale, e il numero di brevetti cinesi collegati all’intelligenza artificiale sono cresciuti del 200% negli ultimi anni.
La sola Alibaba, il gigante tecnologico cinese, investirà sull’intelligenza artificiale 15 miliardi di dollari, nel prossimo triennio, nell’ambito del proprio programma di ricerca denominato “Alibaba’s Academy for Discovery, Adventure, Momentum and Outlook” [3], distribuito su 7 laboratori tra Cina, Stati Uniti, Russia e Israele.
L’MIT (Massachusetts Institute of Technology) ha recentemente annunciato un investimento di un miliardo di dollari, destinato a indirizzare le sfide e le opportunità globali create dalla diffusione delle tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale. Oltre a creare 50 nuove cattedre, raddoppiando di fatto il numero di docenti di informatica e AI dell’ateneo, l’MIT ha deciso di integrare l’insegnamento di informatica e intelligenza artificiale all’interno di tutti gli altri corsi, in una contaminazione interdisciplinare fondamentale per ridurre la distanza tra sviluppo teorico e applicazioni pratiche dell’AI.
[bctt tweet=” Oltre a creare 50 nuove cattedre, raddoppiando di fatto il numero di docenti di informatica e AI dell’ateneo, l’MIT ha deciso di integrare l’insegnamento di informatica e intelligenza artificiale all’interno di tutti gli altri corsi. ” username=”MapsGroup”]
A livello europeo, la Commissione ha riconosciuto il proprio gap, e nell’aprile 2018 ha deciso di aumentare del 70% gli investimenti previsti nell’ambito del programma H2020, portandoli a 1.5 miliardi di euro per il triennio 2018-2020.
Secondo la Commissione Europea, questo dovrebbe stimolare ulteriori finanziamenti per 2.5 miliardi di euro su partnership pubblico-privato già in essere. L’obiettivo dichiarato (portare gli investimenti europei pubblici e privati a 20 miliardi di euro nel triennio) richiede uno sforzo significativo da parte di tutti gli attori.
E l’Italia? Nonostante un’importante produzione scientifica di settore (secondo l’OCSE nella classifica mondiale degli articoli di machine learning più citati siamo al quinto posto), nel Piano Triennale per l’Informatica 2017-2019 il termine Intelligenza Artificiale compare una sola volta. AgID (L’Agenzia per l’Italia Digitale) ha creato a metà 2017 una task force per l’AI, che ha prodotto il libro bianco “L’Intelligenza Artificiale al servizio del Cittadino”, presentato a Marzo 2018, e avviato un piano progettuale, la cui prima iniziativa prevede un finanziamento di 5 milioni di euro di fondi europei per lo sviluppo di progetti pilota nella Pubblica Amministrazione.
Nello stesso periodo, sollecitato dal report indipendente “Growing the artificial intelligence industry in the UK” dell’Ottobre 2017, il Regno Unito in 6 mesi ha predisposto un piano di investimenti denominato “AI Sector Deal” da oltre 1 miliardo di euro. Anche la Germania ha recentemente annunciato un piano di investimento da 3 miliardi di euro sull’Intelligenza Artificiale, mentre la Francia ha avviato nel 2018 un piano quinquennale da 1.5 miliardi di euro.
 

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Conclusioni

Sostenere lo sviluppo di una cultura dell’Intelligenza Artificiale, finanziando adeguatamente l’aggiornamento e il potenziamento del sistema educativo, la ricerca scientifica e incentivando l’innovazione “data-driven” nelle imprese, è una grande opportunità, che non richiede particolari investimenti infrastrutturali, ma che richiede di investire nel capitale umano del paese. Valorizzando le eccellenze già presenti, l’Italia potrebbe rapidamente recuperare attrattività e stimolare investimenti anche dall’estero.
Una strategia aggregata a livello europeo, non limitata a finanziamenti comunitari, ma basata su un vero piano coordinato tra i paesi, darebbe all’Europa una posizione di leadership, non solo nella produzione scientifica, ma anche in settori chiave come la robotica e, più in generale, metterebbe le nostre imprese nelle condizioni di competere alla pari con Stati Uniti e Cina.
[bctt tweet=”Sostenere lo sviluppo di una cultura dell’Intelligenza Artificiale, finanziando il potenziamento del sistema educativo, scientifico e innovativo, è una grande opportunità per investire nel capitale umano.” username=”MapsGroup”]
Le sfide che l’intelligenza artificiale ci pone, proprio per il suo straordinario potenziale di innovazione, non sono solo di natura economica, ma si riflettono anche e soprattutto su temi sociali ed etici di grande portata, quali ad esempio:

  • la proprietà e le modalità di utilizzo dei dati (dei nostri dati), senza i quali gli algoritmi di Machine Learning semplicemente non possono funzionare; – la trasparenza dei processi decisionali supportati da algoritmi di intelligenza artificiale, specie quando queste decisioni impattano su aspetti fondamentali della vita delle persone;
  • le modalità di redistribuzione del valore generato da questa rivoluzione, capaci – a seconda dei casi – di diminuire le diseguaglianze, ma anche di accrescerle;
  • i tempi e i modi con cui la nostra società saprà adattarsi o meno ai cambiamenti introdotti nel mondo del lavoro dall’AI attraverso l’automazione di processi sempre più evoluti e complessi.

In ciascuno di questi ambiti, il ruolo della politica e dei governi nazionali, delle istituzioni internazionali sarà centrale per comprendere e indirizzare lo straordinario potenziale dell’Intelligenza Artificiale e indirizzarlo, speriamo, verso il bene comune, limitandone i rischi e favorendo la redistribuzione dei benefici.
Un ruolo che, come i recenti avvenimenti ci hanno dimostrato a partire dall’affaire Cambridge Analytica, non può essere lasciato alle grandi piattaforme digitali.

Vieri Emiliani


[highlight]Note al testo[/highlight]

[1] Carlos A. Gomez-Uribe and Neil Hunt. 2015. The Netflix recommender system: Algorithms, business value,
and innovation. ACM Trans. Manage. Inf. Syst. 6, 4, Article 13 (December 2015), 19 pages.
[2] New Generation Artificial Intelligence Development Plan (China).
[3] Announcing the investment on Alibaba’s home turf in Hangzhou, Jeff Zhang, chief technology officer, said the $15bn would be invested over three years as part of a research programme called Alibaba’s Academy for Discovery, Adventure, Momentum and Outlook.
 


Credits Immagini:

 

Immagine di copertina, rielaborata tra le seguenti immagini.
ID: 89418530, di pwstudi
ID: 105095130, di Galina Peshkova

 

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6MEMES TRENDS In Salute e in Malattia

In salute e in malattia: dove, quando, come e perché cambiano le regole del gioco.

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Salute, o meglio, Salus…

[/sf_iconbox][dropcap3]I[/dropcap3]l tema della salute, che abbiamo affrontato l’anno scorso nel nostro blog dal punto di vista del corpo umano e del suo benessere, è tanto complesso quanto sensibile.
Non potrebbe essere diversamente: riguarda pressoché ogni ambito della nostra vita, da quello personale in quanto individui a quello relazionale in quanto animali cosiddetti sociali.

Del suo percorso a sorti alterne, non a caso, ne troviamo traccia fin dagli inizi della Storia dell’Uomo, in pressoché ogni luogo che la nostra specie ha abitato nel corso della sua evoluzione.
Di più ancora: come ci illustra Gioia di Cristofaro nella sua prefazione a “Medicina e cultura, prospettive di antropologia medica”, a cura di di Eloïse Longo e Domenico Volpini, lo stesso termine, Salute:

(…) deriva da Salus, nome di una divinità romana se non divinità sabina in epoca ancora più antica. (…) Salus si occupava del benessere e della felicità. Questi concetti venivano applicati in una prima fase allo Stato e, in seguito, estesi ai cittadini.  Al tempo di Esculapio (293 a.C.) la divinità operava sia per il benessere pubblico che per la salute fisica dei cittadini.  Già in questo periodo si fa strada il concetto che il malato non è libero in quanto dipende da altri, per cui il suo potere di decisione è fortemente condizionato dall’impedimento dovuto al suo stato di salute compromessa.

La sua rilevanza a livello collettivo è dimostrata anche dall’importanza che ogni società gli ha attribuito in materia legislativa, a livello sia teorico-scientifico che amministrativo-disciplinare.
Evitando di addentraci nei meandri delle varie religioni (che approcciano la questione in base a dogmi e precetti dettati delle rispettive fedi) è infatti molto spesso la Legge (in stretta relazione con le comunità scientifiche e mediche) che ha il compito di normarne ogni aspetto nonché di indirizzarne – promuovendoli, ma anche inibendoli – i filoni di indagine e ricerca.
Non è sempre stato così, come vedremo nei prossimi articoli – in molti luoghi del nostro pianeta non lo è ancora oggi – ma ci riferiremo, in questa serie di testi, al mondo occidentale. E comunque anche da noi la questione è di una complessità tale da meritare più di una riflessione, alla luce di quanto l’attualità porta all’attenzione dell’opinione pubblica.
Un esempio per tutti è la ben nota questione dei vaccini, di recente alla ribalta, ma anche il fenomeno del turismo sanitario (intra ed extra nazione) intrapreso per garantirsi sistemi di cura non presenti nel luogo di origine, come accade ad esempio dal mese di maggio 2018 per gli inglesi che, per evitare le proprie lunghe liste d’attesa, scelgono di curarsi in Italia (ebbene sì!).
[bctt tweet=”Ben lontano all’essere un unicum, il concetto di Salute è piuttosto un continuum, analizzabile da molti punti di vista.” username=”MapsGroup”]
A partire da questi presupposti di ordine generale, riprenderemo quindi il filo del discorso lasciato interrotto nei primi articoli della rubrica – che riguardavano, lo ricordiamo, il rapporto implicito e articolato tra ogni individuo, il proprio corpo e la sua rappresentazione.
In questa nuova serie di contributi ci concentreremo invece sul rapporto tra l’Uomo, la Medicina e la Sanità, termini che rappresentano sì concetti di ordine generale, ma anche sistemi sociali specializzati con il compito di sovraintendere al governo della nostra “salute”.

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La salute come continuum in un percorso anche culturale

Anche in questo caso il percorso filo-logico che seguiremo è articolato: ben lontano all’essere un unicum, il concetto di Salute è piuttosto un continuum, affrontabile da molti punti di vista.

Coincide, molte volte, con la capacità di un società e del suo sistema culturale
di riferimento – in quel preciso momento storico e contingente – di vedere, comprendere e prevedere non solo la “malattia” in sé, la sua origine e i suoi effetti sul singolo, ma anche (e a volte soprattutto) le conseguenze che si riverberano nella collettività in termini di benessere e qualità della vita.
[bctt tweet=”La Medicina ha bisogno – per essere esercitata con efficacia – di una serie di pre-condizioni che non sono affatto semplici da innescare e coordinare tra loro.” username=”MapsGroup”]
Il tutto, in relazione alla disponibilità delle risorse (umane, culturali ed economiche) necessarie per affrontare tali malattie, e all’intenzione e determinazione (o meno) a usarle.
Ogni sistema sociale deputato alla cura, infatti, che per semplificare chiameremo Sanità, è rappresentato non solo dall’insieme delle scoperte, delle competenze e delle procedure mediche in ambito sanitario, ma anche dai paradigmi culturali della società (come l’Antropologia medica insegna) in cui dispiega le proprie conoscenze e dalle priorità che la stessa si dà in termini di investimento e ricerca.
Un esempio in negativo del problema delle risorse, ad esempio, è la questione delle malattie rare, per cui mancano solitamente le cure a causa dell’assenza, a monte, di un interesse sufficientemente diffuso e generalizzato nei confronti delle stesse malattie per investirvi in termini di ricerca.
La Medicina, dunque, come vedremo, ha bisogno – per essere esercitata con efficacia – di una serie di pre-condizioni che non sono affatto semplici da innescare e coordinare tra loro.

Tra le varie definizioni della Medicina che ho trovato nella mia ricerca, ne cito una illuminante nella sua semplicità. Si tratta di una riflessione del prof. Vittorio Bonomini su “L’evoluzione della conoscenza in medicina”:

La conoscenza in Medicina ha sempre avuto due aspetti: uno scientifico e l’altro clinico; e come Aristotele nell’antica Grecia aveva già enunciato, è scienza ed arte.
Scienza, come conoscenza organizzata di tutte le circostanze relative alla salute dell’uomo. Arte in quanto capacità di applicare tale conoscenza alla cura della malattia.

Si tratta di una visione che mette insieme due dimensioni del sapere umano, quella della conoscenza organizzata (del sapere collettivo, dunque), e quella della pratica concreta.

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Meglio soli? Sicuramente no…

La “salute”, come abbiamo già visto all’inizio di questo articolo, non è mai solo una questione del singolo, né può esserlo.
In primo luogo per l’incontenibilità dei suoi agenti veicolanti: germi, virus, batteri, geni… nessuno di questi elementi rispetta alcun confine: né territoriale e tanto meno temporale.
Pensiamo ad esempio alle epidemie e al loro rapido dilagare, o all’ereditarietà delle malattie che si trasmettono di generazione in generazione.
[bctt tweet=”La Salute non è mai solo una questione del singolo. In primo luogo per l’incontenibilità dei suoi agenti veicolanti: germi, virus, batteri, geni… nessuno di loro alcun confine, né territoriale e tanto meno temporale.” username=”MapsGroup”]
In secondo luogo, tornando alla singola persona – ovvero al malato, o paziente – possiamo senza dubbio affermare che la solitudine dell’individuo rispetto alla propria condizione di malattia ha una connotazione in generale negativa: si presuppone che il singolo, in quanto malato, sia incapace di provvedere a se stesso, e di conseguenza la responsabilità del suo benessere viene demandata alla comunità che lo ospita, oltre che alla sua famiglia.
È, questo punto, una delle questioni più importanti e delicate per una comunità, capace di connotare in modo positivo ogni società cosiddetta “civile”.
Le tracce discorsive che seguiremo in questo nuovo excursus saranno infatti in primo luogo quelle storiche e normative che, come vedremo, sono caratterizzate da contenuti simbolici profondamente significativi, capaci di generare effetti concreti e duraturi in ogni tempo e società.
Non a caso in molte delle carte costituenti – compresa quella dei Diritti dell’Uomo e in quella italiana – la tutela della salute è sempre presente in quanto diritto, ed è espresso e normato in maniera puntuale e inequivocabile.
[bctt tweet=”In molte delle carte costituenti – compresa quella dei Diritti dell’Uomo e in quella italiana – la tutela della salute è sempre presente in quanto diritto, ed è espresso e normato in maniera puntuale e inequivocabile.” username=”MapsGroup”]
Seguirà un contributo che cercherà di rintracciare anche geograficamente le pratiche mediche (et similia) che hanno somministrato agli individui cure e approcci alla malattia differenti non solo in epoche differenti, ma anche in aree geografiche diverse, come è il caso dei diversi sistemi sanitari esistenti, a tutt’oggi molto diversi tra loro in base al continente o alla nazione.

Cercheremo inoltre di comprendere – dai vari dati statistici raccolti – qual è lo stato dell’arte, alla ricerca di eccellenze e punti critici.
A questi primi contributi, a loro modo propedeutici, che riguardano presente e passatto della Sanità e della Medicina, ne seguiranno alcuni, chiamiamoli così, più predittivi (anche se scopriremo che il futuro è già qui) con cui cercheremo di indagare come l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie sono destinate a cambiare profondamente gli scenari futuri. Uno per tutti gli infermieri in forma di robot, a breve anche nelle corsiedi un ospedale in Puglia.
Lo faranno, per lo più, nel bene, possiamo anticipare. Ma a patto di acquisire le necessarie competenze e conoscenze anche a livello diffuso, e non solo specialistico, e a condizione di essere capaci davvero di “averne cura”. Scusate il gioco di parole.


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